surrealismo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/surrealismo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 12 Dec 2022 16:31:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg surrealismo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/surrealismo/ 32 32 L’estrema avanguardia e Attualità dei classici: due saggi di Alejo Carpentier https://minimaetmoralia.it/letteratura/lestrema-avanguardia-e-attualita-dei-classici-due-saggi-di-alejo-carpentier/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lestrema-avanguardia-e-attualita-dei-classici-due-saggi-di-alejo-carpentier/#respond Wed, 14 Dec 2022 08:00:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51619 Pubblichiamo due saggi dalla raccolta di scritti inediti in lingua italiana L’età dell’impazienza "Saggi, articoli, interviste (1925-1980)" di Alejo Carpentier.

L'articolo L’estrema avanguardia e Attualità dei classici: due saggi di Alejo Carpentier proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo, ringraziando l’editore Mimesis, due saggi dalla raccolta di scritti inediti in lingua italiana L’età dell’impazienza Saggi, articoli, interviste (1925-1980) di Alejo Carpentier, scrittore cubano e tra i più importanti scrittori ispanofoni, profondo conoscitore di tutte le avanguardie del XX secolo, unico scrittore latinoamericano a vivere da vicino il surrealismo e il primo a far conoscere agli intellettuali parigini i punti cardinali del romanzo latinoamericano. Il libro è stato curato da Massimo Rizzante. 

***.

L’ESTREMA AVANGUARDIA

Alcune caratteristiche del surrealismo

a J.A.F. de Castro

Se leggerete lo stupendo Manifeste du surréalisme di André Breton, conoscerete i segreti di un’arte magica, la cui scoperta costituisce il fatto poetico più importante dalla fuga dalla letteratura di Arthur Rimbaud. Conoscerete le virtù di quella “dettatura del pensiero, in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione e al di là di ogni preoccupazione estetica o morale”, che partorirà le misteriose e affascinanti poesie di Robert Desnos e i paesaggi infiniti dei Champs magnetiques di Soupault e di Breton; accarezzerete le creature oniriche che palpitano per la prima volta nelle tele di Masson, Max Ernst e Joan Miró; passeggerete nelle città deserte di Giorgio de Chirico; coglierete i messaggi lirici di Louis Aragon, di Éluard e di Péret… Ma la lettura di questo documento fondamentale sulle inquietudini moderne non vi rivelerà l’esistenza di un “atteggiamento surrealista”, la cui trascendenza non era prevista dall’autore del manifesto quando scriveva le sue frasi rivelatrici.

Il culto della velocità, il giudizio tagliente sui valori del passato, l’amore per il cinema, per i ritmi primitivi, per i transatlantici ridotti a pantofole, il disprezzo nei confronti delle prudenti e venerate massime dei padri, la bancarotta di principi considerati fino ad allora norme morali inviolabili, tutte quelle affermazioni – frutto dell’esaltazione o del rigetto – che costituiscono la base stessa dello spirito nuovo, hanno creato un tenace scetticismo intorno all’attuale gioventù. Per il buon borghese gli artisti della mia generazione sono degli allegri iconoclasti: assomigliano a individui pericolosi e miscredenti per i quali la vita è priva di un senso profondo… Tuttavia, coloro che hanno potuto osservare le istanze che animano la mentalità del dopoguerra vedranno che esse devono la loro freschezza e la loro versatilità a una forte fede e a una concezione quasi religiosa dell’attività intellettuale. Benché si accordi meno importanza alla portata delle creazioni dello spirito, si richiede loro una purezza ben superiore… Se i moderni voltano le spalle alle banalità pretenziose dei Bordeaux, degli Echegaray o dei Bazin, se si rivoltano contro un teatro da bottegai, se detestano una pittura mediocre e fotografica, è perché assegnano alle opere dello spirito la nobile missione di essere un veicolo poetico lontano da ogni genere di sciocchezze… Tutto lo sforzo degli intellettuali contemporanei tende a dare grande dignità alla concezione estetica. Coloro che accusano i giovani di disumanizzare l’arte, in fondo, protestano contro quel guazzabuglio di sentimentalismi, quelle misere tresche campanilistiche e quella psicologia da donnette che impedivano all’arte di battere veri record di qualità.

L’atteggiamento dei surrealisti è il solo in grado di definire lo spirito profondamente idealista delle giovani generazioni. Tale atteggiamento, affermato con vigore attraverso le dimostrazioni e le proteste violente compiute dai surrealisti più combattivi, riassume le tendenze della migliore gioventù francese dei nostri giorni. Anche certi gruppi, che non hanno seguito le vie indicate nel Manifeste, procedono secondo identici poli di attrazione e rifiuti.

Una delle caratteristiche principali dello spirito surrealista è la sua avversione nei confronti dello scetticismo. Anatole France ne è un esempio tra i più detestabili: non è in un’epoca come la nostra che si può accettare l’immoralità delle opinioni di un Jérôme Coignard. Il personaggio è assai seducente, ma bisogna convenire che agli uomini che si sono formati durante gli anni terribili della guerra europea e della Rivoluzione russa serve ben altro che le boutades di questo abate egoista, codardo e gaudente che non crede neppure in Dio. Drieu La Rochelle tratta da vecchi furbi dissoluti Bergeret, Coignard, Bonnard, tutti figli del vecchio Anatol France, i cui tratti riproducono così bene quelli del padre. Un padre “incapace tanto di sconfitte definitive quanto di vittorie complete”, che ha flirtato con la filosofia, con l’amore, con la politica, con il comunismo, uscendo di scena tempestivamente senza essere arrivato in fondo a nulla. Ci diranno che è stato il nostro Voltaire (l’ha detto Joseph Delteil), ma noi non abbiamo bisogno di Voltaire. Abbiamo bisogno di uomini come Rousseau, come Bonaparte, come Robespierre… Il manifesto intitolato Un cadavre, pubblicato dai surrealisti dopo la morte dello scrittore de La Bachellerie, rappresenta il più perfetto funerale di prima classe che un’intera generazione abbia mai celebrato a un glorioso maestro nazionale. I giovani non risparmiano coloro che vivono senza lasciare una fruttuosa scia di inquietudini.

