Television Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/television/ un blog di approfondimento culturale Thu, 17 Mar 2016 11:17:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Television Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/television/ 32 32 Vinyl, un indulgente Mad Men del rock https://minimaetmoralia.it/televisione/vinyl-un-indulgente-mad-men-del-rock/ https://minimaetmoralia.it/televisione/vinyl-un-indulgente-mad-men-del-rock/#comments Thu, 17 Mar 2016 14:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30304 di Enrico Giammarco

Alzi la mano chi non ha sognato, almeno una volta, di vivere negli anni Settanta. Non gli anni di piombo, ma i musicali seventies venati di rock, quelli da dove hanno preso il via tutti i generi, quelli delle grandi band e dei miti intramontabili che ancora oggi, Triste Mietitrice permettendo, si prodigano in tour mondiali, reunion e ristampe digitali dei loro capolavori.

La scena musicale di New York, i locali mitici, le etichette indipendenti. Chi ama la musica in una certa maniera (che non è quella delle playlist di Spotify) non può non rimpiangere un'epoca dov'era il contenuto a prevalere sulla piattaforma, dove la musica era figlia di un genuino processo di composizione e non di qualche algoritmo, dove ci s'inventava ancora qualcosa senza riciclare il riciclato, e dove gli artisti duravano più di una stagione.

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Vinyl

di Enrico Giammarco

Alzi la mano chi non ha sognato, almeno una volta, di vivere negli anni Settanta. Non gli anni di piombo, ma i musicali seventies venati di rock, quelli da dove hanno preso il via tutti i generi, quelli delle grandi band e dei miti intramontabili che ancora oggi, Triste Mietitrice permettendo, si prodigano in tour mondiali, reunion e ristampe digitali dei loro capolavori.

La scena musicale di New York, i locali mitici, le etichette indipendenti. Chi ama la musica in una certa maniera (che non è quella delle playlist di Spotify) non può non rimpiangere un’epoca dov’era il contenuto a prevalere sulla piattaforma, dove la musica era figlia di un genuino processo di composizione e non di qualche algoritmo, dove ci s’inventava ancora qualcosa senza riciclare il riciclato, e dove gli artisti duravano più di una stagione. Quelle persone esistono, sappiatelo, non c’è soltanto il sottoscritto che a fine mese va a vedersi i Television in concerto (e sì, suoneranno ancora Marquee Moon, come quarant’anni fa).

È quello il tipo di pubblico a cui si rivolge Vinyl, il nuovo serial della HBO che da alcune settimane sta mandando in onda i dieci episodi della prima stagione. Chiamateli nostalgici, considerateli come degli eterni fascinati dal mito o persino dei passatisti ma non pensiate che si tratti (solo) di vecchi pensionati che rivivono con qualche lacrimuccia la loro gioventù. La nostalgia è uno dei primari fenomeni culturali di quest’epoca, si rivolge anche a un pubblico giovane, che negli anni Settanta non era neanche nato, e che.

Il plot principale di Vinyl ruota intorno all’American Century, una fittizia etichetta indipendente fondata da Richie Finestra (Bobby Cannavale) e dai suoi tre soci, che ha avuto momenti di gloria ma che non se la sta passando tanto bene, tanto da essere in trattativa per una salvifica cessione alla Polygram.

Gli indizi disseminati nel lungo episodio pilot e nelle puntate andate finora in onda ci fanno capire come il proposito della serie sia quello di raccontarci il rinnovamento musicale avvenuto all’interno del decennio, passando dal tramonto del progressive e degli stilemi più classici del rock fino ad arrivare alla nascita del punk, della new wave e, perché no, dell’hip-hop. Una specie di insight dell’industria discografica statunitense condito da subplot narrativi classici: intrighi, tradimenti, il dramma, il sangue.

L’approccio da retrospettiva storica si fa notare nelle innumerevoli citazioni sparse all’interno dello show. Dal crollo del Mercer Arts Center, che diventa momento centrale e svolta esistenziale del protagonista, passando per Alice Cooper e la sua scelta di abbandonare la band diventando solista, tutto è così verosimile da sembrare documentaristico. O meglio, tutto è quel che ci aspettiamo da un racconto dell’epoca, eccessi e follie inclusi. Nel passaggio tra mitizzazione e cliché si nota quel che manca a Vinyl: un po’ di sana autocritica.

Il limite di questo show sembra risalire proprio alla formazione del team di autori e produttori. Abbiamo Mick Jagger, ovvero la più grande icona vivente del rock mondiale, uno che ha tutto l’interesse nel creare un prodotto celebrativo dell’epopea musicale, magari inserendo anche il figlio nel cast (è il cantante dei Nasty Bits, la band proto-punk che attira l’attenzione di Richie). Poi abbiamo Martin Scorsese, che ha anche diretto (alla grande) il pilot, infarcendolo però di tutti i luoghi comuni del cinema scorsesiano: italo-americani ovunque, mafia, cocaina e, perché no, pure un omicidio. Infine, abbiamo Terence Winter, colui che ha dato inizio all’epoca d’oro delle serie TV creando I Soprano.

La presenza di Winter mi offre lo spunto per notare come Vinyl rientri appieno nel solco di tutti quegli show che hanno un protagonista bianco di mezza età con tanti scheletri nell’armadio e sull’eterno punto di sprofondare. Oltre a I Soprano, pensate a Breaking Bad, House of Cards e Mad Men. Ormai sembra proprio impossibile realizzare una serie TV di successo senza avere un anti-eroe al posto di comando, qualcuno che ti convinca a empatizzare con lui pur compiendo azioni spregevoli.

Le analogie tra Vinyl e Mad Men, poi, sono tante, e saltano tutte agli occhi. Oltre al protagonista, troviamo la moglie Devon (una splendida Olivia Wilde in versione hippie) che mostra da subito le crepe famigliari che hanno compromesso l’unione tra Don e Betty Draper, la giovane Jamie Vine, una segretaria che smania per diventare agente (qualcuno ha detto Peggy Olson?), oppure Zak Yankovich (un Ray Romano con una pettinatura che lo fa assomigliare a Ricky Memphis), il socio di Richie asservito dai capricci di moglie e figlia (qualcuno ha detto Roger Sterling?).

