Teatro di Roma Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/teatro-di-roma/ un blog di approfondimento culturale Thu, 05 Mar 2015 11:56:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Teatro di Roma Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/teatro-di-roma/ 32 32 Il teatro trasformato in animazione da villaggio vacanze https://minimaetmoralia.it/teatro/il-teatro-trasformato-in-animazione-da-villaggio-vacanze/ https://minimaetmoralia.it/teatro/il-teatro-trasformato-in-animazione-da-villaggio-vacanze/#comments Thu, 05 Mar 2015 11:33:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25709 La settimana scorsa al Teatro Argentina ho visto uno degli spettacoli più belli degli ultimi anni (è andato in scena per la prima volta nel 2004 a Broadway e poi ha girato il mondo), Slava's snow show – la compagnia di Slava è una compagnia di clown ormai leggendaria e la sua è una performance di circo contemporaneo talmente strabiliante da valere da sola l'abbonamento alla stagione.

Ieri sera sempre all'Argentina ho visto una delle patacche peggiori degli ultimi anni, il Don Giovanni messo in scena da Filippo Timi. Prodotto dal Teatro Franco Parenti, dal 2013 fa il pieno di incassi in tutta Italia ed ha raccolto una cornucopia di recensioni favorevoli se non esaltate.
Riuscire a deludere tutti i pregiudizi positivi (compresa la mia convinzione che Filippo Timi sia un artista di talento) che si portava dietro non era facile. Eppure Don Giovanni è uno spettacolo così approssimativo, mal scritto, con una recitazione così rabberciata, che si rivela alla fine non solo uno spettacolo brutto, ma un modello di spettacolo brutto, concentrando in sé tutti i peggiori difetti del teatro italiano di oggi, difetti che però paradossalmente decretano il successo del pubblico e della critica.

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La settimana scorsa al Teatro Argentina ho visto uno degli spettacoli più belli degli ultimi anni (è andato in scena per la prima volta nel 2004 a Broadway e poi ha girato il mondo), Slava’s snow show – la compagnia di Slava è una compagnia di clown ormai leggendaria e la sua è una performance di circo contemporaneo talmente strabiliante da valere da sola l’abbonamento alla stagione.

Ieri sera sempre all’Argentina ho visto una delle patacche peggiori degli ultimi anni, il Don Giovanni messo in scena da Filippo Timi. Prodotto dal Teatro Franco Parenti, dal 2013 fa il pieno di incassi in tutta Italia ed ha raccolto una cornucopia di recensioni favorevoli se non esaltate.
Riuscire a deludere tutti i pregiudizi positivi (compresa la mia convinzione che Filippo Timi sia un artista di talento) che si portava dietro non era facile. Eppure Don Giovanni è uno spettacolo così approssimativo, mal scritto, con una recitazione così rabberciata, che si rivela alla fine non solo uno spettacolo brutto, ma un modello di spettacolo brutto, concentrando in sé tutti i peggiori difetti del teatro italiano di oggi, difetti che però paradossalmente decretano il successo del pubblico e della critica.
Proviamo a elencarli:

