T.S. Eliot Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/t-s-eliot/ un blog di approfondimento culturale Thu, 18 Apr 2019 07:51:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg T.S. Eliot Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/t-s-eliot/ 32 32 Sull’editoria di poesia contemporanea – #5: Guido Mazzoni https://minimaetmoralia.it/poesia-italiana/sulleditoria-poesia-contemporanea-5-guido-mazzoni/ https://minimaetmoralia.it/poesia-italiana/sulleditoria-poesia-contemporanea-5-guido-mazzoni/#comments Thu, 18 Apr 2019 05:30:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40077 Quinta puntata dell'inchiesta a cura di Francesca Sante sulla poesia contemporanea in Italia. Qui le puntate precedenti: Benway Edizioni, Alessandro Burbank, Franco Arminio, Franco Buffoni. (fonte immagine)

In Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna (1977), Armando Petruccis crive a proposito di Gabriele Giolito, editore del Cinquecento, all’interno dei cui cataloghi troviamo molti successi editoriali del tempo: “Giolito comprese il processo di ampliamento del campo sociale della scrittura, e in particolare comprese che tra pubblico della poesia e poeti non c’è più la separazione profonda di una volta, ma che i due campi finivano sempre più per sovrapporsi: la folla crescente (e che chiedeva spazio tipografico per realizzarsi) dei petrarchisti tendeva ad assumere il volto e le proporzioni della folla degli alfabeti”.

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Quinta puntata dell’inchiesta a cura di Francesca Sante sulla poesia contemporanea in Italia. Qui le puntate precedenti: Benway Edizioni, Alessandro Burbank, Franco Arminio, Franco Buffoni. (fonte immagine)

In Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna (1977), Armando Petruccis crive a proposito di Gabriele Giolito, editore del Cinquecento, all’interno dei cui cataloghi troviamo molti successi editoriali del tempo: “Giolito comprese il processo di ampliamento del campo sociale della scrittura, e in particolare comprese che tra pubblico della poesia e poeti non c’è più la separazione profonda di una volta, ma che i due campi finivano sempre più per sovrapporsi: la folla crescente (e che chiedeva spazio tipografico per realizzarsi) dei petrarchisti tendeva ad assumere il volto e le proporzioni della folla degli alfabeti”.

Il pezzo conferma, con sorprendente attualità, come il mercato editoriale si organizzi su un orizzonte politico-antropologico che ne determina strutture ed esiti.In generale, la produzione artistica non è altro che le possibilità aperte dalle mutazioni sociali che interessano la produzione artistica. Di ragioni ed esiti di tale mutazione nella poesia moderna, si è occupato Guido Mazzoni – poeta (I mondi, La pura superficie) e saggista (Sulla poesia moderna, Teoria del romanzo, I destini generali).

Quali sono le caratteristiche sociali della poesia moderna? Si possono individuare delle differenze tra produzione nell’arte contemporanea e nella poesia?

Si può parlare del rapporto fra poesia e società partendo da un aneddoto. Per molti anni ho tenuto un corso di base sulla poesia contemporanea per gli studenti del triennio dell’Università di Siena.  Si apriva con una specie di inchiesta. In classe c’erano più o meno ottanta studenti. Chiedevo «quanti di voi conoscono il nome di cinque registi viventi?», e quasi tutti gli studenti alzavano la mano. Poi chiedevo «quanti di voi conoscono il nome di cinque romanzieri viventi?», e anche in questo caso le mani alzate erano molte. Poi chiedevo «quanti di voi conoscono il nome di cinque poeti viventi?», e solo due o tre persone alzavano la mano. A quel punto domandavo «quanti di voi hanno scritto la sceneggiatura di un film o provato a girare un film?» Una, due mani al massimo. «Quanti di voi hanno scritto o provato a scrivere un romanzo?» Più di un terzo degli studenti ci aveva provato, a volte quasi la metà. Infine chiedevo «quanti di voi hanno scritto o provato a scrivere una poesia?» E dopo un momento di smarrimento che veniva vinto quando io per primo alzavo la mano, veniva fuori che la maggioranza schiacciante degli studenti aveva provato a scrivere una poesia una volta nella vita.

Insomma: la poesia è l’arte più praticata e la meno conosciuta. È la forma più pura di dilettantismo estetico. La situazione descritta da Petrucci ha una lunga durata, ma ciò che succede in epoca moderna è peculiare, sia perché il prestigio della poesia come genere letterario è molto diminuito, sia perché è saltata ogni barriera tecnica. Lo si può dire con una metafora tratta dai giochi di carte: oggi la posta di ingresso, la posta che bisogna mettere nel piatto per praticare il gioco della poesia, è molto bassa: non occorre possedere degli strumenti metrici, un lessico specifico o una retorica. Basta aprire un file e tutto può andar bene, almeno in teoria. Non solo. La poesia è il genere della soggettività: ogni espressione di sé può finirvi dentro, o sotto forma di sentimenti (qualunque cosa la parola ‘sentimenti’ voglia dire) o di idiosincrasia psicolinguistica.

La poesia è anche il genere che ha rotto la catena sociale, quella che lega la singolarità scrivente agli altri, e la catena cronologica, perché, a differenza della narrativa, tende a risolversi in tempi brevi o brevissimi, a non avere una trama. Il tempo della poesia può essere corto o infinitesimo; con un verso, cinque versi, un frammento, si può avere un testo. Allo stesso tempo la poesia è anche la forma letteraria meno prestigiosa, quella che ha meno aura; o meglio, che ha un’aura di lunga durata – canonizzata, monumentale, quasi sempre post mortem. Nelle arti dotate di prestigio la distanza fra creatore e pubblico è massima, in poesia è minima. I ruoli di poeta e di lettore sembrano intercambiabili. Anche quando sono al cospetto di un poeta riconosciuto nel circuito della poesia, spesso i lettori si comportano come se avessero davanti qualcuno che non ha tutti i titoli per stare dove sta.

Questa è un’impressione che si ha anche nell’arte contemporanea più recente.

Da un punto di vista estetico sì, da un punto di vista sociologico no. L’arte, da Duchamp in poi, canonizza l’idiosincrasia, l’oggetto qualsiasi, il gesto qualsiasi, ma nella prassi sociale le cose non stanno così. Posso in qualunque momento dire che questo pezzo di carta è un’opera d’arte, posso entrare in un museo e trovare delle opere che sono più o meno uguali; però la distanza sociale oggettiva che separa il mio ipotetico pezzo di carta dal pezzo di carta esibito al MoMA è enorme. Il mondo dell’arte contemporanea ha istituzioni relativamente chiuse e segue logiche burocratiche o mercantili precise: entrarci è molto complicato. Invece l’ingresso nella sfera pubblica della poesia, soprattutto nell’epoca di internet, è semplice e avviene dal basso. Alcuni poeti della mia generazione che hanno credibilità e reputazione pubblicano o hanno pubblicato per case editrici piccole o per case editrici che non vanno in libreria, per dire.

Come si è arrivati a questa situazione? 

A partire dagli anni Sessanta, la poesia contemporanea vive una storia parallela a quella di un’arte nata e cresciuta nel contesto di una cultura alternativa a quella umanistica ufficiale – cioè alla cultura pop. L’arte pop che svolge la funzione della poesia è la canzone. Se confrontiamo la condizione sociale del poeta con la condizione sociale del cantante, ci rendiamo conto di una differenza palpabile: nel campo della poesia il ruolo del poeta e il ruolo del lettore sono spesso interscambiabili (il pubblico della poesia è fatto in gran parte di poeti o di aspiranti poeti); nel campo della canzone la distanza è netta.

Nella storia della poesia italiana c’è un evento fondatore e allegorico – il festival di Castelporziano. Nell’estate del 1979 il Comune di Roma organizza una lettura di poesia sulla spiaggia di Castelporziano, vicino ad Ostia. Gli organizzatori montano un palco, si aspettano poche centinaia di spettatori, e invece la spiaggia si riempie: alla fine ci sono migliaia di persone; nessuno le ha calcolate, ma erano tante. Si diffonde anche la voce che ci sarebbero stati poeti beat americani (gli iniziatori della pratica contemporanea del reading), e soprattutto si diffonde la voce che ci sarebbe stata Patti Smith in veste di poetessa.

Patti Smith non c’è, e la parte di pubblico che è venuta per lei si arrabbia. Ad un certo momento, dopo il terzo o il quarto poeta italiano, il pubblico comincia a contestare, rumoreggiare e chiedere la parola. Sale sul palco una ragazza adolescente che parla con un pesante accento campano. È vestita in t-shirt e costume da bagno, prende il microfono e dice, con un linguaggio per metà dialettale e per metà gergo dei freak degli anni Settanta: «anch’io voglio esprimermi, anch’io ho le mie cose da dire, chi siete voi per parlare». Gli organizzatori cercano di strapparle il microfono. All’inizio la prendono in giro, le dicono: «dài, ora basta, è finito il tuo momento», ma il pubblico si schiera con lei e col suo diritto di parlare. A un certo punto, rivolgendosi agli organizzatori, la ragazza dice: «perché mi umiliate così? Anch’io ho le mie vibrazioni, anch’io tengo le mie vibrazioni da esprimere. Non c’è un giudice supremo».

Da quel momento, per due giorni il festival di Castelporziano è anarchia. Anarchia e negoziato. Il pubblico reclama la parola, si alzano persone che vogliono leggere poesia, gli organizzatori contrattano una scaletta nuova, fino a quando, il terzo giorno, salgono sul palco i poeti americani, le stelle riconosciute, e placano la folla.

Castelporziano è un’allegoria. Se noi pensiamo alle rockstar e al loro circuito sociale, vediamo che la distanza col pubblico è massima. “Mai dai tempi dei faraoni le masse hanno decretato un tale culto a una singola persona come la cultura pop moderna fa nei confronti delle rockstar” (Houellebecq, Le particelle elementari). Nella poesia contemporanea succede il contrario.

Lei è sostenitore di una posizione per la quale la canzone ha sostituito l’autorità e il prestigio sociale della poesia per quello che riguarda le necessità di espressione emotiva della soggettività individuale e di gruppo. Dall’altra parte c’è il fenomeno dei nuovi poeti di Instagram (ma non solo), che sembrano ricostruire un’aura e un culto di sé che può essere paragonabile a quello delle rockstar, creando a volte delle vere e proprie comunità. Parlo di Francesco Sole, Gio Evan, Rupi Kaur, ma non solo. Ci sono, poi, i campioni dell’editoria tradizionalmente intesa: Franco Arminio, Chandra Livia Candiani, Mariangela Gualtieri.

Fino a dieci anni fa queste figure non esistevano, o esistevano in misura molto ridotta. Sono in gran parte un prodotto della rete e dei social network. La sociologia delle arti distingue tre livelli di diffusione sociale dell’arte – la nicchia elitaria, il midcult e il masscult. Nella musica rock ci sono quelli che fanno i concerti nei locali off, quelli che fanno i concerti nei palasport e quelli che fanno i concerti negli stadi. Nel romanzo ci sono i romanzieri di ricerca, i romanzieri midcult e gli autori dei bestseller da milioni di copie. Nella poesia il livello principale era la nicchia. Esisteva anche, ed esiste, un midcult. Basta entrare in una libreria Feltrinelli e guardare lo scaffale della poesia per vederlo: Neruda, Gibran, Hikmet, Merini, Szymborska sono il midcult della poesia. Non esisteva invece il masscult.

O meglio, la poesia arrivava alle masse in un’altra forma, cioè attraverso i testi delle canzoni. I testi delle canzoni erano (sono) il masscult della poesia. Quando Bob Dylan è stato premiato col Nobel per la letteratura, di lui si è detto, “i suoi testi sono una nuova forma di poesia”; la stessa cosa si dice e si legge di De André, per dire, o di Guccini. La differenza è che la canzone ha, o può avere, il riscatto e il sovrasenso della musica, il suo elemento dionisiaco. Apre un piano di percezione di sé e della realtà che le parole non aprono, perché ha a che fare col profondo, col corpo, col ritmo, con la ricorrenza, con l’estroflessione. Se noi pensiamo al testo delle canzoni che ci piacciono e lo isoliamo dalla musica, vediamo che quasi mai il testo si regge da solo. O meglio: vediamo che, se si ha una cultura poetica, è facile che ci suoni banale. Negli ultimi anni la rete sembra aver creato un masscult poetico senza la musica, ma è presto per dirlo.

Si tratta comunque di forme di ibridazione della poesia con altri generi dell’arte: musica, arte visiva, fotografia che accompagna il testo. Quindi è la fruizione scritta dei testi che è sempre stata, per caratteristiche intrinseche al genere, un fenomeno adatto alla fruizione di nicchia. Cioè, il pubblico ristretto della poesia è un problema della scrittura e della lettura della scrittura in versi, non della poesia tout court.

È uscito da poco un saggio molto interessante da questo punto di vista, La letteratura circostante di Gianluigi Simonetti. Il libro parla proprio di quello che lei ha appena detto: ormai la letteratura è percepita come qualcosa che, da sola, non ce la fa più. Subisce l’influenza (e la concorrenza) di forme di comunicazione più popolari: l’immagine, la musica. E non sempre è un bene. A volte è solo una scorciatoia, un modo per non attraversare la tradizione, per sbarazzarsi dall’unica cosa che, secondo T.S. Eliot, permette di scrivere poesie dopo i venticinque anni – il senso del passato, il senso della posizione che quanto si scrive occupa nella storia delle forme, magari anche solo per negarla, ma consapevolmente.

A questo punto penso che la sua risposta alla domanda: è vero il cliché per il quale la poesia viene letta solo da addetti ai lavori, tranne pochi casi particolari, sia sì.

La domanda interessante è un’altra: perché la poesia, prima dei social network e dell’instapoetry, non aveva un pubblico ampio? Io credo che la risposta sia la seguente: perché la poesia moderna è il genere della soggettività, quello in cui il testo porta con sé contenuti personali (esperienze, passioni, pensieri, epifanie) scritte in uno stile personale, cioè distante dal grado zero della comunicazione ordinaria. La poesia moderna è considerata difficile o oscura proprio perché il tasso di allontanamento dal grado zero è più alto che nel romanzo.

Ora: quando la soggettività prolifera, il terreno di intesa diminuisce. Entrare nella soggettività altrui è faticoso. In questo la poesia è davvero un laboratorio straordinario, perché anticipa di decenni ciò che vediamo accadere nei social network. Nei social network riconosciamo il diritto all’idiosincrasia a qualcuno (i pochi influencer) ma la soggettività di tutti gli altri ci stanca, la seguiamo distrattamente. La poesia fa lo stesso effetto. Ci vuole molta concentrazione, tensione, apertura all’altro per entrare in un mondo egoriferito. La soggettività, peraltro, non significa individualità irrelata: la soggettività della poesia è quasi sempre di gruppo. Si è soggettivi perché si segue un modo di scrivere che è al tempo stesso stereotipato, gruppuscolare, gergale e lontano dal grado zero della comunicazione ordinaria.

Quindi, a livello estetico, è nella semplificazione della parola, nell’avvicinamento al grado zero del linguaggio, che è possibile ritrovare una dimensione collettiva della poesia. Ciò si riflette anche a livello tematico: è probabile che questi poeti vengano seguiti, preferiti e fatti circolare con maggiore facilità, anche perché offrono delle verità semplici, delle affermazioni certe (basti pensare all’immediatezza che caratterizza i messaggi di questi testi) con una lingua estremamente lineare, comunicativa, all’interno di mezzi che vengono esperiti giornalmente, cioè Facebook e Instagram. Dal lato opposto, per quello che riguarda la canzone d’autore ad esempio, sembra che un testo più complesso possa incrociare un pubblico più ampio, solo se accompagnato da un altro tipo di medium (musica, teatro…). Alla fine, la poesia di per sé sembra stare bene. Ciò che soffre è al limite un certo tipo di libro, a cui va aggiunta però un’altra considerazione, che si può fare sulla collana Bianca di Einaudi, ad esempio, in cui si nota un’apertura negli ultimi anni.

Ha cominciato a pubblicare romanzieri, psicoanalisti, persone che avevano autorità al di fuori della poesia.

Ma questa è una mossa commerciale ben precisa, perché questi autori hanno delle vendite al di là del settore della poesia, e se le trascina.

È così. È interessante riflettere sulla demografia culturale. Nel 1961, cioè cento anni dopo l’unità, il numero di persone che accedeva alla scuola secondaria superiore era il 15% delle donne e il 25% degli uomini. Oggi la percentuale è per entrambi i sessi superiore al 90%. Il numero di libri posseduti è andato aumentando parallelamente. È ancora vero che quasi il 60% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno e così via, tuttavia se non guardiamo ciò che manca ma ciò che è stato fatto, la scolarizzazione di massa ha prodotto un ampliamento nel dominio della cultura. L’ultima tappa del processo è internet, soprattutto l’internet 2.0, i social network, YouTube, lo user generated content. Che cosa succede?

Succede che molte più persone accedono al campo della cultura e il mondo dell’editoria si rimodella di conseguenza. Prima l’editoria aveva più attenzione per il notabilato culturale, che voleva dire una produzione relativamente ristretta con uno standard di qualità più alto rispetto al mondo di oggi. Le lamentele sull’allargamento del pubblico risalgono al pieno Ottocento. È in quell’epoca che si produce la prima grande ristrutturazione dell’editoria, quando finisce il mecenatismo, la vita da rentiers, l’Ancien Régime culturale, diminuiscono gli scrittori che vivono di rendita e aumentano gli scrittori che stanno sul mercato. Però il fenomeno esplode veramente con la scolarizzazione di massa, nella seconda metà del Novecento. È in quel momento che l’editoria si ristruttura in modo drammatico. Nasce un mainstream contornato di nicchie.

Ora, io credo che un processo simile abbia innalzato il livello medio della cultura rispetto all’epoca in cui gli analfabeti erano molti di più di quanto non siano adesso. Al censimento del 1911, in corrispondenza del cinquantesimo anniversario dell’Unità di Italia, si scopre che la quasi la metà della popolazione è analfabeta: chi sapeva leggere e scrivere bene faceva oggettivamente parte di un’élite. Oggi, benché l’analfabetismo funzionale sia ancora diffuso, non si può più dire che chi sa leggere e scrivere bene faccia parte di una minoranza. In quella società esisteva una produzione per il pubblico popolare e borghese, ma il peso dell’élite colta era molto superiore a quello odierno, così come la loro distanza culturale dal pubblico medio, popolare o analfabeta.

Oggi i libri si pubblicano per un pubblico molto più ampio e disgregato. Per venderli in grandi quantità bisogna stare nel mainstream o in una nicchia molto grande. Se vogliamo vendere la poesia come prodotto di massa dobbiamo abbassare il livello: è inevitabile che sia così. In generale, se vogliamo vendere qualcosa come prodotto di massa, dobbiamo abbassare il livello. Ci sono eccezioni, certo, ma la regola è questa.

 

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Eravamo e non siamo più. Sopralluoghi per un documentario sul bacino del Lago Chad https://minimaetmoralia.it/reportage/eravamo-non-piu-sopralluoghi-un-documentario-sul-bacino-del-lago-chad/ https://minimaetmoralia.it/reportage/eravamo-non-piu-sopralluoghi-un-documentario-sul-bacino-del-lago-chad/#respond Tue, 26 Jun 2018 06:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37620 di Angelo Loy

(in calce le traduzioni da T.S. Eliot)

Where is the Life we have lost in living?
Where is the wisdom we have lost in knowledge?
Where is the knowledge we have lost in information?
(T. S. Eliot, cori da: “The Rock”, 1934)

… e allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità.
(Amitav Ghosh, “La Grande Cecità”, Neri Pozza, 2017)

25 maggio

Una partenza con la testa piena di letture (e il corpo prosciugato dalla frenesia e dalla routine) che compiono orbite ellittiche intorno all’argomento: più o meno attinenti, indicando a volte falsi tracciati, altre funzionando in senso evocativo. Alcune orbite sono più emotivamente vicine al tema, altre tendono a disperdersi in uno spazio fuori controllo e apocalittico.

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di Angelo Loy

(in calce le traduzioni da T.S. Eliot)

Where is the Life we have lost in living?
Where is the wisdom we have lost in knowledge?
Where is the knowledge we have lost in information?
(T. S. Eliot, cori da: “The Rock”, 1934)

… e allora questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità.
(Amitav Ghosh, “La Grande Cecità”, Neri Pozza, 2017)

25 maggio

Una partenza con la testa piena di letture (e il corpo prosciugato dalla frenesia e dalla routine) che compiono orbite ellittiche intorno all’argomento: più o meno attinenti, indicando a volte falsi tracciati, altre funzionando in senso evocativo. Alcune orbite sono più emotivamente vicine al tema, altre tendono a disperdersi in uno spazio fuori controllo e apocalittico.

Amitav Ghosh (in La Grande Cecità) mi spiega quanto sia difficile avvicinare il racconto ai temi del cambiamento climatico:

Così oggi, proprio quando si è capito che il surriscaldamento globale è in ogni senso un problema collettivo, l’umanità si trova alle mercé di una cultura dominante che ha estromesso l’idea di collettività dalla politica, dall’economia e anche dalla letteratura.

O ancora,

Inutile negare che la crisi climatica sia anche una crisi della cultura, e pertanto dell’immaginazione.

Quanto dunque manca in noi, al Nord, un sentire collettivo così pervasivo invece in buona parte della letteratura subsahariana, penso ad esempio ai romanzi di Chinua Achebe, Ben Okri, Ahmadou Kourouma, Ngugi wa Thiong’o, Mia Couto…

E se il film documentario è racconto, il discorso vale anche per me, scatenando una serie di sfide e interrogativi.

Se l’immaginazione è in crisi, andiamo a cercare in orbite adeguate: The Waste Land (La terra desolata), di T.S. Eliot, descrive quella che più si avvicina al centro emotivo del tema. Tanto che inizialmente avevo immaginato di scegliere alcuni passi significativi e di trasformarli in capitoli del film: Siccità, Paura, Morte, Cecità (la nostra, rispetto al surriscaldamento globale).

