Teilhard de Chardin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/teilhard-de-chardin/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 16:19:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Teilhard de Chardin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/teilhard-de-chardin/ 32 32 Expanded Cinema https://minimaetmoralia.it/libri/expanded-cinema/ https://minimaetmoralia.it/libri/expanded-cinema/#comments Tue, 26 Oct 2010 07:34:58 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3098 Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

di Gianluigi Ricuperati

Nel mondo si pubblicano milioni di libri all’anno. In Italia si traducono decine di migliaia di libri all’anno. Eppure, a dispetto di ogni statistica e contro qualsiasi ragionevolezza, persino nel 2010, con le punte della percezione ben affogate nel plasma immateriale, con i magazzini stracolmi di titoli senza senso, esistono libri necessari che non circolano più

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Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

Nel mondo si pubblicano milioni di libri all’anno. In Italia si traducono decine di migliaia di libri all’anno. Eppure, a dispetto di ogni statistica e contro qualsiasi ragionevolezza, persino nel 2010, con le punte della percezione ben affogate nel plasma immateriale, con i magazzini stracolmi di titoli senza senso, esistono libri necessari che non circolano più: tesori folli che non vengono tradotti e promossi (sebbene l’e-book prometta uno stato di eterna reperibilità). Expanded Cinema, di Gene Youngblood, appartiene alla razza.

“Gene Youngblood è salito sull’astronave Terra il 30 maggio del 1942”, recita la riga d’esordio che il lettore incontra aprendo la prima edizione del volume, pubblicato nel 1970 – quarant’anni! – dalla casa editrice Dutton & Co., di New York. Siamo nelle ultime propaggini degli anni sessanta, d’altronde, quando il giovane ricercatore indossa i panni del reporter di idee, saggista, filosofo, intellettuale pubblico, istigatore – un po’ come il nostro Marco Belpoliti, che similmente a Youngblood pratica un sontuoso ‘only connect’ fra arte, storia delle idee e intuizione selvaggia sul contemporaneo.
Expanded Cinema è un libro-scafandro, visto oggi, immerso nelle profondità di un percorso di conquista che allora sembrava futuribile: la marcia che avrebbe portato le immagini-movimento a occupare qualsiasi spazio, rimbalzando su schermi sempre più piccoli, orientati in vertiginosa progressione sugli angoli d’incidenza del nostro paesaggio visivo, interiore e urbano. “Ho trovato nell’espressione ‘videosfera’ un valido strumento concettuale per indicare l’ampio raggio e l’enorme influenza della televisione su una scala globale, in molti campi simultanei di estensione dei sensi. […] Chi si occupa di tv parla di trasmissione profonda, mini-trasmissione e altri termini ancora per indicare la progressiva decentralizzazione e frammentazione della videosfera. […] Tutte le modalità di programmazione video esistenti oggi, dal circuito chiuso al satellite, contribuiscono a definire una tecnologia metafisica sinergica della noosfera che sta alterando drasticamente la natura della comunicazione sul pianeta terra.”
Centrale è proprio il concetto di noosfera, messo a punto dal grande gesuita Teilhard de Chardin per indicare, nella visionaria prosa di Youngblood, “la vasta pellicola fatta di intelligenza organizzata che circonda il pianeta, posta sopra lo strato vivente della biosfera e quello inerte del materiale inorganico, la litosfera. Le menti di miliardi di esseri umani […] nutrono la noosfera; distribuita intorno al globo dai network multimediali, essa diventerà una nuova ‘tecnologia’ che in futuro potrebbe dimostrarsi uno dei più potenti mezzi che l’uomo abbia mai avuto fra le mani.”
Niente male, vi assicuro, leggere queste parole su un I-Pad lievemente bagnato di pioggia milanese, sintonizzato su uno dei numerosi siti che mettono a disposizione il pdf dell’edizione originale del libro (qui), e scorrere l’indice: ecco alcuni dei sottotitoli – ‘circuito chiuso globale: la terra come software’; ‘il bio-computer umano e il suo parto intellettuale elettronico’; ‘i limiti della proiezione olografica’; ‘l’artista come ecologo’. E tutto ciò andava in tipografia nei primi mesi del 1970…Non c’è molto altro da aggiungere – se non che la prefazione è firmata da Buckminster Fuller, una delle personalità più ricche di conseguenze del XX Secolo. Ma non è solo per la forza di profezia ed analisi, o per il carattere furente-preciso della scrittura, che bisogna celebrare e restituire al pubblico Expanded Cinema (tradotto in italiano anni fa e solo in parte in un’antologia cinèphile). Non sono un cineamatore, né un video-artista, e neppure un critico della settima arte – ma in qualità di mente iscritta fuori corso all’università della curiosità, rimango incantato dall’esempio di chi affronta il mondo contemporaneo come trovandosi davanti a un riccio esploso e al suo incomprensibile, ispido fascino. E si avvicina, in un processo di reportage avanguardistico. La lezione di Gene Youngblood, anche per gli autori letterari, è: preleviamo gli spilli e pratichiamo su di noi e per i posteri una quotidiana, impavida, agopuntura.

