Susanna Camusso Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/susanna-camusso/ un blog di approfondimento culturale Wed, 29 Oct 2014 10:21:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Susanna Camusso Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/susanna-camusso/ 32 32 Renzi vs Camusso: due brutte narrazioni che hanno bisogno l’una dell’altra https://minimaetmoralia.it/interventi/due-brutte-narrazioni-che-hanno-bisogno-luna-dellaltra/ https://minimaetmoralia.it/interventi/due-brutte-narrazioni-che-hanno-bisogno-luna-dellaltra/#comments Wed, 29 Oct 2014 10:11:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24077 Questo articolo è uscito su Internazionale.

di Christian Raimo

Guardate questi due video di qualche giorno fa. Il primo è l’intervento finale di Matteo Renzi alla Leopolda, il secondo è l’intervento finale di Susanna Camusso alla manifestazione della Cgil. Fatti a distanza di nemmeno venti ore l’uno dall’altro, dovrebbero presentarsi, in sintesi, per forma e sostanza, come i due discorsi di una sinistra di fatto spaccata tra due idee (due identità? due narrazioni?) molto lontane se non incommensurabili.

Partiamo dalla Leopolda. Il discorso di Renzi dura 53 minuti. È svolto a braccio, Renzi indossa la consueta camicia bianca e una cravatta blu, e parla da un podio. Il discorso conclusivo della Leopolda 2013 durava lo stesso più o meno (56 minuti), Renzi indossava anche lì la camicia bianca d’ordinanza ma senza cravatta, e parlando da un microfono vintage cominciava: "Stamattina si è consumato uno psicodramma. Parliamo con il microfono o mettiamo il podio? Perché se parliamo con il microfono, facciamo le conclusioni della Leopolda; se invece parliamo con il podio, facciamo un discorso pomposo, serio."

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di Christian Raimo

Guardate questi due video di qualche giorno fa. Il primo è l’intervento finale di Matteo Renzi alla Leopolda, il secondo è l’intervento finale di Susanna Camusso alla manifestazione della Cgil. Fatti a distanza di nemmeno venti ore l’uno dall’altro, dovrebbero presentarsi, in sintesi, per forma e sostanza, come i due discorsi di una sinistra di fatto spaccata tra due idee (due identità? due narrazioni?) molto lontane se non incommensurabili.

Partiamo dalla Leopolda. Il discorso di Renzi dura 53 minuti. È svolto a braccio, Renzi indossa la consueta camicia bianca e una cravatta blu, e parla da un podio. Il discorso conclusivo della Leopolda 2013 durava lo stesso più o meno (56 minuti), Renzi indossava anche lì la camicia bianca d’ordinanza ma senza cravatta, e parlando da un microfono vintage cominciava: “Stamattina si è consumato uno psicodramma. Parliamo con il microfono o mettiamo il podio? Perché se parliamo con il microfono, facciamo le conclusioni della Leopolda; se invece parliamo con il podio, facciamo un discorso pomposo, serio.”

Il tono quindi, col podio, dovrebbe essere più adulto, e subito Renzi ci tiene a sottolineare che è vero, sì, bisogna prendersi sul serio; ma bisogna, chiosa, non smettere di divertirsi. Si fa sempre un po’ per scherzare, eh. Quindi imposta subito alla prima persona plurale, ripete: “Noi siamo qui, noi siamo qui, noi siamo qui”, come una sorta di grido maori, e poi entra nel discorso nominando “uno dei nostri che ha detto”, o definendo che “noi siamo quelli che”: il premier è uno della platea, quello che ha davanti è il suo popolo, questo noi è una comunità molto inclusiva, a cui si può aderire (“le porte del Pd sono aperte”) per osmosi emotiva prima che complicità ideale – la regola d’ingresso è più o meno l’ottimismo – se i nemici, come specificherà più volte, sono quelli che non ci credono, i disfattisti, i gufi. Se ci credi – non importa bene in cosa – sei uno della Leopolda.

Questa è di fatto l’unica mozione identitaria, ottimismo vs pessimismo, in un discorso che rivendica esplicitamente un’ideologia (“fare un discorso meno scherzoso del solito, ma più di contenuto, ma più di cornice ideologica, culturale, ideale”); l’unica mozione, insieme a quella simile che divide i nuovi dai vecchi. In definitiva non esiste altra distinzione.

