Teresa Capello Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/teresa-capello/ un blog di approfondimento culturale Thu, 07 May 2020 13:40:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Teresa Capello Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/teresa-capello/ 32 32 Stati Uniti immaginari (ma non troppo): “Vanilla Ice Dream” di Roger Salloch https://minimaetmoralia.it/libri/vanilla-ice-dream-roger-salloch/ https://minimaetmoralia.it/libri/vanilla-ice-dream-roger-salloch/#respond Thu, 07 May 2020 12:00:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43221 di Teresa Capello

Blow up, il momento il cui un obiettivo mette a fuoco un dettaglio, avvicinandolo allo sguardo, come a volte si fa, sbattendo le palpebre. Al racconto “Las babas del diablo”, Michelangelo Antonioni si ispirò, nel 1966, per realizzare il film Blow up; Cortázar vi raccontavala vicenda di Roberto Michel – traduttore e fotografo, che indagava su un dettaglio, presente in una fotografia. Qualcosa di affine, in un contesto molto diverso, si ritrova nel romanzo Vanilla Ice Dream di Roger Salloch, edito nella collana tamizdat, di Miraggi, 2020.

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di Teresa Capello

Blow up, il momento il cui un obiettivo mette a fuoco un dettaglio, avvicinandolo allo sguardo, come a volte si fa, sbattendo le palpebre. Al racconto “Las babas del diablo”, Michelangelo Antonioni si ispirò, nel 1966, per realizzare il film Blow up; Cortázar vi raccontavala vicenda di Roberto Michel – traduttore e fotografo, che indagava su un dettaglio, presente in una fotografia. Qualcosa di affine, in un contesto molto diverso, si ritrova nel romanzo Vanilla Ice Dream di Roger Salloch, edito nella collana tamizdat, di Miraggi, 2020.

Salloch, artista statunitense che vive a Parigi, poliedrico autore di narrativa, cinema, teatro nonché fotografo, e che con il suo precedente Una storia tedesca aveva inaugurato la stessa collana – racconta, con stile controllato ed asciutto – tanto scarno quanto netto ed incisivo – una storia complessa, fatta di contrasti: d’amore, di forzature, implosioni affettive, partenze e ritorni, sempre alimentati o condizionati, sullo sfondo, ma in evidenza, da un radicato odio razziale che arriva a minare, ed a volte del tutto corrodere, anche gli interstizi della vita privata del protagonista. D’altra parte, risulta essere proprio questa l’intenzione editoriale: i “tamizdat”, in Urss e nel blocco comunista, erano le opere straniere clandestine, vietate perché provenienti da «tam», là.

Con il ritmo di una sintassi martellante, paratattica e nervosa, a tratti discontinua – esattamente come uno scatto fotografico, meditato a lungo, oppure dominato da un impulso improvviso – il protagonista, Carter Hollmann, comprende, a mano a mano, e parallelamente vive, la distopia, inizialmente sfuocata, poi nitida, in crescendo – dura,e tragica – che ritrova, in un ipotetico 2021, al suo ritorno negli U.S.A, dopo molti viaggi in tutto il mondo,dei quali conserva molti ricordi, condivisi con il lettore. Travolto da una crisi profonda, dopo un momento di violento scontro con la donna che amava, il protagonista era infatti diventato uno “scrittore di viaggio, un osservatore”.

Gli United States che Salloch racconta sono uno Stato sufficientemente immaginario, ma i moltissimi dettagli riferiti ad aspetti del presente, da ricercare nella lettura – a volte disseminati con una certa ironia, ma sempre portati alle loro estreme conseguenze – fanno comprendere anche il risvolto sociale o addirittura sociologico, di un discorso su temi molto attuali, senza sconti (con riferimenti ad un uomo bianco “con una messa in piega arancione”)…

…Carter era seduto in una bettola chiamata The American Breakfast. Non aveva importanza. Erano le cinque del pomeriggio. Allineati nel bar vecchi sgabelli foderati di pelle porpora. La pelle rubata anni prima dalle selle di qualche rodeo. Quello sì che importava. Vecchi poster raffiguranti la Statua della Libertà e John Kennedy. E Robert Kennedy, con jeans slavati e guance colorite. E poster della prima marcia di protesta delle donne a Washington. Anche quello era importante.

Scene del passato e del presente si alternano nei clic della memoria, e tutto si confonde, ma mai senza lucidità dello sguardo, con le fotografie scattate da Meredith, la donna amata da Carter, mentre l’uomo non riesce mai a definire, del tutto, la natura della relazione, psicologicamente tortuosa, che lo attanaglia.