1. Don Giovanni di Timi è essenzialmente uno spettacolo da animazione da villaggio vacanze ospitato in un teatro del settecento. Il pubblico di paganti e abbonati (la maggior parte dai cinquanta in su) come capita nella maggior parte degli stabili, si sganascia, come se potesse non sentirsi in colpa di vedere un bel puntatone lungo di un superZelig.
2. Il lavoro di riscrittura del mito di Don Giovanni si riduce più o a meno a un gioco di associazioni, alto e basso, cultura aulica e riferimenti trash, che è quello che possiamo permetterci quando in adolescenza ci viene in mente di andare a braccio su un argomento che mastichiamo un po’, sparando le prime ideuzze a caso mentre ci facciamo una canna.
3. La comicità di questo Don Giovanni è sempre dichiarata, esposta, telefonata, alla ricerca dell’effetto immediato, come se il vicino di sedia ti desse di gomito per due ore e mezzo: e anche quando le battute funzionano vengono ripetute ed estenuate per trasformarsi prima in tormentoni e poi per consumare ogni reazione garantita di un pubblico evidentemente abituato a standard televisivi.
4. Le strizzatine d’occhio all’attualità sono quelli di un dj col vocione di una radio commerciale: a un certo punto Timi si mette a cantare il Pulcino Pio, per capirci. Tanti ah ah dalla platea.
5. Gli attori è come se, invece di recitare, ammiccassero; invece di interpretare, imitassero i personaggi. Mossette, birignao a gò gò, vaudeville di terz’ordine. E nonostante lo spettacolo giri l’Italia da due anni, la sensazione che si ha, è che abbiano provato poco: le scene slapstick sembrano grezze, e anche Timi utilizza la sua indubbia presenza scenica e il suo istrionismo non per creare una minima magia teatrale, ma per stare sempre fuori. Cincischia, si ride sopra, gigioneggia, in un rapporto con il pubblico che è quello di un imbonitore invece che di un attore.
6. La scenografia è una roba da rappresentazione delle scuole medie. Luci sparate, cambi colore tipo una schermata di windows, e ogni tanto dei video proiettati su tutto il fondale: le trashate che alle medie i ragazzini fanno vedere ai compagni di banco. Hai visto ste tre ragazze orientali che intonano una canzone sulla diarrea. Ah ah.
7. Il sottotesto dello spettacolo – il Don Giovanni ripensato come puer, come un ragazzino senza morale, tutto intriso di culturame basso e trivialità, cazzo fica cacca – è un esercizio di citazionismo e iconoclastia che poteva avere qualche fascino da pruderie prima che esistessero youtube e youporn. Può funzionare per chi pensa che il teatro sia zapping (qualche sedicenne internet-dipendente), per chi ha settant’anni, non è un nativo digitale, e può godersi questo mischione come fosse un’operazione originale, o ancora per qualche quarantenne che quando a un certo punto, senza nessuna logica drammaturgica, parte la sigla dell’Uomo tigre, scambia questa campanella di Pavlov per una madeleine.
8. C’è un fraindimento grave in chi mette in scena rivisitazioni: l’idea che la parodia sia dissacrazione (lo è in rari, feroci, casi), e che la parodia non abbia bisogno, proprio per il suo carattere mimetico, di una assoluta cura per i dettagli. Proprio perché è un gioco piuttosto facile, il talento sta nel trasformare l’imitazione in una nuova idea più forte del modello, altrimenti è veramente puerile.
9. La scusa dell’estetica queer. L’estetica queer vuole essere ovviamente stravagante, iconoclasta, provocatoria: con questo pretesto cripto-etico, riesce spesso a rendere il rovesciamento una caciara, e a presentarsi da un punto di vista estetico come una roba non dissacrante ma semplicemente cafona: una frociata, piuttosto conformista.
10. Questo Don Giovanni fa capire che in Italia manca qualche educazione del pubblico teatrale. Spettacoli così, sgangherati, faciloni, ruffianissimi, vanno in scena tutti i giorni, in tantissimi teatri in tutta Italia che altro non sono che piazze da cabaret estivo con un tetto sopra. Contento il pubblico di spendere i soldi per questa robetta, contenti tutti.

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È finito il Valle? https://minimaetmoralia.it/interventi/e-finito-il-valle/ https://minimaetmoralia.it/interventi/e-finito-il-valle/#comments Tue, 29 Jul 2014 08:53:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22521 Il Teatro Valle ha convocato per oggi alle ore 12.00 una conferenza stampa e per le ore 17.00 un’assemblea pubblica per discutere sul destino molto molto complicato del teatro.

Dicono che sgomberano il Valle. Dicono fra tre giorni. Dicono che invece no, è in atto una mediazione e si arriverà a un risultato. Comunque vada l'esperienza del Teatro Valle occupato - per ciò che è stata in questi tre anni - è finita qui: sta finendo, dolorosamente, qui. Ieri c'è stato un incontro tra i rappresentanti della Fondazione Valle Bene Comune che in parte poi sono anche gli occupanti del Valle e quattro persone che erano lì in veste istituzionale: Giovanna Marinelli, assessore alla cultura del Comune di Roma; Michela De Biase, presidente della Commissione cultura del Comune di Roma; Marino Sinibaldi e Antonio Calbi, rispettivamente presidente e direttore del Teatro di Roma, che nel caso è l'entità a cui è stato demandato il ruolo di mediazione del caso Valle. L'incontro è stato molto chiaro. Si è partiti con due posizioni, e su quelle posizioni dopo due ore di discussione si è rimasti. Il Teatro e il Comune di Roma dicono: riconosciamo il vostro percorso, ma ora l'occupazione non ha più senso, ve ne dovete andare entro pochi giorni. Gli occupanti dicono: forse non avete ben capito il valore di questo percorso, ce ne andiamo, ma non entro tre giorni. Insomma c'è uno stallo, e la mediazione non è raggiunta, vedremo che succederà in queste ore.