In virtù della loro avversione nei confronti dello scetticismo, i surrealisti condannano gli aspetti rappresentativi di ciò che si è soliti chiamare “il genio francese”, incarnazione della chiarezza, del sorriso ironico, della leggerezza e del tatto. Il Traité du style e la prefazione a Libertinage di Louis Aragon sono atti di accusa contro tale “genio”. Non sono, secondo i surrealisti, né Voltaire, né Molière, né Verlaine che incarnano il genio francese, ma i grandi ribelli, i non conformisti, gli innovatori in lotta aperta contro la società e il pensiero della loro epoca: Rimbaud, Lautréamont, Aloysius Bertrand, Jarry, Baudelaire, Gérard de Nerval, Germain Nouveau…

Mi diceva Desnos:

Quando diciamo di amare il romanticismo, il pubblico crede che de- sideriamo far rivivere salici piangenti, chiari di luna e castelli in rovina, senza comprendere che quel che troviamo bello in uomini come Benja- min Constant e Byron è il dinamismo che li anima, la loro tendenza ad avere una vita pericolosa, la loro coraggiosa propensione a giocarsi il tutto per tutto.

Il culto della ribellione ha origine in un furioso desiderio di indipendenza. “Solo la parola libertà è ancora in grado di esaltarmi”, afferma Breton nel suo Manifeste.

Fra le molte disgrazie che abbiamo ereditato, bisogna riconoscere che ci è stata lasciata una grandissima libertà di spirito. A noi di non metterla a repentaglio. Ridurre l’immaginazione alla schiavitù, anche se a vantaggio di ciò che si chiama volgarmente felicità, significherebbe sfuggire a quel senso di giustizia suprema che si trova nel profondo della nostra anima.

In una pagina del suo libro Breton riporta la descrizione di una camera tratta da un romanzo realista. Alla povera fotografia non manca nessun dettaglio: il colore della carta da parati, la decrepitezza dei mobili, un divano, la toilette, alcune sedie. Breton scrive:

Non sono nello stato d’animo di riconoscere come lo spirito si prefigga, sia pur in modo passeggero, simili propositi. Si sosterrà che tale esercitazione scolastica è perfetta e che in questo passaggio del libro l’autore ha le sue buone ragioni per affliggermi. Continui pure a perdere il suo tempo, tanto io non entrerò nella sua camera. La pigrizia e la stanchezza degli altri non mi attraggono. Ho della continuità della vita una nozione troppo instabile per porre i miei migliori minuti sullo stesso piano degli istanti di depressione e di debolezza. Desidero che si taccia quando si cessa di sentire.

“Diciamocelo una volte per tutte (aggiunge Breton qualche pagina più in là): il meraviglioso è sempre bello; tutto il meraviglioso è bello; soltanto il meraviglioso è bello”. E dove cercare il meraviglioso se non in noi stessi? In fondo alla nostra immaginazione, capace di creare nel senso più pieno del termine? Il grande precursore del surrealismo è stato Lautréamont, la cui immaginazione fece nascere le pagine prodigiose dei Canti di Maldoror. Scrive Breton in Les Pas perdus:

Per Ducasse l’immaginazione non è più quella sorellina astratta che salta la corda nel parco; voi l’avete fatta sedere sulle vostre ginocchia e avete letto nei suoi occhi la perdizione… Non si sa quel che vuole; vi fa coscienti di molti altri mondi, tanto che ben presto non saprete più come comportarvi in questo… La verità, da Ducasse in poi, non ha più un dritto e un rovescio…

Il nostro sforzo creatore, di conseguenza, deve tendere a liberare l’immaginazione dalle sue pastoie, a scavare nell’inconscio, a far sì che il nostro io più autentico si manifesti nel modo più diretto possibile. Da qui le esperienze sorprendenti compiute da Robert Desnos, Man Ray, Soupault, Breton e altri attraverso la “scrittura automatica” – scrittura estremamente rapida e priva di un tema predeterminato –, destinata a far sprofondare il soggetto in uno stato di esaltazione ispirata, favorendo la “dettatura del pensiero, al di là di ogni preoccupazione estetica o morale”. Da qui l’interesse e la passione con cui i surrealisti, come Sigmund Freud in Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, seguono le tracce di ciò che li conduce a toccare il nocciolo del mistero poetico. Da qui la definizione di surrealista applicata a Swift – “surrealista della malvagità” – o al Marchese de Sade, “surrealista del sadismo”.

