Teju Cole Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/teju-cole/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 Oct 2016 13:09:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Teju Cole Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/teju-cole/ 32 32 Punto d’ombra: le fotografie di Teju Cole https://minimaetmoralia.it/arte/punto-dombra-le-foto-di-teju-cole/ https://minimaetmoralia.it/arte/punto-dombra-le-foto-di-teju-cole/#respond Fri, 01 Jul 2016 06:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31442 (le immagini sono tratte dal libro: ringraziamo la casa editrice Contrasto)

«Una mattina del 2011 mi sono svegliato, dopo aver letto la sera prima Virginia Woolf, ma non sto dando la colpa a lei, e non ci vedevo dall'occhio sinistro. Raggiungo il lavandino, mi sciacquo, non mi faceva male però non ci vedevo. Dopo due giorni la visione è tornata. Il responso di accurati consulti medici è stato: “Boh, però se ne andrà”. La chiamano sindrome della grande macchia cieca, della quale non si conosce la causa e può ripresentarsi. La relazione con il mio lavoro è segnata, influenzata anche dal fatto che potrei svegliarmi la mattina e non vederci da un occhio», racconta Teju Cole.

Lo scrittore d'origine nigeriana, classe 1975, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d'oltreoceano che, dopo l'esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno politico alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta non abbandona mai l'urgenza di assecondare la propria sensibilità visiva. Cole tira fuori dalla propria borsa la macchina fotografica, che l'ha già accompagnato in trenta paesi, lì sempre alla ricerca della prossima immagine da scattare quasi a curare l'ossessione per il vedere. Dopo un passaggio romano per il Festival Letterature, l'autore ha raggiunto il Sud Italia e poi approderà a Malta.

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(le immagini sono tratte dal libro: ringraziamo la casa editrice Contrasto)

«Una mattina del 2011 mi sono svegliato, dopo aver letto la sera prima Virginia Woolf, ma non sto dando la colpa a lei, e non ci vedevo dall’occhio sinistro. Raggiungo il lavandino, mi sciacquo, non mi faceva male però non ci vedevo. Dopo due giorni la visione è tornata. Il responso di accurati consulti medici è stato: “Boh, però se ne andrà”. La chiamano sindrome della grande macchia cieca, della quale non si conosce la causa e può ripresentarsi. La relazione con il mio lavoro è segnata, influenzata anche dal fatto che potrei svegliarmi la mattina e non vederci da un occhio», racconta Teju Cole.

Lo scrittore d’origine nigeriana, classe 1975, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d’oltreoceano che, dopo l’esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno politico alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta non abbandona mai l’urgenza di assecondare la propria sensibilità visiva. Cole tira fuori dalla propria borsa la macchina fotografica, che l’ha già accompagnato in trenta paesi, lì sempre alla ricerca della prossima immagine da scattare quasi a curare l’ossessione per il vedere. Dopo un passaggio romano per il Festival Letterature, l’autore ha raggiunto il Sud Italia e poi approderà a Malta.

La casa editrice Contrasto ha da poco pubblicato Punto d’ombra (230 pagine, 22 euro, traduzione di Gioia Guerzoni) un nuovo lavoro di Cole: un diario visivo che testimonia le sue peregrinazioni nel mondo e ne offre la cifra stilistica. Sembra ricordarci che siamo corpi nel mondo e la scrittura è sempre un’esperienza corporea. Le foto scattate nell’arco temporale tra il settembre 2011 e novembre 2015 non sono disposte in ordine cronologico né geografico, ma per comprendere il filo della creazione tra scrittura e fotografia di Cole si può cominciare da pagina 196.

Cattura, a Zurigo nel 2014 sul tram n.15 per Bucheggplatz, una luce all’imbrunire che racconta una storia di sette anni prima. Cole fotografa una donna sui trenta, capelli raccolti e un tatuaggio che emerge limpidamente dal collo: due righe, il nome di una donna e una data. Lui li annota entrambi, e in seguito a una ricerca li trova associati in un vecchio articolo di giornale: una donna, morta in un paesino vicino a Phoenix, proprio nella data del tatuaggio. Quella notte c’erano altre due persone in macchina. Entrambe erano sopravvissute all’incidente e avevano come la vittima poco più di vent’anni: un uomo, diceva l’articolo, e un’altra donna.

Cole, nel memoir Punto d’ombra scrive che utilizza la macchina fotografica come un’estensione della memoria. Qual è la relazione creativa con la scrittura?

«Questo libro assomiglia a una raccolta di poesie, alla quale chiediamo innanzitutto se abbia espresso la verità. Le foto non sono manipolate. Mi interessa creare un momento, un luogo dove avvenga qualcosa di intenso. Foto e parole emettono vibrazioni differenti, che metto insieme. Il sentimento, la storia e la fotografia sono reali, ma la costruzione della relazione fra di esse è costruita come una poesia».

In che modo sappiamo quando un fotografo ci immerge, procaccia la vita e non riproduce pregiudizi preesistenti?

«La fotografia mantiene una grande potenza quale forza di testimonianza, ma sappiamo che può mentire tanto con l’analogico quanto col digitale. Per il fotografo credo sia più importante la ricerca della giustizia rispetto alla neutralità, che è il linguaggio del potere. La questione è complessa, tuttavia occorre affrontarla. Più che Photoshop, il problema consiste nella mancanza di immaginazione nel mostrare con attenzione e rispetto la vita. Recentemente ho trascorso tre settimane in Libano e la presenza dei rifugiati siriani rappresentava anche un’occasione per un reportage fotografico. La sfida che dovremmo porci è trovare nuove modalità per raccontare fuori dal circuito economico censorio delle immagini».

A proposito del Libano, in Punto d’ombra lei rivela l’ammirazione per Gabriele Basilico.

«Sì, è uno dei fotografi che più ammiro. Mi ha fornito la risposta alla nozione del ritrarre uno spazio vuoto. La figura umana con Basilico sa attivare lo spazio, e quand’anche questa sia assente lo stesso spazio emana energia. Ho pensato molto al suo lavoro rispettoso delle rovine di Beirut».

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Instagram è uno spazio per la creazione?

«Sono interessato a chi lo utilizza come tale per esplorare il linguaggio visuale. Molti fotografi che seguo e apprezzo considerano Instagram un extra studio, dove fare di più. Scattano le fotografie col telefono ma con l’intelligenza pittorica simile a quella che applicano nei lavori formali. Quello che amo della fotografia è la sua disseminazione. Il contributo dei fotografi su Instagram consente in qualche modo di avvicinarsi al loro processo creativo. Al suo meglio può essere una conversazione che si rivela gradualmente».

A pagina 66 c’è una fotografia molto bella. L’ha scattata a Lagos nel dicembre del 2014 e ritrae strumenti musicali a riposo nell’atrio di una scuola elementare. Fa pensare al suo libro d’esordio Ogni giorno è per il ladro, alla sua visita in scuola per musicisti: «I segnali di vita più incoraggianti che vedo in Nigeria sono associati alla pratica delle arti. Ogni volta che, tornando a Lagos, finisco per caso in un angolo di inferno, spunta sempre qualcosa che mi dà speranza». In quel libro le fotografie accompagnavano il testo, oggi viceversa è la stessa esigenza?

«Tra i due libri intercorre un divario di almeno dieci anni, uno spazio intenso in cui rimangono alcuni contenuti. In quel libro ho concepito giornalisticamente la storia. Sono entrato in quella scuola insieme al narratore, ma in quel caso gli strumenti non erano coperti, ma accessibili solo a chi se lo poteva permettere economicamente. La prima cosa che sperimenti è il potere dell’immagine, il mistero, parlo di come il silenzio sia sonoro. Ancora mi sono mosso dal reportage alla poesia. Anche la poesia è importante perché può dirci che anche a Lagos può accadere una poesia. Non viviamo una vita puramente materialistica, stressata dai problemi del governo, dalla corruzione, dal crimine. Ovunque nel mondo c’è una possibilità per la poesia».

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Un punto di contatto tra i due i libri è la dimensione del sogno, parola che ricorre molto in Punto d’ombra.

«Sì, c’è anche in Ogni giorno è per il ladro, il sogno accompagna il narratore che si muove attraverso la città. In questo libro equivale a una linea di confine completamente dissolta tra realtà e sogno. Forse è il segno della maturazione del mio pensare di libro in libro. Nei sogni accadono molte cose che mettono alla prova i confini di ciò che è credibile e li testano in termini psicologici meticolosi, eventualmente costringendoci a credere. Sono sempre più aperto su questo confine e credo dipenda dall’insicurezza di che cosa significhi davvero essere al mondo in movimento attraverso lo spazio e talvolta non puoi dire se tu stia sognando o meno. Il giardino in cui ci troviamo è stato disegnato da Borromini nel Seicento, questo è quasi un sogno del quale facciamo esperienza oggi. Fra pochi giorni andrò via da Roma e manterrò solo dei ricordi. Allora per anticipare il futuro, per vivere nel presente, per pensare il passato e poi dormire e sognare siamo costretti a danzare in quel confine. Questo è il dove che esplora il libro».

Che cosa intende quando si dichiara affascinato dalla linea del canto che collega tutti i luoghi?

«La intendo in un senso molto musicale come quando ascolto Schubert. Non si tratta solo di eseguire correttamente le note, ma farlo suonare. È davvero come mantenere, stringere una linea tutta attraverso una canzone. Per me ciascuna di queste foto è una percussione e devono essere un senso del flusso».

Il cosmopolitismo è un tratto fondamentale della sua biografia e prende sostanza nei suoi scritti. In un mondo così individualista e pieno di dolore, quali condizioni consentono la conversazione fra diversi per dirla con Kwame Appiah?

«Il senso dell’uguaglianza fra gli interlocutori: non parliamo a, ma con. Il discorso deve essere inclusivo oltre le differenze. L’uguaglianza, letteralmente intesa, fra le persone è la condizione irrinunciabile».

Ha commentato l’elezione del nuovo sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano cosmopolita, dicendo: «I simboli sono importanti, ma vediamolo all’opera». Per che cosa ricorderemo  Obama?

«È stato un presidente migliore di chi lo ha preceduto, ma credo avrebbe potuto fare di più. Obama è l’espressione massima del pensiero neoliberale. Il nodo centrale irrisolto è la guerra senza fine. Sarà ricordato come il primo presidente nero, per il suo stile molto attrattivo ma anche per l’espansione dei poteri presidenziali che si riverberà sulla prossima elezione. Il governo non dovrebbe spiarci. Credo che gli Stati Uniti possano, debbano aspirare a un presidente che promuova la giustizia e i diritti umani per le persone in tutto il mondo. Nessuno dei due candidati alla presidenza ispira tutto questo».

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Citizen, l’interessantissimo e pluripremiato lavoro della poetessa Claudia Rankine, che sarà pubblicato a breve in Italia da 66thand2nd, racconta in modo approfondito la figura di Serena Williams, il suo impatto nell’immaginario degli Stati Uniti e il razzismo del quale è stata vittima. Fra gli afroamericani c’è ancora la convinzione che per sconfiggere il razzismo debbano lavorare più duro, essere più furbi, essere migliori? Williams ha elaborato un nuovo script, vincere per vincere, vincere per l’eccellenza e non per scrollarsi il fardello razzista, dice Rankine.

«È davvero un gran libro. La faccenda è complessa. Da una parte cerchiamo di ottenere un traguardo, una vittoria per il rispetto, dall’altra perché come uomo o donna si è interessati all’eccellenza. Esiste ancora la sensazione, è vero, di dover essere due volte migliori per emergere in quel mondo, e se sei una donna nera almeno quattro volte: altrimenti avrebbe ottenuto l’adulazione, la venerazione riservata a un atleta altrettanto oltre categoria quale Roger Federer. Serena è stata nella sua disciplina molto più dominante di Nadal ma non altrettanto nei riconoscimenti e nei premi. Così monitorata, analizzata a ogni passo, criticata per come si veste, per come danza, invece di essere acclamata solo come una grande tennista. Arriva un momento in cui davvero pensi, ragazzi, non mi interessa più niente, se non quello che amo fare».

Donald Trump ha licenziato il controverso manager della sua campagna elettorale, Corey Lewandowski, che ha raccolto 14 milioni di voti, un record per le primarie dei repubblicani. Pensa che cambi qualcosa e quali bisogni interpreta Trump?

«Ogni italiano dovrebbe conoscere il fascismo, una precisa ideologia politica non solo una parola utilizzabile per descrivere, additare i nostri avversari. Trump ha la struttura, cornice classica demagogica del fascista e questo è molto preoccupante. Ciò significa dolore e sofferenza per molte persone. Fortunatamente ha anche un serioso disturbo narcisistico della personalità, che si riflette sul disordine della sua campagna elettorale, un caos assoluto, e probabilmente a lungo andare imploderà, fallirà. Ma è veramente la rottura del vaso di Pandora. Dovremo affrontare per molti anni l’odio nel comportamento che emanano i suoi sostenitori. Ha dato loro la possibilità di esprimersi.

Trump, tuttavia, è anche parte di un movimento trasversale che attraversa il mondo della destra, dei suoi partiti. Attualmente in ogni paese del G8 c’è una prevalenza di questa tendenza politica. Per sessant’anni, Balcani esclusi, l’Europa è stata relativamente stabile, non so se sia l’inizio della fine perché intravediamo lo spettro, l’incubazione di sconti interni in molti paesi e non sappiamo a cosa possano condurci».

Perché la maggioranza dei cittadini d’oltreoceano considera sostanzialmente antiamericano un controllo della proliferazione delle armi?

«Non lo so. Penso ci sia un falso radicamento filosofico profondo che abbina l’armarsi alla libertà. Pochi hanno l’assistenza sanitaria, l’accesso all’educazione scolastica migliore, non si vive in case confortevoli, le infrastrutture invecchiano ma la libertà consiste nell’avere una pistola, folle e fanciullesca idea eretta a religione. E contro una religione è difficile fare qualcosa. Il problema è che abbiamo le pistole e non ci amiamo. Siamo armati senza una causa comune sulla quale spenderci. Qualora avessimo un messaggio di progresso sul quale convergere le pistole non si rivelerebbero così pericolose.

Ma quando c’è un tale disordine negli item nazionali si crea il terreno per il disastro di violenza al quale assistiamo. Gli statunitensi hanno le pistole come una religione. Anche in Svizzera sono molto armati ma manca il set narrativo di Hollywood. L’America ha le pistole e Hollywood: una combinazione terribile».

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La luce (e l’ombra) nello sguardo di Teju Cole https://minimaetmoralia.it/fotografia/la-luce-e-lombra-nello-sguardo-di-teju-cole/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/la-luce-e-lombra-nello-sguardo-di-teju-cole/#respond Tue, 26 Apr 2016 12:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30718 Questo pomeriggio al Maxxi (ore 18.30), Teju Cole presenterà il suo nuovo libro Punto d'ombra, insieme a Goffredo Fofi. Domani lo scrittore sarà invece a Milano, negli spazi di Forma Meravigli, dove verrà inaugurata una mostra che rimarrà aperta fino al 29 giugno. Il pezzo che segue è uscito sul Venerdì (fonte immagine).

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Questo pomeriggio al Maxxi (ore 18.30), Teju Cole presenterà il suo nuovo libro Punto d’ombra, insieme a Goffredo Fofi. Domani lo scrittore sarà invece a Milano, negli spazi di Forma Meravigli, dove verrà inaugurata una mostra che rimarrà aperta fino al 29 giugno. Il pezzo che segue è uscito sul Venerdì (fonte immagine).

Memoria e sguardo si incontrano in un magnifico libro dello scrittore nigeriano-newyorchese (Città aperta; Ogni giorno è per il ladro) e critico fotografico per il New York Times Magazine Teju Cole.

Il volume si chiama Punto d’ombra (Contrasto, traduzione di Gioia Guerzoni, introduzione di Siri Hustvedt, pagg. 166, euro 22, dal 5 maggio in libreria), nasce da un’idea della casa editrice Contrasto, e la sua uscita è accompagnata da un’omonima mostra fotografica (la prima di Cole, dal 28 aprile al 19 giugno a Milano, alla Fondazione Forma Meravigli), e da un incontro con l’autore al Museo Maxxi di Roma (oggi 26 aprile alle 18.30 in dialogo con Goffredo Fofi).

Il libro è una sequenza di testi e foto che da un primo scatto a Tivoli (stato di New York, maggio 2015) si muovono avanti e indietro nello spazio e nel tempo, costruendo una singolare ed esatta memoria geografia e storica di eventi privati e collettivi.

Gli accostamenti e la sequenzialità di parole e immagini sono imprevedibili, più guidati dall’inconscio che dal caso, onirici ma illuminati dalla luce del sole. Accanto a un muro di mattoni coperto dal cellofan in Germania, Cole chiude un ragionamento su Tommaso, Gesù e Caravaggio citando inaspettato un altro T0mmaso, il poeta Tomas Tranströmer che scrive: “Sembriamo quasi felici alla luce del sole, mentre sanguiniamo a morte per ferite che non sappiamo di avere”.

Nella pagina successiva è Cole a scrivere: “La vulnerabilità di un oggetto alla luce del sole”. E poi scrive: “Devi fidarti di te stesso”. Applicato alla fotografia diventa: fidati del tuo sguardo, di quello che vede, di cosa decide di inquadrare, di quell’unica foto che ritiene migliore o indicativa di un intero paesaggio, per istinto o ragionamento.

Lo sguardo crea la memoria – la nostra, quella degli altri – e la memoria guida lo sguardo, gli permette di riconoscere lì dove non sa di conoscere. Per certi versi, lo rende meno vulnerabile. Che è anche quello che succede nei sogni. Ancora Cole, accanto alla foto di un pullman che ha su una fiancata l’immagine di una nave da crociera: “Il mondo dei sogni si mette in moto quando il cervello razionale conquista il libero accesso al deposito di immagini dell’immaginazione”.

È lì che stanno le foto di Cole, nel mondo dei sogni e dell’immaginazione, come gli insetti che il poeta Tranströmer catturava e collezionava da bambino per costruire un mini museo segreto. Avrebbe scritto anziano nelle sue memorie: “Ma sono sempre lì, gli insetti. Come se aspettassero il loro momento”.

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Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/prima-che-cali-il-sipario-in-ricordo-di-ken-saro-wiwa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/prima-che-cali-il-sipario-in-ricordo-di-ken-saro-wiwa/#comments Tue, 10 Nov 2015 12:57:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29050 Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro del figlio di Ken, Noo Saro-Wiwa, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant'anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l'ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l'infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.

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Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, un uomo di pace, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro di Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant’anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

 

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l’ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l’infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.

Dopo un lungo, necessario, volontario esilio è tornata a casa. Si aggira nel piccolo studio di Ken Saro-Wiwa, assassinato a causa dei suoi molteplici talenti, e annota i ricordi, le sensazioni: «Lì dove batteva a macchina i suoi testi e si infuriava al telefono per le ingiustizie subite dagli Ogoni, una rabbia intervallata da fragorose risate di pancia. Negli scaffali dei libri ho trovato un terreno comune con lui e per la prima volta ho immaginato con rammarico il tipo di rapporto che avremmo potuto avere da adulti. Era bravo a raccontare le favole e a intavolare una conversazione, ma non se la cavava bene con gli anni intermedi dell’adolescenza, quando non sei più così malleabile e ti allontani dal cammino di grandezza che aveva tracciato per te. A vent’anni notai che i nostri interessi convergevano soprattutto riguardo ai viaggi. Una volta frugai fra i suoi vecchi passaporti e restai sorpresa nel vedere timbri di paesi come il Suriname. Non lo saprò mai».

L’uomo deve vivere. Mi piace ‘sta storia. L’uomo deve vivere, ripete nel fosso il giovane soldato Mene, protagonista di Sozaboy (Baldini & Castoldi, 275 pagine, 15 euro), capolavoro della letteratura postcoloniale che spicca fra le opere di Ken Saro-Wiwa. In trincea non sai più neanche quale sia il nemico. Puoi solo chiederti: allora per che cosa sto combattendo? Sai che la guerra iniziata non può finire e tu perderai, il tuo villaggio perderà la propria anima.

There’s something happening somewhere. Una strofa che racchiude l’angoscia di una distanza incolmabile, di un’ingiustizia senza rimedio. I vent’anni trascorsi dal 10 novembre 1995 non leniscono la solitudine della forca nel cortile del carcere di Port Harcourt, che Saro-Wiwa condivise con altri otto compagni di lotta contro quello che non esitava a catalogare come un genocidio culturale, ambientale, sociale provocato dall’irresponsabile sfruttamento della risorsa petrolio all’interno del Delta del Niger. Con lui sul patibolo furono condotti gli attivisti Ogoni Saturday Dobee, Nordu Eawo, Daniel Gbooko, Paul Levera, Felix Nuate, Baribor Bera, Barinem Kiobel e John Kpuine.

Nello splendido reportage letterario In cerca di Transwonderland – Il mio viaggio in Nigeria (66thand2nd, 328 pagine, 18 euro) Noo mantiene sempre elevato il tono della narrazione, la densità delle pagine, non concedendo terreno al risentimento. Le descrizioni sono vivide, la scrittura è composta. In poche righe riesce a raffigurare che cos’è oggi la natia Port Harcourt, la distopia di un ambiente alle prese con un’urbanizzazione rapace, legata al giogo petrolifero. Il denaro, il potere nella peggiore accezione familistica, l’intricata rete della corruzione che sconvolge qualunque norma sociale: «Dopo l’assassinio di mio padre ho capito che la corruzione è un mostro in grado di sconfiggere anche i più agguerriti difensori della morale», afferma.

Noo sogna di trovarsi in un posto in cui il divario fra aspettative e realtà non sia così alienante. Si sente piombare nella distanza fra il patrimonio di tradizioni, così ricco e controverso, e una società moderna. Questo abisso è in fondo il cuore della sua ricerca, delle domande che non hanno una risposta semplice. Sembra di rileggere la ragazza di una splendida raccolta di racconti di Ken Saro-Wiwa. In Casa dolce casa, il primo racconto di Foresta di fiori (Edizioni Socrates, 170 pagine, 10 euro), una studentessa prova sentimenti laceranti, sospesa fra tradizione e modernità urbana, nel ritornare al proprio villaggio di Dukana per trascorrere le vacanze con la madre:

«(…) Attraversammo piccoli villaggi sonnolenti ritagliati nella foresta, che abbracciavano amorevolmente la terra e il fogliame. Vedevamo spesso in lontananza una fiammata di gas, che ci rammentava che questo era un paese ricco di petrolio e che proprio dalle viscere di questa terra proveniva il liquido tanto ambito, che alimentava gli ingranaggi della civiltà moderna. Provai allora quello straziante dolore che la conoscenza riserva a coloro che riescono a distinguere l’abisso tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. E il mio pensiero andò agli uomini e alle donne di Dukana, che recitavano la propria vita sullo sfondo di quelle grandi forze che non avrebbero mai capito».

Talvolta anche gli oggetti hanno un’anima. Nella seconda foto che mi manda Noo, un ritratto di famiglia domenicale, Ken è illuminato da un sorriso con la pipa inseparabile. Sono serviti anni per recuperare e identificare la materia che di lui restava. A cercare dentro la fossa comune una qualche forma di umanità. Il gesto della ricomposizione scheletrica, a dieci anni dall’esecuzione della condanna, commuove. Anche la pipa è tornata a posto: «Zio Owens, medico, ci aiutò a ricomporre ogni femore, perone, metacarpo e costola, calmando le nostre menti con l’operosità. Invano cercai il viso nel teschio. Mancavano i due incisivi. Ma quando Junior posizionò una pipa tra le mascelle, i denti si trasformarono in quel suo sorriso familiare».

Il Nobel per la letteratura Wole Soyinka sapeva che le rassicurazioni sulla sorte dell’amico Ken Saro-Wiwa, fornite dal generale golpista Sani Abacha a Nelson Mandela, erano del tutto destituite di credibilità. Avrebbero impiccato un uomo di pace, un intellettuale, dopo un processo sommario, illegale, costruito attorno a un’accusa infondata, di essere cioè responsabile della morte di altri attivisti Ogoni col movente di contrasti interni al movimento. Saro-Wiwa dichiarò Shell persona non grata, pretendeva che dopo la riparazione dei danni, si mettesse al tavolo per dialogare, per una differente politica industriale. Accusava l’esercito di eseguire gli ordini della multinazionale. A partire dal 1980 i ricavi della produzione lasciati dal governo federale per la popolazione locale erano pari all’1.5% del totale.