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Inventare il proprio pubblico https://minimaetmoralia.it/editoria/inventare-il-proprio-pubblico/ https://minimaetmoralia.it/editoria/inventare-il-proprio-pubblico/#comments Tue, 05 Oct 2010 08:18:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2984 Per uno scrittore – credetemi – la fortuna ci vede benissimo, e risponde sempre al nome di lettori. L’altra cosa, invece, l’innominabile disgrazia che getta il nome e le opere nell’oblio, è sempre cieca, un fantomatico vello d’indifferenza

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Questo articolo è stato pubblicato sul Sole 24 Ore

Per uno scrittore – credetemi – la fortuna ci vede benissimo, e risponde sempre al nome di lettori. L’altra cosa, invece, l’innominabile disgrazia che getta il nome e le opere nell’oblio, è sempre cieca, un fantomatico vello d’indifferenza: non essere capiti, non essere acquistati, non essere sulla bocca del discorso corrente. Ma chi decide cosa è buono? Come decide? Quali ingranaggi muovono la Mecca del Canone? Lorin Stein, ex editor di Farrar Straus & Giroux e direttore della Paris Review, ha sintetizzato così lo stato delle cose sul blog dell’Atlantic Monthly: “Dieci anni fa la strategia di un editore si basava esclusivamente sulle recensioni. Semplicemente, i libri di ‘fiction’ letteraria soddisfacevano un bisogno. Mia nonna leggeva il supplemento della domenica e andava a comprare i libri consigliati. Oggi non è più così. Con ogni autore bisogna ricominciare da capo. E lo spazio della critica è solo parte di un problema più ampio”.