Una volta accordate tutte le libertà all’immaginazione, l’immagine si rivela di una dimensione, di una luce e di una novità insospettate. La poesia galoppa vertiginosamente in sella alle immagini – particelle di infinito – che solo i surrealisti hanno saputo creare con tanta audacia e in così gran numero. Le loro poesie ci mostrano un mondo di meraviglie le cui porte solo ora si aprono alla nostra sensibilità. Gli oggetti più lontani, uniti in una danza cosmica, trovano legami inattesi. I paragoni più insoliti diventano possibili. L’ordine naturale è alterato. La dimensione magica reclama i suoi diritti. La Sfinge divora Edipo. La pietra filosofale esiste. Tiresia provoca il fallimento dell’Agence Havas, la più antica agenzia di stampa.

E un pittore come Giorgio de Chirico – precursore del surrealismo – ci dice:

Bisogna liberare l’arte da tutto ciò che contiene di conosciuto; ogni argomento, ogni idea, ogni pensiero, ogni simbolo dovrà essere lasciato da parte affinché le cose appaiono sotto una luce nuova, come consacra- te da una costellazione avvistata per la prima volta.

I pittori surrealisti – Masson, Ernst, Miró, Malkine, Picasso – sono i primi ad adottare, dopo gli artigiani dell’Età della pietra, la fiera divisa stampata sui cataloghi delle mostre di Man Ray: “C’è qualcosa di nuovo sotto il sole”.

Dal suo studio di rue Fontaine – vicino al Cabaret de l’Enfer – circondato dai suoi meravigliosi dipinti, dalle sue statue africane e dalle sue sculture maya, André Breton ha appena pubblicato un libro di magia contemporanea; un libro pieno di mistero; un libro nutrito dalla fede in una realtà superiore: Nadja.

E dire che alcuni parleranno ancora dello scetticismo delle nuove generazioni!

“Social”, La Habana, 1928

***

ATTUALITÀ DEI CLASSICI

Quando il bisogno di sapere quel che si scrive oggi nel mondo si fa meno pressante – perché nessuna opera attuale suscita in noi una curiosità immediata – ritorniamo ai nostri classici con il sentimento di ritornare a una terra che ci appartiene. Tuttavia, non sono tanto i loro precetti o i loro insegnamenti – quel che Rabelais chiamava “la substantifique moelle” – che ci attirano, quanto l’impressione che i secoli alle nostre spalle non siano davvero trascorsi, che le date si siano succedute senza aver realmente influenzato l’unità dell’uomo e che, a ben guardare, coloro che hanno vissuto nel XVI e nel XVII secolo non sono tanto diversi da noi. Così, di riflesso, quel classico che è diventato Ludwig van Beethoven ci dice nei suoi Quaderni di conversazione che nel 1820 a Vienna si parlava di cose piuttosto simili a quelle che interessano oggi i nostri contemporanei e che la Santa Alleanza, che faceva infuriare tanto gli amici intimi dell’autore della Nona Sinfonia, non era che il nuovo collare di quello stesso cane che, legato ad altri collari, aveva morso durante i secoli precedenti un enorme numero di uomini e avrebbe continuato a morderne ancora molti nel corso dei secoli a venire.

*

Rileggendo questo fine di settimana Il diavolo zoppo (parlo, naturalmente, dell’edizione del 1641), sono rimasto stupito nel ritrovare Luis Vélez de Guevara così attuale e vivace. Non solo a causa della prodigiosa plasticità del suo stile e della forza satirica dei suoi giochi di parole, ma anche per le cose che dice. Non sono solo sbalordito che a un certo punto affermi che ogni volta che scoppia una rissa sono sempre gli stranieri che finiscono per avere la meglio e brindare, né che, a proposito degli asparagi, affermi che “sono legumi che sopportano così poco la compagnia che si riuniscono solo per essere venduti”, ma piuttosto perché devo rileggere tre volte lo stesso passaggio per convincermi che il dialogo che segue non sia stato scritto per noi nel Secolo d’Oro del romanzo picaresco: “Dimmi, che notizie ci sono della guerra? – Oggi non c’è che la guerra! – E contro chi, dimmi? – Contro il mondo intero!”, conclude Don Cleofa, compagno di strada del Diavolo zoppo.

*

Una strada che li condurrà a Siviglia. Una Siviglia decorata, piena di addobbi, trasfigurata per colui che all’epoca veniva dall’America, da dove tutte le strade portavano alla Casa de Contratación de Indias. La città di Siviglia era diventata “lo struzzo dell’Europa, in grado di digerire […] qualsiasi oggetto d’oro o d’argento venuto dalle Indie”. Una città in cui i mambos e le guarachas, recentemente inventati nel Nuovo Mondo, si chiamavano (cito Vélez de Guevara): sarabanda, ciaccona, zambapalo, guineo e colorín colorado che si suonavano con campanelli, nacchere e caracoles e che avevano molti punti in comune con il repertorio dei suonatori di maracas di colore o indios che cantavano nelle nostre regioni. E come se non bastasse – come se l’uomo di ieri non fosse abbastanza simile all’uomo di oggi, alle sue manie, alle sue mode, alle sue sciocchezze e alle sue trovate – una strana moda era nata all’epoca a Siviglia, del tutto analoga all’uso dei pachucos messicani o dei classici cucheros cubani: si trattava di una “scarpa ponlevi” (dal francese “pont-levis” che significa “ponte levatoio”), estremamente appuntita e con i tacchi molti alti, nonché dotata di un farsetto le cui alette erano fornite di fessure. Gli uomini spesso passeggiavano per la città piacevolmente accompagnati da una di quelle graziose mulatte che faceva gridare allo scandalo i visi- tatori della Torre Giralda perché indossava un paio di “scarpini senza calze”.