Il territorio Ogoni erano oltre 400 miglia quadrate di terrazze costiere a nordest del Delta del fiume Niger, con un’altissima densità abitativa, che a inizio Novecento patirono lo stravolgimento dell’invasione colonialista britannica. «Gli Ogoni erano sonnambuli in marcia verso l’estinzione, verso uno sterminio di natura politica, del tutto inconsapevoli dei danni presenti e futuri del colonialismo interno. Avevo accettato la responsabilità di svegliarli dal loro sonno secolare», scrive Saro-Wiwa. È conscio della necessità della costruzione di un’organizzazione di massa, di una fabbrica del dissenso. Gli Ogoni non erano abituati all’attivismo politico. Nel 1990 formarono il Mosop e concepirono la Ogoni Bill for Rights per il controllo e l’utilizzo delle risorse ai fini dello sviluppo indigeno. Il 4 gennaio 1993 avvenne l’impensabile. Trecentomila Ogoni manifestarono senza disordini per il riconoscimento dei propri diritti. Tra aprile e giugno 1993 Saro-Wiwa fu arrestato quattro volte senza diritti di difesa.

Nella plurisecolare cultura Ogoni il carcere non esisteva, si scontavano altre pene, dalla multa economica alla condanna capitale. Nessuno era mai stato incarcerato o punito per reati di opinione. Dunque una novità colonialista: «Una novità che mal si adattò alla nostra psiche. La prigione divenne un luogo da evitare a tutti i costi. Se eri lì dentro vuol dire che eri un reietto della società».

Soyinka ha dedicato un capitolo di Sul fare del giorno (Frassinelli, 707 pagine, 18.50 euro) al compagno con cui condivise un tratto di strada. Citiamo da Requiem per un ecoguerriero:

«(…) Sulle strade di Auckland mi si accostò un’auto su cui erano il giovane Ken, figlio del condannato, alcuni membri di Body Shop e di altre Ong. Ken balzò fuori dalla macchina con una dichiarazione ciclostilata della Shell. Se Ponzio Pilato prima di consegnare Cristo ai suoi aguzzini avesse mai scritto una lettera, sicuramente sarebbe stata simile a quella che mi trovai a leggere. Se fosse accaduto qualcosa di imprevisto ai nove Ogoni – recitava la dichiarazione – i responsabili andavano cercati tra gli agitatori la cui tattica aggressiva non aveva fatto altro che inasprire l’atteggiamento del regime militare vanificando l’attento lavoro di diplomazia silenziosa intrapreso dalla compagnia.

Certo eravamo noi i colpevoli, non la Shell! Non le compagnie petrolifere. Non il regime militare, le aziende sue alleate, le sue corti illegali, ma noi! Gli restituii quel trattato di untuosità aziendale che aveva il solo scopo di affrancarsi da ogni responsabilità. (…) La dichiarazione della Shell poteva anche non essere una condanna formale, ma era un certificato di morte così chiaro che non riuscii più a pensare a Ken come una persona ancora nel mondo dei vivi e persi qualunque desiderio di incontrare politici e uomini di Stato». Dopo l’esecuzione la Nigeria fu espulsa dal Commonwealth.

Ken Saro-Wiwa nutriva una certezza. Un giorno non lontano le compagnie sarebbero state chiamate a rispondere di quella che definiva i crimini di una guerra ecologica e della sporca guerra contro la minoranza etnica Ogoni. Perseguì due linee guida: animare una resistenza popolare appassionata e non violenta; internazionalizzare grazie al proprio cosmopolitismo il dramma di un’etnia che contava non più di 500mila persone. Questa attività di sensibilizzazione incontrò non pochi ostacoli. All’inizio degli anni Novanta, come scrive in Un mese e in un giorno, non ricevette perfino da Greenpeace  e Amnesty l’attenzione necessaria. Centrò entrambi gli obiettivi. Il mondo conobbe il rischio di estinzione di una popolazione che dell’agricoltura, della pesca, faceva il proprio sostentamento. Saro-Wiwa rifuggiva la “larva distruttiva del tribalismo”, dunque la sua lotta democratica aveva una visione complessiva dell’incidenza del petrolio sulla costruzione dell’identità nazionale e mirava alla caduta di una brutale dittatura militare.

Nel 1996 Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York e rappresentante legale della famiglia, avviò la causa contro la Shell, accusata di corresponsabilità nella tragica fine di un simbolo e nella generale repressione violenta del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni. Nel 2009 Shell, professando la propria estraneità ai fatti addebitati, ha versato 15 milioni e mezzo di dollari per evitare un processo mediaticamente ingombrante.

«Certo quella somma, devoluta in gran parte alla comunità, è niente. Abbiamo deciso che la giustizia può giungere in tanti modi. Per multinazionali come Shell è semplice assoldare avvocati su avvocati, rendere estenuanti i processi. Mio fratello maggiore e mio zio, Owens, hanno messo il proprio corpo, la propria vita e non puoi resistere vent’anni col rischio di un nulla di fatto. Shell non ha voluto affrontare la causa, pagando i danni. Per noi il messaggio, il segnale, che usciva era chiaro per tutte le compagnie che operano con doppi standard a seconda dei paesi. Nessuna corporation avrebbe più dovuto contare sull’impunità», spiega Noo.

È recentissima la pubblicazione della relazione, lunga trentotto pagine, di Amnesty International dal titolo Clean it up – Shell’s false claims about oil spill response in the Niger Delta, in cui si legge: «(…) Le compagnie responsabili della fuoriuscita di petrolio secondo la legge in vigore entro le 24 ore dall’avvenimento devono provvedere a riportare l’area colpita più possibile al suo stato originale, un processo noto come remediation. La nuova inchiesta di Amnesty International e CEHRD mostra che Shell sta fallendo in questa operazione. I siti che Shell asserisce siano stati bonificati sono ancora visibilmente inquinati. Nigeria’s National Oil Spill Detection and Response Agency ha certificato e classificato come puliti siti visibilmente contaminati.

Le conclusioni di questa ricerca si fondano su rilevazioni sul campo in Ogoniland dal mese di luglio a quello di settembre 2015. Nel 2011 United Nations Environment Programme aveva già preso in esame i medesimi siti, fornendo lo studio finora più completo sull’impatto dell’inquinamento petrolifero nella vita delle comunità sul Delta del Niger. Analizzando Ogoniland, l’Unep ha esposto uno scioccante livello di inquinamento, che include la contaminazione dei terreni agricoli e i danni all’industria ittica, la contaminazione dell’acqua potabile, e l’esposizione di centinaia di migliaia di persone a gravi rischi per la salute personale». Shell nega gli addebiti mossi.

In un passaggio significativo del viaggio In cerca di Transwonderland, Noo prefigura Ogoniland libera da una ricchezza maledetta che arricchisce pochi. Una ricchezza che sfotte il futuro, per usare le parole di Saro-Wiwa. Lei immagina il territorio Ogoni come un’economia emancipata dall’oro nero, un ritorno al futuro con l’agricoltura, modernizzata, che per secoli ha sostenuto l’intera area. Addio fuoriuscite di greggio, combustioni continue che avvelenano la terra, i fiumi, sconvolgono pratiche agricole plurisecolari e lotte spietate per il controllo dei profitti derivanti dal petrolio.

«Disgustato mio padre ci indicava sempre quelle fiammate lamentandosi del loro impatto ambientale, mentre io annuivo assente, troppo piccola per comprenderne le implicazioni – dice la scrittrice –. Le compagnie bruciano il gas in eccesso, che è un sottoprodotto dell’estrazione del petrolio. Con le infrastrutture giuste, ma costose, è possibile catturarlo ed esportarlo, invece lo bruciano. Ben pochi soldi della filiera industriale vanno alla popolazione, ancor meno alla gente che abita il Delta del Niger, vittima della corruzione e dell’indifferenza dell’industria petrolifera. È ridicolo che i nigeriani si ritrovino spesso a corto di benzina, perché c’è un sistema che prospera sull’esportazione della materia grezza, di ottima qualità, e sulla successiva importazione della stessa lavorata, costosissima e centrale nel processo corruttivo. Miliardi di dollari perché il governo non ha costruito raffinerie a sufficienza. Il petrolio non ha creato sviluppo, un tessuto economico, né occupazione qualificata».

La Nigeria è la seconda economia dell’Africa subsahariana, il paese più popoloso ed eterogeneo. Alla fine del 2014 la quota del petrolio nigeriano, dietro alla Libia e davanti al Qatar, è pari al 3.1% (37.07 miliardi di barili) nella significativamente crescente torta complessiva delle riserve (1.206 miliardi di barili) dell’Opec. Agli inizi del Novecento furono operate le prime prospezioni nell’allora colonia britannica. Come ricorda l’analista e ricercatrice Agata Gugliotta (cfr. Nigeria risorse di chi?, Odoya) nel 1914 con il Mineral Oil Act Laws of Nigeria la madrepatria si premurò di stabilire che le licenze per l’eventuale esplorazione di pozzi potessero essere rilasciate esclusivamente a vantaggio del governo britannico o delle compagnie private inglesi.

Nel 1937 la prima esplorazione venne effettuata dall’inglese Shell d’Arcy, antenata della Shell Petroleum Development Company of Nigeria, alla quale fu concesso il diritto di estrazione su tutto il territorio nigeriano. «Da allora la Shell cominciò a radicarsi pesantemente nel territorio nigeriano, iniziando a costruire la sua fortuna economica e ad acquisire influenza politica: quell’influenza che manterrà anche dopo il 1960, quando la Nigeria ottenne l’indipendenza», scrive Gugliotta. Alla “nigeriazzazione” della risorsa con il Petroleum decree del 1969, con la contestuale istituzione della Nigerian National Oil Corporation interlocutore diretto delle multinazionali, non corrispose uno sviluppo infrastrutturale e delle competenze tecniche autoctone con la costante influenza dei militari al potere.

Nella guerra del Biafra, scoppiata nel 1967 per la gestione delle royalties, Ken Saro-Wiwa, impegnato sul fronte dei combattimenti come funzionario a Bonny, si schierò per il mantenimento dell’unità nazionale, malgrado la fragilità del concetto stesso di statualità nigeriana. Interruppe il sogno della carriera accademica per affrontare le conseguenze della guerra civile. Passò dal timore che il nascente o già abortito Biafra riducesse in schiavitù gli Ogoni, alla fittizia forma federale dello Stato che per interessi economici extranazionali non rispettava le diversità socioculturali del frammentatissimo mosaico etnico nigeriano, tenuto insieme con la forza e la violenza.

Qui si pongono due domande: che cosa resterà, quale sarà il segno maggiore, della civiltà petrolifera affermatasi con il boom  produttivo degli anni Sessanta-Settanta; è davvero possibile prefigurare un post? «Il conto più salato lo paga e lo pagherà l’agricoltura. Esportavamo prodotti di qualità. All’esaurimento delle riserve sarà spaventoso, la disperazione per l’assenza di denaro facile. Forse torneremo a usare la testa, a pensare. Occorrerà ricostruire, dopo l’era della ricerca della rendita economica mediante lo sfruttamento, un’economia di rapina che ha arricchito corrotti e corruttori. Il potere di Shell e delle altre compagnie è una scelta governativa. Abbiamo avuto sessant’anni per preparare ingegneri, geologi, una classe imprenditoriale nigeriana che potesse gestire la dirompente realtà petrolifera. Abbiamo scelto di renderci schiavi dell’industria petrolifera. Non sarebbe dovuta andare così. Mio padre non era un fanatico. Pretendeva con intransigenza che la ricchezza si traducesse in un benessere collettivo, fuori dal ristretto circolo del potere».

Praticare giustizia per Ken Saro-Wiwa, che tra i propri talenti annoverava anche quello dell’impresa culturale e non, è leggere i suoi scritti, le sue poesie. Le parole di Noo le ritroviamo nella narrativa di Ken, un racconto breve strepitoso, titolato E giù, le stelle. Nella caotica Lagos dei fuoristrada che sfrecciano accanto alle baracche, un giovane rampante, affermatosi grazie allo studio e al lavoro, si affaccia dalla finestra del proprio ufficio sulla città. L’elettricità è temporaneamente saltata. L’istinto è di volare via. Il lavoro è l’unico palliativo ai pensieri tristi. Nel ministero le sue competenze e l’impegno non sono valorizzati. Serve quella che in Americanah Chimamanda Ngozi Adichie definisce l’economia imperante dei leccaculo.

Ezi non faceva parte di tutto questo, non avrebbe mai potuto farne parte, e lo sapeva. Temeva che non avrebbe fatto carriera in quel lavoro. Eppure teneva fede ai propri principi e alla sofferenza che gli procuravano. Il fascino della bella vita era svanito presto, si sente perso. L’estesa corruttibilità, l’inefficienza radicata, il materialismo a cui si abbandonavano i giovani. L’idea che pochi, lui incluso, avessero accesso a ciò che di meglio poteva offrire la Nigeria, mentre la grande maggioranza sguazzava nella povertà. Presto colleghi, amici e superiori si guadagnarono la sua disapprovazione.

A quel punto iniziò l’inevitabile allontanamento dalla società. Quale senso trovare all’esistenza? Occorre agire, ma in che modo? Non è sufficiente osservare con scrupolosità i propri principi. Al culmine di una notte insonne si precipita sul litorale. La brezza marina rappresenta l’unico ristoro. Fissa la luna e le stelle in fondo all’acqua. «Capì di essere solo uno tra la folla che avanzava con un unico scopo e che era necessario assicurarsi che tutti arrivassero lì sani e salvi. E il suo solo sforzo non ce l’avrebbe fatta ma sarebbe stato d’aiuto, e non poteva negarlo a quella folla. Capì che anche il tempo era essenziale e che la pazienza, la determinazione erano fondamentali per il raggiungimento del loro scopo finale». Questo era Kenule Saro-Wiwa, nato a Bori, sul Delta del Niger, il 10 ottobre 1941.

«You know his name will never die». Lo sai, il nome di mio padre non morirà mai, mi dice Noo. Nel suo libro conclude il viaggio con un ritorno al nucleo originale della vita, il linguaggio. Le chiedo di spiegare il senso della frase: «Bane è l’unico posto sulla terra che sento mio, che ci voglia stare o meno. Non mi serve un atto di proprietà e mi conforta l’idea che i miei geni basteranno a garantirmi il diritto indiscusso a rivendicare questa terra». Provo a pronunciare il suo nome, ma sbaglio.

«In tutto il pianeta solo mezzo milione di persone può riuscire a scandirlo correttamente, nella terra degli Ogoni – spiega – . Quel suono, quella pronuncia mi fa sentire a casa. L’immaterialità di un linguaggio, che tra l’altro non pratico, è fondante non appariscente della mia identità. Il linguaggio è quella casa che nessuno può indagare, di cui nessuno può chiederti l’atto di proprietà. In fact, in fact, this is the funny thing. Qualcuno può dirti che non sei nigeriano. Nessuno potrà mai dirmi che non sono Ogoni. Nessuno può sfidare la mia appartenenza etnica».

All’età di ventiquattro anni Noo, cresciuta in Inghilterra e formatasi al King’s College e poi alla Columbia University, ha maturato la consapevolezza del voler scrivere. Una scrittrice in viaggio, di viaggi. In cerca di Transwonderland è la prima pubblicazione, ma in realtà in precedenza ne scrisse un altro dopo una lunga peregrinazione in Sudafrica. Gli agenti letterari la persuasero che con un cognome del genere avrebbe dovuto iniziare dal paese natale. Chimamanda ha studiato in Nigeria fino ai diciotto anni. Teju Cole si è trasferito ai quindici. Nel libro Noo fa visita a Ibadan, trasformata nel tempo in città cuore intellettuale della Nigeria. Era la tappa mancante del viaggio del 1988, quando a bordo di una Peugeot 504, fumando l’usuale pipa,  Ken aveva deciso di mostrare ai propri figli la bellezza della Nigeria, attraversandola da nord a sud, da est a ovest.

A dieci anni Ken vendeva olio di palma per le strade, si affrancò vincendo una borsa di studio per la migliore scuola secondaria locale. Uno dei pochi Ogoni della propria generazione ad accedere un’educazione di alto livello. Considerava come apice del proprio successo il garantire ai figli una buona istruzione. Oggi nell’università di Ibadan, dove Ken studiò all’inizio degli anni Sessanta e che divenne una delle migliori istituzioni accademiche dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, studenti e studentesse si lamentano per il livello dell’istruzione offerta. Gli insegnanti fotocopiano i testi di letteratura per venderli agli studenti. Il programma di studi dovrebbe avere più attinenza con la nostra realtà sociale, dicono.

La giovane Faith vuole diventare una poetessa, ma “pare che gli scrittori nigeriani che ce l’hanno fatta siano quelli della diaspora”. Gli interrogativi sono tanti: quale lingua utilizzare? Chi leggerà? Chi pubblica cosa? Gli scrittori di successo vivono negli Stati Uniti. Faith vuole lasciare il Paese per coronare le sue ambizioni, inconsapevole dell’oltreoceano: vediamo i film di Hollywood e pretendiamo di avere quello che ci mostrano. Ma la realtà è dura. Noo pone una riflessione interessante sui limiti e le opportunità della frastagliata varietà linguistica nigeriana e sull’emergente realtà cinematografica di Nollywood. Il talento è la premessa, tuttavia le caratterizzazioni dell’inglese locale non sono compatibili l’industria editoriale internazionale.

Anche in questo il lavoro di Ken Saro-Wiwa, fra l’altro autore e produttore televisivo di successo, fu prezioso. Lo esplicita nella nota introduttiva di Sozaboy: «Questo libro è il risultato della mia attrazione per l’adattabilità della lingua inglese e della mia attenta osservazione della lingua parlata e scritta da un certo segmento della società nigeriana. Il linguaggio di Sozaboy è ciò che chiamo Rotten English, un amalgama di pidgin nigeriano, inglese sgrammaticato, e buon inglese, con punte addirittura idiomatiche. Questo linguaggio è disordinato e crea disordine. Prende in prestito con disinvolta libertà parole, modelli linguistici e immagini della lingua madre e trova le sue espressioni in un vocabolario estremamente ridotto. Ai suoi parlanti offre il vantaggio di non avere né regole né sintassi. È parte della società dislocata, disorganizzata e discordante in cui Sozaboy deve vivere, agire e non realizzare la sua esistenza. Il mio esperimento consiste nello scoprire se il linguaggio riuscirà a pulsare in modo vibrante e a comunicare con efficacia».

Una scommessa linguistica vitale, vinta anche nella complessa traduzione di Roberto Piangatelli di un testo apparentemente intraducibile. Il ritmo del racconto è pazzesco. È una testimonianza che sa, fa nomi e cognomi nella follia chiamata guerra. Saro-Wiwa li chiama uomini-pancia, il cui cliente è la morte. Sozaboy è la progressiva presa di coscienza di sé e del mondo, che forse non è mica un gran bel posto: «Oh, scemo che sono, e chi me l’ha fatto fare di andare a fare il soldato? L’ho visto bene come era morto, in questo fronte di guerra, il mio migliore amico. E lo sapevo che, a poco a poco, tutta la mia vita era andata distrutta. Prima di questa storia, non sapevo mica cosa voleva dire morire. Ma ora, proprio da questo momento, non vedo mica più la vita come la vedevo prima: la vedo piena zeppa di cattiveria».

Nella raccolta A forest of flowers c’è un racconto, La conversione, nel quale Ken Saro-Wiwa descrive magistralmente il proliferare delle chiese aziende, il pentecostalismo carismatico che ha ha iniziato a prosperare negli anni Ottanta, quando la Nigeria è sprofondata nell’abisso economico. La storia è semplice. Daniel, catechista di villaggio, è un umile servitore di Dio al quale dedica la propria esistenza. Si trova però ad affrontare la crescente concorrenza delle chiese personalistiche, dei telepredicatori.

Resta sconcertato dalla visita del vescovo che, dall’alto dell’opulenza in cui vive, chiede alla parrocchia, priva di risorse, di essere più puntuale nel pagamento delle tasse. L’alto prelato sfreccia poi via con la propria auto di lusso e una capra donata, sistemata nel bagagliaio. La tentazione di Daniel è forte: fondare la decima chiesa di Dukana, arricchendosi con le offerte dei cittadini, alla ricerca di soluzioni alle proprie tribolazioni. In Sozaboy si ritrova lo stesso personaggio che è diventato il pastore Barika della Chiesa dello Spirito Santo del monte Sion in Israele.

Nel proprio viaggio Noo analizza gli esiti della tendenza che preoccupava il padre. Le chiese hanno grande visibilità acquistando gli spazi pubblicitari sui mass media. Indirizzano l’industria libraria «In un certo senso potremmo dire che è una dimostrazione dello spirito imprenditoriale dei nigeriani – sottolinea l’autrice – . I predicatori hanno ottime capacità imprenditoriali, si sono ispirati ai telepredicatori americani che gestivano le proprie chiese come fossero aziende. Per tanti versi la Chiesa riflette il lato più efficiente della società nigeriana. Anni di lotta economica e corruzione politica hanno indotto i nigeriani a focalizzare l’attenzione su Dio con un’intensità maggiore rispetto al passato. La religione anestetizza il disagio. Offrono il vangelo come una panacea. Oggi circa venti milioni di persone appartengono alle chiese pentecostali. Versano denaro nelle loro casse straripanti, trasformandole in aziende ad alto rendimento».

La memoria è materia scomoda. È paradossale, o forse no, che a gestire lo Slave Relic Museum sia la famiglia Mobee, discendente della lunga stirpe di capitribù che avevano controllato la tratta degli schiavi fin dalla fondazione di Badagry nel 1502. Hanno una bellezza amara le pagine che Noo dedica alla visita dell’antica città di Benin. Che cosa resta delle vestigia di uno dei regni più potenti dell’Africa occidentale in quel luogo dove dominavano finezza, eccellenza e ordine? «Benin ora è una città diversa epicentro della stregoneria, famosa per le rapine a mano armata e per il moderno traffico di esseri umani. Nessuno avrebbe mai detto che le fogne a cielo aperto, gli internet café a bassa tecnologia e l’architettura standard anni Settanta che avevo davanti agli occhi erano stati preceduti da uno dei più grandi imperi dell’Africa, ma l’antico splendore di Benin sembra molto lontano quasi folcloristico». Le mura del National Museum di Benin City contengono una marea di cose meravigliose. Altrettante, dopo l’invasione inglese di fine Ottocento, sono state accumulate e disseminate in diverse parti del mondo al British Museum, al Louvre, a Berlino.

Ken Saro-Wiwa auspicava il ritorno in patria dei propri figli, dopo le esperienze di studio internazionali, al fine di mettere le conoscenze maturate al servizio della comunità. Anche nei giorni terribili della tortura e dell’isolamento carcerario scriveva lettere, preoccupandosi dell’esito degli esami e dell’accesso universitario della figlia. L’assassinio recise ogni legame di Noo con la Nigeria: «Era come un’ingovernabile macchina del dolore e divenne il ricettacolo di tutte le mie paure». La scrittura prende atto dello straniamento culturale, scambiata per una straniera nel proprio paese, riesce a non farsi sovrastare dal peso dei ricordi dolorosi. Sa abbinare un apparente distacco, sapiente ironia e partecipazione emotiva.

Transwonderland, il parco divertimenti di Ibadan, non è diventato Disney World, il paradigma della modernità artificiale occidentale che attraeva Noo. L’artificiosità quale conquista suprema. Il sogno di una terra promessa disneyana sfavillante è una sovrastruttura che non funziona. «Ora però cominciavo a sviluppare una passione per tutto ciò che era indigeno. Cosa sarebbe la Nigeria senza quei matrimoni così eccitanti, le maschere (non quelle aggressive) e le libagioni? Fino a quel momento avevano rappresentato la parte migliore del mio viaggio, il motivo per cui questo paese merita di essere visitato. Rinunciare al nostro patrimonio di tradizioni può valere la pena se siamo in grado di sostituirlo con una società moderna e sviluppata, ma al momento siamo inciampati in una crepa tra questi due mondi».

L'articolo Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa proviene da Minima et Moralia.

