Tahar Ben Jelloun Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tahar-ben-jelloun/ un blog di approfondimento culturale Thu, 04 Oct 2018 13:51:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tahar Ben Jelloun Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tahar-ben-jelloun/ 32 32 Tutto il tempo è il tempo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-il-tempo-e-il-tempo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-il-tempo-e-il-tempo/#comments Mon, 08 Oct 2018 06:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38184 Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui si parla di libri che abbiano almeno tre mesi di vita. In questo caso, un approfondimento de "I vivi e i morti" (minimum fax) di Andrea Gentile è l'occasione per raccontare il tempo in letteratura.

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Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui si parla di libri che abbiano almeno tre mesi di vita. In questo caso, l’approfondimento de “I vivi e i morti” (minimum fax) di Andrea Gentile è l’occasione per raccontare l’approccio al tempo in letteratura secondo altri due autori.

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Nel 1907, alcuni anni prima della pubblicazione de À la recherche du temps perdu di Proust, in Francia venne pubblicato un testo di Bergson che forse aprì la questione della percezione del tempo nel ‘900, Bergson infatti ne l’evoluzione creatrice scrisse:

“Se voglio prepararmi un bicchiere d’acqua zuccherata, per quanto possa darmi da fare devo aspettare che lo zucchero si sciolga. È un piccolo fatto ricco di insegnamenti. Il tempo che devo aspettare non è più infatti il tempo matematico che può applicarsi a tutto il corso della storia del mondo materiale, anche se si dispiegasse simultaneamente nello spazio. È un tempo che coincide con la mia impazienza, cioè con una certa porzione di quella che è la mia durata e che non può allungarsi o contrarsi a piacere. Non è più qualcosa di pensato, ma è qualcosa di vissuto. Non è più una relazione, ma è qualcosa di assoluto. “

Con queste parole, e in maniera più ampia e dettagliata con i suoi studi, Bergson pose un problema che prima ancora che in filosofia o negli studi scientifici, venne recepito dalla letteratura. Cosa succede, dunque, se il tempo condiviso non coincide con il tempo percepito?

L’esempio più famoso è sicuramente quello di Proust, ma nel corso del ‘900, sino ad oggi, questa ricerca sul tempo non si è ancora esaurita generando innumerevoli testi dei quali è impossibile tener conto, ma si può seguire una traccia minima per mostrare come ancora oggi la questione sia dirimente e in che modo viene affrontata.

Un passaggio necessario da fare è sicuramente Mattatoio n. 5 nel quale Vonnegut scrisse:

“Benvenuto a bordo, signor Pilgrim” disse l’altoparlante. “Domande?”
Billy si passò la lingua sulle labbra, rifletté un momento e infine chiese: “Perché proprio io?”
“Questa è una tipica domanda da terrestre, signor Pilgrim. Perché proprio lei? Perché proprio noi, allora? Perché qualsiasi cosa? Perché questo momento semplicemente è. Ha mai visto degni insetti sepolti nell’ambra?”
“Sì.” Effettivamente, Billy in ufficio aveva un fermacarte formato da un blocco di ambra levigata con tre coccinelle incastonate.
“Be’, eccoci qua, signor Pilgrim, incastonati nell’ambra di questo momento. Non c’è nessun perché.”
[…]
“Come… come ho fatto ad arrivare qui?”
“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle montagne rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”
“Lei ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.

Qui Vonnegut prova a costruire un’altra possibilità di tempo, che è un tempo lineare nel quale gli eventi sono così come sono e il problema del libero arbitrio non viene nemmeno posto, semplicemente perché “tutto il tempo è tutto il tempo”. Vonnegut prova, in questo modo, a disinnescare la possibilità che le cose siano ingiustificate, se niente si autodetermina non succede nemmeno che qualcosa avvenga per caso. Quello che è, è in quel determinato modo: e si può scorrere avanti e indietro nel tempo, anche prima e dopo la propria morte, come se alla fine la morte fosse solo una tappa di un percorso di entrata in questo tempo incastonato e statico. Tuttavia Vonnegut non esaurisce la questione, ci sono delle crepe percettive per l’uomo in tutto questo, che lo portano a confrontarsi con la responsabilità delle proprie azioni.

Un altro passaggio interessante sulla questione del tempo lo porta Tahar Ben Jelloun che nel 2001 ne Il libro del buio, racconta la storia di un colpo di stato in Marocco, finito male, per il quale i ribelli vengono imprigionati in celle sotterranee senza la luce per 18 anni. In questo contesto Ben Jelloun porta una visione del tempo, lì dove non c’è più alternanza di giorno e notte. Come si misura il tempo in una prigione sotterranea sempre buia?