In un punto del romanzo, un esplicito riferimento a Hemingway dà un’ulteriore possibile chiave di lettura della storia. Un giorno l’attenzione dello scrittore viene attratta da una fotografia, appesa alla parete, in casa di Meredith. La foto in bianco e nero ritrae un bambino, gioiosamente impegnato a mangiare un gelato alla vaniglia.

Fotografie in bianco e nero merlettavano la parete. Alcune scolpite nella miseria. Tutte crudamente contrastate, famiglie nere radunate sui gradini di casa, sul davanzale di una roulotte, madri nere che tenevano bambini neri per i piedi per fermare quello che Meredith chiamava il rigurgito nero. Le dita di una bambina che seguivano le crepe di un muro, cercando una via d’uscita. Di rado c’erano uomini neri. Sul caminetto, un’immagine che lo colpì particolarmente: un bambino nero che leccava un bianchissimo gelato alla vaniglia. La lingua fuori. Il gelato che si stava sciogliendo in fretta. Le sue speranze sulla lingua. Qualcuno, probabilmente Meredith, aveva tracciato un titolo sul bianco opaco che la circondava: Vanilla Ice Dream.

La scena nella foto, però, come molte altre scattate dalla sua ex compagna – nuovamente inseguita, come un incubo ricorrente – è colma di disperazione che amplifica, nell’uomo, il desiderio di capire perché e per conto di chi sta lavorando Meredith, come fotografa. Il rimbalzo delle notazioni coloristiche, nel romanzo, è potente e fortemente visivo, costruendo un discorso nel discorso, con una citazione più volte ripetuta – oltre ad altri numerosi rimandi letterari – la pagina quarantadue di Moby Dick di Melville, che ossessiona il protagonista:

Pensava ad Achab, a Pip e al Pequod, ma soprattutto al capitolo 42, dove si scopre che il bianco, e non il nero, è il colore dell’orrore. Sebbene in molti oggetti naturali la bianchezza accresca raffinatamente la bellezza, quasi le impartisse una sua speciale virtù […] pure, malgrado tutte queste accumulate associazioni, con tutto ciò che è dolce e venerabile e sublime, sempre cova nell’intima idea di questo colore qualcosa di elusivo che incute più panico all’anima di quel rosso che atterrisce nel sangue.

Quindi, mentre l’America è sinistramente dominata dal motto “Make America white again” e la Casa Bianca è chiamata l’Albergo Bianco, in una specie di Stato che controlla i propri cittadini attraverso ogni mezzo possibile – dividendo e selezionando nettamente le persone non solo in base al loro colore della pelle o etnia, ma soprattutto in base alla loro ricchezza – l’osservatore Carter Hollmann, non riuscendo a cancellare il ricordo di quella donna enigmatica (che lo stesso narratore, inizialmente, descrive in un modo asettico e straniato: “In realtà, lei non era nemmeno nera, diciamo più ebano con sfumature di rosa, come quelle sbavature di tramonto che ti avvolgono alla fine di una bella giornata”) intreccerà una relazione con un’altra donna, che conosce da tempo, Catherine, cercando di uscire da una coazione a ripetere che lo spinge a compiere sempre lo stesso errore.

Su suggerimento di due amici, Rachel e Bob, caratterizzati come borghesi piuttosto indifferenti ai problemi sociali – benché li riconoscano e siano consci della distopia che stanno vivendo – lo scrittore inizia a lavorare in una scuola di scrittura dove le pareti sono controllate con un circuito elettrificato; mentre contemporaneamente, in una zona denominata Perimetro, avviene un atroce gioco di ruolo,una lotta, forse simulata, forse sanguinosamente vera, tra Rossi e Blu. Alla tessitura narrativa, ad un certo punto, si aggiunge l’amicizia che lo scrittore di viaggio intreccia con un alunno, Julio, bizzarro e solitario, il cui vero nome è già una storia, di per sé (“Mi chiamo Julio Orijnak. In realtà, Juliano Orijnak. E mia madre ha voluto che fosse Julio Cristobal Crazy Horse Prijnak. Ma di questo ve ne parlerò più avanti”) che, suo malgrado, porterà Hollmann a capire che cosa si nasconde dietro i viaggi in furgone del giovane amico e soprattutto a cosa si riferiscono le foto di Meredith.

Vanilla Ice Dream occupava il pannello centrale all’ingresso. La testa del ragazzino era girata di tre quarti come se potesse già sentire l’approssimarsi della folla nella fotografia successiva, dietro l’angolo, quattro poliziotti con pistole e manganelli che sembravano rosso fuoco sotto la loro placcatura d’argento. Si poteva quasi percepireil gelato che gocciolava sulle sue dita. E poi, un minuto dopo, il gusto dei suoi polpastrelli mentre cercava di leccarlo via. I sogni non mentivano, e nemmeno le fotografie di Meredith. Davano voce ai gradini sul retro, ai giardini, alle roulotte piene dell’immondizia del giorno prima, davano voce all’America, la nostra bella America, My country, ’tis of thee, of thee I sing. Nera l’architettura, bianco lo spazio. Così mangiavano i neri, così pisciavano i neri.