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L’America nelle canzoni di Bruce Springsteen https://minimaetmoralia.it/interviste/lamerica-nelle-canzoni-di-bruce-springsteen/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lamerica-nelle-canzoni-di-bruce-springsteen/#comments Tue, 03 Nov 2015 14:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28935 «Guidavo da solo sull'autostrada fra Ferentino e Frosinone, non esattamente la Route 66; avevo i finestrini aperti, Thunder Road sul riproduttore di cd, mi pareva come se Springsteen e la E Street Band stessero suonando espressamente per me, e mi sono dovuto fermare alla prima piazzola per buttare giù questi appunti», ricorda Alessandro Portelli. Badlands (Donzelli, 218 pagine, 25 euro) è uno studio pregevole, denso, che rivela la passione del professore di letteratura angloamericana, e molto più, per gli universi di riferimento e di senso springsteeniani. Portelli conosce la storia, ma soprattutto sa raccontare le storie. È un viaggiatore instancabile nell'America che più ama, quella fondata sul lavoro.

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«Guidavo da solo sull’autostrada fra Ferentino e Frosinone, non esattamente la Route 66; avevo i finestrini aperti, Thunder Road sul riproduttore di cd, mi pareva come se Springsteen e la E Street Band stessero suonando espressamente per me, e mi sono dovuto fermare alla prima piazzola per buttare giù questi appunti», ricorda Alessandro Portelli. Badlands (Donzelli, 218 pagine, 25 euro) è uno studio pregevole, denso, che rivela la passione del professore di letteratura angloamericana, e molto più, per gli universi di riferimento e di senso springsteeniani. Portelli conosce la storia, ma soprattutto sa raccontare le storie. È un viaggiatore instancabile nell’America che più ama, quella fondata sul lavoro.

Questo libro nasce a Princeton, dove la scorsa primavera l’autore ha tenuto un corso su Springsteen. Non l’ha mai incontrato personalmente, però condivide, quando possibile, l’energia, la cerimonia e lo spazio comune dei suoi concerti: «Ma come faccio ad andarmene se questo non smette? Lui ritorna ancora e ci regala (Roma, 2013) un Thunder Road acustico, che ti fa venire voglia di ricominciare. Un paio di chilometri a piedi fino alla macchina e poi un’ora nell’ingolfato traffico notturno dei reduci. A casa mia moglie mi fa: in queste condizioni, mai più. Io invece sto bene. Se avessi un altro biglietto, sarei pronto a rifare tutto da capo», dice.

Badlands è un testo vitale, appassionante e agile per la sua capacità divulgativa di creare ponti. Portelli ben ricostruisce le influenze di Bob Dylan, Woody Guthrie e Pete Seeger sul rocker del New Jersey. Mette al centro della sua analisi il lavoro e il sogno Americano, lacerato ma tuttora evocativo, dirimenti nell’opera di Springsteen, cantore delle speranze, delle sconfitte e della realtà tutt’altro che monolitica d’oltreoceano.

Come sottolinea Portelli, il “Boss” non è un poeta, non è un profeta politico, ma si prende la responsabilità di rammentare le promesse non mantenute, il diritto alla ricerca della felicità. Dà una dimensione narrativa, attingendo alla migliore tradizione della musica popolare, al proprio rock adulto e lo ancora tanto alle sue origini, quanto al tempo che vive. Le note, le strofe dolorose e i ritornelli entusiasmanti non svaniscono come un effimero oggetto di consumo, perché hanno lo spessore di una memoria culturale, affrontando temi fondativi della stessa cultura nordamericana.

Professore, vorrei cominciare da una curiosità. Perché ha ripescato dall’album The Ghost of Tom Joad una canzone come The Line, trattandola così approfonditamente?

«Per questo libro ho riascoltato l’intero canone di Springsteen. Da ogni ascolto possono affiorare nuove idee da contestualizzare. Non avevo mai pensato a questa canzone. In quel disco inizia a esplorare il sogno americano degli emigranti. È il sogno della terra americana dell’abbondanza. Come per le vite dei proletari americani, che canta, si spalanca l’abisso tra mito e realtà. Nello stesso album in Sinaloa Cowboys assume il punto di vista dei giovanissimi migranti messicani dell’industria della droga. In Balboa Park raffigura la violenza fisica sul corpo di chi cerca una vita migliore oltre il confine. Il titolo The Line è in realtà una linea di frontiera sfumata, ambigua. La necessità del migrante non si può respingere: We send ‘em home and they come right back again/Carl hunger is a powerful thing. Il confine è il luogo dove i mondi, che tendiamo a separare, si toccano, mescolano e sovrappongono. Poi è stato importante il lavoro di analisi dei video, che in precedenza facevo poco».

Che cosa aggiungono i video all’ascolto, all’analisi dei testi e all’amplissima bibliografia?

«Illustrano la rilevanza della dimensione rituale nei concerti, dove nulla è lasciato al caso. Quello che fanno Springsteen e la E Street Band sul palco è lavoro, nel senso più pieno del termine. Sudore e fatica costruiscono un rapporto, una visione collettiva. In numerosi video l’occhio non può non accorgersi del sudore, che progressivamente si allarga sulle spalle e le ascelle di Springsteen. Questo è il mio mestiere, dice. Per esempio la lettura di We are alive, che propongo, si è rafforzata, guardando un’esecuzione live a Londra nel 2012. Il palco è buio, Springsteen è da solo con la chitarra. Mentre canta l’ultimo verso della strofa, col suo annuncio di unità e lotta (Our spirits rise/to carry the fire and light the spark/To stand shoulder to shoulder and heart to heart), di colpo si accendono le luci e la banda entra marciando a pieno volume. Avevo intuito poi una citazione (Il corpo marcisce nella tomba, ma lo spirito risorge) da una grande canzone della Guerra Civile: “John Brown’s body is a-mouldering in his grave, but his soul is marching on”. Il video mi ha confortato. Jake Clemons, il nipote di Clarence, ha confermato la mia intuizione vibrando forte un tamburo militare della Guerra Civile».

Nell’introduzione cita un altro pezzo, Sherry Darling, che propose agli ascoltatori italiani nel corso della trasmissione anni Ottanta, di Radio 3,  Ascolta Mister President sulla canzone politica dei Settanta. Che cosa la colpì?

«Sì, in quell’occasione la preferii a The River. È una canzoncina allegra, rock and roll adolescenziale. A prima vista sembra quanto di più leggero si possa immaginare. La ragazza, la macchina, il sole, la spiaggia. Però sul sedile posteriore della macchina c’è la madre della ragazza, che deve essere accompagnata all’ufficio di collocamento: Your Mama’s yappin’ in the back seat/Every Monday morning I gotta drive her down to the unemployment agency. Generalmente nel rock non si parla di persone anziane e soprattutto non si parla di lavoro, di disoccupazione, della difficoltà di arrivare alla fine del mese. Dunque diciamo che Springsteen dimostra la capacità di inserire dentro a un momento di leggerezza la consapevolezza del mondo proletario da cui proviene questa musica. Il rock anche nella sua versione più leggera ritrova il contesto proletario e popolare in cui era nato. Non solo proletario. Nella canzone si snoda anche l’intreccio etnico e di genere. La signora torna poi al ghetto con la metro: She can take a subway back to the ghetto tonight. Non solo è anziana, in cerca di lavoro, ma vive nel ghetto. Probabilmente pensando al contesto di altre canzoni di Springsteen è portoricana».

Negli anni come è riuscito Springsteen a mantenere una certa autenticità nella narrazione del lavoro, dall’universo fabbrica alle macerie materiali e spirituali della deindustrializzazione?

«Il padre era un veterano di guerra, poi arrangiatosi con mille impieghi per sbarcare il lunario. È nato in quel mondo, che l’avrebbe consumato senza l’emancipazione e la liberazione del rock and roll. Per una lunga fase, almeno fino a Born in the Usa, descrive il mondo che conosce per esperienza. Noi concepiamo la classe operaia automaticamente come un elemento di contrapposizione a un’altra classe. Negli States la parola classe non si usa quasi mai. Springsteen non usa mai la parola classe, perché la cultura operaia negli Stati Uniti non è una cultura di contrapposizione. Ma un universo culturale a sé, un’identità autosufficiente, non necessariamente con una collocazione sociale in termini di conflitto. Più avanti, soprattutto dopo il trasferimento in California e le trasformazioni nella sua vita personale, il rapporto con il mondo del lavoro è in primo luogo non tanto un rapporto di partecipazione, quanto di solidarietà ed empatia. Al fatto che la sua vita è ormai lontana da quella realtà supplisce con le letture, con le fonti, con i giornali, con gli incontri con organizzazioni operaie e quelle dei reduci delle guerre, girando l’America. In The Ghost of Tom Joad, e anche in molti brani di Wrecking Ball, il tema del lavoro riconquista la scena. Le sue canzoni hanno sia l’età sia la collocazione sociale del momento storico in cui le scrive».

Quale idea di mobilità sociale declina Springsteen?

«L’idea di mobilità verso l’alto, l’idea che chiunque può con spirito costruttivo risalire la scala e raggiungere una posizione sociale ed economica più agiata è il cuore del sogno americano. Lui trent’anni fa già certificò il blocco di questa mobilità ascensionale, che pure criticò per l’esasperazione individualistica. In The River canta: “Sono nato giù nella valle dove, caro signore, fin da giovane ti insegnano a rifare quello che ha fatto tuo padre”. L’incubo che si aggira in tutta l’opera di Springsteen è quello di ripetere la vita dei propri genitori: “Mio padre si suda lo stesso lavoro mattina dopo mattina/Io rientro a casa percorrendo le stesse sporche strade dove sono nato”, recita Used cars. Con la nuova macchina usata non si va lontano. The River è una denuncia del fatto che la promessa di mobilità sociale è un sogno che è una menzogna e dunque una maledizione. Lui è l’eccezione, l’uno sul milione. Gli altri all’autolavaggio sconteranno per sempre la pena. Il tema è la monotonia senza scopi della giornata lavorativa, la mancanza di senso. I lavoratori sotto qualificati, protagonisti delle sue canzoni, non generano alcun prodotto. Non possono neanche rivendicare l’orgoglio della fatica. Come dichiara in un’intervista: “Il mio compito è di misurare la distanza fra le promesse e la realtà”. In the day we sweat it out on the streets of a runaway American dream: l’attesa dello sfuggente Sogno Americano. La ricerca del miraggio, la fuga, le automobili, la notte. Per Springsteen, rompendo con la tradizione letteraria e cinematografica americana, si fugge in due per la salvezza da una società feroce, per evadere alla città degli sconfitti di Thunder road, che è la sintesi di tutti i temi di liberazione, speranza, amore legati all’automobile.

So you’re scared and you’re thinking/That maybe we ain’t that young anymore/Show a little faith there’s magic in the night
Well the night’s busting open/These two lanes will take us anywhere/We got one last chance to make it real
We’re riding out tonight to case the promised land

La mobilità dunque diventa orizzontale. Se non si può andare in alto, almeno tiriamoci fuori da questo posto quando ancora siamo giovani: Oh-oh, Baby this town rips the bones from your back/It’s a death trap, it’s a suicide rap/We gotta get out while we’re young/`Cause tramps like us, baby we were born to run. Poi lo rivendichiamo, perché c’è stato promesso e quindi abbiamo diritto a sognarlo, abbiamo diritto a volerlo. No surrender, niente resa: “Voglio dormire sotto cieli di pace nel mio letto di amore, con il vasto paese spalancato davanti agli occhi e i sogni romantici nella mente”».

In che modo Springsteen ha sviluppato nella propria narrazione la dimensione del sogno e quella della speranza?

«Dream Baby dream è il titolo di una canzone dell’ultimo album. L’idea è di continuare a sognare, soprattutto aprendo il nostro cuore: Come on, we gotta keep on dreaming/Come open up your heart. Il sogno americano di Springsteen è cominciato come un sogno di evasione liberatoria, dove la coppia era matrice di connessioni, che si sono mano a mano sviluppate in un sogno di comunità. Una hometown ideale dove nessuno fa da solo (Long Walk Home). È una moderata utopia di provincia, che non è un sogno da tramandare, ma neanche da buttare via. Insistendo, forse, c’è un altro ballo. Per sogno qui intendiamo tre cose: l’oggetto sognato, il lavoro del sognare, il soggetto che sogna. Springsteen mette ben in chiaro che l’oggetto sognato è illusorio, in parte irraggiungibile, in parte indesiderabile. Rimane però la soggettività del sognante, che non viene messa in discussione ed è quella a tenerci vivi. Occorre tenersi aperti a un’idea, a una possibilità di sogno, di cambiamento, dunque. Stay hungry, stay alive».

«Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato», è l’epilogo de Il grande Gatsby. È molto interessante il parallelo letterario che lei argomenta con l’opera di Francis Scott Fitzgerald.

«Nel pieno degli anni Venti, nel cuore del boom e della mitologia dell’arricchimento facile, Fitzgerald ci suggerisce che l’unico modo in cui un ragazzo di paese, che è nato povero, possa pensare di arricchirsi è in qualche modo il crimine. E questo è un dato di per sé abbastanza sorprendente in quell’epoca. “Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa – domani andremo più in fretta (Born to run?), allungheremo di più le braccia…e una bella mattina…”. Ha individuato in Daisy l’oggetto amato fantomatico da inseguire, ma se il sogno fallisce, non si rinuncia a sognare. Il piccolo gangster Jay Gatsby è grande, perché non perde di vista i sogni. Continua a guardare la luce verde sul molo di Daisy. Continua a desiderare, a illudersi magari. La capacità di coltivare comunque una visione lo rende grande».

In un’intervista significativa rilasciata a Robert Hilburn, caporedattore musicale del Los Angeles Times, il 24 agosto 1974 Springsteen dichiarò: «Non mi sono mai scoraggiato, perché non ho mai sperato nulla. Da bambino non ero abituato ad aspettarmi che le cose andassero bene. Sono sempre stato abituato a fallire. Una volta che impari a fallire, il resto è facile. Ma non è la stessa cosa che mollare. Continui a provarci, ma non ci conti. E un atteggiamento del genere può essere una forza». Perché avete scelto Badlands come titolo del libro? È la sua canzona preferita?

«La trovo di grande importanza, perché enuncia l’idea del desiderio, del rifiuto, del non accettare compromessi, mezze misure e insistere per avere quello che ci spetta, quello che ci avete promesso. No, niente ritirata, niente resa, fino a quando queste terre maledette non ci tratteranno come si deve: Let the broken hearts stand/As the price you’ve gotta pay,/We’ll keep pushin’ ‘til it’s understood,/And these badlands start treating us good. Una grandissima canzone sul conflitto e sulla contraddizione. È una rivendicazione collettiva, sociale, di solidarietà contrapposta a un’idea di ascesa sociale individuale competitiva, all’insaziabilità di chi non è soddisfatto fino a quando non è padrone di tutto. In più è assolutamente irresistibile dal punto di vista musicale, perché trasferisce sul piano del suono la carica di combattività che esprime nel testo».

Qual è l’influenza di Steinbeck sulle strofe springsteeniane?

«Riprende direttamente sia il romanzo Furore sia il film che John Ford ne ha tratto. Mi sembra interessante la sua radicalizzazione in vari modi del romanzo. Se ne serve anche per dire che la crisi degli anni Trenta, è un fantasma, The Ghost of Tom Joad, la cui possibilità, la cui memoria torna nel pieno di anni apparentemente più fortunati come gli anni Novanta, in cui invece stava incubando il disastro che viviamo adesso. The Ghost of Tom Joad parla dei poveri innominabili della recessione e della deindustrializzazione. Tom Joad è un’icona della Grande Depressione, il protagonista di Furore. A proposito del tema automobili è sufficiente rileggere il capitolo scritto da Steinbeck, la partita truccata sulla pelle dei poveri. C’è una scena in Furore in cui un contadino sfrattato minaccia col fucile il trattorista, che con la ruspa gli sta buttando giù la casa. Ma la decisione non dipende da quest’ultimo. In My Hometown Springsteen esprime l’impotenza a fronte di forze economiche a cui è difficile risalire, dovresti sapere chi è il nemico. A chi possiamo sparare? La strada è viva stasera, canta Springsteen. E Steinbeck: “Ogni notte sulla strada nasceva un mondo, attrezzato e completo in ogni sua parte”. Nessuno si fa illusioni su dove porta, canta Springsteen; e Casy in Steinbeck: “Dove andiamo? Per me non andiamo mai da nessuna parte. Siamo sempre in viaggio, siamo sempre in cammino”».

Anche la guerra rappresenta per Springsteen un’esperienza sostanzialmente proletaria?

«La solidarietà nei confronti dei reduci costituisce un ponte verso la componente di proletariato sfruttato e massacrato nel modo più volgare dalla macchina della guerra. Finisce all’ombra del carcere anche il reduce operaio disoccupato di Born in the Usa, che condensa tre temi di fondo: l’orgoglio patriottico, l’esperienza della guerra, la condizione operaia. Come spiego nel libro, la sua scommessa è affidare un articolato messaggio di denuncia a un mezzo di comunicazione che sta nell’universo del consumo. Nei primissimi gruppi in cui suonava e cantava, prima che la sua carriera prendesse il volo, prima di incidere per la Columbia, c’erano canzoni contro la guerra. Direi che una delle cose importanti di Born in the Usa sia la presa di coscienza di come l’America mandi ad ammazzare e sacrifichi i propri figli: Sent me off to a foreign land to go and kill the yellow man. Persone che restano segnate, trattate con indifferenza quando ritornano a casa».

 Che cosa accade dopo l’Undici settembre?

«Dopo quell’evento Springsteen riconosce la tentazione di dire occhio per occhio, dente per dente. Arriva a dire in un’intervista che tutto sommato la campagna militare in Afghanistan è stata quasi necessaria. Ma si rende subito conto che le cose sono diverse. Già in The Rising (2002) prende atto dell’impulso vendicativo per superarlo e negarlo. Pensaci due volte prima di sparare. Immette suoni orientali, arabi nelle sue musiche. Cerca perfino di immaginare il punto di vista di un attentatore suicida mediorientale. Poi con Devils and dust (2005), canzone straordinaria, comincia a esprimere il senso di panico e di onnipotenza che contemporaneamente s’impadronisce degli Stati Uniti. Il pericolo può venire da qualunque parte. Il soldato non sa più in che cosa credere, però è armato e Dio è al suo fianco. We’ve got God on our side/We’re just trying to survive/What if what you do to survive/Kills the things you love. Contrasta la dottrina della sicurezza preventiva che fa venire meno ciò in cui si crede. Questa combinazione tra paranoia e onnipotenza è terrificante, e lui la denuncia».

Springsteen ha ben presente la distinzione tra patriottismo e nazionalismo?

«Sì, dagli anni Ottanta si sottrae al furore dello sciovinismo mascherato da patriottismo. L’amore per il suo paese diventa in realtà una ragione in più per la critica. Proprio perché sussiste una relazione così intensa e così appassionata con il proprio paese, non accetto quello che mi fanno. Amare il proprio paese non significa essere accondiscendenti con la direzione che ha preso. C’è molto forte in Springsteen questa dimensione delle promesse mancate. Promesse che sono parte integrante della sua stessa identità nazionale e politica. Sei nato negli Stati Uniti e hai diritto ad aspettarti certe cose, basta pensare al discorso della dichiarazione d’indipendenza, i diritti inalienabili, life, liberty and the pursuit of Happiness. Il diritto alla ricerca della felicità. L’immaginazione politica americana ha investito di significato politico termini poetici come dream e happiness, continuando a rivendicarne il possesso privilegiato».

La gestione della relazione pubblica con il linguaggio e lo spirito del tempo reaganiano fu tutt’altro che semplice. Springsteen e la Casa Bianca.

«Il malinteso reaganiano, entro certo limiti poi. Reagan si rese conto che Springsteen parlava al mondo del lavoro, alla classe operaia. C’è un dato: Springsteen faticava a raggiungere il pubblico afroamericano, quindi il riferimento appariva sostanzialmente la classe operaia bianca e latina. La campagna elettorale di Reagan puntava sulla costruzione di un consenso, di un’adesione da parte dei lavoratori alla destra in nome di una presunta etica del lavoro. Noi operai bianchi lavoriamo, mentre i neri sono tutti parassiti del welfare. L’obiettivo della costruzione di una destra proletaria reaganiana, che in qualche misura può riconoscere sé stessa nelle immagini del mondo di Springsteen, perché descrive esattamente il mondo del proletariato marginale bianco in cui lui stesso si è formato. Molti anni fa, quando Ronald Reagan si disse suo ammiratore, Springsteen commentò: “Chissà se ha mai sentito Johnny 99”; un operaio che perde il lavoro, che non riesce più a pagare il mutuo e prende un fucile, spara: “Avevo debiti che nessun uomo onesto può ripagare”. Usò l’aggettivo spaventoso per qualificare la prima elezione di Reagan. Fin dal giorno dell’elezione di Reagan Springsteen è stato impegnato in una battaglia feroce sul significato dell’America».

Obama nel 2009 non esitò a definirlo un grande amico, che racconta le storie vere dell’America: «Onoriamo questo quasi ragazzo dal Jersey. Sono il presidente, ma lui è il Boss».

«Il sostegno immediato, dichiarato, aperto a colui che poi è diventato il primo presidente americano nero ci dice qualcosa sulle posizioni reali di Springsteen rispetto ai dati razziali negli Stati Uniti. Tra l’altro ha sempre avuto una band interrazziale. Il sostegno a Obama è il sostegno all’idea, che animava quella campagna elettorale, di un’America capace di recuperare il meglio di sé, andando oltre certe visioni, oltre i disastri che si erano verificati. Che poi Obama sia all’altezza di questo è da discutere, però con certezza Springsteen ci ha visto una possibilità».

Perché Springsteen non paga un prezzo alto alle implicazioni industriali di un’arte di massa?

«Dire che una cosa è di massa non è una critica, bensì è una presa d’atto di determinate caratteristiche formali, che si muove in un certo modo sul mercato. Un’arte la sua che non si vergogna mai di essere commerciale. Springsteen interpreta il ruolo sociale di icona dell’immaginazione di massa, trovando una voce pubblica e assumendosene le responsabilità. La dimensione di massa non equivale necessariamente a quella di consumo. Una delle cose che colpiscono in Springsteen è il fatto che le sue canzoni durino nel tempo, attraversino le generazioni. La cultura di massa ha costante bisogno di innovazione, innovazione con cose sempre nuove. Non è un effimero oggetto di consumo, perché ha lo spessore di una memoria culturale. La grande arte popolare, che passa anche nel meglio del rock and roll, consiste nel coagulare con mezzi elementari e in forme socialmente condivise una implicita molteplicità di elementi e una intrinseca profondità storica. Nell’ultimo evento romano, a Capannelle, è riuscito a costruire un concerto cantando quasi tutte canzoni che hanno trent’anni sulle spalle. E i giovani le sapevano. Associa al piacere di un ascolto coinvolgente la memoria e l’intelligenza».

Come sposa musica e parole?

«Stanno insieme in forma ironica, nel gioco tra il pessimismo dell’esperienza e l’ottimismo del rock and roll. Le strofe sono sempre dolorose, accompagnate invece da ritornelli trascinanti. Le strofe sono la denuncia dello scarto tra promessa ed esperienza. Il ritornello ci unisce tutti, quello che si canta in coro ai concerti. È il luogo dove si forma la comunità, mentre le strofe sono spesso luoghi solitari. Springsteen è figlio di varie contaminazioni, ascolta tutti i generi musicali, per poi camminare sulla propria strada. Comprende quanto la country music appartenga al mondo periferico, operaio in senso lato, dal quale proviene. Dagli altri generi trae la dimensione narrativa che nel rock c’è raramente. La musica country, soprattutto di tradizione orale, la musica popolare hanno sviluppato delle modalità narrative, di raccontare le storie, che Springsteen raccoglie e trasferisce nel linguaggio del rock».

Qual è il rapporto di Springsteen con la religione, le radici cattoliche e l’impatto della cultura protestante?