Oltre che ai personaggi, i richiami a Mad Men risiedono nella scrittura e in quel modo di raccontare un mondo (la pubblicità o l’industria discografica, nel caso) con l’occhio attento al particolare e uno stile fotografico seducente. Il problema è che Vinyl, almeno finora, sembra mancare di quel tono critico dell’epoca e di certi costumi (il maschilismo su tutti) che in Mad Men era presente, tra le righe e non. Sembra esserne una versione compiaciuta di chi ti vorrebbe dire “Sì, erano dei pazzi scriteriati, però era figo!”. È  la stessa ottica di chi guarda in maniera nostalgica e consolatoria al passato sfogliando un libro di foto-ricordo, filtrato dai momenti difficili e dagli errori, pieno invece di avvenimenti e ricorrenze felici.

Per questo motivo, se si va oltre alla colonna sonora (ovviamente stellare), alle “ospitate” da fan-service (attori che interpretano, in maniera più o meno riuscita, Led Zeppelin, Andy Warhol o Alice Cooper), se si da quasi per scontato l’alto livello di recitazione, regia e fotografia, si rischia di rimanere delusi da Vinyl. Ma abbiamo ancora metà stagione per ricrederci.

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Musica celestiale: intervista a Rick Moody https://minimaetmoralia.it/interviste/musica-celestiale-intervista-a-rick-moody/ https://minimaetmoralia.it/interviste/musica-celestiale-intervista-a-rick-moody/#comments Sat, 12 Dec 2015 06:30:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29353 Non è un mistero che l'autore di Cercasi batterista, chiamare Alice, Tempesta di ghiaccio e Rosso americano sia un grande cultore della materia musicale, un autorevole critico, nonché un musicista con tre dischi all'attivo con la sua band The Wingdale Community Singers.

Mentre negli Stati Uniti esce il nuovo romanzo, Hotels Of North America, Bompiani pubblica Musica celestiale, corposa raccolta degli articoli musicali di Rick Moody: si tratta di articoli nell'accezione più dilatata e divagante del termine che, per dirla con l'autore, “si prefiggono di illustrare tutto ciò che nella musica cantata e in quella strumentale è in grado di sopraffare il sottoscritto”.

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Non è un mistero che l’autore di Cercasi batterista, chiamare Alice, Tempesta di ghiaccio e Rosso americano sia un grande cultore della materia musicale, un autorevole critico, nonché un musicista con tre dischi all’attivo con la sua band The Wingdale Community Singers.

Mentre negli Stati Uniti esce il nuovo romanzo, Hotels Of North America, Bompiani pubblica Musica celestiale, corposa raccolta degli articoli musicali di Rick Moody: si tratta di articoli nell’accezione più dilatata e divagante del termine che, per dirla con l’autore, “si prefiggono di illustrare tutto ciò che nella musica cantata e in quella strumentale è in grado di sopraffare il sottoscritto”.

Scrivere di musica sembra essere un’attività compulsiva per te…

Compulsivo suggerirebbe qualcosa che si fa in modo automatico, non deliberato, come se io non avessi altra scelta, mentre la verità è che si tratta di qualcosa che faccio perché mi dà un’enorme gioia. Ho iniziato a scrivere di musica a causa della mia grande passione e, tranne rarissimi casi, ad accendere la scintilla che mi fa decidere di scrivere un pezzo è sempre l’entusiasmo per una canzone o un disco. Forse sembra compulsivo, mi rendo conto, perché mi capita fin troppo di frequente. Ma se capita così spesso è perché, semplicemente, io amo la musica.

Ascoltare musica è un’avventura?

Sì, è un’avventura perché quando ascolto musica non so mai dove sto andando, e questa è una cosa buona, spesso mi sento davvero un esploratore. Un esempio: quando ho sentito “Armed Forces” di Elvis Costello, nel 1978, stavo ascoltando principalmente cose prog rock, o meglio classic rock con un vago sapore prog. L’ascolto di “Green Shirt” da “Armed Forces”, però, ha cambiato tutto. Voglio dire, avevo già ascoltato “Never Mind The Bollocks” dei Sex Pistols e “77” dei Talking Heads, ma “Armed Forces” è stato il disco che mi ha fulminato e poi mandato a caccia di tutte le altre cose che ho ascoltato dopo, Television, Patti Smith, Ramones, Wire, The Fall, Pere Ubu, e così via. E quelle cose, a loro volta, mi hanno portato in altre direzioni.

Ciò che rende la musica incredibile, analizzando retrospettivamente i propri ascolti, sono le improvvise e spesso inaspettate prospettive che si aprono semplicemente seguendo le proprie inclinazioni. Al punto in cui mi trovo ora, c’è spazio soprattutto per musica strumentale e sperimentale, ma non sarei arrivato qui senza l’ascolto di “Green Shirt”.

Pensi che la ricerca di musica celestiale sia un obbligo morale?

Non esattamente, anche se ci sono degli aspetti morali da considerare quando si ha a che fare con l’arte. La musica, la letteratura, la pittura, il cinema, la danza, l’architettura, la fotografia sono il modo con cui impariamo a conoscere la coscienza umana. La musica celestiale del titolo suggerisce che qualcosa di sublime, in un modo o nell’altro, si muove, transita. E il sublime, espresso in musica o in altre forme artistiche, rende la vita un’esperienza migliore. Non sei obbligato a perseguirlo, ma se lo fai, con tutta probabilità, senti di aver impiegato il tuo tempo al meglio.

Puoi spiegare il tuo concetto di brutto in musica?

Non mi piace il country contemporaneo, che va molto nelle radio americane, soprattutto perché amo il country genuino di gente come George Jones, Waylon Jennings, Willie Nelson e, andando più indietro, la Carter Family. Questa nuova merda country, il più delle volte, non è altro che propaganda repubblicana. Sono parecchio resistente anche al cosiddetto smooth jazz. E molti tipi di elettronica mi fanno sentire peggio che sul lettino del dentista.

Un esempio? Skrillex. È un tipo di musica in nessun modo accettabile per me. Può capitare però che dentro una musica che non mi piace trovi col tempo qualcosa di buono. Mi è successo coi Grateful Dead, per esempio. Il punto è che se l’ascolto è un’avventura, come suggerivi prima, allora non ha senso irrigidirsi sulle proprie opinioni. Anzi, è bello ogni tanto cambiare parere.