E quando Vélez de Guevara ci parla di un alchimista alle prese con un bollente “crogiolo pieno di mille ingredienti diversi”, la storia del “crogiolo” ci avvicina ancora di più a quelle Indie a cui si riferisce tante volte il Diavolo zoppo nella sua picaresca avventura terrestre.

Letra y Solfa, “El Nacional”, Caracas, 1952

 

L'articolo L’estrema avanguardia e Attualità dei classici: due saggi di Alejo Carpentier proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/lestrema-avanguardia-e-attualita-dei-classici-due-saggi-di-alejo-carpentier/feed/ 0
Le possibilità dell’indagine postmoderna: la prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-possibilita-dellindagine-postmoderna-la-prefazione-jeff-vandermeer-lanark-alasdair-gray/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-possibilita-dellindagine-postmoderna-la-prefazione-jeff-vandermeer-lanark-alasdair-gray/#comments Wed, 20 Sep 2017 08:03:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35071 La casa editrice indipendente Safarà ha recentemente finito di pubblicare, per la prima volta in Italia, nella traduzione di Enrico Terrinoni, i quattro volumi di Lanark di Alasdair Gray, testo cruciale della speculative fiction anglosassone e della letteratura scozzese in generale, apparso per la prima volta nel 1981. Pubblichiamo qui la prefazione di Jeff Vandermeer1 […]

L'articolo Le possibilità dell’indagine postmoderna: la prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray proviene da Minima et Moralia.

]]>
GRAY
La casa editrice indipendente Safarà ha recentemente finito di pubblicare, per la prima volta in Italia, nella traduzione di Enrico Terrinoni, i quattro volumi di Lanark di Alasdair Gray, testo cruciale della speculative fiction anglosassone e della letteratura scozzese in generale, apparso per la prima volta nel 1981. Pubblichiamo qui la prefazione di Jeff Vandermeer1
~

Riflessioni su uno dei miei libri preferiti: Lanark di Alasdair Gray, di Jeff VanderMeer
lanark
Nella terribile devastazione dello scenario che ci offre Alasdair Gray nel suo romanzo, mentre sulla distopica città di Unthank spira un vento freddo «misto all’odore salato di alghe putrescenti», bocche giganti calano dal cielo per divorare il protagonista Lanark. Lanark ne viene inghiottito, e lo stesso accade al lettore. Le visioni evocate da Gray nel suo capolavoro sono tanto apocalittiche quanto politiche: «Io credo che esistano città in cui il lavoro è una prigione, il tempo uno stimolo e l’amore un peso» dice Lanark; la dragonite, affezione che da subito lo colpisce, è «una patologia comune, come le bocche, i mollicci o il rigor pigolante», che incrosta gli arti dei cittadini con una «pelle fredda e lucida di intenso verde scuro» portandoli a far emergere la propria natura nascosta. Ma quando il tema della giustizia sociale si intreccia a tal punto con la dimensione fantastica, un critico che cercasse di smontare e analizzare tali visioni rischia di essere a sua volta inghiottito.
Gray esplicita le sue intenzioni attraverso le parole della nemesi di Lanark, Sludden: «La metafora è uno degli strumenti più essenziali del pensiero. Ma l’illuminazione a volte è tanto brillante da abbagliare anziché rivelare». 

Se la fortuna di Lanark può risiedere nell’uso della metafora in prosa, il genio di Gray sta nella sua abilità di ritrarre la lotta dell’individuo contro istituzioni disfunzionali mantenendosi sempre nei duplici termini del personale e del fantastico. Come lo stesso Gray ha affermato durante un’intervista: «Il mio approccio ai dogmi e agli standard istituzionali, chiamiamolo “il mio approccio alle istituzioni” riflette il loro approccio nei miei stessi confronti. Nazioni, città, scuole, agenzie di marketing, ospedali, forze di polizia, sono state create dalla gente per il bene della gente. Non posso vivere senza di loro, non lo desidero e non mi aspetto che possa accadere. Ma quando li vediamo lavorare per aumentare la sporcizia, la povertà, la sofferenza e la morte, allora qualcosa è andato storto. Tutti soffrono di tale distorsione, e per questo motivo è un aspetto presente in tutti i miei romanzi, eccetto quelli più blandamente d’evasione».Il romanzo, oltre alla vita di Lanark nella città fantastica di Unthank, ha un secondo epicentro in quella di Duncan Thaw, sua precedente incarnazione, in quella reale di Glasgow. Thaw cresce e si forma in una Glasgow ostile e decadente, che cercherà di illuminare dando vita a un’arte grandiosa; fallirà nel tentativo, e si toglierà la vita dopo aver verosimilmente ucciso un’amica. Lo ritroveremo trasfigurato in Lanark nella città di Unthank, quasi essa fosse l’inferno a cui è destinato. Lanark arriva a Unthank senza alcuna memoria del suo passato come Thaw, del quale riceverà nozione, grazie all’intervento di un oracolo, solo alla fine del primo libro. Mentre cerca di scoprire la propria identità, Lanark si aggira per quello che è lo specchio deformato di una città, in cui tutti i vizi e i problemi del mondo “reale” sono stati amplificati e distorti. Ma non appena Lanark recupera la memoria della sua vita come Duncan Thaw, e quindi della ragione del suo essere lì, si lancia nel frenetico tentativo di salvare la città di Unthank dalla distruzione: il piano fantastico diventa la “realtà” e le letture si ribaltano.