Una battuta, a mio parere, racchiude il cuore intimo di questo romanzo, esplicitando, sul piano emotivo, l’incapacità caparbia, poi consapevole e ricercata con determinazione, del protagonista: così come Carter Hollmann non ha mai imparato ad allacciarsi in modo consueto ed abituale i lacci delle scarpe, egli risulta altrettanto incapace di accettare di vivere, in un silenzio passivo e compresso, in un luogo dove, quando un ragazzo nero viene investito da un furgone – sorpreso forse a rubare in un negozio e malamente spinto fuori dal titolare – nessuno si ferma a preoccuparsene, al di fuori del protagonista stesso e di un’altra persona: e forse è anche per questo che è diventato scrittore di viaggio ed osservatore, quasi cercando, inizialmente, un’ulteriore possibile risposta alla propria inquietudine. Insomma, sentendosi infine più Ismaele che Achab, l’uomo non riesce a stare senza far nulla, senza almeno provarci a cambiare quel mondo, pur sapendo che non è un’impresa facile.

La frase a cui mi riferisco si legge quando Julio, l’allievo/amico che sta imparando ad esprimere, con esercizi di scrittura creativa, le proprie emozioni, inizialmente raggrumate nel silenzio, inizia, quasi in una specie di febbricitante trance, a recuperare la storia di migrazioni della propria famiglia, osservando il dolore che aveva nascosto a sé stessoe dice a Carter: “Mi stai ascoltando? Io mi sto ascoltando”.

Approssimandosi al finale, si svela una speranza, concreta ed interiore, che guarda ad un 2021 senza condizionamenti da strabismo distopico:

A parte questo, avrebbe potuto non esserci alcuna speranza nella nostalgia, ma per ragioni che solo gli dei conoscono, c’era ancora speranza nei pancake.

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Zeromood https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/zeromood/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/zeromood/#comments Tue, 22 Oct 2019 13:57:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41433 di Teresa Capello

Il 4 ottobre 2019 è uscito Zero il Folle, il nuovo lavoro di Renato Fiacchini, Zero in arte, inediti pubblicati con quattro copertine diverse l’una dall’altra per il look dell’artista – colore dell’abito, forma e colore del copricapo. Si tratta di un’opera realizzata a Londra con la produzione e gli arrangiamenti di Trevor Horn (che ha lavorato con Paul Mc Cartney, Rod Stewart e Robbie Williams) nella quale è evidente l’intenzione di rinnovamento – una costante programmatica nell’evoluzione artistica di Zero – ma soprattutto da cui sembra affiorare un’altra intenzione, quella di rileggere un’intera carriera, cosa che – bene o male – stanno facendo, in modi diversi, alcuni grandi autori italiani, come Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Claudio Baglioni, Edoardo Bennato e molti altri… tutti Big che vissero nei tardi anni Settanta l’apice della loro popolarità ed hanno saputo tenere viva, in un modo o nell’altro, la fiamma della loro Musa personale, proprio mentre si avviano a compiere, anno più anno meno, i settant’anni circa in pieno live: la tournée di Renato Zero segna il sold out in molte date, prima dell’uscita dell’opera.

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di Teresa Capello

Il 4 ottobre 2019 è uscito Zero il Folle, il nuovo lavoro di Renato Fiacchini, Zero in arte, inediti pubblicati con quattro copertine diverse l’una dall’altra per il look dell’artista – colore dell’abito, forma e colore del copricapo. Si tratta di un’opera realizzata a Londra con la produzione e gli arrangiamenti di Trevor Horn (che ha lavorato con Paul Mc Cartney, Rod Stewart e Robbie Williams) nella quale è evidente l’intenzione di rinnovamento – una costante programmatica nell’evoluzione artistica di Zero – ma soprattutto da cui sembra affiorare un’altra intenzione, quella di rileggere un’intera carriera, cosa che – bene o male – stanno facendo, in modi diversi, alcuni grandi autori italiani, come Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Claudio Baglioni, Edoardo Bennato e molti altri… tutti Big che vissero nei tardi anni Settanta l’apice della loro popolarità ed hanno saputo tenere viva, in un modo o nell’altro, la fiamma della loro Musa personale, proprio mentre si avviano a compiere, anno più anno meno, i settant’anni circa in pieno live: la tournée di Renato Zero segna il sold out in molte date, prima dell’uscita dell’opera.

