tempo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tempo/ un blog di approfondimento culturale Thu, 04 Oct 2018 13:51:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg tempo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tempo/ 32 32 Tutto il tempo è il tempo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-il-tempo-e-il-tempo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-il-tempo-e-il-tempo/#comments Mon, 08 Oct 2018 06:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38184 Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui si parla di libri che abbiano almeno tre mesi di vita. In questo caso, un approfondimento de "I vivi e i morti" (minimum fax) di Andrea Gentile è l'occasione per raccontare il tempo in letteratura.

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Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui si parla di libri che abbiano almeno tre mesi di vita. In questo caso, l’approfondimento de “I vivi e i morti” (minimum fax) di Andrea Gentile è l’occasione per raccontare l’approccio al tempo in letteratura secondo altri due autori.

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Nel 1907, alcuni anni prima della pubblicazione de À la recherche du temps perdu di Proust, in Francia venne pubblicato un testo di Bergson che forse aprì la questione della percezione del tempo nel ‘900, Bergson infatti ne l’evoluzione creatrice scrisse:

“Se voglio prepararmi un bicchiere d’acqua zuccherata, per quanto possa darmi da fare devo aspettare che lo zucchero si sciolga. È un piccolo fatto ricco di insegnamenti. Il tempo che devo aspettare non è più infatti il tempo matematico che può applicarsi a tutto il corso della storia del mondo materiale, anche se si dispiegasse simultaneamente nello spazio. È un tempo che coincide con la mia impazienza, cioè con una certa porzione di quella che è la mia durata e che non può allungarsi o contrarsi a piacere. Non è più qualcosa di pensato, ma è qualcosa di vissuto. Non è più una relazione, ma è qualcosa di assoluto. “

Con queste parole, e in maniera più ampia e dettagliata con i suoi studi, Bergson pose un problema che prima ancora che in filosofia o negli studi scientifici, venne recepito dalla letteratura. Cosa succede, dunque, se il tempo condiviso non coincide con il tempo percepito?

L’esempio più famoso è sicuramente quello di Proust, ma nel corso del ‘900, sino ad oggi, questa ricerca sul tempo non si è ancora esaurita generando innumerevoli testi dei quali è impossibile tener conto, ma si può seguire una traccia minima per mostrare come ancora oggi la questione sia dirimente e in che modo viene affrontata.

Un passaggio necessario da fare è sicuramente Mattatoio n. 5 nel quale Vonnegut scrisse:

“Benvenuto a bordo, signor Pilgrim” disse l’altoparlante. “Domande?”
Billy si passò la lingua sulle labbra, rifletté un momento e infine chiese: “Perché proprio io?”
“Questa è una tipica domanda da terrestre, signor Pilgrim. Perché proprio lei? Perché proprio noi, allora? Perché qualsiasi cosa? Perché questo momento semplicemente è. Ha mai visto degni insetti sepolti nell’ambra?”
“Sì.” Effettivamente, Billy in ufficio aveva un fermacarte formato da un blocco di ambra levigata con tre coccinelle incastonate.
“Be’, eccoci qua, signor Pilgrim, incastonati nell’ambra di questo momento. Non c’è nessun perché.”
[…]
“Come… come ho fatto ad arrivare qui?”
“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle montagne rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”
“Lei ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.

Qui Vonnegut prova a costruire un’altra possibilità di tempo, che è un tempo lineare nel quale gli eventi sono così come sono e il problema del libero arbitrio non viene nemmeno posto, semplicemente perché “tutto il tempo è tutto il tempo”. Vonnegut prova, in questo modo, a disinnescare la possibilità che le cose siano ingiustificate, se niente si autodetermina non succede nemmeno che qualcosa avvenga per caso. Quello che è, è in quel determinato modo: e si può scorrere avanti e indietro nel tempo, anche prima e dopo la propria morte, come se alla fine la morte fosse solo una tappa di un percorso di entrata in questo tempo incastonato e statico. Tuttavia Vonnegut non esaurisce la questione, ci sono delle crepe percettive per l’uomo in tutto questo, che lo portano a confrontarsi con la responsabilità delle proprie azioni.