What are the roots that clutch, what branches grow
Out of this stony rubbish? Son of man,
You cannot say, or guess, for you know only
A heap of broken images, where the sun beats,
And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
And the dry stone no sound of water.
(T.E. Eliot, The Waste Land, 19-24)

Certo decisamente funereo. Non trovavo traccia della vitalità dei transumanti o della loro capacità di adattarsi ai capricci del clima. Eppure, ecco ogni pochi versi, altre illuminazioni poetiche.

(…) I was neither
Living nor dead, and I knew nothing,
Looking into the heart of light, the silence.
(T.E. Eliot, The Waste Land, 39-41)

Come primo tentativo avevo pensato di fare delle riprese da un drone.  Uno sguardo dall’alto, ma non orientato verso la linea dell’orizzonte (incredibili aridi paesaggi del Sahel, un grande lago in mezzo al deserto…), bensì a piombo, uno sguardo claustrofobico  e un po’ astratto rallentato su dettagli in movimento. Su queste immagini sarebbero apparsi i versi di Eliot, per esempio:

The river’s tent is broken: the last fingers of leaf
Clutch and sink into the wet bank. The wind
Crosses the brown land, unheard. The nymphs are departed.
(T.E. Eliot, The Waste Land, 172-174)

Il problema non si pone, almeno per questa prima missione, perché mi è stato vivamente sconsigliato di portare il drone. Diciamo che il COOPI, l’organizzazione che ha accettato di farmi visitare i suoi progetti e che si occupa della logistica (e della mia sicurezza), me lo ha vietato. La situazione in Chad è militarizzata, in alcune zone c’è il coprifuoco e se provi a fare riprese a N’Djamena finisci nei guai o peggio.

Nel 2015, per contrastare le azioni del gruppo terroristico, è stato costituito il raggruppamento militare multilaterale Multinational Joint Task Force (MTJT), composto principalmente da Nigeria, Niger, Chad e Camerun, e lanciata la campagna Rawan Kada (danza del coccodrillo) con sede operativa a N’Djamena. Da quel momento il Chad è diventato la nuova frontiera di Boko Haram.

Il primo attacco nella porzione del bacino che appartiene al Chad è avvenuto il 10 ottobre del 2015: nella cittadina lacustre di Baga Sola (dove tra qualche giorno incontrerò quattro rifugiati Fulbe nigeriani), la figlia di un notabile locale si è fatta esplodere insieme ad altri quattro attentatori durante il mercato del sabato, uccidendo 41 persone. Nello stesso periodo Boko Haram ha attaccato tre obiettivi militari e il principale mercato di N’Djamena (dove comprerò tre paia di mutande e dei pantaloncini). Un affronto particolarmente grave perché la città è considerata il principale snodo militare di questa zona del Sahel (Esercito nazionale del Chad, MTJF, forze transalpine e americane). Da qui partono i Mirages francesi dell’operazione Barkhane, per bombardare le postazioni di Al Qaeda in Mali, Chad e Niger (loro, i militari francesi, li osserverò sguazzare di domenica nella piscina dell’Hilton).

Le attività di controterrorismo anglo-francesi sono parte di un’agenda dal più profondo interesse strategico, soprattutto energetico: quella che oggi alcuni definiscono politica della “scialuppa armata” (“the politics of the armed life boat”, Christian Parenti in Tropic of Chaos).

Il progetto è il mantenimento dello status quo. E il cambiamento climatico potrebbe facilitarne la realizzazione fornendo un alibi per una sempre maggiore intromissione militare in ogni ambito. 

(Chaturvedi, S. and T. Doyle, Climate Terror: a Critical Geopolitics of Climate Change, 2015)

Quindi, l’amore per le immagini mi porta a non fare alcune considerazioni banali: arrivare all’aeroporto di N’Djamena con un drone nello zaino vuol dire con ogni probabilità essere arrestati. In ogni caso il mio è un sopralluogo, ci sarà occasione di capire meglio.

We think of the key, each in his prison
(T.E. Eliot, The Waste Land, 413)

L’orbita Eliot incontra quella di Amitav Ghosh nel sottolineare la nostra “Grande Cecità” (che è appunto il titolo del libro di Ghosh) rispetto all’evidenza del cambiamento climatico. L’orbita Eliot è lontana storicamente dal tema ma ci aiuta a ricordare che tipo di sviluppo abbiamo scelto, e quali le sue violente conseguenze; quali devastazioni, quali diseguaglianze segnano il passo, quali ingiustizie perpetrato.

Da questa nobile orbita letteraria, se ne distacca una vicina e ben definita, scientifica, quella dell’economia del petrolio, un sistema perfetto per sottrarre ai lavoratori qualsiasi controllo sull’estrazione delle risorse energetiche (sulla quale invece potevano far sentire la loro voce ai tempi del carbone); il petrolio, causa principale dell’effetto serra, oltre che di guerre e altri orrori. Quest’orbita riverbera in orbite successive, a perdita d’occhio, l’economia dei consumi, il capitale, il neoliberismo, e infine la finanza globale. Guarda caso, dalle discussioni con gli autisti di taxi ai nutriti pamphlet degli studiosi, ormai è sempre lì che si va a parare. Ma è interessante come l’orbita della finanza globale entri in risonanza con il centro del nostro discorso: poteri finanziari e cambiamenti climatici sono entrambi fenomeni transfrontalieri. Mostri che le politiche nazionali possono affrontare solo con armi spuntate.

But at my back in a cold blast I hear
The rattle of the bones, and chuckle spread from ear to ear.
(T.E. Eliot, The Waste Land, 186-187)

Ma quanto lontano ci sta portando quest’orbita? Io vado sul Lago Chad, tra i pastori! Pare siano in aumento i furti di bestiame, l’arrivo delle armi dalla Libia, gli scontri tra nomadi e tra pastori e agricoltori. Aumentano i campi profughi e il Lago si prosciuga. A causa dell’aumento delle temperature nel Sahel e del cambiamento nel regime delle precipitazioni, il lago si è ridotto del 95% nel corso degli ultimi vent’anni. E in questo caos climatico, Boko Haram passa la frontiera tra Nigeria e Chad, recluta il malcontento, terrorizza e conquista le isole. Ora non si può più nemmeno andare a pesca…La risposta degli Stati è principalmente militare, creando terrore e devastazione a sua volta. I civili si armano e si indeboliscono le strutture sociali. Profughi a milioni. Ma in che orbita siamo? Christian Parenti, studioso americano allievo di David Harvey, la chiama “tropico del caos”. Cambiamenti climatici, terrorismo e militarizzazione tracciano una linea rossa che parte dall’Africa Orientale (le lotte tra pastori Turkana e Pokot nel nord del Kenya), passa attraverso il legame tra cambiamento climatico, coltivazione dell’oppio e talebani in Afghanistan, la perenne instabilità del Kashmir, le inondazioni del Bangladesh… “All’interno di questo sistema di conflitti, il cambiamento climatico comincia ad agire come un acceleratore, come fosse benzina sul fuoco”. Un catalizzatore, pare, anche per le primavere arabe.

Rimanendo in Africa, il cambiamento climatico spinge i pastori Fulani verso il sud della Nigeria creando sanguinosi conflitti con i contadini (tra gennaio e aprile di quest’anno i fulani hanno ucciso 217 civili, rispetto alle 78 vittime di Boko Haram nello stesso periodo), e intorno al Lago Chad i nomadi Peul vengono inondati dalle armi provenienti dalla Libia implosa e le usano per far fronte alla riduzione dei pascoli.

Quindi, tra i pastori Peul posso rimanere in una discreta orbita minore, emblematica, parte della galassia che ho tentato di descrivere. In questa dimensione locale, potrei provare a seguire i passi di una narrazione collettiva come insegna Chinua Achebe. Potrei raccontare la vita della “sentinella”, il giovane pastore incaricato di precedere la mandria e i suoi compagni per cercare il posto adatto al prossimo pascolo. Si, ma così è sempre stato, nei millenni. E allora, cosa sta cambiando? Forse i pascoli sono contesi da molte mandrie, le pozze d’acqua sovraffollate, le vie della transumanza interrotte o proibite dalle nuove regole di sicurezza…?

Mobile pastoralism adapts to climate variability and has done so for millennia, allowing pastoralists to transform seeming ‘wastelands’ into productive assets.
(Pastoralism and Climate Change, Nassef, M., et al., 2009. Overseas Development Institute)

Ritorna la Terra Desolata di Eliot (“wasteland”) che però i pastori nomadi riescono a trasformare in risorsa…

Seguendo l’orbita degli studi su queste comunità leggiamo delle loro straordinarie capacità adattative. I nomadi del Sahel sono i più equipaggiati nell’affrontare le calamità e l’imprevedibilità del clima. Le politiche per renderli stanziali si sono rivelate fallimentari; per non parlare di quelle emergenziali degli aiuti alimentari che hanno creato masse di gente sradicata in attesa della sua razione. La sedentarietà, come le monocolture, non riesce a rispondere alle variabili di un clima impazzito. Dovrebbe essere una lezione per tutti.

I pastori nomadi sono come le api: se cominciano a sparire significa che qualcosa di molto grave sta succedendo. I woodabe (pastori nomadi Peul di questa regione) hanno strategie sofisticate nell’affrontare la variabilità del clima e dell’ambiente, preparando e addirittura addestrando i loro animali, individualmente e come mandria, al mantenimento della risorsa.

What is that sound high in the air
Murmur of maternal lamentation
Who are those hooded hordes swarming
Over endless plains, stumbling in cracked earth
Ringed by the flat horizon only
(T.E. Eliot, The Waste Land, 366-370)

Bene, sono arrivato a Charles de Gaulle. Fra poco attraverserò di nuovo il Mediterraneo, poi il Sahara. In ogni caso, per noi italiani, prima di attraversare il gran deserto bisogna quasi sempre rendere omaggio alle grandi capitali europee, rese magnifiche anche grazie all’univoco trasferimento di risorse e manodopera dal Sud al Nord. O tutt’al più si fa scalo nella capitale di qualche sedicente economia africana emergente (N’Djamena, come molte capitali africane, è raggiungibile con un volo Ethiopian Airways con scalo ad Addis Abeba).

È sempre bene ricordarsi da dove si è partiti. Le mie orbite si sono sviluppate a partire da un reportage del giornalista del New Yorker (Ben Taub) che lo scrittore Edoardo Albinati gentilmente mi passò e che io lessi come fosse oro colato. Ben Taub raccontava come intorno al Lago Chad ci fosse una delle crisi umanitarie più gravi (e misconosciute) del pianeta. Una crisi di cui la storia coloniale della regione, il terrorismo e il cambiamento climatico sono cause e concause.

E già, perché anche il passato coloniale di queste regioni ha pieno diritto alla sua orbita. Un lago che un tempo era al centro dei territori di un fiorente impero (un regno tra i più grandi e importanti dell’Africa fino all’800) e che oggi è diviso in quattro stati, grazie alle decisioni prese dalle potenze occidentali in quel famoso congresso del ‘800 e più precisamente smembrato da inglesi, francesi e tedeschi, nel 1901 dopo averne sconfitto l’emiro.

Una generale agitazione del personale Air France ha impedito alla mia valigia di raggiungere il Chad. Rimango tre ore all’aeroporto prima di riuscire a fare il reclamo. All’uscita non trovo l’autista che sarebbe dovuto venirmi a prendere. Il telefono non funziona. Che faccio alle undici di sera all’aeroporto deserto di N’Djamena? Un angelo (e non sarà l’unico) vestito da poliziotto mi chiede il motivo di quell’espressione desolata. Il COOPI? Lo conosce, è disposto ad accompagnarmi. Per scrupolo entro nel parcheggio dell’aeroporto e chiedo se mai avessero visto una macchina del COOPI. Ed ecco dal nulla apparire Frederick…

26 maggio

N’Djamena è una capitale proporzionata agli unici due nastri bagagli del suo aeroporto in miniatura. L’energia elettrica (da fonti rigorosamente non rinnovabili) è razionata. Al mercato i commercianti di abbigliamento sembrano rifornirsi tutti dallo stesso grossista, un ragazzo passa con un vassoio pieno di mele verdi che profumano di Trentino ma vengono dal Camerun, le donne vendono carote enormi, melanzane, pomodori: di produzione locale ci sono arachidi e cocomeri… i tessuti sono d’importazione: in Chad non esiste settore secondario.

I viali sono ampi, ci sono poche macchine, qualche moto e molti incidenti.

Nell’Indice degli Stati più “fragili” del Fund for Peace, il Chad (aspettativa di vita: 39 anni; il 15% dei neonati muore prima di aver compiuto un anno) viene subito dopo la Somalia, la Repubblica Centro Africana e il Congo. Insicurezza alimentare, tasso esplosivo d’incremento demografico, epidemie, corruzione. Milioni di profughi. Alcuni considerano il bacino come fonte di una futura onda migratoria verso l’Europa sulle antiche rotte commerciali che un tempo univano il bacino all’Egitto e alla Libia, passando dalle oasi del Kaouar (nord est del Niger) e del Fezzan (Libia).

Ho appuntamento con Yaya, il responsabile per la sicurezza del COOPI. Arriva con due ore di ritardo: pare che tra ieri notte e stamattina gli siano capitati una serie di imprevisti, il figlio gli ha fatto cadere il cellulare in acqua, l’auto non partiva, una notte insonne accanto alla madre febbricitante. Ricordano le scuse a cascata con cui  John Belushi cerca di farsi perdonare dalla furente fidanzata ne i Blues Brothers.

Fa caldo, è Ramadan, e credo che l’ultima cosa che vorrebbe fare Yaya è quella che sta facendo ora: istruzioni per la sicurezza degli espatriati. La prima cosa che affronta è il “dress code”, e credo lo faccia perché mi sono presentato in ciabatte e un paio di mutandoni cinesi a strisce colorate, tipo clown estivo, comprati appunto al mercato, con l’idea di servirmene 3 in 1, mutanda, short, pigiama. Sfinito dall’argomento abbigliamento, Yaya sembra sul punto di addormentarsi ad ogni frase: sul comportamento da seguire in caso di evacuazione, attentato terroristico, assalto di banditi, epidemia di ebola, estorsione, rapimento…

Per poter osservare i militari francesi da vicino prendo una camera al terzo piano dell’Hilton di N’Djamena, con affaccio sulla lussuosissima e movimentata piscina. L’albergo è una grande fortezza color sabbia sulle sponde del fiume Chari. Il sistema fluviale Chari-Logoni è il principale fornitore d’acqua del lago e in questo periodo i due fiumi sono particolarmente in secca. L’inquadratura dal terrazzino della stanza è composta da diversi “piani”: il primo è un prato mantenuto verdissimo da un’armata di infaticabili irrigatori automatici; oltre al prato gruppi di maschi bianchi, rasati, tatuati e muscolosi giocano e schiamazzano in piscina. Oltre la recinzione con le telecamere a circuito chiuso scorre il Chari. Il fiume taglia una terra secca dello stesso colore dell’albergo. Sulla sottile striscia d’acqua residua naviga una piroga di pescatori e più lontano una mandria si abbevera sulle sponde.

Essendo il cavalletto rimasto in qualche deposito aereoportuale, cerco di costruirne uno impilando sedie e tavolini che trovo nella 318. Ma non mi accorgo che quello del terrazzino è coperto da una lastra di vetro temperato. Come lo sollevo, la lastra cade creando un tappeto di schegge in tutta la stanza. Le raccolgo aiutandomi con l’invito “Hilton” al Brunch della Giornata della Mamma, infilo tutto nella sacchetta “Hilton” del bucato e mi pare di aver sistemato tutto buttando il sacchetto nel cestino dell’immondizia “Hilton” delle toilettes del ristorante.

At the violet hour
(T.E. Eliot, The Waste Land, 215)

La sera, Lucia del COOPI, mi invita a un sabato sera da espatriati. Tutti giovani: questo non è un paese per vecchi. Le agenzie delle Nazioni Unite, e a seguire tutte le Ong, tendono a evitare di mandare in Chad personale con famiglia a seguito. I giovani (tutti europei sotto ai trenta, Laura ne ha 23) occupano posizioni di grande responsabilità. Un posto per farsi le ossa, e per ritrovarsi il fine settimana a mangiare spiedini di manzo al Va et Vien o a una cena a tema gastronomico da Patrick; da un punto di vista occidentale, una città di ragazzi.

A fine nottata tiro un po’ di conclusioni. 1: ho bevuto e fumato troppo. 2: le persone che ho incontrato sono preparate, appassionate, gentili e accoglienti: consapevoli del fatto che al momento, se non arriva la rivoluzione, si possono solo mettere pezze, e che qualcuno queste pezze le mette male, facendo più danni che altro.

A fine serata Patrick, il padrone di casa, mi saluta dicendomi: “Ah, i cambiamenti climatici…Vedrai, sono tutti più contenti, gli agricoltori hanno più terra a disposizione, i pescatori pescano più facilmente: il cambiamento climatico preoccupa solo noi occidentali”.

Il discorso di Patrick fa parte di quell’orbita con cui non vorrei avere a che fare: si avvicina all’idea della politica della scialuppa armata, dove i forti approfittano dei cambiamenti climatici per portare avanti la propria agenda.

Al ritorno, sbircio per curiosità nella discoteca dell’Hilton. E’ quasi vuota. Una decina di prostitute un po’ attempate siedono annoiatissime come fossero in una sala d’attesa. Un bianco tarchiato in ciabatte e pantaloncini agita il bacino intorno a una nera altissima, forse un trans. Sugli schermi televisivi trasmettono una partita di palla a mano. Le luci sono troppo forti, il soffitto troppo alto, i capelli delle donne troppo lisci. Ogni tanto una spruzzata di fumo artificiale avvolge il bianco e la nera, ma senza mistero…

Quando chiedo alla reception la mia chiave, la gentilissima concierge mi guarda con aria ammiccante… “ah, mmmh, 318…”. Ho paura che abbiano scoperto quello che ho combinato al vetro temperato.

30 maggio

Yaya non ha potuto ancora ritirare al Ministero il permesso per le riprese. E’ pronto, dicono, ma manca una firma. Decido di partire comunque per il lago; Lucia mi manderà l’attrezzatura con un cargo appena firmano l’autorizzazione. Viceversa, mi avrebbero bloccato all’aeroporto.

Bol è preferibile raggiungerla dall’aria, troppo frequenti sono state le imboscate lungo lo strada. Il volo è dalla 745 Air Services per conto del Programma Alimentare Mondiale (WFP): 12 posti, massimo 15kg di bagaglio. Ne ho circa 13 tra materiale del COOPI, il computer e un paio d’etti di franchi CFC che serviranno a Bol per pagare il personale. Si tratterà dunque di continuare a vivere in assenza di bagaglio, un buon esercizio di nomadismo per ragionare sull’essenziale.

Ieri sono riuscito finalmente a mettere il naso fuori grazie a Elsa, una congolese d’acciaio che si occupa di progetti per la protezione dei minori. Mi porta a SOS Village d’Enfants, una specie di comprensorio stile Casal Palocco, dove madri che hanno perso i figli, vedove o donne sole si occupano ciascuna di 10 bambini orfani, accompagnandoli fino alla maturità. Ogni nucleo familiare vive in una villetta, c’è una scuola e un ottimo centro sanitario che anche Elsa frequenta alla bisogna. Prati verdi, gazebo e campo di pallacanestro. Rispetto alla povertà di N’Djamena sembra un miraggio. I bambini sono tutti sorridenti, mi presentano tre gemelle. Si tratta di una formula inventata da un austriaco, soldato della Wehrmacht nella campagna di Russia, che subito dopo la guerra decise di dedicare la vita ad alleviare le sofferenze degli orfani, e delle madri che avevano perso i figli.

Nel quartiere Gassie, alla periferia orientale di N’Djamena, M.me Séphora si occupa anche lei di bambini vulnerabili ma senza il bisogno di un’idea austriaca. Quando aveva il suo negozio di sartoria ne trovava sempre che dormivano sotto la veranda dell’ingresso. Séphora è cresciuta lei stessa orfana e a un certo punto ha preso la decisione. Il centro di accoglienza Dieu Bénit si mantiene con le donazioni che Séphora riesce a ottenere con la dolcezza e la determinazione del suo carattere. Sul cortile del centro si affacciano i piccoli uffici del personale, i dormitori dei bambini e le aule della materna e dell’asilo. Uno degli operatori sociali si presenta: “Je suis Jean, animateur”. Col mio pessimo francese gli dico che il suo ampio sorriso e la sua sgargiante camicia colorata si addicono perfettamente al suo ruolo. Peccato che solo più tardi scopro che “animateur” non significa “animatore” ma, appunto, operatore sociale.

Le aule del centro sono costruite su un terreno troppo argilloso e grandi crepe si stanno aprendo sulle pareti. M.me Séphora passa le dita sulle fenditure: “Ahi, ahi, alle prossime piogge viene giù tutto”, dice. Nel cortile i bambini giocano con un colibrì e un passero al guinzaglio. Sulle stuoie le ragazze grandi intrecciano i capelli di quelle piccole. In particolare a tre bambine sui tre, quattro anni che con i loro due fratellini sono state intercettate dalla polizia alla frontiera con la Repubblica Centro Africana (decenni di guerra civile, diamanti, uranio, 28 gruppi armati, 600 mila sfollati). I genitori, per salvarle dalle violenze, le avevano affidate a uno studente che avrebbe dovuto portarle con sé in Senegal, oltre 5000 chilometri di viaggio attraverso cinque stati. Tra cui il nord della Nigeria in mano a Boko Haram, reclutatore di bambini soldato. Almeno così ha dichiarato il ragazzo quando è stato interrogato dalla polizia: Elsa non è convinta, i bambini “in cammino” vengono spesso venduti, e in Chad è in aumento il traffico di organi.

Lascio Elsa diretta al carcere minorile di N’Djamena dove l’aspettano 50 ragazzini rinchiusi in 15 metri quadri.

After the agony in stony places
The shouting and the crying
Prison and palace and reverberation
(T.S Eliot, The Waste Land, 324-326)

Passando per il quartiere Ndjari, 8eme Arrondissement (!), incontriamo un piccolo slum. Elsa dice che potrebbe interessarmi, si tratta di sfollati che hanno dovuto lasciare la provincia perché il loro villaggio è stato distrutto da un’inondazione. La gente non ci credeva e si stava organizzando per cacciarli ma il sultano in persona è andato a verificare, e ha ordinato che fossero lasciati in pace. Alluvioni e inondazioni sono in aumento in tutto il mondo; in Africa l’ultimo evento estremo riportato dalla stampa è quello che ha distrutto la zona intorno alla cittadina keniota di Madunguni, piogge torrenziali e persistenti arrivate subito dopo un periodo di estrema siccità: 100 morti, 260 mila sfollati.