Rimane d’altra parte altrettanto indelebile e da discutere – come già si sta facendo (con o senza l’ausilio di YouTube) – l’opera omnia di Battisti, di Dalla e senz’altro di De Andrè. Sarebbe da ridiscutere anche chi annoverare tra i cantautori e non cantautori, ma sarebbe un altro discorso.

Un abbozzo di bilancio a proposito di chi sia Renato Zero – fatto da chi lo ama ma scriva dichiaratamente come non-sorcino – qui si può tentare di farlo, per ascoltare queste nuove canzoni, e si finisce però a trattare dell’impatto sociale, visivo, dei comportamenti e gli stili di una intera generazione (peninsulare) che di quel successo fu indirettamente parte integrante, determinandolo.

L’imprinting delle note cadenzate del divertente gioco di scambio di “Mi vendo”, di “Baratto”, l’irresistibile refrain di “Triangolo”, il dolceamaro filosofico-esistenziale di “Il cielo”, “La favola mia” e “Amico” su una generazione (questa, invece, che è la mia) fu potente: quelli in realtà erano messaggi articolati e profondi, legati ad un radicale cambiamento dei comportamenti (che di fatto cominciamo a vedere più lucidamente oggi, nel 2019); e quando uscirono i suoi grandi primi vinili, noi che ci affacciavamo sulla soglia dell’adolescenza, ne fummo investiti in pieno. Basta un verso, ritornarci molti anni dopo resta una specie di folgorazione:

Lui chi è? Come mai l’hai portato con te?

(Renato Zero, testo e R. Zero-Mario Vicari, musica- Album Zerolandia, uscito nell’ottobre 1978)

Qui il video di Triangolo, la canzone a cui quel verso appartiene, tratto da un concerto live tratto dal film Ciao ‘Ni, del 1979, con soggetto di Zero e regia di Paolo Poeti, almodovariano ante litteram:

In quegli anni Grease stava bene o male diventando un cult-generation movie, uno di quei miti di cui si ha bisogno per crescere, rimpiazzato poco dopo dal Tempo delle mele – e così pure, però, da Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino (uscito nel 1981, con le musiche di David Bowie). Allora si discuteva con i genitori, per i ragazzini, se poter fare o no il buco all’orecchio e, per le ragazzine, il problema sembrava essere appunto mettere o no un secondo orecchino allo stesso lobo… ma non era lì, il discorso. Questo lo capimmo poi. Era, quell’adolescenza, di chi era nato alla fine dei Sixties ed all’inizio dei Seventies, il vissuto di ragazzi che – forse a loro insaputa – si stavano confrontando con i modelli di un mondo al tramonto, che definitivamente ma pure indelebilmente archiviava molto del suo passato. Noi non lo sapevamo, ma certo lo sentivamo.

Quei videoclip visti la domenica pomeriggio a Discoring – mitico format con la firma di Boncompagni che in onda su Raiuno ebbe una lunga vita, dal 1977 al 1989 – insieme agli altri video, esterofili e che parevano allora più trendy e raffinati, qualche anno dopo amatissimi ed agognati in tarda serata a Mister Fantasy – in onda dal 1981 al 1984 – in pieno edonismo reaganiano, presentati dalla voce pacata e sexy di Carlo Massarini,in blazer e t-shirt – furono una pietra miliare.

Le tutine strizzate di lamé, gli occhi calcati di eyeliner, i boa di piume di struzzo di Renato Zero avevano insomma segnato la trasformazione, in Italia, dei comportamenti sociali, e indirettamente le nostre scelte, anche nelle province culturalmente spente dove giungevano quei fotogrammi mentali così incisivi.

Ripensando a quegli anni, è come se adesso guardassimo… non un film made in U.S.A. genere Quentin Tarantino che strizza ambiguamente l’occhio all’Italia, ma un “C’era una volta in Italia” tutto nostro. Un film ideale nel quale vedremmo quanto tutto, nel nostro Paese, sia completamente cambiato, ora – e lo potremmo fare rimettendo su un nuovo piano di lettura la realtà evocata artisticamente insieme a molte storie di persone molto note o poco note, come la controfigura di Di Caprio è l’ignoto Brad Pitt: magari persone perse nel tempo e nella nostra memoria o che ci sono rimaste in qualche modo ancora accanto; oppure in questa pellicola nostrana – da intitolare provvisoriamente Zeromood – rivedremmo persone che forse hanno fatto e detto qualcosa di scomodo o decisamente assai poco, anzi zero-politically correct per quell’Italia, cattolicissima – nella quale proprio la mia generazione continuava a frequentare, ignara, il catechismo.