«In Badlands dice: “I believe in the love, in the hope, in the faith. Sarà un caso, ma sono le tre virtù teologali del catechismo cattolico. Ha sempre considerato come una forma di violenza il tipo di educazione cattolica molto conservatrice impartitagli, ma rimane una dimensione di ricerca spirituale. Occasionalmente si è definito agnostico. Negli anni non ha mai smesso di porre domande, ricorrendo a termini e immagini di origine religiosa soprattutto nei primi dischi. Il cattolicesimo si presenta come un’enorme fonte di simboli, di metafore che lui utilizza in modo non dissacrante, ma abbastanza laico. Non nutre aspettative ultraterrene, la terra promessa si trova da questo lato della morte. La religione è uno stato emotivo che dalle radici nel gospel approda al rock and roll. Trovo Jesus was an only son la sua canzone di tema religioso più commovente e controversa. Il cattolicesimo non essendo negli Stati Uniti la religione di default ha un senso identitario molto forte e si contrappone soprattutto alla tradizione calvinista di estrema austerità, che poi rimane in sottofondo di tutto. Quello che resta in lui del calvinismo mi sembra la dimensione di inconoscibilità di Dio. In questo senso attinge spesso anche a Flannery O’Connor, la scrittrice che forse l’ha più influenzato».

Wrecking Ball è il disco sulla Grande crisi di questo primo scorcio di terzo millennio. La lotta di classe dei ricchi contro i poveri. Nell’album ciò segna un cambio di passo.

«Wrecking Ball, dice Springsteen, è un disco arrabbiato. Ci sono la perdita del senso di comunità, la distorsione e la corruzione del sogno americano. Le canzoni di Springsteen non includevano gli stilemi classici della canzone di protesta. Ora basta confrontare My Hometown (1985) con Death to my hometown (2012). La prima era la canzone desolata sul disastro delle periferie industriali. Il lavoro se ne va e rimangono solo i conflitti e le rovine: They’re closing down the textile mill across the railroad tracks/Foreman says these jobs are going boys and they ain’t coming back to your hometown. E noi che dobbiamo fare? Nella seconda invece domanda: chi ha portato la distruzione sulla mia città? Non ci sono voluti i bombardamenti, non abbiamo avuto dittatori, ma con l’arma dei soldi hanno distrutto la mia città. Hanno portato la morte alla mia città: The marauders raided in the dark/And brought death to my hometown. Individua un nemico sociale, colpevole del disastro e invita alla mobilitazione. Quello che dobbiamo fare è spedire gli speculatori, i banchieri, gli sfruttatori nei più profondi pozzi dell’inferno: Send the robber barons straight to hell».

«Io sono un ritardatario. Sono cresciuto con l’heavy metal e poi il punk e poi l’hip-hop, e non mi ero accorto di niente fino al 1987. Lo scoprii guardando un concerto per una tappa di un tour promosso da Amnesty International. Dopo ho comprato la cassetta di Darkness on the Edge of Town e ho capito che c’era da godere, scavando nel catalogo», ricorda Tom Morello, chitarrista dei Rage Against the Machine. Nell’equilibrio della E Street Band come incide il sodalizio con Morello?

«La E Street Band è cambiata per contrazione. È cambiata osmoticamente. Ogni volta che è venuto meno uno dei suoi componenti, ne è stato cooptato un altro, cercando qualcuno che funzionasse in modo simile per non rompere la visione collettiva della E Street Band. Con Tom Morello mi sembra che ci sia una cosa in più. Se nella vecchia E Street spiccava sicuramente un ruolo iconico di Clarence Clemons, Morello introduce una musicalità di tipo diverso, più sperimentale, più di ricerca. Con Morello si sente, soprattutto nell’ultimo disco High Hopes, un suono molto più acido, molto più arrabbiato. Ed è ciò che succede nelle rivisitazioni di due classici che ci sono nel disco: The Ghost of Tom Joad, e qui Morello esagera anche troppo nei virtuosismi, e un’intensa 41 Shots. Anche in altri momenti della carriera di Springsteen, il passaggio da acustico a elettrico ha contraddistinto un accentuarsi della dimensione della rabbia rispetto a quella della denuncia».

Lei, a ragione, scrive: «I concerti di Springsteen sono pieni di falsi finali». È difficile prefigurare il suo tramonto.

«Ora non so cosa possiamo aspettarci. In qualche modo ci ha sempre spiazzato. Aggiungerei: gli anni passano per tutti, tuttavia a oggi è in grado di reggere le sue tre, quattro ore di concerto senza perdere una battuta. Ho l’impressione che negli ultimi tempi sia un po’ disorientato come tanti di noi. Il disco High Hopes è senz’altro meno creativo di altri. Alcuni brani sono molto belli, ma c’è una proporzione di canzoni fatte da altri più alta rispetto ai suoi dischi precedenti. Questo mi sembra di suggerire il momento di pausa di riflessione».

 Un’ultima domanda. Ha già letto qualcosa di Chimamanda Ngozi Adichie e Teju Cole?

«Sono autori di prossima lettura. Ho i libri sulla scrivania. Gran parte delle cose nuove che emergono negli Stati Uniti provengono da questo tipo di cortocircuiti. La componente migrante, che cambia il linguaggio e il punto di vista sugli Stati Uniti, mi pare decisamente la cosa più interessante che sta succedendo. D’altronde succede anche qui».

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Teju Cole. Delle città aperte o della porosità di certi confini https://minimaetmoralia.it/letteratura/teju-cole-delle-citta-aperte-o-della-porosita-di-certi-confini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/teju-cole-delle-citta-aperte-o-della-porosita-di-certi-confini/#comments Sat, 06 Jun 2015 06:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27186 Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

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Parte prima – La morte è una perfezione dell’occhio

New York

Non vedo i confini di questa città, ma ne sento i suoni

Circonferenza

New York non è mai descritta nella sua totalità: da flaneur,Julius non può vederla dall’alto, ma solo ad altezza d’uomo, dalle strade, dai marciapiedi. «E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città». Quindici minuti da Central Park, a Est di Sakura Park, a Nord c’è Harlem: in geometria si dice circonferenza il luogo geometrico costituito da punti equidistanti da un punto fisso, detto centro – fare il flaneur è andare a visitare tutti i punti equidistanti dal centro e superarli, andare così lontani da dover prendere la metro per tornare a casa.

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Parte prima – La morte è una perfezione dell’occhio

New York 

Non vedo i confini di questa città, ma ne sento i suoni

Circonferenza

New York non è mai descritta nella sua totalità: da flaneur, Julius non può vederla dall’alto, ma solo ad altezza d’uomo, dalle strade, dai marciapiedi. «E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città»Quindici minuti da Central Park, a Est di Sakura Park, a Nord c’è Harlem: in geometria si dice  circonferenza il luogo geometrico costituito da punti equidistanti da un punto fisso, detto centro – fare il flaneur è andare a visitare tutti i punti equidistanti dal centro e superarli, andare così lontani da dover prendere la metro per tornare a casa.

Le migrazioni

Dice «poco prima che iniziassero i vagabondaggi, avevo preso l’abitudine di osservare il passaggio degli uccelli migratori da casa mia, e ora mi chiedo se ci fosse un nesso», ma se Julius fosse un animale sarebbe una formica che perde la direzione, un animale che si perde volontariamente. Dalla finestra si vedono passare piccioni, rondini, scriccioli, orioli, rondoni e tanagre. E le oche, delle cui migrazioni si ricordano solo i colori del cielo e le stazioni radiofoniche, puntini neri in movimento associati a un brano per orchestra e contralto solo di Ščedrin (o forse era Ysaÿe).

Non siamo abituati a sentire la nostra voce

Sant’Agostino non riesce a credere che si possa leggere senza pronunciare le parole. Ogni libro è un dialogo, qualcuno che scrive e parla, qualcuno che legge e risponde. Parlare da soli: eccentricità, muoversi fuori dalla circonferenza, rendersi visibili, come vedersi camminare nella folla. Il silenzio dei libri contro il rumore incessante della strada, «uno shock dopo la concentrazione e la relativa quiete della giornata, come se qualcuno avesse acceso un televisore a tutto volume in una silenziosa cappella privata», ma il volume non si abbassa, non c’è uno schermo di protezione.

«Una sera ero arrivato a Houston Street semplicemente camminando senza sosta per una decina di chilomentri, fino a sentirmi così esausto e disorientato che faticavo a stare in piedi», quella sera non riesce a dormire, Julius, rievoca gli episodi e le scene a cui ha assistito nella sue peregrinazioni – è un pellegrino, il santuario è la città.

Ogni quartiere è di una sostanza diversa, ognuno ha una diversa pressione atmosferica, un diverso peso psichico.

«Le camminate rispondevano a un bisogno: erano una liberazione dalla severa disciplina mentale del lavoro»: è uno psichiatra, nessun errore, nessuna imperfezione. Vagabondaggi come abbandono a una vita psichica incontrollata, lungo tracciati conosciuti: un jazz, un’improvvisazione su un tema conosciuto. Dal vecchio professore Saito «ho imparato l’arte di ascoltare, e anche l’abilità di costruire una storia partendo dalle omissioni» – così ricostruiamo anche New York, pezzo a pezzo, strada per strada, come seguendo l’idea che «sono gli spazi tra le forme, gli spazi necessari, a definirle come onde o dune».

Gli spazi bianchi

Le omissioni, quello che hai perduto – quello che è stato cancellato. Cammini su un cavalcavia, vedi questo panorama «sotto il livello della strada, scorsi il bagliore verde metallico di un vagone della metropolitana, che, esposto agli elementi, attraversava lo spiazzo, una vena liquida sul collo dell’undici settembre», accanto trattori che sembrano giocattoli in quella buca enorme dove prima sorgevano le torri. Il vuoto. «E prima ancora? Quali vie dei Lenape sono sepolte sotto le macerie? Quel luogo, come d’altronde tutta la città, era un palinsesto scritto, cancellato e poi di nuovo riscritto. […] Generazioni su generazioni si infilavano nella cruna dell’ago, e io, individuo di una folla appena discernibile, entrai nella metropolitana. Volevo trovare la linea che mi collegava al mio ruolo in quelle storie. Da qualche parte vicino all’acqua, tenendosi aggrappato a quello che conosceva della vita, il ragazzino, con uno scatto secco, aveva spiccato un altro salto».

Al di là dell’oceano

Voli a Bruxelles e non sai neanche perché. I tuoi vagabondaggi ti portavano a chilometri da casa, adesso ti portano su un aereo. Prendi tutte le tue vacanze, passi mesi in Europa. Qui stava tua nonna – ti assomigliava? Le omissioni: non sappiamo che aspetto ha Julius, come non sappiamo qual è l’aspetto di New York. Osserviamo tutto dal microscopio, conosciamo i tuoi pensieri, ma vediamo solo attraverso i tuoi occhi, mai i tuoi occhi. È la terza volta che vai, ma ricordi poco. Ordine, grigiore, l’atteggiamento formale e distaccato della gente. Il silenzio, la quiete: se New York è rumore incessante, è movimento, sono gli stormi che migrano, le metro che corrono, qui tutto è ovattato, silente, immobile.

Sogni di Lagos, la tua Nigeria compare solo nei sogni, nei racconti, nelle storie delle persone. Piove, una notte a Bruxelles, e tu sogni della pioggia implacabile e intensa che ti spaventava e confondeva un giorno della tua infanzia. Ricordi di quando tuo padre beveva la Coca Cola e tu ti eri ripromesso che da grande ne avresti avuta quanta ne volevi – salvo poi crescere e iniziare a odiarla. Ricordi tutte queste cose e detesti chi vuole rendere la tua giovinezza qualcosa di esotico, chi ama gli scrittori in esilio che mitizzano le loro origini, perché per te sono solo origini e a volte il suono dei tuoi pensieri sembra rimbombare nel silenzio della cattedrale belga. Fuori piove ancora.

A New York – Parte seconda. Ho esplorato me stesso

Il Loews 175th Street Theatre era ricco di dettagli sfarzosi: lampadari, moquette rossa, una profusione di ornamenti architettonici ispirati a vari stili – egizio, moresco, persiano, Art Déco. È diventato una chiesa, sempre meno frequentata. Nella sua prima vita ospitava trentamila spettatori, ma il miscuglio di stili architettonici non era riuscito neanche allora, non si è mai risolto in qualcosa di significativo.

Come psichiatra sei abituato a usare i Segni Esteriori come indizi di realtà interiori, nonostante la relazione tra i due mondi non sia affatto chiara. I Segni sono visibili, difficile non notarli, ma non è forse quello che resta invisibile, inascoltato a essere più importante? Pensi al punto cieco, il blind spot che non riusciamo a vedere. «È proprio qui, dove si concentrano molti dei neuroni associati alla visione, che la visione va in tilt».

La mente è opaca a se stessa, pensi. Una notte, vedi le luci della Quarantaduesima che lampeggiano in lontananza, il vento sferza rumorosamente, sei rimasto chiuso fuori dal Carnegie Hall: una solitudine di rara purezza. Trovi un’apertura di emergenza, rientri, ma prima guardi il cielo. «Le stelle! Non avevo pensato di riuscire a vederle, non con l’inquinamento luminoso che avvolgeva costantemente la città, e non in una sera di pioggia. Ma mentre stavo scendendo le scale, la pioggia si era interrotta, e aveva pulito l’aria. […] Erano stelle meravigliose, una nuvola lontana di lucciole, ma nel corpo sentivo quello che i miei occhi non potevano afferrare, cioè che la loro vera natura era l’eco visiva di qualcosa che era già nel passato. […] Negli spazi bui tra le stelle morte, brillanti, c’erano stelle che non potevo vedere, stelle che esistevano ancora, ed emettevano una luce che non mi aveva ancora raggiunto, stelle che vivevano e illuminavano ma che per me erano presenti solo come interstizi vuoti. La loro luce sarebbe arrivata un giorno sulla terra, molto dopo che io e la mia generazione e tutta la generazione dopo di me saremmo scivolati fuori dal tempo».

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Selma è tutti i giorni. L’elogio alla disobbedienza di Allen Iverson https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/selma-e-tutti-i-giorni-lelogio-alla-disobbedienza-di-allen-iverson/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/selma-e-tutti-i-giorni-lelogio-alla-disobbedienza-di-allen-iverson/#comments Fri, 15 May 2015 13:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26872 Il rumore deve essere stato fragoroso, quanto sincero lo stupore dei compagni di squadra. «Non sono venuto a Memphis per un secondo posto. Coach, Alonzo Mourning non promise di regalarti, una volta approdato in Nba, un pullman decente per le trasferte? Ci penserò io», disse l'allora tredicenne Allen Ezail Iverson, dopo aver gettato dal finestrino il trofeo di consolazione. Qualche anno più tardi un giornalista chiese a caldo a Michael Jordan, se l'esordiente non parlasse troppo in campo. Jordan s'asciugò una goccia di sudore, scosse la testa, per poi rispondere: «Iverson vuole essere rispettato nella Lega. È confidente e vuole emergere. Ed è veramente veloce». Pochi minuti prima Dennis Rodman aveva rifilato una gomitata a quel ragazzino dalla taglia limitata, ma dal cuore fuori misura, reo di averlo beffato a rimbalzo. The greatest heart, secondo Larry Brown che ritroveremo spesso in questa vicenda umana. Per sovvertire le regole del gioco e cambiare la direzione di una vita, che non promette nulla, serve il cuore.

Molti per un malinteso senso di riverenza si defilarono dall'affrontare Jordan. «Nonostante avessi eseguito alla perfezione il mio movimento, riuscì quasi a stopparmi. Una cosa pazzesca che spiega quanto fosse anche un difensore straordinario». Il 12 marzo 1997 Philadelphia cominciò a innamorarsi del bambino che decise di sfidare il mito.

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Il rumore deve essere stato fragoroso, quanto sincero lo stupore dei compagni di squadra. «Non sono venuto a Memphis per un secondo posto. Coach, Alonzo Mourning non promise di regalarti, una volta approdato in Nba, un pullman decente per le trasferte? Ci penserò io», disse l’allora tredicenne Allen Ezail Iverson, dopo aver gettato dal finestrino il trofeo di consolazione. Qualche anno più tardi un giornalista chiese a caldo a Michael Jordan, se l’esordiente non parlasse troppo in campo. Jordan s’asciugò una goccia di sudore, scosse la testa, per poi rispondere: «Iverson vuole essere rispettato nella Lega. È confidente e vuole emergere. Ed è veramente veloce». Pochi minuti prima Dennis Rodman aveva rifilato una gomitata a quel ragazzino dalla taglia limitata, ma dal cuore fuori misura, reo di averlo beffato a rimbalzo. The greatest heart, secondo Larry Brown che ritroveremo spesso in questa vicenda umana. Per sovvertire le regole del gioco e cambiare la direzione di una vita, che non promette nulla, serve il cuore.

Molti per un malinteso senso di riverenza si defilarono dall’affrontare Jordan. «Nonostante avessi eseguito alla perfezione il mio movimento, riuscì quasi a stopparmi. Una cosa pazzesca che spiega quanto fosse anche un difensore straordinario». Il 12 marzo 1997 Philadelphia cominciò a innamorarsi del bambino che decise di sfidare il mito. Al college Dean Berry gli illustrò le possibilità del crossover, una finta ad alto coefficiente di spettacolarità, che sembra offrire la palla alla difesa. La rapidità di esecuzione e il ritmo imposto da Iverson però è difficile da contrastare. L’elasticità delle caviglie di Jordan pagò dazio alla creatività della matricola. I Sixers cedettero ai Bulls con un superfluo 108-104, ma rimase impresso quel gesto, quel crossover che indicò una svolta generazionale.

Ann Iverson sostiene che le coincidenze abbiano un’anima. Abitare in via Jordan Drive dunque non fu una pura casualità. Un clan familiare di tredici persone stipate in due stanze: tante donne, pochi uomini, spesso alle prese con il carcere. A fine mese i conti non tornavano mai: le bollette o la spesa alimentare? Dagli angoli delle strade di Newport News risuonò presto il nome di un giocatore di football minuto, mai scalfito dalle botte, prodigio di velocità che non ha alcuna paura. All’età di otto anni scatta come un ossesso, come a dirci che una volta nato non puoi nasconderti. Ann sostiene di non essere stata penetrata. L’immacolata concezione di un figlio predestinato nella più complessa delle adolescenze. Lei e Allen Broughton avevano quindici anni, e per quel che è dato constatare s’amarono. Erano entrambi playmaker con le caratteristiche che avrebbero esaltato il primogenito.

La ricerca della paternità è una costante dell’esistenza di Allen. Spike Lee in He got game restituisce tracce biografiche degli Iverson. Una scena in particolare ricorda il rapporto con il padre acquisito Michael Freeman, più volte incriminato per spaccio di droga, motore della sopravvivenza economica in un’area colpita dalla deindustrializzazione e dagli effetti collaterali della Reaganomics. Al playground di Anderson Park trascorsero giornate sull’asfalto in forsennati uno contro uno. A dieci anni Allen comprese quanto la pallacanestro possa essere una questione di libertà, un’espressione artistica con la quale comunicare al mondo la propria essenza. E poi pronunciò la promessa in un colloquio dietro le sbarre: «Indosserò la canotta dei Sixers, la squadra del tuo idolo Julius Erving. Guadagnerò per occuparmi di tutti voi».

Come dentro a un romanzo di Toni Morrison, Allen costringe a non scordare il lato scomodo di una storia negata. Non dismette la propria negritudine. Non resterà mai orfano della propria identità. Il sorriso costruito, il linguaggio, l’acconciatura e l’abbigliamento di Michael Jordan erano ben più rassicuranti; riuscivano a far dimenticare la pelle nera alla middle class americana. Al diciottenne Kobe Bryant i nonni fecero studiare le conferenze stampa di MJ e i Robinson. Quando Iverson ottenne il riconoscimento di miglior esordiente dell’anno, l’Nba non diffuse le immagini della premiazione. All’organizzazione non piacquero la bandana bianca, i jeans larghi e soprattutto quella maglietta nera, dove fece stampare la lista delle vie più malfamate della propria periferia, Bad News Hood Check. La sua esistenza non perde l’autenticità quando il portafogli è gonfio.

Il denaro non è un valore, lo si può solo spendere per chiarire loro quanto sia ridicola la linea di confine che traccia. Lo spiegò a Lee, che lo voleva nel ruolo di protagonista in He got game: «Perdonami, ma non posso. È la prima estate con qualche soldo in tasca. Voglio divertirmi e devo fare qualcosa per Newport “Bad Newz”, where a lot of shit happens». E così scritturarono Ray Allen, l’acerrimo rivale di college. Iverson non si conforma, gli altri devono accostarsi alla sua cultura. Impone il punto di vista oscurato del ghetto, perché come ha scritto Teju Cole nel più puntuale intervento sull’anniversario della marcia: «Selma è uno specchio spaventoso dell’America bianca che fu. Ma diciamolo: che è. Selma oggi è povera, segregata e depressa». A Baltimora nascere in due quartieri che distano tre miglia equivale a una differenza di diciannove anni nell’aspettativa di vita: 84 a Roland Park, 65 a Downtown/Seton Hill. Il medesimo abisso che divide il Giappone dallo Yemen.

Iverson capì che aveva qualcosa di prezioso da preservare, quando in una sola estate vide morire otto amici in seguito a sparatorie. Lo ripeté a tutti che un giorno sarebbe approdato in Nba o Nfl. In lui rivediamo tratti dell’amore disperato per la vita di Gabourey Sidibe nella pellicola Precious. «Non sono uno svantaggiato. Non mi interessa l’assistenza. Vado alla mensa solo insieme a te», l’orgoglio brucia davanti all’insegna School’s Underprivileged Meals Program. Dennis Kozlowski, a lungo capo allenatore della squadra di football della Bethel High School, era preoccupato dalla denutrizione di quel talento imprendibile da salvaguardare, che al basket preferiva il football. Gli comprò divise e vestiti eleganti, che mai indossò: «Coach, li hanno rubati i fidanzati di mia madre». Il 7 giugno 1975 all’Hampton General Hospital, dalla culla sporsero due braccia lunghissime e Ann decise: pochi dubbi, sarà la pallacanestro a salvarci, urlò. Nient’altro che una questione di redenzione. But my hand was made strong/By the ‘and of the Almighty/We forward in this generation/ Triumphantly.

Larry Brown e Iverson s’incontrarono per la prima volta nella palestra dell’Università del Kansas. Durante un allenamento l’allora coach di college prese informazioni sul più esile e tosto in campo. Non scarseggiavano le controindicazioni e gli interrogativi: quali prospettive per un ragazzo che a fatica avrebbe superato il metro e ottanta centimetri di altezza e i settanta chilogrammi di peso? Sarà mai allenabile uno con quel passato? Un bel giocatore da playground, nulla più, dissero. Nell’estate del 1992 qualcuno iniziò a ricredersi. Nel corso della Boo Williams Summer League Iverson salì in cattedra a livello nazionale. «Uscito per raggiunto limite di penalità ho sperato che la partita non finisse al supplementare. Avrei odiato starmene seduto», chiosò. La giovane guardia della Bethel High School venne eletta miglior giocatore della manifestazione e ottenne lo stesso riconoscimento in altri eventi di rilievo. «Nel Paese non esiste un pari età di questa qualità. È fantastico», ammise Williams. «Sapevo di valere queste parole. Mi dicevano di guardare a Mike Evans. No, no, no, io posso raggiungere Mike. Mike Jordan», aggiunJerry Stackhousese AI. Nell’altra selezione finalista spiccò , un altro talento con cui ebbe una complessa convivenza tecnica nei futuri Sixers.

Il 31 luglio David Teel sul Daily Press offrì un resoconto lucido di un’estate di fede assoluta: «Quattro mesi fa abbiamo fatto una figuraccia nel sottovalutare Iverson nelle graduatorie nazionali. È il miglior prospetto dell’ultimo decennio, almeno. Incredibile la sua rapidità. Rende semplici le cose difficili. Fa tutto ciò che il ruolo richiede: un difensore di rottura che sopperisce alla taglia con l’anticipo, implacabile in contropiede e va marcato dai tre punti, salta in modo impressionante. Dovrebbe limitare il trash talking. È incline alla provocazione e ciò potrebbe far riflettere molti coach del college». In difesa, in post basso, minimizza gli svantaggi con la connaturata aggressività sulla palla. I video delle partite di quell’epoca catturano l’istantanea di un’energia vitale e disordinata. L’unico disagio sul campo è la canotta che veste sempre larga. Il numero tre attirò immediatamente la folla. Tawanna è lì senza sapere cosa sarà. A Bethel, dopo aver trascinato al titolo sia la squadra di football sia quella di basket, optò per la palla a spicchi.