Fear death by water
(T.S. Eliot, The Waste Land, 55)

I tre passeggeri del Cessna targato WFP per Bol si sono addormentati subito dopo il decollo. L’aria è lattiginosa e il sole si specchia sugli ultimi tetti di lamiera di N’Djamena. Sulla nostra sinistra il Chari devia verso ovest e sparisce alla vista. Appaiono distese di sabbia, interrotte ogni tanto dai recinti irregolari dei pastori o il letto di torrenti in secca. Il bacino del lago arriva dopo circa venti minuti di volo; prima con specchi d’acqua dispersi a macchia di leopardo poi, più avanti, distese di acqua più ampie e isole. Più che un lago sembra piuttosto ciò che ne rimane. Potrebbe essere sempre stato così, un lago che pulsa nell’alternanza delle stagioni, anche se più tardi il marabutto dell’insediamento di sfollati Koulkine 1 dice che il prosciugamento del lago è sotto ai loro occhi e che la situazione dei Boudouma è drammatica: l’affollamento di mandrie rende l’acqua pericolosamente infetta, le zone irrigue per l’agricoltura diminuiscono, la profondità del bacino si riduce e le specie pregiate per la pesca spariscono. In poche frasi il marabutto rende l’affermazione di Patrick una sagace stupida battuta di chi vuol essere più intelligente e provocatorio degli altri. Non è vero, a quanto pare, che i cambiamenti climatici in questa zona preoccupano solo gli occidentali.

Anche a Bol, città principale del bacino, negli uffici delle organizzazioni umanitarie siedono giovani espatriati occidentali: COOPI, Unicef, WFP, Humanité et Inclusion, Care, UNCHR, … I Medici Senza Frontiere stanno sbaraccando, considerando al momento finita l’emergenza sanitaria.

Il mio secondo angelo qui si chiama Makaila che appunto in arabo chadiano significa “angelo”. Makaila è operatore comunitario per COOPI. Su piste di sabbia, tra vacche morte e cammelli enigmatici, arriviamo a Koulkine 1. Solo nella regione di Bol gli sfollati sono circa 25 mila. La gente di Koulkine 1 è composta di Boudouma delle isole che scappano da Boko Haram: pescatori in rimessaggio. Lawan Mbokoy, il marabutto, è altissimo, le cicatrici delle scarnificazioni rituali gli scendono lungo le guance e il centro esatto del naso; indossa un ndjallaba bianco e un kufi (copricapo) decorato di giallo oro, mette parecchia soggezione. Mi dice che Roma è una città antichissima e che è citata nel Corano. Dunque, cerco di darmi un contegno anch’io.

Accanto a lui siede un anziano da cui non riesco a distogliere lo sguardo. Mi piacerebbe fosse lui a raccontare – semmai un giorno mi dovesse arrivare l’attrezzatura – quando da bambino gli insegnavano a nuotare e lo dovevano legare a un palo, tanto profondo era il lago.

La potenza e il miracolo poetico di questa enorme massa d’acqua in mezzo al deserto, di questo maestoso regalo e premio per chi vive in condizioni estreme, si riflette nel portamento regale di questa gente. E mi viene anche in mente che se si ha la certezza che possa esistere un posto del genere, si ha anche la forza di immaginare luoghi altrettanto miracolosi al di là del Mediterraneo.

Sotto la veranda del marabutto, al fresco delle canne e della paglia intrecciata, i Boudouma sembrano tutti principi in esilio. Prima sconfitti e divisi dalle potenze bianche e ora massacrati o reclutati da un esercito di africani sanguinari e disperati, al soldo di ambiziosi politici nigeriani e di qualche Trust saudita con sede a Londra.

Makaila, che invece è un Kanembou, gente di terraferma, è piccolo e scattante. Dice scherzosamente di essere il presidente dell’associazione dei celibi di Bol; oltre che come “animateur” lavora alla radio comunitaria, che trasmette in diretta in quattro lingue tra le 18 e le 21 in tutta la regione del lago. La stazione radiofonica è composta da due stanze, una “sala” tecnica e una per lo speaker, minuscole e senza aria condizionata, anzi riscaldate ulteriormente dai macchinari di trasmissione. Si parla, interagendo al telefono con gli ascoltatori, di diritti dei minori, di AIDS, di ambiente, o di Tramadol. Il “tradol”, come lo chiamano, è un farmaco oppioide che è stato usato sui pazienti traumatizzati dagli attacchi di Boko Haram. Ne devono essere arrivati dei vagoni perché si è creato fin da subito un mercato clandestino e parecchi hanno cominciato ad abusarne e a diventarne dipendenti. Ora il farmaco è nelle mani di trafficanti che lo importano dall’India per farlo arrivare Lagos e da lì lo distribuiscono alle milizie di Boko Haram. Quello che avanza arriva a Bol.

Ora Makaila siede al centro della stuoia e tiene banco. I principi Boudouma lo ascoltano, intervengono, e in generale si divertono un mondo. Mi dice che con loro fa teatro. Oggi voleva suscitare le loro reazioni sulla condizione della donna durante il Ramadan, quando i maschi non fanno davvero niente e le donne, oltre a digiunare, devono svolgere i ruoli domestici, forse anche più pesanti del solito, visto che i loro uomini arrivano al tramonto nervosissimi e con una fame e una sete belluina. Makaila li provoca: il Corano non centra, dice il marabutto, è la tradizione, è così da sempre…

1 giugno

Lezione di matematica: aula temporanea sull’isola di Iga, sette studenti, tutti maschi.

Il maestro, scelto e spedito qui dal ministero dell’istruzione, non parla boudouma. Gli alunni non parlano né arabo chadiano né francese.

Il maestro – dopo un’operazione laboriosa di cancellazione eseguita (chissà perché) con del polistirolo espanso – scrive alla lavagna alcune sottrazioni:

26-18=
12-9=
22-13=

Si alza Maek (8 anni), e scrive il risultato:

26-18=3
12-9=2
22-13=2

Il maestro fa rimbalzare nervosamente il gessetto sul palmo della mano.

Dopo un lungo silenzio, Makaila si alza e sottovoce consiglia al maestro di evitare le sottrazioni col riporto. Il maestro scrive,

8-5=
6-3=
5-2=

Si alza Yessin, e scrive:

8-5=1
6-3=1
5-2=2

Makaila allora prende la parola e spiega ai bambini, in boudouma, che cosa vogliano dire i segni + e -. Ora i bambini hanno capito.

Dei 24 alunni che frequentavano la scuola sono rimasti solo questi sette stoici ragazzini. Dopo circa un’ora si presentano due ragazze. Probabilmente qualcuno è andato a chiamarle per fare “numero”, per non preoccupare troppo gli operatori del COOPI.

Siamo arrivati sull’isola di Iga in piroga, io e sei operatori, con i giubbotti di salvataggio arancioni. Ciascuno di loro ha cercato di alleviare le sofferenze pedagogiche del povero maestro. Povero davvero, visto che gli stipendi, quando il governo li paga, sono bassissimi. In più a lui l’hanno mandato a insegnare a Iga, un’isola che ogni mattina deve raggiungere con una piroga a remi facendosi largo tra masse di terra ed erbe galleggianti, dove insegna a studenti che parlano una lingua che lui non conosce.

Dopo avergli fatto firmare alcune carte, gli operatori si infilano i giubbotti ed escono. Li guardo allontanarsi tra le acacie e mi arriva un’immagine da altrove: un gruppo di africani con il salvagente arancione che camminano sulla sabbia…

L’altr’anno al mercato di Iga, si sono fatti esplodere in tre, uccidendo 32 persone; la quarta, una ragazza, non ha premuto il pulsante. E’ stata riportata recentemente nel suo villaggio natale con entrambe le gambe amputate.

3 giugno, domenica, 4 del pomeriggio

Quarantadue gradi. Non c’è elettricità. Ho un ventilatore con una batteria di back up che resiste a bassi giri per qualche ora. Di notte è una salvezza, ma capita che verso le quattro del mattino si esaurisca la carica. Una sveglia inesorabile.

Stamattina hanno caricato un pick up di banchi scolastici di legno chiaro, sono riusciti a impilarne 24. L’auto ha attraversato in equilibrio precario dune e piste tra le acacie. I bambini del villaggio di Katchikitchiri (in kanembou: “sabbie tranquille”) l’hanno accolta correndole dietro ancor prima che entrasse e hanno cominciato entusiasti a scaricare i banchi e a disporli nell’aula in muratura appena costruita. Ora aspettano il maestro, speriamo parli la loro lingua.

L.L. (ha chiesto gentilmente di non fare il suo nome) è esperto di operazioni di polizia transfrontaliera, ha lavorato nella “logistica” in Afghanistan e in Bosnia. Mi chiede se conosco il generale Vincenzo Coppola. Mento, dico di averlo sentito nominare. L.L. comunque è più propenso a parlare che a dubitare della sincerità altrui. Da qualche anno lavora alla base di Bol di SECUTCHAD, un progetto di appoggio alla formazione delle forze di sicurezza chadiane. Un budget di circa 10 milioni di euro su tre anni raccolti da una ONG svizzera e destinati a mettere in sicurezza le frontiere occidentali del Chad. Quattrini della Comunità Europea, rendicontati come cooperazione allo sviluppo: un “aiutiamoli a casa loro” in regime di polizia. Infatti non c’è sviluppo senza sicurezza, dice, mostrandomi sulla carta tutte le zone dove hanno costruito gendarmerie, creato unità nautiche, formato unità nomadi di poliziotti che seguono i transumanti a cavallo di dromedari. Dice che in Chad sono dovuti partire da zero, i poliziotti non hanno armi in dotazione, non esistono commissariati, veicoli. Il prefetto di Bol va in giro su una vecchia ambulanza presa in prestito dall’ospedale, che ora non ne ha più nessuna. La situazione non cambia nei paesi confinanti: che sia la Nigeria, il Niger, il Camerun, o il Chad, le politiche dei rispettivi governi centrali hanno lasciato le regioni del bacino lontane da qualsiasi idea di sviluppo, e per questo, sostiene L.L., quando si parla di terrorismo bisogna stare attenti, le violenze si accompagnano con lo stato di abbandono, si costituiscono improvvisati gruppi armati che approfittano del terrore seminato da Boko Haram. Gli chiedo se lo posso intervistare in video. Mi dice no. Gli chiedo se mi può dare qualche documento informativo di SECUTHCAD: Classificato, mi dice, impossibile. Al contrario, mi stampa un noiosissimo documento dell’ORSTOM (l’Ufficio coloniale francese per la ricerca scientifica e tecnica d’oltremare) del 1962, battuto a macchina, in cui vengono riportate le caratteristiche idrologiche del lago. L’unico dato che mi salta agli occhi è l’intervallo di estensione tra la stagione secca e quella umida. Nel 1962 questa passava dai 15 mila km2 della stagione secca ai 25 mila km2 nella stagione delle piogge (l’equivalente della Sardegna). Oggi i dati idrologici riportano un intervallo tra i 1500 e i 2500km2 (la provincia di Chieti).

L.L. mi vuole dare un’idea più precisa. Mi mostra le immagini satellitari del 1962, del 1973, del 2004, del 2017. Una riduzione del 95%, un lago che si secca, i campi di sfollati che si riempiono. Un problema dice, ci saranno profughi climatici, a milioni. Non lo dice solo lui ma anche la Banca Mondiale: “Internal Climate migrants are rapidly becoming the human face of climate change in Africa” (“i migranti interni per cause climatiche stanno diventando velocemente il volto umano dei cambiamenti climatici”, Groundswell: Preparing for Internal Climate Migration, The World Bank 2018).

L.L. gestisce sul campo questo patrimonio milionario raccolto dalla COGINTA (COGINTA Ong, Riforma della Polizia e Sicurezza Comunitaria) insieme a Didier, l’ingegnere. Didier chiama ironicamente L.L. “maschio dominante”; in effetti quanto militarmente prestante e sicuro di sé è il mio interlocutore tanto l’ingegnere è piccolo e dimesso. Ha una strana capigliatura di ciuffi nerissimi disordinatamente innestati su una chioma bianco giallastra, fatto che inizialmente mi aveva fatto pensare a un parrucchino. Didier ha alle spalle quarant’anni di Africa, dall’ex Zaire al Sud Sudan. Lui e L.L. condividono da tre anni un appartamento all’interno della base del SECUTCHAD; nel frattempo Didier ha progettato e realizzato circa 30 tra gendarmerie e basi operative delle forze speciali. Quasi tutte lungo il fiume Chari, confine con il Camerun, qualcuna sulle isole del lago. La prima cosa che faccio, dice Didier, è un “training” psicologico ai manovali chadiani, bisogna da subito entrare nella loro mentalità e a partire da lì cominciare a pretendere. Se entri col piede giusto ti lavorano anche 15 ore al giorno.

L.L. mi offre gentilmente una visita guidata alla base in costruzione della polizia nautica di Bol. La base è situata all’ingresso del canale che dalle acque aperte del lago (la “”No Man’s Land”, come la chiama L.L.) porta all’ingresso della città. Un nuovissimo battello di alluminio a fondo piatto, radar, e motore Yamaha da 115 cavalli, è ormeggiato a un pontile mobile. L’aria vespertina trasporta una brezza che rinfresca, un pescatore ritorna in piroga, stormi di grandi oche migranti (Plectropterus gambensis) vanno a dormire. È tutto verdissimo.

Questa è una regione dove di continuo si alternano inferno e paradiso: a un bacino in secca, segnato dalle palme morte e da nuvole di calore e polvere bianca accecante, segue la meraviglia dell’acqua. Fuoco e acqua, dolcezza e terrore, Boudouma e Boko Haram, e a presidiare questi confini, operazioni di polizia transfrontaliera.

Continuando lungo il pendio della solitudine, se la strana coppia L.L. e Didier condivide casa e ufficio, Sean è l’unico rimasto nella base in dismissione dei Medici Senza Frontiere. E’ arrivato otto mesi fa che erano in tredici ma via via se ne sono andati tutti. Il Chad non è più una priorità per MSF. Almeno, sicuramente non più come i tre anni passati, anni di emergenza profughi, epidemie e vittime di Boko Haram, pur tuttavia…

Sean è originario di San Francisco ma una volta chiusa la baracca raggiungerà suo fratello in Alaska. Lo capisco. Praticamente, Sean si sta occupando di un grande “garage sale”, ed è buffo che sia proprio un americano a farlo: barba lunga, coda di cavallo e camicia hippy.

Le procedure di sicurezza di MSF sono molto rigorose: non si può andare in giro a piedi, in auto si possono fare solo determinati percorsi e rientrare non dopo le 17, il mercoledì non si può passare davanti al mercato di Bol, dove nel 2015 un attentato suicida ha ucciso 42 persone. In sostanza, sono otto mesi che Sean non lascia la base. Il mio orizzonte, dice, sono queste antenne e il cielo.

La logica di dismissione di una grande base di MSF come quella di Bol consiste nel lasciare il più possibile sul campo: prima le istituzioni, in particolare gli ospedali. All’ospedale di Bol (unico nell’intera regione: due medici, marito e moglie, per 160 mila abitanti), MSF lascia medicinali, apparecchiature da sala operatoria, ecografi portatili, generatori, filtri dell’acqua, estintori, rubinetteria, guarnizioni, raccordi… Per il resto, il lascito prevede una donazione alle ONG presenti nella zona. Queste possono raccattare quello che vogliono, dai duecento rotoli di carta igienica, alla lavatrice, i divani, gli estintori, le taniche del gasolio, un tapis roulant.

I due medici dell’ospedale di Bol sono la dottoressa Achta Madallah e suo marito, il dottor Koulmini Sam. Vengono entrambi dal sud del Chad e si sono conosciuti quando erano compagni di università. Si sono trasferiti a Bol con i loro due figli poco dopo la specializzazione. A quanto mi dicono le regioni a sud di N’Djamena, quelle in cui il clima è più benevolo, sono anche le più progredite. In alcune zone ci sono strade asfaltate e tutti gli indici di sviluppo sono più alti; qui siamo ai margini, dice Achta, le condizioni igienico sanitarie sono ai livelli più bassi del mondo. E siamo a Bol, la città principale della regione, continua, immaginiamoci che cosa succede nelle isole.

Arriva un carretto trainato da un asino. Sul carretto è stato improvvisato un baldacchino e sotto al baldacchino c’è una donna sdraiata, immobile. Arrivano una decina di ragazzi, tutti con indosso un djallaba color sabbia (è l’ora della preghiera), la sollevano e la trasportano al reparto “urgences”. Il carretto se ne va. Koulmini Sam mi dice che la scorsa settimana hanno operato due ragazzi per una perforazione intestinale dovuta alla febbre tifoide e che nel reparto di pediatria hanno trovato tre casi positivi di lebbra (…): anche malattie che si pensavano scomparse, continua, trovano qui il modo di tornare sulla scena. Prima o poi, lui e la moglie se ne andranno, prima o poi decideranno di fare domanda per luoghi dove riusciranno a dormire la notte e dove avranno almeno un giorno di riposo a settimana. Ma se andiamo via noi, dice Achta, siamo sicuri che manderanno qualcuno a sostituirci?

5 giugno

Nguelea è un piccolo e ordinato villaggio di case di argilla e canne a circa metà strada tra Bol e Baga Sola. “Nguele” è un legno duro che si usa per fare le porte. “Nguelea” vuol dire dunque il luogo dove si trova l’Nguele. Andiamo a rendere omaggio allo “chef du canton”, una specie di presidente della provincia. Siamo fortunati, stava per partire per Baga Sola ma ha entrambe le macchine rotte (…). Youssouf  Mamadou Affono ci riceve nella veranda del suo castello d’argilla. E’ vestito con un accecante e sofisticato ndjallaba bianco panna e un turbante dello stesso colore; inforca un paio di occhialetti alla Trotsky e si siede elegantemente su un piccolo trono appoggiando il bastone di legno lucido in grembo. Mentre gli metto il radio microfono sento un profumo di spezie e di pulito. Per terra, sul tappeto, si sistemano una decina di bambini. Mensieur Affono parla perfettamente russo avendo passato cinque anni in Ucraina al tempo in cui Idriss Déby, presidente del Chad al suo quinto mandato (e al netto di un colpo di stato), era amico dei Russi. All’inizio dell’intervista si presenta dicendo i suoi nomi e le sue varie cariche. I bambini applaudono ad ogni pausa. Nguelea è una comunità di contadini Kanembou, dice, anche qui le acque si ritirano e le zone umide adatte all’agricoltura (i polder) si riducono di anno in anno.

Nonostante questo, più tardi, un gruppo di uomini mi mostrerà con orgoglio quello che sono riusciti a tirar fuori dalla terra secca grazie al loro sistema irriguo; qualche peperoncino, cetrioli, zucche e melanzane. Mensieur Affono sintetizza: la riduzione del bacino del lago, l’arrivo di Boko Haram, l’accoglienza degli sfollati, hanno ridotto la comunità in miseria.

6 giugno

Something which we knew must be a dawn –
A different darkness, flowed above the clouds,
And dead ahead we saw, where sky and sea shoud meet,
A line, a white line, a long wite line,
A wall, a barrier, towards which we drove.
(T.S. Eliot, The Waste Land, 74 – 78, della prima stesura)

“Baga Sola” invece significa “tamarindo” (Sola) sulla “sponda” (Baga). Negli anni ’60 Baga Sola era un’isola stagionale dove si fermavano a rifornirsi le grandi piroghe a vela (Kekeye) che trasportavano prodotti agricoli e bestiame verso i porti lacustri della Nigeria (come il porto di Baga Kawa, in Nigeria, che significa “sponda con la roccia”). Ma oggi di acqua a Baga Sola nemmeno l’ombra; in gran quantità invece le ONG e le agenzie delle Nazioni Unite. Baga Sola è stato il primo obiettivo di Boko Haram in territorio chadiano. Il 19 ottobre 2015, due ragazze e tre ragazzi si sono fatti esplodere rispettivamente al mercato del pesce e nel centro di sfollati di Kousseri, alla periferia della cittadina.

La sede dell’UNHCR è una fortezza di qualche ettaro, muri altissimi, torrette di guardia, filo spinato, ecc.: l’alto commissariato gestisce il campo di Dar Es Salam (“luogo di pace”). Da Roma avevo cercato un accesso al campo tramite il personale UNHCR. La prima persona che ho raggiunto al telefono mi ha messo in contatto con un’altra e quest’altra, gentilissima, mi ha a sua volta inoltrato l’email di due responsabili nigerini dell’UNHCR che a loro volta si sarebbero dovuti interessare di farmi avere un contatto in territorio chadiano. La cosa si era arenata in Niger. Una volta a N’Djamena, attraverso una serie di rimpalli, sembrava fossi prossimo ad avere una specie di autorizzazione o quantomeno delle informazioni sulle procedure di accesso. Ma tra il personale in partenza, tra chi non conosceva il territorio e chi stava tornando ma non aveva tempo, alla fine ho mollato. Stamattina ero partito con l’idea di visitare il campo di sfollati di Dar Naim (“luogo di ricchezze”), alla periferia nord di Baga Sola, dove il COOPI fornisce aiuti. E invece dopo due ore di macchina entriamo candidamente nell’ingresso principale di Dar Es Salam. Nemmeno un controllo all’ingresso. Non c’è problema, puoi filmare, dice Makaila. Ecco, appunto, prendo nota della procedura per la prossima volta. Immagino anche che il personale UNHCR abbia le stesse regole di sicurezza di Sean: se ne staranno blindati e climatizzati a gestire una mastodontica burocrazia di aiuti umanitari.