L’appello chiave che invece Renzi ripete in apertura e in chiusura è un’espressione che sembra di tipo religioso/psicologico – non più la rottamazione, ma “sfatare i tabù” – e che in realtà è usata ormai solo in ambito sportivo (tipo: “Vincere in casa contro l’Inter è sfatare il tabù…”): l’afflato motivazionale è quello che coniuga la figura del sacerdote e quella del coach. La Leopolda è un rito d’iniziazione, ed è un ritiro precampionato – gli elementi che Baden-Powell era riuscito a mettere insieme per dare vita a quello strano ibrido comunitario che sono i boy scout.

Dopo i primi sei minuti utili a ribadire la liturgia, Renzi utilizza i restanti tre quarti d’ora per non dire sostanzialmente nulla. Ma la forza retorica con cui costruisce i discorsi è percussiva perché finisce con l’essere perennemente tautologica o evocativa. La quantità di frasi ovvie e l’enfasi profusa per avvalorare queste ovvietà nei suoi 53 minuti è incredibile: il paese va cambiato perché è il nostro compito, se siamo al governo non è per scaldare la seggiola, la politica estera è una cosa seria…

Renzi spesso, nei discorsi, nei libri, proclama cose semplici e lo fa proiettandosi verso una complessità che però non arriva mai. Ossia: butta lì come intercalare un “ora dico per semplificare”, “adesso la metto giù facile, ma poi…”. Ma questo poi, fateci caso, non esiste. Non c’è complessità nel mondo renziano, o meglio: è sempre presente ma solo in quanto evocata.

La sintesi critica della situazione politica globale la dà dal minuto 5.55:

“Noi pensiamo che il mondo interconnesso sia un gran casino. Che il mondo interconnesso che è un gran casino non sia un problema per l’Italia ma una grande opportunità per l’Italia. Che l’Italia possa avere un futuro se ha il coraggio di cambiare se stessa. E per cambiare se stessa, occorre sfatare alcuni tabù, liberarsi di alcune paure… È tutto collegato questo ragionamento, l’analisi internazionale, il ruolo della comunicazione informatica e comunicativa che c’è stato, la possibilità per la politica di fare il suo mestiere, e quindi lo spazio che l’Italia ha nel mondo, in Europa e a casa propria per provare a fare le sue cose…”

Che vuol dire? Il livello di analisi, qui come altrove, è quello di un tema scolastico di uno che la butta in vacca. Una concezione fumosa della storia, della geopolitica: una supercazzola. È tutto collegato è un’altra espressione chiave: nella prospettiva renziana è sempre tutto collegato. Ossia i collegamenti non sono mai cogenti, polari, ma onnifunzionanti. Questo accade perché la sua logica non è argomentativa ma associativa. Simula una elaborazione o spesso una sintesi, come nelle frasi precedenti, ma non la attua mai. Spaccia un’accozzaglia, un’incapacità di districare la complessità, per un’analisi fatta e compiuta.

Non è un caso allora che il primo nemico chiamato in causa – in definitiva sarà l’unico che darà un nome ai gufi – sono gli intellettuali. “I professori, gli specialisti, i tecnici”: la loro colpa è quella di aver previsto la fine della Storia con la caduta del muro di Berlino. Il riferimento probabilmente è a Fukuyama. Mentre la Storia, dice Renzi, non è finita, facendo sue delle critiche che diciamo hanno anche queste almeno vent’anni ovviamente, ma che lui smercia per nuove.

C’è qualcuno che ancora pensa che il muro di Berlino sia la fine della Storia? Niente sottigliezze: “i professori, gli specialisti, i tecnici”, “il ceto intellettuale” sono matusalemme nostalgici, lo spauracchio di Renzi. Una figurina simile ai “comunisti” di Berlusconi, una caricatura utile.

Nel momento più cabarettistico del suo discorso, Renzi dice:

“Avete presente cari colleghi sindaci e consiglieri comunali, cosa accade quando si apre un cantiere? C’è l’immancabile meeting e convention del pensionato, si reca al cantiere, si mette all’esterno del cantiere, inizia a guardare il cantiere e scuote la testa… N’ce la fan mica a finirloGuarda come lavoran piano… È l’atteggiamento tipico di una parte del ceto intellettuale dominante che adesso sarà molto offeso dal riferimento che ho fatto… Ai pensionati del cantiere… Ah ah… Io vorrei scusarmi con loro… con i pensionati del cantiere… Ah ah… Vorrei scusarmi con loro perché non se lo meritano quest’accostamento, ma è così.”