Quell’Italia di adulti che erano i nostri genitori e che si erano nutriti prima, morbosamente, dopo il fantasticare su Coppi e la sua Dama Bianca, delle love story di Mina e Corrado Pani, poi dei pruriginosi meta-ammiccamenti di Claudia Mori, indimenticabile lady che cantava, con grande crocifisso al collo a favore di telecamera, l’inno dei fedifraghi“Buonasera Dottore”(1975, è da rivedere come documento storico) e però, a dirla tutta, quell’Italia che era uno Stato che stava per incontrare anni di piombo cupo che l’avrebbero cambiato in modo definitivo e che la storiografia ancora fatica ad assemblare (forse, il primo passo sarebbe chiedersi perché questa fatica, ma anche qui, non è il caso ora di aprire digressioni).

In quella Italia di noi ragazzini, tra tutte, l’immagine senza dubbio più potente, l’icona che oltrepassava un limite senza che tu avessi neppure il tempo di accorgertene, era quel Renato Zero, quella chioma di capelli ribelli, quello che quasi sembrava – perché certamente voleva sembrare un clown asessuato, oppure bisex che però scelse, lui per primo, di rileggere italianamente e con originalità modelli come Bowie, reggendo il confronto. Questo anzi va precisato: nell’orizzonte italiano, possiamo attribuire un valore culturale profondo ed importante ad alcune esperienze artistiche di quegli anni, anche se tutti respiravamo, per osmosi, e amavamo le sonorità britanniche o americane. – allora e negli anni a venire.

Dentro quelle canzoni, però, ci arrivava anche Roma. Era quella anche una Roma che non aveva timore di mostrarsi, anzi (di nuovo). Se prima davanti alla tv ci avevano lasciato ascoltare fino alle undici di sera – dal quadrato catodico Rai, che si rianimava il sabato dalle ventuno in poi, durante le Canzonissime presentate da Raffaella Carrà e Corrado – gli stornelli di Lando Fiorini, la potenza delle corde vocali di Claudio Villa, la meravigliosa Gabriella Ferri, che toglieva il fiato ad ascoltarla, quella Roma che arrivò con le canzoni di Renato Zero, era del tutto diversa.

Nella nostra immaginazione, la musica di Renato Zero, che ha sempre sottolineato il suo legame con la città, ci ridisegnava la Capitale e lo faceva in modo completamente nuovo. Ci parlavano, quelle note, anche di un gruppo di amici artisti che avevano cercato Roma, tra cui dalla Calabria Loredana Berté e Mia Martini, e poi pure Rino Gaetano, divisi tra Piper e Folkstudio. Sentivi Roma ed un discorso su Roma. Un discorso su Roma che avevano fatto, collocandolo in contesti diversi e lontani, cineasti come Rossellini e Fellini, scrittori come Pasolini (e, non è inutile ricordarlo, ci sarebbero moltissimi altri rimandi, che ora non aggiungo, come Anna Magnani icona e simbolo stesso della romanità declinata al femminile) ma che ti si apriva del tutto, improvvisamente più vicino, ascoltando quella musica, da ragazzino qual eri. Un imprinting profondo, che arrivava da una musicassetta, col nastro che usciva continuamente e che andava riavvolto con la bic, esplodeva intenso da una scomoda e grande radio portatile o, con cento lire, sparato dal juke-box del bar della piazza del tuo quartiere, oppure da un vinile, acquistato con i primi soldi a tua disposizione,oppure,come ricordato, evanescente giungeva in tinello da una trasmissione tv, ma soprattutto, a ragion veduta, attecchiva definitivamente in te solo ascoltando con più attenzione le parole di una canzone come “Il carrozzone”, dove quel cosiddetto mondo dello spettacolo ti si palesava, come in un nostro bellissimo italiano “Show must go on”.

“Il carrozzone va avanti da sé, con le regine, i suoi fanti e i suoi re”

Nel gioco, le carte erano a volte pure di picche. Ed era una Roma-topos, che avresti poi compreso, fino in fondo, solo anni dopo leggendo testi di Marziale, che descriveva l’Urbe dalla Spagna di Bìlbili:

“Ignota est toga…”, qui non si fa uso della toga; quando la chiedo, mi si dà una veste prendendola da una sedia rotta posta vicino al letto, quando mi alzo mi accoglie il camino alimentato da un mucchio di legname del vicino lecceto… (Epigrammata, XII, 18)

Una Roma opulenta, contraddittoria, che poi Paolo Sorrentino, nato nel 1970 – la mia generazione – avrebbe quasi chirurgicamente sublimato nella Grande Bellezza – ma pure, indirettamente, nei successivi Loro 1 e 2 – rappresentando quel mondo da un’altra angolazione, che ti faceva respirare e rivivere esattamente quella realtà mentale che rispondeva al nome Roma, evocandola quasi a radice della tua cultura e dell’identità di chi a questa terra, in qualche modo, appartiene.