Arrivano quattro rifugiati Fulbe nigeriani. Con l’aiuto del COOPI hanno installato dei pannelli solari sul tetto di una centralina elettrica. I pannelli alimentano una cinquantina di prese sdraiate sul pavimento con le quali la gente del campo può ricaricare i cellulari, pagando l’equivalente di 10 centesimi ai Fulbe. La gente porge il cellulare, riceve un numero seriale su un bigliettino plastificato, e con quel numero d’ordine ritirerà in seguito il cellulare carico. Anche i Fulbe, come le migliaia di rifugiati di Dar Es Salam, scappano dalle violenze di Boko Haram. I loro volti sono un misto particolare di durezza, rabbia e rassegnazione: “Eravamo agricoltori e non abbiamo più la terra, eravamo allevatori e non lo siamo più, eravamo commercianti e non abbiamo più niente da vendere”. L’unica cosa che facciamo è aspettare la distribuzione del cibo a fine mese; portavamo le capre da vendere al mercato di Ngubua ma non abbiamo più capre, arrivano sfollati in massa e non c’è più legna da ardere, niente terra da coltivare. Dunque restiamo qui, e aspettiamo. La paura è sempre con noi, anche quando dormiamo. I pannelli solari ci aiutano perché possiamo attaccare la televisione e guardare le notizie. Prima dovevamo aspettare che qualcuno ce le portasse da N’Djamena”. Abbiamo bisogno di distrazioni…

Ed ecco, di nuovo:

(…) I was neither
Living nor dead, and I knew nothing,
Looking into the heart of light, the silence.
(T.E. Eliot, The Waste Land, 39-41)

Quelli che vengono a ricaricare il telefono sono per lo più ragazzi: maglietta, jeans, ciabatte, annoiatissimi, malnutriti e la testa macchiata da quelle che sembrano le croste della scabbia. Impossibile capire l’estensione del campo, non assomiglia affatto agli agglomerati di tende bianche a cui ci hanno abituati. Qui ci sono capanne improvvisate, alcune hanno il tetto marcato UNHCR, altre sono fatte interamente di canne e foglie di canna intrecciate. Sono disperse nel calore e nella sabbia senza una geografica comprensibile, diluite. A occhio e croce, per i ragazzi in ricarica che ho sotto gli occhi, provare ad attraversarlo questo deserto, potrebbe essere un’alternativa migliore di quella (nessuna) che hanno qui.

Finito di incassare i proventi del loro impianto a energia rinnovabile, i quattro fulbe spariscono nel nulla da cui sono venuti. Mi viene in mente la frase che chiude il bellissimo libro dello scrittore palestinese Ghassan Kanafani (Uomini sotto il sole, 1963):

Perché non avete bussato alle pareti della cisterna? Perché non avete picchiato sulle pareti della cisterna? Perché? Perché? Perché?.

Seina Boukar, il pilota di rally che ci ha portato a Baga Sola senza mai insabbiarci, ha saputo della mia visita al SECUTCHAD. Mi chiede di intercedere per lui presso L.L. Da luglio infatti i progetti del COOPI finiscono quasi tutti contemporaneamente e ancora non possono fare una previsione e un programma di assunzioni. Seina rischia di rimanere senza lavoro: chiamo.

L.L., sempre gentilissimo, mi dice che mi farà sapere domani. Immagino che se lo assumono il nostro pilota ha fatto bingo.

8 giugno

Ngomiromdoumou, Ngomirom Kili, Ngalamia. Queste le tre isole nel lago aperto, la destinazione di oggi. Seguo Thomà, l’ingegnere che deve andare a controllare lo stato delle scuole mobili nelle isole più remote. Partiamo su una piroga motorizzata di 12 metri, a fondo piatto, sulla quale vengono caricati i materiali per le latrine, mobili anche loro. Nella logica dell’emergenza umanitaria tutto deve essere mobile, e quindi, alla fine, deperibile. I soldi per le scuole in muratura riguardano altre linee di finanziamento, probabilmente, mi dico, più difficili da ottenere. Intanto i vertici di USAID portano la discussione al paradosso e si chiedono se sia lecito o meno costruire scuole in muratura sulle isole di un arcipelago considerato dall’UNESCO patrimonio naturale dell’umanità. Non si fa nel Grand Canyon, né accanto al Taj Mahal, per quale motivo si dovrebbe fare qui …?

Andiamo avanti così, tutto temporaneo, meglio di niente.

Le isole sono state e continuano ad essere un obiettivo facile per Boko Haram; il lavoro di SECUTCHAD è ancora agli inizi e metterle in sicurezza sembra comunque impossibile. Navighiamo per tre ore tra piccole, medie e grandi isole, in stretti canali o nelle acque aperte. Tra papiri e altre erbe acquatiche. Vediamo passare piroghe di pescatori, commercianti di legno, famiglie con capre, mandrie di mucche Kouri con le grandi corna che attraversano a nuoto i bracci di lago tra un’isola e l’altra. Le sponde sono verdi e ombreggiate, accoglienti. Ma quando scendiamo per raggiungere i villaggi, situati (per motivi di sicurezza) sempre all’interno, ecco di nuovo il deserto spietato.

Guardando la carta, il tragitto che abbiamo percorso è niente rispetto a quello necessario per raggiungere le isole più remote.

I sat upon the shore
Fishing, with the arid plain behind me
Shall I at least set my lands in order?
(T.S Eliot, The Waste Land, 423-425)

Nei villaggi non c’è traccia di plastica; nei nostri parchi segno di grande civiltà, in questo caso prova della sua estrema lontananza. Tra le canne che delimitano i cortili si intravedono le capanne. L’ingresso dei cortili è protetto da tronchi di palma poggiati su ciocchi a forma di Y. Immagino per tener lontano le mucche scheletriche che pascolano sulle sponde del lago.

A Ngomirom Kili la gente ha provato a resistere a un attacco di Boko Haram. Per ritorsione, gli aggressori hanno sgozzato decine di persone. Il capo villaggio arriva con un ndjallaba lacero e lo sguardo vitreo, entra in una delle aule temporanee e guarda distrattamente la lavagna appoggiata al tendone. Un tempo, dice all’ingegnere, le variazioni del livello del lago ci permettevano di coltivare qualcosa; guarda, ora è tutto secco. Oltre alla scuola bisogna che ci portiate da mangiare.

Quello che rimane della zona umida in cui coltivavano gli abitanti di Ngomirom Kili è adesso invaso dagli arbusti scomposti della Calotropis, l’ultima pianta in ordine di apparizione prima del nulla.

Le ninfe, qui, se ne sono andate da tempo:

The river’s tent is broken: the last fingers of leaf
Clutch and sink into the wet bank. The wind
Crosses the brown land, unheard. The nymphs are departed.
(T.S Eliot, The Waste Land, 172-174)

Che siano agricoltori Kanembou, pescatori Boudouma, pastori Fulbe o nomadi Peul, tutti i miei interlocutori hanno collegato direttamente il prosciugamento del lago all’arrivo di Boko Haram, e,  più in generale, le difficoltà di sopravvivenza all’aumento dei conflitti tra comunità più o meno vicine. Il marabutto del campo di sfollati Koulkine 1 raccontava di quando i diversi villaggi delle isole organizzavano i tornei di lotta tradizionale; si lottava, si festeggiava e si condividevano i grandi pesci del lago, il famelico lolo o il leggendario gigà, così grandi che se li caricavi su un asino la testa e la coda toccavano per terra (probabilmente il tiger fish e l’enorme Heterobranchus). Erano rituali necessari al mantenimento della serenità nell’arcipelago. Oggi sui bassi fondali vivono solo piccole e spinose tilapie, koui (un pesce simile alla sardina) o pesci gatto che stanno nel palmo di una mano, non c’è niente da condividere e quindi da festeggiare.

Quello che vediamo, o che “fa notizia”, è dunque solo la punta dell’iceberg. Il grosso è un proliferare di piccoli e medi conflitti, di “quiete catastrofi”, che avvengono in lembi di terra remoti e che, ogni tanto, come una palla di neve che rotola, si trasformano in tragedie, orchestrate da una mano che sa come gestirli e dirigerli.  Quando sono andato a validare l’autorizzazione per le riprese all’ufficio provinciale di Bol, il responsabile alla sicurezza mi disse: “Boko Haram in Chad non esiste”. Oggi, dopo 14 giorni, non ho più tante ragioni per rimanere stupito da questa affermazione. Esiste solo il fatto incontrovertibile che il lago si sta prosciugando, portandosi via le prospettive (e spesso la vita) di centinaia di migliaia di persone.

E allora, mentre da una parte le agenzie delle Nazioni Unite e, sotto di loro, le organizzazioni non governative, intervengono (attraverso un esercito di giovanissimi espatriati) per evitare il disastro, dall’altra vengono stanziati milioni di euro per mettere in sicurezza le frontiere. Il governo centrale del Chad dà il benvenuto ai nuovi piani di aiuti umanitari mentre altrove si riuniscono complicatissime commissioni multilaterali per stabilire linee guida e quote nazionali di emissioni di gas serra. Qual’è la “visione”? Qual è l’idea? Ce n’è una?

Mentre aspettiamo il capo dell’accampamento dei nomadi Peul, una delle mogli sistema una stuoia intrecciata davanti alla capanna, ci porta dell’acqua per lavarci e ci fa accomodare. Mahamad Abachar arriva di lì a poco a cavallo e tutto allegro si profonde in una serie di entusiastici e squillanti saluti di benvenuto. Poca erba, poco latte – dice. Poca profondità, acqua troppo calda, molte malattie per le vacche. Poca acqua, pochi pascoli e più alto il rischio di raid di Boko Haram o chi per loro. Mahamad ha dovuto rinunciare alla sua natura nomade; a Bol lui e la sua gente si sentono più protetti ma ho l’impressione che quei sorrisi ostentati nascondano un pizzico di disagio.

Una mucca sta morendo; le hanno costruito una tettoia di paglia per renderle meno penosa l’agonia. Un maschio con le corna lunghissime siede poco lontano a vegliarla. Il resto del pascolo è con i bambini sulle rive del lago, oltre le dune. Mahamad dice che tra poco li raggiungerà; le vacche brucano immerse per metà nell’acqua sui blocchi di terra ed erba galleggiante e c’è il rischio che una volta terminato non riescano a risalire sulla terra ferma, e che affoghino.

Makaila mi consiglia di girare la telecamera, sta arrivando un vecchio a cavallo. Il vecchio e Mohamad si salutano: non è bello discutere con il capo, dice il vecchio, ma ho bisogno di 5000 franchi (circa 3 euro). Non c’è problema, risponde Mahamad. Poi non ti disturbo più, continua il vecchio, vedo che hai una visita importante… Hai visto come filma? Alla gente piace filmare i cavalli, soprattutto se, come il mio, sono elegantemente equipaggiati.

Sulle rive del lago, i bambini controllano nove vacche che sembrano galleggiare in un prato; una bambina, la più grande, intreccia foglie di canna. Niente a che vedere con le centinaia e centinaia di capi di bestiame Kouri o zebù che transumano dalle regioni di Kanem o di Barh El Gazel verso il grande lago.  O, come mi racconta Makaila, di quelle dei nomadi arabi che dal Wadai, a est, attraversano il Sahel e scendono verso la Repubblica Centro Africana, sfilando anche 1000 chilometri lungo il confine col Sudan. O ancora, quelle dei nomadi più estremi, i Toubou, i nomadi neri, che dalle pendici del Tibesti portano i loro dromedari nelle regioni del Sahel appena più ospitali. Mi sembra di essere appena agli inizi.

And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not own
And where you are is where you are not.
(T. S. Eliot, East Coker, 1940)

Ringraziamento.
Il terzo angelo di questa storia si chiama Elisabetta, responsabile logistica del COOPI a Bol, che ha reso la mia permanenza “possibile”, non facendomi mai sentire di troppo e mantenendo il sorriso nella solitudine e nella fatica di condizioni di lavoro estreme.

________

Traduzioni da T.S. Eliot

Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perduto nella conoscenza?
Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?
(cori da “La Rocca”, 14-16, 1934, a cura di roberto sanesi, mondadori, 1971)

Che sono le radici che si avvinghiano, che rami crescono
Da queste pietrose rovine? Figlio dell’uomo,
tu non puoi dirlo né indovinarlo, perché conosci soltanto
un mucchio di immagini frante, dove il sole batte,
e l’albero morto non dà riparo, né grillo sollievo,
e l’arida pietra non dà suono di acqua.
(Alessandro Serpieri, BUR, 1985)

(…) non ero
né vivo né morto, e non sapevo nulla,
guardando dentro il cuore della luce, il silenzio.

La tenda del fiume è rotta; le ultime dita delle foglie
S’avvinghiano e affondano nell’umida sponda. Il vento
Attraversa la terra bruna, inudito. Le ninfe sono partite.

Noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione

Ma alle mie spalle in una fredda folata io sento
Lo scricchiolare delle ossa, e un ghigno teso da orecchio a orecchio

Cos’è quel suono alto nell’aria
Mormorio di materna lamentazione
Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano
Su pianure sconfinate, incespicando nella terra screpolata
Circondata dal piatto orizzonte soltanto

Dopo l’agonia in luoghi pietrosi
Le grida e i pianti
Prigione e palazzo ed eco

Temi la morte per acqua

Qualcosa che sapevamo dover essere un’alba
Una tenebra differente fluiva sopra le nuvole,
e dritto davanti vedemmo, dove cielo e terra dovrebbero incontrarsi,
una linea, una linea bianca,
un muro, una barriera, verso cui procedevamo.

(…) Non ero
Né vivo né morto, e non sapevo nulla,
guardando dentro il cuore della luce, il silenzio.

Io sedetti sulla riva
A pescare, con l’arida pianura dietro di me
Riuscirò almeno a mettere ordine nelle mie terre?

La tenda del fiume è rotta; le ultime dita delle foglie
S’avvinghiano e affondano nell’umida sponda. Il vento
Attraversa la terra bruna, inudito. Le ninfe sono partite.

E quello che non sai è l’unica cosa che conosci
E quello che hai è ciò che non possiedi
E il posto in cui stai è il luogo in cui non sei

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L’incomprensibilità del mondo: la poesia di William Blake https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mondo-la-poesia-di-william-blake/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mondo-la-poesia-di-william-blake/#comments Fri, 26 Aug 2016 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31812 Il 12 Agosto è ricorso l'anniversario della scomparsa, nel 1827, di William Blake. Ricordiamo il poeta inglese con un pezzo di Adriano Ercolani e due illustrazioni inedite di Tuono Pettinato e Manuelle Mureddu. Tuono Pettinato ha rappresentato il poeta sconvolto dalle sue proverbiali visioni, ironizzando sul luogo comune del poeta "pazzo". Manuelle Mureddu mostra invece l'altro aspetto interiore del poeta, l'estasi innocente del mistico, rifacendosi ai versi de Il Pifferaio.

Poeta, pittore e incisore, Blake è stato uno dei più illuminanti filosofi dell’era moderna, se conferiamo al termine il valore etimologico di “amico/amante della Sapienza”, e non quello post-illuminista di philosophe (indagatore scientifico-razionale del reale).

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Il 12 Agosto è ricorso l’anniversario della scomparsa, nel 1827, di William Blake. Ricordiamo il poeta inglese con un pezzo di Adriano Ercolani e due illustrazioni inedite di Tuono Pettinato e Manuelle Mureddu. Tuono Pettinato ha rappresentato il poeta sconvolto dalle sue proverbiali visioni, ironizzando sul luogo comune del poeta “pazzo”. Manuelle Mureddu mostra invece l’altro aspetto interiore del poeta, l’estasi innocente del mistico, rifacendosi ai versi de Il Pifferaio.

Poeta, pittore e incisore, Blake è stato uno dei più illuminanti filosofi dell’era moderna, se conferiamo al termine il valore etimologico di “amico/amante della Sapienza”, e non quello post-illuminista di philosophe (indagatore scientifico-razionale del reale).

Un poeta spesso accusato di essere ostico e oscuro, in realtà autore di versi così semplici e potenti da divenire canti popolari: la sua poesia Jerusalem, musicata da Hubert Parry, è cantata in Inghilterra prima di ogni evento sportivo e da anni è considerata una sorta di inno nazionale ufficioso.

La figura di Blake è stata, spesso, vittima di triti luoghi comuni scolastici (il poeta “folle”,“romantico”, anticipatore dei maudits francesi) o, peggio, di sensazionalistiche etichette deformanti (pensiamo soprattutto alle cialtronate sataniste di Crowley e dei suoi goffi epigoni).

In prossimità della ricorrenza, Roma ha tributato un omaggio forse senza precedenti al poeta inglese, almeno in Italia.

L’evento Blake in Rome, infatti, organizzato dall’associazione Inner Peace presso la Tenuta degli Alfei, non ha soltanto offerto uno sguardo critico sull’opera del poeta, ma ha celebrato i suoi versi con un concerto in suo onore.

Protagonista il cantautore inglese Victor Vertunni, accompagnato dal gruppo Voice of the Deep, che da oltre vent’anni si è dedicato a un intenso e rispettoso corpo a corpo con l’opera di Blake, nel tentativo arduo e nobile di tradurre in musica i versi del poeta.

Del resto, fu il poeta stesso a battezzare le sue poesie Songs, ovvero canzoni.

Uno dei leitmotiv della serata è stato, appunto, il desiderio di sgombrare il campo dagli stereotipi “maledetti” che hanno infestato la conoscenza dell’opera blakeana, per far emergere uno sguardo filologicamente più profondo.

Durante il confuso fermento culturale degli anni ’60 si è assistito ad una imponente rinascita dell’interesse nei confronti di Blake, figlia però di un equivoco di comodo.

Blake è divenuto, in breve, il Bardo a posteriori degli esperimenti psichedelici, della condotta di vita sex, drugs & rock ‘n’roll, mentre il percorso spirituale delineato dalle sue visioni è molto più consapevole e ispirato.

Come molti sanno, Jim Morrison fu ispirato per il nome del suo gruppo da The Doors of Perception (Le porte della Percezione) di Aldous Huxley, coraggioso testo in cui il geniale scrittore testimoniò la sua ricerca nell’ambito delle droghe psichedeliche (inventando ad hoc questa definizione poi destinata ad una grande diffusione).

Huxley si era a sua volta ispirato ad un verso di Blake, pregno di sapienza gnostica, tratto da Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno: “Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”.

Nella stessa sezione (i Proverbi Infernali) dell’opera appariva un’altra celebre sentenza, destinata, per la sua suprema ambiguità, a divenire erroneamente un mantra distorto per la vita dissoluta di Morrison: “La via degli eccessi conduce al Palazzo della Saggezza”.

Versi dalla fiammeggiante potenza profetica, che nel calderone sincretico di fine anni’60 hanno smarrito il loro significato iniziatico per divenire superficiali slogan di autodistruzione.

Tuono Blake

Se si leggono con profondità le opere di Blake, apparirà evidente come egli fosse consapevole erede, e fiero prosecutore, di una sotterranea tradizione sapienziale che ha attraversato l’Occidente, relegata nel recinto dell’eresia all’ombra dei dogmi teologici, come un fiume segreto a cui hanno attinto i grandi ispiratori del poeta: Dante, Michelangelo, Milton.

Il grande lavoro filologico e musicale di Victor Vertunni è volto proprio a sgombrare il campo da questi equivoci, restituendo alla luminosa figura di Blake il suo profondo valore filosofico.

In particolare, nella serata romana sono stati riproposti in chiave musicale i Canti dell’Innocenza.

Come scrive, con chirurgica precisione, Guido Ceronetti in Blake e la Tigre, stentoreo capitoletto del suo catalogo di malinconie gnostiche Cara Incertezza (Adelphi): “Quel che Blake sonda, sperimenta, verifica, intorno a sé e in se stesso, è la doppia faccia di tutto, centro dell’incomprensibilità, dell’inaccettabilità del mondo: bene-male, luce-tenebra, gioia-dolore, cielo-inferno, acqua-fuoco”. Non è un caso che uno studioso come Daniele Capuano abbia definito Blake “il più grande poeta gnostico occidentale”.

Parole che fanno eco a quelle di Elémire Zolla, nel suo saggio su L’Androgino Alchemico: “William Blake diede voce a una tradizione diffusa e particolarmente viva presso gli alchimisti, immaginando che la materia visibile sia preceduta da una fermentazione invisibile, nel corso della quale il principio maschile della luce e del tempo ruota come una “spada fiammeggiante” entro il velo di neve e ghiaccio del principio femminile, che rappresenta l’essenza dello spazio. Il gelido velo o la solida crosta dell’aspetto femminile della materia primordiale costituisce l’aspetto visibile del reale, l’illusione cosmica o maya”.

Sorprenderà molti pensare come un maestro spirituale indiano quale Shri Mataji Nirmala Devi sia arrivata a definire William Blake, addirittura una figura “angelica”, nel senso etimologico di “messaggero”, avendo schiuso nella poesia e nell’arte occidentale le porte di una conoscenza iniziatica.

Credo sia interessante riportare anche il parere di un grande poeta, e critico, come T.S.Eliot, per alcuni versi distante, ma per altri grande erede del profeta di Lambeth.

Specificamente sulla raccolta dei Canti d’Innocenza, l’autore di The Waste Land chiosa: “Blake sapeva che cosa lo interessava, e perciò presenta solo l’essenziale, o meglio, presenta soltanto ciò che si può presentare e che non ha bisogno di essere spiegato. E poiché non si lasciava distrarre, o turbare, o assorbire da nessun altro interesse, oltre a quello della precisa definizione delle cose, egli capiva. Era nudo, e vedeva l’uomo nudo, e dal centro del cristallo suo proprio.”

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Il canone (americano) di Harold Bloom https://minimaetmoralia.it/interviste/il-canone-americano-di-harold-bloom/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-canone-americano-di-harold-bloom/#comments Sat, 09 Apr 2016 05:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30489 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di parlare del Sublime, tema molto caro al vetusto e controverso principe dei critici Harold Bloom, bisogna dar conto di qualche mediocrità. L’anno scorso, appena uscito negli Stati Uniti il suo The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime, è partita la solita zuffa. Tagliando e incollando qualche riga estrapolata dal ponderoso tomo, Vanity Fair ha presentato i dodici autori americani che a parere di Bloom incarnano «lo sforzo incessante di trascendere l’uomo senza rinunciare all’umanesimo»: Whitman, Hawthorne, Melville e compagnia di defunti maschi bianchi (con l’eccezione di Emily Dickinson).

