Ted Turner Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ted-turner/ un blog di approfondimento culturale Thu, 02 Oct 2014 08:57:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ted Turner Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ted-turner/ 32 32 Intervista a David Cronenberg. https://minimaetmoralia.it/cinema/zanuttini-intervista-cronenberg/ https://minimaetmoralia.it/cinema/zanuttini-intervista-cronenberg/#comments Thu, 02 Oct 2014 08:57:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23634 Pubblichiamo l'intervista di Paola Zanuttini a David Cronenberg uscita su il Venerdì di Repubblica, ringraziando l'autrice e la testata. 

Toronto. Aristide e Célestine Arosteguy sono la coppia Sarte-De Beauvoir del XXI secolo. Anticonformisti e libertini. Marxisti irriducibili. Massimi teorici della filosofia del consumismo. Ultrasessantenni e seducenti. Idolatrati dagli studenti della Sorbona, assidui dei loro corsi e del loro letto. Succede che Célestine scompaia: immagini diffuse in rete mostrano il suo cadavere cannibalizzato. Sparisce anche Aristide, che in seguito rispunta a Tokyo. Poi c’è un chirurgo di Budapest trapiantatore illegale di organi. Una malata terminale in fissa con l’eros preagonico.Un neurologo di Toronto che ha avuto il discutibile onore di dare il suo nome a una malattia venerea. E un regime comunista, la Corea del Nord, che calamita defezioni dall’Occidente capitalista. Due giovani reporter – americano lui, canadese lei – supertecnologici, morbosetti e un po’ cialtroni, indagano come si indaga al tempo del giornalismo digitale. Ah, poi ci sono un bel po’ di sindromi inquietanti e bislacche. È il primo romanzo di David Cronenberg: Divorati. Ci ha messo otto anni a scriverlo, ma nel frattempo ha girato cinque film.

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david_cronenbergPubblichiamo l’intervista di Paola Zanuttini a David Cronenberg uscita su il Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

Toronto. Aristide e Célestine Arosteguy sono la coppia Sarte-De Beauvoir del XXI secolo. Anticonformisti e libertini. Marxisti irriducibili. Massimi teorici della filosofia del consumismo. Ultrasessantenni e seducenti. Idolatrati dagli studenti della Sorbona, assidui dei loro corsi e del loro letto. Succede che Célestine scompaia: immagini diffuse in rete mostrano il suo cadavere cannibalizzato. Sparisce anche Aristide, che in seguito rispunta a Tokyo. Poi c’è un chirurgo di Budapest trapiantatore illegale di organi. Una malata terminale in fissa con l’eros preagonico.Un neurologo di Toronto che ha avuto il discutibile onore di dare il suo nome a una malattia venerea. E un regime comunista, la Corea del Nord, che calamita defezioni dall’Occidente capitalista. Due giovani reporter – americano lui, canadese lei – supertecnologici, morbosetti e un po’ cialtroni, indagano come si indaga al tempo del giornalismo digitale. Ah, poi ci sono un bel po’ di sindromi inquietanti e bislacche. È il primo romanzo di David Cronenberg: Divorati. Ci ha messo otto anni a scriverlo, ma nel frattempo ha girato cinque film. Questo, però, non diventerà il suo ventiduesimo lungometraggio: «Prima ci pensavo, cinque produttori mi hanno fatto delle offerte, ma mi annoierei, la storia la conosco. Meglio che ci pensi un altro».

Come avviene nel suo cinema, anche nel romanzo le deformazioni del corpo e della mente, il sesso bizzarro, l’invadenza della tecnologia e le cospirazioni non sono espedienti da Grand Guignol, ma strumenti di un’investigazione filosofica (filone esistenzialista) sulla condizione umana. Definita, in questo caso, da Stephen King «una luce abbagliante che spalanca gli occhi». Gli occhi di Cronenberg sono di un blu artico: l’elemento perturbatore, insieme al sorriso – tendenza Joker – nella sua faccia da canadese tranquillo e felicissimo di essere da questa parte del confine con gli Stati Uniti: molto più quieta e democratica, ma non necessariamente noiosa. Un lampo di ironia o di provocazione e poi l’espressione torna serafica. Si deve divertire molto a confezionare le sue dissezioni della specie ostentando l’aplomb di un professore bonario e canuto che dedica a Carolyn, la moglie, il suo debutto letterario.