Ritrovo quell’immagine della mia memoria sulla copertina di Zero, il folle, che –ora –andrebbe di nuovo ricomprato in vinile, come sta accadendo per logiche non solo commerciali: è un’immagine dove si può leggere il passato, trovare il presente e – secondo me – soprattutto immaginare i contorni pure di un certo futuro, esattamente quello che viene quasi ogni giorno messo in discussione – e non solo in Italia – dal reazionarismo di certe posizioni anacronistiche, come conati di passato che porterebbero di filato a nuove intolleranze plumbee. Forse non si parla più di contestazione di modelli ma di certo ciascuno di noi ragazzini (oggi più o meno cinquantenni, adulti e magari genitori) sarà piuttosto alle prese con il (faticoso, ancora, in alcuni casi) assestamento di una libertà personale – di scelte e comportamenti – non più segnata dalla ribellione, ma da una libertà necessaria,e con urgenza, per trasmetterla ad altri adolescenti, liberi di scegliere il proprio copricapo.

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Il bed-in di John e Yoko, cinquant’anni dopo https://minimaetmoralia.it/altro/bed-john-yoko-cinquantanni/ https://minimaetmoralia.it/altro/bed-john-yoko-cinquantanni/#comments Tue, 19 Mar 2019 13:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39785 di Teresa Capello

Il 20 marzo del 1969 John Lennon e Yoko Ono si sposarono, a Gibilterra. La loro privacy durò ben tre minuti, dopo i quali annunciarono alla stampa di voler trascorrere la loro luna di miele insieme ad una platea mondiale. E lo fecero, dando vita concretamente ad una performance davvero unica, straordinaria. Si chiusero per sette giorni, dal 25 al 31 marzo, nella stanza 902 dell’International Hilton Hotel di Amsterdam, convocando una conferenza stampa globale che facesse da cassa di risonanza per quello che definirono il loro “Bed-in for Peace”: per 12 ore al giorno, dalle nove del mattino alle nove di sera, sarebbero rimasti a letto, a chiacchierare con i cronisti e con gli ospiti, ripresi dalle telecamere e fotografati continuamente.

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di Teresa Capello

Il 20 marzo del 1969 John Lennon e Yoko Ono si sposarono, a Gibilterra. La loro privacy durò ben tre minuti, dopo i quali annunciarono alla stampa di voler trascorrere la loro luna di miele insieme ad una platea mondiale. E lo fecero, dando vita concretamente ad una performance davvero unica, straordinaria. Si chiusero per sette giorni, dal 25 al 31 marzo, nella stanza 902 dell’International Hilton Hotel di Amsterdam, convocando una conferenza stampa globale che facesse da cassa di risonanza per quello che definirono il loro “Bed-in for Peace”: per 12 ore al giorno, dalle nove del mattino alle nove di sera, sarebbero rimasti a letto, a chiacchierare con i cronisti e con gli ospiti, ripresi dalle telecamere e fotografati continuamente.

Entrambi capelli lunghi e pettinati in modo simile, con una scriminatura centrale, entrambi vestiti di candidi pigiami, entrambi ieratici. Poi, dopo le 21, luci spente e delusione per tutti i reporter: perché tutti già li avevano visti nudi, insieme,sulla copertina dell’album composto e suonato in una notte (“Unfinished Music n.1, Two virgins”) – immagine costretta poi ad essere distribuita con un ipocrita rivestimento di carta marrone, con oblò da peepshow per gli ovali dei volti – e tutti si aspettavano ora, da loro, qualcosa di più cool di una serie di interviste. Lennon stesso aveva scattato le foto di quella copertina (del primo album insieme), la prima volta (così vuole il mito) che avevano fatto l’amore, la mattina dopo la registrazione, a Londra, nel 1968, con il letto sfatto ripreso nell’angolatura dell’inquadratura (a dire il vero, pare che l’incontro – certamente karmico – delle loro anime risalisse ad un colpo di fulmine che ebbe luogo al pre-vernissage di una mostra di lei, da cui lui era stato colpito in modo particolare).

Rileggere quell’evento – la performance di una inconsueta peace honeymoon – a cinquant’anni di distanza, può essere interessante, per molti motivi. Così ha fatto l’architetto Beatriz Colomina alla Biennale di Architettura di Venezia 2018, nel Padiglione dell’Olanda, a tema “Work, Body, Leisure”, curato da Marina Otero Verzier direttrice del dipartimento di ricerca dell’Het Nieuwe Instituut di Rotterdam. Colomina, architetto spagnolo che lavora negli U.S.A., teorizza una nuova dimensione “orizzontale” del lavoro, prendendo ispirazione, in sostanza, dal dato riportato nel 2012 dal Wall Street Journal, secondo cui l’ottanta per cento dei giovani professionisti newyorkesi lavora regolarmente stando a letto, interconnettendo l’area office con la zona boudoir, grazie alla tecnologia.