Chi è questo ceto intellettuale dominante sbeffeggiato? Chi sono questi professori contro cui si scaglia Renzi? Sono coloro che forse non sarebbero indulgenti rispetto a un tale livello di approssimazione concettuale? Sono quelli che non sanno scherzare?

Del resto su molte questioni specifiche Renzi è approssimativo, semplificante, grezzo. Quando parla del conflitto russo-ucraino, cita il problema dell’autonomia energetica e tira fuori, facendola sua, la sparata del presidente dell’Eni De Scalzi, per cui un giacimento di gas in Mozambico potrebbe darci combustibile per i prossimi trent’anni. Per i nostri figli. Come? Che importa? L’Eni ha stanziato 50 miliardi per le trivellazioni, poi se si farà un gasdotto (di diecimila chilometri?), se questo gas sarà venduto alla Cina, chi lo sa, intanto l’abbiamo buttata là.

Oppure quando parla dell’articolo 18, lancia en passant una frecciata che la sinistra non votò per l’approvazione nel 1970. In verità il Pci si astenne perché voleva tesaurizzare i risultati delle battaglie degli operai dell’autunno caldo, e lo Statuto voluto dai socialisti, ideato da Brodolini e messo a punto da Giugni sembrava troppo compromissorio. Quindi? Renzi non contestualizza, insinua che i comunisti nostalgici cambiano idea tanto per, e taglia fuori i socialisti dalla storia della sinistra italiana. La storia di quel voto la ricostruisce per esempio Alessandro Marzo Magno qui.

Oppure ancora quando Renzi nomina il suo beneamato vecchio sindaco Giorgio La Pira come nume tutelare della politica estera, citando la sua famosa frase “Il Mediterraneo è il lago di Tiberiade del nuovo universo delle nazioni”, dimentica che La Pira aveva sì messo al centro della politica estera il Mediterraneo, ma l’aveva fatto spendendosi in prima persona sulla questione palestinese, tema su cui il governo Renzi, da Mogherini in giù, è stato – per usare un eufemismo – particolarmente laconico (qui, per avere un’idea, uno dei rari, tardi, e vaghi interventi dell’ex ministro degli esteri; ah, sì, perché nel frattempo – un po’ di mesi, ormai – non ce n’è un altro). Inoltre La Pira sposava una linea aggressivamente anticolonialista, una prospettiva terzomondista a cui Renzi non pare proprio accennare.

Ma queste, si direbbe, sono quisquile storiche, da intellettuali. E per Renzi gli intellettuali sono pensionati brontoloni. La cosa bizzarra è che dopo aver tirato merda sugli intellettuali, dopo pochi minuti, Renzi si lancia in un peana ad esaltare i professori della scuola: “Fare il professore dev’essere un sogno da realizzare per la carriera di un giovane ragazzo. Dobbiamo tornare a dare potere, spazio, dignità e orgoglio al ruolo degli insegnanti. Dire che fare il professore non è la cosa che fanno gli sfigati. (…) Perché saranno gli insegnanti a salvare l’Italia, non i ragionieri. Con tutto il rispetto per chi fa il ragioniere”. E quindi? Uno potrebbe domandare: gli studiosi, i professori sono il male o il bene, il demonio e il messia? Gli insegnanti non rappresentano il ceto intellettuale?

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Forte Fanfulla, l’epilogo in festa di una favola suburbana https://minimaetmoralia.it/interventi/forte-fanfulla/ https://minimaetmoralia.it/interventi/forte-fanfulla/#comments Sat, 28 Jun 2014 14:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21829 di Paola Micalizzi 

In un piccolo quartiere di una grande città in questi giorni si sta concludendo, a suon di tamburi, una favola metropolitana iniziata otto anni fa.

Come in tutte le storie che si rispettino, i protagonisti dell'epica missione si incontrarono grazie a coincidenze inverosimili, che se avessimo il tempo di raccontare dimostrerebbero l’infallibilità della teoria dei sei gradi di separazione.