Un altro passaggio interessante sulla questione del tempo lo porta Tahar Ben Jelloun che nel 2001 ne Il libro del buio, racconta la storia di un colpo di stato in Marocco, finito male, per il quale i ribelli vengono imprigionati in celle sotterranee senza la luce per 18 anni. In questo contesto Ben Jelloun porta una visione del tempo, lì dove non c’è più alternanza di giorno e notte. Come si misura il tempo in una prigione sotterranea sempre buia?

“Karim portava il numero 15. Era un tizio grassottello, originario di El Hajeb. […] Era uno che parlava poco, sorrideva ancora meno, ma aveva un’unica ossessione: il tempo. Poteva dire l’ora esatta al minuto, di giorno come di notte. Era quindi indicato per essere il nostro calendario, il nostro orologio, il legame con la vita lasciata dietro di noi o sopra le nostre teste. Se iniziava una conversazione con uno di noi, temeva di perdere il filo del tempo. […] Come se qualcuno avesse premuto un pulsante, l’orologio parlante si metteva in moto: – Siamo nel 1975, è il 14 maggio, sono esattamente le 9 e 36 minuti del mattino.
Proposi ai compagni di non disturbarlo più inutilmente: ci avrebbe detto l’ora tre volte al giorno, giusto perché potessimo orientarci mentalmente nel buco nero e avere l’illusione di poter controllare il tempo.”

Lì dove Bergson ha posto la questione della scissione tra tempo esteriore e tempo interiore, Ben Jelloun utilizza la letteratura per trasferire il tempo esteriore all’interno del tempo interiore. Questa trasposizione però implica nel personaggio creato un appiattimento solo sulla condizione della temporalità, perché Karim smette di parlare con le persone, smette qualsiasi attività, si estranea da sé in funzione di una ritmicità temporale da portare avanti. In questo caso il tempo viene percepito a patto di non esser vissuto.

I due esempi di Vonnegut e di Ben Jelloun, tra i tanti possibili, offrono due chiavi di lettura sul rapporto tra letteratura e tempo. Ovviamente non sono gli unici esempi, però sono estremamente importanti per mostrare la percezione del tempo lineare, come esterno al soggetto che lo esperiesce, e la percezione del tempo lineare interna al soggetto. Cosa succede, invece, se la ciclicità del tempo viene vissuta? C’è una coincidenza del tempo stesso, tra passato, presente e futuro?

In questo senso il libro di Andrea Gentile, I vivi e i morti, mostra una ricerca sulla temporalità che di rado di si è fatta in questi anni in Italia, scrive Andrea Gentile:

“Così la voce parlò.
Non era la prima volta.
Non era l’ultima volta.
Questo sarà il tempo che fu. La nube di polvere cosmica e il ferro e il nichel formarono il nuovo pianeta, poi stratificatosi, nucleo ferroso.”

O ancora:

“Fuori c’era scritto: Professore.
Bussarono. Nessuno aprì.
Bussarono. Aprì un uomo.
«Professore! Che bello rivederla. Sono il giudice Govone. Mi permetta di presentarle i miei sodali».
«Qui non c’è nessun Professore».
«Professore, non si ricorda di me?»
«Certo, lei è il giudice Govone. Quante avventure insieme».
«E allora, Professore? Lei vuole dirmi di non essere il professore».
«Lo fui».
«Ma lei è qui, davanti a noi».
«Non vede che non ci sono? Non vede che sono morto?»”

In entrambi i passaggi si evidenzia questa temporalità non lineare che va a incidere, ovviamente, sulla percezione del tempo dei protagonisti degli eventi raccontati. All’interno de I vivi e i morti si intrecciano le storie di Italia, piccola bambina costretta a uccidere il padre e  quella di Assuntina, bambina dispersa sulle cui tracce si metteranno i genitori e non solo. Il tutto avviene all’interno del paesino di Masserie di Cristo, luogo inventato in un generico sud. Ovviamente all’interno del libro numerosi personaggi si uniscono alle vicende principali, la narrazione procede come un fiume al quale numerosi affluenti giungono sino a modificarne il corso e la forza. Tuttavia c’è un meccanismo innescato da Andrea Gentile che va scardinare tutto: il tempo nel quale avvengono le vicende.

