Thomas Harris Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/thomas-harris/ un blog di approfondimento culturale Wed, 15 Jun 2016 13:34:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Thomas Harris Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/thomas-harris/ 32 32 L’arte di spaventare: intervista con Jeffery Deaver https://minimaetmoralia.it/letteratura/larte-di-spaventare-intervista-con-jeffery-deaver/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/larte-di-spaventare-intervista-con-jeffery-deaver/#respond Wed, 15 Jun 2016 13:32:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31299 Questa intervista è uscita su Sul Romanzo (fonte immagine).

«Thomas Harris, Stephen King e Jeffery Deaver sono i grandi maestri del thriller», parola di Sandrone Dazieri, uno degli autori contemporanei più interessanti del panorama italiano del romanzo noir/thriller. «Questi tre autori – continua Dazieri – sono da studiare continuamente», possibilmente da vicino. Detto fatto, ho approfittato del Salone Internazionale del Libro di Torino per incontrare Jeffery Deaver, 66enne prolifico scrittore americano che è riuscito a creare alcuni personaggi che di storia in storia (il romanzo seriale Deaver lo scriveva già negli anni ’90) hanno attraversato vent’anni, risultando ancora vividi e necessari per i milioni di lettori che, in ogni angolo del pianeta, attendono il prossimo romanzo di Jeffery Deaver.

Lo incontro nella hall di un hotel nato dal recupero di una porzione del Lingotto di Torino, dove di solito vengono accolti gli ospiti più prestigiosi del Salone: un rincorrersi di cristalli e travi in ghisa, candidi divani dalle forme compatte e poltrone in rattan dalle spalliere fuori misura e dai cuscini color melanzana.  È proprio in una di queste sedute inconsuete, che fanno pensare al setting di Alice nel Paese delle Meraviglie (penso al film di Tim Burton), che mi siedo con Jeffery Deaver, che, da buon americano, riesce subito a creare quel livello di formale confidenza che renderà l’intervista più semplice.

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Questa intervista è uscita su Sul Romanzo (fonte immagine).

«Thomas Harris, Stephen King e Jeffery Deaver sono i grandi maestri del thriller», parola di Sandrone Dazieri, uno degli autori contemporanei più interessanti del panorama italiano del romanzo noir/thriller. «Questi tre autori – continua Dazieri – sono da studiare continuamente», possibilmente da vicino. Detto fatto, ho approfittato del Salone Internazionale del Libro di Torino per incontrare Jeffery Deaver, 66enne prolifico scrittore americano che è riuscito a creare alcuni personaggi che di storia in storia (il romanzo seriale Deaver lo scriveva già negli anni ’90) hanno attraversato vent’anni, risultando ancora vividi e necessari per i milioni di lettori che, in ogni angolo del pianeta, attendono il prossimo romanzo di Jeffery Deaver.

Lo incontro nella hall di un hotel nato dal recupero di una porzione del Lingotto di Torino, dove di solito vengono accolti gli ospiti più prestigiosi del Salone: un rincorrersi di cristalli e travi in ghisa, candidi divani dalle forme compatte e poltrone in rattan dalle spalliere fuori misura e dai cuscini color melanzana.  È proprio in una di queste sedute inconsuete, che fanno pensare al setting di Alice nel Paese delle Meraviglie (penso al film di Tim Burton), che mi siedo con Jeffery Deaver, che, da buon americano, riesce subito a creare quel livello di formale confidenza che renderà l’intervista più semplice. Mi chiede della mia mattinata al Salone, si informa su cosa leggo e sulle numerose buste ricolme di libri che mi trascino dietro. Poi in un attimo tutto cambia, i suoi occhi si fissano nei miei, si sistema gli occhiali rettangolari di osso neri, spigolosi, come le ossa delle sua mandibola, che sembrano fare a pugni sotto il sottile strato di pelle che le separa dall’atmosfera. Convenevoli finiti, via all’intervista.