Gray divide di proposito il suo romanzo in quattro “Libri”. Tuttavia, quello che tecnicamente è il primo libro, è chiamato Libro Terzo; seguono il Libro Primo e il Libro Secondo (nei quali si racconta la storia di Thaw) e infine il Libro Quarto, dove è nuovamente protagonista Lanark. La ragione più pragmatica di una simile dislocazione cronologica è quella di introdurre per prima cosa il lettore al fantasmagorico mondo sotterraneo di Unthank. Considerata la qualità intensamente realistica e piuttosto cupa della sezione dedicata a Glasgow, l’estremo surrealismo di Unthank sarebbe stato troppo stridente per il lettore se presentato dopo i primi due libri. Invece, Gray si assume il rischio calcolato di posizionare le sezioni realistiche in mezzo, così da farle apparire più integrate nella narrazione, e nell’utilizzare quest’ordine riesce a far percepire le scene naturalistiche come fantasy, perché sono “fantasy” agli occhi degli abitanti di Unthank, e apre così alla possibilità di un’interpretazione alternativa in cui Glasgow è l’inferno e Unthank la realtà, e non viceversa.

Alasdair Gray
Alasdair Gray

Lanark è stato definito in molti modi da molti scrittori e critici. Anthony Burgess lo ha innalzato a capolavoro. John Crowley e Micheal Dirda hanno elogiato la straordinaria visione e la genialità delle singole scene dell’opera, mentre hanno criticato l’accresciuto contenuto allegorico dell’ultima parte del romanzo. L’opera vira in effetti verso l’astrazione nel Libro Quarto, e il rapporto tra dialogo ed esposizione si alza pericolosamente. Gray arriva a far dialogare Lanark con se stesso e dedica un capitolo a catalogare i propri furti ai danni di scrittori morti. Se è vero che un capitolo del genere può rallentare l’impulso della narrazione, nel caso di Lanark simili critiche sono irrilevanti, per la stessa identica ragione per cui sono irrilevanti le critiche ai capitoli sulla caccia alla balena in Moby Dick. La correzione di questi “difetti” deruberebbe entrambi i libri della loro genialità: il marchio di fabbrica di uno scrittore originale è quello che rende l’autore diverso e non può essere separato da quello che rende lo stesso scrittore bravo, e gli “spigoli” di Gray finiscono anzi per assomigliare a delle profezie.
Cosa ancora più importante, nei termini del contenuto fantastico, Lanark offre un esempio unico dell’uso dell’elemento fantasy nella critica sociale. A differenza della Fattoria degli animali (1945), di Candido (1759) o dei Viaggi di Gulliver (1726), Lanark non intende essere solo una parodia, una satira o una parabola. Se Gray tende a incorporare fantasy e fantascienza, lo fa per poter sfruttare appieno tutti gli strumenti appropriati, e perché l’idea di un’immaginazione priva di confini rappresentano la stessa personale ricerca della luce da parte dello scrittore. Anche se non è un surrealista, Gray appoggia l’idea della “bellezza convulsiva”: la bellezza, anche quella più feroce, al servizio alanark coversnzitutto della libertà. L’umorismo nero, l’ossessione per la giustizia sociale, la formazione di un artista, i difficili atti di comunicazione fra i sessi, l’omaggio, anche se in forma alterata, a Glasgow: tutto questo, pur miscelandosi a una dimensione assolutamente fantasy, si manifesta con pienezza in Lanark, il romanzo che rappresenta lo zenit dell’eccentricità di Gray, del suo difficile genio e delle possibilità stesse dell’indagine postmoderna.

~

1 Jeff VanderMeer è autore di racconti e romanzi con i quali ha vinto il Nebula Award, il BSFA Award e il World Fantasy Award, e con cui è stato finalista allo Hugo Award. Nel 2015 Einaudi ha pubblicato Annientamento, Autorità e Accettazione, volumi della “Trilogia dell’Area X”.

L'articolo Le possibilità dell’indagine postmoderna: la prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-possibilita-dellindagine-postmoderna-la-prefazione-jeff-vandermeer-lanark-alasdair-gray/feed/ 1
Lo storytelling in scatola https://minimaetmoralia.it/arte/lo-storytelling-in-scatola/ https://minimaetmoralia.it/arte/lo-storytelling-in-scatola/#comments Wed, 22 Sep 2010 08:20:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2898 Quarto appuntamento con i dispositivi non narrativi piegati alla narrazione. L’opera del wunderkammerista milanese Von Balthasar AKA Edgar Vallora. Un’intervista.

Cabinets de curiosités. Wunderkammer, le camere o gli armadi dove nobili e uomini di scienza raccoglievano le stranezze del mondo. Antenati dei musei ma distanti dal rigore positivista di questi: piuttosto, scatole magiche che contengono visioni.

L'articolo Lo storytelling in scatola proviene da Minima et Moralia.

]]>
Quarto appuntamento con i dispositivi non narrativi piegati alla narrazione. L’opera del wunderkammerista milanese Von Balthasar AKA Edgar Vallora. Un’intervista.