“Karim portava il numero 15. Era un tizio grassottello, originario di El Hajeb. […] Era uno che parlava poco, sorrideva ancora meno, ma aveva un’unica ossessione: il tempo. Poteva dire l’ora esatta al minuto, di giorno come di notte. Era quindi indicato per essere il nostro calendario, il nostro orologio, il legame con la vita lasciata dietro di noi o sopra le nostre teste. Se iniziava una conversazione con uno di noi, temeva di perdere il filo del tempo. […] Come se qualcuno avesse premuto un pulsante, l’orologio parlante si metteva in moto: – Siamo nel 1975, è il 14 maggio, sono esattamente le 9 e 36 minuti del mattino.
Proposi ai compagni di non disturbarlo più inutilmente: ci avrebbe detto l’ora tre volte al giorno, giusto perché potessimo orientarci mentalmente nel buco nero e avere l’illusione di poter controllare il tempo.”

Lì dove Bergson ha posto la questione della scissione tra tempo esteriore e tempo interiore, Ben Jelloun utilizza la letteratura per trasferire il tempo esteriore all’interno del tempo interiore. Questa trasposizione però implica nel personaggio creato un appiattimento solo sulla condizione della temporalità, perché Karim smette di parlare con le persone, smette qualsiasi attività, si estranea da sé in funzione di una ritmicità temporale da portare avanti. In questo caso il tempo viene percepito a patto di non esser vissuto.

I due esempi di Vonnegut e di Ben Jelloun, tra i tanti possibili, offrono due chiavi di lettura sul rapporto tra letteratura e tempo. Ovviamente non sono gli unici esempi, però sono estremamente importanti per mostrare la percezione del tempo lineare, come esterno al soggetto che lo esperiesce, e la percezione del tempo lineare interna al soggetto. Cosa succede, invece, se la ciclicità del tempo viene vissuta? C’è una coincidenza del tempo stesso, tra passato, presente e futuro?

In questo senso il libro di Andrea Gentile, I vivi e i morti, mostra una ricerca sulla temporalità che di rado di si è fatta in questi anni in Italia, scrive Andrea Gentile:

“Così la voce parlò.
Non era la prima volta.
Non era l’ultima volta.
Questo sarà il tempo che fu. La nube di polvere cosmica e il ferro e il nichel formarono il nuovo pianeta, poi stratificatosi, nucleo ferroso.”

O ancora:

“Fuori c’era scritto: Professore.
Bussarono. Nessuno aprì.
Bussarono. Aprì un uomo.
«Professore! Che bello rivederla. Sono il giudice Govone. Mi permetta di presentarle i miei sodali».
«Qui non c’è nessun Professore».
«Professore, non si ricorda di me?»
«Certo, lei è il giudice Govone. Quante avventure insieme».
«E allora, Professore? Lei vuole dirmi di non essere il professore».
«Lo fui».
«Ma lei è qui, davanti a noi».
«Non vede che non ci sono? Non vede che sono morto?»”

In entrambi i passaggi si evidenzia questa temporalità non lineare che va a incidere, ovviamente, sulla percezione del tempo dei protagonisti degli eventi raccontati. All’interno de I vivi e i morti si intrecciano le storie di Italia, piccola bambina costretta a uccidere il padre e  quella di Assuntina, bambina dispersa sulle cui tracce si metteranno i genitori e non solo. Il tutto avviene all’interno del paesino di Masserie di Cristo, luogo inventato in un generico sud. Ovviamente all’interno del libro numerosi personaggi si uniscono alle vicende principali, la narrazione procede come un fiume al quale numerosi affluenti giungono sino a modificarne il corso e la forza. Tuttavia c’è un meccanismo innescato da Andrea Gentile che va scardinare tutto: il tempo nel quale avvengono le vicende.

E d’improvviso il passato e il presente, i vivi e i morti, tutto coincide in una presenza costante, il fiume, con il suo scorrere e la sua forza, sembra diventare un lago immenso dalle dimensioni di una goccia d’acqua. Gentile immagina un tempo che si estende, altrimenti sarebbe impossibile la narrazione stessa, ma che nel momento in cui si estende si ritrae contemporaneamente.
In questo modo la temporalità salta e non si presenta né come puramente lineare, né tantomeno come circolare. Cosa ci sta raccontando quindi Andrea Gentile?