Senti di avere una maggiore libertà quando scrivi di musica rispetto a quando scrivi fiction?

Il più delle volte scrivo di musica in modo poco tradizionale. Cerco di focalizzarmi sulla musica da una diversa angolazione, offrendo un mio punto di vista, ma in un certo senso faccio la stessa cosa quando scrivo fiction. Alla base ci sono impulsi identici. “Make It New!”, per dirla con i modernisti.

Su Musica celestiale scopriamo che il più bel concerto della tua vita è durato appena quarantacinque minuti, con sole cinque canzoni in scaletta. Sul palco c’erano i Lounge Lizards di John Lurie, era un concerto pomeridiano e forse nessun altro lo ritiene un concerto memorabile, tranne te. Non servono tre ore di show e un sacco di bis perché un concerto sia indimenticabile.

No. Anche i concerti punk alla fine degli anni Settanta erano molto brevi e spesso fortissimi. Nei primi anni Ottanta ho visto un concerto di Elvis Costello e degli Squeeze: mi piacque un casino e il tutto non durò più di un’ora e mezza, intendo entrambi i concerti insieme. Ho visto una breve esibizione dei Soul Coughing in un negozio di dischi all’epoca del loro primo tour e ricordo che fu grande. Un paio d’anni fa ho visto Mark Mulcahy cantare ad una festa di Natale, due chitarre acustiche e voce, durò non più di mezz’ora ma fu estremamente potente.

Incontri ogni tanto John Lurie?

Sì, siamo amici. E’ una persona che ammiro molto, è un uomo forte, generoso, intelligente, ed è stato uno dei grandi musicisti del nostro tempo. Mi piacerebbe vederlo più attivo, ma è stato piuttosto male (Lurie soffre della malattia di Lyme, nda) e credo non possa più suonare il suo sassofono. In compenso dipinge. Dovresti vedere i suoi quadri, è un fottuto pittore!

Credi che Musica celestiale sia un libro appetibile anche per chi non ama o non conosce Meredith Monk, Wilco, Magnetic Fields, Pogues e tutti gli altri musicisti di cui parli?

Beh, il pezzo sui Pogues, per esempio, è soprattutto un pezzo sulla musica irlandese in generale, e sulla malattia mentale negli artisti di origini irlandesi. I Pogues sono il pretesto per parlare del concetto di deterioramento nella musica irlandese e non solo. È anche vero, però, che mio padre, che ha ottant’anni, non è riuscito ad apprezzare il libro, troppo specifico per lui. “Musica celestiale” parla della musica degli ultimi quarant’anni, forse con meno enfasi riguardo quella degli ultimi cinque anni. Ecco, chi è interessato soltanto alla musica degli ultimi cinque anni, forse è meglio che si rivolga altrove.

Tre anni fa mi avevi detto che la tua top five di tutti i tempi era questa: “A Love Supreme” di John Coltrane, “Dub Housing” dei Pere Ubu, “Anthology Of American Folk Music”, “Dolmen Music” di Meredith Monk, “Music For Airports” di Brian Eno”.

Era una cinquina superlativa! Ma eccotene un’altra: “Blue” di Joni Mitchell, “Blood On The Tracks” di Bob Dylan, “Live In London And Paris” di Otis Redding, “Cosmic Tones For Mental Therapy” di Sun Ra e “Heroes Of The Blues: The Very Best Of Skip James”.

C’è stata una musica in particolare che ti ha aiutato nella scrittura del tuo nuovo romanzo, Hotels Of North America?

Beh, dando un’occhiata agli ascolti più frequenti su iTunes, pare che l’album che recentemente ho ascoltato di più sia stato “Lux” di Brian Eno.

Ma ho ascoltato molto anche “The Trackless Woods” di Iris DeMent, un grande disco, e sto ascoltando tuttora parecchio “I Dream A Highway” di Gillian Welch. Anche il nuovo album degli Yo La Tengo è davvero buono, credo ci scriverò qualcosa prima possibile.

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Storie dall’altra Hollywood https://minimaetmoralia.it/cinema/storie-dallaltra-hollywood/ https://minimaetmoralia.it/cinema/storie-dallaltra-hollywood/#comments Wed, 03 Jun 2015 16:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24831 C’è un libro che è uscito in America cinque anni fa, ha venduto poche migliaia di copie e non è stato più ristampato, è stato pubblicato in Francia da pochi mesi e sta collezionando solo ottime recensioni, e in Italia probabilmente non verrà mai tradotto. Si chiama The Other Hollywood. The Uncensored Oral History of the Porn Film Industry, e a firmarlo sono Legs McNeil e Jennifer Osborne.

McNeil è un giornalista che, da punk nostalgici, abbiamo tanto amato quando nel ‘97 firmò, insieme a Gillian McCain, un libro monumentale che raccontava la storia definitiva del punk americano. Il libro si chiamava Please Kill Me, e in poco più di seicento pagine raccoglieva centinaia di interviste ai protagonisti della scena punk. La bellezza del libro stava nel rigoroso e riuscito lavoro di montaggio, che trasformava un’infilata di dichiarazioni e risposte in una magnifica saga.

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C’è un libro che è uscito in America cinque anni fa, ha venduto poche migliaia di copie e non è stato più ristampato, è stato pubblicato in Francia da pochi mesi e sta collezionando solo ottime recensioni, e in Italia probabilmente non verrà mai tradotto. Si chiama The Other Hollywood. The Uncensored Oral History of the Porn Film Industry, e a firmarlo sono Legs McNeil e Jennifer Osborne.

McNeil è un giornalista che, da punk nostalgici, abbiamo tanto amato quando nel ‘97 firmò, insieme a Gillian McCain, un libro monumentale che raccontava la storia definitiva del punk americano. Il libro si chiamava Please Kill Me, e in poco più di seicento pagine raccoglieva centinaia di interviste ai protagonisti della scena punk. La bellezza del libro stava nel rigoroso e riuscito lavoro di montaggio, che trasformava un’infilata di dichiarazioni e risposte in una magnifica saga. Metodo utilizzato con pari rigore e riuscita in quest’altrettanto monumentale (620 pagine) e bella storia orale dell’industria pornografica. A metà strada tra Hollywood Babilonia e Il Padrino, il libro si legge come un romanzo e ha dentro storie di sesso, soldi, droga, crimini e celebrità. A fare da scenario è l’America della seconda metà del Novecento, abitata da personaggi irriverenti, a modo loro eroici, e soprattutto erotici, come i musicisti punk di Please Kill Me.