L’impegno di sottrarre dai guai Iverson accomunò gli allenatori che l’hanno amato. Kozlowski fu il più esplicito, dopo essere stato allertato dalla polizia. Allen apparve in un video in cui acquistava una dose di sostanza stupefacente per la complessa Ann. «La prossima volta, qualora necessario, manda un tuo amico. Tu hai un sogno da tutelare», scongiurò Koz. Correva il San Valentino 1993, quando tutto sembrò andare in pezzi. «Piccolo negro», provocò il gigante bianco Steve Forrest, già noto alle autorità per possesso di cocaina. Allen pare che non oltrepassò l’invettiva verbale. Per la compagnia invece il passo verso la rissa fu breve. In qualche minuto la sala da bowling perse i propri connotati, divelta con numerosi feriti. Le telecamere non ripresero alcuna azione violenta di AI.

I testimoni del tempo lo definiscono il caso più vorticoso dall’assassinio di Martin Luther King. Con lo spettro dello scontro razziale il clima si avvelenò a Hampton e Newport News, non caratterizzate da uno squilibrio demografico fra neri e bianchi. La comitiva di Forrest proveniva da un distretto benestante e politicamente potente. Cinque giorni dopo essere stato nominato nell’All-American team delle high-school Iverson venne arrestato con cinque capi d’imputazione. Appena rilasciato in attesa del giudizio realizzò 42 punti contro la malcapitata Ferguson. La sorte del gioiello era nella sentenza del giudice Nelson Overton. Il 12 luglio ’93 emise una condanna durissima: cinque anni di reclusione. Stay strong, mormorò Ann. Iniziò a muoversi il reverendo Jesse Jackson. I muri adornati di graffiti: Free Iverson. È stato un detenuto modello. Sveglia alle cinque per fare il pane, poi due ore per tirare a un canestro scassato. Spike Lee gli recapitò i testi di Malcom X, Jordan e Bill Cosby contribuirono alle spese per farlo accedere al programma scolastico della privata Richard Milburn.

L’intrigo si sbrogliò nello studio degli avvocati Woodward e Shuttleworth, inseriti a un alto livello politico. L’attività lobbistica con il governatore della Virginia Doug Wilder produsse gli effetti sperati. Il primo governatore afroamericano negli Stati Uniti si convinse della sussistenza di numerosi dubbi e di un pregiudizio razziale che aveva condizionato il verdetto. La colpevolezza è tutt’altro che evidente, tanto da concedere un atto di clemenza: «Merita l’opportunità di non interrompere la sua formazione». La tutor Sue Lambiotte, personaggio centrale in un periodo delicatissimo, si sentiva morire all’idea che un ragazzo con tale energia mentale e talento artistico vedesse sfumare gli anni migliori in cella come troppi coetanei afroamericani. Nell’anno di studio one-to-one, senza sport, stimolò la sua coscienza critica, ponendo lo sguardo oltre la pallacanestro.

Chi scommetterà sul suo avvenire professionistico con questo fardello? Si domandava Ann. Il messaggio a John Thompson è stato diretto: «Aiuta mio figlio». Il coach, che d’abitudine ha allestito le proprie squadre attorno al pivot, mostrò curiosità per lo stile libero di Iverson, quale possibile centro di gravità della sua Georgetown. La valutazione del rappresentante accademico della prestigiosa università di Washington rese raggiante Lambiotte: «Abbiamo fra le mani un diamante grezzo». L’accesso al college era cosa fatta. Ascoltiamo il commentatore della prima partita Ncaa, trasmessa in diretta televisiva, bacchettare Iverson sulla gestione del ritmo. Neanche il tempo di concludere il concetto, che Allen scagliò nella retina due splendide triple di puro istinto, fuori schema. È sempre all’attacco. Thompson gli diede carta bianca, insegnando però l’arte della pazienza. «Pensate alla sua infanzia. L’ultima cosa di cui necessita è una sovrastruttura, nonostante sia recettivo in allenamento. Ha bisogno di volare. Georgetown correrà per una ragione: Iverson». Fra i due s’instaurò un rapporto paterno destinato a durare oltre il biennio universitario. Intanto, non ancora ventenne, Tawanna mise al mondo la primogenita Tiaura.

Per capire qualcosa di Iverson può essere utile guardare la conferenza stampa d’addio. Il nodo stretto in gola si percepisce in ogni dichiarazione. «Il momento più emozionante della mia carriera è stato la scelta al Draft. La mia non è la terra dell’abbondanza. Avere un’opportunità è tutto». Due anni al college, poi l’uomo di casa avrebbe risolto tutto col primo contratto Nba. Lo anticipò a Freeman in uno dei vari colloqui in carcere. Thompson non aveva perplessità sull’impatto culturale del ragazzino sul gioco al livello superiore. Semmai temeva per le ore lontane dal parquet. Per una volta le tessere del mosaico apparirono in armonia. Ai Sixers si era insediata una nuova proprietà. Pat Croce, figlio della working class arricchitosi intuendo il business del benessere, da fisioterapista dei vip aveva costruito una costellazione di palestre a Philadelphia.

Fra le sue mani passarono i muscoli di Charles Barkley e Julius Erving. Vendette tutto per il 10% della società e salì sul ponte di comando. Nel 1996 le alternative al Draft, appuntamento annuale in cui le squadre possono selezionare atleti perlopiù provenienti dal college, erano sovrabbondanti: fra gli altri si dichiararono eleggibili Steve Nash, Stephon Marbury, Marcus Camby, Ray Allen e Kobe Bryant (tredicesima scelta…). Croce volle però l’altro, quello capace di accendere l’immaginario collettivo della città della Dichiarazione d’Indipendenza. Il risultato dei test psicologici, ai quali Iverson fu sottoposto, è sintetizzabile nelle parole della leggenda Mike Krzyzewski: «Difficile scovarne uno così competitivo. Ha il cuore di un leone».

A Rutherford, nel New Jersey, in una notte di fine giugno il plenipotenziario dirigente dell’Nba David Stern pronunciò la frase: «With the first pick in the 1996 Nba Draft the Philadelphia 76ers select Allen Iverson from Georgetown University». Tre anni di contratto, nove milioni di dollari, baci e abbracci con Ann, Tiaura, per poi andare dietro le quinte dai membri della propria indissolubile comitiva Cru Thick. Il giocatore più basso a diventare la prima scelta ciondolò fino al podio con il cappellino dei Sixers in testa. «I don’t wanna be Michael Jordan, I don’t wanna be Magic, I don’t wanna be Bird or Isaiah. I don’t wanna be any of those guys. When my career is over, I want to look in the mirror and say I did it my way». Con l’era Jordan al tramonto il sistema necessitava di un’altra icona. La serata del Draft al tavolo degli Iverson c’era un solo bianco, che applaudì compassato con un bacio sulla guancia ad Ann. David Falk, deus ex machina dell’industria jordaniana, divenne l’agente, immaginando un altro impero commerciale. Il rapporto culminò con un licenziamento in tronco. A Falk non piacciono i tatuaggi e le treccine da galeotto di Iverson. Anticorporate guy, lo definì. Tentò invano di piazzare il prodotto: niente sponsorizzazioni da McDonald’s, Coca-Cola, Gatorade e affini, che invece sposarono il precedente assistito. Reebok con una sponsorizzazione da 50 milioni di dollari si riposizionò sul mercato delle calzature sportive, all’epoca da 7 miliardi di dollari, controllato al 40% dalla Nike. Un mese dopo la firma della partnership gli investitori riacquistarono fiducia nella multinazionale, che grazie a Iverson intercettò su scala globale il costume della generazione suburbana sedotta dal linguaggio dell’hip-hop. Incise pure un disco rap, parzialmente censurato, col nome d’arte Jewelz.

«Pensa di essere Dio. Non rispetta nessuno, è egoista. Pensa che il campo sia la sua strada, il suo playground, e che possa fare e dire ciò che vuole», sbraitò Rodman. Lui inscalfibile conquistò il titolo di matricola dell’anno. Sceglie di comunicare col mondo anche mediante i tatuaggi con cui disegnò il corpo. Nessuno mai come lui da matricola: cinque gare consecutive sopra i 40 punti. Le sue giocate bizzarre, eccentriche, avventurose, che i commentatori della notte del Draft catalogarono quali debolezze del suo bagaglio, fanno tuttora impazzire l’America. The emotion of his game is a talent. Ai biografi la guardia del corpo narra di non averlo mai visto martoriarsi con infinite sedute di tiro. Il lavoro era cerebrale. Per dirla con Isaiah Thomas, che un po’ gli assomigliava: «L’aspetto più interessante del gioco è l’opportunità di esibire la propria creatività». I media s’accapigliarono sulla rottura col modello Jordan. L’equilibrio fra l’asfalto di Newport, terra natale anche di Ella Fitzgerald, e i valori della middle class da ossequiare è complesso.

Philly non era una squadra vincente (22 successi in 82 gare). Al secondo anno Croce rincorse un guru della panchina. Pitino pretese solo Boston. Jackson non lasciò Jordan. E infine bussò alla porta di Larry Brown, passionale e umorale quanto la stella con cui avrebbe dovuto convivere. Un maestro della vecchia scuola, che ha considerato a lungo Iverson un atleta straordinario, non un cestista. «Allen è una guardia. Non ha la mentalità del regista. Sembriamo un gruppo assemblato per una lega estiva in onda su Mtv. Non ci comportiamo da squadra», Brown, playmaker educato con la disciplina ferrea di Frank McGuire a North Carolina, lava in pubblico i panni sporchi. Dopo le nottate nei club, al casinò o in feste albeggianti, a ogni allenamento saltato, Croce deve ricomporre una frattura culturale e tecnica. Quest’ultima si rimarginò innanzitutto con la cessione di Stackhouse e l’arrivo di Ratliff e Mckie. Per l’altra ci volle più tempo. Sgravato dai compiti di regista, col supporto di Eric Snow, imperversò: ha chiuso la carriera con quattro titoli da miglior marcatore a 26.7 punti di media (722 partite, 28.879 minuti, 27.6 punti di media eguagliando record Sixers detenuto da Chamberlain). A Philadelphia hanno vinto campionati con Chamberlain ed Erving, ma il coraggio e l’onestà di Iverson sono entrate sottopelle. Il primo marzo 2014 la cerimonia per il ritiro della sua canotta è stata da brividi: «Ti amo Philadelphia per avermi accettato e per aver abbracciato i miei errori dai quali ho imparato. Anche alla fine dei miei giorni Philly resterà la mia casa».

Questa la premessa del conflitto con Brown: «Crede di potermi trattare come fosse un secondino bianco e io il carcerato». Un pensiero insopportabile per un liberale progressista qual è il coach di Brooklyn. Iverson sognò la sua sostituzione con Thompson da Georgetown. Dall’incomunicabilità è nata un’amicizia profonda, che commuove. Due solitudini che trovarono pace. In fondo ad accomunarli c’è la precoce assenza paterna. Impararono a fidarsi l’uno dell’altro. Larry stima Allen perché in campo non ha mai alzato bandiera bianca. Lui maturò senza snaturarsi. «Oggi in aeroporto mi riconoscono come l’allenatore di Iverson. Durante i 48 minuti lottava su ogni possesso. L’ho amato per questo. Nelle difficoltà non ha mai abbandonato i propri compagni, dando tutto per la vittoria. A volte non lo faceva nel modo giusto. Ma non ci sarà più nessuno come lui: the greatest competitor». È così, lui danza anche sul dolore: «Spesso non ho interpretato la sua idea di pallacanestro, tuttavia ha intuito e colto il mio amore per il gioco. The greatest coach to me, in my heart».

Riassumere in una partita la carriera Nba di Iverson non è una scorciatoia comoda. Dopo cocenti eliminazioni dai playoff per mano degli Indiana Pacers di Reggie Miller, nel 2000 i Sixers assecondarono le esigenze del proprio allenatore. Iverson lo seguiva. Avevano un’anima difensiva e fondamentali di squadra. Inaugurarono la stagione con dieci vittorie consecutive. Anche stavolta però le tensioni non mancarono. Trentasette punti di Nowitzki, l’angelo biondo di Dallas, rischiarono di far saltare il banco. Brown minacciò le dimissioni dopo un confronto pesante nello spogliatoio. L’ennesima mediazione di Croce ricucì lo strappo. I Sixers archiviarono al primo posto la stagione regolare (56 vittorie, 26 sconfitte) e ricevettero tutti gli allori: Iverson miglior giocatore dell’anno, Brown coach of the year, Mckie miglior sesto uomo e Mutombo defensive player of the year. In una notte playoff meravigliosa contro i Raptors di Vince Carter segnò 54 punti. Gli chiesero da dove avesse tratto l’energia: «Dalla povertà, dalla vita». In finale di conference con la schiena a pezzi, disobbedendo ai medici, castigò i Bucks di Ray Allen con il suo show on the stage: 46 punti in gara 6, 44 in quella senza ritorno per ottenere il traguardo intermedio.
Poi arrivò la partita.

I Lakers, che non perdevano da sessantasette giorni, rappresentavano l’ultimo ostacolo frapposto al titolo. Tutti pronosticarono un avverso 4-0. In gara uno allo Staples Center di Los Angeles andò in scena la personale resistenza di Iverson, perché là dentro c’era la sua terra promessa. L’avvio appare il preludio alla cavalcata losangelina. Fox è tarantolato. Il leader dei Sixers non trova la giusta distanza (0/6 al tiro), poi infila 38 punti in 29 minuti per un vantaggio insperato, 70-58. Guarda negli occhi il parterre dei ricchi, sorride e applaude. Le staffette difensive di Phil Jackson non funzionano. La leggenda s’aggrappa alla montagna Shaquille O’Neal (41 punti, 19 rimbalzi) per la rimonta. Tyronn Lue approfitta del fisiologico appannamento di Iverson (3 punti in 15′), sistematicamente raddoppiato. Si restringe lo spazio del volo, ma gli scudieri Mckie e Snow lo sorreggono. Col quinto fallo di Mutombo e il pareggio di Bryant è un giorno da rifare, 92-92. Il tempo è supplementare. È buio pesto, 92-99, quando Raja Bell inventa il piede perno di Dio.

È il momento del vogliamo tutto per Iverson (35.6 punti di media nelle cinque serate finali). Ottima apertura della transizione sul lato che concretizza con un viaggio in lunetta. Un pugno tenue sul cuore celebra una tripla in contropiede. Infine dall’angolo più stretto: partenza incrociata, passo indietro con palleggio in mezzo alle gambe e tiro in sospensione; Lue è giù per terra come i Lakers, 107-101 dts. Il composto ed elegante Larry Brown non ci sta più dentro ai confini dell’area tecnica. Gli altri si laureano campioni, ma di questa storia si ricorda soltanto la prima virgola.

Al Tribeca ha riscosso consensi un bel documentario biografico, Iverson, che è stato trasmesso in prime time da Showtime Sports, perché il personaggio parla ancora dei sogni e delle paure americane. Dall’apice del 2001 la discesa è stata abbastanza repentina. Uccisero il più caro degli amici della Cru Thick al culmine di una lite banale a Newport; la costante degli infortuni da cui rimbalzava; i problemi con la giustizia mediatizzata; l’abuso di alcool; il divorzio da Tawanna; la dissipazione del patrimonio economico. Il passo d’addio ufficiale alla pallacanestro lo raffigura come una tragedia. Oggi però fuori splende un bel sole e in qualche playground, in una qualunque periferia del mondo, c’è qualcuno che prova a far volare con la sua canotta la propria risposta alla domanda di senso più alta.

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Lo scorso 27 aprile, mentre Teju Cole, Rachel Kushner e altri scrittori ritiravano la propria partecipazione dal galà del PEN in seguito alla decisione del comitato di assegnare il Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, in un’altra parte della galassia, e con molto meno clamore, io perdevo una collaborazione di lavoro con una testata per aver manifestato tramite un tweet la mia perplessità nei confronti degli insulti che questi scrittori stavano ricevendo: è una circostanza strana quella di dileggiare la libertà di opinione altrui quando lo si fa per difendere la libertà di opinione di chi nell’esercizio di questa pratica è morto.

Ora, un direttore ha il diritto di selezionare e scartare ogni collaboratore nella maniera che preferisce o per le ragioni che ritiene più opportune, anche per un tweet di cui non condivide il contenuto. Il collaboratore, dalla sua, ha la facoltà di raccontare la propria esperienza, soprattutto se questa svela alcuni meccanismi che ritiene di interesse comune.

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di Claudia Durastanti

Lo scorso 27 aprile, mentre Teju Cole, Rachel Kushner e altri scrittori ritiravano la propria partecipazione dal galà del PEN in seguito alla decisione del comitato di assegnare il Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, in un’altra parte della galassia, e con molto meno clamore, io perdevo una collaborazione di lavoro con una testata per aver manifestato tramite un tweet la mia perplessità nei confronti degli insulti che questi scrittori stavano ricevendo: è una circostanza strana quella di dileggiare la libertà di opinione altrui quando lo si fa per difendere la libertà di opinione di chi nell’esercizio di questa pratica è morto.

Ora, un direttore ha il diritto di selezionare e scartare ogni collaboratore nella maniera che preferisce o per le ragioni che ritiene più opportune, anche per un tweet di cui non condivide il contenuto. Il collaboratore, dalla sua, ha la facoltà di raccontare la propria esperienza, soprattutto se questa svela alcuni meccanismi che ritiene di interesse comune.

Quello che vorrei fare è analizzare questo episodio non per erigermi a paladina della libertà di opinione, battaglia che non posso permettermi e che troverei fuori proporzione. Credo, tuttavia, che sia rivelatorio di una serie di fragilità a cui chi fa il mio mestiere si ritrova esposto, soprattutto se è molto presente sui social network.

Quello che mi lascia perplessa non è la conclusione di un rapporto che non posso definire neanche di lavoro. In un contesto editoriale in cui incarichi, regole e compensi sono spesso informali, la mia presenza su quella rivista era una “consuetudine”: a loro piacevano i miei articoli, a me piaceva scriverci.

Prima o poi poteva finire: il giornalismo è un ambiente promiscuo e pur divertendomi su quelle pagine, mi era chiara la natura transitoria del mio passaggio, se non altro per ragioni di banale turnover. Forse nel lungo periodo ci saremmo sentiti a disagio entrambi, forse i miei pezzi sarebbero risultati sempre più stanchi e insoddisfacenti.

Non ho mai pensato che scrivere per questa rivista implicasse il mio allineamento ideologico, tanto più che la linea editoriale era spesso agli antipodi del mio pensiero politico e sociologico. Ciò non ha impedito che scrivessi gli articoli che volevo e non ho mai subito censure. Per questo è disorientante che la libertà di cui godevo nei miei pezzi – per farla breve in quello per cui venivo pagata – fosse una libertà sconveniente fuori, nel mondo di Twitter, in una sfera che non era sotto la giurisdizione della testata, non era definita da un rapporto economico ed esulava dalla conversazione direttore-collaboratore.

Sul mio profilo Twitter non c’è scritto «views are my own»: uno perché la dicitura mi fa sorridere, due perché non ritengo che sia sufficiente a proteggermi. Può avere senso per un editorialista forte, legato da un contratto formale a una testata che ha interesse a limitare il suo raggio di azione o ad affrancarsi dalle sue opinioni, ma questo non era chiaramente il mio caso. Né per fama, né per situazione contrattuale (non mi veniva corrisposto un compenso per rappresentare la testata online, ma per recensire libri): io ero, come tanti altri collaboratori, una consuetudine.

La domanda è: sapendo a cosa sarei andata incontro avrei detto lo stesso la mia sulla decisione del PEN? La risposta onesta è no. Me lo sarei risparmiato. Avrei tutelato una fonte di reddito, l’avrei protetta; vivo in uno stato di necessità e devo difendermi. Se le regole fossero state chiare, mi sarei comportata di conseguenza. È una questione di responsabilità: vorrei essere sempre padrona delle mie scelte, sapere cosa rischio e cosa no. Ma come si tutela un collaboratore quando il contesto è opaco e le informazioni di cui dispone sono poche?

In uno scenario editoriale in cui le risorse sono limitate, allocate secondo una vasta gamma di criteri che vanno dal talento al merito, dal favore alla precettazione, senza che la nostra lettura del sistema sia univoca, senza che sia possibile trarne delle regole, il fatto di aver collaborato con una delle poche testate che paga regolarmente ha una discreta influenza sul modo in cui questo episodio viene assimilato e affrontato. Introduce un elemento di condizionamento – quello del compenso in uno scenario competitivo – che mi impedisce di rinnegare quel luogo, quel modo di fare giornalismo, perché per un anno me ne sono servita. Ed è anche per questo che vorrei si evitasse di strumentalizzare la questione come una guerra tra due schemi ideologici e professionali opposti, perché non lo è, o non del tutto.

La mia sensazione, a giorni da quanto accaduto, è che siamo tutti più deboli e scoperti di quanto ci piaccia pensare.

Parlando con i miei colleghi, ho riscontrato reazioni tutte a loro modo interessanti: solidarietà, raccapriccio, ironia, disagio per la propria vicinanza alla sottoscritta, timore di dover fare gesti eroici al seguito, coraggio, ilarità pura, indignazione, incredulità, inviti a lasciar perdere, «quel direttore deve essere punito», «quel direttore deve essere lasciato in pace», «quel direttore ti fa trovare la testa di cavallo nel letto», «quel direttore può fare quello che gli pare», conversazioni che nel più cupo dei casi ricordavano le macchinazioni di House of Cards e nel migliore quelle dell’Ordine della Fenice per far fuori Voldemort. Finché non ho capito che la storia non era quella.

La storia è che viviamo in un momento professionale in cui non ci sentiamo abbastanza forti o convinti da difendere un’idea o un principio per i quali cui abbiamo iniziato a fare questo mestiere – o quantomeno molti di noi lo hanno fatto – il che aumenta la consapevolezza di quanto sia ironico difendere la libertà di opinione di Charlie Hebdo quando siamo sottoposti a una serie di condizionamenti o di paure molto più immediati e di rifiuti per l’opinione altrui molto più epidermici e istintivi.

Cerco di non di ridurre la questione a me, a questa testata particolare e al suo direttore.

Penso che sarebbe in qualche modo inopportuno se andasse così, e avrei parzialmente fallito gli intenti di questo articolo, o come vogliamo chiamarlo.

E quindi? E quindi quella rivista andrà avanti secondo la linea editoriale che il direttore ritiene più consona, nella sezione culturale continueranno a scrivere firme che stimo e io continuerò a collaborare con altri giornali.

Restano però delle domande, che fino a qualche giorno fa non mi ponevo.

Nell’ovvia asimmetria di potere tra direttore e collaboratore, in un contesto arbitrario e opaco che espone un giornalista a una fragilità estensiva, fino a che punto il collaboratore deve essere responsabile delle proprie opinioni? Qual è il limite del suo raggio di azione, del campo in cui ci si aspetta che tale collaboratore sia questa cosa o quest’altra cosa ancora?

Per citare Conrad che non sapeva come spiegare alla moglie che anche mentre guardava dalla finestra stava lavorando, come facciamo a dimostrare che quando stiamo su Twitter o Facebook NON stiamo lavorando? E questo è sempre vero? Come si regolano dinamiche del genere?

Il tuo comportamento in rete fa sì che tu possa essere selezionato ed espulso dal sistema dell’informazione. È la stampa bellezza, e questa storia non è la mia perdita dell’innocenza: quella, se avessi voluto preservarla, avrei fatto un altro mestiere. Ma è sicuramente una storia che mi spingerà a essere più cinica e calcolatrice, quando credevo di esserlo diventata già abbastanza; un episodio che affligge il residuo marginale di ideale con cui affronto la pratica giornalistica, seppure in maniera informale.

E, soprattutto, è una storia che mi spinge a pensare che io Twitter devo continuare a usarlo per postare le foto dei posti fichi in cui sono stata e dei libri interessanti che ho letto.

Nel dirlo mi rendo conto di aver perso qualcosa.

Spero di non metterci anni a capire cos’è, e di non deprimermi troppo nel frattempo, nella consapevolezza che fa parte del gioco e posso accettarlo.

Prima, però, devo capire che si tratta di un gioco.

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Padri e figli: su “Guarigione” di Cristiano de Majo https://minimaetmoralia.it/libri/guarigione-cristiano-de-majo/ https://minimaetmoralia.it/libri/guarigione-cristiano-de-majo/#comments Sun, 10 May 2015 06:25:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26385 Questo articolo è apparso in forma ridotta su L’Indice di aprile 2015.