Lei è uno dei pochi scrittori contemporanei che sembra costruire le sue storie come se dovessero essere un ingranaggio perfetto. Leggendo i suoi libri, mi capita di pensare a un meccanico della Ferrari, qualcuno che costruisce un oggetto unico, con una cura per i particolari che in pochi sapranno capire nel dettaglio, ma che tutti apprezzeranno una volta di fronte al risultato finale. Ogni scena, ogni personaggio, ogni aggettivo, tutto fa parte del suo ingranaggio per tenere il lettore avvinto alla sua storia. Così il lettore è convinto che l’unico motivo per cui esiste un romanzo di Jeffery Deaver sia compiacerlo. È proprio così?

Io passo almeno otto mesi a costruire la struttura di un romanzo, otto mesi dedicati esclusivamente a questa attività, cercando di disegnare tutte le scene che compongono il romanzo. Tutto parte da un’idea. Nel caso di The Steel Kiss, l’idea di base era di trasformare oggetti di uso quotidiano in armi. Utilizzo una grande lavagna di sughero dove sistemo su post-it tutte le scene del mio romanzo intorno all’idea di base e le analizzo, le metto in discussione. In questo periodo non scrivo, mi limito a lavorare sulla struttura e poi quando mi sembra che sia pronta, la porto dalla lavagna al pc. La struttura del mio ultimo libro era lunga più di duecento pagine, mentre la costruisco, mi occupo anche dell’attività di ricerca necessaria per rendere il più possibile realistico il flusso degli eventi. Solo alla fine di questa fase, mi siedo e scrivo il vero e proprio romanzo. Mi bastano due mesi, perché a quel punto è tutto chiaro nella mia mente.

Non le è mai capitato di non rispettare questo flusso creativo?

Mai. Se lo facessi rischierei di lavorare per mesi e rendermi conto che una storia non funziona solo dopo aver scritto centinaia di pagine di prosa. Sarebbe molto difficile a quel punto buttare via tutto. Se invece mi metto a lavorare alla struttura del testo, già dopo poche settimane mi rendo conto se l’idea può diventare un romanzo. Tutti possono scrivere una buona prosa, ma una buona prosa non serve a niente. È la storia che fa il romanzo.

The Steel Kiss è il dodicesimo che vede protagonista il detective Lincoln Rhyme, un personaggio che ha creato nel 1997, come protagonista del suo The bone collector (Il collezionista di ossa). Ne Il bacio d’acciaio abbiamo un assassino, un predatore che uccide utilizzando prodotti che usiamo tutti i giorni (scale mobili, ascensori, microonde, ecc.). Chiunque potrebbe essere un suo obiettivo, perché tutti siamo complici di un grande fratello consumistico che ci fa comprare prodotti di cui non abbiamo bisogno devastando il nostro pianeta. Come ha scelto questo tema?

È importante per un libro avere una connessione con la realtà che circonda il lettore. Attenzione però a non scrivere un libro per mandare un messaggio al mondo. Se si vuole mandare un messaggio a qualcuno è meglio usare Western Union, si hanno maggiori probabilità di arrivare a destinazione. Si può però rendere la storia più ricca parlando di un tema che tocca da vicino i lettori, che così si sentiranno parte attiva nel romanzo. Allo stesso modo, un altro tema che è presente nel libro è la privacy e la difficoltà che abbiamo a preservarla. Oggi mettiamo tutti i nostri dati nel cloud, ma sono davvero protetti? Chi può accedervi e come può utilizzare questi dati? Leggevo qualche giorno fa che in America due giovani hackers hanno preso il controllo di un’auto con uno smartphone e l’hanno fatta schiantare. È una di quelle cose spaventose che potrebbero accadere a ognuno di noi ed è importante esserne consapevoli.

Qual è stata la scena più difficile da scrivere ne Il bacio d’acciaio?

Non saprei dire se ne esiste una. Certo le più complesse da scrivere sono come sempre quelle che riguardano le relazioni umane, l’importante è rimanere al di fuori della sfera emozionale del personaggio. Non farsi catturare dalle sue emozioni. Uno scrittore è come un pilota di un aereo. Spesso e senza preavviso si trova a viaggiare in una tempesta. Preferirebbe il sereno, certo, ma è addestrato per volare in qualsiasi condizione e sa di potercela fare, l’importante è che resti il più possibile distaccato. Se iniziasse a pensare che è responsabile della vita o della morte di centinaia di persone, non supererebbe la tempesta. Per lo scrittore è lo stesso, non si deve far coinvolgere dalla storia, così da lasciare tutta l’emozione ai lettori.