“Se ci pensi il rock’n’roll è erotismo, è puro sesso. Proprio come la pornografia”, mi spiega McNeil in un bar di Saint Mark’s Place, nell’East Village, a New York. Una strada che ha vissuto gloriosi anni punk, e adesso è solo una zona turistica come tante, “uno schifo, come tutta New York”, dice McNeil. “Poco lontano da qui negli anni settanta ho fatto un porno anch’io. È uno dei motivi per cui ho scritto The Other Hollywood: volevo sapere che fine avesse fatto quella gente. La scena del cinema porno e quella del punk negli anni Settanta a New York erano frequentate più o meno dalle stesse persone. E l’età dell’oro del porno è coincisa con quella del rock. Venticinque anni in tutto, dai primi anni Settanta alla fine dei Novanta. Tutto grazie alla ventata di libertà sessuale che abbiamo vissuto in quella stagione. C’è poi un’altra ragione per cui ho scritto il libro, ed è perché è una storia che andava raccontata. E andava raccontata da chi l’ha vissuta in prima persona”.

La storia che andava raccontata è quella di un piccolo business avviato dalla mafia nel 1972 con Gola profonda di Gerard Damiano e diventato in quei venticinque anni un’industria in grado di fatturare miliardi gestita dalle corporation. “Una storia cento percento americana”, dice McNeil, “prima di tutto perché il cinema porno in Europa è arrivato dopo, e poi perché quello che è accaduto con Gola profonda poteva accadere solo in America”. O a dirla con Al Goldstein (giornalista del settimanale pornografico Screw), in modo forse meno elegante ma sicuramente più efficace: “Solo in America puoi fare tanta strada con un pompino”. L’indiscutibile merito di Gola profonda fu quello di avere sdoganato il porno tra gli intellettuali inventando il pornochic. “Per la prima volta”, racconta Gerard Damiano nel libro, “la gente non era imbarazzata se incontrava degli amici uscendo da un cinema porno. Di fatto, in certi ambienti e in certe città, andare a vedere Gola profonda divenne quasi un obbligo sociale”. Racconta Sammy David Jr. che per vedere il film lui e la moglie affittarono la sala del malfamato Pussycat Theater di Santa Monica e insieme a una carrettata di celebrities (Shirley MacLaine tra gli altri) andarono a vederlo in limousine per poi chiudere la serata con una cena a base di foie gras e Chateaux Margaux. Gerard Damiano diventò così “il Fellini, o lo Scorsese del porno” (per alcuni anche “il Bergman”), e diede un nome e una momentanea celebrità a Linda Lovelace.

Linda Lovelace, Marilyn Chambers e Georgina Spelvin (protagoniste le ultime degli altri due film di culto del pornochic, Behind the Green Door e The Devil in Miss Jones) si raccontano nel libro, insieme ad altre pornostar (da John Holmes a Savannah), registi, produttori, gangster (come i Peraino che finanziarono Gola profonda) e agenti dell’Fbi che entrarono nel giro sotto copertura e gli piacque talmente tanto che quasi non ne uscirono più. Tutta gente a cui indubbiamente piaceva il sesso, e che del sesso ne fece un mestiere. Chiedo a McNeil se qualcuno s’è rifiutato di farsi intervistare, e lui mi risponde di no. Dice che “alcuni si sono fatti pagare, e li abbiamo pagati, ma nessuno s’è rifiutato”. Chiedo chi s’è fatto pagare e quanto, e mi risponde “Linda Lovelace, cinquemila dollari. Ma è morta qualche anno prima che il libro venisse pubblicato, e non l’ha mai letto. Non so se le sarebbe piaciuto”. Chiedo se a qualcuno non è piaciuto, e dice di no, dice che “i più entusiasti sono stati quelli dell’Fbi. Chi l’avrebbe detto? E pare sia piaciuto anche ai gangster”. Anche quelli intervistati tutti personalmente. “Lo sapevo che quando andavo a intervistarli dietro di me c’era sempre qualcuno armato pronto a sparare”, continua McNeil, “ma sapevo anche che non avevano motivo di farlo. E io non avevo motivo di avere paura. Gangster, attori porno, agenti dell’Fbi: sono tutte interviste a cui abbiamo lavorato talmente tanto che finisci per affezionarti a tutti nella stessa misura”. E anche a leggere The Other Hollywood di fatto ti affezioni a tutti nella stessa misura, un po’ come quando guardi le serie tv. Ognuno di loro ha un ruolo necessario e battute illuminanti. John Waters, per esempio, quando dice che “la buona pornografia oggi è quando le donne se la godono tanto quanto gli uomini”. O Veronica Hart, pornostar, che distingue il business del porno dagli altri business per il fatto che “nel porno per avere un lavoro non devi andare a letto con nessuno”. O ancora, Annie Sprinkle, guru e regina del pornofemminismo, che quando diciannovenne incontrò per la prima volta Gerard Damiano, senza pensarci due volte gli chiese: “Mi insegni a fare gola profonda?” Di aneddoti del genere è costellato il libro. Si apprende leggendo che Georgina Spelvin era una ragazza chiamata sul set di The Devil in Miss Jones per occuparsi del catering e finì per diventare la protagonista del film. Che dopo avere visto The Devil in Miss Jones, la gente che usciva dalle sale protestava dicendo: “Sono venuto per masturbarmi, non per pensare!” E che durante le riprese di Behind the Green Door le sessanta o settanta comparse che aspettavano di andare in scena si eccitarono così tanto da cominciare tutti a fare sesso, lì sul posto, trasformando il set in un’orgia colossale.

