Tex Willer Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tex-willer/ un blog di approfondimento culturale Thu, 10 Apr 2014 09:49:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tex Willer Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tex-willer/ 32 32 Vent’anni (e un mese) senza Aurelio Galleppini https://minimaetmoralia.it/estratti/aurelio-galleppini/ https://minimaetmoralia.it/estratti/aurelio-galleppini/#comments Thu, 10 Apr 2014 09:44:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19915 Un mese fa è stato il ventesimo anniversario della scomparsa di Aurelio Galleppini, in arte Galep, creatore, insieme a Gian Luigi Bonelli, di Tex Willer. Pubblichiamo il profilo dedicato a Tex di Luca Raffaelli, da Tratti & Ritratti. I grandi personaggi del fumetto da Alan Ford a Zagor.

di Luca Raffaelli

Tex Willer

Quando Tex nasce, nel 1948, il western in Italia è come la fantascienza. Delle immense praterie del Texas e dell’Arizona si sa quanto di Marte e Saturno. Nessuna documentazione fotografica può aiutare: è pubblicata su libri americani quasi inaccessibili, e i costumi indiani sarebbero stati portati alla nostra attenzione da Margaret Mead decenni dopo. Rimane solo il mito, la ricostruzione attraverso la rimozione, l’epica della parzialità: quell’affascinante cinema americano dei cowboy e degli indiani, che nel dopoguerra invade le sale italiane.

Il fumetto italiano, poi, è tutto da inventare. Dalla fine della guerra se ne occupano piccoli editori, aziende a gestione familiare, con la redazione in salotto e il magazzino in cantina. Vera fortuna di quei tempi è la possibilità di rischiare. Si può provare in economia con una manciata di personaggi, e scoprire quale funziona sufficientemente bene per continuare almeno per un po’.

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Un mese fa è stato il ventesimo anniversario della scomparsa di Aurelio Galleppini, in arte Galep, creatore, insieme a Gian Luigi Bonelli, di Tex Willer. Pubblichiamo il profilo dedicato a Tex di Luca Raffaelli, da Tratti & Ritratti. I grandi personaggi del fumetto da Alan Ford a Zagor. (Fonte immagine)

di Luca Raffaelli

Tex Willer

Quando Tex nasce, nel 1948, il western in Italia è come la fantascienza. Delle immense praterie del Texas e dell’Arizona si sa quanto di Marte e Saturno. Nessuna documentazione fotografica può aiutare: è pubblicata su libri americani quasi inaccessibili, e i costumi indiani sarebbero stati portati alla nostra attenzione da Margaret Mead decenni dopo. Rimane solo il mito, la ricostruzione attraverso la rimozione, l’epica della parzialità: quell’affascinante cinema americano dei cowboy e degli indiani, che nel dopoguerra invade le sale italiane.

Il fumetto italiano, poi, è tutto da inventare. Dalla fine della guerra se ne occupano piccoli editori, aziende a gestione familiare, con la redazione in salotto e il magazzino in cantina. Vera fortuna di quei tempi è la possibilità di rischiare. Si può provare in economia con una manciata di personaggi, e scoprire quale funziona sufficientemente bene per continuare almeno per un po’.

Così la signora Tea Bonelli si trasforma da casalinga in editore di fumetti. Separata dal marito Gianluigi, ha imparato da lui (editore, romanziere e sceneggiatore) tutto quello che c’è da sapere per tentare l’avventura. Con lei, una nipote come segretaria e il figlio Sergio come fattorino. Nel 1948 decide di puntare su due personaggi, scritti da Gianluigi e figli delle sue passioni: i moschettieri e i cowboy del West. Occhio Cupo è il progetto su cui puntare di più e quello su cui il sardo Aurelio Galleppini si impegna al massimo, lavorando a ritmi forsennati. Per l’altro personaggio (chiamato Tex Willer, perché Tex Killer, il primo nome proposto, era troppo forte) bastano le ore della sera e della notte. Nella redazione milanese si lavora e si dorme e Sergio, allora sedicenne, non riesce mai a sorprendere Galleppini addormentato. Sembra che lavori sempre, anche a notte fonda e al mattino presto.

Occhio Cupo e Tex Willer escono nello stesso periodo. Lo strillo pubblicitario di Tex è: «L’albo più ricco al prezzo più povero»: trentasei pagine in formato striscia, quindici lire. Primo titolo: «Il totem misterioso». Tex vince il suo primo duello: Occhio Cupo scompare dopo dodici uscite, mentre Tex continua, trasformandosi da fuorilegge in ranger (una sorta di sceriffo a tutto campo); Gianluigi scrive di getto le storie e Galleppini si ispira, per i ranch, alle fattorie della Maremma grossetana.