Quanto è importante per Jeffery Deaver spaventare il lettore? È consapevole che dopo questo romanzo milioni di persone avranno paura a usare il loro microonde?

Per me è vitale riuscire a spaventare le persone. Io non voglio scrivere libri interessanti, ma avvincenti. Il lettore deve leggere un mio libro in un’unica notte, senza riuscire a staccare gli occhi dalla pagina, anche se vorrebbe, anche se quello che legge lo mette a disaggio, lo spaventa, lo disorienta. Io ho bisogno di un lettore che vuole fuggire dalla mia storia e al contempo non può sottrarsi.

Come fa a creare questa dipendenza?

Uno scrittore deve conoscere il suo pubblico. Deve sapere cosa provano i suoi lettori, come scatenare in loro le emozioni di cui hanno bisogno perché la storia non venga abbandonata.

Lei si è definito uno scrittore di romanzi commerciali. Cosa intende esattamente? Molti autori italiani avrebbero sofferto per una definizione del genere del loro lavoro.

Un romanzo è un prodotto. Non è molto diverso da un buon tavolo, entrambi possono essere fatti da un artigiano o in serie, ma ciò che conta è che trovino un compratore che li usi e che trovi utile usarli. Un romanzo nasce per intrattenere delle persone. Molti scrittori pensano a se stessi come artisti, ma un artista è un artigiano che vuole modificare la percezione della realtà che ha intorno attraverso la sua opera. Vuole che le persone si pongano delle domande, che trovino altri punti di vista. Questo va bene, ma per realizzarlo occorre essere padroni, come tutti i bravi artigiani, delle tecniche giuste. Bisogna che i lettori capiscano cosa lo scrittore vuole dire loro. Umberto Eco era un grande scrittore perché aveva una grande padronanza della lingua e delle tecniche narrative, ma al contempo riusciva a rendere comprensibili ai lettori temi apparentemente molto complessi. Alcuni miei colleghi si siedono alle loro scrivanie, aprono la loro mente e lasciano che i loro pensieri fluiscano non filtrati sulla carta, come se poi toccasse al lettore interpretarli, ma tocca allo scrittore rendere il proprio pensiero accessibile.

So che ama e legge poesia. Come influenza il suo lavoro?

Sì, adoro la poesia. Amo leggere Frost, Pound e soprattutto T. S. Eliot. La poesia insegna la potenza e la consapevolezza della parola. Quando finisco di scrivere i miei romanzi li leggo ad alta voce per vedere se c’è la giusta armonia fra le parole, se le sonorità usate sono quelle giuste per sottolineare l’azione, la sensazione che vorrei provocare nel mio lettore. Userò per esempio un linguaggio e una sonorità diversa in scene d’azione (parole di poche sillabe, paragrafi contratti) rispetto a scene dedicate all’analisi interiore di un personaggio (periodi più lunghi, parole più ariose, con maggiori sfumature).  Questo aiuta il lettore a entrare nel profondo della storia, a percepirne il ritmo, preparandolo a quello che accadrà dopo.

È vero che ha scritto il suo primo romanzo all’età di 11 anni? Lo ha ancora?

Era un racconto in verità. Una storia avventurosa, un paio di capitoli alla James Bond. Ho sempre amato Fleming e il suo agente segreto. Non so che fine abbia fatto il mio testo, ma già allora sapevo che quello sarebbe stato il mio lavoro.

Cosa cerca in un libro come lettore?

Ho bisogno di storie che si muovano velocemente. Devo trovare un senso di conflitto fra i personaggi che mi costringa a pormi delle domande. Voglio un libro onesto, che nasca senza grandi ideali sottostanti, ma con una solida struttura. Mi piacerebbe fosse scritto da chi sia consapevole dell’importanza e della bellezza del linguaggio e sappia metterla in atto. E poi mi piace un finale coerente con la storia, non amo i finali che lasciano in sospeso il lettore, non del tutto.