Poi, nel ’98, la storia finisce. “A fine anni Novanta l’età dell’oro del porno era finita. Il più grosso processo messo in piedi contro l’industria del porno finì in un’assoluzione, molti del giro morirono di Aids, e laddove le videocassette non avevano del tutto distrutto il mercato fu internet a farlo. Perché mi sono fermato proprio al ’98? Ero stanco. Sette anni di lavoro credo che stancherebbero chiunque. Per lavorare al libro mi ero trasferito a Los Angeles, e alla fine confesso che andare via da lì è stato un sollievo”. A chiudere il libro è la storia di John Stagliano, pornostar, produttore e regista che con la serie di film in cui interpretava Buttman e in cui era sia attore che cameramen, a fine anni ottanta inventò il “gonzo” come sottogenere della pornografia. Dopo avere perduto la donna che amava (Krysti Lynn, pornostar anche lei, morta in un incidente d’auto), Stagliano era talmente disperato che partì per il Brasile per fare sesso non protetto a rischio Aids. Prese l’Aids, ma subito dopo si innamorò di un’altra ex pornostar, Tricia Deveraux, sieropositiva anche lei. I due andarono a vivere insieme, decisero di provare ad avere un figlio, e ci riuscirono. E la nascita di Isabelle a chiusura del libro sembra quasi un lieto fine. “Ma se ci pensi non è così”, dice McNeil. “A me sembra che quella di Stagliano sia più una storia di disperazione. L’ho scelta perché trovavo rendesse pienamente il mood di tutto il libro. E poi, la maggior parte della gente che ho intervistato per scrivere il libro adesso non c’è più. Sono morti quasi tutti. No, direi che non è un così lieto fine”. Sarà anche vero, ma a me viene in mente una cosa che diceva Richard Lloyd, il chitarrista dei Television, alla fine di Please Kill Me. E cioè che “certo, qualcuno c’è morto, ma era forse una cosa meno pazzesca da fare rispetto alle imprese che gli esseri umani ordinari mettono su un piedistallo?”

Nella sua pagina Facebook, McNeil si definisce “resident punk”. A fine intervista gli chiedo come si fa oggi a essere punk. Lui fa spallucce e mi dice che se eri punk quarant’anni fa lo sei anche adesso. “Forse oggi, se hai vent’anni, è impossibile diventarlo, ma passati i cinquanta puoi sempre continuare a esserlo”. A quel punto gli allungo la mia copia The Other Hollywood, e da fan sincera gli chiedo di autografarlo. E lui, da punk gentiluomo, ci scrive sopra: Non fare nulla di quello che c’è in questo libro. Firmato, Legs Mcneil.

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Ascolti d’autore: Dana Spiotta https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-dana-spiotta/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-dana-spiotta/#comments Mon, 04 Nov 2013 09:30:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16198 Questa è la versione integrale delle interviste a Dana Spiotta uscita su ilmascalzone.it e su Outsider. Qui la prima puntata di Ascolti d'autore. (Fonte immagine)

 Americana, quarantasettenne, insegnante di letteratura alla Syracuse University, Dana Spiotta è l’autrice di Versioni di me (minimum fax, 2013), che Thurston Moore ha definito «un romanzo rock’n’roll che non ha uguali».

È vero che il rock’n’roll ti ha salvato la vita?

Certo, proprio come nella canzone dei Velvet Underground, “Rock’n’Roll”. Quando vivevo nella provincia californiana e mi sentivo molto diversa dalle mie compagni di classe, la musica che ascoltavo mi servì per capire che essere diversi era ok. Tutto ciò che dovevo fare era trasferirmi in città e cercare altri tipi strambi come me.

A che età hai iniziato ad ascoltare musica?

Quando ero molto piccola avevo dei cugini più grandi di me che mi davano dei dischi. Divenni però un’ascoltatrice autonoma e seria, provvista di cuffie, dedita alla lettura dei testi, all’età di dieci anni.

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Questa è la versione integrale delle interviste a Dana Spiotta uscita su ilmascalzone.it e su Outsider. Qui la prima puntata di Ascolti d’autore. (Fonte immagine)

Americana, quarantasettenne, insegnante di letteratura alla Syracuse University, Dana Spiotta è l’autrice di Versioni di me (minimum fax, 2013), che Thurston Moore ha definito «un romanzo rock’n’roll che non ha uguali».

È vero che il rock’n’roll ti ha salvato la vita?

Certo, proprio come nella canzone dei Velvet Underground, “Rock’n’Roll”. Quando vivevo nella provincia californiana e mi sentivo molto diversa dalle mie compagni di classe, la musica che ascoltavo mi servì per capire che essere diversi era ok. Tutto ciò che dovevo fare era trasferirmi in città e cercare altri tipi strambi come me.

A che età hai iniziato ad ascoltare musica?

Quando ero molto piccola avevo dei cugini più grandi di me che mi davano dei dischi. Divenni però un’ascoltatrice autonoma e seria, provvista di cuffie, dedita alla lettura dei testi, all’età di dieci anni.

Poi hai anche lavorato in un negozio di dischi, giusto?

Sì, ho lavorato al “Cellophane Square”, a Seattle nel 1988! In realtà io ho lavorato presso una filiale in periferia, all’interno di un centro commerciale. È stato un glorioso negozio di dischi! Aveva dischi nuovi ma anche usati, così ho dovuto imparare a comprare dischi. È stato bello, il problema è che rispendevo in musica tutti i soldi che guadagnavo.

Seattle, 1988? Fantastico! Che atmosfera c’era in città pochi mesi prima che esplodessero i Nirvana?

A Seattle quello è stato veramente un periodo entusiasmante! All’epoca i grandi nomi erano Mudhoney e Skin Yard ma c’era la sensazione che qualcosa di bello stava succedendo. In realtà era una piccola scena. Tutti conoscevano tutti e negli anni successivi tutti avrebbero fatto un disco. Ricordo di aver passato un sacco di tempo alla Comet Tavern, allo Squid Row, dove potevi vedere tre band per tre dollari, e in molti locali del centro, per esempio in un posto a Belltown chiamato Vinyl-qualcosa, non ricordo più il nome. Tutti avevano una band, o almeno un fidanzato o una fidanzata che era in una band.

In che modo la musica influenza la tua scrittura?

