Syriza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/syriza/ un blog di approfondimento culturale Sun, 25 Jan 2015 16:23:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Syriza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/syriza/ 32 32 Alexis il greco. Intervista a Tsipras mentre la Grecia sceglie il suo futuro https://minimaetmoralia.it/interviste/alexis-il-greco-intervista-a-tsipras/ https://minimaetmoralia.it/interviste/alexis-il-greco-intervista-a-tsipras/#comments Sun, 25 Jan 2015 06:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25140 Pubblichiamo l'intervista di Matteo Nucci  ad Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. L'intervista - l'unica concessa a un giornalista italiano alla vigilia delle elezioni politiche che si tengono in Grecia oggi, 25 gennaio - è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

 

ATENE. Dietro alla scrivania dove Alexis Tsipras lavora, all’ultimo piano di un palazzo immerso nel centro più multiculturale di Atene, campeggia una grande tela. Su uno sfondo a tinte rosso fuoco, due tori selvaggi si osservano pronti alla carica. “Sono i negoziati fra noi e la Troika” dice lui e scoppia a ridere. “Scherzo, davvero scherzo” scuote la testa “Scherzo perché l’artista lì ha richiamato altre storie, fra cui quella di Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma soprattutto, vede, se noi vinceremo le elezioni e riceveremo un mandato di governo chiaro, non ci sarà nessun negoziato con la Troika. Perché dovrei sedermi a un tavolo con questi funzionari a discutere del nostro futuro? Non si tratta di un’istituzione europea, che io sappia. Non ha ricevuto nessuna legittimazione dall’Europa. Io chiederò di incontrare i partner degli altri ventisette paesi dell’Unione, discuterò nelle sedi appropriate, presenterò il mio progetto e ascolterò quello che ciascuno ha da dire. Ma con la Troika no”.

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0301_alexis-tsipras_1260Pubblichiamo l’intervista di Matteo Nucci  ad Alexis Tsipras, leader della sinistra greca. L’intervista – l’unica concessa a un giornalista italiano alla vigilia delle elezioni politiche che si tengono in Grecia oggi, 25 gennaio – è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

 

ATENE. Dietro alla scrivania dove Alexis Tsipras lavora, all’ultimo piano di un palazzo immerso nel centro più multiculturale di Atene, campeggia una grande tela. Su uno sfondo a tinte rosso fuoco, due tori selvaggi si osservano pronti alla carica. “Sono i negoziati fra noi e la Troika” dice lui e scoppia a ridere. “Scherzo, davvero scherzo” scuote la testa “Scherzo perché l’artista lì ha richiamato altre storie, fra cui quella di Europa rapita da Zeus nelle sembianze di un toro. Ma soprattutto, vede, se noi vinceremo le elezioni e riceveremo un mandato di governo chiaro, non ci sarà nessun negoziato con la Troika. Perché dovrei sedermi a un tavolo con questi funzionari a discutere del nostro futuro? Non si tratta di un’istituzione europea, che io sappia. Non ha ricevuto nessuna legittimazione dall’Europa. Io chiederò di incontrare i partner degli altri ventisette paesi dell’Unione, discuterò nelle sedi appropriate, presenterò il mio progetto e ascolterò quello che ciascuno ha da dire. Ma con la Troika no”.

È probabile che, se quel giorno verrà, come tutti i sondaggi sembrano anticipare, gli altri ventisette leader (fra cui una sola unità – Tsipras lo ha sempre ripetuto – una sola su ventotto è rappresentata da Frau Merkel) non saranno impreparati. Quel che Syriza – il partito della sinistra radicale di cui Tsipras è presidente – chiede, del resto, è noto da tempo e gira principalmente attorno a due mosse: la cancellazione della maggior parte del debito greco, esattamente come si fece per la Germania prostrata dalla guerra con la Conferenza di Londra del 1953, e una “clausola di sviluppo” per pagare la restante parte non indebitandosi ulteriormente ma in relazione alle entrate prodotte dalla crescita economica del Paese. È difficile immaginare oggi come potrebbero andare quei negoziati. Una cosa è certa: Alexis Tsipras non ha limitato la portata delle sue richieste a quella che potrebbe sembrare la mossa più semplice e vantaggiosa per il proprio Paese che, sessant’anni dopo la Germania, è a sua volta prostrato da cinque anni di austerità che assomigliano a una guerra. La sua idea si inscrive in un progetto ben più ampio, in cui – ne è sicuro – rientra il destino dell’Europa tutta, della sua autonomia, della sua esistenza come idea fin dalle origini. Perché sarà in quel momento, in quegli incontri da cui i funzionari della Troika saranno tenuti lontani, che sarà possibile capire se l’Europa ha un futuro, se si vuole continuare con “l’estremismo dell’austerità” o si vuole costruire un’unione fondata sulla solidarietà, la democrazia, la coesione sociale. Tsipras sembra avere pochi dubbi. Come chi sente di avere in mano il suo stesso destino.