Lei pubblica un nuovo libro ogni anno, non teme di trovarsi di fronte al blocco dello scrittore. Le è mai successo?

No. Per me scrivere è necessario e mi diverto a farlo. Mi capita spesso nei miei corsi di scrittura che uno studente venga da me e mi dica: “Amo scrivere ma non riesco a trovare il tempo per farlo”. Non diventerà uno scrittore. Chi invece viene da me e mi dice: “Ho problemi perché non riesco a tenere in ordine la mia vita a causa della scrittura”. Ecco questa persona ha ottime chance di diventare uno scrittore, lo è già. Certo, sono consapevole di essere molto fortunato perché io posso scrivere e basta, quindi per me è più facile tenere in ordine il resto della vita.

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Viaggio tra gli appunti di David Foster Wallace https://minimaetmoralia.it/letteratura/viaggio-tra-gli-appunti-di-david-foster-wallace/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/viaggio-tra-gli-appunti-di-david-foster-wallace/#comments Sat, 21 Feb 2015 06:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25542 Il 21 febbraio 1962 nasceva David Foster Wallace. Pubblichiamo un reportage di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l'autore e la testata. (Fonte immagine)

Austin (Texas). Una parte cospicua di quello che fu il disco fisso esistenziale di David Foster Wallace è stata salvata in un bunker di calcare e vetro. L’Harry Ransom Center dell’università del Texas a Austin sta diventando il Fort Knox della letteratura contemporanea. L’ultima acquisizione è quella dell’archivio, compresi 17 anni di email personali, di Ian McEwan (due milioni di dollari). Prima era stata la volta di Joyce, Salinger, Coetzee. Ma anche di molti manoscritti di Borges, la copia autografa di Pound della Terra desolata e un ciuffo dei capelli castani di Byron.

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Il 21 febbraio 1962 nasceva David Foster Wallace. Pubblichiamo un reportage di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

Austin (Texas). Una parte cospicua di quello che fu il disco fisso esistenziale di David Foster Wallace è stata salvata in un bunker di calcare e vetro. L’Harry Ransom Center dell’università del Texas a Austin sta diventando il Fort Knox della letteratura contemporanea. L’ultima acquisizione è quella dell’archivio, compresi 17 anni di email personali, di Ian McEwan (due milioni di dollari). Prima era stata la volta di Joyce, Salinger, Coetzee. Ma anche di molti manoscritti di Borges, la copia autografa di Pound della Terra desolata e un ciuffo dei capelli castani di Byron.

L’attrattiva più antica ed ecumenica è una delle 23 copie complete della Bibbia di Gutenberg, comprata nel ‘78 (per 2,4 milioni) come tributo postumo a quel Ransom eponimo del centro che fu bravissimo nel convincere i petrolieri che la filantropia culturale smacchiava benissimo certe reputazioni annerite. Oggi il conto da 200 milioni dell’archivio fotografico Magnum l’hanno pagato l’ex primatista mondiale della produzione di computer Michael Dell e i finanzieri Glenn Furham e John Phelan che, sfogliando l’album fotografico internettiano, si segnala per un gessato degno di Goodfellas con la variante di una camicia rosa che esonda dalla cintura, avvinghiato alla consorte Amy una spanna più alta con indosso un vestito optical e tanto botox.

Non è dato sapere se i loro patrimoni siano serviti a far arrivare in questa opulenta periferia dell’impero letterario anche i quarantaquattro scatoloni e otto faldoni (più 321 libri che gli appartenevano) pieni di appunti e ritagli dell’autore di Infinite Jest morto suicida nel 2008. Resta che il fondo DFW è, tra i tanti conservati qui, quello più magnetico («L’anno scorso circa 600 ricercatori da tutto il mondo sono venuti a consultarlo» dice la curatrice Megan Bernard che evade con un sorriso Teflon ogni volgare quesito pecuniario), secondo solo al ben più classico epistolario dell’editore Alfred Knopf. Nonché un microcosmo per entrare, anche da porte secondarie come l’insegnamento che amava ricambiato, nel sistema operativo del labirintico, massimalista, depresso e divertentissimo scrittore del New England.