Il padiglione olandese ai giardini dell’Arsenale era strutturato, una volta entrati nello spazio centrale, come spazio interattivo: il visitatore agiva liberamente con l’apertura di una serie di sportellini, alcuni dei quali accoglievano repertori fotografici o altri tipi di produzioni artistiche, mentre altre finestrelle si affacciavano direttamente sulle installazioni dove, poco più in là, la parete, arancione intenso,diventava porta che s’apriva. Per alcuni giorni, la stessa Colomina, nell’installazione che riproduceva in ogni dettaglio l’immacolata stanza dell’Hilton, aveva realmente ospitato, rigorosamente indossando un pigiama – qui a righe colorate, anche per gli ospiti – varie persone,con le quali lei stessa discuteva a proposito del tema dell’allestimento (tra gli altri l’artista olandese Madelon Vriesendorp, il curatore d’arte inglese Hans Ulrich Obrist, Odile Decq, architetto francese, Liz Diller, architetto polacco,Andres Jaque, architetto spagnolo, Wyni Maas, architetto olandese).

A integrazione dell’opera, Colomina – attualmente docente di Storia dell’Architettura all’Università di Princeton – fa una approfondita analisi degli aspetti della performance di John Lennon e Yoko Ono.

Two of the most public people in the world, who had protested so loudly and worked so incredibly hard to protect their privacy in the face of a continuous media assault, suddenly inverted the equation and deployed the center of their private life, the bed, as a weapon, turning it into the most public platform for another kind of protest.

“Due delle persone più note al mondo, che avevano protestato risolutamente e si erano preoccupate con grande determinazione di proteggere la loro privacy per fronteggiare l’assalto continuo dei media, improvvisamente invertirono l’equazione e misero in campo il centro della loro vita privata, il letto, come un’arma, trasformandolo nel palco più pubblico al mondo per un altro tipo di protesta”.

Lennon, intervistato dal Washington Post, il 15 giugno successivo,aveva spiegato così il progetto:

“You’re in a fishbowl, so make use of it. It is no goodtrying to put a fence around it. So instead of all the cameras just being outside looking in, you’ve also got the cameras inside looking out. The things Yoko and I are doing are really that: projecting, bouncing back as fast as we can what happens to us from the outside. We put ourselves there in the fishbowls. And now, thatwe’re in that position—we use it for peace. And that’s the onlything to do, really. Because it’s no goodworking for money. And there is nothing else to do but work. So working for peace is an objective”.

“Vivi in una boccia per pesci rossi, quindi fanne un uso che ti sia utile. Non è positivo cercare di mettere un recinto intorno. Così, invece di trovarti tutti gli obiettivi di macchine fotografiche e telecamere che se ne stanno fuori ad osservare ciò che accade dentro, tu devi portar dentro quegli obiettivi e far osservare loro ciò che accade fuori. Ciò che Yoko ed io stiamo facendo è proprio questo: mettendo in luce, facendo rimbalzare il più rapidamente possibile al di fuori ciò che noi viviamo. Ci piazziamo là nella boccia per pesci rossi. Ed ora, standocene in quella postazione, noi la sfruttiamo per la pace. Ed è l’unica cosa da fare, sul serio. Perché non è bello lavorare per i soldi. E non c’è null’altro da fare che lavorare. Così lavorare per la pace è un obiettivo”.

(Leroy Aarons, “John and Yoko: Life in a FishBowl”, The Washington Post, Times Herald, June 15, 1969, 157)

Beatriz Colomina: They put the cameras to work for them. Not reporting on an event but performing the event. It was not simply a media event, it was media as event. They were filmed being filmed.

“John e Yoko hanno fatto lavorare gli obiettivi che li inquadravano,al loro posto. Non realizzando un report sull’evento, ma producendo i media stessi una performance dell’evento. Non era semplicemente un evento mediatico erano i media a far parte integrante dell’evento. John e Yoko erano filmati mentre venivano filmati”.

Quanto viene sottolineato in merito a quella performance è divenuto per noi una percezione abituale, sia con i politici che con celebrities varie: è la stampa stessa a costruire un evento, a far parte della discussione e di molte performance, con obiettivi a volte svelatamente commerciali a vantaggio di chi è coinvolto.