“La parola “crisi” in cinese ha due facce” dice e forse è fiero di non ricorrere all’etimologia greca antica del termine “Da una parte c’è il pericolo, dall’altra la possibilità, la speranza. Finora abbiamo vissuto la crisi come un pericolo. Direi che è arrivato, per tutti, il momento della speranza. Dico per tutti e intendo per tutti in Europa. Perché è chiaro che fino al 2012 si è guardato alla crisi come un fenomeno soprattutto greco, ma poi è diventato evidente che la questione riguardava l’Europa in generale. Ora, la teoria economica prevede tre modi per affrontare la crisi del debito pubblico. Il primo è l’austerità e dopo quattro anni possiamo constatare che la medicina ha peggiorato la malattia del paziente: avevamo un debito del 120 per cento sul PIL e oggi è cresciuto fino a sfiorare il 180 per cento. Sarebbe grottesco continuare su questa strada. Il secondo è il contrario del primo e prevede una politica di espansione, di aumento della spesa pubblica. Il terzo è il taglio del debito. Ossia quel che proponiamo noi, ma attenzione: i risultati non li vedrà solo la Grecia o solo l’Italia che ha un debito del 132 per cento del PIL ma di gran lunga maggiore quantitativamente rispetto al nostro. Dei risultati godrà tutta l’Europa. Da qui infatti partirà finalmente l’effetto contagio che si è sempre temuto, ma il contagio stavolta andrà inteso in termini positivi, il famoso effetto domino, certo, ma che non porta caduta, al contrario. Quello di cui c’è bisogno infatti è fiducia, sviluppo, un nuovo clima anche sui mercati”. Gli avversari politici di Tsipras liquidano le sue parole come ingenuità, illusioni, vaneggiamenti che porteranno soltanto disastro. Lui non si lascia scalfire dalle accuse e le giudica alla stregua di reazioni disordinate e quasi disperate. Da una parte perché percepisce la fiducia che si è creata attorno a lui anche da parte di un elettorato che tradizionalmente gli era avverso e che – dice – “ha provato sulla sua pelle le menzogne di chi li ha governati in questi anni”. Dall’altra perché sta ricevendo dall’estero un sostegno più ampio di quanto si prevedesse. Giornali per natura lontani come il Financial Times non sembrano avere nessuna paura di un suo prossimo governo. Economisti più tradizionalmente vicini, come Thomas Piketty, autore del bestseller Il capitale nel XXI secolo, approvano, chiedendosi dove sarebbe andata a finire la Germania se invece di vedere il suo debito tagliato dal 200 al 30 per cento del PIL nel 1953 fosse stata costretta alle politiche di austerità che pretende di imporre ora.

“La paura” ripete oggi Alexis Tsipras “non è più dalla nostra parte. Nel 2012, una campagna selvaggia di ricatto aveva spinto la maggioranza dei Greci a credere al fantasma del cosiddetto Grexit, l’uscita della Grecia dall’euro. Merkel e gli altri leader che intervennero pesantemente nella nostra campagna elettorale volevano che diventasse premier Samaras, uno su cui potevano contare perché erano certi che non avrebbe ostacolato le loro politiche. La paura sparsa a arte fu un’arma letale. Oggi questa paura ha cambiato fronte: è passata dalla loro parte. Perché sanno che noi non ne abbiamo più. E sanno che il giorno dopo le elezioni, quando sarà evidente che la nostra vittoria non porta terremoti né scenari apocalittici, un’onda positiva si libererà sui mercati e il cambiamento avrà inizio. Di quel cambiamento hanno paura. Perché, come ho già detto, le cose sono destinate a trasformarsi in tutta Europa”.