Una delle risposte che gli amanti dei libri hanno dato al progressivo abbandono da parte dei media della critica ‘responsabile’ (cioè che si assume il rischio di scegliere, e lo fa avvalendosi di intellettuali di professione chiamati critici, persone che hanno naso e sanno distinguere il grano dal loglio) sono i cosiddetti ‘social network editoriali’. I social network sono, per usare la magnifica espressione coniata da Teilhard de Chardin, noosfere fatte di parole, immagini, emozioni condivise, racconti individuali, microfisica del quotidiano e consigli per gli acquisti. Aggiungete la passione per la lettura, eguali porzioni di schietto entusiasmo, moralità tribale e invidia per il talento, e avrete i ‘cosiddetti social network editoriali’. Siti come Anobii, o Goodreads, danno spazio agli scaffali dei partecipanti e organizzano i contatti a seconda degli interessi comuni, di come i gusti librari dell’uno s’incrociano con le tendenze dell’altro. Ognuno può diventare recensore. Ognuno può premiare il recensore che apprezza di più. E alcuni, tra l’altro, sono veramente dotati: inventivi, liberi, solidissimi.
Negli ultimi cinque anni la società letteraria globale ha cambiato i connotati e si è trasferita nell’aria. Si è letteralmente sganciata nell’etere: non è una metafora. Il trionfo della rete, i mezzi di trasmissione telematici, la diffusione capillare della comunicazione senza fili, lo stallo dei media classici, la possibilità di tenere un milione di libri nella giacca di una tasca. Tutto ciò, e molto altro, ha messo questo mondo sul tumultuoso pinnacolo di una transizione radicale – e di un forzoso ripensamento.
I protagonisti del dramma occupano i loro posti come in uno stadio, disponendosi secondo logica: le comunità degli scrittori e degli scriventi; quella dei critici, accademici e militanti; le ampie, decisive curve che ospitano i lettori; le tribune in cui allignano, indecisi se tifare o dirigere il gioco, gli addetti ai lavori di diverso grado – editori, giornali, riviste. Il senso della partita si può riassumere in una domanda: riusciranno i social network editoriali a soppiantare la vecchia trasmissione dei valori della letteratura? Saprebbe sopravvivere ad Anobii una novella Flannery O’Connor?
La comunità degli scrittori si può rozzamente dividere in due valve distinte e connesse: gli autori che dialogano con i vivi e quelli che dialogano con i morti. Ai primi importa soprattutto la risposta del pubblico, che forse in segreto disprezzano, ma comprano, perché il pubblico compra. Agli scrittori seri il pubblico interessa perché lo rispettano in modo sano, come uno sconosciuto del quale non si può prevedere ogni mossa. Desiderano scalare le classifiche, certo. Ma desiderano anche veder la propria opera analizzata, messa in relazione con la storia della letteratura, valutata sotto l’ombrello delle sue ambizioni e lungo l’orizzonte delle possibilità che esprime.
La parte dei critici, come la definirebbe Roberto Bolano, è un’altra faccenda. Militanti e accademici sono le vittime designate dell’assalto mosso da questo cambiamento. Da una parte molti quotidiani e riviste tagliano lo spazio dedicato a interventi polemici ‘colti’; dall’altra la comunità dei lettori ‘on line’ decide cosa vale e cosa no. È anche un problema economico, naturalmente, com’è giusto. A chi giova pagare professionisti della critica quando la stessa mole di informazione è ottenibile attraverso lo sforzo entusiasta e per niente malvagio dei fan? Ma ha senso ridurre l’apporto critico a una mera questione di quantità ?

I lettori, poi, sono un mistero glorioso – il centro del discorso e uno dei motivi per cui si pubblica. Una meraviglia, se – come su Anobii – possono esprimersi in misura individuale e responsabile. Uno strumento regressivo se vengono trattati come masse di tifosi, al che diventano suscettibili, capaci di superficialità ed ipocrisia.
Poi c’è la grande forza propulsiva degli ‘scriventi’. Che oggi, grazie alla rete e al suo brutale talento per risvegliare il peronista che alberga in noi – non riconoscono alcuna differenza di qualità tra se stessi e Flannery O’Connor, perché non hanno mai sentito parlare di Flannery O’Connor. Il self-publishing promosso da certi gruppi editoriali è un ottimo grimaldello emotivo per convincerci che tutti possono fare tutto, l’importante è esprimersi: l’industria culturale, anziché programmare profitti di lungo corso su lettori che compreranno titoli di qualità per tutta la vita, preferisce vendere per pochi soldi, maledetti e subito, l’illusione di ‘sentirsi autori’.
E infine ci sono gli editori. Sui quali concludiamo, lanciando una raffica di modeste proposte. 1. Assumete come consulenti i migliori recensori di Anobii – vi faranno guadagnare un mucchio di soldi, perché sono loro la freccia del futuro. 2. Dismettete ogni populismo e prendetevi sulle spalle l’onere della guida, anziché tremare nel terrore di perderne gli onori. Si salveranno gli editori che fanno libri in cui credono, che investono tempo e soldi per fare libri migliori, che sperimentano senza sosta: sapendo che, come dice il critico rivolgendosi a Marcello/Fellini nel finale di 8 e ½, “un film sbagliato per un produttore non è che un fatto economico… Ma per lei, al punto in cui e arrivato, poteva essere la fine”. 3. Prendete i media generalisti che ancora funzionano, che ancora contano per la vita delle persone, tanto quanto Anobii importa ai suoi frequentatori (per esempio le riviste femminili), e sostituite l’assurda abitudine di segnalare le novità col manuale Cencelli (una settimana a un editore, quella dopo a un altro) con la passione devastante e selvaggia di un critico che sceglie. E che, come ogni impresa capace di lasciare un segno, sa inventare il proprio pubblico.

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