Se un lettore organizza la libreria per generi, avrà qualche incertezza sullo scaffale in cui infilare Divorati. Ce l’ha anche l’autore: «Un amico che dirige una rivista di cinema horror voleva organizzarmi un incontro pubblico, gli ho risposto che questo non è un romanzo di genere e non so se i fan dei miei primi film lo apprezzeranno. Direi che ha alcuni elementi del thriller moderno e altri del postmodernismo». Di sicuro è postmodern la presenza di gadget elettronici disseminati nelle 348 pagine, inesorabilmente citati con marche e sigle ogni volta che un personaggio ne fa uso. Cronenberg non si è rivolto a un consulente per la documentazione, non ce n’era bisogno: «Ne so abbastanza, la tecnologia è la prima cosa che mi ha attirato del cinema: ero incuriosito dalla sincronizzazione suono immagine, dalla pellicola senza audio che, dopo il montaggio, scorreva insieme alle parole, i rumori e la musica. Quando andavo ad affittare una cinepresa stavo ore con l’operatore a farmi spiegare come funzionava. La mia prima sceneggiatura battuta al computer risale 1985: non potevo aspettare. Ero affezionato alla mia macchina da scrivere, una specie di trattore vittoriano, ma era troppo lenta rispetto ai pensieri. Invece, il primo film girato in digitale è solo del 2012 perché fino ad allora il mio direttore della fotografia non era convinto della qualità».

Irrequietezza e prudenza, quindi. Anche Divorati segue queste linee guida. Perché la trama è indiavolata, il sottotesto filosofico, ma lo stile molto semplice, quasi popolare. «Ho sempre pensato che le più difficili questioni filosofiche non dovrebbero essere oscure. Se ti avvicini a Heidegger o a Sartre devi imparare tutto un nuovo vocabolario solo per leggerli. Questo ti tiene fuori e, se ci entri, ti infili in una gabbia che ti separa dalla vita. Se la filosofia serve a vivere meglio dev’essere accessibile, per questo trovo che la narrativa sia un splendido modo per esprimerla».

La professione di scrittore gli piace molto, pensa già a un altro romanzo e minaccia vagamente di lasciar perdere il cinema. «Quando lavori a un libro c’è maggiore intensità, monologo interno, complessità. E libertà. Il problema con i film sono sempre i soldi: devi andare incontro al pubblico, essere semplice, comprensibile, ma alcuni miei film, come Inseparabili o Crash, non lo sono affatto». Dice che l’editing è stato una passeggiata. Ha avuto quattro editor per ognuna delle tre case editrici in lingua inglese che pubblicano il romanzo: «Tutti gentili, collaborativi, rispettosi, mica come nel cinema, dove ognuno dice la sua e il produttore sbraita Odio quella scena, tagliala».

Nel cinema, Cronenberg ha avuto i suoi problemi. Quando nel 1975 uscì Il demone sotto la pelle (un parassita risveglia nella popolazione gli istinti sessuali repressi…), un giornalista indignato scrisse: «Dovreste proprio sapere quanto è brutto questo film, l’avete pagato voi!» alludendo al fatto che aveva ottenuto il contributo dello Stato. A seguire, polemiche in Parlamento, difficoltà nell’ottenere finanziamenti per i film successivi e, secondo la vulgata, anche lo sfratto dal padrone di casa benpensante.

Anche con la vulgata D.C. ha le sue noie. Perché dev’essere tedioso sentirsi definire ancora il barone del sangue, il signore del body horror o il regista che negli anni Settanta-Ottanta dissecava il corpo e dai Novanta in poi il cervello. «È un organo che ha sempre avuto un suo ruolo in ogni film che ho girato. Mi sembra una definizione un po’ sbrigativa del mio lavoro». Che allora lo definisca lui, il suo lavoro: «Fin dall’inizio dico che è un’avventura filosofica, un viaggio per capire in cosa consistono l’essere umano e la condizione umana. Sono sempre stato convinto che il corpo è la prima ed essenziale dimostrazione della nostra esistenza. Molto di quello in cui crediamo o che inventiamo è un tentativo di evasione da questa consapevolezza. Quasi tutte le religioni sminuiscono il corpo e spingono a trascenderlo per indurci a sperare che possiamo sfuggirgli e che la morte non è la morte. Questo succede anche nell’arte e nella politica: cos’è che dà coraggio a un kamikaze imbottito di esplosivo?».