In Grecia, se Tsipras riuscisse a vincere e a conquistare una maggioranza salda (l’ipotesi più difficile da prevedere perché la legge elettorale qui è un complicato gioco di numeri), i primi passi del suo governo sono stabiliti da un programma presentato a Salonicco ben prima che l’ipotesi di andare al voto diventasse concreta. È un programma d’impatto, teso innanzitutto a cercare di porre rimedio al dramma umanitario che la Grecia sta vivendo. Di questi giorni è la notizia che tre famiglie su dieci vivono sotto la soglia di povertà, dove si intendono famiglie da due a quattro membri con meno di diecimila euro all’anno (gli altri dati che certificano il dramma greco a fine pagina). Elettricità, casa, buoni pasto, assistenza medica, trasporto pubblico, riscaldamento per i più colpiti dalle misure di austerità sono fra i primi punti del programma (dettagliatamente riportato nei libri di Synghellakis e Deliolanes in uscita in questi giorni), un programma che si estende poi ai primi investimenti per il rilancio dell’economia e dell’occupazione e si chiude sulla riforma della politica.

“Quello di cui abbiamo bisogno è una vera e propria rinascita” spiega Tsipras “E soprattutto la ricostruzione di un ponte ormai in macerie che unisca i cittadini e il sistema politico. Perché, vede, la Troika ha imposto tante riforme ma nessuna ha cercato di colpire, per esempio, i grandi evasori fiscali o chi porta i soldi in Svizzera. La Troika non ha mai cercato di spezzare quello che io chiamo “il triangolo del peccato”, ossia quel circolo vizioso che in Grecia ha portato rovina: il potere politico (lo stesso da quarant’anni, i due partiti che si sono alternati al governo: i socialisti del Pasok e i conservatori di Nea Demokratia), i banchieri (sempre gli stessi anche dopo la bancarotta), i massmedia. Con i politici che davano soldi ai banchieri e i banchieri che li davano ai media i quali a loro volta offrivano supporto a politici e bancarottieri. Questo triangolo la Troika non ha mai voluto spezzarlo. Ma ci penseremo noi. Per avere meritocrazia, giustizia, diritti democratici per tutti. È evidente che questo non ci distinguerà in nessun modo da Paesi in cui prevalgono politiche liberiste. Ma è necessario che le condizioni del nostro Paese tornino in uno stato di normalità per avviare la ricostruzione dei diritti del lavoratore, calpestati in questi ultimi anni, una ricostruzione che porteremo avanti all’interno delle organizzazioni europee per i diritti del lavoro. La Grecia non diventerà un soviet, insomma”.

Di strada ne ha fatta, Alexis Tsipras, quarantenne ateniese, ingegnere, da quando sei anni fa divenne Presidente di quella che era nata come l’alleanza di molte sigle della sinistra radicale e che faticava a superare la soglia di sbarramento fissata dalla legge elettorale al tre per cento. Le stanze dove nel 2009 lo incontrai per il Venerdì erano disseminate di scatoloni zeppi di volantini. Giovani si aggiravano frenetici interrompendolo in ogni momento e lui con pazienza già mi spiegava come le socialdemocrazie europee si stessero dissolvendo nel liberismo, mentre le élites politiche avevano perso il polso della realtà, rinchiudendosi in una vita asettica lontana dalla strada. Nessuno però dentro Syriza avrebbe mai pensato che il governo potesse diventare una prospettiva realistica in così pochi anni. Certi di un eterno lavoro di opposizione, si divertivano a leggere sondaggi che assegnavano al loro giovanissimo leader un consenso già allora strabiliante. Poi venne la crisi e con essa le politiche di austerità, la troika, un “protettorato che non siamo in nessun modo disposti a sopportare”. Oggi quelle stanze sono cambiate, ma il partito è sempre immerso nel turbinio di migranti che popolano piazza Koumoundourou, anche detta Piazza Eleftherias, ossia della Libertà.

Di nazionalizzazioni non si parla più, qui, ma quello su cui Tsipras è irremovibile è che le privatizzazioni devono finire: “Certi beni, come l’acqua e l’energia devono restare nelle mani dello Stato, senonaltro per garantire la sicurezza e la difesa dei cittadini. Dell’Ente voluto dalla Troika per vendere beni statali invece posso dire soltanto che è servito a un esperimento neoliberale estremo ma che faremo fallire: privare completamente un Paese delle sue proprietà pubbliche”. La vendita di isole, spiagge, litorali incontaminati che ha sconvolto l’opinione pubblica, sarà interrotta. “Anche perché finora non ha portato soldi ma solo svendite, semplici cambi dei titoli delle proprietà: da pubbliche a private. Come per l’immensa area di Ellinikò (il vecchio aeroporto cittadino dismesso) la cui vendita è stata trattata per quattro volte meno del prezzo di mercato”.