Cabinets de curiosités. Wunderkammer, le camere o gli armadi dove nobili e uomini di scienza raccoglievano le stranezze del mondo. Antenati dei musei ma distanti dal rigore positivista di questi: piuttosto, scatole magiche che contengono visioni.
Von Balthasar è un artista alchemico, un “trovarobe” che raccoglie i rifiuti del mondo per raccontare storie. Colleziona mirabilia, scheletri di animali e insetti, corni di narvalo e minerali, stoffe e scampoli di antiche tappezzerie. Il vecchio e l’antico sono usati per generare il contemporaneo. Ready-made surrealista. Non a caso Breton costruiva wunderkammer. Anche Jospeh Cornell, dichiarato maestro di Von Balthasar, ha cominciato a realizzare le sue “scatole” proprio a partire dalla mostra “Fantastic Art, Dada, Surrealism” (Museum of Modern Art, New York).
Nei lavori di Von Balthasar sono in gioco antiche forme di conoscenza del mondo: quella poetica, che Vico attribuiva ai bestioni primevi, e quella del mito, un sapere che potremmo associare allo stupore e alla meraviglia. Conoscenza potente e pre-razionale, a lungo svilita dal post-illuminismo come conseguenza dell’ignoranza, la meraviglia è l’incanto dello spettatore. Le wunderkammer sono camere-mondo che portano l’esotico e l’altrove all’interno dell’abitazione, aristocratica prima, borghese poi. Con la loro utopia di contenere le stranezze del creato, di isolarlo magicamente dalla realtà, costruiscono canali di accesso a luoghi lontani, fantastici. Proprio questo sono, oggi, le opere di Von Balthasar: letteralmente visioni che raccontano storie di nuovi mondi.

 

Il sogno nostromo in esilio
Elementi: Il vecchio nostromo, ammalato di depressione. Il bosco onesto, il cibo rifiutato, il servitore fedele. La nostalgia dell’amata goletta, ma soprattutto l’incantamento per le onde ( vera fissazione: al punto che gli oggetti che lo circondavano – un esempio nelle maniglie dei cassettoni – erano tutti creati ad imitazione della spuma del mare).

Iniziamo con la domanda più fastidiosa: che cos’è per te il contemporaneo?
Il contemporaneo per me è qualcosa di inedito, nel senso di “non-mai-visto”. Può esser fatto anche da frammenti e scorie del passato rielaborate con un linguaggio nuovo. Le cose che mi stupiscono. Il nuovo per me nasce da qualsiasi cosa. Anche dal vecchio.
I miei erano antiquari, da piccolo sono stato attorniato da oggetti antichi, anche di pregio: cose che suscitavano in me ammirazione ma, lo ammetto, mancava “qualcosa”. Ho capito che non ho la natura di “spettatore”, ma piuttosto di “manipolatore” delle cose. Il mio “motore manuale” non mi dà tregua. Fin da allora ho sentito l’esigenza di giocare, di mettere mano agli oggetti che mi circondavano. Cosa che faccio ancora oggi, raccogliendo quelli che chiamo i “rottami del mondo”. Oggetti che tutti scartano senza più vederli. Quando vado a un mercatino non ci vado alle sei del mattino. Non cerco l’oggetto di valore, lo pseudo-Canaletto (che a Londra magari puoi ancora scovare). Posso andare anche alle 6 di sera, tanto l’elica o l’insetto mostruoso li trovo ancora, non li ha voluti nessuno. Poi, quando ne ho bisogno, li prendo in mano e affettuosamente li manipolo. Li metto insieme ad altro e creo nuova vita. Sono perfino attratto dalla polvere, a volte rubo la polvere dei musei. Un esempio: tempo fa ho trovato uno scampolo di tessuto copto che gli autoctoni chiamavano “polvere” e ho sentito il bisogno di accostarlo all’“insetto della polvere”, alla conchiglia pulvis e ad altre diavolerie collegate alla polvere (compresa quella degli angoli di casa mia…). Così nascono le mie bacheche.
L’archivio perfetto non è un deposito ma un modello di lettura. È così che uso quello che raccolgo in giro. Sono un inventore di storie, come il vasaio di Caltagirone. La contemporaneità è solo una suggestione, un ponte tra il futuro e il passato. Non lavoro sul contenuto singolo: l’insetto rimane tale, ma se lo metto vicino a una turbina ecco che nasce il “nuovo”. Che è ciò che mi interessa. Non bisogna avere paura di amare gli scarti. Possono regalare meraviglie inattese.

Von Balthasar è il nom de plume di Edgar Vallora, architetto. Quanto ti ha aiutato questa professione nel lavoro di recupero e raccolta degli oggetti che usi per fare arte?
Moltissimo. Il mio percorso di ricerca è iniziato proprio dall’architettura. Nella mia vita professionale ho fatto più di 200 opere di recupero: fari, torri di difesa, chiese sconsacrate, fagianaie, cascinali. Ho iniziato a fare l’architetto agli inizi degli anni Settanta, quando la crisi non permetteva di costruire nulla, o ben poco. Allora mi sono messo a recuperare quello che c’era. Soprattutto cose curiose. E lì è nato questo sentimento di amore per la rivitalizzazione del passato. Poi nel campo figurativo ho iniziato dal bidimensionale, da tele invecchiate ad arte, poi al tridimensionale, fino ad arrivare a queste “scatole” che, per avvicinarmi ai vostri temi, posso dire che assomigliano a dei piccoli televisori.

Ogni opera ha una storia, arriva da un viaggio, da un accumulo che può durare anni. Come funziona questo processo?
Nei modi più impensati e inattesi. Per dire: quando ho inventato una collezione di insetti mimetizzati sulle tappezzerie, gli scampoli di queste antiche “carte da parati” li ho trovati, senza cercarli, nella case che ristrutturavo. Li ho letteralmente strappati dalle pareti. Io raccolgo cose che mi “chiamano”, come un rabdomante. Le prendo e le raccolgo, magari anni prima di utilizzarle. A casa ho decine e decine di scatole, tutte catalogate: minerali, gioielli, pezzi di legno e di ferro, rottami, insetti, incisioni, stoffe eccetera, che alimento in continuazione. Quando devo fare una nuova collezione per una mostra, non devo fare altro che aprire le mie scatole e comporre. Sarebbe faticosissimo e inutile se andassi a cercare ciò che manca. Il lavoro viene fatto con/da quello che c’è.