Prima di poter consultare devi guardare un video di istruzioni. Ti mettono a disposizione fogli gialli e matite. Foto ok, ma senza flash. Certi testi antichi vanno appoggiati su un trespolo foderato di velluto rosso. Si raccomandano di non strusciare col gomito sopra gli incunaboli. Un bibliotecario ti insegna come scegliere i contenitori da un computer. A quel punto in 10-15 minuti qualcuno ti porta (massimo cinque alla volta) questi parallelepipedi di cartone grigio topo rinforzati agli angoli e li appoggia su un tavolinetto da cui attingere un faldone alla volta. L’errore più banale, in cui il cronista come un bimbo in pasticceria incorre, è di cliccare su troppi contenitori diversi facendo lievitare drammaticamente i tempi.

La cosa meno nota è la collezione di sillaby, i programmi dei corsi che Wallace ha insegnato in varie epoche e università. Lo scopo dell’Introduzione tenuto all’Illinois State University nella primavera del ‘92, è «sviluppare opinioni intelligenti su cosa è la letteratura, sul perché potrebbe essere roba importante da conoscere da parte di altri esseri umani». Quanto allo svolgimento «il corso deve essere più lo show degli studenti che quello del professore» quindi i voti dipenderanno largamente dalla quantità e dalla qualità della partecipazione. Per essere più chiari: «Con qualità intendo che roba tipo “non so, pensavo che la poesia fosse, cioè, ok” non vi porterà molto lontano. Invece qualsiasi cosa sincera, ogni prodotto di una reale attività neurologica va bene. NON ESISTONO DOMANDE STUPIDE SULLA LETTERATURA. E vi dico in anticipo che a volte mi sbaglierò, o non sarò abbastanza chiaro, o solo (…) denso in certi giorni e allora dovrete sentirvi liberi di fare domande, chiedere chiarimenti, anche litigare (educatamente) quando non siamo d’accordo. Il che succederà».

Le avesse pronunciate un altro, si potrebbero liquidare come le furbe dichiarazioni programmatiche di un prof ruffianamente in vena di democrazia. Ma, come testimonia un altro contenitore, questo era lo stesso uomo capace di ingaggiare il suo editor più fidato, Michael Pietsch, in tenzoni interminabili sull’opportunità di una virgola («Ma perché ha messo questa virgola!!!» scrive a lato di un passaggio di Underworld di Don DeLillo, con cui intratterrà una vasta corrispondenza contenuta in un altro box). «Caro Michael, grazie per le correzioni. Sono sconcertato che tu abbia trovato così tanti refusi dopo che questa cosa è passata dal filtro mio, di Rolling Stone e mio di nuovo. Temo che a 38 anni non potrò più definirmi neppure un quasi-grande correttore di bozze». Giura di aver accolto il 96 per cento delle correzioni. Però puntualizza: «È una sciocchezza ma l’American Heritage Dictionary elenca to welch (rimangiarsi) come una variante accettabile di to welsh. L’ho corretto in deferenza a tutti gli insidiosi strafalcioni che hai beccato, ma il pedante che è in me non resiste dal farti notare che quindi non sarebbe veramente un errore».

È questo tipo di attitudine che lo fa avvertire gli studenti: «Sappiate in anticipo che sono un nazista quanto a scrittura attenta, refusi, punteggiatura e rispetto del lettore». O, in un altro corso, li invita caldamente a rileggere, con un dizionario, da soli o davanti a un compagno fidato, per «evitare tragiche perdite di punti». Ci sono pagine e pagine a interlinea singola piene soltanto del corrispettivo linguistico di fare le flessioni: dictionary building, il potenziamento del vocabolario. Si va da capezziera (la stoffa che protegge la parte della poltrona dove si appoggia la testa) a catamite (efebo), da epiclesi (il momento della messa in cui viene invocato lo Spirito santo) a orgone (l’energia cosmica primordiale, la libido degli umani). Un catalogo incrementale dell’esattezza, in nome della sua parossistica sensibilità linguistica (Sprachgefühl è il termine tedesco che mette in una lista del ‘97). Ecco, per dire che non era uno che predicava bene e razzolava male. Quello che pretendeva dagli allievi era solo una frazione di ciò che chiedeva a se stesso.