Si tratta di due calabresi, un francese, un molisano e un romano che presero in affitto a settembre 2006 l'ormai celebre capannone di via Fanfulla da Lodi 101, Pigneto, Roma. Andrea, Luca, Manu, Marco e Poppy: cinque amici che avevano poco da perdere e le passioni adatte all'impresa, chi per la musica, chi per la carpenteria, chi per il vino, chi per la gente.

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(Immagine: gli Wow! in concerto al Forte Fanfulla. La foto è di Paola Micalizzi)

di Paola Micalizzi 

In un piccolo quartiere di una grande città in questi giorni si sta concludendo, a suon di tamburi, una favola metropolitana iniziata otto anni fa.

Come in tutte le storie che si rispettino, i protagonisti dell’epica missione si incontrarono grazie a coincidenze inverosimili, che se avessimo il tempo di raccontare dimostrerebbero l’infallibilità della teoria dei sei gradi di separazione.

Si tratta di due calabresi, un francese, un molisano e un romano che presero in affitto a settembre 2006 l’ormai celebre capannone di via Fanfulla da Lodi 101, Pigneto, Roma. Andrea, Luca, Manu, Marco e Poppy: cinque amici che avevano poco da perdere e le passioni adatte all’impresa, chi per la musica, chi per la carpenteria, chi per il vino, chi per la gente.

Pochi soldi di investimento per iniziare, le maniche rimboccate e nessuna idea precisa di cosa sarebbe diventato il posto. Tra i divani trovati per strada, le sedie e i tavolini recuperati dall’adiacente Bar Necci, una credenza monumentale prelevata da una catapecchia dove viveva uno dei soci e un bancone comprato su internet, andato a ritirare a Milano con un furgone in affitto (a/r in giornata), nasceva un posto che avrebbe fatto la storia di una piccola parte di Roma. Il pezzo forte fu il biliardino con una sola, profetica, regola: “Chi perde, esce”.

L’apertura ufficiale in pompa magna fu fissata per il capodanno del 2007, e comunicata con il passaparola agli amici degli amici, che accorsero numerosissimi. Si parla di una zona dove non esisteva ancora nessun posto dove uscire la sera, a parte lo Yeti, bistrot che aprì un annetto prima, e il più antico ristorante Infernotto, che per un target di giovani quasi disoccupati era decisamente troppo caro. Il Pigneto era buio, fatiscente, con saltuari incendi di cassonetti e ubriaconi, forse innocui, che si aggiravano per le strade deserte. Quelle stesse strade intorno all’Isola pedonale, ormai area calda della movida cittadina, dove oggi si mischiano tra la folla del fine settimana.

Senza avere un radicamento nel quartiere, che al tempo era stato scelto dai più coraggiosi o dai più sprovveduti come luogo di residenza per soli motivi di tipo economico, i cinque avventurieri strinsero presto rapporti di amicizia con tutti, grazie al loro aspetto inoffensivo e al modo di fare bizzarro.

Fin dai primi giorni di apertura si raccolsero attorno al locale coloro che avevano bisogno di un posto per esprimersi – parola abusata ma ancora attuale – in un contesto dove la loro alienazione sarebbe passata del tutto inosservata. Il palco fu dato in pasto a qualsiasi musicista e clown del quartiere che lo richiedesse: bande popolari, comici che non facevano ridere, mitomani che si esibivano con cani ululanti, e man mano gruppi underground che suonavano una musica talvolta inascoltabile anche per i loro stessi amici.

Underground a chilometro zero, quel movimento che in seguito fu inquadrato come Borgata Boredom su Blow Up (febbraio 2011) dall’indigeno giornalista musicale Valerio Mattioli. Boredom non è proprio rabbia, neanche frustrazione, forse nemmeno disagio – altra parola ormai abusata – bensì liberazione dall’obbligo di soddisfare le aspettative di chicchessia, non solo del grande pubblico ma anche della stessa nicchia. La vera libertà: I don’t care, sticazzi, non sottoporsi alla regola dello scambio – ti do piacere, mi dai approvazione. Io rischio di darti fastidio, e nonostante questo tu mi accetti, anzi, per qualche strano motivo della tua psiche difettosa, mi desideri. Il ribaltamento delle dinamiche posticce della contemporaneità è stato messo in atto senza alcuna premeditazione a Fanfulla 101, sviluppatosi spontaneamente come un luogo in cui il giudizio ricadeva solo su chi metteva a rischio la pacifica atmosfera magicamente creata. Qui si è formata una vera comunità, un network prima che questa parola fosse di uso comune per definire le reti di persone, prima dell’uso massiccio di Facebook. Chiunque avesse un problema avrebbe avuto un punto di riferimento.