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Il Teatro Valle ha convocato per oggi alle ore 12.00 una conferenza stampa e per le ore 17.00 un’assemblea pubblica per discutere sul destino molto molto complicato del teatro.

Dicono che sgomberano il Valle. Dicono fra tre giorni. Dicono che invece no, è in atto una mediazione e si arriverà a un risultato. Comunque vada l’esperienza del Teatro Valle occupato – per ciò che è stata in questi tre anni – è finita qui: sta finendo, dolorosamente, qui. Ieri c’è stato un incontro tra i rappresentanti della Fondazione Valle Bene Comune che in parte poi sono anche gli occupanti del Valle e quattro persone che erano lì in veste istituzionale: Giovanna Marinelli, assessore alla cultura del Comune di Roma; Michela De Biase, presidente della Commissione cultura del Comune di Roma; Marino Sinibaldi e Antonio Calbi, rispettivamente presidente e direttore del Teatro di Roma, che nel caso è l’entità a cui è stato demandato il ruolo di mediazione del caso Valle. L’incontro è stato molto chiaro. Si è partiti con due posizioni, e su quelle posizioni dopo due ore di discussione si è rimasti. Il Teatro e il Comune di Roma dicono: riconosciamo il vostro percorso, ma ora l’occupazione non ha più senso, ve ne dovete andare entro pochi giorni. Gli occupanti dicono: forse non avete ben capito il valore di questo percorso, ce ne andiamo, ma non entro tre giorni. Insomma c’è uno stallo, e la mediazione non è raggiunta, vedremo che succederà in queste ore.

Il comunicato del Teatro Valle è qui. Quello del Comune di Roma è qui.

È strana questa lotta tra due teatri, no?, mi dicevo ieri – ero presente all’incontro – e sembrava veramente che le due parti fossero le persone di un dramma il cui conflitto era da un’altra parte. La scena di un conflitto politico, che per certi versi Valle e Argentina erano obbligati a combattere in un gioco delle parti, o in una specie di arena del Colossero: sembra l’ultima chance, forse una mezza vittoria per i contendenti ed è invece un po’ più di una mezza sconfitta per entrambi.

La rappresentazione, la messa in scena, di questo conflitto è lo sgombero (immediato? procrastinato? violento? dolce?). Il significato simbolico dello sgombero è la distanza tra due modi di vedere i rapporti di governo.

Sinibaldi, De Biase, Calbi e Marinelli sono persone intelligenti, e hanno dalla loro un paio di vantaggi in questa trattativa che trattativa lo è poco: conoscono il Valle, non sono dei politici caduti dal pero, e trattano per la prima volta, sono vergini. Sono persone che conoscono il teatro, hanno la stima degli occupanti, e non possono essere accusati di aver fatto già manovre a favore o contro. In questo senso il loro intervento di fatto squalifica e contraddice tutto quello che ha fatto il Comune di Roma finora. Alemanno e Marino, Gasperini e Barca (i precedenti assessori alla cultura): il tentativo della Barca, soprattutto, e fra un attimo vediamo perché.
L’altro vantaggio se lo sono rivendicato ed è l’unico terreno di vicinanza. A leggere il comunicato del Comune di Roma, a sentire ieri le loro parole, a fidarsi (e perché non si dovrebbe?) c’è una parte della battaglia del Valle che viene riconosciuta. Una parte molto ampia e insufficiente al tempo stesso.

Si riconosce agli occupanti che 1. hanno fatto bene a occupare tre anni fa – dopo la dismissione dell’Eti (Marinelli ha lavorato all’Eti per molto tempo) evitando la minaccia del degrado o della privatizzazione; 2. sono stati un modello dal punto di vista culturale e artistico: un teatro sempre aperto, i laboratori tecnici e artistici, l’attenzione alla formazione, quella per il contemporaneo e quella per la multidisciplinarietà…; 3. devono essere parte attiva di questa eventuale – auspicata da parte loro – trasformazione da occupazione in un teatro partecipato (attraverso una convenzione tra Teatro di Roma e Fondazione Teatro Valle Bene Comune?). Questa dichiarazione, nel suo significato minimo, liquida di fatto tutti quei soloni che in questi tre anni hanno sproloquiato insultando il valore artistico e culturale di questo progetto. Quelli da Pierluigi Battista in giù per capirci, quelli che ogni tanto scrivevano degli editoriali che dipingevano gli occupanti come peones, e provocavano dicendo: fatemela fare a me la programmazione, sono tanto esperto di teatro io.