Inevitabilmente, Nath e Naomi, i giornalisti di Divorati , utilizzerebbero per Cronenberg le formule stantie di cui sopra. Perché sono conformisti come le riviste sensazionalistiche per cui lavorano. Naomi, poi, è praticamente disabilitata se sconnessa da Google, protesi culturale della sua abissale ignoranza. L’autore è indulgente con loro: «Sono ingenui e un po’ rozzi, come gli americani in Europa di Henry James», ma è più severo sulla deriva del giornalismo. «C’è un vero declino della professione perché non c’è più la struttura che ti obbligava a imparare, cominciando dalle piccole notizie di cronaca o sport che un caporedattore esigente ti faceva riscrivere senza pietà. Ora impari tutto nelle scuole di giornalismo, sulle quali non mi pronuncio perché non le ho mai viste, ma so che su internet ci sono critici che si definiscono tali perché hanno un sito o un blog, e se vai su Rotten Tomatoes vedi che non sanno parlare, non conoscono la grammatica e sono proprio stupidi, ma vengono presi in considerazione come tutti gli altri critici e giornalisti. Ognuno ha accesso al suo posto in rete e si può ricreare come un avatar».

C’è una frase rivelatrice nel romanzo: «Ormai siamo tutti fotogiornalisti. Scrivere e basta non è più sufficiente. Dobbiamo recuperare immagini, audio, video». Cronenberg ha fatto i conti, suo malgrado, con questa mutazione «Ci sono giornalisti, li conosco da anni, che un giorno hanno cominciato a presentarsi con l’iPhone in mano per riprendermi. Ma la mano trema e quindi anche l’immagine, il suono è terribile perché stanno lontani e non usano il microfono, la luce agghiacciante. Io provo a obiettare che verrà una schifezza, che la ripresa è un lavoro complesso, richiede concentrazione e non si può intervistare e filmare nello stesso tempo, ma loro ribattono che devono farlo perché altrimenti c’è qualcun altro pronto al posto loro. Molto imbarazzante». Naturalmente D.C. non è un nemico della rete, tutt’altro: «È un ottimo strumento se hai la capacità di scegliere e controllare, ma è evidente anche l’aspetto distruttivo. La tecnologia che creiamo è il riflesso di quello che siamo, esattamente come politica».

Nel romanzo, come in tutta la produzione di D.C., il corpo si ribella. Qui, con risvolti narrativamente strategici, lo fa attraverso l’Apotemnofilia, ovvero la smania di amputarsi parti del corpo sentite come superflue o disarmoniche. O con la malattia di Peyronie, che incurva orrendamente il pene, e con altre aberrazioni che non stiamo qui a elencare. Ma come reagisce questo esploratore della corporeità quando gli spunta un brufolo strano o un acciacco inedito? «Come tutti, credo. Forse con più curiosità. Per questo la definizione the body horror non viene da me, perché non penso che quel che faccio sia orrore del corpo, ma piuttosto interesse e fascinazione. È la nostra essenza, come potrebbe non interessarci?». Visto che nella trama ha un certo ruolo anche un apparecchio acustico, mentre ne parla D.C. si sfila improvvisamente il suo, praticamente invisibile: «È identico a quello del romanzo, ha cinque livelli». Può entrare in contatto con le stelle? «No, questo non credo».

Già, ma come gli è venuta in mente l’Apotemnofilia? Indossa il sorriso da Joker e risponde che, quando si scrive, si cannibalizza la vita, gli eventi accaduti in famiglia o agli amici. Poi, forse per evitare spiacevoli fraintendimenti (Cronenberg prossimo a mutilarsi un orecchio!), spiega che la patologia in questione è un dono di Bruce Wagner, lo sceneggiatore di Maps to the Stars: «Mi ha mandato un articolo dell’Atlantic Monthly, molto bello, intitolato Un nuovo modo di essere matti, che la descriveva. Ho cominciato a farmi delle domande: è un disordine dismorfico? È sempre esistito o è emerso solo adesso con la sovraesposizione mediatica del corpo? Prima di girare A Dangerous Method ho studiato a fondo l’isteria, che non esiste più per com’era considerata una volta – femminile, legata all’utero, eccetera eccetera – perché è cambiata la cultura. Quindi significa che le malattie le creiamo anche noi. Un’idea affascinante da piazzare in un film o in un libro».

Cannibalizzando la sua vita privata e pubblica, Cronenberg ha infilato in Divorati anche qualche aneddoto della sua carriera. Per esempio, i passaggi al Festival di Cannes in veste di presidente della giuria o di concorrente: «In fin dei conti, non c’è mai stato uno scrittore presidente di giuria, quindi valeva la pena di raccontare qualcosa. Soprattutto le beghe di politica estera…». C’è una sanguinosa rissa fra giurati che riecheggia le polemiche sollevate dai suoi film o dalle sue scelte come presidente: nel 1999 caldeggiò la dibattuta vittoria di Rosetta dei fratelli Dardenne e, tre anni prima, il premio della giuria al suo Crash scatenò un finimondo. «Gilles Jacob mi aveva detto che voleva piazzarlo a metà rassegna per farlo esplodere come bomba. A me pareva un’esagerazione: il film era basato su un romanzo di Ballard uscito 23 anni prima che conoscevano tutti. Invece aveva ragione. Io non vedevo quanto era disturbante, ma Ted Turner lo voleva bandire, i politici dicevano che avrebbe corrotto gli adolescenti e qualcuno si scandalizzò perché c’era una mutilata che faceva sesso. I disabili invece amarono quel film, hanno detto che gli piaceva perché mostrava la realtà che vivono loro, dove un po’ di creatività e umorismo sono necessari, per fare sesso».