13.000 tesserati nel primo anno, in un contesto in cui nessuno aveva mai saputo cosa fosse l’Arci. Migliaia di spiegazioni su che cos’è un circolo. Apertura fino alle sei del mattino e biliardino gratis. Un locale dove si festeggiava il Natale dei senza famiglia, e non c’era una sola serata di chiusura da inizio settembre a fine giugno. Tutti i freak erano i benvenuti.

Sono nate amicizie, band, amori e migliaia di racconti, una vera e propria memoria collettiva. Coloro che hanno avuto la fortuna di frequentare il Fanfulla conservano una serie di foto storiche, una collezione di aneddoti, di concerti memorabili, di tresche andate a buon fine e di altre fallite, di sbronze, di gavettoni, fra cui la famosa inondazione dovuta alla rottura di una piscina gonfiabile che è rimasta negli annali, documentata da un video della durata di pochi secondi, prima che saltasse la luce.

Era una scatola dentro la quale noi, i primi gentrificatori di un quartiere che ormai ha cambiato volto, entravamo quasi ogni sera. Fanfulla 101 era la tana degli animaletti suburbani, un unico ambiente, senza porte, senza muri, dove bastava un’occhiata per vedere chi c’era e chi non c’era. Un posto dove uscire da soli e incontrare qualcuno con cui passare la serata. Dove andare con gli amici e uscire con altri amici, dove rimorchiare gli sconosciuti, tanto sono amici di, dove addormentarsi sul divano, con la musica a palla.

E poi si poteva fumare – siamo un circolo! – prezzi bassi, concerti gratuiti, continue novità, gente dalle passioni più improbabili e alienata in modo che, nel pianeta che ci piace, sarebbe definito sano. Chi è un esperto di musica tailandese degli anni ’60, ma non saprebbe dirti un solo nome dei partecipanti all’ultimo Festival di Sanremo. Anzi, neanche in che mese siamo. Nerd incalliti che non sanno rispondere a uno smartphone. Dandy con gli stessi vestiti tutti i giorni dell’anno, in terribile apprensione per una macchia sui pantaloni. Accoliti del Negroni che temono il vino rosso perché sono allergici al tannino.

Col tempo la fama del locale ha avuto un’eco sempre maggiore, a livello senza dubbio cittadino, poi nazionale, e infine internazionale grazie alle centinaia di gruppi che negli anni hanno calcato quel piccolo palco di pochi metri. Tra cui Alva Noto, che è passato per caso una sera e ha chiesto di fare un dj set, la famosa esibizione di Erlend Oye dei Kings of Convenience, anche lui di passaggio per bersi una birra, o Thollem Mc Donas, il giorno dopo la sua esibizione al Maxxi.

Di pari passo il quartiere è cambiato, e agli habitué hanno cominciato a unirsi i nuovi frequentatori del Pigneto, che iniziava la sua rotta verso la popolarità odierna, e verso le categorizzazioni “radical chic” (prima) e “hipster”(poi), utilizzate nelle accezioni più disparate. Il Fanfulla rimase sempre impregnato dello stesso spirito, e l’avvento di un pubblico più generico non cambiò in nulla l’offerta del circolo, ma numericamente la frequentazione diventò sproporzionata rispetto alle possibilità dello spazio, che aveva un tetto molto sottile, anche se insonorizzato, e l’uscita direttamente sulla strada. La fila di persone che aspettavano di entrare quando il posto era sold-out, gruppetti fuori a chiacchierare perché dentro fa troppo caldo, vere e proprie folle dopo la chiusura delle due (imposta per legge a partire dal 2009), formate da chi non voleva andare a casa ma non sapeva dove continuare la serata.