Ieri Sinibaldi sintetizzava questa posizione dicendo: avete vinto, abbiamo riconosciuto il valore della vostra lotta, non c’è più bisogno di occupare il Valle.

Qual è allora l’oggetto del contendere che rimane fuori? È una questione sostanziale o di orgoglio?

Il duello si gioca su un principio, e perciò questa storia – in qualunque caso, a parte i proclami e a parte le sincere intenzioni di chi si è impegnato a portare fino in fondo questo dramma – non finirà bene; foss’anche solo perché – l’abbiamo detto – il vero conflitto qui è solo rappresentato.

La distanza incolmabile, lo strappo irricucibile, la vera tragedia uno potrebbe dire facendo propri i termini di Peter Szondi, è quella di un dramma borghese. Siamo dalle parti di Pirandello, di Ibsen, di Cechov, e capite bene che se è così non può finire bene.
Come per Casa di bambola o per Il gabbiano è una questione di soldi e di governo.

Se leggete il comunicato del Valle, in fondo tutto potrebbe essere firmato a quattro mani anche dal Comune di Roma. Tutto, tranne le righe in cui si ricordano i principi economici e gestionali:

Principi di natura gestionale-economica: tutela dei diritti dei lavoratori; rapporti di lavoro basati su un equilibrio tra paghe minime e massime e ispirati a un principio di equità; una politica dei prezzi che garantisca l’accesso a tutti. Principi di governo del teatro: cariche esecutive turnarie; partecipazione democratica nei processi decisionali.

La lotta degli occupanti e della Fondazione Valle Bene Comune (5600 soci, mica pochi) è stata di due tipi: una battaglia di resistenza e una battaglia di proposta. Quella di resistenza è chiara a tutti – non fate che questo posto venga lasciato al degrado, alla insignificanza, alla privatizzazione, alla disperazione che nutre chiunque oggi abbia deciso di fare cultura in Italia. Ma l’imprudenza che veniva rivendicata è stata anche un’altra: si è voluto pensare, provandolo a praticare prima di tutto e poi stilando dispositivi giuridici ad hoc, un diverso modello di governo della cosa pubblica. È possibile una gestione senza un cda? È possibile dare cariche turnarie a chi deve amministrare? E, domande ancora più scabrose: è possibile contrastare il governo insensato della Siae? è possibile livellare gli stipendi dei vari lavoratori? è possibile rendere popolari i prezzi dei biglietti?

Su questi punti qui non c’è stato riconoscimento ieri. Questi sono i motivi principali per cui il teatro ha continuato a essere occupato in questi tre anni. Il Valle è stato un modello di educazione politica, studiato, promosso, premiato anche all’estero. Non solo, ovviamente, per la simbolicità della lotta. Ma anche semplicemente perché altrove provano a muoversi lungo la stessa linea. Provano a rispondere alla crisi politica e economica del settore culturale, coinvolgendo le persone in un processo partecipativo, inventandoselo con tutti. Sinibaldi sembrava forse almeno sulla carta più aperto al confronto, Marinelli sicuramente no.

Ma comunque questo è il senso di quello striscione che campeggia ora davanti al teatro, ora in platea, ora in galleria, dal giugno del 2011, Com’è triste la prudenza. La frase è del drammaturgo Rafael Spregelburd, e la sfida era simile: una battaglia di una nuova classe – quella degli artisti, dei lavoratori della cultura – nel trasformare un desiderio artistico in un modo diverso di vedere il mondo. La sensibilità di una narrazione del contemporaneo che si lancia a immaginare nuovi modelli gestionali. Il nostro mondo non ci piace così, ma vorremmo che cambiarlo fosse una parentesi, un rovesciamento rabelesiano. Ci piacerebbe strutturarli i cambiamenti. E del resto, insomma, non è un caso che tutto questo si sia sviluppato nella debacle sociale dell’Argentina post-Menem.