Nel suo primo romanzo. D.C. infrange l’ultimo tabù, il sesso anziano, con ricorso al provvidenziale Crisco, grasso vegetale da cucina molto usato anche come lubrificante sessuale. «Be’, ormai sui giornali se ne parla, ma se avessi scritto questo libro a trent’anni non ci avrei messo l’esperienza di oggi. Ho 71 anni, il sesso mi piace, ma ho anche la consapevolezza di invecchiare e mi domando come sarà tra dieci o vent’anni, sempre che ci arrivi, e che la mia partner ne abbia voglia, perché quel che succede agli ormoni degli uomini e delle donne è diverso. Certo, per girare una scena del genere al cinema ci vorrebbero luci molto morbide».

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Scatola nera #1: Jonathan Lethem conversa con Dave Eggers https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/scatola-nera-1-jonathan-lethem-dave-eggers/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/scatola-nera-1-jonathan-lethem-dave-eggers/#comments Sat, 24 Nov 2012 14:28:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11609 Questo pezzo è uscito nel 2002 sul sito di minimum fax. Traduzione di Martina Testa.

Il sarcasmo o Bob Dylan o Una lunga conversazione fra due persone in gamba

Jonathan Lethem: Quello che mi è piaciuto particolarmente della nostra discussione su Dylan è che abbiamo cominciato a individuare un fenomeno interessante: il classico impulso, da parte del fan e del critico, a scegliere un periodo della produzione di Dylan come "l'unica parte valida" per poi accomunare tutto il resto in un'unica onnicomprensiva condanna: come se Dylan dovesse vergognarsi della sua continua produttività, come se la mole imponente del suo lavoro fosse una specie di crimine o di malattia che minaccia l'ascoltatore o il suo rapporto con gli album che ama. E, come hai sottolineato tu, dietro la presunzione di quel tipo di rifiuto si nasconde - in maniera particolarmente intensa - una specie di confusione istintiva e spaventata di fronte alla continua ricerca di quell'artista, all'ostinata determinazione con cui pratica la sua arte, alla sua disponibilità alla sperimentazione, alla crescita e al fallimento. Come se, quando un artista è troppo prolifico, troppo generoso, scattasse un interruttore che lo fa improvvisamente apparire come un insulto al suo pubblico.

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Questo pezzo è uscito nel 2002 sul sito di minimum fax. Traduzione di Martina Testa.

Il sarcasmo o Bob Dylan o Una lunga conversazione fra due persone in gamba

Jonathan Lethem: Quello che mi è piaciuto particolarmente della nostra discussione su Dylan è che abbiamo cominciato a individuare un fenomeno interessante: il classico impulso, da parte del fan e del critico, a scegliere un periodo della produzione di Dylan come “l’unica parte valida” per poi accomunare tutto il resto in un’unica onnicomprensiva condanna: come se Dylan dovesse vergognarsi della sua continua produttività, come se la mole imponente del suo lavoro fosse una specie di crimine o di malattia che minaccia l’ascoltatore o il suo rapporto con gli album che ama. E, come hai sottolineato tu, dietro la presunzione di quel tipo di rifiuto si nasconde – in maniera particolarmente intensa – una specie di confusione istintiva e spaventata di fronte alla continua ricerca di quell’artista, all’ostinata determinazione con cui pratica la sua arte, alla sua disponibilità alla sperimentazione, alla crescita e al fallimento. Come se, quando un artista è troppo prolifico, troppo generoso, scattasse un interruttore che lo fa improvvisamente apparire come un insulto al suo pubblico.

Il collegamento che non ho fatto mentre discutevamo, ma che mi ha colpito mentre ci riflettevo a posteriori, è che questo meccanismo di difesa, questa sublimazione delle paure dell’ascoltatore/lettore/critico/ecc… in vera e propria rabbia contro l’artista che sostanzialmente non fa altro che offrire al mondo la propria arte, questo indignato rifiuto dell’abbondanza (vorrei trovargli un nome adatto!) ha al centro lo stessa reazione emotiva deviante che ho cercato di descrivere quando parlavamo di “grandi autori che quando invecchiano cominciano a denunciare la proliferazione di nuovi scrittori”… te lo ricordi? Arriva un momento in cui lo scrittore si sente improvvisamente minacciato dalla quantità di nomi sconosciuti sugli scaffali delle librerie e decide di scrivere il tipico articolo in cui dichiara che i nuovi scrittori che si affacciano sul mercato – esordienti che con umiltà, con sincero entusiasmo, forse a volte con la goffaggine dei novellini, osano proporre al pubblico il proprio lavoro – stanno commettendo una specie di crimine, di inflazionamento, ai danni della letteratura.