Apotropaica I
Ab interno

Ricevuto in dono dal fratello, al distacco dalla guerra, fratello che amò sopra ogni altra cosa. Convinta che fosse un oggetto unico e magico: una perla gigante vista dal suo interno. Per la vita appesa al bavero della tonaca. H.L.J., badessa delle Suore Misericordine.

Mettiamo al centro della stanza (della conversazione, se preferisci) una delle tue scatole, vuota. Adesso prova a riempirla con gli influssi/i mondi che ti hanno portato al lavoro che fai oggi.
La prima cosa che metterei è l’arte popolare, che mi ha sempre incantato. Dovevo essere un cantastorie nella vita precedente. I miei hanno un vecchio organetto con la storia di Napoleone. Lo portava sulle spalle un cantastorie che raccontava la morte del grande condottiero. C’è al suo interno una bara con Napoleone che si alza non appena la musica parte. È una vena che non so da dove arriva ma che mi attrae. Forse proprio dall’organetto con la bara di Napoleone! Un altro aspetto del popolare che mi affascina è quello dell’arte sacra. Metà dell’arte sacra è fatta da grandi quadri e affreschi, tutto il resto sono reliquiari, ampolle col sangue dentro, bacheche, tabernacoli, ampolle, reliquiari. Di Madonne circondate da oggetti votivi: fiori, tazzine di miele, oggetti personali. Ricordo, sempre tornando all’infanzia, che in certi paesi negli angoli delle case esistevano tabernacoli pieni di cose, fiori di stoffa, melograni, il dente da latte dei bambini, ex-voto d’argento con l’occhio o un braccio, biglietti di “grazia ricevuta” eccetera. Questo ricordo sicuramente mi è rimasto dentro.

Curiosa questa cosa. In origine le wunderkammer erano fatte da nobili e uomini di scienza, erano collezioni esclusive, lontane dal popolo…
Questa è la loro origine perché richiedevano un’educazione e una curiosità scientifiche e perché erano oggetti molto ricercati e quindi preziosi. Ma la presa sul pubblico popolare è sempre stata eccezionale. Erano collezioni di oggetti mirabolanti, naturali e/o mirabilia (nati cioè dall’abilità dell’uomo: come certe figure assurde realizzate in avorio) e lavoravano sullo stupore di tutti. Per esempio, Manfredo Settala, medico milanese vissuto nel Seicento ai tempi della peste, fu anche uno degli ultimi possessori di una wunderkammer. Alla sua morte organizzarono un’esposizione pubblica degli oggetti della sua collezione, perché tutti potessero goderne, e quello che successe è sintomatico del valore popolare di queste opere: il pubblico impazzito si lanciò sugli oggetti e ne rubò gran parte. Non va poi dimenticato che una delle wunderkammer più importanti del Seicento fu costruita da Athanasius Kircher, l’inventore della lanterna magica, una delle attrazioni da fiera più potenti mai inventate, una macchina precinematografica.

Oltre all’arte popolare e a quella sacra, di quali influenze risenti?
L’esoterismo. Eccolo che torna. Ho frequentato una scuola di esoterismo. Esistono delle vibrazioni eteriche nel mondo: ogni elemento, il minerale, il vegetale, l’animale, l’uomo in primis, emette delle vibrazioni sottili, non percepibili a chi non è allenato ma esistenti. Si legga Elemire Zolla e si capiranno tante cose. Banalmente, che alcuni elementi emettono vibrazioni uguali: è il caso dell’“insetto polvere”, del tessuto-polvere, della conchiglia pulvis. Vibrazioni di oggetti che si attraggono. La magia di certe mie opere nasce quando riesco a trovare accostamenti che quadrano. Gli oggetti si chiamano. Davanti alla tela bianca non saprei cosa fare. Devo partire dal vissuto e dal mondo. Per dire, ho trovato la foto di un barbone parigino, un uomo dal volto massacrato, sulla Senna, che ha negli occhi una forza stranamente magica, poi ho trovato un copricapo tibetano ricolmo di pietre preziose, e mettendoglielo in testa mi son reso conto che si trasformava in santo. Sopra il vetro della teca ho spruzzato, dinanzi alle labbra, un alone di vernice trasparente e, oggi, chi lo vede, rimane sbalordito perché si ha l’impressione che respiri. Ecco: il respiro del santo. Queste cose mi aiutano a togliere l’angoscia del mondo. Da qui nasce la meraviglia. Se riesci a stupirti di com’è fatta una foglia, con i frattali di Fibonacci che si ripetono nelle sue innervature, hai raggiunto un tasso-alcolico di vita decisamente superiore. Quasimodo ha scritto: “Vorrei riavere lo stupore degli occhi del bambino quando vede il mangiafuoco alto sul carro”. Poi, tra le mie influenze c’è tutto quello che è in miniatura.

 

Icone, San Pulvino
San Pulvìno, patrono della polvere. E di conseguenza dei tessuti antichi, della leggendaria “Bibbia copta”, dei minareti turchi, di Comberyx, il cosiddetto “insetto di polvere”. Per traslato, Pulvino è venerato come il “Santo della lungimiranza”.

