Tex Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tex/ un blog di approfondimento culturale Sat, 29 May 2021 12:59:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tex Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tex/ 32 32 Aprire un teatro in tempi di https://minimaetmoralia.it/teatro/aprire-un-teatro-in-tempi-di-tex-teatro-exfadda/ https://minimaetmoralia.it/teatro/aprire-un-teatro-in-tempi-di-tex-teatro-exfadda/#comments Thu, 03 Jun 2021 12:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48800 In provincia di Brindisi, un teatro ha aperto nel corso della pandemia. Valentino Ligorio racconta la storia del TEX, il teatro di San Vito dei Normanni interamente pensato e messo in piedi dalla comunità locale.

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di Valentino Ligorio*

La licenza per il pubblico spettacolo arriva dopo quasi tre anni di lavoro, a marzo 2021. In piena zona rossa. La fatica, l’attesa, e poi niente, bisogna aspettare e sudare ancora. Intanto il teatro è aperto: in senso lato, immaginario. Inventato.

Ma andiamo con ordine. Siamo a San Vito dei Normanni, provincia di Brindisi, a pochi passi dal capoluogo di provincia e dall’Adriatico delle Bandiere Blu dell’Alto Salento. Un posto piccolo quanto bello, svuotato dall’emigrazione, in cui da qualche anno manca un cinema-teatro.

Il primo esperimento è del 2015: un gruppo di associazioni si mette insieme per prendere in gestione la sala del vecchio Melacca. Non funziona. Intanto dall’altra parte di San Vito, sulla strada che porta a Brindisi, c’è l’ExFadda, il laboratorio urbano ristrutturato con fondi regionali. È un ex stabilimento enologico, un tempo si chiamava Dentice di Frasso e in città lo conoscono tutti, tanto nella sua vecchia vita che nella nuova. Qui, con la gestione di Roberto Covolo, dal 2010 si fa innovazione sociale, cultura, cooperazione, ospitando diverse sperimentazioni, anche nazionali. Nuove pratiche di inclusione e cittadinanza attiva, legate a filo doppio con quella splendida stagione di politiche giovanili inaugurata con Bollenti Spiriti dal compianto assessore regionale Guglielmo Minervini.

Il fatto è che l’ExFadda ha una struttura gemella, un secondo corpo di fabbrica ristrutturato dal GAL Alto Salento per diventare un centro d’informazione turistica, ma ancora in disuso. Una sala di circa 700 metri quadri, con capriate in legno alte 17 metri e seri problemi d’acustica e di allestimento. Appena lo vedo, penso che sì, qui va fatto un teatro. Qui, non altrove.

L’idea, poi formalizzata e strutturata in profondità, diventa quella di co-gestire uno spazio destinato al pubblico spettacolo con alcune delle associazioni nate all’ExFadda. Con loro ci aggiudichiamo un primo finanziamento da Fondazione Unipolis, partecipando al bando Culturability 2018. Da grande sarò un teatro, così si chiama il progetto. Vogliamo costruire il primo teatro del sud Italia interamente pensato e messo in piedi dalla comunità locale di artisti, operatori culturali, formatori, attivisti e cittadini. C’è da diventare adulti, insomma, possibilmente insieme agli altri.

È allora che iniziamo a sudare. Sudare da queste parti è una condizione dell’anima, forse, più che questione di pori, pelle, tessuti. Perciò non ci pensiamo più di tanto. Iniziamo a lavorare senza sosta alla costruzione fisica dello spazio, ma anche a quella comunitaria. Il corpo di un cinema-teatro è un corpo innanzitutto culturale e sociale. Facciamo incontri con associazioni e gruppi locali, telefonate ad amici e colleghi da Bari a Milano a Lecce, cerchiamo l’incontro e l’incastro con l’ExFadda e la sua rete di attività e relazioni.

Al gruppo iniziale si uniscono altre persone da tutta la provincia. La banda è folta, battagliera, determinata. La parte di co-progettazione è quella più lunga, dura due anni e vede insieme a noi architetti, studenti dei politecnici di Bari e Torino e dell’Università di Napoli, attori e registi della tradizione vernacolare brindisina, professionisti dello spettacolo dal vivo.

Poi arriva il nome. TEX, il Teatro dell’ExFadda. Ogni volta che lo pronunciamo, Pino – un attore di San Vito con la faccia che è tutt’uno con la maschera da caratterista navigato – tira fuori l’indice e il pollice, e rivoltella alla mano fa: “TEX? Ah, comu a Tex Willer!”. Ed è vero: dentro quel nome, tutto maiuscolo, ci sta il richiamo alla prossimità con le pratiche di ExFadda ma anche il Willer dei fumetti, la frontiera di cose non ancora immaginate in cui sconfinare sempre al galoppo, in cerca d’avventura.