E d’improvviso il passato e il presente, i vivi e i morti, tutto coincide in una presenza costante, il fiume, con il suo scorrere e la sua forza, sembra diventare un lago immenso dalle dimensioni di una goccia d’acqua. Gentile immagina un tempo che si estende, altrimenti sarebbe impossibile la narrazione stessa, ma che nel momento in cui si estende si ritrae contemporaneamente.
In questo modo la temporalità salta e non si presenta né come puramente lineare, né tantomeno come circolare. Cosa ci sta raccontando quindi Andrea Gentile?

Bisogna fare un passo indietro e tornare alle prime pagine del romanzo per capire cosa avviene, che tipo di movimento ci può aiutare a comprendere, scrive Gentile:

“Fare arte è togliere di scena. Il senso del mondo non sta certo nel mondo. Sta fuori dal mondo. proprio come il ragno secerne il filo della ragnatela facendo uscire da se stesso e riassorbendolo in se stesso, così la mente proietta il mondo da sé e di nuovo lo dissolve in se stessa. Impossibilitare gli dei. Il tempo non ha nessun senso.”

Attraverso queste parole Gentile sembra avvertire il lettore che il passaggio attraverso il libro è quasi come un uscire da se stessi per rientrare in se stessi, ma in questo passaggio, nell’atto stesso di fare arte, il tempo non ha senso, e quindi: in che modo si può raccontare il tempo se non modificandolo e plasmandolo a seconda di quello che bisogna raccontare?
Ecco che ancora una volta la letteratura recepisce l’indagine filosofica e la rende ai lettori in forma di finzione. La questione della temporalità contemporanea viene raccontata, fuori contesto, attraverso queste sovrapposizioni di piani, queste coincidenze temporali tra la vita e la morte, tra il prima e il dopo. Esattamente come sta avvenendo da un po’ di anni all’interno dei dibattiti filosofici attraverso quella che alcuni definiscono iperstoria e che ha l’obiettivo di creare categorie attraverso le quali comprendere l’accelerazione del tempo all’interno della quale stiamo vivendo. Accelerazione dovuta ai social, a internet, alle intelligenze artificiali, alla capacità di calcolo dei processori, e a tutte le invenzioni che insieme stanno cambiando il modo di vivere e percepire il tempo.

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La Jetée https://minimaetmoralia.it/cinema/la-jetee/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-jetee/#comments Fri, 19 Mar 2010 06:16:52 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2046 Questa recensione del film La Jetée di Chris Marker, una delle tante che J.G. Ballard ha redatto durante la sua pseudo carriera di critico dei media freelance, mostra in modo esemplare il suo istinto infallibile per le cose originali. Apparsa per la prima volta in New Worlds, luglio, 1966. Questo film strano e poetico, un […]

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Questa recensione del film La Jetée di Chris Marker, una delle tante che J.G. Ballard ha redatto durante la sua pseudo carriera di critico dei media freelance, mostra in modo esemplare il suo istinto infallibile per le cose originali. Apparsa per la prima volta in New Worlds, luglio, 1966.

Questo film strano e poetico, un misto di fantascienza, favola psicologica e fotomontaggio, crea nei suoi modi peculiari una serie di immagini bizzarre dei paesaggi interiori del tempo. A parte una breve sequenza di tre secondi – un sorriso esitante di una giovane donna, un momento di straordinaria intensità, come il frammento del sogno di un bambino – i trenta minuti di film sono costituiti interamente da pose fisse. Eppure questa successione di immagini sconnesse è il mezzo perfetto per proiettare i ricordi quantificati e i movimenti nel tempo che sono il tema del film.
La Jetée del titolo è la piattaforma di osservazione dell’aeroporto d’Orly. La lunga piattaforma si proietta su quella terra di nessuno in cemento, punto di partenza per altri mondi. Giganteschi jet riposano sull’area di stazionamento accanto alla piattaforma, cifre metalliche la cui aerodinamicità non è che un codice per attraversare il tempo. la luce è friabile. Gli spettatori sulla piattaforma di osservazione hanno l’aspetto di manichini. L’eroe è un piccolo ragazzo, in visita all’aeroporto con i genitori; improvvisamente c’è il bagliore frammentato di un uomo che cade. È successo un incidente, ma mentre tutti corrono dall’uomo morto, il ragazzino si fissa invece sul viso di una giovane donna vicino al parapetto. Qualcosa di quella faccia, la sua espressione di ansia, rimorso e sollievo, e soprattutto l’ovvio ma non dichiarato legame della giovane donna con il morto, crea un’immagine di straordinaria potenza nella mente del ragazzo.