Traggo molta ispirazione dalla musica e dal cinema, così come dagli altri libri. In “Versioni di me” tratto l’argomento musicale perché la musica è strettamente connessa con la memoria. Inoltre il rock’n’roll ha a che fare con la gioventù. E io volevo rappresentare idee giovanili dalla prospettiva di una persona di mezza età.

Puoi dirmi qualcosa in più del tuo modo di vedere connesse musica e memoria?

Mi interessa il modo in cui il cervello analizza i vari aspetti della musica: il ritmo, le ripetizioni, le rime. Tutte cose che aiutano a inscatolare i ricordi. Noi leghiamo delle tracce alle cose che ricordiamo: la musica è una di queste tracce. Una canzone può riportarti alla mente un’intera estate, o una sensazione vividissima. Mi piace il modo in cui la musica elude la nostra logica.

In “Versioni di me” Nik è ossessionato dalla sua falsa biografia e dalle false recensioni dei suoi dischi. Quanto è importante documentare il rock e quanto è importante la critica rock per il rock?

Adoro leggere la critica rock. Amo leggere Rick Moody quando scrive di rock’n’roll. Amo Greil Marcus e Lester Bangs. La famosa intervista di Lou Reed con Lester Bangs ha ispirato alcuni aspetti di Nik. Amo quell’intervista. Così non posso che risponderti che i critici sono molto importanti. Ho imparato tantissime cose leggendo recensioni sulle varie fanzine e su riviste quali NME e Melody Maker. Leggo le recensioni di Pitchfork. E leggo Mojo se qualcuno ce l’ha.

A quali artisti ti sei ispirata per la creazione di Nik?

Il mio patrigno ha molte cose di Nik. E conosco anche altri potenziali Nik. Per quanto riguarda la musica ho preso spunto da tutti quei dischi autoprodotti, registrati in cantina, e da tutti quegli artisti come Jandek (musicista texano che, dal 1978, si è autoprodotto più di cinquanta dischi, ndr.), R. Stevie Moore (centinaia di dischi autoprodotti dal 1968 ad oggi, ndr.) o Robyn Hitchcock. La punk band di Nik nella mia testa suona come i Television, mentre la sua pop band come i Big Star o i Badfinger. Le sperimentazioni soliste di Nik suonano invece come i Suicide. Nella creazione di Nick avevo in mente anche diversi artisti visivi underground come Henry Darger e Achilles Rissoli. Ho pensato anche a Ray Johnson che inscena il proprio suicidio e fa della sua vita la sua arte.

Conosci qualche musicista personalmente?

Conosco alcuni musicisti sconosciuti. Mio marito, per esempio.

Beatles o Rolling Stones?

Beatles. Sono una loro fan ossessiva.

Una canzone dei Beatles?

Dai, no. Impossibile.

Lou Reed o Tom Waits?

Lou.

Una canzone di Lou?

Mi è sempre piaciuta “She’s My Best Friend.”

“Great Jones Street” di Don De Lillo o “La fortezza della solitudine” di Jonathan Lethem?

Adoro entrambi i romanzi.

Cosa ti piace di loro?

“Great Jones Street” è brillante e in anticipo sui tempi, divertente e pieno di inventiva. “La fortezza della solitudine” è commovente ed ha delle false note di copertina, quindi ho un debito nei confronti di quel libro.

Vai spesso a sentire musica dal vivo?

A dire il vero, non molto spesso da quando sono diventata madre.

C’è un concerto che ricordi con particolare affetto?

Ho visto Beck e i Flaming Lips a Syracuse quando io e mio marito ci siamo sposati. È stato davvero magico. E quando ero alle superiori, io e mio fratello vedemmo i Replacements a San Bernardino. C’era un autentico casino e fu lì che mi sentii una vera teenager per la prima volta. Poi ricordo tantissimi altri concerti in tutti questi anni, difficile sceglierne uno, ma questi due sono quelli a cui sono più affezionata.

I tuoi cinque album preferiti di tutti i tempi?

Non esiste che ce la faccia a sceglierli. Ma “Pet Sounds” è sicuramente tra i cinque.

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Intervista a Richard Hell https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-richard-hell/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-richard-hell/#comments Wed, 23 Oct 2013 05:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16005 Questo è pezzo è uscito sul numero di luglio di Repubblica XL. (Fonte immagine: Wikipedia.)

La casa è un appartamento dell’East Village, Dodicesima Strada, quasi Alphabet City. Richard Hell è andato ad abitare lì nel 1975, e non se n’è più andato. Quattro piani a piedi e sono da lui.

Più tardi gli domanderò qual è il suo posto preferito di New York. E lui mi dirà: il mio appartamento.

Bassista e frontman dei Neon Boys, dei Television, degli Heartbreakers e dei Voivoids, autore della più punk delle canzoni punk Blank Generation, protagonista negli anni Settanta della scena proto-punk newyorkese, Richard Hell (Richard Meyers all’anagrafe) racconta adesso in un libro infanzia, adolescenza e giovinezza, fermandosi poi alla soglia dell’età adulta e a quel 1984 in cui abbandonò la musica per la scrittura. Il titolo del libro, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp (Ecco, pagine 293, 25,99 $), lo ha preso da un racconto scritto a otto anni. Il racconto si chiama Bambino in fuga, è a pagina dodici del libro, parla di un tentativo di fuga andato a male, e finisce così: “Ho sognato che ero un barbone pulitissimo!” Nato e cresciuto a Lexington, in Kentucky, amico d’infanzia e compagno di scuola di Tom Miller (insieme a lui nei Neon Boys e poi nei Television come Tom Verlaine), a diciott’anni Hell va a vivere a New York per fare lo scrittore. Da allora a ora ha scritto canzoni, poesie, romanzi, diari, taccuini, saggi. Mentre entro a casa sua penso: “Quest’uomo fa esattamente quello che sognava di fare da ragazzino: lo scrittore a New York”.

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Richard_Hell_by_David_Shankbone

Questo è pezzo è uscito sul numero di luglio di Repubblica XL. (Fonte immagine: Wikipedia.)

La casa è un appartamento dell’East Village, Dodicesima Strada, quasi Alphabet City. Richard Hell è andato ad abitare lì nel 1975, e non se n’è più andato. Quattro piani a piedi e sono da lui.