In miniatura?
Sì, le maquette, le vue d’optique, i teatrini che scimmiottano in pochi centimetri quadrati i teatri di corte. Tutto ciò che è “fuori-scala”, innegabilmente, desta immediato stupore. È vero che molti oggetti antichi ridotti di scala (alludo ai piccoli mobili settecento, ai letti a barca Impero lunghi 50 centimetri, alle scale a chiocciola alte come un libro) non erano nati come “capricci” o – peggio – mobili da bambola come molti credono. Erano i modelli (o “capi d’opera”) che illustri artigiani realizzavano per proporli e farli approvare dalla loro autorevole clientela. Solo in un secondo tempo son diventati autonomi “capricci”, oggetti da collezione, slegati dal mondo reale. Certo è che tutto quanto è in miniatura incanta.
Esiste oggi un maestro in questo campo, Ettore Sobrero, che costruisce con folle pazienza biblioteche (personalizzate, tra l’altro: contenenti la vita “in piccolo” del personaggio cui sono dirette) racchiuse nei vecchi cassetti da tipografo, quei cassetti suddivisi in decine e decine di piccoli anfratti: libri grandi come un pollice, fotografie di pochi millimetri, vasetti antichi alti come ditali. Poi, tornando al mondo dell’architettura, non vanno dimenticate le maquette delle opere architettoniche contemporanee. Ogni grande architetto, prima di costruire un’opera, commissiona un modello in scala: in genere questi sono esposti, e si può notare il fascino che esercitano anche sui non addetti ai lavori.

Un aspetto che affascina subito delle tue bacheche è la narrazione. Storie supercondensate. Quasi tutte hanno un breve testo che le accompagna e che è parte integrante dell’opera, tanto che senza quel racconto all’opera mancherebbe “qualcosa”.
Le mie opere sono racconti visivi portatili, nel senso di racconti racchiusi in una “scatola” che trova collocazione in una casa. Scatole televisive. Con una sostanziale differenza: la tv ci sopraffà con il suo tempo, inquietantemente rapido: nel caso delle mie cose, guarda caso, siamo “fuori” dal tempo, il tempo di visione viene annullato. Per quanto riguarda le storie, sì, ogni bacheca, intesa come scatola visiva, è accompagnata da una piccola storia letteraria. Appendo storie a ogni mio oggetto: mi sembra completino il “quadro”, inteso in termini generali. Non so se nascano prima le storie o il “richiamo” degli oggetti. Forse fanno parte dello stesso processo creativo. Faccio un esempio: tempo fa mi sono imbattuto in una serie di vecchie fotografie di marajà indiani; insieme sono venuto a conoscenza di una tradizione a loro legata, secondo cui molti marajà raccoglievano in una cassetta gli oggetti più amati nella vita, o quelli più simbolici – la teiera del primo the, l’anello offerto alla moglie, il monile all’amante –, e alla fine della loro vita la bacheca passava al figlio, il quale a sua volta la passava al primogenito e via. Ecco: proprio partendo da questa leggenda ho creato la serie Lasciapassare per l’aldilà, dedicata ai marajà e ai loro oggetti prediletti. È stato un gioco da ragazzi, durante la realizzazione, inventare un profilo per ognuno di questi personaggi: dodici storie.
Per quanto riguarda invece i pezzi unici, parte della mia produzione, molto spesso la storia è racchiusa (si può dire: condensata) nel titolo che scelgo. Il titolo, in questo caso, deve, da solo, evocare una storia più snodata. L’oggetto: un teschio, sicuramente di donna anziana, con la calotta cranica semi aperta – quasi una valva di conchiglia – nel quale ho “ambientato” un groviglio di coralli bianchi, una vera matassa intricata di rami del mare. Dimensioni perfette: come se il corallo avesse vissuto da decenni in quella speciale calotta. Ho aggiunto solamente un sigillo da nobile e il mio monogramma. Poi il titolo: Naufraga. Ecco, nel titolo, una sola parola, vorrei “saltasse fuori” tutta una storia: un’anziana contessa, il mare in tempesta, il naufragio, l’affondamento del bastimento, la sorpresa dei pesci, la scoperta da parte del corallo, i decenni trascorsi sul fondale, il ritrovamento da parte di… Balthasar!

Un trucco, in fondo…
Certo, il trucco c’è e si vede anche. Ma – e qui ritorno alla storia del mondo – molto spesso è stato il trucco (o, più nobilmente, l’inganno) il complice della meraviglia e dello stupore. Non dimentichiamo che grandi uomini si sono abbassati, per creare stupore e scalpore, a trucchi da fiera. Sto pensando a Lazzaro Spallanzani, scienziato famoso per i suoi studi, esperimenti e scoperte, nonché per le collezioni di Naturalia che fecero chiacchierare scienziati e regnanti di mezza Europa. Ebbene, proprio nei suoi stipi leggendari, l’austero uomo di scienza aveva esposto un pesce mostruoso – costituito dalla sola testa e dalla coda, privo cioè di ogni organo interno – che attirò per anni l’attenzione (e l’invidia) di scienziati e wunderkammeristi. Un pesce che Spallanzani diceva di aver trovato in mari esotici unico al mondo, ma che invece aveva (volgarmente) sezionato incollandone due parti… Se non è inganno questo!

Altre narrazioni (prima parte)
Altre narrazioni (parte seconda)
Altre narrazioni (parte terza)

L'articolo Lo storytelling in scatola proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/lo-storytelling-in-scatola/feed/ 1