In una delle ultime assemblee, meravigliosamente inutili verrebbe da dire, che si sono svolte al Valle, erano stati convocati alcuni giuristi, proprio per continuare questo tipo di percorso politico. E sicuramente l’esperienza più innovativa che era venuta fuori era quella del Labsus, il laboratorio per la sussidarietà che in questi anni, in tutta Italia, sta cercando di organizzare le esperienze di governo dal basso attraverso strumenti legali specifici. Flavia Barca, con tutti i limiti suoi (la procrastinazione e la dispersione dell’interlocuzione) e non suoi (la sfiducia di Marino e del PD), aveva provato a far propria l’esperienza di Labsus, si era cominciata a studiare il regolamento per l’amministrazione condivisa che era stato presentato a Bologna lo scorso febbraio. Sembrava una decisione complicata e lunga, ma soprattutto era necessaria una conoscenza e una volontà politica che, in tempi di vere e false emergenze, nessuno vuole spendersi. Mentre al Valle si discuteva su nuovi modelli gestionale, da altre parti politiche si capiva come far arrivare tutto al cul-de-sac che oggi è simboleggiato da una Corte dei Conti che mette il fiato sul collo al Comune, minacciandolo di denunce per danni all’erario – ed è questo uno dei motivi di questa fretta. Non siamo distanti anni luce?

L’altro nodo del contrasto è il luogo. Quella del Valle è (cavolo, mi viene da dire è stata) un’occupazione anomala. Diversa da quella degli anni ’70 o ’90 o anche ’10. Non si è occupato un luogo dismesso e lo si è riqualificato. Si è scelto un luogo storico e lo si è si è tutelato. Si è scelto, per certi versi, di sostituire una legalità formale (non rispettata) con una iperlegalità (la responsabilità nei confronti del bene). Il Valle non si è trasformato in un centro sociale, ma è stato più teatro. Chi dice che il Valle ha buttato, rubato, sprecato soldi, mettendo in mezzo la questione delle bollette, dice il falso. Il Valle, a costi ridottissimi, ha prodotto un indotto incredibile. Soltanto per la preservazione del luogo, quanti soldi si sono risparmiate? Ve lo ricordate Alemanno che pagò 400.000 euro l’anno solo di guardiania per il dismesso Teatro del Lido. Ma non ricominciamo con l’elenco. Queste cose, chi le ha seguite in questi anni con un minimo di curiosità e di onestà intellettuale, le sa. Nelle occupazioni delle case, in genere si chiede cento (si occupano cento case a San Basilio) e poi si media e si ottiene cinquanta (cinquanta case a Tor Marancia). In questo caso questo tipo di mediazione non è traducibile: non c’è un mezzo Valle a Porta Maggiore. Ma soprattutto non c’è un mezzo modello di teatro amministrato in modo condiviso. E va dato atto che Sinibaldi ci ha provato o ci sta provando a offrire una soluzione del genere con una sua proposta di teatro partecipato o teatro dei diritti (sono proposte nel comunicato); ma le distanze tra le due visioni gestionali forse sono più grandi di quelle che sembrano.

C’è un ultima cosa da dire, ed è un’impressione forte che si ha sulla questione Valle in questi giorni. Che tutte le parti i causa siano deboli. Il sistema culturale a Roma, e non solo a Roma, è al tracollo. Questa data simbolica del 31 luglio sembra quella di un film catastrofista. I giornali che chiudono (qui il comunicato ieri dell’Unità, qui l’articolo sulla probabile chiusura proprio del giornale del Teatro di Roma), davanti al teatro Eliseo (ieri ci sono passato davanti mentre tornavo dall’incontro) campeggiano degli striscioni che invocano la salvezza dalla chiusura, al Teatro Quarticciolo che tutti indicano sempre come un modello di gestione hanno tolto 40000 euro dei già magrissimi fondi e quindi avrà una programmazione decurtata il prossimo anno, e quest’estate romana ha tutto fuorché l’allegria dell’effimero… È una crisi sistemica, come si dice, data dalla mancanza di investimenti economici, e dalla mancanza di immaginazione. I soldi non arriveranno e un bel pezzo d’immaginazione con lo sgombero del Valle se ne andrà.