Come se i bei libri potessero essere annacquati dall’esistenza di libri meno belli. O come se qualcuno avesse il diritto di decidere quali scrittori meritino di continuare la propria carriera e quali no (non so che ne sarebbe di me, se avessi ricevuto un giudizio così assoluto all’uscita del mio primo romanzo!) O come se pubblicare narrativa potesse fare del male a qualcuno.

Dave Eggers: Com’era quella frase di Vonnegut sulla narrativa che avevi citato?

JL: Diceva qualcosa del tipo che attaccare un romanzo è come mettersi indosso un’armatura e partire alla carica contro un budino al cioccolato.

DE: Io la trovo geniale.

JL: Anch’io mi rendo conto di sentirmi minacciato, a volte, dalla fecondità della produzione culturale, dalle scelte costanti che mi impone, e da quella irritante possibilità che io mi stia continuamente perdendo qualcosa. Anche io a volte sento di assumere quell’atteggiamento odioso di rifiuto preventivo: questo o quel gruppo, o libro, o film, che non avevo mai sentito nominare prima che cominciassero a parlarne tutti quanti è probabilmente “sopravvalutato” o “una bufala”. E certe volte mi accorgo che ho veramente fame di stroncature: che sollievo avere qualcuno che rifiuta al posto mio una nuova favolosa offerta senza che io debba privarmi di una fetta del mio prezioso tempo per venirci alle prese e formarmi un’opinione. Quanto è più semplice per la mia attenzione assediata da ogni lato! Ehi, non è mica facile dedicare attenzione alle cose!

Ci tengo a mandare un caloroso “Capisco benissimo, capita anche a me” a chiunque sia troppo esaurito in qualche momento della giornata per leggere un certo libro o ascoltare con cura e senza pregiudizi una canzone sconosciuta. L’importante però è riconoscere questo atteggiamento soggettivo di autodifesa, questo meccanismo spontaneo di rifiuto assolutamente-umano-ma-comunque-meschino quando si riveste di certe pose da “critica oggettiva”. Sapere che il critico che istintivamente chiama Time Out of Mind il primo album di Dylan degno di nota dopo Blood On the Tracks lo fa perché è un gran bel sollievo, che diamine, non doversi scervellare a esaminare i ventitré anni di lavoro di buona, pessima e ottima qualità che stanno fra quei due dischi. Perché è semplicemente troppo, mi spiego?, è troppo faticoso dover ammettere la possibilità che fra il 1974 e il 1997 Dylan abbia fatto qualcosa che valga la pena ascoltare.

DE: Dylan è l’esempio perfetto, perché ovviamente è quel genere di artista – rarissimo – che invecchiando ha continuato a evolvere il suo stile, a volte in maniera impressionante – nel bene e nel male. Dal passaggio al suono elettrico alla fase del mascara alla fase messianica ai video poco convinti su MTV, e così via. Penso che l’opinione comune su Dylan è che sia in giro da troppo, troppo tempo e che abbia avuto troppe incarnazioni. Sembra che abbia dato troppo – troppa roba anche se buona, troppa per una persona sola. Se si decidesse a morire, potremmo analizzare il tutto, etichettarlo e schedarlo per bene e vedere di capirci qualcosa.
 Ma Dylan è anche una vittima, come molti dei musicisti e degli artisti particolarmente fecondi, del nostro pregiudizio contro la prolificità. Quando uno fa uscire due album in un anno – Elvis, per dire – o un film all’anno – Woody Allen – e via dicendo, ci sorge subito il sospetto: che manchino di serietà, di gravitas, di profondità. Qualcosa del genere. Li ignoriamo.

Siamo arrivati ad aspettarci un determinato tasso di produzione dai nostri fornitori culturali: un flusso che siamo in grado di elaborare, una frequenza che ci possa far pensare che il prodotto culturale contenga in sé un certo investimento di tempo, sia stato sottoposto al dovuto invecchiamento. Kerouac venne disprezzato per la velocità con cui scrisse alcune delle sue opere, come I sotterranei, ma poi veniamo a sapere che Márquez ha scritto Cent’anni di solitudine molto velocemente e restiamo confusi, perché è un libro denso e curato, eppure è stato scritto con una rapidità che non ci sembra possibile. E questo ci mette a disagio, perché non vogliamo pensare che per creare opere d’arte di pari qualità (qualunque siano i criteri per definirla tale) possano servire periodi di tempo tanto variabili.