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di parlare del Sublime, tema molto caro al vetusto e controverso principe dei critici Harold Bloom, bisogna dar conto di qualche mediocrità. L’anno scorso, appena uscito negli Stati Uniti il suo The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime, è partita la solita zuffa. Tagliando e incollando qualche riga estrapolata dal ponderoso tomo, Vanity Fair ha presentato i dodici autori americani che a parere di Bloom incarnano «lo sforzo incessante di trascendere l’uomo senza rinunciare all’umanesimo»: Whitman, Hawthorne, Melville e compagnia di defunti maschi bianchi (con l’eccezione di Emily Dickinson).

Due giorni dopo su Book Riot, sito letterario molto popolare e antiaccademico, si è scatenata la blogger Rachel Cordasco che, dichiarando candidamente di non aver letto il libro di Bloom, ha comunque stracciato la Lista dei Dodici proponendone una sua, più contemporanea, multiculturale e bazzicata dalle donne. Inutile dire che si sono presto aggiunte molte altre controliste politicamente correttissime. Quasi in tutte ricorreva il nome di Toni Morrison, autrice che, secondo Bloom, scrive roba da supermercato e ha ricevuto il Nobel senza meritarlo. D’altra parte, con la giuria del Nobel il critico è in frequente disaccordo: è arrivato a dire che premia idioti di quinta categoria.

Quando gli ricordi queste cose Bloom, che va per gli 86 e combatte con parecchi acciacchi, non spreca il fiato. Sussurra: garbage, cioè spazzatura. In questa intervista, la parola – riferita a libri inutili, autori esangui, accademici in declino, critici infedeli alla loro missione e recensori incapaci – ricorre con la stessa frequenza di Toni Morrison nelle liste di Book Riot. L’hanno definito sprezzante e certo lo era, ma adesso è dimagrito troppo, la baldanza sembra affievolita e garbage assume quasi un significato di autodifesa, la formula per liquidare gli assalti della bruttura: «Sono forse l’ultimo critico barricato sul fronte del Sublime letterario».

Seduto più modestamente al tavolo del soggiorno con un gilet di piumino bordeaux e la cuffia di lana in tinta, ha piuttosto l’aspetto di un bambino montanaro. Soprattutto quando le guance gli si accendono mentre recita (inaspettatamente) La figlia che piange del poco amato T. S. Eliot. «Tutta la mia avversione per la misoginia, l’antisemitismo e la sessuofobia di Eliot si sgretola davanti a questa poesia». Questo per dire che ideologia e letteratura non andrebbero mescolate, anche se per Bloom con Eliot non è facile.

Oggi The Daemon Knows esce in Italia per Rizzoli con il titolo Il canone americano, che lascia perdere il daimon, ovvero il genio creativo, per strizzare l’occhio a Il canone occidentale, l’opera di Bloom più conosciuta (non necessariamente più letta), che alla sua uscita nel 1994 suscitò parecchi disaccordi. Li suscitò perché nella selezione dei 26 autori che hanno edificato la grande tradizione letteraria dell’Occidente (da Dante a Shakespeare, da Montaigne a Milton, da Cervantes a Borges, da Molière a Proust, da Freud a Virginia Woolf, fino a Beckett) non c’era un vivente.

Non che Bloom detestasse tutti gli scrittori vivi o quelli morti da poco, ma a suo parere nuotavano, alcuni molto bene, in acque già solcate dagli augusti precursori. (Lui poi sostiene che la profezia canonica va messa alla prova per due generazioni dopo la morte di uno scrittore).

Nelle intenzioni di Bloom Il canone americano non è un canone, ma non ha fatto tante storie con la Rizzoli su quel titolo furbetto. Per scoraggiare fraintendimenti, polemiche e giochi della torre anche in Italia, conviene dargli spazio, molto spazio, per raccontare come è nato e che cosa è il suo nuovo libro.

«Sei anni fa provo a fare uno spettacolo su Walt Whitman, ma dopo un po’ mi arrendo: più lo conosco come poeta, più lo perdo come persona. Credo che Whitman si sia cancellato deliberatamente. Allora decido di scrivere un libro sulla sua poesia e, di lì a poco, mi chiedo: cosa c’è di altrettanto titanico nella letteratura americana? Moby Dick. Ecco quindi la prima sezione Whitman-Melville. Ma Whitman deriva da Ralph Waldo Emerson che, mezzo secolo fa, mi ha folgorato e mi è stato di grande aiuto in un periodo di profonda crisi. Nella seconda sezione metto quindi Emerson e con lui Emily Dickinson, perché è la più importante poetessa americana dopo Whitman. Passo alla narrativa, declinata dai nostri grandi sul romance: il maestro del genere è Nathaniel Hawthorne, che ha avuto una potente influenza sull’ottimo Henry James. E siamo alla terza.

Nella quarta decido di inserire due autori che, a differenza dei precedenti, hanno avuto un grande pubblico e un considerevole potere letterario in vita: Mark Twain e il poeta Robert Frost. Quindi comincio a pensare ai poeti che mi sono piaciuti di più: Wallace Stevens e Hart Crane. Stevens ha vissuto un agone continuo con Eliot, così ai duellanti spetta la quinta sezione. Nella sesta mi concentro sugli autori americani più ambiziosi, William Faulkner e Crane, che è la mia passione da quando avevo dieci anni. È libro complesso, una sfida forse troppo difficile, ma penso sia migliore del Canone occidentale».

Nota a margine. A dieci anni, il piccolo Harold figlio di immigrati ebrei che parlano solo yiddish, si innamora di un poeta ostico come Crane e si interroga sul perché Melville non abbia inserito in Moby Dick alcune citazioni del Libro di Giona: ma che bambino era? «Molto sensibile, la poesia mi consolava, forse per questo ne ho imparate così tante che recito ancora, di notte, bisbigliando per non svegliare mia moglie. La scuola ebraica ha sviluppato la predisposizione per l’esegesi. E forse i geni di un bisnonno rabbino influiscono».

Bloom ammette di essere «un critico empirico e personalizzante»; nel libro, che è impegnativo quanto fascinoso, ci si può interrogare sull’attendibilità delle visioni o di qualche elucubrazione. Prendiamo pagina 279, dove si parla di La lettera scarlatta e in particolare dell’eroina: «Hester costringe Hawthorne a uscire dall’ambito del romance per entrare in quello del romanzo psicologico, il che è un segno della sua relativa libertà e della curiosa schiavitù del suo autore, della incapacità di quest’ultimo di rendere conforme alle proprie aspettative morali il suo personaggio più poderoso. Hester inganna gli altri, e per un po’ anche se stessa, ma non permette a Hawthorne di illudersi. Lui forse avrebbe preferito vederla come una dark woman».

Una protagonista che spadroneggia sulla trama è una bella invenzione, ma quanto dimostrabile? Insomma, il più autorevole critico vivente si è mai accorto, a posteriori, di averla sparata grossa? «Certo: bisogna sbagliare. Nietzsche diceva che gli errori nella vita sono necessari alla vita e, nella lettura, alla lettura. Hai visto cosa hai fatto e fai meglio. E Beckett suggeriva di sbagliare, sbagliare di nuovo e sbagliare meglio».

È a Yale dal 1951 Harold Bloom. Ha insegnato in molte altre università, anche italiane, ma questa è la sua casa madre, non senza contrasti. Nel 1976 ha mollato il Dipartimento di Inglese: «Quando ho visto che prendeva il sopravvento la School of Resentment». La definizione, coniata da lui stesso, si riferisce a quegli accademici risentiti che nella critica letteraria antepongono, o accompagnano, ai valori estetici quelli ideologici: marxismo, multiculturalismo, femminismo, poststrutturalismo eccetera.

Continua a insegnare, è Sterling professor – la carica più prestigiosa conferita a Yale – di Studi umanistici. Tiene lezione nel suo soggiorno a una dozzina di giovani studenti: quelli della specializzazione o dei master non li vuole «perché li hanno già rovinati». Le materie sono due suoi cavalli di battaglia: Shakespeare il martedì e influenza poetica (ovvero il conflittuale debito d’ispirazione che gli autori hanno con i loro precursori) il giovedì.

A questi studenti, che cita spesso nel libro, il professor Bloom non teme di insegnare cose sbagliate? «Quello che insegno non è sbagliato, alla mia età è come acciaio temperato. Insegno dal dentro al fuori, non al contrario. Parlo da dove è la poesia, dal cuore della visione. Questa conoscenza è stata raggiunta in una lunga vita trascorsa leggendo bene e profondamente, meditando su cos’è la scrittura e restando in contatto con una manciata di critici occidentali che fanno la differenza».

I critici, appunto. Una volta ho chiesto a Philip Roth notizie su Michiko Kakutani, la critica del New York Times che lo stroncava sempre: mi ha risposto che non era importante. Era solo una giornalista che redigeva recensioni, mentre i veri critici come il suo amico Harold Bloom non perdono tempo con le recensioni: pensano ai libri, ci scrivono i saggi. In realtà il caro amico Harold prima le scriveva anche, le recensioni, e proprio sulla Book Review del NYT, poi un articolo pubblicato dal giornale per il ventennale del Canone occidentale l’ha così irritato da fargli troncare ogni rapporto di lettura o collaborazione con la testata. Ma se il vero critico non si abbassa a recensire la produzione corrente il povero lettore a chi si rivolge?

La risposta di Bloom è un po’ irritante. «C’è poco tempo: perché sprecarlo con questa spazzatura invece di rileggere la Divina Commedia? Il mio compito è insegnare e scrivere i miei libri, non leggere questa spazzatura per comunicare al pubblico che è spazzatura. Il mio precursore Samuel Johnson, la figura che ho emulato, diceva che la funzione della vera critica è trasmutare le opinioni in conoscenza. Questo è il mio lavoro». Qui ci vuole un correlativo oggettivo: le note maestose e canoniche emesse dalla filodiffusione (col volume che non si riesce ad abbassare) sottolineano a dovere la gravità di Bloom.

Nel Canone americano si parla di religione americana. Una religione in cui Whitman si vede come un sole che irradia e il capitano Achab è pronto a colpirlo, il sole, se l’astro ha la malaugurata idea di offenderlo. «Dei miei Dodici solo uno è cristiano, anzi, neocristiano, Eliot; per il resto sono trascendalisti. Il nuovo americano è un dio-uomo che si è creato da solo e, se Dio o Gesù viene a lui, gli accade solo quando è in perfetta solitudine e libertà».

Ecco, la solitudine: nel Novecento americano, anche nel secondo dopoguerra, ci sono scrittori, comunque defunti, che hanno raccontato la solitudine. Snocciolo un rapido elenco: Hemingway, Fitzgerald, Salinger, Carver, Cheever («Chi? Ah, un brav’uomo, giusto uno scrittore di storie»), Richard Yates («Revolutionary Road era buono, ma niente»), Nathanael West. Responso finale: bravi o bravini, per carità, ma nessuno è canonico.

Inutile citare i viventi o i morti recenti, che parlino di solitudine o meno. Il critico promuove, e non per tutta l’opera, solo Roth, DeLillo, Pynchon, Cormac McCarthy e John Ashbery tra i poeti. Scrittrici, niente. Stephen King è il male assoluto, provo a paragonarlo a Balzac, solo in termini di iperproduttività. Nessuna risposta pervenuta, ma basta lo sguardo quasi offeso di Bloom che, nel libro, tra un Sublime e l’altro dà una stoccata pure a Franzen e Wallace: «Ci troviamo di fronte a una crisi di vasta entità quando le opere contemporanee non sono in grado di realizzare le proprie ambizioni (Infinite Jest di David Foster Wallace, Libertà di Jonathan Franzen)».

È scontato ipotizzare che a un ottantaseienne il presente faccia un po’ schifo (anche se ha in programma un nuovo libro, Possessed by Memory, excursus tra poesie e prose molto amate e immagazzinate nella sua poderosa memoria), ma è altrettanto scontato affermare che la letteratura americana non produce capolavori, al momento. Comunque il Sublime è dichiarato ufficialmente morto.

«È finito con Faulkner e Crane. È una situazione molto triste: il declino culturale, l’avvitamento della speranza, la morte della democrazia. Ormai gli Stati Uniti sono una plutocrazia, un’oligarchia. Guardi a cosa ha portato la reazione alle controculture: a questa orribile involuzione fascista dei repubblicani. La School of Resentment ha vinto nelle università, ormai in totale decadenza, è riuscita a demolire gli studi umanistici mettendo sullo stesso piano i fumetti e i sonetti, gli standard sono collassati, la scrittura cattiva passa per buona. Ho sprecato anni a denunciarli. Basta. Hanno vinto. Pace. Tanto Dante sarà sempre Dante e Shakespeare sempre Shakespeare. E magari in futuro tornerà un po’ di ragione. Intanto resiste un’élite, non riconosciuta dalla società corrotta né dall’accademia degradata. Siamo migliaia, in Cina, Perù, Australia, Slovenia, tutti in contatto. Mi scrivono, io non rispondo, ma mi commuovo: c’è ancora qualcuno che non vuole spazzatura».

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Conversazione con Franco Cardini: Europa e Islam, il malinteso continua https://minimaetmoralia.it/interviste/conversazione-con-franco-cardini-europa-e-islam-il-malinteso-continua/ https://minimaetmoralia.it/interviste/conversazione-con-franco-cardini-europa-e-islam-il-malinteso-continua/#comments Wed, 16 Dec 2015 13:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29397 (fonte immagine)

Franco Cardini è una delle figure più dotte e autorevoli del panorama intellettuale italiano contemporaneo. Collocato tradizionalmente "a destra", si è emancipato più volte da tale etichetta, non solo con le sue posizioni contrarie alle guerra in Iraq e in Afghanistan, ma addirittura accettando la candidatura a sindaco di Firenze nel 2004, sostenuto, anche, da liste civiche di sinistra.

Tra i massimi esperti di Medioevo, lo storico si è in particolare dedicato allo studio approfondito delle Crociate, svelando in più occasioni la vacuità dei luoghi comuni sul rapporto tra Cristianesimo e Islam.

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Franco Cardini è una delle figure più dotte e autorevoli del panorama intellettuale italiano contemporaneo. Collocato tradizionalmente “a destra”, si è emancipato più volte da tale etichetta, non solo con le sue posizioni contrarie alle guerra in Iraq e in Afghanistan, ma addirittura accettando la candidatura a sindaco di Firenze nel 2004, sostenuto, anche, da liste civiche di sinistra.

Tra i massimi esperti di Medioevo, lo storico si è in particolare dedicato allo studio approfondito delle Crociate, svelando in più occasioni la vacuità dei luoghi comuni sul rapporto tra Cristianesimo e Islam.

Riconosciuto, appunto, un’autorità in tale ambito, Cardini è tornato spesso al centro del dibattito culturale, anche sui media generalisti, dopo il conflagrare internazionale del terrorismo di matrice islamista.

Crediamo che una delle sue frasi più note possa essere un punto di riferimento in questi tempi confusi, dilaniati da arroccamenti dogmatici contrapposti: “La Cultura è la capacità di mettersi in discussione”.

Abbiamo incontrato il professor Cardini in occasione del suo intervento al Teatro Argentina nella conferenza Caduta e ricostruzione della Polis, all’interno del ciclo di incontri Conversazioni sulle Rovine, avendo il piacere di approfondire con lui alcuni dei temi della sua riflessione.

L’attualità ci impone di parlare di temi di cui lei si è occupato, anche profeticamente in passato…

Perché dice profeticamente?

Beh, perché alcune dinamiche che delineava poi si sono poi verificate. Pensiamo al falso conflitto con l’Islam esploso sui media conservatori in questi giorni…

Ma erano dinamiche molto chiare…Che poi fossero inquinate da interessi politici o da forme di disinformazione, d’accordo, ma erano considerazioni alla portata di tutti, non direi profetiche. Direi piuttosto inascoltate, ma questo dipende dall’ignoranza, o dalla malafede, di operatori politici e mediatici.

Quasi mi vergogno a chiederle un commento sul titolo vergognoso di Libero sui “Bastardi Islamici”

Io credo di essere stato abbastanza duro ad Agorà con un giornalista di Libero che difendeva quella scelta, oltre tutto a voce alta, ma senza argomenti. Lì ho fatto notare che le parole sono importanti, soprattutto se uno fa il giornalista. All’inizio mi ha risposto con una certa arroganza, dichiarando che a Libero vanno fieri di quel titolo. Ho risposto che non entro nei problemi etici, per dirla pomposamente, che possono indurre qualcuno a vantarsi di qualcosa del genere. Mi riguarda, invece, la loro inesattezza. Se loro vogliono dirigere una contumelia verso i terroristi chiamandoli “bastardi” è una scelta che comunque non mi convince: trovo strano in questo caso chiamare in causa le genealogie, potevano chiamarli “criminali” senza sollevare tante polemiche. Ma il problema è chiaramente la parola ‘islamici’. Ora, a livello internazionale è convenuto che ‘islamico’ sia sinonimo di ‘musulmano’ (la preferisco con una ‘s’, poiché nell’originale in arabo non si sente), traduzione di ‘muslim’: “colui che aderisce all’Islam”.

Una parola che ha una tradizione dotta in Italia ed è assolutamente comprensibile. Nell’italiano fino all’800 si usava ‘maomettano’, ma secondo me non ha molto senso: ha senso chiamare il cristiano tale, poiché si connota una religione incentrata su un Uomo, ma non è il caso dell’Islam: Maometto è il Profeta, non Dio.

Quindi io ho fatto semplicemente notare al giornalista di Libero che non sanno nemmeno l’italiano, quello ordinario: ‘islamico’ è divenuto un sinonimo, spesso dispregiativo, di ‘musulmano’, per attrazione al termine che nella fattispecie sarebbe stato corretto, cioè “islamista”.

Dunque, una connotazione ideologica che si distingue dall’adesione alla fede islamica…

Sappiamo che il suffisso della parola indica un’appartenenza ideologica: ‘socialista’, ‘fascista’, ‘liberista’, addirittura ‘cristianista’, termine coniato all’inizio del 21esimo secolo, senza molto seguito, da alcuni circoli e riviste di cristiani radicali. In questo fenomeno (che va studiato ed è molto interessante) l’Islam non viene usato come fede religiosa ma come un’ideologia politica. Un’ideologia fondata sul movimento di riscossa di tutte le genti che aderiscono ad esso, una riscossa che non persegue, come debbono i credenti, la propria salvezza, bensì l’egemonia sul mondo. La stessa egemonia che l’Islam ha avuto dal VII al, grosso modo, XVIII secolo, prima che l’Occidente progressivamente gliela strappasse. Questa non è fede religiosa, ma ideologia politica. Chi vi aderisce può essere religiosissimo, ma quella è un’ideologia politica. In nome della quale addirittura si scambiano le carte in tavola: si forzano i dettami della shari’a fino al punto di falsare i termini del rapporto con i cristiani. Dire che i cristiani non hanno diritto di stare in territorio musulmano contraddice il diritto coranico, che è molto chiaro.

Una distinzione chiara, ma sulla quale i media stanno facendo proditoriamente confusione a fini propagandistici…

Un giornale (sarò all’antica, sarò rimasto gramsciano) per me non deve fare il gioco di chi lo finanzia o della parte politica più vicina, ma deve anche avere una funzione pedagogica. Il giornalista di Libero a queste mia obiezione ha detto che non c’è tempo da perdere con le parole! Ho risposto che se fosse stato un ragioniere del catasto…Avrei avuto comunque i miei dubbi! Ma che lo dica un giornalista inaccettabile. Se a un giornalista si leva il valore delle parole non è più nulla. Sarebbe meglio che questo tipo di ‘giornalisti’ andasse a zappare la terra.

Il paradosso è che proprio all’interno dell’Islam incontriamo il Sufismo, probabilmente la corrente mistica che più di tutte, nella varie religioni, ha predicato la pace fra i credenti e la convergenza di tutti i percorsi religiosi, pensiamo ai versi sublimi di Rumi o all’insegnamento di Ibn Arabi…

Certo. Intanto bisogna cominciare sempre dalle parole: Sufi vuol dire “Colui che porta il Suf'”, cioè indossa la tela di lana, di capra o cammello, il segno di coloro che hanno scelto una vita di comunione con Dio. Non diremmo una vita penitenziale, l’Islam anche in questo è piu vicino all’Ebraismo piuttosto che al Cristianesimo, dove c’è un forte culto della penitenza, di derivazione greca e indiana.

Ad esempio, il concetto di tapas (pratica ascetica) che è centrale nella letteratura vedica…

Ad esempio, musulmani e ebrei non ce l’hanno. C’è l’idea di appartarsi e di vivere parcamente e castamente, a contatto con Dio. Il Sufi non è un filosofo, quello è il falsafi (che in greco diviene filosofo), che usa la ragione. I mistici con la ragione ci fanno ben poco, il Sufismo è la via del cuore, la via della mano sinistra. Al-Ghazali, come S.Bernardo, ce l’aveva con i filosofi. I due si sarebbero trovati perfettamente d’accordo!

Possiamo dire che i Sufi predicano la convergenza di tutti i percorsi religiosi?

I Sufi dicono che, certo, esiste la Rivelazione, una via attraverso la quale Dio ha favorito il genere umano, in particolare i popoli a cui Dio ha dato la Scrittura, in particolarissimo quelli a cui ha dato la Sua vera Parola, cioè per loro il Corano. Tuttavia, affermano, attraverso la preghiera e il contatto con Dio si può arrivare a una comunione tanto stretta col Divino che alcuni Sufi arrivano a posizioni…quali nel Cristianesimo verrebbero definite eretiche, ma nell’Islam no. Nell’Islam non esistono chiese, ma ci sono le scuole teologico-giuridiche che possono dare pareri negativi o addirittura condannatori.

Una fatwa è un provvedimento giurisprudenziale.

Ma se c’è un sovrano che accetta la fatwa di una determinata scuola contro una determinata tesi, comunque, la persona che ne è oggetto continua a non potersi definire propriamente ‘eretico’, una parola intraducibile in arabo.

Ci sono altre parole sinonimo di condanna, come ‘empio’ o ‘infedele’.

Parlando di condanne e Sufismo, non possiamo non citare Al Hallaj…

Uno dei massimi esponenti del Sufismo che a un certo punto tira fuori questa teoria della sua perfetta comunione con Dio, fino all”indiamento’,

Non lontano da Meister Eckhart o Silesius…

Egli fece a questo riguardo proprio l’esempio di Gesù Cristo. Infatti venne crocifisso. secondo un’antica tradizione iraniana che i califfi abassiti, persiani d’origine, ogni tanto usavano.