I quattro rappresentanti delle istituzioni si stanno spendendo in questa iniziativa per non far passare una linea politica che è sicuramente peggiore. Questa però non è una buona notizia, ma solo la consapevolezza che la loro offerta è un boccone avvelenato di cui però loro stessi non possono che nutrirsi. Investire sulla cultura non frega quasi a nessuno, e il confronto di ieri è quello tra due attori marginali. La questione Valle forse nelle prossime ore diventerà, come paventato o sperato da molti, una questione di ordine pubblico. Il conflitto reale è tra queste due parti: chi ha la capacità di riconoscerlo sa che si tratta di una lunga lotta e che in questo momento – con una vulgata neoliberista ormai introiettata e un’indifferenza totale rispetto alle sorti della cultura – si parte comunque sconflitti; e chi ha l’occhio allenato scorge anche in filigrana un regolamento di conti interno a quel partito della nazione che è il Pd.

E quindi? E quindi c’è questa assemblea oggi appunto, alle 17 al teatro. Si deciderà di mediare (leggi: arrendersi) o di rimanere nel teatro (aspettare lo sgombero). È una decisione che ha senso prendano le persone che in questi anni il teatro l’anno vissuto, animato, ne hanno fruito. Quei 5600 soci, per primi. Ma anche le famiglie che si sono andati a vedere uno spettacolo per bambini una domenica pomeriggio, quelli che hanno fatto un’ora di fila per il concerto di Jovanotti, quelli che hanno frequentato gratis i laboratori… Sono loro che sono di fatto coinvolti. Se l’occupazione è stata illegale, loro hanno partecipato a quell’illegalità. Ognuno ha voce in capitolo, è giusto che sia così. Spero veramente che oggi ci sia un sacco di gente.

Ecco, questa, anche nei toni, sembra l’ennesima chiamata all’emergenza. Ma su questo punto il comunicato del Valle, come dire, mente in buona fede. Non è un’emergenza. Anche domani ci sarà la stessa battaglia, anche il mese prossimo, anche fra un anno. Si tratta di capire non cosa accadrà al Valle, ma cosa accadrà a noi. E questa invece è sempre un’emergenza vera. Si tratta di capire quando cominceremmo a pensare a un modo diverso di fare politica. Si tratta di capire quando penseremo che questa crisi economica e sociale non ci vede solo come vittime. Si tratta di capire quando vorremo smettere di delegare, ma studiare, agire, intervenire. Se continuo a ringraziare i compagni del Valle è perché in questi tre anni mi hanno insegnato molte di queste cose. E sono convinto che continueranno a farlo.

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Non siate così stupidi e irresponsabili da lasciare implodere il mondo del teatro a Roma https://minimaetmoralia.it/interventi/la-situazione-del-teatro-a-roma-e-al-dissesto-e-giunto-il-tempo-della-responsabilita/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-situazione-del-teatro-a-roma-e-al-dissesto-e-giunto-il-tempo-della-responsabilita/#comments Mon, 21 Apr 2014 21:30:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20151 Negli ultimi mesi nella Roma teatrale – quel magma informe fatto di grandi festival e piccoli esercenti, di occupanti e di compagnie, di artisti e di critici – si respira quasi un’aria da fine dei tempi. Siamo sulla soglia di qualcosa che ancora non ha una forma, forse una metamorfosi, un cambiamento, ma forse anche una banale, lenta e prolungata decadenza. Ma cos’è che sta succedendo? Occorrerebbe mettere assieme una serie di avvenimenti che, a un occhio profano, potrebbero sembrare non troppo connessi tra loro. Come la chiusura del Palladium, sottratto alla decennale gestione della Fondazione Romaeuropa che lo aveva trasformato in una piazza della scena contemporanea. La chiusura, per lavori, del Teatro India, che di quella scena è l’epicentro naturale. Lo sgombero dell’Angelo Mai, centro di produzione culturale indipendente, che arriva dopo i cinque anni di stop imposti al Rialto (oggi in ripartenza) e il depotenziamento di altri spazi come il Kollatino Undergorund. Infine, la prolungata assenza di una direzione al Teatro di Roma, dove la “nomina lampo” di Ninni Cutaia aveva dapprima acceso, e subito dopo gelato, le speranze di un territorio complesso e variegato.