Più tardi gli domanderò qual è il suo posto preferito di New York. E lui mi dirà: il mio appartamento.

Bassista e frontman dei Neon Boys, dei Television, degli Heartbreakers e dei Voivoids, autore della più punk delle canzoni punk Blank Generation, protagonista negli anni Settanta della scena proto-punk newyorkese, Richard Hell (Richard Meyers all’anagrafe) racconta adesso in un libro infanzia, adolescenza e giovinezza, fermandosi poi alla soglia dell’età adulta e a quel 1984 in cui abbandonò la musica per la scrittura. Il titolo del libro, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp (Ecco, pagine 293, 25,99 $), lo ha preso da un racconto scritto a otto anni. Il racconto si chiama Bambino in fuga, è a pagina dodici del libro, parla di un tentativo di fuga andato a male, e finisce così: “Ho sognato che ero un barbone pulitissimo!” Nato e cresciuto a Lexington, in Kentucky, amico d’infanzia e compagno di scuola di Tom Miller (insieme a lui nei Neon Boys e poi nei Television come Tom Verlaine), a diciott’anni Hell va a vivere a New York per fare lo scrittore. Da allora a ora ha scritto canzoni, poesie, romanzi, diari, taccuini, saggi. Mentre entro a casa sua penso: “Quest’uomo fa esattamente quello che sognava di fare da ragazzino: lo scrittore a New York”.

“Superati i quarant’anni ti rendi conto di avere vissuto la tua giovinezza”, mi dice spiegandomi le ragioni di questa sua autobiografia. “Sei un adulto, e hai capito cosa sei capace di fare e cosa invece è il caso di smettere. Da ragazzino puoi fare tutti i sogni irrealizzabili che vuoi, puoi provare un sacco di cose per capire qual è quella giusta, quella che ti si addice, perché la giovinezza è proprio questo, una sorta di esplorazione. Poi da adulto inizi a chiederti che forma ha preso la tua vita e com’è che ci sei arrivato a quella forma lì. Io ho passato anni a ragionarci sopra, e poi è arrivato un momento in cui dovevo mettere tutto in fila: le persone amate, i lavori fatti, i sogni di bambino, le esperienze occasionali. Anche solo per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Scrivere questo libro era l’unico modo che avevo per farlo”. Poi aggiunge che se ha iniziato a scrivere è “perché non volevo avere un capo, non volevo avere divieti, volevo essere io a decidere della mia vita. E fare lo scrittore è questo: i tuoi pensieri che diventano la tua vocazione”.

A un certo punto della sua autobiografia, parlando di musica e adolescenza, Hell scrive: “Il rock and roll è la sola forma d’arte in cui gli adolescenti non solo sono in grado di eccellere ma sono più o meno gli unici a poterla praticare”. Così è anche il punk, che a detta di molti è stato inventato proprio da Hell quando adolescente eccelleva nell’arte del rock and roll. Gli chiedo conferma, lui fa spallucce dicendomi che sulla questione si esagera sempre e però non smentisce. Cambio argomento per schivare il cliché e parliamo di New York, di com’è cambiata dai Settanta a oggi, di come sia rimasta il posto migliore dove stare “perché tutte le cose più eccitanti accadono qui”.

C’è un momento, durante l’intervista, in cui qualcuno suona al citofono, Hell mi dice che deve assentarsi un attimo e io rimango da sola. Mi guardo intorno, non so bene che fare. Sono seduta su un divano in una piccola stanza piena di libri. Alla mia destra c’è la camera da letto (piena di libri anche questa e occupata quasi interamente dal letto) e il bagno. Davanti ho la scrivania e l’ingresso che è anche la cucina. Scorro le coste dei libri. Jean-Luc Godard, Allen Ginsberg, Lautréamont, Jim Carroll, una foto di Serge Gainsbourg. Gli scaffali sono alti fino al soffitto.

In metropolitana, venendo verso casa sua, ho letto decine di poesie di Hell. L’unico verso che ho memorizzato è di una poesia che parla di un topo, e a un certo punto dice: He smiled his big smile, sorrise il suo grande sorriso. Mi viene in mente guardandolo, quando ritorna e riprende a parlare, mentre m’aspetto che da un momento all’altro faccia una delle sue strane facce, una di quelle delle foto e dei video, diventate così sue che quando doveva decidere il nome da dare alla sua band, propose di chiamarla The Facial Expressions. Mi viene in mente perché mentre parla quest’uomo ogni tanto s’illumina e sorride.

Sorride quando gli chiedo cosa sta leggendo e lui indica l’edizione inglese della Folie Baudelaire di Roberto Calasso. Sorride quando mi dice che i Libertines sono l’unica band recente che gli piace. E anche l’unica che conosce. (Il cd è in alto alla pila accanto allo stereo). Sorride quando ci mettiamo a parlare di cinema. “È l’arte del Ventesimo secolo”, dice. E aggiunge, “Va’ a sapere qual è quella del Ventunesimo”. Sorride di nuovo subito dopo dicendo: “Rossellini”. Sorride quando mi dice che sì, Bob Dylan gli piace moltissimo, ma che lui non è un fan di nessuno. E Bob Dylan nemmeno l’ha mai visto suonare dal vivo. Sorride alla fine, quando di questa sua vita giovane, di prima dell’84, dell’essere musicista, delle canzoni che scriveva, di tutto questo gli domando cos’è che gli manca. Lì Richard Hell, illuminato, col più sorridente dei sorrisi, mi guarda e dice: “Niente”.

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Ascolti d’autore: Michael Chabon https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-michael-chabon/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-michael-chabon/#comments Thu, 03 Oct 2013 14:19:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15693 Questa è la versione integrale dell’intervista a Michael Chabon  pubblicata sul numero di settembre di Outsider all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra musica e letteratura. (Fonte immagine)

Nella letteratura americana contemporanea Michael Chabon occupa un posto di primissimo piano. Autore di “Wonder Boys”, diventato un fortunato film con Michael Douglas e Tobey Maguire, e de “Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay”, che gli è valso il Premio Pulitzer nel 2001, è recentemente tornato alla grande con “Telegraph Avenue”, romanzo ambientato in un negozio di dischi usati situato sull’arteria che collega la benestante Berkeley con la più povera Oakland. Non potevamo non dedicargli una puntata di “Ascolti d’autore”.