Sono celebri i suoi versi: “Ho pensato molto alle religioni, per capirle, e ho scoperto che sono i molti rami di un’unica Fonte”.

Quello di Al Hallaj è un caso molto particolare, estremo, non si può dire che fosse diventato cristiano. Il Sufismo, fino a pochi anni fa, è stato unanimamente rispettato nel mondo sunnita, mentre il mondo sciita ha altre tradizioni mistiche ma comunque presenta forme equivalenti, essendo un mondo pieno di correnti e gruppi.

Una certa animosità, che poi è divenuta inimicizia e ostilità tra i Sufi e i movimenti fondamentalisti, è nata alla fine del XX° Secolo con gli sviluppi propriamente militari del wahabismo, un movimento che si hanno incrementato i sauditi per far piacere agli americani durante la guerra in Afghanistan. Da lì sono nati tutti i problemi che conosciamo oggi.

Riassumendo, potremmo dire che il Sufismo è il volto più universale dell’Islam che testimonia un messaggio di pace e unità fra le religioni.

I Sufi dicono le stesse cose che dice Nicola Cusano nel De Pace Fidei, in un altro modo (ma neanche tanto visto che la base comune è neoplatonica): Dio ha parlato a tutti i popoli e tutte le tradizioni sono sacrali, vi sono alcuni popoli a cui ha parlato attraverso i miti, attraverso la Ragione, ad altri attraverso la Rivelazione, ma alla fine dei tempi tutti i popoli si comprenderanno con Dio e in Dio. Cusano era un cardinale cristiano ma non dice, facciamo attenzione, che i popoli si convertiranno al Cristianesimo! Nella tradizione apocalittica ed escatologica cristiana c’è questa conversione finale, ma in Cusano no. I popoli tornano a Dio attraverso la propria tradizione. Poi, certo, per i cristiani Dio è il Cristo.

A proposito della convergenza di varie tradizioni, uno degli aspetti che più mi ha colpito del suo intervento è stata la citazione di Shri Shiva Nataraja, Shiva come Signore della Danza, un archetipo che poi ritroviamo nella cultura indiana variato nella figura di Dioniso e del quale tracce sono pervenute anche nel Cristianesimo.

Certo, Alain Daniélou ha scritto un bellissimo libro sui rapporti tra Shiva e Dioniso…

Una divinità da lei menzionata all’interno di una sua riflessione molto interessante sul concetto di eterno ritorno presente, a dispetto del pensare comune, anche nel Cristianesimo. Ad esempio, nella continua morte e resurrezione rappresentata nel rituale della messa…

Ne ha parlato molto bene Ossola in un suo intervento recente a Villa Nazareth, la Residenza dell’Università Gregoriana. Egli spiegava come appunto la liturgia cristiana restauri il tempo ciclico e abbandoni in realtà l’idea di “freccia del Tempo”. Un’idea che rimane ad altri livelli. In questo, il Cristianesimo è molto vicino a sistemi pagani, a differenza dell’Ebraismo, che pur avendo accettato la cultura romano-ellenistica non gli ha mai consentito di entrare nel tessuto della fede. La cultura ebraica ha usato gli strumenti della cultura ellenistica, ma non si è fatta invadere. L’Islam ha fatto lo stesso. Il Cristianesimo, invece, ha un rapporto di subordinazione ciclica, soprattutto all’inizio, che poi si è tradotta in forte osmosi nel recupero di tali elementi pagani…checché ne dicano S.Ambrogio e S.Girolamo.

Del resto il primo veniva da una famiglia senatoriale, non poteva amare l’istituto dell’Imperatore, la sua polemica con Teodosio è puramente tacitiana.

Purtroppo, Teodosio era un uomo dotato troppa pazienza…

Sono riflessioni che fanno pensare a La Terra Desolata di T.S.Eliot, sia per il titolo dell’incontro (il celebre verso “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”), che per il tema del ciclo morte e resurrezione, che ispira tutto il poema, su ispirazione de Il Ramo D’Oro di Frazer…

Certo, è sicuramente uno dei miei poeti preferiti.

Nei tanti libri che ha scritto sul rapporto tra Europa e Islam il sottotitolo di uno è “un dialogo possibile?”, quello di un altro è “la storia di una malinteso”. Secondo lei, in questo momento di tragico conflitto, qual è la situazione?

È senza dubbio una crescente vittoria del malinteso. I malintesi vincono sempre quando c’è la malafede. E qui siamo stretti tra la malafede di alcuni ambienti occidentali e chiaramente quella dell’islamismo, che sono in malafede per principio, spacciando un’ideologia politica per una religione. L’unica eccezione è il presidente francese Hollande. È troppo cretino per essere in malafede.

Ma il dialogo è ancora possibile? Chiaramente, tra le parti in buonafede…

Il dialogo risulta possibile finché almeno nella Chiesa Cattolica (e mi risultano posizioni simili anche in altre chiese cristiane) c’è una figura come Francesco. Egli ha capito due cose: prima di tutto la grossolanità degli errori strategici in corso, poiché bombardare dall’alto vuol dire semplicemente fomentare odio e regalargli adepti. E poi che il modo vero per contrastare il Califfo è la diplomazia, non ricreare i “crociati”, come la propaganda islamista ci descrive. Bisogna neutralizzare queste sciocchezze. Il Papa è il primo nemico del Califfo. Da cristiano, si sta rimettendo alla Volontà Divina. Un Sufi direbbe che è si sta comportando da vero musulmano.

Uno dei significati della parola Islam appunto è arresa al Divino.

Direi, il significato fondamentale. Chiariamo, non è fatalismo. La lotta contro il Destino esiste eccome nell’Islam. L’uomo musulmano se non ha ragione di pensare che quello che gli avviene sia la Volontà diretta di Dio può contrastarlo: altrimenti sarebbe pure illegittimo curare le malattie. In casi estremi, addirittura si può parlare di suicidio. In casi ancora più estremi, se non ci sono alternative, il diritto coranico consente perfino di cibarsi di carne umana.

Quanto debito ha la cultura europea nei confronti dell’Islam?

Ha senza dubbio un debito immenso. Non dobbiamo dimenticare che il succo della modernità è anche l’elaborazione tecnico-scientifica di dati che attraverso la cultura medievale provenivano dal’Islam. I dati che venivano dall’antichità comunque la cristianità occidentale li ha potuti elaborare grazie all’apporto islamico.

Pensiamo all’influenza sulla filosofia medievale cristiana delle sintesi di Avicenna e Averroè…

L’Islam è alla base della modernità. E l’Islam ha accettato gli sviluppi della modernità. I guerriglieri del Califfo negano cialtronescamente la modernità mentre sono dei moderno-dipendenti. Basta vedere la qualità tecnologica dei loro orribili video.

Invece, un fondamentalista intelligente come Khomeyini spiega bene questo punto nella celebre intervista con Oriana Fallaci. La giornalista obiettò che, anche se parlava male dell’Occidente, egli usava il telefono e il condizionatore d’aria, insomma le comodità della tecnologia occidentale. Khomeyini rispose che gli occidentali avevano fatto molte cose buone, che loro riconoscevano e usavano. Ciò che faceva loro paura era la nostra morale. Una risposta assolutamente condivisibile. Poi, posso eccepire che la moralità dell’Ayatollah non è certo la mia…ma quella è una risposta corretta.

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My mental state is all a-jumble I sit around and sadly mumble. L’informazione di Martin Amis compie vent’anni https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/linformazione-di-martin-amis-compie-ventanni/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/linformazione-di-martin-amis-compie-ventanni/#comments Sun, 31 May 2015 11:37:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27102 di Filippo Belacchi

Pubblichiamo una versione ridotta del saggio di Filippo Belacchi su "L'informazione" di Martin Amis, uscito originariamente su Nuovi Argomenti. (fonte immagine)

È così che comincia L'informazione di Martin Amis: Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno e poi dicono niente, non è niente, solo un sogno triste. Come Wild Wood, la canzone di Paul Weller, è un romanzo di grande malinconia e solitudine tutta londinese, che poi vuol dire dickensiana, che poi vuol dire infanzia molto poco felice.

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Pubblichiamo una versione ridotta del saggio di Filippo Belacchi su “L’informazione” di Martin Amis, uscito originariamente su Nuovi Argomenti(fonte immagine)

È così che comincia L’informazione di Martin Amis: Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno e poi dicono niente, non è niente, solo un sogno triste. Come Wild Wood, la canzone di Paul Weller, è un romanzo di grande malinconia e solitudine tutta londinese, che poi vuol dire dickensiana, che poi vuol dire infanzia molto poco felice.

Non ho mai avuto dubbi nel sostenere che questo è, e purtroppo temo che rimarrà, l’unico vero capolavoro di Amis. Ho intrattenuto un rapporto lunghissimo con questo romanzo e a volte, come dissi allo stesso Amis: “Mi pare di conoscerlo meglio di te” (anche lui, Amis, ha detto qualcosa del genere riguardo a Le avventure di Augie March). Questo non è un romanzo d’intreccio, non è un romanzo con una trama forte che costringe a chiedersi come andrà a finire. Il vero aspetto che vale la pena indagare è il linguaggio: ritmi di pensiero e combinazioni di parole che l’autore ha scovato e tenuto per scrivere questo bestione. È un duello all’ultimo sangue con tutto, e con tutti. Con la scrittura, con suo padre, il romanziere Kingsley, con ciò che fino a quel momento ha significato fare, essere uno scrittore. Torna spesso in mente Martin Sheen che in The Departed chiede a DiCaprio:“Do you wanna be a cop or do you wanna appear to be a cop?” In fondo la domanda che si fa Amis è questa: “Vuoi solo sembrare uno scrittore o vuoi essere davvero uno scrittore?”

La storia è piuttosto semplice: Richard Tull, romanziere di quarant’anni, ha scritto due romanzi e ora si trova senza un editore e, peggio ancora, senza un pubblico. Intanto il suo amico Gwyn Barry ha scritto Amelior, romanzo New Age che ha tutta l’aria di essere una porcheria ma che, dal giorno alla notte, è diventato un mega best seller in tutto il mondo. Richard colmo d’invidia per il successo di Gwyn tenterà di arrestare l’ascesa del suo amico, fallendo sempre di più e sempre più in grande.

Richard Tull, il protagonista, rappresenta l’aristocrazia del romanzo, il romanzo novecentesco che un tempo si contendeva le masse con la pittura, la musica e il cinema; l’uscita di un romanzo, di certi romanzi faceva accorrere gli abitanti del villaggio come il torbido bagliore emesso da un meteorite, strano corpo piombato chissà da dove: Lolita, ovviamente Ulisse, Coppie, American Psycho, fino ad Underworld; la lista è non infinita, ma parecchio lunga. L’altro, il suo amico, è quello che, in un mondo ignoto e incontenibile che straripa informazioni e chiacchiericcio, intuisce che il segreto per scrivere uno sfondaclassifica è far sembrare il mondo in cui viviamo qualcosa di piccolo e famigliare, più a portata d’uomo: sopra di noi quindi ci sono nuvole e bellissime stelle, il sole, e la luna, per gli innamorati; ma sopra sopra c’è un boato infinito di buio, un abisso, un cratere di oscurità, forse la casa abbandonata, diroccata un tempo affollata dagli dèi, poi da dio che ora è morto, di solitudine o Alzheimer. E sotto ci siamo noi, paurosamente insignificanti, specie in un mondo anaffettivo, privo di relazioni, o meglio: dove le relazioni sono pornografiche: oggetto contro oggetto. Gwyn Barry capisce il tempo, la fine del secolo scorso, politicamente corretto, non ci sono differenze, niente frizioni, tutti vicini, nessuno in fondo si vuole bene, ma siccome sta brutto, nemmeno male. Non ci sono individualità ma ognuno a suo modo è protagonista, senza però urtare nessuno.  E comunque quel che segue è ciò che il narratore dice della prosa di Richard e di Gwyn:

Fondamentalmente Richard era un modernista abbandonato su un’isola deserta. Il modernismo non è che una divagazione nel difficile; ma Richard era ancora lì, impantanato nella difficoltà […] cercava di scrivere romanzi geniali, come Joyce. Joyce resta il miglior scrittore di romanzi geniali, e persino lui è una noia mortale per metà del tempo. Richard, si può tranquillamente dire, era una noia mortale dalla prima all’ultima pagina (p.148)

La grazia, la mellifluità, i punti e virgola ingenuamente pomposi, la totale assenza di umorismo e di avvenimenti, le immagini di seconda mano, la trasparenza quasi affettuosa delle piccole combinazione di colore, le simmetrie da gioco di costruzioni per bambini…Qual era l’ argomento di Amelior? Non era autobiografico: raccontava di un gruppo di giovani di animo nobile che, in un paese innominato, lottavano per creare una comunità rurale. Ci riuscivano. Fine. (p.35)

La cosa, la sola cosa importante da sottolineare è che Richard e Gwyn sono due bari, scrivono truffando – il primo se stesso e il secondo gli altri — e quindi vivono male, a loro modo sono creature immorali. Entrambi, in modi diversi, vogliono sembrare due scrittori, ma di fatto non lo sono.

Come si riesce dunque a rapire e portare sulla pagina questa realtà ubriaca fradicia, vivace e incontenibile e immensamente triste, di abissale solitudine?

Amis comincia a pensare a una risposta nel 1984, in un saggio su Saul Bellow nel quale, a un certo, punto parla di High Style. Lo “stile alto” di Bellow, complesso eppure mobile, una scrittura leggera dal corpo atletico e sodo, dalla capacità strabiliante di avventarsi sulla realtà e sentirla tutta, fino in fondo e poi buttarla sulla pagina. E in questo saggio Amis dice che questo “stile alto”, Bellow non lo usa “just for the hell of it, cioè a dire: così, tanto per fare. Parla di responsabilità da assumersi: “Perché lo stile alto – continua Amis – è un tentativo di parlare per conto dell’umanità e dire cose che un tempo sapevamo, che erano importanti e che abbiamo ormai dimenticato da troppo tempo. Detto in maniera più concisa significa dire la verità, la verità riguardo a quello che si sente. Ecco, in questo senso Richard e Gwyn sono profondamente immorali. Sentono, se sentono, delle cose, ma ne scrivono delle altre, fregano insomma.

Si diceva che il romanzo comincia con le città di notte contengono uomini ecc. In inglese a dire il vero l’inizio è leggermente diverso: Cities at night, I feel, contain men who cry in their sleep. C’è un “io” di differenza. E riguardo a quell’io Amis in un’intervista è stato molto chiaro: ”C’è un io nella prima frase, il narratore sono io, volevo che il lettore sapesse da dove venivo. Per me la crisi di mezza età è arrivata sotto forma di una coperta d’ignoranza, sentivo di non sapere niente del mondo”. E questo stato di cose ha impedito ad Amis di barare il meno possibile e conquistarsi la sua voce, la sua vera unica voce. L’informazione è una dichiarazione d’indipendenza; già dalla prima pagina, nel primo paragrafo, va all’assalto. Quell’io che lo denuda è un omaggio o, meglio ancora, è un segnale che indica la direzione verso cui sta guardando mentre scrive e cioè  Le avventure di Augie March, che comincia con un io nella prima frase: “I am an American, Chicago born – Chicago, that somber city – and go at things as I have taught myself, free-style”. Bellow disse che quel romanzo fu la sua dichiarazione d’indipendenza, finalmente aveva trovato la sua voce, non parlava più da schiavo, non tentava più di fare il verso agli europei o di sedurre i letterati wasp, ma scriveva da uomo libero e con la lingua, con la lingua ci faceva quel che voleva, costi quel che costi si sarebbe trovato il suo posto nella letteratura americana. E poi già nella prima pagina c’è un affronto a suo padre, il romanziere Kingsley. In una intervista rilasciata dieci anni prima che L’informazione uscisse, dodici a dire la verità, Martin disse che nel romanzo i divieti non devono esistere, cartelli con su scritto: “Do not enter”. E poi aggiunge: “Mio padre direbbe che c’è un cartello con su scritto ‘Non entrare’ sulla porta della camera da letto dei suoi personaggi. Ecco, io credo che questi siano divieti immaginari e che debbano essere ignorati.” E infatti comincia il suo romanzo nella camera da letto mentre guarda il suo protagonista piangere nel sonno. In questo romanzo la politica di Amis è quella di fare terra bruciata, andare avanti e crearsi e cercarsi una voce che venga da una sola direzione: sentimento, non sentimentalismo, ma sentimento, sensibility. Imbevuto di empatia parla solo della verità, della verità emotiva che lo assale, la verità emotiva di qualsiasi cosa: da uno sguardo a una macchia di piscio sull’asfalto, passanti,  occhi, corpi, tramonti, dialoghi, pensieri. Sempre e solo la verità emotiva delle cose, come se solo la verità emotiva possa dare una struttura attraverso la quale la realtà può esistere. E dire questa verità con le parole, con la prosa che sia adatta, nel senso di fit,  arriva il difficile. Tracce nel testo su chi e cosa Amis abbia guardato per informare la propria lingua ne ha lasciate. Come deve essere uno scrittore per essere un vero scrittore, uno per cui la scrittura è questione di vita o di morte, un eroe insomma (e L’Informazione, come romanzo, effettivamente è una impresa eroica).

In un brano, poco dopo l’inizio del romanzo, Richard Tull si trova in un ristorante con Gwyn e altri e a un certo punto decide di fare un discorso appassionato. E mentre si sta per alzare, il narratore nota: “Lì sul vellutino trapunto di bottoni, Richard si chiese rapidamente se quella del discorso appassionato fosse una risorsa naturale di uomini e donne prima del 1700 – o di quando caspita aveva detto Eliot – cioè prima che pensiero e sentimento si dissociassero.”

Ecco cosa aveva detto Eliot: “I poeti inglesi del diciassettesimo secolo possedevano un tipo di sensibilità capace di divorare qualsiasi tipo di esperienza […] Nel diciassettesimo secolo è avvenuta una dissociazione di sensibilità da cui non ci siamo più ristabiliti[…]mentre il linguaggio si faceva più raffinato il sentimento diventava più grezzo […] I poeti in questione hanno, come altri poeti, vari difetti. Ma sono stati i migliori nel provare a trovare l’equivalente verbale di sentimenti e stati d’animo. […]”

Le parole chiave, qui, sono “raffinato” (refined) e “grezzo” (crude). E raffinato è da intendersi come frigido: un linguaggio cioè impeccabile che però non ha cura, perché ne ha perduto la capacità (guadagnando però in tecnica) di cogliere la complessità dei sentimenti umani, i quali vengono espressi in maniera grezza, che qui vale come approssimativa, inaccurata. Con complessità non penso a qualcosa di intellettuale, ma al contrario ho più in mente quella cosa densa e selvaggia, intendo la cangiante dinamicità tipica dei sentimenti umani. I sentimenti che, dopo la dissociazione di sensibilità di cui parla Eliot, vengono rappresentati mutilati dai loro chiaroscuri saliscendi. E Richard e Gwyn indubbiamente sono entrambi inaccurati e grezzi, si tengono alla larga sia dal sistema nervoso sia dai tratti digestivi.

Un esempio su cosa significhi vivere con selvaggia, animale intensità, Amis ce lo mostra attraverso la figura di Marco Tull, figlio di Richard:

Marco era un ragazzino a posto, con una stranezza. Veniva definita un’incapacità di apprendimento, e si manifestava con ripetuti errori di categoria. Se spiegavi a Marco perché un pollo attraversava la strada, Marco ti chiedeva che cosa avrebbe fatto poi il pollo. Dove sarebbe andato? Come si chiamava? Era un bambino o una bambina? Aveva un marito – e, magari, una nidiata di pulcini? Quanti?” (p.59)

E anche:

Marco Tull sgambettava per Portobello Road, dando la mano a Lizette. Se non veniva intrattenuto personalmente, Marco, per strada, aveva sempre la bocca atteggiata a un inveterato scetticissimo. Si vedevano i suoi denti superiori, un po’ grandi e un po’ piccoli, ansiosamente ma rassegnatamente scoperti. Il bambino sembrava non tanto spaventato quanto sovraccarico: troppe le direzioni di ricerca, troppe le impressioni dei sensi, troppe le fantasticherie da seguire e completare […] Marco non trotterellava: camminava e correva, camminava e correva” (p.423)

Ci sono molte, ma davvero tante indicazioni che fanno coincidere l’autore col personaggio Marco Tull, ma questo non è luogo per segnalarle e discuterle, e poi si tratterebbe di note un po’ da geek e comunque, per chi fosse interessato, ne ho già scritto altrove. Intendo qui chiarire solo un paio di cose. Amis non prende Marco in quanto bambino, perché i bambini sono buoni. I bambini al limite, e poi certi bambini, sono innocenti, non in quanto non colpevoli ma innocenti in quanto puri. E non possono quindi fare a meno di sentire le cose, gli oggetti, perfino ai polli immaginari che attraversano la strada gli viene data una identità, una unicità, cioè a dire: una storia. Certi bambini disadattati e certi romanzieri sono afflitti da un doloroso talento per vedere la verità emotiva che hanno sotto gli occhi, sono un prodigio di empatia feroce e candore selvaggio. Come pantere, fiere sinuose dal costato lucente e gli occhi vigili e accorti pronti a balzare sulla realtà: la scrittura è un gesto, un tutt’uno col corpo e col corpo dell’anima, anche. Come in questo brano, per esempio, in cui Marco viene rimproverato dal padre perché colpevole di aver fatto una battuta in cui insinuava che suo padre puzzava. Richard lo chiama nello studio e Marco, mortificato, a testa bassa dice che era solo uno scherzo:

«“Allora puzzo o non puzzo? Di popò.

Era uno scherzo, papi.”

“Di che cosa puzzo?”

“Di niente. Di te. Era uno scherzo, papi.”

“Scusami. Non raccontarlo alla mamma. Dille solo che non volevi fare i compiti o qualcosa del genere. Su, vieni a darmi un bacio. Perdonami.”