JL: Esatto, proprio così: artisti come Kerouac o Joyce Carol Oates o Picasso o Prince tendono a suscitare disprezzo perché pare che scarichino sul pubblico il contenuto del loro cervello con una libertà che non conosce vincoli o rifiniture. La ritrosia a pubblicare diventa oggetto di ammirazione e devozione: la tormentata parsimonia dell’artista bloccato, lento o pieno di sé. E invece io sono sempre scettico quando si presume di poter capire qualcosa sui “mezzi di produzione” di un artista – e il tuo esempio su Márquez indica esattamente l’assurdità di questa presunzione. (Un altro caso, che non ha nulla a che vedere con la prolificità, è quando un critico dichiara di aver individuato una reazione, un’influenza o l’inserimento-in-una-tendenza in un libro cominciato anni e anni prima che l’artista potesse venire in contatto con l’oggetto della presunta influenza…)

Dylan poi è un caso particolare molto interessante perché scrive e registra costantemente (o almeno lo faceva durante gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta) molte più canzoni di quelle che pubblica. E da orgoglioso possessore di un buon numero di suoi bootleg, posso dire che anche in quelle canzoni c’è molto di buono. Quindi è indiscutibile che Dylan non sia uno di quelli che buttano sul mercato ogni sillaba che gli esce di bocca… e che ne sappiamo che Joyce Carol Oates non abbia una decina di romanzi inediti nel cassetto?

DE: Il punto è che in una giornata ci sono tante ore, e in quelle ore si possono fare tante cose. La gente che impiega cinque anni a scrivere un romanzo, raramente, va detto, passa quei cinque anni a scrivere ininterrottamente il romanzo. Fa altre cose, lascia sedimentare il lavoro, lo abbandona e lo riprende, e così via: senza fretta. E tutto questo ha ben poco a che vedere con il valore finale dell’opera. Ma devo ammettere che ho una preferenza per gli artisti la cui produzione è rapida e variata, perché se consideriamo la produzione artistica come un’espressione di amore e di speranza – credo che di questo si tratti, quando non nasce dalla rabbia – allora direi che preferisco quelli che non sono capace di tenerla a freno, che se la fanno sprizzare da tutti i pori. E Dylan è così. Elvis Costello idem. Un altro buon esempio è Bowie. Mentre potrebbe fare concerti di greatest hits con tanto di orchestra al Radio City Music Hall, sceglie di fare musica molto ostica – musica che sinceramente non sopporto, ma che merita un qualche tipo di rispetto, se non altro per quanto si allontana da quella che il suo pubblico a-colpo-sicuro – lo stesso di Clapton, potenzialmente – sarebbe ben lieto di sorbirsi.

JL: Mi fermo un attimo a farmi una risata, perché il tuo ultimo esempio dimostra quanto sia soggettiva tutta la questione. E per ricordarmi quanto deve comunque starmi a cuore un artista perché io pensi di esserne deluso. Voglio dire questo: Bowie non mi sarebbe mai venuto in mente come esempio di musicista da “liquidare” o da “difendere” all’interno di questa discussione, perché a me (e so che sto esprimendo un giudizio del tutto personale) anche nei suoi lavori migliori non trasmette la sensazione di essere un artista “fondamentale”. Mi piacciono i dischi di Bowie di un determinato periodo – da Hunky Dory a Lodger – ma non sono mai arrivato a sentirmi disturbato, confuso o deluso per l’esistenza di suoi lavori che non mi interessavano, perché la mia ammirazione per Bowie è sempre stata modulata o temperata dall’idea che fosse un creatore piuttosto aperto alle collaborazioni, spassionato e a volte impertinente. Insomma: non avevo investito abbastanza, sentimentalmente parlando, nei lavori di Bowie che pure mi piacciono, per notare che fosse un artista minacciosamente prolifico, o che fosse peggiorato in maniera imbarazzante (se poi è così! non ho idea se sia vero o meno!): questa specifica relazione membro-del-pubblico/artista, cioè quella fra me e Bowie, era, per così dire, più tranquilla. La posta in gioco era più bassa.