Quanto a mantenersi in contatto con la società civile, Syriza non può cambiare. Non ci si può rinchiudere nelle stanze di partito. C’è una dimensione personale e spirituale che non si deve mai abbandonare. Tsipras è reticente a parlarne. Le polemiche della campagna elettorale greca hanno puntato spesso il dito sul suo ateismo, lui che non è sposato e ha due figli non battezzati di cui uno di secondo nome fa addirittura Ernesto… Ma non c’è molto da rispondere a polemiche del genere, secondo lui. I fatti parlano da sé. E i fatti raccontano che in questi giorni in giro per la Grecia, Tispras ogni sera torna nel suo semplice appartamento del quartiere popolare di Kypseli, dalla sua famiglia. Su religione e spiritualità non si specula. “Innanzitutto perché in questi tempi in cui assistiamo a un’escalation di volenza del fondamentalismo è necessario un sereno confronto fra forze politiche e esponenti religiosi. Eppoi perché io ho i miei principi e il mio modo di vivere la spiritualità ma non lo metto sul tavolo della propaganda politica”. Gli sarebbe facile. È stato uno dei primi politici a incontrare il Papa, ha visitato il Monte Athos dove per tre giorni si è adeguato alla vita monastica e conosce molto bene l’attivismo della Chiesa che in Grecia, in questi anni, ha contribuito in maniera speciale a erigere un argine contro il dramma umanitario. “In periodi di crisi così acuta, la sinistra e la Chiesa inevitabilmente si incontrano e cooperano per essere vicini a chi soffre e per strutturare la solidarietà. Con Papa Francesco abbiamo parlato proprio di questo”. Di più, Tsipras non vuole dire. Insisto: “Ho letto che dopo il vostro incontro il Papa ha commentato: “le sue parole sono una melodia di speranza”. Tsipras apre le mani e solleva le sopracciglia in un gesto tipicamente greco, poi ripete: “Prevaleva la paura nel 2012. Adesso c’è solo la speranza. La speranza vincerà la paura. I problemi saranno enormi e difficili da affrontare, inutile negarlo, i numeri lo dicono chiaramente. Ma cambierà l’atteggiamento psicologico in Grecia eppoi cambierà anche in Europa. E quello che pochi vogliono ricordarsi è che l’economia per metà è psicologia. Dunque anche l’economia riceverà i frutti salutari di questo straordinario cambio di atteggiamento”.

NOTA:

2010-2015: I numeri della Grecia dall’inizio degli “aiuti” della Troika:

-Il debito pubblico è passato dal 124% al 175% del PIL.
-Il PIL è sceso del 20%.
-La disoccupazione è passata dal 15 al 27% (tra i giovani è al 62%).
-240.000 piccole e medie imprese hanno chiuso (erano 745.677).
-I senzatetto di Atene erano circa 3000. Ora sono circa 35000.
-La spesa sanitaria è scesa del 25% (3 milioni – sui quasi 11 milioni di abitanti – sono privi di copertura sanitaria).
-330.000 sono le case senza elettricità.
-150.000 i giovani che hanno lasciato il paese.
-I suicidi sono cresciuti del 43%.

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L’inverno del nostro scontento. Un bicchiere mezzo vuoto. https://minimaetmoralia.it/politica/linverno-del-nostro-scontento-un-bicchiere-mezzo-vuoto/ https://minimaetmoralia.it/politica/linverno-del-nostro-scontento-un-bicchiere-mezzo-vuoto/#comments Tue, 05 Mar 2013 07:20:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13391 Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade di Girolamo De Michele Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i […]

L'articolo L’inverno del nostro scontento. Un bicchiere mezzo vuoto. proviene da Minima et Moralia.

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Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade

di Girolamo De Michele

Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i raggi del sole elettorale, e che siano sprofondate le nubi che incombevano sul nostro capo.

Certo, ad Atene piangono lacrime amare: sconfitta dell’agenda-Monti, seppellimento di quell’eterno Walking Dead che era l’agenda-Berlinguer-D’Alema (in attesa del prossimo sequel), scomparsa di un certo numero di facce che infastidivano la vista e la digestione; sottolineerei anche l’ennesima cantonata presa da Eugenio Scalfari, chissà perché reputato analista politico di valore, che a questo punto potrebbe essere sospettato con qualche legittimità di portare sfiga; e di quello Scalfari in minore che è Flores d’Arcais. Infine, il dissolvimento (verrebbe voglia di dire: lo smacchiamento) del patrimonio di consensi e credibilità accumulato da Vendola in 8 anni di governo della Puglia, e il ridicolo in cui è caduto il pentapartitino affastellatosi attorno ad Antonino Ingroia. Su questi ultimi due eventi possiamo di sicuro rivendicare un ruolo attivo, soprattutto nell’incessante lavoro di controinformazione sulla gestione vendoliana dell’Ilva di Taranto, e sulla presenza di movimenti di lotta che hanno fatto deflagrare le contraddizioni del Governatore rosso amico di padron Riva.