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Negli ultimi mesi nella Roma teatrale – quel magma informe fatto di grandi festival e piccoli esercenti, di occupanti e di compagnie, di artisti e di critici – si respira quasi un’aria da fine dei tempi. Siamo sulla soglia di qualcosa che ancora non ha una forma, forse una metamorfosi, un cambiamento, ma forse anche una banale, lenta e prolungata decadenza. Ma cos’è che sta succedendo? Occorrerebbe mettere assieme una serie di avvenimenti che, a un occhio profano, potrebbero sembrare non troppo connessi tra loro. Come la chiusura del Palladium, sottratto alla decennale gestione della Fondazione Romaeuropa che lo aveva trasformato in una piazza della scena contemporanea. La chiusura, per lavori, del Teatro India, che di quella scena è l’epicentro naturale. Lo sgombero dell’Angelo Mai, centro di produzione culturale indipendente, che arriva dopo i cinque anni di stop imposti al Rialto (oggi in ripartenza) e il depotenziamento di altri spazi come il Kollatino Undergorund. Infine, la prolungata assenza di una direzione al Teatro di Roma, dove la “nomina lampo” di Ninni Cutaia aveva dapprima acceso, e subito dopo gelato, le speranze di un territorio complesso e variegato.
Dicevo che questo ventaglio di situazioni – a cui andrebbe aggiunta la Fondazione mancata al Valle Occupato – può sembrare troppo eterogeneo. Eppure, a vario titolo, ha costituito una rete imperfetta che ha sostenuto la creazione teatrale contemporanea a Roma. Una rete dove, ad esempio, gli spazi sociali e occupati hanno svolto una funzione supplitiva in ambito produttivo e di sperimentazione di modelli di socialità. Dove festival come Short Theatre hanno lavorato attorno alla visibilità e alle relazioni in ambito internazionale (assieme a progetti come Face à Face) svolgendo una funzione supplitiva di quell’attività costante che dovrebbe essere in carico alle stabilità pubbliche e alle istituzioni teatrali territoriali. Questa supplenza continua delle carenze pubbliche, tuttavia, non è mai riuscita a creare un vero e proprio “sistema” alternativo, un modello in grado di gestire e far prosperare il territorio che anima. Il motivo è piuttosto semplice: tutte queste realtà non sono mai state stabilizzate, anzi, sono costantemente passibili di messa in discussione e persino di chiusura. Gli spazi sociali per i problemi di messa a norma; festival e progetti per il fatto che debbono concorrere ogni anno ai bandi di finanziamento, non potendo progettare nel lungo termine. Il resto è un mare magnum dove galleggiano stabili d’innovazione che non riescono a divenire polarità di alcunché e circuiti regionali e “case teatrali” cittadine dove vige la regola della nomina politica, che non sono stati in grado come in altre regioni di creare sistemi alternativi supportando – anche e soprattutto economicamente – le energie vive del territorio. Nella maggior parte dei casi, infatti, le risorse servono per mantenere in piedi le scatole (vuote) dell’organizzazione teatrale, relegando quello che dovrebbe essere il vero destinatario del supporto pubblico – l’artista – in una posizione secondaria e questuante.
Che il problema profondo di Roma, a livello teatrale, stia nell’assenza di sistema è un fatto che sembra finalmente entrato a far parte anche del lessico delle amministrazioni pubbliche, soprattutto dopo l’incontro promosso da Cresco al Teatro Argentina lo scorso 24 marzo. È un bene, anche se occorre uno sforzo collettivo affinché questa presa di coscienza generale non torni ad essere lettera morta con il prossimo avvicendamento degli assessori. Non solo perché l’azzeramento dei dibattiti pubblici come quello avvenuto negli ultimi anni nel mondo teatrale sono il sintomo più virulento di un malfunzionamento della politica, che così facendo allarga sempre di più – e in modo drammatico – la frattura che c’è tra le istituzioni e la parte creativa ed effervescente del nostro Paese. Ma anche, e soprattutto, perché non c’è più tempo.