Lo sfratto è arrivato, i vicini non ne potevano più. Se uno abita sulla tangenziale non può chiedere che si arresti il rumore del traffico, anche se non possiede una macchina. Se respiri l’odore della fabbrica non hai scampo, anche se non compri quei prodotti. Ma non c’è una ragion di stato che difenda la musica, e il rumore della gente che ride e che chiacchiera. Perdigiorno? Sì, e perdinotte, che si scoprono musicisti a quarant’anni e ci aprono il cuore con quelle melodie zoppicanti covate dentro per chissà quanto tempo. Se non ti piaccio, I don’t care. Ma se ti piaccio ti innamorerai di me.

E il primo sipario si chiuse, e quella notte tutte le strade intorno al locale furono occupate dalla gente accorsa a salutare, ferma ad aspettare, come una veglia religiosa.

Da qui, nel 2011, il trasferimento a Forte Fanfulla, via Fanfulla da Lodi 5, Pigneto, Roma. Niente più scatola, ma labirinto. Un affitto cinque volte superiore, la necessità di portare dentro altre attività per cercare di tamponare le perdite, una cucina faraonica con una mole di lavoro troppo grande da gestire, uno spazio futuristico, ricco di possibilità, ma non quella di sostentarsi economicamente. E un Pigneto che nel 2011 non è più quello del 2007, ma una kasbah di circoli Arci, bistrot regionali, ristoranti del Gambero Rosso, atelier, associazioni, cortili, sotterranei, scuole di tango, cineclub, gelaterie biologiche, gallerie d’arte, studi di professionisti, loft, radio, free press, sale prove.

Forte Fanfulla è il Fanfulla 101 entrato, forzatamente, nell’età adulta, cacciato dalla sua cameretta e catapultato in una reggia di cui non è mai riuscito a riempire tutte le stanze. Lì sono stati ospitati eventi enormi, dall’LPM alla prima edizione di Mal di Libri, dalla Giornata Internazionale dell’Animazione a Teatri di Vetro, è venuta Susanna Camusso, è venuto Stefano Rodotà, sono state organizzate mostre, stagioni teatrali, grandi concerti, mercati, workshop, presentazioni di libri, compleanni, cabaret, lauree, fiere del vino, ma niente bastava. Si è cominciato a chiedere una piccola sottoscrizione per i concerti, ma era una goccia nel mare. All’interno convivevano mille realtà, dai gruppi di architettura ai corsi di lingua, dalle produzioni cinematografiche alla distro musicale, dalla radio al vintage shop, ma era tutto, sempre, troppo grande. Venerdì e sabato sera c’era un mare di persone nel quale ci si muoveva a stento, ma guardando le facce ne riconoscevi poche. I frequentatori della prima ora hanno cominciato a venire sempre più raramente. L’anima del posto si stava annacquando in quello spazio immenso. Ma era un destino a cui non si poteva sfuggire.

Dal 2011 ad oggi si sono accumulati la fatica e l’esaurimento progressivo delle risorse economiche e fisiche dei soci e dei lavoratori, per giungere a un’inevitabile conclusione, dall’inevitabile titolo “Fatti Forte Fanfulla”. Una festa che da lunedì scorso, il 23 giugno, vede la partecipazione volontaria di più di cento fra musicisti, band, compagnie teatrali e altri artisti che fino a lunedì 30 giugno, ultimo giorno di apertura, scriveranno l’epilogo di questa favola suburbana. Un’occasione da non perdere, forse l’ultima occasione per chiedersi “Fanfulla?”, domanda di uso comune qui nelle terre dell’est di Roma, per scongiurare il pericolo di ritrovarsi a casa troppo presto.

Se la speranza è che, come dalle ceneri dell’araba fenice, sorga un nuovo inizio, per ora non ci resta che rendere omaggio a un posto che ha fatto la storia di un pezzetto di Roma, neanche tanto piccolo.

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D come donna https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/d-come-donna/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/d-come-donna/#respond Wed, 06 Jul 2011 09:14:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4679 uesto articolo è apparso sul numero del 23 giugno del settimanale cartaceo Il futurista.

di Emiliano Sbaraglia

“the times they are a-changin’” canterebbe il caro Bob Dylan, fresco dei suoi settant’anni. E qualcosa sta cambiando davvero in questa Italia di nuovo secolo, gli indizi ormai sono più d’uno. Il voto amministrativo della scorsa settimana ne è la prova più evidente, ma il terreno si è cominciato a preparare già da tempo.