Pian piano lo spazio prende forma. Alcuni cinema e teatri pugliesi ci donano quinte, sedute e altri pezzi fisici della loro esperienza, mentre con i fonici e gli ingegneri di Hackustica, una società nata in seno a ExFadda, lavoriamo sulla correzione dell’ambiente sonoro utilizzando materiali di risulta. Andiamo avanti con il palco, il ring, gli impianti luci, audio e video, montando tutto da noi.

A febbraio 2020 arriva la gestione diretta dello spazio. E insieme a questa anche il Covid. A giugno avremmo dovuto inaugurare il TEX con una programmazione condivisa con gruppi e associazioni. Un calendario di spettacoli già fissato, organizzato e finanziato da mesi. Sudiamo ancora.

Pensamenti, ripensamenti. Come se ti dicessero che adulto non lo puoi diventare mai, specie se lavori col cinema e col teatro. Che non ne vale la pena, perché è cultura ma non lavoro. Che te lo sei sognato, e poi infatti arriva l’incubo della pandemia a ricordarti che… Ma in fondo non si tratta di aprire un teatro in tempi di pandemia. Se parliamo di teatro, è sempre tempo di. Di qualcosa che molto spesso va storto, o che è nato storto. E non si tratta nemmeno di raddrizzarlo: si tratta di farlo. Il teatro è sempre in crisi, nasce da una crisi che è anteriore a tutte le crisi. Dalla caduta che genera racconto, condivisione, politica. Sì, anche politica.

E allora? Continuiamo. Decidiamo che non si fa teatro per il teatro né cinema per il cinema. Si fa per noi e per gli altri. Per chi ci vuole stare. Non per riposizionarsi in un settore in attesa della ripartenza, ma per sconfessare il ritorno a una normalità che il TEX, nel bene e nel male, non ha mai conosciuto. È nato fragile ma nuovo, questo teatro.

Tra giugno e luglio 2020, quando le restrizioni si allentano e si suda davvero, facciamo delle assemblee pubbliche nel giardino tra il laboratorio urbano e il TEX. Richiamiamo tutti in campo. Quelli che ci hanno creduto, quelli che ci vogliono credere, quelli che ancora non ci possono credere. Ad agosto Cattive Produzioni, altra società nata all’ExFadda, organizza Ciné, il cinema all’aperto nel giardino. Le sedie tutte occupate, il grande telo bianco che fa da schermo che svolazza per lo scirocco.

Lo spazio non è mai vuoto, insomma. Come il silenzio quando sali sul palco a inizio spettacolo: se ascolti bene, quel vuoto è denso di sussurri, sbadigli, sospiri, voci che si schiariscono in ultima fila. Gli attori lo sanno bene: sono suoni fisici, materici, ti sfiorano alla velocità della luce come tanti coltelli affilati. Lo spettacolo, per chi è sul palco, inizia davvero quando afferri una di quelle lame, la guardi bene e capisci che non è abbastanza affilata da conficcarsi nella tua carne, da ferirti davvero.

Oggi se guardo giù dal palco verso la platea da 200 posti non ho bisogno di immaginare un teatro pieno, non devo immaginare voci, sussurri, lame, niente. Perché l’ho già visto pieno, il TEX. L’ho visto pieno con le prime riaperture di queste settimane, quando abbiamo ospitato residenze per bambini e i genitori c’erano tutti per lo spettacolo finale. L’ho visto pieno di attori e tecnici quando siamo andati in scena in streaming l’inverno scorso. L’ho visto pieno con i primi esperimenti di cinema indoor e concerti, con i musicisti che sarebbero rimasti sul palco fino a notte fonda per quanto gli era mancato suonare dal vivo. Ma l’ho visto pieno già prima, in questi tre anni, mentre aspettavamo la licenza per un teatro che non avremmo potuto comunque aprire, pieno di persone che stavano lì nello sforzo orgogliosamente patafisico di lavorare a una cosa che poteva anche non nascere mai se non come ossessione nella testa mia e in quella del mio socio Vincenzo Gagliani.

Oggi il TEX è aperto. Sostenuto anche dal Programma Straordinario della Regione Puglia, è inserito, con il Comune di San Vito dei Normanni, nel circuito del Teatro Pubblico Pugliese. E dialoga e stringe alleanze con compagnie teatrali di Puglia e Basilicata. Ospita artisti in residenza, workshop, programma spettacoli, ne produce di suoi. Indaga i confini tra arti, spettacolo, socialità, promozione del territorio, cittadinanza attiva. A volte poi torna in streaming, altre è un discorso sempre aperto, improvvisato in giardino, tra un caffè e l’altro. Altre ancora, quando fa troppo caldo, il TEX se ne va in spiaggia a fare il primo bagno di stagione.