Quando cinque mesi fa sono entrata in quella stanza, a Venezia, dopo aver attraversato la parete arancione, una sensazione – senza eufemismi – di pace e una tangibile aspirazione all’armonia mi ha investito, suscitata, pur nell’assenza dei protagonisti, da quei toni di bianco di pareti, tessuti, fiori, che essi stessi scelsero come espressione connotata di ampio senso – pure nel doppio significato che il colore aveva nelle loro rispettive culture d’origine – e del vuoto che si apriva,candido, al mio passaggio, mentre contemporaneamente – dentro me – ho sorriso leggendo sulla parete laterale i messaggi d’amore alternati allo slogan “Growyourhair”, vero e proprio inno al trascorrere lento del tempo, sicuramente in contrasto con il ritmo del mio tempo ai giardini dell’Arsenale, tra un padiglione e l’altro, per riuscire a vedere tutto prima dell’ora di chiusura, ma certo – quel che contava, per comprendere sia l’opera che a suo tempo la performance – in netta controtendenza rispetto quello che era stato il forsennato ritmo dei concerti di John, con il quartetto. Dietro al letto – vuoto e sfatto – i due cartelli “Bed Peace” e “HairPeace”, scritti nella grafia originaria,mi hanno quindi accolta come ciascuno che fosse invitato alla festa planetaria, nella loro costruita immediatezza e nel loro affacciarsi sul proscenio del mondo, e nella finestra della mia memoria, nei tanti articoli che lessi, dopo quell’otto dicembre dell’Ottanta, alla morte del grande artista.

Colomina naturalmente aveva ricreato anche la luce trasparente della vetrata dietro al letto, dove i passanti – come su un palcoscenico – potevano intravvedere la sagoma dei cuscini appoggiatici contro.Per dodici ore al giorno – esattamente cinquanta anni fa – John Lennon e la sua sposa rilasciarono senza soluzione di continuità,una serie di interviste a reporter di tutto il mondo, mentre le foto della performance comparivano sui più importanti quotidiani accanto agli articoli della guerra in Vietnam, rendendo concreto il progetto di pubblicizzare la pace che entrambi avevano pensato, così come Lennon dichiarò in un’intervista all’uscita di Double Fantasy nel novembre dell’Ottanta, poi pubblicata dopo la sua morte:

We knew our honeymoon was going to be public, anyway, so we decided to use it to make a statement. We sat in bed and talked to reporters for seven days. It was hilarious. In effect, we were doing a commercial for peace on the front page of the papers instead of a commercial for war.”(“Playboy Interview: John Lennon and Yoko Ono”, Playboy, January 1981, p.101).

“Sapevamo che la nostra luna di miele sarebbe diventata un fatto di cui tutti quanti avrebbero parlato, comunque, così decidemmo di usarla per fare una dichiarazione. Noi ce ne stavamo seduti a letto e abbiamo parlato con i reporter per sette giorni. Faceva ridere. In effetti, noi stavamo facendo uno spot per la pace sulle rime pagine dei giornali, invece dei soliti spot per la guerra”.

In questa dimensione del rapporto con i media, quell’incredibile matrimonio-performance ha anticipato – con l’intuizione delle due star – molto di quello che è venuto dopo, fino ai social. Lennon affermava, nella stessa intervista, There is no line between private and public. No line”, “Non c’è separazione fra privato e pubblico. Nessuna separazione”, il che è in parte accaduto quando una enorme massa di persone ha reso pubbliche le proprie foto che ritraggono momenti intimi e privati, postandole.

Nella data in cui Lennon avrebbe compiuto settantotto anni, nell’autunno 2018 – gesto costellato di critiche, come tutti quelli di Yoko Ono insieme a John Lennon, in vita o in morte – è stato riproposto nelle sale cinematografiche il film del 1972“Imagine” e a febbraio 2019, nel giorno del proprio compleanno, Ono ha annunciato la successiva uscita del terzo album composto insieme nel 1969, (Wedding album), proprio nel cinquantenario del matrimonio. Infatti su quel letto provocatoriamente immacolato e bianco ci stavano pure registratore e chitarra: nella tournée “Bed –in” – i due si ritirarono per un’altra settimana, tra maggio e giugno dello stesso anno, in Canada, al Queen Elizabeth Hilton Hotel di Montreal, stanza 742 – dove la Plastic Ono Band registrò, insieme a chi era presente in quel momento – un coro quasi improvvisato –questo grande inno alla pace che è “Give peace a chance”: diamo alla pace anche solo una possibilità, come scrisse Lennon, sicuramente per amore, nel suo senso più lato possibile. Non si può non concludere guardando il video di un festoso corteo di nozze. Buon anniversario, John & Yoko, l’advertising per la pace funziona ancora.

Let me tell you now
Ev’rybody’s talking ‘bout
Revolution, evolution, masturbation, flagellation, regulation, integrations
Meditations, United Nations, congratulations
All we are saying is give peace a chance

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