Per il resto, sono più interessato a capire perché anche a Sparta non c’è da ridere. A partire dalla constatazione che i no alle politiche europee, alle agende dettate dalle banche, alla carota dell’austerity dietro la minaccia del bastone ellenico sono espressione di un rifiuto reattivo, non critico, da parte dell’elettorato. E la scelta del mezzo – il successo del M5S – ha tratti di forte inquietudine: non saprei dire se mi inquieta più Grillo, o il consenso che gli deriva da tanti nostri, non solo ex, compagni di strada, ma certo non sorrido. Cerco di comprendere, ma proprio per questo non posso essere estraneo alla tristezza delle passioni che vedo diffondersi sotto forma di indignazione e odio. Detesto ripetermi, ma l’avevo già detto dopo il 15 ottobre 2011: Winter is coming. Perché oltre ad Atene e Sparta, c’è Tebe: e a Tebe c’è la peste.

Dell’ingovernabilità

L’ingovernabilità, dicono molti compagni, è il dato più positivo di queste elezioni. Sarà: curioso che proprio mentre vado a scrivere queste note, giunga notizia che «l’alta finanza promuove il Movimento Cinque Stelle: Jim O’Neil, il ‘guru’ di Goldman Sachs che ha inventato l’acronimo ‘Bric’, dice di trovare “entusiasmante” l’esito elettorale italiano. Il Paese, spiega, ha “bisogno di cambiare qualcosa di importante” e forse il risultato del movimento di Grillo è il “segnale dell’inizio di qualcosa di nuovo”». In attesa dell’endorsment di Tony Soprano, questa dichiarazione è un segnale rilevante – ma facciamo un passo indietro.

Chi dice che “crisi” e “ingovernabilità” siano dei valori in sé? Non certo il pensiero della critica dell’economia politica, che sa riconoscere nella crisi non un evento che accade al capitale, ma la natura strutturale del capitale stesso: il capitale non va in crisi, il capitale – anche e soprattutto quello finanziario, ci diciamo da Crisi dell’economia globale, “il nostro Operai e Stato” disse qualcuno – è crisi. E nella crisi si trova bene, se la crisi non è l’esito di cicli di lotte destrutturanti e disarticolarizzanti: dell’autovalorizzazione di soggettività antagoniste.

Non sarò certo io a negare che le lotte siano assenti: ma proprio per la professione di realismo (di empirismo critico) non riesco a vedere questi tratti presenti nell’attuale ingovernabilità.

Posto che di ingovernabilità si debba parlare. È poi vero che l’ingovernabilità parlamentare sia un cuneo nei processi di governance sovranazionale? Io credo si debba paventare, piuttosto, il rischio che l’attuale stallo parlamentare, che prelude a governi con maggioranze variabili e risicate, sia assai gradito al governo delle banche e della finanza. In prima battuta, non ci sono i numeri e la forza parlamentare (posto che ci sia la volontà politica) per modificare quanto tra Berlusconi e Monti (tagli alla scuola, riforma-Brunetta dell’amministrazione, collegato lavoro di Sacconi, blocco dei contratti pubblici, inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, abrogazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, legge di revisione di spesa). Giusto per dare un’idea di cosa succede, il governo dimissionario in un paio di giorni ha bloccato la progressione stipendiale nel pubblico impiego per un altro anno, e decretato la fine dell’emergenza umanitaria per i profughi del nord-Africa (che hanno ricevuto 500€ e sono stati gettati fuori dagli alloggi, in pieno inverno): un comportamento che non sorprende, e che allude al modo in cui i processi di governance  sono sempre più spesso concretizzati con atti amministrativi con valore di legge, e conseguente svuotamento delle costituzioni formali.