Anni più tardi scoppia la terza guerra mondiale. Parigi è quasi cancellata da un immenso olocausto. Qualche superstite resiste nelle gallerie circolari sotto il Palais de Chaillot, come fossero topi di laboratorio in una sorta di labirinto dal tempo deformato. I vincitori, distinguibili per le strane lenti oculari che portano, cominciano a condurre una serie di esperimenti sui sopravvissuti, tra cui l’eroe, ora sulla trentina. Di fronte al mondo distrutto gli sperimentatori sperano di inviare un uomo attraverso il tempo. Mandano il giovane, per il potente ricordo che continua ad avere della piattaforma di Orly. Con un po’ di fortuna ci arriverà. Altri volontari sono diventati pazzi, ma la forza straordinaria del suo ricordo lo riporta alla Parigi prebellica. La sequenza delle immagini qui è la più bella del film, il soggetto è steso su un’amaca nel corridoio sotterraneo, come in attesa che sorga un qualche sole interiore, con una bizzarra maschera chirurgica sugli occhi – per quanto mi riguarda, l’unica rappresentazione convincente di un viaggio nel tempo dell’intera fantascienza.
Arrivando a Parigi vaga tra la folla estranea, incapace di prendere contatto con chiunque finché non incontra la giovane donna che aveva visto da bambino all’aeroporto di Orly. Si innamorano, ma il loro rapporto è guastato dal suo senso di isolamento nel tempo, la sua consapevolezza di aver commesso una sorta di crimine psicologico nell’inseguire il suo ricordo. In una specie di tentativo di collocarsi nel tempo, porta la giovane donna al museo di paleontologia, passando giorni tra piante e animali fossili. Visito l’aeroporto di Orly, dove decide che non ritornerà dagli esperimenti di Chaillot. In questo momento appaiono tre strane figure. Agenti di un futuro anche più lontano, pattugliano i canali temporali e sono venuti per costringerlo a tornare. Piuttosto che lasciare la giovane donna, l’eroe si getta dal pilastro. Il suo corpo che cade è quello che aveva intravisto da bambino.
Questo tema ben noto è trattato con notevole acume e immaginazione,i simboli e le prospettive rafforzano di continuo il tema principale. Non fa uso una sola volta delle convenzioni care alla fantascienza tradizionale. Costruendo le proprie regole sullo scalfire, riesce trionfalmente dove la fantascienza fallisce immancabilmente.

E poiché il fine settimana è un tempo lungo e carico di buchi pensanti, riportiamo qui sotto anche il racconto della voce narrante, scritto dal regista Chris Marker. Un piccolo capolavoro per salutare voi cari amici di minima&moralia e darvi appuntamento a lunedì.