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Questo articolo è apparso sul numero del 23 giugno del settimanale cartaceo Il futurista.

di Emiliano Sbaraglia

“The times they are a-changin’” canterebbe il caro Bob Dylan, fresco dei suoi settant’anni. E qualcosa sta cambiando davvero in questa Italia di nuovo secolo, gli indizi ormai sono più d’uno. Il voto amministrativo della scorsa settimana ne è la prova più evidente, ma il terreno si è cominciato a preparare già da tempo. In tutto questo, il ruolo della componente femminile, non più femminista, ha assunto e continua ad assumere un valore determinante, in un Paese non ancora “maschile”, perché ancora maschilista.

La caduta libera di Silvio Berlusconi inizia con la ribellione di una donna, la ex-moglie, che a un certo punto ha detto basta, e in poche parole ci ha spiegato come stavano le cose: il marito, nonché capo del governo, se la faceva con le minorenni, si trovava sull’orlo di una malattia mentale, e chi gli era vicino, per il bene suo e del Paese, doveva in qualche modo prendersi cura di lui. Lei no, lei aveva sopportato abbastanza. Arrivederci. Sono passati due anni da quell’intervento (sollecitato da un articolo sulle “candidature facili” di Sofia Ventura per Fare Futuro), e di Veronica Lario si è più saputo nulla, o quasi. Certe cose non la riguardano più.

Da lì in poi qualcosa è cambiato, l’incantesimo si è rotto, le feste e i festini del Premier si sono trasformati sempre più nella reazione compulsiva di un uomo innamorato solo di se stesso, e dal diciottesimo compleanno di Noemi alla nipote di Mubarak il passo è stato breve: nel mezzo, veline e parlamentari, api regine e igieniste dentali, sino all’inchiesta milanese. Fine della corsa.

Ma per fortuna non solo questo è accaduto negli ultimi tempi. Altre donne, in altre forme, hanno avuto modo di incidere nelle lente ma percepibili trasformazioni di un’Italia in movimento.
Qualche settimana prima delle elezioni politiche, nel marzo del 2008, per la prima volta una donna saliva il gradino più alto del potere di Confindustria. Emma Marcegaglia, a 43 anni, viene eletta presidente un po’ a sorpresa, prendendo il posto di Luca Cordero di Montezemolo. Dopo un periodo di orientamento, e di assestamento degli equilibri, la sua posizione comincia a disegnarsi chiara come le sue parole, divenute pietre negli ultimi mesi rispetto all’immobilismo del governo in tema di crescita economica e incentivi per un rilancio del “sistema Italia”. Si obietterà che c’era ben poco altro da dire, ma si converrà che non era così scontato dirlo, e dirlo in un certo modo, nelle sedi opportune. Molti uomini che hanno ricoperto il suo stesso incarico non hanno avuto il coraggio (o la voglia) di farlo, anche nel recente passato. Si può essere d’accordo o meno con le sue idee, ma almeno la signora Marcegaglia si è assunta la responsabilità che il suo ruolo impone.

A riconoscerglielo non sono soltanto gli estimatori, o quelli che gioiscono ogni volta che qualcuno “parla male del governo”, refrain tanto caro ai berlusconiani irriducibili. A riconoscere la possibilità di un certo tipo di dialogo con l’attuale presidente di Confindustria è anche il Segretario generale del più grande sindacato d’Europa per numero d’iscritti, la Cgil, che il 3 novembre del 2010 ha eletto, anch’esso per la prima volta, una donna al suo vertice, Susanna Camusso.
Sin dai primi giorni dal suo insediamento è stato subito evidente il diverso appeal rispetto al suo predecessore, quel Guglielmo Epifani troppe volte apparso negli otto anni del suo mandato arroccato su posizioni vetero-ideologiche, al di fuori della realtà contemporanea rispetto al complicato mondo del lavoro.

Susanna Camusso ha invece mostrato interesse per le ragioni degli altri, per esempio provando a ricucire lo strappo sui contratti nazionali avvenuto con le altre sigle sindacali, pur mantenendo una linea di confronto piuttosto forte; oppure partecipando alla manifestazione del 9 aprile scorso sul precariato, ma rimanendo in disparte, sotto e non sopra il palco, manifestando tra gli ultimi del corteo a fianco della figlia e di molte mamme solidali con il difficile destino delle nuove generazioni. Piccoli gesti che certo non cambiano l’ordine delle cose; ma piccoli gesti che dicono molto del carattere e della mentalità di una persona.