La governance finanziaria, quella che viene evocata come “la minaccia dei mercati” sotto cui cadrebbe l’Italia in caso di elezioni anticipate, non ha alcuna ragione per mancare di continuare ad esercitare non la minaccia, ma i fatti concreti già adesso, proseguendo la linea di appropriazione della ricchezza sociale sotto forma di aumento dei tassi, allargamento dello spread, inflazione reale, ecc., mentre l’effetto performativo dei dati quantitativi sull’economia – taci, lo spread ti ascolta! – si estende alla stessa possibilità di esercitare il diritto di voto, subordinato al consenso dei “mercati”: mentre il ruolo di fatto di “guardiano della Costituzione” (nel senso schmittiano dell’espressione) del presidente della repubblica cresce bypartisan. Insomma, per dirla col tenente Nicholas Holden (Tony Curtis) di Operation Petticoat, nel torbido si pesca meglio, almeno per la finanza mondiale che mal sopporta le stolide strategie di Draghi e Monti, bacchettati sulle dita come alunni poco capaci dal severo maestro O’Neil.

Ovvio (ma non banale) che questo scenario alluda a una strategia di lotte che mettano al centro il lavoro vivo (come ci ricorda Benedetto Vecchi) e la precarizzazione dell’esistente (come sottolineano Morini e Fumagalli) e pongano bilancio e fiscal compact al centro dei propri interessi. Ma questo, al momento, ancora non si dà. Il vecchio muore, ma il nuovo, pour cause, ancora non si vede.

Chi rappresenta chi?

Come dicono nell’intervista al “manifesto” del 1 marzo i Wu Ming (che hanno dato vita sul proprio blog a un imprescindibile dibattito), «i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune». Di conseguenza, il voto a Grillo «personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci».

La crisi della rappresentanza politica si è concretizzata nel voto al M5S, che ha fatto proprio nelle piazze lo slogan dei movimenti “Non ci rappresenta nessuno”. Cosa significa questo slogan urlato davanti a un miliardario guidato dal proprietario milionario di un’agenzia pubblicitaria (anche queste sono soggettività)? Quell’enunciato dei movimenti allude a un’azione costituente che salti la mediazione della rappresentanza; lo stesso enunciato viene ora decontestualizzato, ricontestualizzato e risemioticizzato: “non ci rappresenta nessuno di voi perché adesso ci rappresenta LUI”. E il “lui” in questione enuncia una prassi politica nella quale la dimensione costituente è titillata, solleticata, masturbata, mai concretamente praticata: la democrazia digitale è possibile solo se e quando il Grillo ex machina clicca sull’interruttore o inserisce la password.

In altri termini, la crisi della rappresentanza ha luogo all’interno delle forme stesse della rappresentanza, e ne assume le aberrazioni peggiori, ancorché classiche: leaderismo, delega, prevalenza dell’individuo sui contenuti. Grillo porta al massimo grado di efficienza e performatività questi aspetti, ma non è certo il primo, né l’unico, a cercare di giovarsene. Qui non mi interessa ritornare sulle peculiarità di questa crisi nelle forme peculiari del campo della destra: mi interessa interrogarmi sul perché i movimenti abbiano la tendenza a farsi invischiare in questi terreni.

Se facciamo mente locale al clima che si respirava all’inizio dell’estate 2011 – referendum su nucleare e beni comuni, piazze tematiche, rivoluzioni arancioni in diversi grandi comuni – possiamo accorgerci di quante occasioni siano state sprecate. Uno dopo l’altro, dall’ipotesi di una Syriza dall’alto scaturita da accordi di vertice tra un piatto di strascinate con le cime di rape,  un’amatriciana e una sarda in saor; ai movimenti arancioni; alla parabola di ALBA fino al décalage di “cambiare si può”; per finire nella farsa di Rivoluzione Civile: non c’è apparato di cattura dei movimenti che non abbia palesato, nella breve durata consentita a queste operazioni di politica politicante, la momentanea capacità di arrestare il movimento e fermare l’azione costituente riportandola sul terreno della rappresentanza.

Guardiamo quella che poteva essere una campagna elettorale messa fuori quadra dal proseguire delle lotte: imbavagliati, in stand by o in attesa di vedere quel che succede, o mobilitati nelle piazze dello Tsunami Tour, nessuno dei movimenti (scuola, precari della logistica, Ilva, beni comuni) ha rotto la tregua elettorale – salvo, come sempre, i mai troppo lodati valsusini, che hanno con esemplare correttezza politica deciso di far sentire la propria voce a prescindere dal riorientamento tattico del proprio voto, imponendo la propria il/legalità su quella delle truppe d’occupazione: dimostrando di aver assimilato nel proprio bios cos’è la “società dei governati”.