Credo che questo contribuisca ancor di più a farmi capire quanto sia forte il ruolo delle proiezioni soggettive. Quanto la dica lunga, la condanna o la stroncatura di un artista da parte di qualcuno, sulla posta che ha in gioco, emotivamente, quell’ascoltatore/lettore/ecc… 
C’è una teoria di Freud – lo so che Freud ormai è fuori moda, ma è incredibile quanto fosse bravo a scovare le motivazioni nascoste – chiamata “il narcisismo delle piccole differenze”. In pratica dice che che le parti di noi stessi che amiamo e proteggiamo con più passione sono quelle che ci distinguono da altri che sarebbero per il resto quasi identici a noi.

Un’analogia utile è il nazionalismo: i canadesi sono fissati con le dodici cose che li rendono diversi dai cittadini degli Stati Uniti, perché l’identificazione è minacciosamente vicina. I serbi e i bosniaci si odiano per la loro somiglianza, mentre né gli uni né gli altri si scomodano a odiare i cinesi: la mancanza di vicinanza e di somiglianza priva di significato quel tipo di odio. Ho letto un libro di critica psicobiografica che si arrischiava a dire che il narcisismo delle piccole differenze spiega, ad esempio, perché Nabokov professava di odiare Freud. Perché la loro visione del comportamento umano era di fatto pericolosamente simile. La stessa energia può alimentare astii accesissimi fra membri di gruppi affini: il Fronte Popolare della Giudea contro il Fronte del Popolo Giudaico, per dire. O l’odio tra fratelli, o all’interno di una coppia. E mi chiedo se non sia necessaria una forte identificazione per alimentare la rabbia-da-tradimento che cova sotto tante stroncature della critica.

DE: Be’, a me piace Bowie, per quanto spesso se ne parli malissimo: Velvet Goldmine e via dicendo. Forse sono solo un piagnucolone, forse ho nostalgia dei tempi in cui ascoltavo Young Americans a casa del mio amico Pete col suo cane che correva da tutte le parti e abbaiava come un pazzo. Ma per tornare al punto. Questa cosa ultimamente mi sta facendo impazzire, il fatto – perché è un fatto – che la gente possa fare e faccia il male peggiore alle persone che conosce meglio. È una pratica molto strana e orribile e pervasiva: ai nostri familiari, ai nostri coniugi e a volte ai nostri amici diciamo cose che non diremmo mai a degli estranei.

Perché siamo infinitamente più crudeli e severi e disonesti con la gente che conosciamo e che ci sta simpatica e a cui vogliamo bene?
 Ho già sproloquiato di tutto questo in passato, dell’abitudine ad attaccare chi ci sta più vicino invece di unirci contro un nemico più grande, un nemico o un argomento degno della nostra indignazione. È una pratica diffusissima: i giovani neri che ammazzano i giovani neri, le faide interne ai partiti politici, le cacce alle streghe nei campus universitari e così via. Voglio tirare in ballo un’altra figura culturale a questo proposito: Michael Moore. È uno che si è fatto un nome girando un documentario sui licenziamenti nell’industria automobilistica e la spietatezza disumana della General Motors, di Roger Smith e per estensione di gran parte del corporate system americano. Ora, non solo Moore è riuscito a girare un documentario che ha avuto un gran successo di pubblico, ma è riuscito a ottenere quel successo con un documentario su un argomento – il lato oscuro del capitalismo globale – commercialmente poco sfruttabile, dobbiamo ammetterlo. Ha realizzato un documentario divertentissimo che ormai hanno visto milioni di persone in tutto il mondo e ha creato una consapevolezza su quell’argomento che neanche cento numeri di una rivista liberal – per quanto benintenzionata – potrebbero sognarsi di ottenere. Per tutto questo è stato per qualche tempo portato in trionfo, ma poi, poco (pochissimo) tempo dopo, è venuto il momento di trovargli dei buchi, dei posti dove infilare le dita per vedere se fa male.

E così uno stupido gruppetto di giornalisti e opinionisti mediatici ha cominciato ad attaccarlo perché abita sull’Upper East Side e manda i figli a una scuola privata. Di punto in bianco tutto quello che ha fatto – che ha un’importanza, non ce lo scordiamo, mille volte più grande di qualunque cosa potranno mai fare i suoi critici, anche quelli che combattono sul suo stesso fronte – perde di valore, e di conseguenza lui resta “macchiato” e i suoi messaggi perdono di importanza proprio agli occhi di quei media che inizialmente hanno contribuito a farne una figura mitica.
 Dopo essere stato per molto tempo uno che spesso cercava i difetti nelle cose praticamente perfette, sono arrivato a rendermi conto che dobbiamo veramente proteggere, in un certo senso, le cose e le persone che hanno il coraggio di alzare la testa, e/o portare un’innovazione, e/o fare la differenza, e mi sono reso conto che per apprezzare fino in fondo qualcosa o qualcuno non c’è per forza bisogno di smantellarlo dalle fondamenta. C’è una bellissima canzone di Billy Bragg, in Worker’s Playtime, che parla di questo impulso: “We must resist / the temptation / to take the precious things we have apart / to see how they work / because we can never put them back together again” (“Dobbiamo resistere / alla tentazione / di fare a pezzi le cose preziose che abbiamo / per vedere come funzionano / perché poi non sappiamo mai rimetterle a posto”).