Bisogna fare un passo indietro e tornare alle prime pagine del romanzo per capire cosa avviene, che tipo di movimento ci può aiutare a comprendere, scrive Gentile:

“Fare arte è togliere di scena. Il senso del mondo non sta certo nel mondo. Sta fuori dal mondo. proprio come il ragno secerne il filo della ragnatela facendo uscire da se stesso e riassorbendolo in se stesso, così la mente proietta il mondo da sé e di nuovo lo dissolve in se stessa. Impossibilitare gli dei. Il tempo non ha nessun senso.”

Attraverso queste parole Gentile sembra avvertire il lettore che il passaggio attraverso il libro è quasi come un uscire da se stessi per rientrare in se stessi, ma in questo passaggio, nell’atto stesso di fare arte, il tempo non ha senso, e quindi: in che modo si può raccontare il tempo se non modificandolo e plasmandolo a seconda di quello che bisogna raccontare?
Ecco che ancora una volta la letteratura recepisce l’indagine filosofica e la rende ai lettori in forma di finzione. La questione della temporalità contemporanea viene raccontata, fuori contesto, attraverso queste sovrapposizioni di piani, queste coincidenze temporali tra la vita e la morte, tra il prima e il dopo. Esattamente come sta avvenendo da un po’ di anni all’interno dei dibattiti filosofici attraverso quella che alcuni definiscono iperstoria e che ha l’obiettivo di creare categorie attraverso le quali comprendere l’accelerazione del tempo all’interno della quale stiamo vivendo. Accelerazione dovuta ai social, a internet, alle intelligenze artificiali, alla capacità di calcolo dei processori, e a tutte le invenzioni che insieme stanno cambiando il modo di vivere e percepire il tempo.

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Il terrorismo spiegato ai nostri figli. Intervista a Tahar Ben Jelloun https://minimaetmoralia.it/interviste/tahar-ben-jelloun/ https://minimaetmoralia.it/interviste/tahar-ben-jelloun/#comments Fri, 17 Feb 2017 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33675 di Matteo Cavezzali

Intenso narratore e saggista, Tahar Ben Jelloun è uno degli intellettuali nordafricani che negli anni si è fatto meno scrupoli prendere posizioni nette nel dibattito europeo sul rapporto tra terrorismo e Islam. Vincitore del premio Goncurt nel 1987 con La Nuit sacrée lo scrittore marocchino residente a Parigi è oggi considerato una delle voci più autorevoli del mondo islamico in occidente.

In questi giorni è uscito il suo ultimo libro “Il terrorismo spiegato ai nostri figli”  (La Nave di Teseo), presentato per la prima volta in Italia a Ravenna per l’anteprima di ScrittuRa Festival.

Qual è secondo lei il luogo comune più pericoloso legato al terrorismo di matrice islamica?

«È l’amalgama tra una religione, l’islam, e il terrore che diffonde lo pseudo “Stato Islamico”. Le persone non distinguono tra una civiltà e la barbarie che utilizza l’islam per fini politici».

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di Matteo Cavezzali

Intenso narratore e saggista, Tahar Ben Jelloun è uno degli intellettuali nordafricani che negli anni si è fatto meno scrupoli prendere posizioni nette nel dibattito europeo sul rapporto tra terrorismo e Islam. Vincitore del premio Goncurt nel 1987 con La Nuit sacrée lo scrittore marocchino residente a Parigi è oggi considerato una delle voci più autorevoli del mondo islamico in occidente.

In questi giorni è uscito il suo ultimo libro “Il terrorismo spiegato ai nostri figli” (La Nave di Teseo), presentato per la prima volta in Italia a Ravenna per l’anteprima di ScrittuRa Festival.

Qual è secondo lei il luogo comune più pericoloso legato al terrorismo di matrice islamica?

«È l’amalgama tra una religione, l’islam, e il terrore che diffonde lo pseudo “Stato Islamico”. Le persone non distinguono tra una civiltà e la barbarie che utilizza l’islam per fini politici».

Ha dedicato diverse sue opere ai giovani come “Il razzismo spiegato a mia figlia” e ora “Il terrorismo spiegato ai nostri figli”. In Francia l’immigrazione è alla quarta generazione, mentre in Italia la scuola multietnica è un fenomeno relativamente recente. Che cosa possiamo imparare dai risultati e dagli errori compiuti in Francia?