C’è una frase di Fortini che mi tornava in mente leggendo Guarigione di Cristiano de Majo: “la sola storia che conti davvero, la sola veramente traumatica è quella cui dobbiamo la nostra nascita”. Mi sono sempre piaciuti quei libri in cui il narratore è mosso da una, più o meno esplicita, volontà di sapere cos’era il mondo prima di lui. Cosa, in particolare, ha reso possibile quello stesso soggetto che ora si interroga sulla propria origine. Cosmogonie private ben diverse dall’autobiografia: sono storie, cioè, in cui lo sguardo rivolto alla traumatica “eternità fatta di tenebra” che precede la nascita è attraversato da un desiderio che ha l’urgenza e l’onestà di cui parla Fortini. Ma è anche uno sguardo che, come l’osservatore del gatto di Schrödinger, ha il potere di cambiare la natura dell’oggetto scrutato. Quel particolare passato, proprio perché traumatico, non potrà che, allo stesso tempo, essere e non essere reale, sempre immanente e sempre perduto. Questa presa in carico del rischio vale anche per il libro di de Majo, per quanto Guarigione racconti esattamente l’opposto: ciò che vediamo qui non è la nostra nascita (cioè quella del narratore), ma la loro, quella dei figli.

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Cristiano de Majo Guarigione

Questo articolo è apparso in forma ridotta su L’Indice di aprile 2015.

C’è una frase di Fortini che mi tornava in mente leggendo Guarigione di Cristiano de Majo: “la sola storia che conti davvero, la sola veramente traumatica è quella cui dobbiamo la nostra nascita”. Mi sono sempre piaciuti quei libri in cui il narratore è mosso da una, più o meno esplicita, volontà di sapere cos’era il mondo prima di lui. Cosa, in particolare, ha reso possibile quello stesso soggetto che ora si interroga sulla propria origine. Cosmogonie private ben diverse dall’autobiografia: sono storie, cioè, in cui lo sguardo rivolto alla traumatica “eternità fatta di tenebra” che precede la nascita è attraversato da un desiderio che ha l’urgenza e l’onestà di cui parla Fortini. Ma è anche uno sguardo che, come l’osservatore del gatto di Schrödinger, ha il potere di cambiare la natura dell’oggetto scrutato. Quel particolare passato, proprio perché traumatico, non potrà che, allo stesso tempo, essere e non essere reale, sempre immanente e sempre perduto. Questa presa in carico del rischio vale anche per il libro di de Majo, per quanto Guarigione racconti esattamente l’opposto: ciò che vediamo qui non è la nostra nascita (cioè quella del narratore), ma la loro, quella dei figli.

Ho letto Guarigione questo inverno, in mezzo a un complicato trasloco. Complicato, va detto, solo per la mia pigrizia: non è che, materialmente, ci fosse molta roba da trasportare. Smantellando la stanza in cui abitavo in una casa con altri due coinquilini – come un fuorisede decisamente fuori tempo massimo, a sentire la mia ragazza laureata alla Facoltà delle Brutali Verità – mi rendevo conto con lovecraftiano orrore di possedere quasi soltanto libri. Quando erano entrati tutti quei libri nella mia vita? Come avevano fatto? E che me ne facevo adesso? Mentre li mettevo negli scatoloni, però, prendevo coscienza anche di un’altra cosa. Che c’era ben poco d’altro che mi interessasse portare nella casa nuova (sempre in affitto, ma questa volta tutta per me): c’era ben poco d’altro letteralmente.

Guarigione è il resoconto di una manciata di anni della vita di de Majo: all’epoca poco più che trentenne, Cristiano non aveva mai nutrito particolari desideri di paternità, ma la remissione di un tumore al testicolo lo convince a cercare un figlio con la compagna  – “era lo scampato pericolo di non riuscire a essere padre che mi fece venire voglia di avere un figlio, o qualcosa che aveva a che fare la naturale evoluzione di un rapporto, o ancora la fatica spesso insopportabile di essere sempre e soltanto figlio?” Nascono due gemelli. Gemelli, ma non identici: uno dei due è affetto da una malattia che rende chi ne soffre particolarmente vulnerabile a qualsiasi lesione cutanea e che nei casi più gravi costringe i bambini a una vita durissima, coperti di piaghe e bende protettive. L’esatta diagnosi della malattia e il suo decorso verso un’eventuale guarigione, o almeno un’attenuazione, occupa i primi anni di vita del piccolo e tutto il libro.

Mentre, nella casa nuova, sfasciavo i libri dalle loro culle di cartone mi chiedevo se davvero erano quelli gli unici beni che ero riuscito a mettere insieme in questi anni. Li posavo a terra, impilandoli in colonnine alte più o meno un metro, contro i muri. Non avevo ancora comprato delle librerie.

Sempre più sconfortato (non ne sarei mai venuto a capo), intimamente rassegnato a vivere in quella condizione precaria per mesi e mesi (e già me la stavo facendo piacere: “In fondo non stanno male, i libri così. Certo, non è il massimo della comodità, però, dài, hai un che di hipster-chic…”), mi capita tra le mani il grosso tomo dei Saggi di Montaigne. C’è un saggio, quello in cui racconta dei suoi calcoli renali, in cui Montaigne si stupisce di come certe malattie si trasmettano di padre in figlio. Anche suo padre, infatti, soffriva del “mal di pietra”: “dove covava da tanto tempo la predisposizione a questo difetto? Così nascosto che quarantacinque anni dopo io abbia cominciato a risentirne? solo, fino a questo momento, tra tanti fratelli e sorelle, tutti d’una madre. Chi mi spieghera questo processo, gli presterò fede per quanti altri prodigi vorrà”.

Che cos’è Guarigione? Non è un romanzo, privo com’è di elementi finzionali, né quindi autofiction. Non è un memoir: per quanto sia anche il memoriale di una malattia non è quello il cuore del libro, tanto meno innesca quei meccanismi ricattatori tipici della memorialistica del genere. Guarigione non è un saggio in senso stretto – o almeno nel senso che comunemente si dà a questa parola oggi, cioè l’esposizione e la dimostrazione di una tesi.

Guarigione è un libro pieno di cose, aneddoti, temi, incrociati col passo divagante e inquieto di chi mette alla prova i propri ragionamenti. Le ascendenze più immediate sono evidenti: Sebald, Sontag, Teju Cole, Philip Forest, ma soprattutto Carrère e Joan Didion, una  genealogia esplicitata dal testo stesso nelle tante pagine di riflessione dedicata a questi autori. Se non ricordo male, però, Montaigne non viene mai citato direttamente. Eppure Guarigione, come gli Essais, si sarebbe potuto aprire con l’avvertenza che “Questo, lettore, è un libro sincero”: anche qui si tratta di lasciare un ritratto il più possibile onesto di sé a disposizione di amici e famigliari. La sincerità è decisiva dal momento che il libro è la risposta alla “responabilità di dare ai miei figli un passato. L’onere di costruire per loro una storia che fosse il più possibile priva di omissioni”.

Quasi ogni pagina di de Majo sembra chiedersi se sarà all’altezza di un tale compito: trasmettere un ritratto assolutamente sincero dei gemelli e di se stesso, del suo amore per i figli, delle sue debolezze anche, paure e piccinerie. “Mi chiedo quanto sia diverso [rispetto alla fotografia], invece, fissare il presente con la scrittura, annotando su un diario le cose da non dimenticare. È in fondo quello che avrei voluto i miei genitori facessero con me: mi sarebbe piaciuto leggere da grande quello che sono stato – o come sono stato visto – da piccolo, mi sarebbe piaciuto che i primi mesi della mia vita non fossero del tutto scomparsi”. Invece di dare un futuro, ai figli si dà un passato, una storia che però è costruita – e quindi comunque con qualche fessura in cui si inserisce la finzione, l’omissione, anche solo il falso ricordo: fessure aperte dal proprio desiderio, inappagato, per un passato che a noi non hanno tramandato.

Ecco perché Guarigione è un libro ossessionato dalle tracce, dai segni (sulla pelle), da lasciti, orme e impronte: e quindi dalla scrittura, quella altrui (e un libro pieno di altri libri, di citazioni, autori, letture) e la propria (domande sul senso di ciò che si sta facendo, ma anche sul proprio ruolo di scrittore e intellettuale).

Forse allora il vero tema di Guarigione è quello dell’idea di trasmissione: della vita e dei segni. In fondo il padre non passa al figlio esattamente dell’informazione in forma di dna? (Scrive Montaigne: “Che prodigio è mai questo, che la goccia di seme da cui siamo prodotti porti in sé le tracce non solo della forma corporea, ma dei pensieri e delle inclinazioni dei nostri padri? questa goccia d’acqua, dove mai può albergare quell’infinito numero di forme?”)

La trasmissione dell’esperienza, invece, è ciò che chiamiamo cultura. A un certo punto, durante un viaggio, a de Majo capita in mano una guida che consiglia “di perdersi”: “Va da sé che nessuno potrebbe mai perdersi con una Lonely Planet in mano, ma l’importante non è perdersi, è avere la sensazione di perdersi”. Quella che vive il turista che cerca “il gusto dell’esotico” è un’esperienza inautentica perché di seconda mano, stereotipata, ma d’altro canto siamo troppo smaliziati (disincantati) per credere davvero che ci possa essere un’esperienza autenticamente originale, non mediata dal linguaggio. Temi non nuovi, d’accordo, ma mi sembra che qui la posta in gioco non sia tanto quella di conquistare chissà quale summa teorica, quanto di far passeggiare il pensiero secondo un certo ritmo, una certa cadenza – insomma, uno stile. Un passo in grado di scartare sia i malinconici cantori della “fine dell’esperienza”, sia chi diagnostica l’assenza del trauma nella narrativa di oggi. Del resto una storia “veramente traumatica” ce l’abbiamo tutti.

Guarigione è il diario di tante malattie, tante crisi: del padre, della rappresentazione. Del romanziere insofferente ai vincoli della finzione. Dell’intellettuale perennemente roso dal dubbio che dovrebbe trovarsi “un lavoro vero” e badare al sostentamento dei figli invece di continuare a scrivere articoli, libri e saggi che, nei momenti bui, gli sembrano le velleità narcisistiche di autoaffermazione buone per adolescenti con tanto tempo libero.

Un po’ come me, pensavo. Mentre finivo il libro di de Majo e sollevavo lo sguardo in questa casa semivuota, abitata solo da colonne di libri che mai come allora sentivo inutili, un fardello narcisistico, capivo anche un’altra cosa. Che Guarigione mi costringeva a fare i conti con una ferita, no: con un fastidio simile a una pietruzza che ti gira dentro e che lentamente cresce. Ci sono dei passaggi nel libro di de Majo – non pochi – che mi provocavano fitte di riconoscimento. E poi ci sono momenti, sempre di riconoscimento, ma, per così dire, più simili al dolore di un arto fantasma. Formicolii su una gamba, un braccio che non si possiede più. O, come nel mio caso, che non si è mai posseduti. Nonostante le somiglianze tra me e lui che sentivo e sapevo (stessa età più o meno, stessi interessi, stesso investimento in una certa idea “seria” di letteratura), c’era una differenza fondamentale. Io non ho figli. Quella che sentivo, nei confronti dell’amore straripante di un padre verso i suoi figli, era, ecco, una cosa che non so come definire se non come invidia.

Quella che racconta de Majo non è l’ansia dell’influenza (dei padri) ma l’ansia dell’ininfluenza sui figli, la paura che quella linea di trasmissione sia interrotta. Che un certo vecchio mondo sia finito. Ma non c’è nessuna concessione allo sconforto, alla nostalgia, nessun ripiegamento: la scrittura del libro stesso diventa la dimostrazione che la fine dei vecchi regimi (dei vecchi generi, l’usurarsi delle abitudini, l’imporsi di nuove forme della vita) è, in fondo, un’altra forma di guarigione. L’apocalisse è già avvenuta ma non è stata la fine del mondo, mettiamoci l’anima in pace. Magari falliremo, ma troveremo il modo di vivere e trasmettere la nostra esperienza ai figli anche in questo nuovo, terribile, interessante mondo.

Insomma, forse avevo capito che era tempo di montare le librerie, sistemare i libri, i mobili, gli affetti, gli amori. E poi tutto il resto ancora.

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Gli scrittori del PEN si dividono sul Premio a Charlie Hebdo https://minimaetmoralia.it/interventi/gli-scrittori-del-pen-si-dividono-sul-premio-a-charlie-hebdo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/gli-scrittori-del-pen-si-dividono-sul-premio-a-charlie-hebdo/#comments Tue, 28 Apr 2015 16:03:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26469 “Respingere il veto degli assassini”, così è intitolato l’intervento con cui il PEN AMERICA, il club internazionale degli scrittori fondato nel 1922, motiva la scelta di affidare il PEN/Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese che il 7 gennaio scorso ha subito l'attacco terrorista costato la vita a 12 persone. «Poche persone sono disposte a mettere in pericolo la propria vita per un mondo in cui ciascuno di noi può dire quello in cui crede. Avendo deciso di continuare le pubblicazioni dopo la strage di gennaio e l’attentato incendiario del 2011, la redazione di Charlie Hebdo ha preso quella strada», si legge nella motivazione.

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648x415_strasbourg-le-14-janvier-2015-vente-du-journal-satirique-charlie-hebdo-les-kiosques-devalises-en(Fonte immagine)

“Respingere il veto degli assassini”, così è intitolato l’intervento con cui il PEN AMERICA, il club internazionale degli scrittori fondato nel 1922, motiva la scelta di affidare il PEN/Toni and James C. Goodale Freedom of Expression Courage Award per il 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, il settimanale satirico francese che il 7 gennaio scorso ha subito l’attacco terrorista costato la vita a 12 persone. «Poche persone sono disposte a mettere in pericolo la propria vita per un mondo in cui ciascuno di noi può dire quello in cui crede. Avendo deciso di continuare le pubblicazioni dopo la strage di gennaio e l’attentato incendiario del 2011, la redazione di Charlie Hebdo ha preso quella strada», si legge nella motivazione.

La cerimonia si terrà il prossimo 5 maggio al Museo di Storia naturale di New York. Ottocento le persone invitate, ma sei scrittori membri del club hanno comunicato in largo anticipo la loro assenza. Peter Carey, Teju Cole, Rachel Kushner, Tayje Selasi, Michael Ondaatje e Francine Prose hanno manifestato il loro dissenso con la scelta del gruppo dirigente del PEN.

Teju Cole, l’autore di «Città aperta» e «Ogni giorno è per il ladro», ha spiegato la sua scelta in una lettera pubblicata dalla rivista online «The Intercept». Scrive Cole: «Sono un fondamentalista della libertà di parola, ma non credo che celebrare Charlie Hebdo equivalga a fare un buon uso della nostra testa o dei nostri impegni morali. L’affaire Rushdie era una questione molto diversa, tanto quanto lo è la blasfemia dal razzismo. Sono con Rushdie al 100%, ma non voglio stare in una stanza per tifare Charlie Hebdo». E ancora: «Avrei preferito premiare gli studenti kenioti, ammazzati solo perché studenti universitari, o – se parliamo di libertà di parola – che il PEN facesse luce sul tema dello spionaggio governativo negli Stati Uniti, o sulla questione più generale della sorveglianza».

Francine Prose («Odissea siciliana» e «Anne Frank. La voce della Shoah»), ex presidente del PEN American, intervistata dalla AP: «Sono favorevole alla libertà di parola senza limiti, e condanno l’attentato di gennaio, ma dare un premio significa ammirare e rispettare il lavoro dei premiati. E non riuscivo a immaginare di trovarmi nel pubblico quando ci sarebbe stata una standig ovation per Charlie Hebdo». Rachel Kushner («I Lanciafiamme») ha detto di aver voluto così dimostrare la sua opposizione «all’intolleranza culturale del giornale» e alla sua promozione di una «forma di visione secolare forzata»

Nell’intervento che annuncia il premio, l’associazione dice di «rendersi conto della complessità di questi problemi […] Saremmo dispiaciuti di non incontrare coloro che hanno rinunciato al gala, ma li rispettiamo per le loro convinzioni». Picchia più duro Salman Rusdhie, ex presidente del Pen, in un tweet: «Sei fighette, sei Autori in Cerca di un Personaggio», ammiccando a Pirandello.

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I dissidenti di Jonathan Lethem https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-dissidenti-di-jonathan-lethem/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-dissidenti-di-jonathan-lethem/#comments Tue, 25 Nov 2014 15:03:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24465 di Francesco Guglieri

Ci sono scrittori che usano il mondo come se fosse il loro quartiere. Sono quelli che scrivono romanzi monstre, ibridi narrativi pieni di paesi stranieri e personaggi dalle lingue sconosciute: alcuni (penso, ad esempio, a scrittori come Teju Cole, Taiye Selasi, Helen Oyeyemi o Zadie Smith: autori di cui è addirittura difficile ricordare la nazionalità in prima battuta) riescono a evitare l'indigesto pappone fusion, altri no. Poi ci sono gli scrittori che usano il loro quartiere come se fosse il mondo. Jonathan Lethem appartiene a questa seconda categoria. Non è un giudizio di valore, o un'accusa di provincialismo: è esattamente il contrario. Nei loro libri, all'"orizzontalità" geografica dei romanzi globali, contrappongono la verticalità – anche temporale – di uno sguardo sempre posizionato, l'irriducibilità di un corpo interrogante e inquieto. È quello che fa Lethem in questo I giardini dei dissidenti (Dissident Gardens, pubblicato negli Stati Uniti nel 2013), scrivendo un romanzo che è un carotaggio politico e sentimentale, intimo e collettivo, "personale e politico" come si diceva, di un intero mondo, grandiosa controstoria del secolo americano visto da un quartiere della grande mela.

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Jonathan-LethemQuesto articolo è uscito su L’Indice dei libri del mese di giugno. (Fonte immagine)

di Francesco Guglieri

Ci sono scrittori che usano il mondo come se fosse il loro quartiere. Sono quelli che scrivono romanzi monstre, ibridi narrativi pieni di paesi stranieri e personaggi dalle lingue sconosciute: alcuni (penso, ad esempio, a scrittori come Teju Cole, Taiye Selasi, Helen Oyeyemi o Zadie Smith: autori di cui è addirittura difficile ricordare la nazionalità in prima battuta) riescono a evitare l’indigesto pappone fusion, altri no. Poi ci sono gli scrittori che usano il loro quartiere come se fosse il mondo. Jonathan Lethem appartiene a questa seconda categoria. Non è un giudizio di valore, o un’accusa di provincialismo: è esattamente il contrario. Nei loro libri, all'”orizzontalità” geografica dei romanzi globali, contrappongono la verticalità – anche temporale – di uno sguardo sempre posizionato, l’irriducibilità di un corpo interrogante e inquieto. È quello che fa Lethem in questo I giardini dei dissidenti (Dissident Gardens, pubblicato negli Stati Uniti nel 2013), scrivendo un romanzo che è un carotaggio politico e sentimentale, intimo e collettivo, “personale e politico” come si diceva, di un intero mondo, grandiosa controstoria del secolo americano visto da un quartiere della grande mela.

Il romanzo inizia nel soggiorno di Rose Zimmer, la “regina rossa” di Sunnyside Gardens, Queens, New York, militante comunista, ebrea, di mezza età, madre sola di Miriam, ma anche donna fortissima, innervata dall’acciaio della convinzione e della fedeltà all’utopia rivoluzionaria a cui ha dedicato la vita. Quel giorno del 1955 si è riunita in casa sua una commissione del Partito per “la consuetudine comunista, il rito comunista: il processo in soggiorno, i rispettabili linciatori che approfittano della tua ospitalità mentre lanciano qualche granata della linea del partito sul tuo impegno, che sollevano un coltellino per spalmare il burro su un toast e lo usano en passant per tagliarti fuori da ciò cui hai dedicato la vita”. L’accusa, quella con cui la espelleranno dal Partito, è quella di aver avuto una relazione con Douglas Lookins, un poliziotto di colore: “negli anni trenta lei era stata quella che i seguito i persecutori dei Rossi avrebbero chiamato un’antifascista prematura. E adesso? Un’egualitaria troppo voluttuosa”. Dalla relazione nascerà Cicero, un altro dei personaggi principali del romanzo, e uno dei più belli e sofferenti: omosessuale, di colore, obeso, intellettuale inquieto. Come se non ci fosse una sua caratteristica che non fosse strabordante, impossibile da inquadrare. Poi il testimone passerà a Miriam, la figlia di Rose, nervosa, disordinata, destinata a perdersi nelle nebbie alcoliche e tossiche degli anni della contestazione hippie. Una versione meno arrabbiata di Merry, la figlia dello “Svedese” in Pastorale americana, che lascerà presto orfano l’ultimo testimone della famiglia, Sergius a cui è affidato il compito di chiudere il romanzo, arrivati ormai al presente obamiano e alle proteste di Occupy Wall Street: un dissidente eterno definitivamente solo “una cellula formata da un’unica persona, palpitante come un cuore”.

Con I giardini dei dissidenti, Lethem ha scritto senz’altro il suo romanzo più ambizioso e compiuto (anche se non il più bello), il suo romanzo più grande ma anche più “da grande”. Da scrittore adulto, da “scrittore serio” che – pur al costo di tradirsi un po’, dismettendo la sua vena fantastica, straripante, incontrollata, gioiosamente nerd – si confronta con la Storia, quella con la esse maiuscola, nella sua variante più novecentesca: la Rivoluzione. Ma anche con la storia letteraria, con la tradizione della literary fiction americana e lo fa con un romanzo che non può ricordare Roth (quello di Pastorale americana o di Ho sposato una comunista), nello sguardo accuminato che rivolge al milieu ebraico newyorkese di sinistra, e che contiene echi di Mailer, Steinbeck, Dos Passos (e che dialoga con i contemporanei Haslett di Union Atlantic o Rachel Kushner dei Lanciafiamme). Insomma, l’ambizione di Lethem è esplicita fin dalla scelta di far radicare la famiglia d’origine dei protagonisti a Lubecca: quello che vuole fare Lethem e scrivere i suoi Buddenbrook, la decadenza di una famiglia che riesca a raccontare la decadenza, o meglio le trasformazioni, di un paese. Oggi Rose vive in “un appartamento che non era tanto una casa, quanto un monumento a una vita abbandonata. Due finestre sul traffico della Broadway al posto di una magione situata abbastanza in alto nel quartiere elegante di Lubecca da offrire panorami sia del fiume che delle montagne, accanto alla casa di famiglia nientemeno che del rampollo della città, Thomas Mann”: ecco, i Giardini è attraversato da questa costante vena di nostalgia per un’origine perduta – fosse anche l’origine e la possibilità di scrivere un romanzo storico oggi.

Romanzo storico che ancora una volta sceglie di raccontare il particolare – una famiglia, un quartiere, una comunità specifica – per raccontare l’universale – anzi, per plasmare l’idea stessa di un universale che di certo non gli preesiste se non in qualche sciocco ideologismo. Per raccontare il conflitto della modernità, quello tra vincolo e libertà, tra storia e utopia. Tutti i personaggi dei Giardini vivono una qualche forma di conflitto tra identità per così dire imposte – razziale, sessuale –  e quelle scelte liberamente. Questo conflitto in Lethem porta sistematicamente all’infelicità: è come se tutti i personaggi scontassero la loro fedeltà all’ideale con una radicale e irrimedibile solitudine, isolamento, e in definitiva infelicità.

I giardini dei dissidenti è composto da quattro sezioni, ciascuna formata da quattro capitoli, che a loro volta contengono più storie e tempi (a volte la stessa vicenda viene narrata da più punti di vista), un intreccio costruito con salti avanti e indietro nel tempo e in cui tutti i personaggi principali prima o poi prendono la parola, ognuno con la sua voce, in un argot (comprensibilmente difficile da rendere in traduzione) magnificamente orale e musicale. Lethem costruisce un romanzo tutto sommato privo di trama ma pieno di eventi, che procede per strappi e grandi affreschi che connettono le singole umanissime scene, in cui personaggi visti da vicino, senza ironia o distacco, inseguono i loro fantasmi. E lo fa puntellando la narrazione di altre narrazioni, altri romanzi certo, ma soprattutto frammenti di narrazioni pop: canzoni e cantanti folk, fumetti e videogiochi, programmi televisivi ne ibridano il linguaggio. Come se, dovendo raccontare il “diventare grandi in pubblico” non tanto del singolo – era questo il tema al centro dei suoi saggi letterari raccolti ne L’estasi dell’influenza – ma di un’intera generazione, non potesse omettere il materiale con cui le generazioni si sono formate nel Novecento. Ma in questo si crea un’ulteriore spaccatura, in un certo senso il cuore paradossale e segreto del romanzo. Nel suo voler raccontare l’epopea del proletariato americano, non dà voce al proletariato, di certo non ne assume la voce, scegliendo (ma c’è scelta?) quella degli intellettuali: tutti i personaggi principali infondo appartengono alle professioni creative o del pensiero.