E allora diventa lecita la domanda: perché i movimenti, salvo rare eccezioni, hanno questa dannata predisposizione a farsi captare? La risposta non ce l’ho: ma la domanda l’ho ben chiara. Perché fino a quando non si rompe nella prassi il circolo della rappresentanza, ogni rottura al suo interno equivarrà a un nuovo soggetto decisore, in nome di una politica improntata sulla diade amico/nemico piuttosto che sulla potenza costituente del comune.

The Grasshopper Lies Heavy

Com’è noto ai cultori di Dick, The Grasshopper Lies Heavy è il titolo del libro misterioso al centro del capolavoro dell’utopia negativa del grande Philiph K. La svastica sul sole, o L’uomo nell’alto castello. La traduzione italiana (La cavalletta attacca) non è fedele, e non consente di cogliere quello che oggi si palesa a noi come un inquietante gioco di parole (colto dal blogger Franco Senia). La sua traduzione più corretta potrebbe essere Il grillo si trascina pesantemente: si tratta di un passo del Qohelet, XII, 5 («Also from the high places they will fear, and terrors on the road, and the almond tree will blossom, and the grasshopper will drag itself along», recita una traduzione inglese). Ma quell’insetto che si trascina con pesantezza, alludendo all’età senile, può anche avere un diverso significato, se si considera la polisemia del verbo to lie: il Grillo mente pesantemente.

In che senso questo Grillo mente?

Un primo esempio lo abbiamo già visto: l’appropriazione della parola d’ordine “non ci rappresenta nessuno”.

Un secondo esempio è l’appropriazione di un’altra parola d’ordine: quella del “reddito di cittadinanza”. Quale che sia la prospettiva (in una chiave diversa dalla nostra, ma con la quale si può interloquire, penso a quella giuridica di Rodotà) , il reddito minimo di cittadinanza è sempre stato pensato all’interno di un cambiamento strutturale e radicale dell’esistente, non di una riforma dello Stato sociale: non è mai pensabile come un sussidio, men che meno legato alla dimensione dello scambio tra lavoro e salario (questo ci ricordano i compagni di San Precario).
Qui interviene Grillo, in tre step: dapprima propone un Sussidio di disoccupazione garantito (programma M5S, pag. 1); in un secondo momento, verificato il consenso che ha conquistato nel campo della sinistra, si appropria di una dell’enunciazione “reddito di esistenza” sganciandola dal suo riferimento materiale e risemiotizzandola, con un effetto retorico attestato da quanti oggi dicono: “ma è quello che chiedevamo noi!”; infine, aggancia questa enunciazione a un nuovo riferimento materiale: abolizione degli stipendi dei pubblici dipendenti. Il che significa taglio degli stipendi pubblici del 30-60% (con buona pace di chi impreca al paragone Mussolini-Grillo, è quello che fece Mussolini: taglio del 22% dei salari per conseguire la “quota 90″, e ulteriore taglio del 20% con la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore):

«Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch’essi dalle tasse. È una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza» (Gli italiani non votano mai a caso, “Il blog di Beppe grillo”, 26 febbraio).

Qui non contano i dati sparati a casaccio (gli stipendi pubblici sono circa 14 miliardi al mese): conta l’effetto performativo, che mira a riprendere il frame delle due società (hai!, professor Asor Rosa: giungeremo mai al fondo dei danni provocati da quelle tue poche pagine del ’77?): garantiti contro non garantiti, vecchi contro giovani, conservatori dello status quo contro costruttori di una nuova Italia sulle macerie.

E rieccole, le macerie: metafora preferita dai leghisti nei primi anni Novanta, sono l’incarnazione stessa della decontestualizzazione e risemiotizzazione come metodo. Anche quando le cita un miliardario che ha fretta di rimuoverle per ricostruire, perché ha bisogno di un parcheggio per il Suv o di un molo per lo yatch. Possiamo dire che questa dinamica sia la natura stessa del M5S; lo sottolinea bene il nostro attuale editoriale:

«Una parte qualitativamente consistente è formata da giovani ma non giovanissimi, tra i 25 e i 40 anni, perlopiù rappresentativi di un ceto medio ormai declassato o in via di impoverimento, che non trovano una corrispondenza tra titolo di studio e posizione occupata dentro il mercato del lavoro. Sono i precari di prima generazione, di cui esprimono alcune delle caratteristiche principali (dal rifiuto delle forme di rappresentanza tradizionali all’utilizzo innovativo della comunicazione). […] Il dato politico è che si tratta in buona misura della composizione che nella vicina Spagna ha fatto le acampadas. […] Però nel ciclo dei movimenti “occupy” vi è una corretta individuazione del carattere strutturale della corruzione, in quanto consustanziale al capitalismo finanziario e al divenire rendita del profitto. […] Dentro il M5S e più complessivamente nelle tendenze giustizialiste la corruzione viene invece ridotta alla moralità dei comportamenti individuali: la via d’uscita alla crisi della rappresentanza è identificata nella supposta incorruttibilità di un soggetto astratto, l’opinione pubblica. Al tempo del web 2.0, essa viene a coincidere con un ceto medio divorato dall’angoscia del presente e dall’ansia per il futuro. In assenza di prospettive di ricomposizione, il rancore diventa la sua passione dominante. Il M5S si configura così, tra le altre cose, come una sorta di spazio di espressione di un ceto medio che tenta disperatamente di difendersi dai processi di declassamento e da una proletarizzazione ormai compiuta».