«La Francia è responsabile della sua cattiva politica, anzi di una vera e propria assenza di politica rispetto ai figli degli immigrati, che sono francesi ma che non vengono riconosciuti pienamente come tali non sono integrati nel tessuto sociale e culturale. Il risultato è che sempre più giovani si allontanano dalla Francia, non necessariamente per diventare terroristi, ma per tentare la sorte altrove, nel paese d’origine dei loro genitori o in paesi lontani come il Canada o altri paesi europei. I più fragili tra loro, coloro che hanno debolezze psicologiche o una forte determinazione a “vendicarsi” seguono i reclutatori di Daesh. L’Italia dovrebbe avere una politica più solidale, più generosa e soprattutto incentrata sulla cultura e il lavoro. Non bisogna abbandonare quei figli di immigrati. Bisogna occuparsene perché il terrorismo non li attiri».

Il tema razzismo è al centro di molto del suo lavoro. Che legame c’è tra il clima di intolleranza che serpeggia in Europa e il reclutamento di terroristi?

«Sono proprio l’intolleranza, il razzismo, la mancanza di vigilanza da parte dei genitori, i fallimenti scolastici, la delinquenza, il vuoto sentito in Europa, sommati alla propaganda efficace di Daesh a far sì che alcuni giovani partano per la fare la jihad».

L’Islam è una cultura composta da molti elementi e con una storia millenaria, come racconta in numerose sue opere, come si è trasformato con le migrazioni?

«L’islam è un dogma, non cambia. Gli immigrati arrivano con un islam semplice che è anche la loro cultura e talvolta la loro identità. Ma tutto dipende da come si leggono e si interpretano i testi. La maggior parte degli immigrati non ha alle spalle studi importanti. La loro cultura è talvolta limitata a ciò che i loro genitori gli hanno insegnato nei loro rispettivi paesi. Ma l’immagine che hanno dell’islam è non violenta, ma pacifica».

Il terrorismo di matrice islamica in Europa nasce anche dalla frustrazione di chi sperava di raggiungere qui una vita migliore che non è riuscito ad ottenere?

«La frustrazione è talvolta, non sempre, alla base: si dice loro, la vita in Occidente è senza Dio, “hanno ammazzato Dio”, “noi vi offriamo una vita dove Dio guiderà i vostri passi e vi darà tutto ciò che l’Occidente non vi ha dato”. Meglio ancora, dicono loro: “In Europa avete fallito la vostra vita, nello Stato Islamico avrete successo in vita e nella morte!”. Talvolta questa propaganda ha successo!»

Molti terroristi sono giovanissimi, cosa li affascina dell’Isis al punto da essere disposti a morire?

«I giovani voglio avventura, rischio, cambiamento. La propaganda promette loro tutto questo. Sono affascinati da un discorso che l’Europa non ha mai fatto a loro. Alcuni sono disperati, altri annoiati, altri alla ricerca di qualcosa di nuovo e altri ancora sono pervasi dall’odio e dal desiderio di vendetta verso questo Occidente che non ha saputo trattenerli».

Come può l’occidente rispondere al dilagare di questa terribile seduzione?

«L’Occidente deve fare un’analisi di tutta la sua politica. L’immigrazione con il ricongiungimento familiare contiene questo rischio di deriva. Deve capire meglio l’islam e la sua civiltà. Per questo serve un maestro fin dalla scuola primaria per insegnare le religioni, le loro storie, le loro somiglianze e la loro importanza. Bisogna anche lavorare con le famiglie che hanno difficoltà con i loro figli sui quali non hanno più autorità».

Se i paesi europei non si occupassero dei conflitti in medio oriente questo secondo lei sarebbe sufficiente a ridurre il numero degli attentati?

«Sì, il conflitto israelo-palestinese è il nodo di questo problema; il terrorismo nel nome dell’islam è una delle conseguenze delle umiliazioni subite dai palestinesi dall’occupante israeliano. Fino a quando Israele perseguierà la sua politica di colonizzazione e di occupazione illegale dei territori dove continua a costruire case senza rispettare la legge e il diritto, il mondo arabo e musulmano sarà umiliato e quindi in conflitto».

Come si può spiegare tanta violenza a dei ragazzi? Primo Levi parlando dell’olocausto scrisse che “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Crede che si potrebbe dire la stessa cosa del terrorismo?

«Sì, Primo Levi ha ragione. Bisogna conoscere e spiegare, e questo non significa scusare o accettare».

(traduzione di Federica Angelini)

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