Intanto il progetto arriva a compimento: il protagonista è un bianco, è un ranger, ma è anche al comando degli indiani Navajo con il nome di Aquila della Notte. È stato sposato a Li­lyth, la figlia del capo, che con il suo amore lo ha salvato dalla morte (lei morirà poco dopo, destino comune alle donne dei fumetti di Tex) e gli ha lasciato un figlio di nome Kit. Al protagonista presto si affiancano tre personaggi, i suoi pards (come dire, i suoi soci): un Kit Carson piuttosto diverso dal cacciatore ed e­sploratore realmente vissuto, l’indiano Tiger Jack e il figlio Kit, diventato un bel ragazzone. Guarda caso sono quattro. Proprio come i moschettieri, quelli di D’Artagnan.

Da scrittore di mille personaggi e di mille avventure, Gianluigi Bonelli si ritrova a doversi occupare solo di Tex, con cui entra quasi in simbiosi, tanto da arrivare a vestirsi alla Tex e a dichiarare di esserne il portavoce: Bonelli, sorridendo, afferma di scrivere, quasi in stato di trance, le avventure che il protagonista gli suggerisce. Crede fermamente nel personaggio e nella sua epica. Nel suo West non c’è posto per l’ironia, per l’umorismo, a differenza di tanti film americani, come quelli di John Ford, dove spesso trova spazio un siparietto semiserio. Tex è pieno di sé, e rappresenta la legge in un territorio senza regole dove, per sua fortuna, è facile distinguere gli individui loschi dagli onesti. E se in questa semplificazione della realtà molto viene preso dal modello americano, stupisce come Bonelli abbia saputo anticipare Hollywood nell’attenzione verso i pellerossa. L’amante indiana, primo film americano «dalla parte degli altri», esce in Italia qualche mese dopo il matrimonio di Tex; Piccolo grande uomo e Soldato blu arriveranno vent’anni più tardi. Anche se il matrimonio navajo può essere visto come un semplice espediente per un colpo di scena, la distinzione di Bonelli tra buoni e cattivi non è mai influenzata dal colore della pelle.

Di Tex è stato scritto più che di ogni altro personaggio a fumetti italiano, nel bene e nel male. Prima che arrivassero Diabolik e compagni e gli stessi personaggi giapponesi, è stato lui a inquietare pedagogisti e «difensori dell’infanzia». Basti vedere, nelle vecchie ristampe, gonne femminili che improvvisamente si allungano e pistole che spariscono da mani che ora impugnano il vuoto. Ce n’è voluto prima che diventasse costume, e cultura. Nel 1979 in un saggio su Tex si contavano le vittime della giustizia del ranger bonelliano: erano più di milleduecento. Negli anni Ottanta faceva discutere la fede politica del personaggio (e non solo la sua): è di destra o di sinistra? Se qualcuno è arrivato a una conclusione, ha fatto male. Bonelli ha costruito un personaggio niente affatto univoco. Molte facce diverse convivono sotto la stessa maschera.

Certo, Tex è soprattutto il pistolero che entra in una città del West corrotta da cattivi senza scrupoli e, agendo senza mezze misure, si adopera per riportare la giustizia e la libertà. Tex è il libero pensatore che odia il potere perché cinico e corrotto, che odia la burocrazia perché è sinonimo di imbroglio e di sopraffazione. Tex è l’eroe che dopo aver incontrato fuori da un saloon due bulli poco gentili è capace di bruciare un bosco intero pur di dar loro la punizione che meritano. Ma il personaggio di Gianluigi Bonelli non è solo un vincente. Ha anche perso, talvolta: per esempio in «Profondo sud», una drammatica avventura del 1978 di Galleppini e Nicolò, quando non è riuscito a evitare il linciaggio di un nero.

La fine dell’episodio lo vede in fuga, disperato perché alla follia del razzismo neanche lui è riuscito a porre rimedio. E poi c’è il Tex pacifista, il difensore degli indiani. Aquila della Notte sa che i suoi Navajo non potrebbero mai rispondere a una violenza (in «Sangue Navajo», di Bonelli e Galleppini, 1961, una delle sue avventure più celebri, dei giovani indiani vengono uccisi dai bianchi per puro gioco) con altra violenza. E allora il personaggio di Bonelli si trasforma ancora, diventando nonviolento a oltranza, ordinando ai suoi azioni dimostrative ma, per carità, senza alcuno spargimento di sangue. Un Tex molto simile a quello che, nel corso di «Tra due bandiere» (di Bonelli e Galep, 1970), celebre avventura ambientata nella guerra di secessione, maledice quella e tutte le guerre: perché la scazzottata in un saloon è un gioco, un inseguimento con l’uso dei fucili è uno spettacolo, mentre in guerra gli uomini muoiono per davvero.