Oddio, ecco che mi metto a citare le parole di una canzone in sostegno di una mia teoria.
 Ma comunque: Michael Moore ha fatto una quantità di bene incredibile – voglio dire, prima o dopo di lui c’è mai stato qualcuno che abbia portato quel tipo di indignazione e di coscienza civile nei cinema di prima visione, o in prima serata in tv? – e per questo io onestamente credo che avrebbe il diritto di prendere a mazzate le foche e passarla liscia. Sono convinto che sia necessario dare il giusto peso a queste cose, pesare i contributi (enormi) delle persone rispetto ai loro (piccoli) difetti (per come noi li vediamo) e passare sopra alle piccole incoerenze e a qualche passo falso. Perché altrimenti prendiamo gente come Moore, che ha imboccato una strada decisamente coraggiosa, e facendogli le pulci rischiamo di scoraggiarli. Andiamo a vedere i suoi film, Roger and Me o The Big One, e tralasciamo i risultati straordinari che hanno raggiunto, o anche il semplice fatto che stiamo guardando un documentario del genere nella multisala di un centro commerciale, e invece ci lagniamo, per dire, della scarsa qualità del sonoro.
 Peggio ancora è la costante ricerca di minuscole contraddizioni.

Moore, o chi per lui, potrebbe passare la vita a liberare prigionieri politici in tutto il mondo, ma poi qualche giornalista senza niente di meglio da fare viene a sapere che il liberatore di prigionieri, che so, tiene legato il cane a una catena troppo stretta. O una boiata del genere. Finiamo con l’ignorare il 99% delle azioni di una persona perché quella persona mentre le compie ha una macchia sulla camicia, o trascuriamo il contenuto dei suoi discorsi perché ha fatto un errore di punteggiatura. Ti ricordi quando Ted Turner ha promesso di donare una cifra spropositata all’ONU? All’inizio ha fatto scalpore. Poi ha dato spunto a editoriali brontolanti. Alla fine qualche parassita ha cominciato a lamentarsi perché Turner non stava donando il denaro abbastanza in fretta. Ma te lo immagini, essere un giornalista di ventisei anni che lavora chissà dove e, senza esplodere per l’assurdità, metterti a criticare un tizio che ha donato 50 milioni di dollari alle Nazioni Unite? Perché si è scoperto che non li ha potuti donare tutti in blocco?
 Sappiamo tutti come funziona. Ecco una finta citazione da un discorso del Presidente: “Lo scorso anno ho firmato una legge che protegge 180 milioni di ettari di palude nella regione sudorientale del paese, e quei 190 milioni di ettari resteranno a testimoniare l’impegno di questa legislatura nella tutela delle bellezze naturali di questo paese”.
 Cosa dicono le prime pagine del giorno successivo? IL PRESIDENTE SBAGLIA LE CIFRE o TUTELA AMBIENTALE: IL PRESIDENTE PRENDE UN GRANCHIO.

Siamo ossessionati dal trovare minuscoli errori, minime ipocrisie, perché, detto chiaro e tondo, è molto più facile che prendere in esame, o descrivere in qualche modo, il quadro generale, molto più grande e complesso.
 Tutto questo non per dire che Michael Moore non si deve aspettare delle critiche, ma che non dovrebbe essere fatto a pezzi da quelli che dovrebbero essere i suoi alleati, perché a quel punto si trova a essere attaccato sia dai suoi potenziali amici sia dai suoi nemici giurati, e allora, stanco e malconcio, potrebbe decidere di abbandonare il campo. E allora Michael Moore scompare e lascia un vuoto, e noi ci guardiamo indietro e ci chiediamo perché non l’abbiamo incoraggiato di più. Non c’è da stupirsi se molti, come Moore, tendono a isolarsi. Voglio dire, se condanniamo all’esilio Michael Moore, stiamo tacitamente consegnando la vittoria ai Roger Smith del mondo. Perché non scordarci di dove vanno a scuola i figli di Moore e stare col fiato sul collo di Smith, un uomo che, come forse ricordiamo, ha mandato in rovina migliaia di vite in maniera piuttosto diretta? Quando attacchiamo Moore lasciamo che la noia e l’affinità ci trasformino in veri e propri cannibali.

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