Lo scorso 25 febbraio, in un incontro a Bologna sul tema Giustizia e Lavoro dal titolo “La via nuova e il passo giusto: l’Italia nel cuore industriale dell’Europa”, l’articolata conversazione tra Emma Marcegaglia e Susanna Camusso si è rivelata ricca di spunti e anche di possibili convergenze su alcune proposte concrete, giunte da entrambe le parti. Mondi diversi a confronto su argomenti che inevitabilmente riguardano tutti. Qualche settimana dopo, nel corso di un incontro nella Sala del Seminario della Camera per la presentazione del libro della giovane deputata Pd Marianna Madia (“Precari. Storie di un’Italia che lavora”), il linguaggio di Giulio Tremonti e quello di Susanna Camusso, autrice della prefazione, sembravano essere distanti anni luce.

Sempre nel mese di febbraio qualcos’altro accadeva nel nostro paese. Era il sabato 13, e le donne scendevano in tutte le piazze d’Italia, accompagnate da non pochi uomini. Il loro slogan ha avuto molto successo, così “Se non ora quando?” in questi mesi è divenuto il liet motiv di parecchie iniziative e di molte riflessioni, individuali e collettive.
Quella giornata ha segnato un percorso, al femminile come al maschile. Ha fatto capire che tanta gente aveva voglia di dire basta: basta con l’annullamento di qualsiasi criterio di rispetto nei confronti dell’essere umano nel nome di un potere arrogante e presuntuoso, basta con la perdita dei valori basilari per una convivenza comune, basta col sacrifico dei molti per il godimento dei pochi. Basta con la “libertà dei servi”, per citare un recente saggio di Maurizio Viroli. A denunciare tutto questo nel nostro paese sono state per prime le donne, mettendo da parte bandiere e simboli di partito, sostituiti con un sentimento comune diventato ben presto contagioso. Donne che hanno semplicemente chiesto, nel ventunesimo secolo, di alzare la testa al livello minimo richiesto dalla propria dignità personale, al di là di qualsiasi differenza, sessuale o politica.

Chissà se le cose cambieranno davvero, cioè a dire in maniera decisiva. I segnali si moltiplicano, e per tornare alle recenti amministrative la vittoria di Rosalba Colombo, nuovo sindaco di Arcore, assume un valore simbolico di portata devastante. “Ho vinto nella tana del lupo, e ha vinto il fattore “D”, come donna”, sono state le sue prime parole dopo l’esito delle urne; parole di una casalinga di 53 anni appassionata di politica, madre di due figlie, fondatrice di un circolo culturale femminile, che una volta si sarebbe chiamato femminista.

E chissà se nel vortice di questi cambiamenti, dopo una presidente di Confindustria e una segretaria Cgil, non ci si ritrovi entro breve tempo a commentare un presidente del Consiglio donna. Una presidente del Consiglio.
Provocazione? Speranza? Sogno? Utopia? Può darsi. Fatto sta che in molte altre parti del mondo, anche del cosiddetto terzo mondo, provocazione speranza sogno e utopia sono già divenuti realtà.

C’è chi dice “Va bene, ma quale donna?”. Non si può certo scegliere un capo di governo in omaggio alla quota rosa. E in effetti, l’unica che potrebbe aspirare a un incarico simile, per ora e per una serie di motivi (difficile immaginare una candidata tra le fila dell’attuale centrodestra), pare essere il (la) presidente del Pd, Rosy Bindi. Che a dirla tutta, dopo tutto quello che ha subìto per bocca del Cavaliere (di certo non con la minuscola) sarebbe la vera ciliegina sulla torta, un contrappasso talmente chirurgico che nemmeno la mente infernale del genio di Dante Alighieri avrebbe saputo escogitare meglio: quel “non sono una donna a sua disposizione” risuona ancora come musica soave, composta di orgoglio e civiltà.
In alternativa, si diceva, sembra esserci ben poco. Ma che non ci siano molte donne papabili all’incarico di capo del governo forse non dipende tanto da loro, quanto piuttosto dall’impossibilità di potersi esprimere con pari opportunità ed eguali diritti.
I tempi, per fortuna, stanno cambiando.

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