Creato e scritto da: Gianluigi Bonelli
Creato e disegnato da: Galep (Aurelio Galleppini)
Anno di esordio: 1948
Nazionalità: Italiana
Ambientazione: Far West con deviazioni verso il fantastico
Attività: Ranger e Capo degli indiani Navajo con il nome di «Aquila della Notte»

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Bernardo Bertolucci e i fumetti https://minimaetmoralia.it/interviste/bernardo-bertolucci-e-i-fumetti/ https://minimaetmoralia.it/interviste/bernardo-bertolucci-e-i-fumetti/#respond Sun, 12 Jan 2014 10:20:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17458 Questa è la versione integrale del pezzo apparso ieri su la Repubblica.

“Una sera ero stato invitato a una proiezione di Io e te organizzata da Massimo Ammaniti per la Società Psicoanalitica Italiana. Dopo il film avrei dovuto parlare con gli psicanalisti, ma avevo troppo dolore alla schiena. E allora ho chiamato Ammaniti per dirgli che non sarei andato. E lui: e che fai? Mi guardo il film sui supereroi della Marvel. Film che poi mi sono realmente guardato”. Dice così, e io penso che parlare di fumetti adesso con Bernardo Bertolucci è come parlare di cinema con Batman o l’Uomo Ragno. Sono seduta nel soggiorno di casa sua. È quasi mezzogiorno e Bertolucci sta facendo colazione. Intanto risponde alle mie domande. Gli ho appena chiesto se il film sui supereroi della Marvel gli è piaciuto. “Un po’ deludente rispetto ai fumetti”, dice. Dice che con i supereroi è sempre così. E poi: “Forse quello fatto da Sam Raimi, cos’era? Spiderman. Forse quello era un po’ meglio”. Si ferma di nuovo, ci pensa: “È strano come un film tratto da un fumetto, fatto in modo spettacolare, con molti soldi, molti effetti speciali, quando lo hai finito di vedere ti sembri sempre meno gratificante di un fumetto. Il fumetto ti fa sognare di più”.

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Questa è la versione integrale del pezzo apparso ieri su la Repubblica. (Fonte immagine)

“Una sera ero stato invitato a una proiezione di Io e te organizzata da Massimo Ammaniti per la Società Psicoanalitica Italiana. Dopo il film avrei dovuto parlare con gli psicanalisti, ma avevo troppo dolore alla schiena. E allora ho chiamato Ammaniti per dirgli che non sarei andato. E lui: e che fai? Mi guardo il film sui supereroi della Marvel. Film che poi mi sono realmente guardato”. Dice così, e io penso che parlare di fumetti adesso con Bernardo Bertolucci è come parlare di cinema con Batman o l’Uomo Ragno. Sono seduta nel soggiorno di casa sua. È quasi mezzogiorno e Bertolucci sta facendo colazione. Intanto risponde alle mie domande. Gli ho appena chiesto se il film sui supereroi della Marvel gli è piaciuto. “Un po’ deludente rispetto ai fumetti”, dice. Dice che con i supereroi è sempre così. E poi: “Forse quello fatto da Sam Raimi, cos’era? Spiderman. Forse quello era un po’ meglio”. Si ferma di nuovo, ci pensa: “È strano come un film tratto da un fumetto, fatto in modo spettacolare, con molti soldi, molti effetti speciali, quando lo hai finito di vedere ti sembri sempre meno gratificante di un fumetto. Il fumetto ti fa sognare di più”.

La mia amicizia con Bernardo Bertolucci è iniziata grazie a un fumetto. L’avevo prestato a un’amica che poi scusandosi m’aveva detto: “non posso ridartelo perché ieri sera ero a cena da Bertolucci. L’ha visto, l’ha voluto, gliel’ho lasciato”. Il fumetto era Diario di una ragazzina di Phoebe Gloeckner. Bertolucci m’invitò a cena per ringraziarmi del regalo involontario, e da lì in avanti non ho mai smesso di regalargli fumetti, quasi sempre graphic novel. “Non lo so quando sia nata la graphic novel come genere”, dice, “la conosco da quando me l’hai fatta conoscere tu. E ho come due pensieri paralleli. Uno è: oh che bello, il fumetto è stato in qualche modo nobilitato. E dall’altra parte però mi dico che le graphic novel sono il tentativo di avvicinare ulteriormente il fumetto alla letteratura. I vecchi giornalini, mi chiedo io, non contenevano dentro quello che poi sarebbero state le graphic novel?”