Infine, ed è l’aspetto più tenero, quello che di più accompagna il lettore al termine della lettura, questo è un romanzo attraversato da una palpabile, struggente, nostalgia per la madre. Per la prima volta, Lethem scrive un romanzo pieno di donne, pieno di madri e mai concede qualcosa alla semplificazione o al sentimentalismo. E non è poco per l’autore di Brooklyn senza madre che in tutti i suoi libri ha sempre fatto i conti con l’assenza del genitore. Alla fine, sì, si diventa grandi.

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Generazione afropolitan https://minimaetmoralia.it/libri/generazione-afropolitan/ https://minimaetmoralia.it/libri/generazione-afropolitan/#comments Sat, 06 Sep 2014 05:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23080 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.
“Perché non ti sembro africana?”, dice uno dei personaggi del nuovo romanzo di Chimananda Ngozi Adichie, la più celebre e amata autrice nigeriana della sua generazione, almeno in Occidente. “Perché hai una camicetta troppo stretta”, commenta la sua interlocutrice. “Credevo che venissi da Trinidad o un posto del genere. Devi fare attenzione, o l’America ti corromperà”.

A dir poco complicato, per noi occidentali, capire la confusione identitaria di chi ha lasciato l’Africa per gli Stati Uniti o l’Europa, ma che in Africa continua a tornarci, continua a scriverne e a considerarla in qualche modo “casa”. Tale il disorientamento e l’assenza di terminologia per gli artisti cresciuti a cavallo di queste due culture - tra antichissime tradizioni e jeans aderenti, tra la voglia irrefrenabile di scappare da un paese corrotto e disfunzionale e il desiderio inequivocabile di tornare in un continente in crescita economica e culturale - che sono nati addirittura alcuni neologismi.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Tayie Selasi. Fonte)

“Perché non ti sembro africana?”, dice uno dei personaggi del nuovo romanzo di Chimananda Ngozi Adichie, la più celebre e amata autrice nigeriana della sua generazione, almeno in Occidente. “Perché hai una camicetta troppo stretta”, commenta la sua interlocutrice. “Credevo che venissi da Trinidad o un posto del genere. Devi fare attenzione, o l’America ti corromperà”.

A dir poco complicato, per noi occidentali, capire la confusione identitaria di chi ha lasciato l’Africa per gli Stati Uniti o l’Europa, ma che in Africa continua a tornarci, continua a scriverne e a considerarla in qualche modo “casa”. Tale il disorientamento e l’assenza di terminologia per gli artisti cresciuti a cavallo di queste due culture – tra antichissime tradizioni e jeans aderenti, tra la voglia irrefrenabile di scappare da un paese corrotto e disfunzionale e il desiderio inequivocabile di tornare in un continente in crescita economica e culturale – che sono nati addirittura alcuni neologismi.

“Americanah” è il titolo del nuovo libro della Adichie e americanah è definita la protagonista Ifemelu, una ragazza nigeriana che, dopo lunghi anni di studi a Princeton e una improvvisa fama come blogger di “african lifestyle”, prima di tornare in Nigeria dopo 15 anni di assenza va a farsi fare le treccine afro da una parrucchiera senegalese. Per non sembrare troppo yankee. Afropolitan è il termine oggi molto in voga, coniato dalla scrittrice Taiye Selasi nel 2005 in un articolo intitolato “Bye Bye Barbar”, divenuto poi una sorta di manifesto per gli africani cosmopoliti che in quel testo si sono ritrovati. Taiye Selasi, autrice trentaquatrenne di un libro magnifico, “La bellezza delle cose fragili” (Einaudi), e volto noto in Italia per la sua partecipazione al talent show letterario “Masterpiece” in veste giudice, scriveva così, quasi dieci anni fa: “Loro – cioè, noi – siamo afropolitani, la nuovissima generazione di emigranti africani, che stanno per arrivare o sono già stati presi da uno studio legale, un laboratorio chimico, un locale jazz, una banca di credito nei pressi di casa tua. Siamo afropolitan: non cittadini, ma africani del mondo”.

Da quando Tayie Selasi – che ora vive tra Londra, Roma e l’Olanda, ma ogni tanto torna in Ghana dove è in parte cresciuta  – inventò questo termine, “afropolitan” è stato giornalisticamente abusato e privato del suo senso originario e di recente anche molto contestato da vari intellettuali. A partire da Binyavanga Wainaina, scrittore kenyota che ha dichiarato di non sentirsi in nessun modo afropolitan, ma al contrario “panafricanista”. Anche Alain Mabanckou, autore de “Le luci di Pointe Noire” (66theand2nd) – un racconto teso e intimo del suo ritorno in Congo dopo 23 anni di assenza –  ha detto che è “un pericolo incasellare gli scrittori dentro delle categorie”. Secondo Mabanckou, che insegna letteratura francofona in America, “la globalizzazione non è un fenomeno dei tempi recenti, anche nei romanzi africani dell’epoca coloniale si trattava il tema dell’incontro tra culture: l’Europa e l’Africa, o l’America”.

Come ha fatto notare Emma Dabiri sulla rivista online “Africa is a Country” se oggi si cerca Google il termine “afropolitan” escono quasi esclusivamente siti di shopping oline o riviste di moda lussuose. “Per me l’afropolitanesimo è troppo educato, troppo corporate, troppo patinato”, chiosa la Dabiri. Perfino Minna Salami, autrice del blog “Ms Afropolitan”, ha ammesso che l’afropolitanesimo “potrebbe prendere la deriva della mercificazione della cultura africana”. L’accusa principale fatta al fenomeno è quella di dimenticare la ricchezza culturale africana e produrre opere che non sono altro che versioni africane di quelle americane ed europee. Taiye Selasi in particolare è stata attaccata per la sua visione dell’Africa “Instagram-friendly” e per essersi rivolta solo a una classe di africani benestanti e apolidi.

“Tutte le parole che usiamo per penetrare nella giungla intricata dell’identità personale – “hipster”, “internazionalista”, “pan-africanista” – includono o escludono qualcosa”, dice Taiye Selasi a “Pagina99”. “In realtà è solo un esercizio di demarcazione, di disaggregazione di una parte dal tutto. Più interessante è la questione economica. Quando si parla di middle class africana, le critiche sono inevitabili. Non si sa cosa sia peggio: le madornali ingiustizie economiche? l’insidiosa influenza dell’Occidente? i processi ostici per aver i visti? l’insufficiente mobilitazione politica? C’è di tutto. Lo vedo. È sotto i miei occhi. E ho molte cose da dire a questo proposito. Datemi il tempo”, dice accennando un sorriso. “E in ogni caso il fatto che il termine afropolitan sia stato via via frainteso non mi interessa più di tanto. Come scrittori siamo obbligati a far uscire le nostre parole, lasciare che se la sfanghino da sole per il mondo. Io mi limito a descrivere quello che vedo. Il resto, i dibattiti, le etichette, la politica, le lascio ai professionisti”.

Tra i “professionisti” abbiamo interrogato Minna Salami, padre nigeriano e madre finlandese, blogger di “Ms Afropolitan”: “L’afropolitanesimo è per natura connesso alla vita urbana e alle differenze di classi, e questo è il fattore più critico e destabilizzante per gli africani. Del resto il paradosso è che l’afropolitanesimo offre anche un linguaggio con il quale si può discutere in modo critico proprio quei problemi e quelle ineguaglianze, un linguaggio per la nuova decolonizzazione, proprio grazie alle sue connessioni con la tecnologia, l’architettura, la cultura l’arte”, continua la Salami. “Non direi che gli scrittori afropolitani siano gli unici oggi in Africa, e nemmeno che abbia un senso chiamarli così – non so nemmeno se oggi ha senso dire “letteratura africana” – ma direi piuttosto che molti autori contemporanei affrontano di petto alcuni temi cari all’afropolitanesimo”.

Innegabilmente, le storie che più amiamo (o forse le uniche che arrivano in Occidente?) sono quelle scritte da autori che hanno studiato in America o in Francia e hanno raccontato la loro Africa con una giusta distanza, anche stilistica e narrativa. E immergendosi nella lettura di questi nuovi autori africani o biculturali o afropolitan che dir si voglia – Chimananda Ngozi Adichie, NoViolet Bulaywo, Teju Cole, Scholastique Mukasonga, Alain Mabanckou, Dinaw Mengestu, la stessa Tayie Selasi – si coglie senza dubbio lo spaesamento, la novità, il dolore, l’entusiasmo della Nuova Africa. Senza mai cadere nell’esotismo o nell’etnicismo, questi giovani autori scrivono di storie di rottura, e lo fanno con tecniche raffinate (forse imparate in qualche college statunitense?).

Prendiamo un’autrice come NoViolet Bulaywo, classe 1981, nata e cresciuta in Zimbabwe, un paese ai margini della crescita economica. “Abbiamo bisogno di nuovi nomi” (Bompiani) è un romanzo sconvolgente per stile e contenuti: la storia di un gruppo di bambini di 10 anni che si aggirano per le strade dei sobborghi di una grande città, in cerca di cibo. Una delle bambine è incinta, e i suoi amici l’ha accompagnano ad abortire. Nella seconda parte del libro la ragazzina narratrice si trasferisce in Michigan da una zia per studiare, ma non sarà tanto facile nemmeno lì. Nel romanzo a un certo punto arriva un volontario di una ONG che incontra il gruppo dei ragazzini: “E quando ci hanno chiesto da dove venivamo, ci siamo scambiati occhiate e abbiamo sorriso con la timidezza di spose bambine. Ci hanno detto: Africa? Abbiamo fatto segno di sì con la testa. Quale zona dell’Africa? Abbiamo sorriso. Quella zona dell’Africa in cui gli avvoltoi aspettano che i bambini affamati muoiano? Abbiamo sorriso. In cui l’aspettativa di vita è trentacinque anni? Abbiamo sorriso. Dove i dissidenti ficcano kalashnikov tra le gambe delle donne? Abbiamo sorriso. Dove la gente va in giro nuda? Abbiamo sorriso. La zona in cui si sono massacrati a vicenda? Abbiamo sorriso. Dove il vecchio presidente ha truccato le elezioni e la gente è stata torturata, uccisa, in gran parte messa in prigione, dove la gente muore di colera… Oddio, sì, l’abbiamo visto il vostro paese. Era in tv”.

L’Africa che si vede in tv è molto diversa anche dall’Africa raccontata da Teju Cole, nigeriano e americano. Dopo il celebrato esordio “Città aperta”, una specie di sebaldiana passeggiata di un giovane psichiatra nigeriano a New York, Cole ci racconta un altro viaggio, questa volta a Lagos, la capitale economica della Nigeria. A tornare in Africa è di nuovo un giovane medico, che, come l’autore, è cresciuto e ha studiato negli Stati Uniti ed è tornato per indagare “su cosa mi mancava davvero tutte le volte che avevo nostalgia di casa”. La scrittura di Cole è implacabile. Il suo sguardo è ironico, disilluso, affettuoso. La sua città, dopo 15 anni, è cambiata ma è pur sempre corrotta e piena di contrasti. Lo stesso narratore si contraddice, in un certo senso: prima afferma che Lagos è un posto stupefacente, meraviglioso, pieno di dettagli vividi, anche violenti, ma perfetti per uno scrittore.

Altro che i tranquilli sobborghi statunitensi, commenta Cole: “Se John Updike fosse stato africano, avrebbe vinto il Nobel vent’anni fa. Sono convinto che il suo materiale lo ostacolava”. Poi però si rende conto che non ci tornerebbe mai a vivere: “La Nigeria è un ambiente ostile per la vita della mente”. E pensare che, scrive Cole, esiste addirittura un termine yoruba, tokunbo, che letteralmente significa “da oltre i mari” e che viene dato, con una lieve connotazione peggiorativa, a quelle persone che sono nate all’estero e poi tornate a casa. Forse bastava chiamarli così gli africani della Diaspora. Da oltre i mari.

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Il grande romanzo americano lo scriverà uno straniero https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-romanzo-americano-lo-scrivera-uno-straniero/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-romanzo-americano-lo-scrivera-uno-straniero/#respond Thu, 22 May 2014 13:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20851 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue - divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Jhumpa Lahiri. Fonte immagine.)

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue – divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

Adesso, però, Jhumpa Lahiri smonta di nuovo tutte le sue sicurezze di scrittrice, e si reinventa in un’altra lingua, accettando, anzi cercando, la sfida del “pellegrinaggio linguistico”: “Questo sforzo continuo”, dice in italiano, “questo tentativo ostinato, mi fa sentire come se fossi sbarcata in un altro mondo. Dove tutto è da esplorare, e io non mi stanco mai di farlo”. Un’esperienza simile, per alcuni versi, è quella di Francesca Marciano, italiana che scrive da sempre in inglese: “Era una lingua che mi ha sempre affascinato e che volevo possedere, farla mia. E una lingua non è solo un agglomerato di suoni, ma anche una cultura, un’etica, un comportamento, persino una postura”, dice l’autrice romana che pubblicò nel 1998 il suo primo libro, “Rules of the Wild” (da noi era “Cielo scoperto”, oggi introvabile), best seller in America dove il “New York Times” lo elogiò per la “grande forza narrativa” e solo in seguito tradotto in Italia.

Ma cambiando prospettiva – e sponda dell’oceano – Francesca Marciano non è più un caso editoriale atipico. Stando alla selezione del “New Yorker”, tra i migliori 20 scrittori sotto i 40 anni, più della metà non sono americani, nemmeno di seconda generazione, ma sono arrivati negli Stati Uniti perlopiù da adulti. Oggi non è un’iperbole affermare che la maggior parte dei giovani scrittori americani amati dalla critica non sono “americani”. Qualche nome: Yiyun Li, nata in Cina e trasferitasi in America dopo la laurea, ha scritto in inglese tutti i suoi libri, compreso l’ultimo, “Meglio della solitudine” (Einaudi, 2015); Daniel Alarcon è peruviano ma ha scelto l’inglese anche per il suo ultimo, ambizioso, romanzo “La notte camminavamo in cerchio” (Einaudi, 2015); Gary Shteyngart è nato a Leningrado e si è trasferito a New York all’età di sette anni: lo racconta nel suo ultimo memoir “Mi chiamavano piccolo fallimento” (Guanda, settembre); Boris Fishman, nato anche lui nella Russia sovietica, esordisce in USA con un romanzo autobiografico di cui già molto si parla, “A Replecement Life” (Harper, il 3 giugno); il nigeriano Teju Cole, considerato da Salman Rushdie lo scrittore “più talentuoso della sua generazione”, africano cresciuto negli Stati Uniti, racconta nel suo ultimo libro “Ogni giorno è per il ladro” (Einaudi, settembre) la storia di un uomo che torna a Laos, in Nigeria; Aleksander Hemon, nato a Sarajevo, città che ha lasciato a malincuore durante i bombardamenti del ‘92 per rimanere negli Stati Uniti, è stato paragonato addirittura a Nabokov per il suo estro linguistico.

Secondo Hemon – che sarà ospite del Festivaletteratura di Mantova per presentare il nuovo libro, “Amore e ostacoli” (Einaudi), come anche come Teju Cole e Gary Shteyngart – è “una concezione molto europea quella che nasci con una lingua e le appartieni, e in tutte le altre sei uno straniero”. Le ragioni per cui uno scrittore sceglie una lingua diversa dalla sua sono molteplici: può essere la lingua dell’esilio, e quindi acquisita in modo doloroso, può essere scelta per ragioni romantiche, o anche di mercato e convenienza editoriale (è innegabile che in USA la macchina funzioni meglio).

Per Francesca Marciano, che lo scorso maggio ha pubblicato con estremo successo la raccolta di racconti “The Other Language” (Pantheon), la scelta è stata naturale: “Quando ho scritto il mio primo libro vivevo in Kenya da tanti anni e i personaggi parlavano in inglese, mi venne spontaneo scrivere nella lingua in cui loro si esprimevano. In fondo scrivere in un’altra lingua è come avere due personalità”, continua, “la prima è quella della lingua madre, legata all’infanzia, ai genitori, mentre l’altra è quella della vita adulta, dove non ci sono testimoni, e si è più liberi, meno inibiti. Scrivere in inglese è stato una specie di tradimento che mi ha reso più sincera. Forse anche Nabokov, Beckett in questo tradire-tradurre si sono sentiti più liberi?”.

“Si fatica moltissimo ad acquisire un’altra lingua”, dice Lara Santoro, ex reporter di guerra in Africa e autrice di due ottimi romanzi scritti in inglese (per le edizioni E/O il 23 maggio in libreria “Fine estate”), “ma vuoi mettere la ricchezza lessicale di un Nabokov? Dove la trovi tra gli americani? Dopo il grosso sforzo iniziale, chi scrive in un’altra lingua ha di solito una maggior padronanza. Se si ha un dubbio su una parola, un modo di dire, bisogna controllare, e intanto che si controlla se ne imparano altre quattro”.

Chissà se faticò anche Apuleio a scrivere l“’Asino d’oro” – per molti aspetti il primo romanzo della storia – scritto in latino da un africano: uno che, stando alle carte geografiche, oggi sarebbe algerino. È innegabile che da quando esiste la letteratura, esiste anche un andirivieni linguistico. Beckett, Nabokov, certo. Ma anche Conrad, che era polacco (a luglio potremo leggere una nuova traduzione di “Un avamposto del progresso”, da Adelphi). Jasif Brodskij scriveva sia in russo sia in inglese. Irène Némirovsky, che conosceva sette lingue, scriveva in francese. Gao Xingjiang scrive in francese. Derek Walcott in inglese e qualche volta in patois, Herta Muller è romena e scrive in tedesco.

Anche Agota Kristof così raccontava la sua fatica: “Questa lingua non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta”, scriveva ne “L’analfabeta”, (Casagrande), il piccolo libro in cui l’autrice ungherese esiliata in Svizzera condensa nel suo consueto modo scarno i dolori e le gioie dell’esilio letterario. E proprio tra i classici, ci sono due uscite importanti tra i migrant writers del passato: Ernst Lothar, scrittore ebreo-austriaco misconosciuto, nel ‘38 fuggì dall’Austria e si rifugiò in America, dove scrisse in inglese “La Melodia di Vienna” (in libreria il 18 giugno per e/o), una sorta di “Downton Abbey” mitteleuropea, che uscì prima negli USA e solo dopo un po’ in Austria, riscritto poi in tedesco. E “Uomini in guerra” (Keller, a giugno), scritto dall’ufficiale ungherese Andreas Latzko, un romanzo-manifesto del pacifismo della Grande Guerra, censurato all’epoca, ma che continuò a circolare in tutta Europa.

L’ibridazione e lo sradicamento sono dunque essenziali per lo scrivere. Lo stato di “esiliati” è una condizione quasi naturale per lo scrittore, condizione di cui, a ben guardare, lo scrittore va quasi in cerca, perché nonostante tutto – nonostante le perdite, le nostalgie, le assenze  – è comunque stimolante: “In un certo senso”, dice ancora Jhumpa Lahiri, “ho sempre vissuto una specie di esilio linguistico. La mia lingua madre, quella della mia famiglia, il bengalese, in America è una lingua straniera. E poi io lo parlo male, il bengali, e quindi in fondo anche per me la mia lingua madre è paradossalmente, una lingua straniera”. “Ora, scrivendo in italiano da quasi due anni mi sento trasformata, quasi rinata. Ma la mia è stata soprattutto l’avventura di una lettrice. E scrivere è stato un impulso, una risposta alla lettura. Mi sento un po’ come Cesare Pavese. Lui fu talmente influenzato da Melville e dagli altri americani che lesse e tradusse che cambiò il suo modo di scrivere. Anche se non era mai stato in America. Ora quando scrivo in italiano è come se ascoltassi una voce che mi parla nel mio cervello. E mi entusiasma scrivere in questa nuova lingua. Anche se mi sento ancora un’apprendista. Quello che proprio non riesco a fare è tradurmi, tradurre quello che ho scritto in italiano in inglese”. Come faceva Beckett. E come hanno fatto altri, sempre con scarso successo.

Perché “la patria è quella che si parla”, ha detto una volta Herta Müller. E ancora molto pochi, in questo nostro paese così aperto linguisticamente alle traduzioni di testi stranieri, sono i casi di autori stranieri veramente degni di questo nome che hanno scelto  la lingua italiana per i loro libri, tra questi di certo l’argentino Adrian N. Bravi,  l’italiana di origine somala Igiaba Sciego, il moldavo di origini siberiane Nicolai Lilin, e le albanesi Ornela Vorpsi e Anilda Ibrahimi.

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Edna d’Irlanda. Intervista a Edna O’Brien https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-edna-obrien/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-edna-obrien/#comments Wed, 27 Nov 2013 06:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16000 Questa intervista è apparsa in versione ridotta sul Venerdì di Repubblica. L'8 dicembre Edna O'Brien sarà a Roma a Più libri più liberi per un incontro alle 18 in Sala Smeraldo. (Foto: Rex Features; Associated Press)

C’è una pagina del suo memoir (Country Girl, pubblicato pochi mesi fa in America da Faber and Faber e in uscita a il 27 novembre in Italia per Elliot Edizioni) in cui Edna O’Brien scrive: “Ma ogni libro che sia valido deve essere per certi versi autobiografico, perché non si possono né si devono fabbricare le emozioni”. Autrice amatissima sin dall’uscita nel 1960 del suo primo romanzo,Ragazze di campagna (appena ripubblicato in Italia da Elliot Edizioni), definita da Philip Roth “la più dotata tra le scrittrici contemporanee di lingua inglese”, O’Brien ha raccontato emozioni e cose della vita (spesso della propria, in modo direttamente autobiografico o romanzando, senza mai smettere di restare fedele alla propria e altrui realtà), grandi amori e solitudini, interni piccolo borghesi e paesaggi sconfinati, prevalentemente d’Irlanda.

Nata e cresciuta a Drewsboro, in Irlanda, a ventitré anni sposò lo scrittore Ernest Gébler contro la volontà della propria famiglia. Insieme al marito andò a vivere all’Isola di Man, nel Mar d’Irlanda, ospiti dello scrittore J.P. Donleavys, e poi a Londra, che mai più abbandonò. Diventò madre di due bambini (maschi entrambi), cominciò a scrivere. Quel primo romanzo, rivoluzionario per l’Irlanda puritana del Novecento, fece di lei la scrittrice che è oggi e al tempo stesso segnò la fine del matrimonio con un uomo che proprio non ce la faceva ad accettare l’idea di una moglie che avesse più successo di lui. Come non bastasse, il libro venne odiato dalla madre e bruciato e bandito nella sua amata Irlanda. Un’altra donna al posto di O’Brien si sarebbe arresa per molto meno, lei perseverò. Da allora a ora Edna O’Brien non ha mai smesso di scrivere.

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Questa intervista è apparsa in versione ridotta sul Venerdì di Repubblica. L’8 dicembre Edna O’Brien sarà a Roma a Più libri più liberi per un incontro alle 18 in Sala Smeraldo. (Foto: Rex Features; Associated Press)

C’è una pagina del suo memoir (Country Girl, pubblicato pochi mesi fa in America da Faber and Faber e in uscita a il 27 novembre in Italia per Elliot Edizioni) in cui Edna O’Brien scrive: “Ma ogni libro che sia valido deve essere per certi versi autobiografico, perché non si possono né si devono fabbricare le emozioni”. Autrice amatissima sin dall’uscita nel 1960 del suo primo romanzo, Ragazze di campagna (appena ripubblicato in Italia da Elliot Edizioni), definita da Philip Roth “la più dotata tra le scrittrici contemporanee di lingua inglese”, O’Brien ha raccontato emozioni e cose della vita (spesso della propria, in modo direttamente autobiografico o romanzando, senza mai smettere di restare fedele alla propria e altrui realtà), grandi amori e solitudini, interni piccolo borghesi e paesaggi sconfinati, prevalentemente d’Irlanda.