Non c’è più tempo perché stiamo per perdere una generazione di artisti. Stiamo per perdere soprattutto le energie insostituibili che essi potrebbero mettere a servizio della loro città. Roma è stata infatti, negli ultimi vent’anni, una fucina straordinaria di talenti e di menti e al contempo il più folle sistema di dissipamento degli stessi. Mario Martone – l’ultima persona ad aver lasciato, agendo all’interno di un’istituzione, un segno indelebile nella città aprendo il Teatro India e programmando lo stabile cittadino – aveva 40 anni quando è stato nominato direttore del Teatro di Roma. Fabrizio Arcuri, che è probabilmente il più capace organizzatore di cui dispone il nostro territorio – con alle spalle le esperienze di Short Theatre a Roma, Prospettiva a Torino e la direzione del Teatro della Tosse di Genova – ne ha oggi 46 e non è stato ancora messo in grado di agire con continuità nella propria città. Roberto Latini, classe 1970, è dovuto emigrare a Bologna per dare corso a un’esperienza come quella del Teatro San Martino. Massimiliano Civica, che alla guida della Tosse è stato il più giovane direttore di uno stabile (per quanto privato), ha abbandonato progressivamente la citta sia, come molti altri, nell’ambito produttivo che in quello creativo.
Non stiamo parlando di artisti qualunque, ma di alcuni dei nomi più rappresentativi della scena contemporanea italiana, di cui Roma non solo non si cura ma che pian piano espelle con noncurante strafottenza. Oggi soltanto Veronica Cruciani ha all’attivo una significativa esperienza di direzione, quella del Teatro Quarticciolo (all’interno della Casa dei Teatri), ma ciò grazie al fatto di avere accettato – bontà sua – una direzione artistica a carattere gratuito. Mentre un’organizzatrice attenta e capace come Debora Pietrobono (classe 1970), uno dei pochissimi nomi realmente rappresentati di un intero panorama artistico, resta in un limbo di sottoutilizzo pur essendo costantemente presa in considerazione per le cariche più svariate, non ultima quella di direttrice dello Stabile capitolino. (Anzi, è stata l’unica candidata ad aver subito un attacco mediatico non solo indebito, ma pure sconclusionato: l’accusa di essere stata presa in considerazione in virtù della sua collaborazione a Radio3, di cui l’attuale presidente del Teatro di Roma Marino Sinibaldi è direttore, è ridicola quanto fantasiosa se si considera il fatto che il nome di Debora Pietrobono era stato già considerato nella tornata precedente, quando di Sinibaldi all’Argentina neppure si parlava).
Attorno a questi nomi se ne muovono altri, altrettanto geniali in campo artistico, che hanno scelto di non spendersi in chiave organizzativa, come Lucia Calamaro, Lisa Natoli, Tony Clifton Circus, Andrea Cosentino, Daniele Timpano, Muta Imago, Santasangre, Teatro delle Apparizioni, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, Psicopompo Teatro, solo per citarne alcuni. Appunto, un panorama artistico. Un’intera generazione, o anche più di una.
Questo è il tempo della responsabilità. Questo panorama artistico – a cui si aggiungono nomi che sono riusciti a crearsi una strada personalissima come Ascanio Celestini o Antonio Rezza – esprime oggi la punta più avanzata della creazione contemporanea nel nostro Paese. Lo esprime oggi, non tra vent’anni. Possiede oggi, e non tra vent’anni, l’energia e la lucidità necessarie per imprimere una svolta nella vita culturale e artistica di una città sonnolente come Roma.
Quello che oggi la politica deve avere il coraggio di operare è un cambio di paradigma nelle modalità di scelta e assegnazione dei ruoli. Un cambio di paradigma che deve scardinare la cooptazione politica in favore della qualità e della competenza. Il che significa pure fare una scelta di campo netta su come e perché vanno utilizzati i fondi pubblici. Oggi la politica deve essere in grado di distinguere senza esitazione tra la ricerca, dove alberga tanto l’innovazione dei linguaggi che la cura per la tradizione, e le “rendite di posizione culturale”, dove alberga la musealità più polverosa quando non l’intrattenimento più puro. Non solo deve essere in grado di distinguere, ma deve anche operare con decisione a sostegno della prima e a discapito della seconda.
Ciò è possibile soprattutto valorizzando le esperienze artistiche e organizzative di chi fa questo lavoro sul nostro territorio ormai da anni. Le istituzioni, e persino i “sistemi”, non sono meccanismi freddi, in grado di operare con equità in base alla loro impersonalità. È piuttosto vero il contrario: le istituzioni, quando funzionano, sono animate dalle persone che le abitano, innervate della loro carne e del loro sangue e, soprattutto, attraversate dal loro pensiero.

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