Siamo diventati adulti? Non lo so. Forse potevamo sudare e soffrire meglio di così, ma di più non siamo stati capaci.

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*Valentino Ligorio è attore e operatore culturale. Insieme al percussionista Vincenzo Gagliani è project manager del TEX, il Teatro dell’ExFadda.

(In copertina: foto di Daniele Balestreri)

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Fin dove arriva Ken Parker https://minimaetmoralia.it/interviste/fin-dove-arriva-ken-parker/ https://minimaetmoralia.it/interviste/fin-dove-arriva-ken-parker/#comments Sun, 12 Apr 2015 05:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26181 È uscito, dopo un'attesa lunga vent'anni, Fin dove arriva il mattino, l'ultimo numero (il 50) di Ken Parker scritto da Giancarlo Berardi e disegnato da Ivo Milazzo, edito da Mondadori. Pubblichiamo l'intervista di Luca Valtorta ai due creatori, uscita su La Repubblica, e ringraziamo l'autore e la testata. (Nell'immagine, l'illustrazione di Ivo Milazzo per la copertina)

di Luca Valtorta

Ma chi è Ken Parker? «È stato mio fratello, mio figlio, mio padre, è stato la possibilità di estrinsecare le cose che non vedevo e che avevo dentro, di amplificarle in modo da renderle concrete e quindi di conoscermi, di guardare il mondo attraverso i suoi occhi. E guardando il mondo sono diventato grande », dice Giancarlo Berardi, sceneggiatore e creatore insieme al disegnatore Ivo Milazzo di una delle opere più importanti della letteratura disegnata.

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Fin-dove-arriva-il-mattino 2È uscito, dopo un’attesa lunga vent’anni, Fin dove arriva il mattino, l’ultimo numero (il 50) di Ken Parker scritto da Giancarlo Berardi e disegnato da Ivo Milazzo, edito da Mondadori. Pubblichiamo l’intervista di Luca Valtorta ai due creatori, uscita su La Repubblica, e ringraziamo l’autore e la testata. (Nell’immagine, l’illustrazione di Ivo Milazzo per la copertina)

di Luca Valtorta

Ma chi è Ken Parker? «È stato mio fratello, mio figlio, mio padre, è stato la possibilità di estrinsecare le cose che non vedevo e che avevo dentro, di amplificarle in modo da renderle concrete e quindi di conoscermi, di guardare il mondo attraverso i suoi occhi. E guardando il mondo sono diventato grande », dice Giancarlo Berardi, sceneggiatore e creatore insieme al disegnatore Ivo Milazzo di una delle opere più importanti della letteratura disegnata.

Con il numero in edicola oggi (dal 10 aprile, per chi legge, ndr), pubblicato da Mondadori, la saga di Ken Parker si chiude. Per chi non la conosce, è una serie western nata nel 1977 alla Bonelli (all’epoca si chiamava Cepim), la casa editrice che ha fatto nascere fenomeni epocali come Tex e Dylan Dog. Ma chi è Ken Parker? Doveva essere un eroe. E invece è un assassino, perché durante la brutale repressione di uno sciopero ha ucciso un poliziotto. Doveva avere un amore, una famiglia. E invece da vent’anni (quelli in cui manca dalle edicole) è rinchiuso in prigione, perché lì lo lasciavano le ultime storie. Doveva essere un mito. E invece oggi sappiamo che non lo sarà. Il suo modo di essere “eroe” sarà piuttosto quello di Giovanni Drogo ne Il deserto dei tartari, che celebra la sua vittoria nell’attesa, non nella gloria. Questa è la sua storia, la sua ultima storia. Si intitola Fin dove arriva il mattino. La raccontano gli autori, da tempo separati, ognuno con i suoi nuovi progetti (il mensile Julia per Berardi e il graphic novel Un drago a forma di nuvola realizzato insieme a Ettore Scola per Milazzo) e di nuovo uniti per questa unica occasione.

Il loro è un incontro avvenuto da giovanissimi. «Ci siamo conosciuti sui banchi di scuola. Ivo disegnava meglio di me, io scrivevo meglio di lui. Era l’inizio degli anni Sessanta», racconta Giancarlo Berardi. «Eravamo compagni di banco. Credo che l’essere stati in due ci abbia aiutato molto ad affrontare le prime delusioni che si incontrano quando si cerca di fare del proprio sogno una professione» aggiunge Ivo Milazzo, che racconta come tutto è incominciato: «Avevamo conosciuto Bonelli quando lavoravamo per la rivista Horror, ci aveva incoraggiato a portargli del materiale a patto che si trattasse di un western. E così fu». Un fumetto rivoluzionario per le trame ma anche per i disegni: «Credo che la cosa importante nel nostro incontro sia stata la complementarità: per esempio, quando Gianfranco ha deciso di togliere le didascalie sapeva che io sarei riuscito a raccontare certi stati d’animo attraverso il disegno. E io, a mia volta, non avrei potuto usare certi effetti contrastati in bianco e nero se non avessi avuto dall’altra parte un testo molto sintetico».