E Marco lo perdonò. »

Marco poco dopo entra nella sua cameretta, e là suo fratello Marius gli chiede come mai papi lo aveva chiamato. E Marco con feroce empatia, smarrimento eppure selvaggia lucidità risponde:

«“È convinto di puzzare di merda.” Impressionato ma essenzialmente soddisfatto, Marius si rigirò sul fianco. Trascorse un po’ di tempo. “Piangeva” disse Marco, e annuì improvvisamente nell’oscurità. Marius si era addormentato. La parola rimase sospesa nell’aria. Marco la ascoltò.”» (p. 198)

Se quindi dietro Marco c’è Martin ebbro di empatia, soffocato dalle informazioni emotive, dalla realtà stessa, che per sopravvivere sembra sia costretto a scrivere, con quella prosa che cammina e corre, cammina e corre, è interessante capire che il romanziere, l’archetipo del romanziere per Amis è un bambino mezzo dislessico che non riesce a sistemare la realtà perché tutto è troppo bruciante e ingrovigliato e incomprensibile. L’unico modo è scrivere con quella prosa viva e aggrovigliata e sensuale, dolente e contorta, come lamiere dopo un incidente. È una voce cioè che riparte da zero, tutta rotta, dopo una caduta, micidiale. Visto che non l’ho fatto fin qui e che il mio spazio è finito, credo, per chi non lo avesse letto, sia venuto il momento di dare un assaggio della prosa di Amis che nell’Informazione si fionda inarrestabile sulla realtà.

Ecco come descrive un rubricista di ventott’anni: «Aveva una barba sperimentale e un’aria da cena di classe» (p. 22); oppure come definisce l’atteggiamento del direttore di una palestra: “L’aggressiva frivolezza di John Punt” (88); o la bocca di Belladonna: «Richard sapeva che in quel momento la sua visione delle bocche femminili non sarebbero mai più stata la stessa, com’erano intime, com’erano rosse e rosa e bianche e bagnate. Sì, proprio così: come un pube di traverso di platonica perfezione» (p. 154); o come arpiona la personalità di Gilda, la prima fidanzata di Gwyn (da questo lasciata non appena ha conosciuto la fama): «La fobica umiltà, la prosaica tristezza, il tozzo infantile cappotto verde smeraldo che veniva da un altro tempo a un altro luogo» (p. 94); o come descrive Steve Cousins, il personaggio assieme a Marco più affascinante del libro:

Portava due anellini di filo di argento su ciascun orecchio. Il suo sguardo anticipatore di violenza era caratterizzato dai soliti occhi sporgenti – ma le labbra si allargavano e si aprivano anche per avidità, spasso e riconoscimento. Non era alto, non era robusto: stupiva la gente quando si toglieva la camicia rivelandosi una lezione di anatomia. Eccelleva nella sorpresa. Nelle zuffe e nelle intimidazioni, la sorpresa era smodata. Perché Steve non si fermava. Quando comincio non mi fermo.” (pp. 18-19)

O questo dialogo tra  Marco e suo padre:

“Papi?”

“Sì?”

“Papi? Non voglio più chiamarmi Maro. Voglio cambiare nome.”

“Per chiamarti come, Marco?”

“Niente”.

“Nel senso che non vuoi un nome, o che vuoi essere chiamato «Niente»?

Il bambino inarcò le sue ottuse ma aggraziate sopracciglia, e annuì una sola volta.

Richard aspettò che Marco andasse verso la porta, poi disse: «Niente»?

Il bambino nichilista si fermò di malavoglia e disse: “Sì?”

“È l’ora del bagno” (p. 358)

E quindi questo romanzo pieno di passione e di dolore, e di strazio che tuttavia ti costringe a ridere, finisce con due romanzieri fasulli e un altro, in erba, Marco Tull che entra nel mondo per guadagnarsi una voce, cioè a dire un’anima. O, per citare Joyce: “Sono venuto per leggere le segnature di tutte le cose” e ancora: “Il pensiero attraverso i miei occhi”.

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Octavio Paz, autobiografia di un lettore https://minimaetmoralia.it/libri/octavio-paz-anch-io-sono-scrittura/ https://minimaetmoralia.it/libri/octavio-paz-anch-io-sono-scrittura/#comments Sun, 18 May 2014 08:10:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20780 Questo pezzo è uscito su Europa.

Le autobiografie degli scrittori sono sempre il racconto di come si forma un canone letterario. Se dettagliate, possono essere una miniera di consigli su poeti e scrittori da scoprire. Di solito, contengono prese di distanza da poetiche che hanno imboccato vicoli ciechi e lodi per poesie e romanzi altrui. Le autobiografie degli scrittori sono sempre, insomma, prima di tutto biografie di lettori.

Edizioni Sur ha pubblicato il libro di Octavio Paz che si intitola Anch’io sono scrittura (pp. 160, euro15) e che racconta il mondo in cui è stato immerso lo scrittore che nel 1990 vinse il premio Nobel: l’esplosiva politica messicana e la storia planetaria del Novecento che ribolliva intorno al suo Messico. Le rivolte giovanili in Europa nel 1968, l’India, gli intellettuali parigini.

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Le autobiografie degli scrittori sono sempre il racconto di come si forma un canone letterario. Se dettagliate, possono essere una miniera di consigli su poeti e scrittori da scoprire. Di solito, contengono prese di distanza da poetiche che hanno imboccato vicoli ciechi e lodi per poesie e romanzi altrui. Le autobiografie degli scrittori sono sempre, insomma, prima di tutto biografie di lettori.

Edizioni Sur ha pubblicato il libro di Octavio Paz che si intitola Anch’io sono scrittura (pp. 160, euro15) e che racconta il mondo in cui è stato immerso lo scrittore che nel 1990 vinse il premio Nobel: l’esplosiva politica messicana e la storia planetaria del Novecento che ribolliva intorno al suo Messico. Le rivolte giovanili in Europa nel 1968, l’India, gli intellettuali parigini.

Ad influenzare Octavio Paz – oltre al nonno e ai fuochi artificiali – sono i libri. «Fin dal bambino – scrive – ebbi accesso alla biblioteca di famiglia senza alcuna restrizione».

Nella sua vita tutto turbina. Il padre si unisce al movimento di Zapata e parte per il sud. Lui e la sua famiglia si devono rifugiare. Il padre va negli Stati Uniti e stavolta lui e la madre lo seguono. L’unica sicurezza sono le letture. I primi amori sono Salgari e Jules Verne e una folgorazione per il mondo arabo avuta sempre attraverso i testi. Più tardi, la riscoperta della poesia barocca messicana, soprattutto Góngora: «Lessi molto Góngora, e continuo a leggerlo, e anche Quevedo. A scuola ci fanno odiare i nostri classici, eppure io, più tardi, sono tornato alla poesia medievale e tradizionale».

Quando la società salta per aria, tra disordini studenteschi e minacce di espulsione dal paese, i libri diventano i pilastri della sua vita. Come tutti i giovani della sua generazione, è stato orientato verso il marxismo e i partiti rivoluzionari e infiammato dalla parola rivoluzione. Ma per ogni Bucharin o Plechanov c’era una scoperta poetica: come Neruda («grande vulcano taciturno»), Pound, Williams Carlos Williams, Wallace Stevens. «Sono stato un lettore disordinato e avido; divoravo romanzi e libri di storia; in compenso affrontavo lentamente le raccolte di poesia, leggendo e rileggendo i veri che più mi colpivano: volevo imparare». Gli anni Trenta sono quelli dell’incanto per T.S. Eliot, D.H Lawrence («mi colpì profondamente»), Kafka, Faulkner, Malraux e Thomas Mann, Paul Valéry. La vocazione si fa presto chiara: «Volevo essere un poeta, nient’altro».

Anch’io sono scrittura restituisce la passione di un lettore onnivoro, il continuo interrogarsi di un uomo che si chiede quale sia lo scopo della Storia e che ha una profonda devozione per la letteratura: «Le mie poesie non erano sociali né combattive come quelle degli altri, erano poesie intime».

Rispetto a libri usciti negli ultimi anni in Italia, che hanno svelato la vita di importanti scrittori (Diario d’inverno e Notizie dall’interno di Paul Auster, Joseph Anton di Salman Rushdie, Una specie di solitudine di John Cheever), questo è quello in cui la vita privata resta di più sullo sfondo, l’universo emotivo è tangenziale al racconto («Ci sposammo laggiù. Sì, sotto un grande albero»), perché tutto ciò che ha fatto di importante Paz è stato abitare il suo tempo. Spingerlo e contrastarlo. Cavalcarlo e osservarlo da lontano, ma soprattutto raccontarlo con le parole: «Può diventare un peccato mortale se lo scrittore dimentica che il suo mestiere si fa con le parole, e che tra queste una delle più brevi e convincenti è NO».

Con gli anni, molti dei quali trascorsi all’estero – tanti i soggiorni europei e lunghi quelli tra India e Giappone –, le delusioni politiche diventano sistematiche. Per Paz, la letteratura e gli scrittori, per essere incisivi, non devono essere compromessi con poteri e istituzioni: «Io non credo che gli scrittori abbiano dei doveri specifici nei confronti del loro paese. Ne hanno nei confronti del linguaggio – e della loro coscienza». La sua coscienza di intellettuale si affila sempre di più: «Mi pareva immorale che uno scrittore desse per scontato di avere la ragione, la giustizia o la storia dalla sua parte».

Sembra, insomma, che il percorso di Paz sia quello di una spoliazione perché tutta la sua vita si faccia cenere e resti solo la sua opera: «Ho il raro privilegio di essere il solo scrittore messicano che abbia visto bruciare la propria effigie su una pubblica piazza».

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Da Kavafis a Seferis: Filippo Maria Pontani, artigiano della parola https://minimaetmoralia.it/poesia/filippo-maria-pontani/ https://minimaetmoralia.it/poesia/filippo-maria-pontani/#comments Fri, 28 Feb 2014 10:48:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18982 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: la poesia Quanto più puoi di Kavafis)

Ci sono storie che sembrano acquistare un senso in luoghi lontani da quelli in cui una semplice evocazione biografica li collocherebbe. La storia di Filippo Maria Pontani, filologo, traduttore, poeta, maestro tra i principali del nostro Novecento, sembra prendere luce in un triangolo umano che si sviluppa sulle rive meridionali del Mediterraneo, in una città oggi sepolta da colate di cemento e dimenticanza. È una storia alessandrina. Si snoda attraverso biblioteche, scuole, teatri, bar, numeri, poesia, amore e Grecia. Una Grecia eterna, metastorica, radicata nel mito e sparsa attraverso ogni angolo del mondo fino alla contemporaneità più lontana dalle origini e che pure ritrova unità ogni volta che una specie di destino finisce per mettere assieme uomini carichi di passato e di futuro.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: la poesia Quanto più puoi di Kavafis)

Ci sono storie che sembrano acquistare un senso in luoghi lontani da quelli in cui una semplice evocazione biografica li collocherebbe. La storia di Filippo Maria Pontani, filologo, traduttore, poeta, maestro tra i principali del nostro Novecento, sembra prendere luce in un triangolo umano che si sviluppa sulle rive meridionali del Mediterraneo, in una città oggi sepolta da colate di cemento e dimenticanza. È una storia alessandrina. Si snoda attraverso biblioteche, scuole, teatri, bar, numeri, poesia, amore e Grecia. Una Grecia eterna, metastorica, radicata nel mito e sparsa attraverso ogni angolo del mondo fino alla contemporaneità più lontana dalle origini e che pure ritrova unità ogni volta che una specie di destino finisce per mettere assieme uomini carichi di passato e di futuro.

Nella città di Alessandro Magno, nell’Egitto di un secolo fa, le linee che s’intrecciano sembrano uscire da una pagina del Quartetto di Alessandria di Lawrence Durrell. E infatti c’è il vecchio Poeta, innanzitutto. Il suo nome, ancora ignoto al mondo, è Costantinos Kavafis. E il suo posto, assai spesso, è una latteria su Boulevard di Ramleh, famosa per lo yogurt. I giovani intellettuali alessandrini lo guardano con ammirazione e uno in particolare lo osserva e lo ascolta. È un italiano di Alessandria, Giuseppe Ungaretti, che ascoltando Kavafis dice di sentire “la nostra Alessandria che in un lampo risplende lungo i suoi millenni come non vidi mai più nulla risplendere”. Devono passare anni perché fra questi due poeti s’inserisca il terzo uomo. Il numero che chiude il triangolo risuona nell’intreccio. Kavafis è appena morto. La sua scomparsa avviene esattamente a settant’anni dal 29 aprile 1863 in cui era nato. Il 29 aprile del 1933, Filippo Maria Pontani ha vent’anni e ignora che il destino segnerà anche per lui lo stesso limite: morirà settantenne, nel 1983. Nel frattempo, però, Ungaretti, la poesia e la Grecia hanno spinto Pontani verso Kavafis. Tanto che sarà proprio lui, quello che Ungaretti apostrofava “Pontanaccio mio”, a contribuire in maniera decisiva alla fortuna del grande poeta alessandrino, traducendolo, interpretandolo, scrivendo saggi, rendendolo noto in Italia mentre la Yourcenar faceva lo stesso in Francia e T.S. Eliot (via E.M. Forster) in Inghilterra, prima che l’America portasse alla consacrazione definitiva.

Spigoloso, ironico come il primo grande filosofo greco, molto lontano dalle liturgie accademiche (la cattedra arrivò relativamente tardi), Filippo Maria Pontani oggi è ricordato meno in Italia che all’estero. Le versioni greca e tedesca di wikipedia gli riservano spazi da noi inimmaginabili. Oggi, però, a cent’anni dalla sua nascita e a centocinquanta da quella di Kavafis, l’Università di Padova, ricorda la sua figura con “Due giornate di studio in memoria di Filippo Maria Pontani” all’Accademia Galileiana.

Era nato a Roma. Poesia e musica lo avevano formato fin da quando era in fasce. Suo padre, impiegato alle Poste, non aveva pensato a nient’altro e ci tenne a scriverlo anche margine del testamento: sono stato allievo di Carducci ho ascoltato Verdi e Wagner – cosa desiderare di più? Non disse che i viaggi aveva potuto soltanto sognarli, collezionando un’infinità di fotografie e resoconti da ogni angolo del globo. Ma fu il figlio a realizzare parte di quei sogni. Diplomato in violino a Santa Cecilia, laureato in filologia a Roma, partì subito, nel 1937, per insegnare al Liceo italiano di Rodi. Qui si aprirono le due grandi strade che lo avrebbero reso celebre. Negli studi iniziò a spaziare senza soluzione di continuità fra la Grecia arcaica e quella contemporanea. Quanto all’insegnamento, la consapevolezza di un continuum fra antichità e modernità e di un’estensione totalizzante della cultura segnò in maniera indelebile generazioni di liceali.

L’aneddotica sul Pontani insegnante meriterebbe sicuramente un lavoro a sé stante. Amante dello spirito critico e della capacità di dar vita a qualsiasi tipo di conoscenza, vagava attraverso i tempi, i luoghi, gli argomenti. Memorabile la sua prima lezione in una classe femminile subito dopo la tragedia di Superga, con un’ora intera dedicata a celebrare il grande Torino. Innumerevoli le rasoiate su musica e teatro. “Non hai capito bene Aristofane? Per caso hai assistito alle Rane in scena a Ostia antica? Ma non sei mai stato a Ostia antica? E Roma? Ci vivi qui. Quali teatri di Roma conosci? Mi spiace, non posso interrogare su Aristofane una persona che non è mai andata a teatro”. La voce profonda, i riferimenti inesauribili a qualsiasi genere di sapere, i paragoni sorprendenti, Pontani fu amato (e odiato), le studentesse lo idolatrarono, mentre i colleghi lo studiavano. Intanto cresceva il contributo agli studi specialistici. La tragedia greca, i lirici, i 23.000 versi dell’Antologia Palatina (impresa titanica), si alternavano alla letteratura neogreca.

Dopo Kavafis, fu la volta di un altro colosso: Giorgos Seferis. Pontani lo studiò e tradusse, divenendone intimo amico e contribuendo alla sua fama ben prima che, nel 1963, conquistasse il Nobel. “Pontani è un prestigiatore” disse Seferis ringraziando chi meglio lo aveva tradotto. “Artigiano della parola” si definiva lui. Rincorreva l’ideale crociano della traduzione riuscita, quella che supera “la brutta fedele” (il lavoro scolastico) la “bella infedele” (la versione artistica) e la “brutta infedele” (l’insopportabile versione del traduttore mediocre) aspirando all’irraggiungibile “bella fedele”. Spiegò accuratamente che se la conoscenza perfetta della lingua è necessaria (ecco perché il lavoro di Quasimodo sui poeti greci antichi e di Pasolini sull’Orestea andavano rifiutati), altrettanto necessaria è una conoscenza della poesia espressa dalla lingua in cui si traduce. E così vennero fuori i suoi modelli: da Dante a D’Annunzio, da Montale a Zanzotto.

Se oggi alcune sue traduzioni appaiono forse superate dai tempi, il motivo va cercato, secondo gli esperti, soprattutto negli echi d’annunziani. Eppure è proprio in D’Annunzio che noi troviamo la chiave per percepire tutta insieme la grandezza di Pontani. Perché il poeta che si fa carico del passato, che cerca di essere la voce della propria storia, anche soffrendo il suo ruolo di epigono, quello è il grande poeta, nel senso più pieno della parola. Il creatore (perché questo significa poietes in greco antico) che, come D’Annunzio da noi e come Seferis in Grecia, cerca di farsi coscienza della propria eredità classica. Quel che riuscì, in una specie di magia al poeta greco di Alessandria, Kavafis. A lui, allora, nella traduzione di Pontani, l’eredità di tutte le voci perdute che il sogno e la poesia fanno rivivere: “Voci ideali e care / di quelli che morirono, di quelli / che per noi sono persi, come morti. // Talora esse ci parlano nei sogni / e le sente talora tra i pensieri la mente. // Col loro suono, un attimo ritornano / suoni su dalla prima poesia della vita, / come musica, a notte, che lontanando muore”.

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I miei maestri https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-miei-maestri/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-miei-maestri/#comments Mon, 24 Sep 2012 13:23:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9586 Il 24 settembre 1896 nasceva Francis Scott Fitzgerald. Riprendiamo un testo di Richard Yates, scritto per la «New York Times Review» negli anni '80 e pubblicato in uno speciale sul sito di minimum fax. Da «Il grande Gatsby» a «Madame Bovary», da Dostoevskij a Salinger: tutti i libri e gli autori che Yates ha ritenuto fondamentali per la propria formazione di scrittore.

di Richard Yates

Sono stati i film degli anni Trenta più d'ogni altra cosa a influenzarmi come scrittore. Da ragazzo non leggevo molti libri, mi costava fatica e cercavo di evitarlo quando possibile. Ma non ero neppure un sempliciotto, e così il cinema soddisfaceva due mie necessità: mi dava una straordinaria quantità di materiale a basso costo da cui ricavare storie, e un buon posto in cui nascondermi. 
A 14 anni, cominciai a sottoporre ai miei insegnanti di inglese storie ispirate al cinema, per dimostrare che fossi capace di fare qualcosa, ma solo tre o quattro anni dopo la lettura di romanzi e di poesie iniziò a ricacciare i film in qualche oscuro e indefinito angolo della mia mente, per farceli poi rimanere. Ancora oggi non vado quasi mai al cinema, e sono noto per sostenere che è perché i film sono una cosa per bambini.

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Il 24 settembre 1896 nasceva Francis Scott Fitzgerald. Riprendiamo un testo di Richard Yates, scritto per la «New York Times Review» negli anni ’80 e pubblicato in uno speciale sul sito di minimum fax. Da «Il grande Gatsby» a «Madame Bovary», da Dostoevskij a Salinger: tutti i libri e gli autori che Yates ha ritenuto fondamentali per la propria formazione di scrittore.

di Richard Yates

Sono stati i film degli anni Trenta più d’ogni altra cosa a influenzarmi come scrittore. Da ragazzo non leggevo molti libri, mi costava fatica e cercavo di evitarlo quando possibile. Ma non ero neppure un sempliciotto, e così il cinema soddisfaceva due mie necessità: mi dava una straordinaria quantità di materiale a basso costo da cui ricavare storie, e un buon posto in cui nascondermi. 
A 14 anni, cominciai a sottoporre ai miei insegnanti di inglese storie ispirate al cinema, per dimostrare che fossi capace di fare qualcosa, ma solo tre o quattro anni dopo la lettura di romanzi e di poesie iniziò a ricacciare i film in qualche oscuro e indefinito angolo della mia mente, per farceli poi rimanere. Ancora oggi non vado quasi mai al cinema, e sono noto per sostenere che è perché i film sono una cosa per bambini.

A 20 anni, fresco di servizio militare e rimpinzato dei libri di Thomas Wolfe, cominciai a divorare quelli di Ernest Hemingway, tanto che mi sforzavo in maniera quasi imbarazzante a parlare e comportarmi come i primi personaggi di Hemingway. Nello stesso tempo, fui catturato da T.S. Eliot, che mi appesantì di un insopportabile carico di manierismi.
 Ma Il Grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald si rivelò il romanzo più ricco che avessi mai letto, quasi come la mia scoperta di John Keats, qualche anno prima, aveva fatto sembrare gli altri poeti inglesi inconsistenti.
 Come alcune poesie di Keats, il romanzo di Fitzgerald è un’opera breve che acquista velocità man mano che cresce, sino a che il finale ci illumina magnificamente sul mondo. E la cosa più bella per un aspirante scrittore è che il romanzo non è solo un miracolo di talento ma anche un trionfo della tecnica narrativa, che fa sperare di riuscire a capirne l’architettura. 
Se ne possono scoprire le basi quasi immediatamente: ogni riga di dialogo in Gatsby rivela su chi parla più di quanto il personaggio stesso volesse rivelare.

L’autore non permette mai che il dialogo sia semplicemente realistico, con personaggi che si scambiano scialbe frasi piene di informazioni, ma fa più volte in modo di fissare tutti i propri personaggi, sia pure in maniera impercettibile, nell’esatto gesto di rivelarsi. 
Un distillato puro di questa sua abilità lo si trova nelle chiacchiere della terribile festicciola nell’appartamento di Myrtle Wilson – durante la quale, attraverso le parole di Nick Carraway, viene pronunciata quella che considero la più eloquente descrizione dello stato d’animo di ogni narratore.
”Eppure alta sulla città, la fila delle nostre finestre gialle deve aver comunicato la sua parte di segreto umano allo spettatore casuale nella strada buia, e mi parve di vederlo guardare in su incuriosito. Ero dentro e fuori contemporaneamente affascinato e respinto dall’inesauribile varietà della vita.”