Però poi, come un genitore orgoglioso, conservava anche dei campionari di frasi divertenti concepite da loro. «Ho preso una multa per eccesso di velocità, disse precipitosamente». «Mi piacerebbe un altro Martini, disse seccamente». «Accendete la lavatrice, disse la mamma con riflesso automatico». Non lesinava consigli: «È un dato di fatto: gli studenti che vengono a ricevimento finiscono col fare un lavoro migliore. Ci sono 3 ore alla settimana, uno specialista altamente addestrato, altamente pagato, che si fissa l’ombelico e non fa altro che aspettare che qualcuno si presenti con domande o problemi. Farò del mio meglio per fissare un appuntamento anche fuori dagli orari ufficiali se non doveste farcela». Era il prof che avremmo tutti voluto. E in più era DFW.

Agli allievi di Analisi letteraria dell’autunno ‘94 chiede di spiegare quale, tra Black sunday oIl silenzio degli innocenti di Thomas Harris, sia il libro migliore. E poi di «convincere il lettore del perché avete ragione. Ma ricordatevi che è piuttosto dura dare una valutazione convincente di un romanzo senza fornire un’idea chiara di quale sia il tema centrale e perché risulta così interessante». Insomma, niente fuffa. Opinioni sì, ma sui fatti. E nessun snobismo da parte sua perché la letteratura è prima di tutto quella materia viva che la gente consuma e che magari diventa anche cinema di enorme successo. Basta guardare la sua copia tascabile sulle gesta di Hannibal Lecter, glossata in più colori, come una Torah pop.

La lista dei reperti inattesi potrebbe proseguire per giorni. Da una sua edizione dell’Idiota di Dostoevskij salta fuori un volantino intitolato Formula per la pace della mente. Si riferisce a un vecchio studio della Duke University, snocciolato in pillole. 1. Rifuggite il sospetto e il risentimento. Tenere rancore dimezza il livello di felicità. 2. Vivete nel presente e nel futuro. La maggior parte dell’infelicità deriva da un’indiscriminata preoccupazione circa errori e fallimenti del passato. E via così. Spunta un post-it entuasiasta sul titolo (effettivamente notevole) della poetessa Matthea Harvey: Commiserate la vasca da bagno, il suo abbraccio forzato con le forme umane. Da un’antologia di scritti sull’idealismo sbuca un appunto sull’importanza di abolire la revolving door, pratica per cui ex-dirigenti pubblici si riciclano nel privato per lucrare. C’è follia in questo metodo?

Uno degli ultimi pacchi che mi portano contiene una decina di diverse versioni del discorso alle matricole del Kenyon College del 2005. Quello sul pesce anziano che mette in crisi due pesci giovani chiedendo loro come sia l’acqua. Verso la fine, nel climax ormai celebre in cui spiega che ciò che sta cercando di dire «non ha niente a che fare con la moralità o la religione o i dogmi o i grossi bizzarri interrogativi sulla vita dopo la morte. La Verità con la v maiuscola ha a che fare con la vita prima della morte», il foglio diventa un campo di battaglia. Un pennarello rosso fa fuori i riferimenti a «Lao Tzu e Platone e Cristo e tutti i veri maestri», taglia, sposta, asciuga ancora. Elimina anche tutto un paragrafo su un koan zen piuttosto famoso sulle apparenti sventure che finiscono per nascondere inaspettate opportunità.

L’unica certezza wallaciana che emerge da questa messe texana di marginalia e paratesti è che solo fare bene il proprio lavoro, con tutto l’amore e la cura umanamente possibili, è la zattera cui aggrapparsi. Non ha salvato lui, come tragicamente noto, ma è un raro appiglio saldo tra le insensate e furenti onde della vita.

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