La Jetée (sceneggiatura)
Questa è la storia di un uomo ossessionato da un’immagine della sua infanzia.
La scena, che lo preoccupa per la sua violenza e il cui significato non comprenderà che molti anni dopo, ha avuto luogo ad Orly, qualche tempo prima dello scoppio della terza guerra mondiale.
Ad Orly, di domenica, i genitori erano soliti portare i figli a vedere gli aerei che partivano. Di questa domenica particolare il ragazzo la cui storia stiamo raccontando si sarebbe ricordato il sole immobile, gli arredi lungo il molo d’attracco e il viso di una donna.
Non c’è niente a richiamare i ricordi degli altri momenti: solo più tardi si faranno riconoscere, per via delle cicatrici. Di quel viso, che sarebbe diventato la sola immagine dei tempi della pace ad attraversare i tempi della guerra, si chiedeva se mai l’avesse veduto veramente o se invece avesse creato quel momento di tenerezza per estraniarsi dal momento di follia che sarebbe arrivato, col boato improvviso, col gesto della donna, coi corpi che oscillano, le urla lungo l’attracco confuse dalla paura. Più tardi comprese di aver visto morire un uomo.
E un po’ di tempo dopo arrivò la distruzione di Parigi.
Morirono in molti. Alcuni pensarono d’essere i vincitori. Altri vennero fatti prigionieri. I sopravvissuti si rifugiarono nella rete sotterranea di Chaillot.
La superficie di Parigi, e senza dubbio la maggior parte del mondo, era disabitata, distrutta dalla radioattività. I vincitori facevano la guardia ad un impero di ratti. I prigionieri venivano sottoposti a degli esperimenti, apparentemente molto importanti per coloro che li realizzavano. Al termine dell’esperienza i primi erano delusi, i secondi morti, o pazzi.
Fu scelto un giorno per la sala degli esperimenti l’uomo di cui raccontiamo la storia.
Era impaurito. Aveva sentito parlare dei direttori degli esperimenti. Pensava di trovarsi di fronte allo Scienziato Pazzo, al dottor Frankenstein. Vide invece un uomo senza passione, che gli spiegò in modo posato che attualmente la razza umana era condannata, che lo Spazio le era precluso, che la sola speranza di salvezza stava nel Tempo. Un corridoio nel tempo e forse si sarebbe potuto arrivare al cibo, ai medicinali, alle fonti di energia.
Era questo lo scopo degli esperimenti: inviare degli emissari nel Tempo, chiedere al passato e al futuro l’aiuto per il presente.
Ma la mente umana non riusciva ad adattarsi. Risvegliarsi in un’altra era voleva dire nascere una seconda volta, da adulto. Il trauma era troppo grande. Dopo aver spedito in zone differenti del Tempo corpi senza vita o senza coscienza, ora gli inventori si stavano concentrando su soggetti dotati di immagini mentali molto forti. Essendo capaci di concepire o sognare un altro tempo, forse si sarebbero potuti integrare.
La polizia del campo spiava perfino i sogni. Quest’uomo fu scelto tra altri mille, per la sua fissazione su di un immagine del passato.
Sulle prime nient’altro che il distacco dal tempo presente e ai suoi legami. Si ricomincia. Il soggetto non muore ne delira. Soffre. Si continua. Al decimo giorno dell’esperimento le immagini iniziano a fluire, come confessioni. Un mattino in tempo di pace. Una stanza in tempo di pace, una stanza vera. Veri bambini. Veri uccelli. Veri gatti. Vere tombe. Il sedicesimo giorno è sul molo.
Vuoto. A volte cattura di nuovo una giornata d’allegria, ma diversa, un viso d’allegra, ma diverso. Rovine. Una ragazza che potrebbe essere colei che cerca. L’incrocia sul molo. Gli sorride da una vettura. Altre immagini si presentano, si mescolano, in un museo che potrebbe essere quello del suo ricordo.
Il trentesimo giorno la incontra.
Questa volta è sicuro di riconoscerla. E’ la sola cosa di cui sia sicuro in questo mondo senza date che lo colpisce per la sua ricchezza. Attorno a lui materiali favolosi: il vetro, la plastica, tessuto a spugna. Allorché si riprende dalla sorpresa la donna è scomparsa.
Coloro che conducono l’esperimento stringono il controllo su di lui rispedendolo sulla pista. Il tempo torna a riavvolgersi, ritorna quell’istante. Questa volta le sta vicino, le parla. Lei lo saluta senza sorpresa. Sono senza ricordi, senza progetti. I loro si costruiscono attorno ad essi, col solo scopo di recuperare il sapore dell’attimo che stanno vivendo e dei segni sui muri.