In altri termini, il M5S si appropria delle potenzialità del  precariato cognitivo, e le reindirizza in chiave messianica, o rancorosa e reattiva: vedi l’uso del tema dell’insolvenza declinato in chiave individualistica (rapporto unilaterale Italia-creditori), anti-europea (referendum per l’uscita dall’euro), nostalgica (ritorno alla lira) e vagamente bucolica (decrescita). Ne esalta il potenziale costituente, ma solo per catturarlo e depotenziarlo. Non da oggi, in tutta evidenza: una delle ragioni (una ragione, non la ragione) per cui non c’è in Italia non dico un movimento Occupy, ma neanche una Syriza “dal basso”, è la connessione tra l’incapacità dei movimenti di uscire davvero dal circuito della rappresentazione, e la potenza comunicativa di questo nuovo soggetto politico in grado di catturarne le aspettative e riterritorializzarle su terreni che non fuoriescono dallo stato di cose esistente: in fondo, ciò che Grillo vuole è far funzionare “bene” questo Stato e questo stato di cose, non sovvertirlo.

Lo stesso mito del popolo della rete, costitutivo dell’identità che i grillini si danno, rimanda a quella dimensione dell’anima bella e della differenza pura: «numerosi sono i pericoli di richiamarsi a differenze pure, liberate dall’identico, divenute indipendenti dal negativo. Il pericolo più grande è di cadere nelle rappresentazioni dell’anima bella ove, lungi da lotte sanguinose, non convivono che differenze conciliabili e armonizzabili», scrive Deleuze in apertura di Differenza e ripetizione.

Nondimeno, quella del M5S è una dimensione reattiva, rancorosa, triste: l’indignazione, e talvolta l’odio, che sobilla, private dalla dimensione costituente e riterritorializzate sul terreno del grande Altro (o forse del Modello dell’Io) che, nascosto dietro lo schermo opaco, illumina questo o quel piccolo oggetto designandoli come degni di essere liberamente e autonomamente odiati o desiderati da parte di soggettività, sono passioni passive, che esprimono non la libertà, e nemmeno un processo di liberazione, ma uno stato di servitù della mente. Quella servitù inconsapevole, molto vicina al microfascismo di cui parlava Foucault, che alberga in chi crede che fare politica e rimboccarsi le maniche significhi aprire una pagina facebook, o scaricarsi sull’i-phone gli skeetch di Crozza: esisteva prima di Grillo, e rimarrà dopo. Ma il grillismo la rilancia e la potenzia.

Stupisce (o forse no) che taluni poco fini analisti politici (absit invidia verbo) dicano oggi che «Grillo è riuscito a fare quello che non siamo riusciti a fare noi»: quello che Grillo ha fatto noi non siamo riusciti a farlo perché quello che volevamo, e non siamo riusciti a fare finora, era cosa ben diversa da quella che Grillo ha fatto e fa. Realizzare nel concreto delle lotte, sul terreno del lavoro vivo, della precarizzazione, dell’ambiente e del diritto alla vita e alla salute, su quello dei commons e del comune significa – non può significare altro che – confliggere non solo, ma anche con i disegni di Grillo, creando nel concreto le condizioni perché le contraddizioni, i non detti, le ambiguità e le esplicite inclinazioni reazionarie esplodano. Impedire la saldatura della imprenditorialità ex-leghista, del ceto medio in cerca di ricollocazione politica, con il precariato, cognitivo e non, che costituisce il corpo di questo movimento, di dimensioni spropositatamente ridotte rispetto al suo elettorato – dunque desideroso di nuove inclusioni e ibridazioni.

E che il pope Gapon, una volta di più, s’impicchi!

L'articolo L’inverno del nostro scontento. Un bicchiere mezzo vuoto. proviene da Minima et Moralia.

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