Ma oggi, dopo tutti questi anni, inaspettatamente arriva la conclusione. «Potevo andare in molte direzioni», spiega Berardi, «ma non ho voluto fare un’operazione sentimentale o autocelebrativa. Ho preferito fare una storia secca, dura, dando un finale logico a quest’uomo che ha la mia età, 65 anni». Protagonista di una saga da sempre dura e realistica: «È vero — prosegue lo sceneggiatore — è il frutto di una vita personale difficile. In me c’è sempre stata inquietudine, un senso di ribellione e di anarchia. Questa progressiva disillusione davanti alla morte degli ideali si può trovare nel mio personaggio». Un personaggio che si trova a vivere molti lutti e deve crescere in fretta, come il suo autore: «Dai tre ai dodici anni da Genova, dove sono nato, sono andato a vivere in campagna vicino a Piacenza con i miei zii contadini. Mio padre lavorava in porto, era un ex partigiano comunista che aveva un suo ideale molto forte: durante la guerra era stato anche torturato. Mia madre una casalinga. In qualche modo a un certo punto siamo ridiventati una famiglia».

E le analogie non finiscono qui. C’è una storia molto importante, Sciopero, in cui Ken Parker legge Il capitale di Marx e vengono spiegati concetti quali “materialismo storico” e “plusvalore”: ma la mobilitazione finisce in tragedia, Ken diventa assassino e ricercato… «Anche noi — spiega Berardi — avevamo messo tanta speranza in queste utopie di libertà, poi parte del movimento degli anni Settanta prese una piega imprevista e sgradita. Durante una riunione all’università occupata qualcuno si alzò e disse che bisognava andare a spaccare le vetrine di un negozio. Mi alzai e dissi “Ma per quale ragione?”. Ci fu una discussione e qualche tempo dopo qualcuno mi riferì che sospettavano che io fossi una spia fascista e che sarei stato punito. E quindi, un po’ come fa Ken Parker in quelle lande senza legge, io mi richiusi in me stesso e decisi di seguire sempre e solo i miei principi, dedicandomi alla scrittura. Qualche anno dopo cominciai a ricevere invece lettere di minaccia da fascisti, avevano scritto sul mio portone “Berardi ti bruceremo”. Ero sposato e tutte le mattine accompagnavo mia moglie insegnante a scuola e siccome erano anni in cui non si scherzava mi comprai anche una pistola. Per fortuna le cose cambiarono. La disillusione rimase».

Eppure, nonostante le sue straordinarie qualità, Ken Parker non è mai entrato nel salotto buono del “fumetto intellettuale”: «Hanno sempre preferito i personaggi americani — ricorda Berardi — si parlava dei Peanuts come di fumetto rivoluzionario, in realtà era molto rassicurante. E c’è anche un altro motivo, credo. Ken Parker, edito da Bonelli, veniva considerato “fumetto seriale”, popolare. Ai tempi c’erano alcuni critici che si vantavano di non leggere le storie targate Bonelli. Il vero fumetto secondo questi signori era quello che andava verso l’arte, l’illustrazione. Quell’atteggiamento è entrato nel dna italiano e non è mai scomparso». Chissà invece se Ken Parker e Tex, incontrandosi, si sarebbero piaciuti: «Si sarebbero rispettati », sostiene lo sceneggiatore, «perché comunque Tex fa parte della generazione di mio padre: persone tutte d’un pezzo, che non avevano dubbi e non accettavano neanche i dubbi delle nuove generazioni».

Adesso, con quest’ultimo numero, Ken Parker esce di prigione, come conferma Berardi: «È un uomo cambiato, ha scoperto di essere fragile. Ma i suoi ideali non muoiono con lui: nel finale c’è quel sole all’orizzonte, lui dice: “ho sempre amato la luce dell’alba”. La speranza è là, in quell’alba che sta arrivando e che magari io non vedrò ma che vedranno i ragazzi di oggi che sono i figli di tutti e che sono l’unica speranza che abbiamo». «E quando la storia finisce», aggiunge Ivo Milazzo, «Ken Parker ha gli occhi ancora aperti, guarda il mondo: non si è arreso». Intanto Berardi si ferma un istante a pensare, forse rivede davanti agli occhi la poesia di Emily Dickinson che ha voluto citare a sigillo del momento più bello e più drammatico della vita del suo eroe: «Portami il tramonto in una tazza/ conta le anfore del mattino». E chiosa: «Ken è una persona che ha vissuto tempi difficili, con dei talenti che gli hanno permesso di sopravvivere. Tenendo un solo punto fermo: la dignità».

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