Più tardi, si trovano in un giardino. Gli torna in mente che esistevano i giardini. Lei gli chiede cosa sia il collare che porta, il collare del combattente che lui indossava all’inizio di questa guerra che un giorno scoppierà. Lui le inventa una spiegazione.
Camminano. Si fermano di fronte al tronco di una sequoia ricoperta di date storiche. Lei pronuncia un nome straniero che lui non riesce a capire. Come in un sogno le mostra un punto oltre l’albero. Sente che sta dicendo: «Vengo da là…»
….e ricade indietro, svuotato di ogni energia. Poi un’altra onda del Tempo lo solleva. Senza dubbio gli hanno fatto un’altra iniezione.
Ed ora lei sta dormendo al sole. Lui pensa che nel mondo in cui va a riprendere le forze, solo per poi essere rispedito verso di lei, lei è morta.
Si risveglia, lui le parla ancora. Di una verità che è troppo fantastica per essere creduta, lui si limita all’essenziale: un paese lontano, una lunga distanza da percorrere. E lei lo ascolta senza farsi beffe di lui.
E’ lo stesso giorno? Non lo sa proprio. Ripeteranno assieme un’infinità di passeggiate come questa, in cui crescerà tra di loro una confidenza muta, una confidenza allo stato puro. Senza ricordi, senza progetti. Fino a che non sente, davanti ad essi, una barriera.
Così ha termine la prima serie di esperimenti. Era l’inizo di un periodo di saggio in cui l’avrebbe ritrovata in momenti differenti. Lei l’avrebbe accolto in modo normale. Lo chiama il suo Spettro. Un giorno sembra aver paura. Un giorno si appoggia a lui. E lui non sa mai è lui a dirigersi verso di lei, se è diretto, se sta inventando o se sogna.
Verso il cinquantesimo giorno si incontrano in un museo pieno di animali senza tempo.
Ora la portata è sistemata in modo perfetto. Proiettato sul momento desiderato può rimanere e muoversi senza sforzo. Anche lei sembra essere addomesticata. Accetta come un fenomeno naturale i passaggi di questo visitatore che appare e scompare, che esiste, parla ride con lei, tace l’ascolta e se ne va.
Allorché si ritrova nella stanza degli esperimenti, sente che è cambiato qualcosa. Il direttore del campo è là. Dai discorsi attorno a lui comprende che dopo i successi degli esperimenti nel passato è nel futuro che intendono ora inviarlo. L’eccitazione per una tale prospettiva gli fa dimenticare per qualche momento il fatto che quell’incontro al Museo era l’ultimo.
Il futuro era protetto in modo migliore del passato. Alla fine d’altre prove ancora più dolorose per lui, finì con l’entrare in risonanza col mondo futuro. Attraversò un pianeta trasformato, Parigi ricostruita, diecimila viali incomprensibili. L’attendevano altre persone. L’incontro fu breve. Era chiaro che rifiutavano queste scorie di un’altra epoca. Lui recitò la sua lezione. Poiché l’umanità era sopravvissuta, non poteva rifiutare al proprio passato i mezzi per la sua sopravvivenza. Questo sofisma fu accettato come un mascheramento del Destino. Gli dettero una centrale di energia sufficiente per rimettere in marcia tutta l’industria umana e le porte del futuro si richiusero.
Poco dopo il suo ritorno fu trasferito in un’altra parte del campo.
Sapeva che i suoi carcerieri non l’avrebbero risparmiato. Era stato uno strumento nelle loro mani, l’immagine dalla sua infanzia era servita da esca per metterlo a loro disposizione, aveva risposto alle loro attese e aveva svolto il suo ruolo. Non attendeva altro che di essere liquidato, con da qualche parte dentro di lui il ricordo di un tempo vissuto due volte. Ed al fondo di questo limbo che ricevette il messaggio delle persone del futuro. Anch’essi viaggiavano nel Tempo, e in modo più semplice. Ed ora erano là e gli proposero di accettarlo tra di loro. Ma la sua richiesta fu diversa: piuttosto che questo avvenire pacificato, chiese che gli venisse reso il mondo della sua infanzia e questa donna che fose lo stava aspettando.
Una volta sul grande molo di Orly, in quella calda domenica prima della guerra dove avrebbe potuto dimorare, pensa con una punta di vertigine che anche il bambino che era stato doveva trovarsi là, a guardare gli aerei. Ma per prima cosa cercò il viso di una donna, alla fine del molo. Le corse incontro. E nel riconoscere l’uomo che l’aveva seguito fin dal campo sotterraneo, capì che non c’era più Tempo e che questo istante che gli era stato permesso di vedere da bambino, e che non aveva cessato di ossessionarlo, era il momento della sua morte.

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