Non ero mai arrivato a capire cosa Eliot intendesse con l’astrusa formula di “correlativo oggettivo” fino a quando non ho letto la scena del Grande Gatsby in cui Meyer Wolfshiem, personaggio comicamente minaccioso, appena compare nella storia sfoggia i propri gemelli e spiega che sono “i più begli esemplari di molari umani”.
 Capito? Questo intendeva Eliot.
 Oppure la pila di camicie su misura su cui Daisy Buchanan piange “a dirotto” durante la sua prima visita alla casa di Jay Gatsby (“Che belle camicie. Mi fanno piangere perché non ho mai visto delle camicie così… così belle prima d’ora”).
 O ancora le semplici annotazioni che un Gatsby adolescente aveva segnato sotto “Orario” e “Decisioni Generali”, e che suo padre legge attentamente ad alta voce a Nick, come se fosse il ragazzo a doverle utilizzare dopo la morte di Gatsby.

Il Grande Gatsby, insieme a gran parte dei libri di Fiztgerald, ha rappresentato la mia ufficiale iniziazione al mestiere di scrittore.
 Nel 1951, quando avevo 25 anni, l’esercito mi assegnò una pensione di invalidità per una lieve tubercolosi, e così per i successivi due anni e mezzo ho vissuto in Europa scrivendo racconti a tempo pieno e cercando di rendere sempre l’ultimo migliore del precedente. 
Ho imparato molto. Potermi dedicare completamente alla scrittura è stato molto istruttivo, e ho anche capito quanto ricca possa rivelarsi la lingua americana quando si è costretti a ripescare dalla memoria gran parte dei suoi vocaboli.
 Tre di quei racconti sono stati acquistati da alcune riviste prima che facessi ritorno a casa, e ne ho venduti altri cinque negli anni immediatamente seguenti. Ma all’improvviso mi ritrovai a 29 anni a guadagnarmi da vivere come redattore di comunicati commerciali – un’attività che sconsiglio a chiunque – e divenne sempre più chiaro che avrei fatto meglio a scrivere subito un romanzo.

Fu allora che Madame Bovary si impose. Lo avevo già letto prima, ma non l’avevo studiato come avevo fatto con Gatsby e gli altri libri; ora sembrava idealmente adatto a farmi da guida per il romanzo che stava prendendo forma nella mia testa. Volevo quel tipo di equilibrio e suggestione a ogni pagina, quel tipo di inquieto presagio combinato alla leggerezza, quel tipo di destino inesorabile piantato nel cuore di una sola, romantica ragazza. E tutto questo, ovviamente, da rendere con la stessa vividezza e grazia di Fitzgerald.

Come molti altri lettori, ho sempre considerato che le prime 70 pagine di Madame Bovary non erano belle come avrebbero potuto essere, ma dal momento in cui Charles ed Emma sono invitati a un ballo di società, tutto comincia a scorrere. 
E parliamo dei “correlativi oggettivi”!
 – quando Charles trova una scatolina da sigari di seta verde nella polvere di una strada da poco percorsa da due uomini a cavallo, e quando Emma più tardi la nasconde al marito per utilizzarla come sua propria fonte di languide fantasticherie. 
- quando Rodolphe fa recapitare la sua lettera d’addio a Emma sul fondo di un cesto di albicocche, e quando Charles inconsapevolmente conduce Emma sull’orlo di una crisi di nervi mettendole una di quelle albicocche sotto al naso dicendo “Senti che profumo!”
- quando il giovane apprendista della farmacia Justin, il quale è disperatamente innamorato di Emma, è duramente ripreso dal suo superiore, alla presenza di lei, perché ha con sé un manuale illustrato sulla vita matrimoniale e perché aveva armeggiato con il barattolo dell’arsenico. Accidenti!

Un’altra cosa che mi è sempre piaciuta sia di Gatsby che di Bovary è che in nessuno dei due romanzi ci sono personaggi cattivi. La forza del male, che pure si percepisce in questi libri, non è mai personificata – nessuno dei due scrittori intende cavarsela così facilmente.
 Tom e Daisy Buchanan avrebbero potuto essere accusati della morte di Jay Gatsby, ma Fitzgerald ci impedisce di vederla in questo modo facendo dire a Nick, nelle sue battute conclusive, che loro erano semplicemente “gente sbadata”. Charles Bovary avrebbe tutte le ragioni per considerare Rodolphe responsabile del suicidio finale di Emma, ma quando più tardi lo incontra accidentalmente gli dice: “Non te ne do colpa. La colpa è del destino.”

Ecco alcuni scrittori senza i quali non sarei riuscito a mettere insieme in maniera decente nemmeno mezzo libro: Dickens, Dostoevskij, Čekhov, Conrad, E.M. Forster, Katherine Mansfield, Sinclair Lewis, Ring Lardner, Dylan Thomas, J.D. Salinger, James Joyce.
 Sarebbe facile estendere questa lista al doppio della sua lunghezza portandola fino a oggi, ma ho imparato a diffidare di quelle liste che sembrano la lista dei membri di un club privato, o l’asfittico risultato finale di un qualche gara di popolarità. 
Il tempo è tutto. Ora ho 55 anni, e il mio primo nipote nascerà a giugno. Sono passati molti anni da quando ero un ragazzo, per non parlare di quando ero un aspirante scrittore. Ma lo spirito entusiasta, timoroso, e baldanzoso degli inizi è lento a morire.
 Ho appena cominciato a lavorare al mio ottavo libro – e con un profondo rammarico per il tempo inutilmente sprecato non fosse per il quale ora sarei a quota dieci o dodici – mi pare di non essere nemmeno agli inizi. E credo che questo stato d’animo durerà, nel bene e nel male, fino alla fine.

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Piano Marshall! Sviluppi della scrittura e figure del mutamento https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/piano-marshall-sviluppi-della-scrittura-e-figure-del-mutamento/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/piano-marshall-sviluppi-della-scrittura-e-figure-del-mutamento/#comments Mon, 12 Dec 2011 08:56:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5917 Proposta per un catalogo di fenomeni che comprenda l’emoticon, il tormentone, la scrittura-orale e le esposizioni in PowerPoint. Bartezzaghi ci propone una rilettura di Marshall Mc Luhan nell’anno che celebra il centenario della sua nascita. Pezzo pubblicato all’interno di «Link Mono – Marshall McLunah 1911-2011». L’evoluzione del linguaggio e la nascita di una scrittura ibridata con l’oralità: dove il rabdomante McL aveva presentito la falda acquifera è giunta un’alluvione.

di Stefano Bertegazzi

Il file su cui sto incominciando a scrivere questo pezzo è sovrapposto ad altri due file. Almeno così pare a me, nell’illusione che il desktop verticale del computer sia davvero analogo a quello orizzontale della scrivania.

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Proposta per un catalogo di fenomeni che comprenda l’emoticon, il tormentone, la scrittura-orale e le esposizioni in PowerPoint. Bartezzaghi ci propone una rilettura di Marshall McLuhan nell’anno che celebra il centenario della sua nascita. Pezzo pubblicato all’interno di «Link Mono – Marshall McLuhan 1911-2011». L’evoluzione del linguaggio e la nascita di una scrittura ibridata con l’oralità: dove il rabdomante McL aveva presentito la falda acquifera è giunta un’alluvione.

di Stefano Bartezzaghi

Il file su cui sto incominciando a scrivere questo pezzo è sovrapposto ad altri due file. Almeno così pare a me, nell’illusione che il desktop verticale del computer sia davvero analogo a quello orizzontale della scrivania. Uno dei file sottostanti contiene alcune citazioni che avevo tratto tempo fa da McLuhan (Understanding Media e La sposa meccanica, soprattutto), perché mi sembrava probabile che mi avrebbero fatto comodo in futuro; l’altro è un indice di alcuni miei scritti, destinati in maggior parte a giornali quotidiani, in cui ho poi effettivamente menzionato McLuhan. Il risultato è deludente su entrambi i fronti. Ho annotato molte meno frasi di McLuhan e ho menzionato McLuhan molto meno di quanto pensassi o ricordassi.

Ho parlato di McLuhan a proposito di massaggi, di “libroidi”, di Grande fratello, di Gertrude Stein, di Pubblicità progresso. Poco altro.

Sono anche rimaste inerti nel mio desolato database citazioni che pure continuo a trovare vivaci e robuste, come: “Non è forse evidente che non appena la sequenza lascia il posto alla simultaneità si entra nel mondo della struttura e della configurazione?” (mi piacciono l’uso lieve della preterizione e l’uso sfacciato dell’aggettivo “evidente”). O come: “Douglass Cater racconta come gli uomini degli uffici stampa di Washington si divertissero a completare o a riempire il vuoto della personalità di Calvin Coolidge. Essendo egli così simile a un disegno al tratto, sentivano la necessità di completarne l’immagine per lui e per il suo pubblico” (Coolidge è stato presidente negli anni del boom del cruciverba, 1923-29, mi incuriosiva l’allusione a un altro gioco da pagina enigmistica, del genere: “Completate la figura proseguendo a vostro piacere i tratti già presenti nella vignetta”). O come: “La calza di seta a rete è molto più sensuale del nylon, perché l’occhio deve cooperare a riempire e a completare l’immagine, esattamente come nel mosaico dell’immagine televisiva”. Questa era in una schedina che avevo intitolato, con umorismo da idiot savant, “Esempi calzanti”.

DAL MESSAGGIO AL MASSAGGIO

Proprio a proposito di esempi calzanti, quello del massaggio lo è a proposito di quanto più a fondo si possa andare usando metodi vagamente mcluhaniani, o traendo da McLuhan quelle che un tenace tormentone nomina come “suggestioni”.

Nella fase uno, o del pieno McLuhan, lo studioso canadese afferma: “Il medium è il messaggio”. Sconcerto e scandalo. Nella fase due, o del meta-McLuhan, lo studioso canadese si appropria di un lapsus o di un motto di spirito (ma le due cose giungono a coincidere, nell’entropia della semiosfera), e afferma: “il medium è il massaggio”. Nuovo sconcerto e scandalo. Nella terza fase, o del post-McLuhan, a Marshall morto non suscitano più né scandalo né sconcerto il convergere materiale e fattuale dei componenti di quei fantasiosi aforismi. Mentre un cristiano non vedrà un cammello (o, con maggiore aderenza all’originale, un robusto canapo) passare per la cruna di un ago, un mcluhaniano in vacanza, nei primi anni del terzo millennio, avrà sentito aggirarsi per la popolosa spiaggia persone di provenienza asiatica che sussurrano qualcosa a chi è disteso al sole. Per un difetto di pronuncia pare che dicano “messaggio”, ma in realtà quello che offrono è un “massaggio”.

L’errore, le due parolette magiche “messaggio”/“massaggio”, ma anche l’immigrazione dall’Asia, l’abbronzatura, il culto del corpo, l’organizzazione dei servizi negli stabilimenti balneari, cosa potrebbe essere escluso, oggi, dallo sguardo di McLuhan? Dall’uomo-massa al masseur, dal massmediologo al massoterapeuta, siamo tutti sul lettino a “rilassarci”. L’anima stessa ne uscirà rinfrancata, prima di ritornare ad abitare il suo ben manipolato corpo terreno. E se già ieri il medium era il massaggio, oggi forse il massaggiatore è un medium.

E a proposito del massaggio, c’è poi la funzione vibrazione dei telefonini che rende letterale l’equivalenza-refuso tra messaggio e massaggio. Il messaggio sms arriva e fa vibrare il telefonino, e se lo stiamo tenendo in tasca ce ne accorgeremo per via tattile. Già in un suo racconto degli anni Novanta, Vibravoll, Aldo Nove aveva intuito le potenzialità pornografiche della tecnologia, allora appena inaugurata, della vibrazione nei telefoni portatili: lo dico per ricordarci che nella Galassia Gutenberg oramai il sistema solare del porno non può più essere trascurato, data la sua rilevanza nella stessa formazione dell’immaginario sessuale negli adolescenti. Del resto, l’orizzonte degli argomenti possibili non ha fatto che estendersi.

Forse è addirittura ozioso chiedersi cosa direbbe oggi McLuhan di fronte all’universo esploso, o forse imploso, del “mediatico”. A partire già dalla curiosa parola che in italiano ha esautorato il termine proprio e non marcato: mediale (che si usa solo nei composti, multimediale o cross-mediale). Mediatico aggiunge un’idea di “potere”, come se derivasse da un fantastico sostantivo mediazia.

 

UN PEZZO DI CARNE LANCIATO AL CANE

Mi chiedo se non sia proprio dovuto a questa esplosione il fatto che McLuhan venga citato non così spesso (comunque, più di pochi anni fa: sta tornando?). Si dà abbastanza per scontato, cioè, che un certo eclettismo metodologico, un certo gusto per l’invenzione degli strumenti e la fantasia della loro denominazione, un’attenzione all’aspetto materiale e sensoriale del messaggio sia l’atteggiamento euristico più promettente nei confronti di una realtà che, se appariva rutilante già a lui, ora registra novità tecnologiche, commerciali e semiotiche ogni giorno, si può dire ogni minuto.

Per aver la fama di autore oscuro, McLuhan riusciva a parlare chiarissimo. Per esempio, aveva ricavato uno spunto decisivo da un saggio di T.S. Eliot (uno dei suoi autori di culto, assieme a James Joyce, a Lewis Carroll, a Ezra Pound e a Edgar Allan Poe). Eliot aveva detto che il poeta si serve del significato come un ladro si serve del pezzo di carne che lancia al cane per distrarlo mentre la casa viene svaligiata. Secondo McLuhan i media fanno lo stesso con il contenuto. Pensare che i media trasmettano innanzitutto messaggi è come pensare che la funzione dei ladri sia quella di cibare i nostri cani.

Un paradosso, certo: ma non è tanto facile parlare di espressione e contenuto senza incorrere in paradossi. Non sarà proprio un caso che la passione per i paradossi, i motti di spirito, i salti logici, accompagnata dall’invito a guardare più il dito che la luna, accomuni McLuhan a un altro grande irregolare del pensiero e della saggistica del secondo Novecento, Jacques Lacan (che appunto rileggeva Sigmund Freud dando un’importanza decisiva al significante).

Come è noto, McLuhan aveva completato una vita di affermazioni paradossali e di umoristica sophisticated comedy nel suo flirt con i mass-media, con il cameo in Annie Hall (tradotto come Io e Annie) di Woody Allen. Nella scena il protagonista è ossessionato da un professore della Columbia che sta dietro di lui nella fila per il cinema, e arringa una ragazza con un milione di bubbole massmediologiche. Allora Allen immagina di poter far comparire Marshall McLuhan in persona che confuta le tesi del chiacchierone. McLuhan accettò di comparire personalmente nel film, e coniò una battuta paradossale per zittire il suo interlocutore: “You mean my whole fallacy is wrong?”. La traduzione italiana (“Vuol dire che la mia utopia è utopica?”) è molto meno sottile: la battuta originale ci dice che McLuhan poteva accettare il torto delle sue ragioni, probabilmente perché sentiva le ragioni del suo torto. E accettava di incarnare lui stesso un paradosso.

Tanto i media non fanno altro che ribaltare, rovesciare, invertire di segno: ogni paradosso ha il suo quarto d’ora di funzionalità letterale. Che il medium sia il messaggio, per esempio, non stupisce più nessuno che non desideri specificamente esserne stupito. Nella foto di un vip sulla pagina di un rotocalco non sarebbe tanto facile distinguere il canale e il messaggio, secondo la vecchia terminologia; “prodotto” è il nome sia dell’articolo pubblicizzato, sia del programma televisivo all’interno del quale viene pubblicizzato, sia dello spot pubblicitario.

 

OLTRE GUTENBERG

La gabbia tipografica di Gutenberg è stata spalancata dalle tecnologie di ciò che è stato chiamato “libroide”, o anche “librido”: dalla trasportabilità alla semplificazione distributiva, dalle possibilità multimediali, crossmediali sino alla personalizzazione completa della propria copia. Qualcosa di analogo e forse, in linea di principio, anche qualcosa di più profondo è accaduto nel campo degli audiovisivi. Immagino che un mcluhaniano odierno dovrebbe passare parte del suo tempo ad analizzare il modo in cui viene sfruttata la potenziale duttilità di immagini e parole: gli effetti video, il photoshop, l’invenzione linguistica, la campionatura musicale, l’animazione, l’iconismo linguistico. Nulla pare rimanere se stesso a lungo. A più di un secolo dallo sviluppo della fotografia e dal cubismo, l’alta definizione, il 3D e le diverse tecnologie dell’informazione hanno aggiunto la dimensione della profondità e la dimensione temporale fra quelle facilmente disponibili e riproducibili dai media.

Sviluppo tecnologico di ogni singolo mezzo; integrazione dei diversi mezzi; personalizzazione del discorso mediale (attraverso montaggio, rielaborazione, costruzione del palinsesto); comunicazione telematica a rete tra gli individui. I quattro fenomeni fondamentali che hanno interessato gli anni che McLuhan non ha vissuto rendono ardue soprattutto quelle funzioni di divulgazione e formazione che tanto lo affascinavano negli anni Cinquanta. È ancora possibile un progetto di divulgazione enciclopedica o si scontrerebbe con la propensione all’oblio, da un lato, e con la memoria socializzata e ingovernabile di Wikipedia, dall’altro?

Per divulgazione, oggi, è difficile intendere un piano di disseminazione uniforme di nozioni necessarie o almeno utili a ogni cittadino della classe media. A essere divulgate sono le notizie, soprattutto nella forma pratica del take d’agenzia, sintetizzabile in un titolo, una schermata di videofonino, un sottopancia televisivo, un titolo scorrevole su display pubblico (come a Times Square), uno strillo sulla copertina di un rotocalco. La metrica di questi lanci rispetta il solo criterio della loro visibilità in un solo colpo d’occhio. La divulgazione orale riguarda invece il gossip o l’indiscrezione, ovvero l’aneddoto nella modalità – più o meno giustificata – del segreto.

I generi che si alternano nei rulli continui dei canali all news sono stati codificati recentemente dallo scrittore Don DeLillo: news, sport, traffico, meteo. Il loro formato è standard, con moduli espressivi e grafici già predisposti anche per le emergenze: neppure le breaking news producono uno squarcio completamente imprevisto. Per prendere davvero di sorpresa un network informativo sembra che l’unica possibilità sia un incidente che accada direttamente al loro hardware: dalla caduta di un collegamento sino al sisma che avviene negli studi, collegati in diretta tv. Il proverbio “Quel che non ammazza, ingrassa”, nel caso dei mass media, è vero nel suo senso letterale.

Proprio l’andamento bulimico e continuamente variato dello sviluppo comunicativo contemporaneo dovrebbe rendere un redivivo McLuhan più prudente e meno ottimista non soltanto sulle sorti della divulgazione culturale, ma anche sulla possibilità di creare schemi e periodizzazioni in cui racchiudere la complessità di tale sviluppo. In passato gli è stato possibile individuare le tre invenzioni fondamentali: l’invenzione dell’alfabeto fonetico (fuoriuscita dall’ambiente primitivo), l’invenzione della stampa a caratteri mobili (Galassia Gutenberg), invenzione del telegrafo (comparsa dell’uomo elettrico). Quanti altri periodi si sono poi succeduti, dal telegrafo all’iPad?

Lo stesso modello teorico esplicativo, si direbbe, deve entrare nel flusso di mutamento continuo che riguarda il suo oggetto, anche perché lo stesso formato sensoriale delle diverse informazioni cambia in continuazione. L’ideale sarebbe disporre un catalogo di fenomeni, anche minuti. L’“emoticon”, sintesi di scrittura-figura, analogico-convenzionale, interpunzione-rebus. Il “tormentone”, con la sua comunicazione vuota, puramente fàtica e sincategorematica anche quando è in principio fornito di senso. Il “jingle”, variante musicale del tormentone, che può essere variato in modo comico, canzonatorio, infantilmente nonsense, o sparire nella dimensione inavvertita dello sfondo sonoro. La nascita di un nuovo “stile scritto-orale” dominante, in cui ogni procedimento di scrittura a disposizione si piega a una logica neo-espressiva, che pretende di restituire toni di voce, punti d’enfasi, persino gesti. Le “esposizioni” in PowerPoint, con la loro inventio, dispositio, elocutio e memoria già messe a disposizione dell’utente, che deve provvedere la sola actio (o recitatio).

Marshall McLuhan aveva cominciato già con l’epos giornalistico della Sposa meccanica a elencare e giustapporre tali fenomeni, in una sorta di blob ante (e meta-) litteram. Ma nel posto in cui il rabdomante aveva presentito la falda acquifera ora è giunta un’alluvione, che ha mescolato tutto e ha ridisegnato il panorama. Di più: nel campo mediale pare che la nozione stessa di panorama non possa più essere considerata stabile. Nulla ha un profilo fisso, nessuna linea di tendenza procede in modo univoco: né nello sviluppo tecnologico, né nella logica della gestione imprenditoriale e politica, né nell’ideazione e produzione dei contenuti.

Forse occorrerebbe fare ancora un passo indietro: dal livello del singolo medium o dell’exemplum rappresentativo di una modalità espressiva, arretrare alla ricerca delle maggiori (maggiori per imponenza o per pervasività) figure generative che ricorrono nei consumi culturali e informativi di massa. Tali figure, mi pare di poter dire, compongono una sintassi del mutamento: sono la frammentazione, l’accelerazione, la disseminazione, il mascheramento, la giustapposizione, la variazione, il rovesciamento, la traduzione intersemiotica, il riversamento. Parole, immagini, affermazioni, frammenti, azioni, brand: tutto cambia natura, tutto passa da un mezzo all’altro, lungo la sua vita mediale tutto deve rendersi disponibile a essere frammentato, accelerato, disseminato, mascherato, giustapposto, variato, rovesciato, ritradotto, riversato… Che si parli di marchi, di trasmissioni televisive, di applicazioni, di partiti e movimenti politici, di videogame o di vip, il funzionamento produttivo e distributivo di ogni corpuscolo, di ogni onda della galassia mediale sembra dipendere dal suo individuale adattamento a tali mutevoli figure del mutamento.

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