La sua graphic novel preferita, tra le ultime lette, è Black Hole di Charles Burns. “Mentre leggevo c’era un costante senso di pericolo”. Poi torna indietro, e racconta dei fumetti letti da bambino, quelli che il padre Attilio gli permetteva di leggere ritenendoli “una forma popolare ma importante”. Dice: “Da bambino ho letto moltissimi giornalini, come li chiamavamo allora. Mio padre era favorevole al fatto che li leggessi, ed era molto permissivo sulla scelta. Non solo fumetti di Walt Disney, ma anche fumetti d’avventura e d’azione, di quelli che si leggevano a fine anni cinquanta, inizio sessanta. A volte facevo vedere i fumetti a mio padre, e mi ricordo, o non mi ricordo e l’ho inventato io, che lui diceva, ‘in fondo anche la storia di Francesco di Giotto ad Assisi è un fumetto’. Avendomi sdoganato i fumetti mio papà,  li ho sempre accettati, non ho mai avuto quello sguardo un po’ trasversale che hanno gli intellettuali nei confronti dei fumetti. Non so come siano nei confronti della graphic novel. Non so se sia stata accettata come arte nobile anche quella. È stata accettata?”

Gli dico che i più illuminati trattano le graphic novel come romanzi. Altri no. E lui: “Adesso che leggo graphic novel, che del fumetto sono un po’ la sublimazione in senso letterario e grafico, capisco perché mio padre avesse in simpatia il fumetto. È come il discorso sui generi: bisogna giudicare un’opera, un film per esempio, a seconda del genere? O bisogna liberarsi del pensiero che appartiene a un genere? Per esempio, c’è un film di vampiri che si chiama Lasciami entrare, credo sia svedese, ed è un vero film di vampiri. È di genere, ma è bellissimo”. Gli chiedo se le graphic novel siano vicine al cinema, se lo siano più del fumetto. E lui mi dice che sì, “alcune volte. Alcune volte ci sono delle soluzioni che fanno pensare al cinema. Anche nel tuo su Scott e Zelda, ci sono dei passaggi che mi fanno venire in mente il cinema. Ed è importante tutto il fuori campo, quello che non si vede. In Superzelda c’è sempre questa pienezza del fuoricampo. Ma io raramente sono riuscito a vedere il cinema in un fumetto. Negli anni sessanta un pochino lo sentivo in Crepax, e nelle storie di Valentina”.

Mi chiede se mi piace Crepax, gli dico sì moltissimo, e allora va avanti. “Lì per esempio mi divertiva molto vedere l’influenza di Godard. Valentina è una Anna Karina che imita Louise Brooks in Lulù. Valentina è come Anna Karina in Vivre Sa Vie, è identica. Ed è evidente come Crepax fosse influenzato da Godard non solo nell’avere creato un personaggio che somiglia a quello di Vivre Sa Vie, ma proprio nel montaggio, nel taglio delle inquadrature. Eppure ai suoi tempi quella di Crepax non era considerata arte. Quantomeno non da tutti”.

Mi chiede chi abbia inventato la parola. Gli dico Will Eisner, il primo a mettere insieme la parola “graphic” e la parola “novel”. Poi gli chiedo le sue influenze, e lui cita Sciuscià, un fumetto che leggeva da bambino. “Lo leggevo a otto, nove e dieci anni. Era un’unica striscia. Era la storia di tre ragazzi che dalla Sicilia salivano verso Milano nel ‘43, ‘44. Quando ho visto Paisà di Rossellini ho pensato, ma guarda, è come quel fumetto che leggevo da piccolo, in cui tre ragazzini, molto avventurosi, salivano piano piano, portavano la liberazione dal sud al nord. E poi c’era Tex Willer, che ho conosciuto negli anni cinquanta. Come personaggio dei fumetti, lui non invecchia. Cambia nel tratto ma non invecchia. L’ho messo nel mio film. Jacopo Olmo Antinori, il ragazzino che interpreta Lorenzo, lo leggeva, e allora a un certo punto l’ho usato”. E da Tex Willar torna alla distanza tra fumetto e graphic novel, al fatto “che il fumetto è seriale, la graphic novel no. Questa è una cosa che in fondo manca un po’, nella sua purezza la graphic novel viene un pochino a mancare di questo fatto così importante quando ero bambino, ovvero che aspettavo il giorno in cui sarebbe arrivato un nuovo episodio di Tex Willer”.

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