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michael-chabon

Questa è la versione integrale dell’intervista a Michael Chabon  pubblicata sul numero di settembre di Outsider all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra musica e letteratura. (Fonte immagine)

Nella letteratura americana contemporanea Michael Chabon occupa un posto di primissimo piano. Autore di “Wonder Boys”, diventato un fortunato film con Michael Douglas e Tobey Maguire, e de “Le fantastiche avventure di Kavalier & Clay”, che gli è valso il Premio Pulitzer nel 2001, è recentemente tornato alla grande con “Telegraph Avenue”, romanzo ambientato in un negozio di dischi usati situato sull’arteria che collega la benestante Berkeley con la più povera Oakland. Non potevamo non dedicargli una puntata di “Ascolti d’autore”.

Come mai un romanzo così pieno di musica?

Sapevo che ambientando il libro in un negozio di dischi inevitabilmente sarebbe venuto fuori un romanzo pieno di musica e l’idea mi piaceva molto. Diciamo che la scrittura di “Telegraph Avenue” è stata un’ottima scusa per ascoltare tantissima musica, molta della quale non conoscevo. Mi sono documentato molto sull’universo jazz e funk degli anni Sessanta e Settanta, ho fatto ricerche attraverso fanzine, etichette discografiche, riviste specializzate dell’epoca… Buona parte del piacere che ho ricavato dallo scrivere “Telegraph Avenue” è legato proprio all’ascolto continuo. Inoltre, in tutti i momenti in cui la scrittura non andava come doveva, c’era quella musica meravigliosa a tenermi su di morale.

Per ricreare il microcosmo di un negozio di dischi ti sei ispirato ad un tuo negozio di fiducia?

Sì e no. In realtà mi sono ispirato ad un negozio in cui mi sono imbattuto a Berkeley, verso la fine degli anni Novanta. Ci lavoravano due ragazzi, uno bianco e uno nero, e anche i clienti erano metà bianchi e metà neri. L’idea di ambientare un romanzo in un negozio di dischi gestito da un bianco e da un nero risale a quel giorno. Ricordo che ascoltavano musica stupenda lì dentro. E c’era quell’odore dei dischi in vinile che mi ha sedotto all’istante, così tipico e dal forte potere nostalgico.

Appunto. “Telegraph Avenue” è ambientato nel 2004 eppure la musica è soprattutto quella degli anni Settanta ed è ascoltata su vinile: sembra che per te la musica abbia in sé un’imprescindibile componente nostalgica.

La componente nostalgica, che sicuramente c’è, è legata proprio alla presenza dei vinili. Per molte persone la nostalgia è un sentimento irrinunciabile, per me non è così, non ambisco al passato perché credo che sia migliore del presente, anzi semmai il contrario. In “Telegraph Avenue” non penso ci sia la classica nostalgia di cose passate, ci sono invece elementi, in gran parte legati all’ascolto di vinili, che creano incontri sensoriali col passato: il loro odore, il loro suono, il contatto diretto con loro… I vinili sono artefatti di un’era perduta, come i vecchi giornali, i vecchi caratteri tipografici, legarsi a loro è solo una risposta dell’uomo di fronte alla perdita.

Perché proprio il jazz degli anni Settanta?

Mi è sembrata subito la musica giusta perché ci vedevo un’ambizione artistica assai lodevole: quella di combinare il virtuosismo del jazz con l’accessibilità del pop. Negli anni Settanta per l’ultima volta il jazz ha avuto un appeal commerciale, era ballabile, era alla radio, era in classifica… È un po’ la stessa ambizione che ho io come scrittore. Mi sforzo sempre di essere accessibile ai più, di trovare una prosa che abbia un ritmo innato, fino a sembrare ballabile, e allo stesso tempo mi piace essere letterario e scrivere sempre qualcosa di qualitativamente eccellente.

Quella del ‘meticciato’ è una componente del jazz e del funk degli anni Settanta che ti interessa?

Sì, anche. L’integrazione di bianchi e di neri è stata una costante in quel periodo. C’era un continuo mescolarsi di musicisti, ingegneri del suono, produttori bianchi e neri. Si tratta di una commistione presente anche in altri momenti del XX secolo ma mai in modo fertile come negli anni Settanta.

Per un romanzo ambientato in un negozio di dischi il riferimento non può che essere “Alta fedeltà”. Come ti sei rapportato al romanzo di Nick Hornby?

Amo il romanzo di Nick Hornby e anche il film che ne è stato tratto. Soprattutto credo che il libro sia veramente buono e sapevo che se volevo scrivere anch’io un libro ambientato in un negozio di dischi dovevo farlo in modo impeccabile, non dovevo commettere errori, proprio perché Nick Hornby l’aveva fatto prima di me in modo perfetto.

Sei un collezionista di dischi?

Non sono un fanatico. Compro vinili anche perché li ascolto mentre lavoro, ma non mi definirei un collezionista.

Quando scrivi hai un vinile in sottofondo quindi?

Sì, da un po’ di tempo ho preso l’abitudine di ascoltarli mentre scrivo. Innanzitutto perché amo il loro suono, poi perché mi costringono ad alzarmi ogni venti minuti per girare il disco o per metterne un altro. Dicono sia la cosa giusta da fare per chi lavora per tante ore seduto su una sedia.

So che sei abituato a scrivere di notte, il suono di un vecchio vinile è particolarmente adatto.

Sì, molto adatto. Io scrivo cinque giorni su sette, dalla domenica al giovedì, dalle 10 di sera fino alle 4 di mattina.

E c’è un tipo di musica che prediligi?

Di solito musica strumentale, propulsiva, purché abbia un andamento stabile, senza variazioni rumore/quiete.

Quali sono i tuoi cinque dischi preferiti di tutti i tempi?

“Marquee Moon” dei Television; “The Kinks Are The Village Green Preservation Society” dei Kinks; “Pet Sounds” dei Beach Boys; “3 Feet High And Rising” dei De La Soul; “Electric Warrior” dei T. Rex (Michael dice i primi tre titoli al volo, gli ultimi due, invece, dopo averci pensato per un paio di minuti, ndr).

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