Nata e cresciuta a Drewsboro, in Irlanda, a ventitré anni sposò lo scrittore Ernest Gébler contro la volontà della propria famiglia. Insieme al marito andò a vivere all’Isola di Man, nel Mar d’Irlanda, ospiti dello scrittore J.P. Donleavys, e poi a Londra, che mai più abbandonò. Diventò madre di due bambini (maschi entrambi), cominciò a scrivere. Quel primo romanzo, rivoluzionario per l’Irlanda puritana del Novecento, fece di lei la scrittrice che è oggi e al tempo stesso segnò la fine del matrimonio con un uomo che proprio non ce la faceva ad accettare l’idea di una moglie che avesse più successo di lui. Come non bastasse, il libro venne odiato dalla madre e bruciato e bandito nella sua amata Irlanda. Un’altra donna al posto di O’Brien si sarebbe arresa per molto meno, lei perseverò. Da allora a ora Edna O’Brien non ha mai smesso di scrivere.

Adesso vive a Londra, ha scritto e pubblicato con successo sedici romanzi, otto raccolte di racconti, poesie, sceneggiature, commedie, biografie (di James Joyce e Lord Byron) e l’ammaliante autobiografico Country Girl, affollato di solitudine e scrittura tanto quanto di party e varie celebrità (Robert Mitchum, RD Laing, Marianne Faithfull, Sean Connery e Jane Fonda tra le sue frequentazioni). Scrive a un certo punto O’Brien: “Non c’era connessione alcuna tra i due mondi, il vertiginoso mondo dei party e lo straziante mondo del lavoro”. E poi, sempre a proposito del costante scollamento tra scrittura e vita, in una delle pagine più illuminanti del memoir: “L’altro giorno ho letto da qualche parte che gli uomini delle caverne non disegnavano quello che vedevano, ma quello che avrebbero voluto vedere”. E poi: “Diciamo che ci sarà sempre letteratura perché l’immaginazione è sconfinata”.

La chiamo al telefono una mattina di luglio, cercando di visualizzarla nella sua Londra che mai più ha lasciato.

Com’è Londra oggi?

Caldissima. Anche troppo calda.

C’è un momento di Country Girl in cui lei scrive: “I luoghi sono il cuore dello scrivere”. Sono davvero così importanti per lei?

Bisogna distinguere i luoghi della mente da quelli reali. L’Irlanda è il posto di cui racconto in quasi tutti i miei libri ma per me è solo un posto della mente. Mentre scrivo sono seduta nel mio appartamento in questa Londra che, tornando alla domanda di prima, oggi è caldissima. Ma con la mente è notte, sono in Irlanda, fa freddo e sono in pericolo.

Country Girl l’ha scritto a Londra?

Quasi tutto. Ma c’ho messo tre anni per finirlo, e nel frattempo mi è capitato di fare dei viaggi. Viaggiando non smetto di scrivere. Poi, per rivivere certe situazioni, sono tornata in Irlanda. Anche se preferisco scrivere a Londra. Mi piace stare qui e vivere la mia vita da eremita. Nelle grandi città hai più privacy. In Irlanda hai sempre gente che ti bussa alla porta o alle finestre per chiederti qualcosa.

Qual è stato il momento più complicato dello scrivere un’autobiografia?

Ripiazzare me stessa, ricollocarmi in certi momenti precisi che sapevo sarebbero stati funzionali alla narrazione. C’è un momento, all’inizio del libro, in cui racconto di essere stata morsa da un cane. Per raccontarlo sono dovuta tornare a quell’età lì, bambina, mentre venivo realmente morsa da quel cane. Ed è così per ogni pezzo del libro, è sempre un ritornare in quel preciso contesto e a quell’età, e da un punto di vista emotivo questa è indubbiamente la parte più complicata. È stato complicato soprattutto quando ho dovuto raccontare il mio matrimonio, la fine del mio matrimonio, la separazione, la battaglia per la custodia dei figli. Mentre ritornavo a quel momento della vita ce l’avevo con me stessa per essere stata, col senno di poi, troppo remissiva. Ma ero in una situazione difficile, e ho fatto del mio meglio per essere coraggiosa.

Alcune delle storie che racconta in Country Girl erano già in Ragazze di campagna. È più facile raccontarsi quando si romanza?

Non credo ci sia una grande differenza. Si tratta sempre e comunque di narrativa, e la scrittura è e dev’essere sempre al centro di tutto. Quando scrivi devi immergerti completamente nel mondo che racconti, indipendentemente dal fatto che lo racconterai in modo veritiero o romanzato. Nel frattempo il mondo interrotto, quello che resta fuori, va tenuto a distanza, e non è facile. Romanzo o autobiografia che sia.

C’è qualcosa della sua vita che ha deciso di non raccontare, di tenere a distanza come il mondo di fuori?

Ci ho messo un sacco di cose in quel libro, in tutto sono centomila caratteri! Ho scritto tutto e a quel tutto ho dato una forma narrativa. Non credo nei memoir che sono liste della spesa di mariti, madri, padri, figli, amanti. La forma, la musica che scegli per raccontare quelle storie lì dev’essere all’altezza delle storie che racconti.

Sapeva già dal suo primo romanzo che sarebbe diventata una scrittrice?

Non voglio sembrare arrogante, ma credo di sì. Volevo esserlo perché sentivo e continuo a sentire che la scrittura è una cosa speciale. È speciale il mio amore per le parole che cerco di trasformare in frasi e per le frasi che cerco di trasformare in romanzi. La scrittura quando è bella è come una sceneggiatura che ha molta più verità della vita. Leggere e scrivere sono i pilastri della mia vita. Sapevo che sarei stata una scrittrice? Non lo so, sapevo che ci avrei provato. E ci sto ancora provando.

In un’intervista dell’84 lei dice: scrivere non è affatto terapeutico.

No, infatti non lo è. Sarebbe facile se lo fosse. Molta gente parla di catarsi, ma non è così. Credo piuttosto che ogni libro porti a un altro più profondo del precedente, e così via, senza sosta, di libro in libro. Scrivere è un viaggio di ricerca, e ogni libro che scrivi ti porta un po’ più in là. Ma questo andare più in là non è mai terapeutico. Uno scrittore serio sa che il tempo e la concentrazione dedicati a ogni libro sono qualcosa di politico, di linguisticamente impegnato, ma non curano solitudine né desolazione. In una delle mie storie c’è una donna che torna nel suo villaggio su un pullman di notte e ricorda momenti della sua vita. E ha bisogno di quella solitudine per ricordare. La scrittura viene da una sorta di solitudine, e non è quel genere di solitudine che viene dagli amori mancati.

E da dove viene?

Dal fatto che la vita non è mai soddisfacente. La letteratura lo è ogni tanto. Così come lo sono la musica o l’arte. Come lo è guardare un quadro di Leonardo Da Vinci o ascoltare della buona musica.

Dal come parla di certi epistolari o memoir di celebri scrittori, sembrerebbe che ama di più le vite vere degli scrittori dei loro romanzi.

No, non faccio che rileggere Shakespeare e Faulkner e Tolstoj ed Emily Dickinson. E poi Proust. E Joyce. La cosa che leggo di più forse è la poesia.

Ne scrive molta di poesia?

Sì, scrivere poesia mi dà il parametro della musica e della precisione. C’è una ricerca dell’esattezza nello scrivere poesia che andrebbe applicato anche alla prosa. Poi chi l’ha detto che la prosa non sia anch’essa poesia? Joyce era un poeta che scriveva in prosa. E come lui molti altri.

Tutti questi scrittori e libri del passato influenzano la sua scrittura più delle persone vere?

No, non puoi scrivere se non frequenti la gente vera. Osservare l’interazione tra le persone è la cosa che ti fa scrivere. Sì, Emily Dickinson c’è riuscita senza frequentare nessuno, ma è stato un caso eccezionale. Direi unico. Noi scrittori dobbiamo mettere un piede nel mondo, osservarlo e trasformarlo in letteratura, prosa o poesia che sia.

Ha anche degli autori o libri preferiti di questo secolo qui?

Ammiro molto W.G. Sebald. Altri non ho molto tempo per leggerli. Ho letto Città aperta del nigeriano Teju Cole, e Yellow Birds di Kevin Powers. Sono entrambi sono libri eccellenti. Ma non mi confino nella scrittura contemporanea. Sì, amo Lydia Davis e Alice Munro. E però torno sempre a Sylvia Plath che come poetessa è stata pari ai greci.

C’è un momento del suo memoir in cui s’interroga sul perché Freud regalò a Virginia Woolf un narciso. L’ha poi scoperto?

Mi piacerebbe, ma no. Mi piacerebbe incontrare Freud o Virginia Woolf e chiederlo direttamente a loro. Perché sì, lo sappiamo che dal narciso derivano tutte le teorie sul narcisismo, ma allo stesso tempo è un fiore bellissimo e Freud potrebbe averlo regalato a Virginia Woolf solo per quello. Non riesco a decidermi su quale delle due sia la risposta, e allora continuo a chiedermelo.

 

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Nelle città https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-citta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-citta/#comments Thu, 21 Nov 2013 16:30:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16529 Riprendiamo il discorso su metropoli e letteratura con una riflessione di Vittorio Giacopini apparsa sul "Domenicale" del "Sole 24 Ore". Qui l'intervento di Nicola Lagioia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Vittorio Giacopini

Da Baudelaire a Cortázar, o da Benjamin a Debord, ultimo Cronopio, la figura del flaneur ha plasmato il nostro immaginario, con incanto, ma è una storia finita, irripetibile. Ce ne accorgiamo da  dettagli trascurabili, minuzie, e da un’atmosfera di fondo, irrespirabile. La nebbia misteriosa (non è nebbia) che avvolge Buenos Aires ne L’esame di Cortázar ha la stessa consistenza delle brume parigine di Baudelaire facendo da sfondo a un’esplorazione urbana e a un’avventura. È un paesaggio oggi indicibile, smarrito. Non andiamo più alla “deriva”, semplicemente, e persino Alice nelle città è un sogno remoto (in Lisbon  Story la stessa operazione naufraga in caricatura citazionista). Già Sebald, tardissimo epigono, cercava rifugio e senso ai margini della scena, dietro le quinte. La retorica dei ‘non-luoghi’ ha bloccato in una formula furba, troppo comoda, una mutazione estrema, colossale. Da spettacolo, da oggetto di stupore e apprensione, di meraviglia, la città si è fatta sintomo, allusivo. In anticipo sui tempi, Jane Jacobs raccontanava negli anni Cinquanta Vita e morte delle grandi città americane;  il cinema e la letteratura elaborano adesso quella profezia.

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Riprendiamo il discorso su metropoli e letteratura con una riflessione di Vittorio Giacopini apparsa sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”. Qui l’intervento di Nicola Lagioia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Vittorio Giacopini

Da Baudelaire a Cortázar, o da Benjamin a Debord, ultimo Cronopio, la figura del flaneur ha plasmato il nostro immaginario, con incanto, ma è una storia finita, irripetibile. Ce ne accorgiamo da  dettagli trascurabili, minuzie, e da un’atmosfera di fondo, irrespirabile. La nebbia misteriosa (non è nebbia) che avvolge Buenos Aires ne L’esame di Cortázar ha la stessa consistenza delle brume parigine di Baudelaire facendo da sfondo a un’esplorazione urbana e a un’avventura. È un paesaggio oggi indicibile, smarrito. Non andiamo più alla “deriva”, semplicemente, e persino Alice nelle città è un sogno remoto (in Lisbon  Story la stessa operazione naufraga in caricatura citazionista). Già Sebald, tardissimo epigono, cercava rifugio e senso ai margini della scena, dietro le quinte. La retorica dei ‘non-luoghi’ ha bloccato in una formula furba, troppo comoda, una mutazione estrema, colossale. Da spettacolo, da oggetto di stupore e apprensione, di meraviglia, la città si è fatta sintomo, allusivo. In anticipo sui tempi, Jane Jacobs raccontanava negli anni Cinquanta Vita e morte delle grandi città americane;  il cinema e la letteratura elaborano adesso quella profezia.

Lo capiamo da minuzie, e da dettagli. I libri stessi diventano ‘sintomi’. N-W di Zadie Smith lavora su questo tema, senza dirlo, e per cogliere il senso vero del romanzo basta confrontarlo a Denti bianchi (o al Buddha di Kureishi, naturalmente). La Londra di N-W è un puro contesto di frammentazione. Vite che si incrociano, collidono, si mancano, subendo la città come condizione e vincolo, ricatto. La topografia urbana, la geografia, non sembra più organizzata in termini sociologici o politici. Se il grande romanzo inglese – da Defoe a Dickens per finire proprio a Smith, o a Kureishi – ha sempre raccontato le “due città”, la Londra dei ricchi e quella dei poveri, in N-W questo meccanismo è imploso, non si attiva. Tra un quartiere e l’altro non ci sono strappi o salti e l’abisso che separa Kilburn-Hig-Road da Maida Vale è più uno scarto mentale che esperienza. Ci portiamo dentro antichi significati sociali ormai scaduti; seguiamo mappe invecchiate, ovvero false. La scena rivelatrice sceglie la rete dell’Undergound, un sottomondo, per dichiarare un congedo inconfessabile. “Felix salì sulla penultima carrozza e guardò la mappa della metropolitana come un turista, impiegando un po’ a convincersi di dettagli che nessun autentico londinese dovrebbe controllare: da Kilburn a Baker Street (Jubilee); da Baker Street a Oxford Circus (Bakerloo)”.

Open City di Teju Cole è un libro impossibile. Già a partire dall’incipit, ambizioso, che all’apparenza promette l’infinita riscrittura di un lavoro già tentato mille volte, ormai logoro. “E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città”. Esplorare la città: il programma del flaneur, la sua bandiera.  Una maschera desueta, investibile. Quando poi è la città New York, scena abusata,  verrebbe da chiedersi se ne vale ancora la pena, e cosa dire e trovarci, perché provare? All’inizio degli anni zero, dieci anni fa, Cosmopolis di DeLillo sembrava aver definitivamente chiuso l’interminabile era del Grande Romanzo sulla Grande Mela e quel viaggio in Limousine da riva a riva aveva fatto calare il sipario sulla scena di Underworld o di Great Jones Street. Teju Cole, avventatamente, osa di nuovo. La differenza sta in una questione di sguardi, e di prospettiva. New York  (e Bruxelles, e, a distanza, la Nigeria) ritornano a vivere ma in sospensione. Assumendo il postmoderno non come cliché intellettuale ma come paesaggio, Cole non si chiude nella figura scontata e falso-ingenua dell’immigrato ma scrive da cosmopolita. È uno sguardo consapevolmente globalizzato – lo stesso che abbiamo tutti, ci piaccia o meno – diretto alla riscoperta di territori e contesti locali, ombre, resistenze. Cole scava in profondità e in senso letterale, fuor di metafora.

Lo spaesamento – la cifra vera del libro, la sua chiave – non nasce dal retaggio africano (l’immigrazione) ma da un gioco di specchi, culturale. I modelli di Cole sono ultraraffinati (Coetzee, Said) e la sua scrittura procede nella terra di nessuno, o poco battuta, che sta alla fine di ogni occidentalismo, di ogni orientalismo. Mondi che si guardano, si capiscono, si sanno; strutture culturali già saldate a fuoco e chiuse in un insieme (negli stessi, sobri, accenni all’11 settembre, la tragedia è riletta fuori dal mantra cretino del clash of civilizations, una bugia). Scavare, raschiare ogni superficie, cercare sotto: “esplorare la città” torna a essere possibile ma come un lento processo di carotaggio che prova a recuperare strati di senso (e voci remote di morti, voci e volti) sepolti da un manto di obbligato, globale, conformismo culturale. L’equivalente musicale di Città aperta sono le variazioni di Uri Caine in Wagner and Venice (Jazz e valchirie insieme, pare incredibile). Poi, ovvio, si tratta di trovarsi nelle città, esplorare sé stessi, fare il solito, lungo, giro attorno al cuore. Al cuore e al pensiero, anzi, alla coscienza. È tutta questione di consapevolezza, ma in situazione (urbana): “a un certo livello ciascuno di noi deve prendere se stesso come il punto di taratura della normalità, deve immaginare che lo spazio della sua mente non gli è, non può essergli interamente opaco”.

Ma non  è sempre questione di scavare, cercare in basso. In Fine Impero di Genna l’implosione del presente è tutta in  superficie, allo scoperto,  e si vaga per la città – una Milano ubriaca di polveri sottili , terrificante  – come sagome inanimate spinte su e giù tra festini, funerali e altri incidenti dalla carica a molle di un’ultima parodia di vitalismo. Con lo sguardo della tartaruga che “scansa il momento mirando l’epoca”, Genna strappa la Storia alla Cronaca ma è un disvelamento tragico, dolente. L’unico romanzo italiano che abbia saputo raccontare (e liquidare) il berlusconismo è disperazione allo stato puro. Impassibile, la città definisce l’orizzonte: una prigione. A introdurre la narrazione, dopo un prologo in cielo (o in cimitero), un viaggio iniziatico tra i più straordinari di sempre, memorabile. Scegliendo il punto di vista assurdo (o persino troppo logico) di un pneumatico, Genna descrive al rallentatore –stupendamente – un ingresso a Milano, da Corvetto. L’esperienza urbana come transito agli inferi (non discesa), attraversamento su binari morti e precisi, piste implacabili. Nessuna “deriva” è più ammessa, consentita.

Siamo dove “Milano finisce di colpo, non sfuma in outlet e capannoni scivolando nell’hinterland senza soluzione di continuità”. Una campagna salina e sparuti prati chimici che si mutano in quartiere, sotto assedio. È un salto di dimensione, netto, assoluto. Camposanto di Chiaravalle e Corvetto, Piazzale Medaglie d’Oro, la Città Annonaria e Porta Romana, il Policlinico: 10 chilometri scarsi di esperienza dell’estremo, anzi di niente, per dire un’ “epoca” appunto, un istante della Storia, definitivo (ma esistono “attimi oceano”, dice Genna). Un secondo attimo oceano, sfarfallante, balugina verso la fine, e paralizza. Fine Impero si chiude in un banco nebbia, e pensi a Cortázar: “Una figura scura nella nebbia, bianco sabbia, immenso un campo deserto e curvo alla sua sinistra, visto di schiena… entra nella nebbia e sta svanendo, sono io che cammino dopo ogni cosa senza fretta e accelero vedendo la fine”.

 

Libri di cui si parla: Julio Cortazàr, L’esame, Voland 2013; Zadie Smith, N-W, Mondadori 2013; Teju Cole, Città aperta, Einaudi, 2013; Giuseppe Genna, Fine Impero, Minimum fax, 2013.

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Teju Cole raccontato da New York https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-citta-aperta-teju-cole/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-citta-aperta-teju-cole/#comments Mon, 09 Sep 2013 13:24:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15398 Questo pezzo è uscito su Europa.

Come in tutti in luoghi ispirati ai sogni collettivi, a New York si dovrebbe vagare serenamente, senza preoccuparsi di tralasciare posti "imperdibili" o "di culto". Dove palazzi e strade sono materiale onirico le guide non servono: New York non va visitata, è un flipper dentro cui rimbalzare spinti solo dalle occasioni.

Si può essere tentati di leggere il libro dello scrittore nigeriano Teju Cole, Città aperta (Einaudi), come una guida alternativa ai quartieri mitici di New York e inserirlo tra i buoni libri di narrativa di viaggio. Le pagine infatti appaiono come il resoconto di un narratore, Julius, che cammina per la metropoli e descrive ciò che vede. Nota che «nella notte di Harlem non c’erano bianchi», osserva «il traffico della Sixth Avenue», attraversa i parchi («adorati, curati, affollati»), ammira la folla, scruta abitanti sempre diversi, che si tratti di «donne di colore in tailleur antracite» o di «giovani ben rasati, di origine indiana». Tutte le pagine potrebbero aprirsi con la frase «uscii per una delle mie camminate» e potrebbero concludersi con «finii per perdermi».

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Come in tutti in luoghi ispirati ai sogni collettivi, a New York si dovrebbe vagare serenamente, senza preoccuparsi di tralasciare posti “imperdibili” o “di culto”. Dove palazzi e strade sono materiale onirico le guide non servono: New York non va visitata, è un flipper dentro cui rimbalzare spinti solo dalle occasioni.

Si può essere tentati di leggere il libro dello scrittore nigeriano Teju Cole, Città aperta (Einaudi), come una guida alternativa ai quartieri mitici di New York e inserirlo tra i buoni libri di narrativa di viaggio. Le pagine infatti appaiono come il resoconto di un narratore, Julius, che cammina per la metropoli e descrive ciò che vede. Nota che «nella notte di Harlem non c’erano bianchi», osserva «il traffico della Sixth Avenue», attraversa i parchi («adorati, curati, affollati»), ammira la folla, scruta abitanti sempre diversi, che si tratti di «donne di colore in tailleur antracite» o di «giovani ben rasati, di origine indiana». Tutte le pagine potrebbero aprirsi con la frase «uscii per una delle mie camminate» e potrebbero concludersi con «finii per perdermi».

L’accoglienza italiana a questo libro è stata ottima. Si è fatto molto riferimento ad altri scrittori pellegrini, e sono venuti fuori tutti i nomi dei camminatori letterari, da Benjamin a Iain Sinclair (l’autore di London Orbital a cui ha fatto riferimento Cristiano de Majo su Repubblica), passando per Baudelaire e Sebald (il più citato). Cordelli sul Corriere della Sera si è chiesto perché fosse associato a Coetzee, collegamento che aveva proposto Goffredo Fofi su Internazionale. Gli itinerari di Cole (tanto per le strade americane quanto lungo i confini della forma romanzo) insomma sono piaciuti a tutti, dallo stesso Fofi  («raramente un esordio ci è sembrato più benvenuto di questo») a Luca Doninelli sul Giornale (che lo definisce «una straordinaria guida di New York»).

Forse però, bisognerebbe lasciarsi andare meno alla scrittura ipnotica di Teju Cole e alle sue digressioni urbane e prendere più seriamente in considerazione la chiave di lettura lasciata proprio sulla soglia, nella prima pagina. Qui c’è un’indicazione dell’autore che rovescia la tesi che questo sia un libro-guida. Scrive Cole, come premessa: «New York si era fatta strada nella mia vita passo dopo passo» («New York City worked itself into my life at walking pace»). Non è tanto l’autore dunque che percorre la città e la indaga e la racconta, quanto il contrario: è la città che scopre l’uomo, lo attraversa e lo descrive. È New York che mette a nudo chi la visita. È New York che fa venire alla luce luoghi inaccessibili dell’anima, quartieri dimenticati dell’io, periferie dell’emotività. Ecco dunque che scorci, grattacieli e cittadini si «fanno strada» nel narratore al punto da scavarne psicologia e coscienza. La città si fa strada ed emergono presto i suoi rapporti famigliari: «Mia madre e io avevamo smesso di parlarci quando avevo diciassette anni, poco prima che partissi per l’America». New York lo visita, e lui torna indietro nel tempo fino l’abito scelto per la cerimonia funebre del padre.

Un altro indizio, talmente evidente da risultare invisibile, è il titolo della seconda parte: «Ho esplorato me stesso». Il viaggio – certo come avviene in tutti i veri libri di viaggio – è dunque quello verso l’interiorità. Ma in questo caso particolare pare che le proporzioni siano addirittura invertite: «Io facevo parte di una minuscola minoranza, o almeno così mi pareva, che pensava continuamente all’anima». Non sembra un caso il riferimento a Paracelso: «la realtà interiore è di fatto così profonda che, per Paracelso, può esprimersi solo nella forma esterna». Insomma aggirandosi per queste pagine si scopre più come è fatto l’essere umano – coi suoi rimorsi, i suoi interrogativi, l’instancabile ricerca del senso che lo spinge a mettersi in moto – di quanto non si scopra la città percorsa. Sarà che New York è una città di specchi, ma tutto riflette chi la racconta. Ed è precisamente, come scriveva JR Moheringer in Pieno giorno, una città «Dove la gente non nota mai niente, perché sono tutti in fuga da qualcosa». Cole nota tutto, eppure la sua fuga continua.

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