ti seguo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ti-seguo/ un blog di approfondimento culturale Sat, 12 Nov 2022 11:48:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg ti seguo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ti-seguo/ 32 32 Potrei sembrare innocente ma faccio un sacco di screenshot: “Ti seguo” di Sheena Patel https://minimaetmoralia.it/letteratura/potrei-sembrare-innocente-ma-faccio-un-sacco-di-screenshot-ti-seguo-di-sheena-patel/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/potrei-sembrare-innocente-ma-faccio-un-sacco-di-screenshot-ti-seguo-di-sheena-patel/#respond Fri, 11 Nov 2022 17:17:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51473 di Giulia Bocchio “Sono abituata a vivere dentro la vergogna, sono abituata a stare fuori, con il mio respiro che appanna il vetro, mentre imploro di farmi entrare. Sono assolutamente preparata per questa relazione clandestina. È tossica e familiare” D’impatto, quando si cerca di rompere un equilibrio prestabilito l’impressione dovrebbe essere quella, il sangue che […]

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di Giulia Bocchio

“Sono abituata a vivere dentro la vergogna, sono abituata a stare fuori, con il mio respiro che appanna il vetro, mentre imploro di farmi entrare. Sono assolutamente preparata per questa relazione clandestina. È tossica e familiare”

D’impatto, quando si cerca di rompere un equilibrio prestabilito l’impressione dovrebbe essere quella, il sangue che a un certo punto scorre al contrario: non sembra naturale e dunque spaventa. Perché quello circolatorio è un sistema che esige un determinato funzionamento, una sequenza sempre identica, terribilmente identica, che ti permette di vivere e di salvarti.
Fa parte del corpo, non possiamo fare altrimenti, è naturalmente involontario come aspetto. Scorre così, pompa così, micro e macro dinamiche che regolano l’esistenza o l’estinzione.
Ma quando il sistema non è circolatorio, ma sociale, culturale, o linguistico? Qui la storia cambia, il modo in cui un ideale, una moda, un mood, una protesta, una ritualità vengono esplicitati, ripensati, analizzati e decostruiti ecco che quell’inversione di rotta genera un terremoto simbolico, il cui ipocentro stratifica a dismisura le macerie sulle quali poggiano le comode certezze.
Ti seguo – I’m a Fan, di Sheena Patel, nata e cresciuta nel nord-ovest di Londra e parte del collettivo 4 BROWN GIRLS WHO WRITE, fa questo.
Le prime scosse di questo romanzo d’esordio, edito in Italia da Atlantide, cominciano a Londra, con una pioggia di stories che vengono caricate quotidianamente su Instagram: il pollice opponibile comincia a scorrere in maniera ossessiva e meccanica sullo schermo dello smartphone, è l’urgenza di ricaricare costantemente il feed per vedere se il cerchiolino del profilo prediletto si colora di quel rosso-fucsia-giallo tutto sfumato, è l’ingresso senza zerbino all’interno del mondo di qualcuno, Quel Qualcuno.
Per la protagonista, si tratta della donna che si scopa senza troppo rumore lo stesso uomo che si scopa lei con molto amore, un uomo che incarna simbologie dure a morire, un uomo di mezza età, facoltoso, sposato da lungo tempo, di successo (ovviamente in una concezione che fa della competitività fra borghesi il virgulto dell’essere arrivati), altamente istruito, bianco, misogino, insicuro e che a tratti ammette di avere paura delle donne, del loro sesso. Alla voce “relazione tossica” c’è certamente questo soggetto.
Nessuno ha veramente un nome all’interno della vicenda e ha senso perché all’algoritmo importano altri parametri, che non hanno a che fare con l’identità, con la realtà, qualsiasi sia il tuo nome, real o meno, sarà solo quella spunta blu accanto a darti credibilità e seguito, la spunta blu non è più uno strumento, è tutto, se Instagram te la concede significa essere celebri, legittimati, riconosciuti, vuol dire che hai fatto qualcosa della (e nella) tua vita. Chi invece è dall’altra parte, e conosce quasi a memoria i soliti primi dieci/venti followers che visualizzano la triste storia rigorosamente senza #ad o tag di rilievo, è relegato al ruolo di spettatore. La protagonista appartiene a questa categoria social(e).
Ma nella compulsiva ossessione dell’osservazione digitale della vita di un’altra persona, ovvero la donna per la quale prova un’autentica fissazione, lo scontro non è più una stucchevole rivalità amorosa, lo scontro è un solco profondo, una trincea metropolitana che prima di tutto è sociale, economica, digitale, ideologica.
La voce narrante è una prima persona singolare che aggredisce attraverso il suo linguaggio di fuoco strutture sociali e antropologiche nelle quali è letteralmente imprigionata, le disintegra attraverso riflessioni e autoaccuse acute, ma la sua rivoluzione da tastiera si sgretola drammaticamente di fronte al bisogno di essere parte integrante di una cerchia, di una categoria che ha la stessa pelle di un filtro e la credibilità di un feed in palette.
L’uomo con il quale desidera avere una relazione vera, che a un certo punto non le concede nemmeno più il sesso, è un essere spogliato da qualsiasi responsabilità affettiva o morale, eppure, tra le tante relazioni tentacolari che intrattiene praticamente con chiunque gli dia attenzione, prova un certo magnetismo proprio per quella donna dal feed perfetto e la spunta blu. Due dettagli apparentemente superficiali, ma che raccontano le radici di chi nasce – per volere del caso – nel privilegio, di chi ha potuto contare sulle migliori scuole, sulla migliore formazione, sul miglior reddito garantito e te lo farà pesare.
Una donna che ha un’estrazione culturale ed economica opposta a chi narra.
La morbosità curiosa ed erotica che ci spinge a osservare e seguire la versione digitale della vita di qualcuno che va (o è stato) a letto con chi ci interessa è resa accessibile dalla facilità con la quale fotografiamo quello che mangiamo o documentiamo quello che di irrilevante ci succede; si innesca così un circuito in cui prevale un malsano e continuo confronto bidimensionale, troppo binario per comprendere chi c’è davvero dietro un filtro che cancella le rughe.
L’uomo in qualche modo si è mescolato ai fluidi di questa donna, che ha un’immagine perfetta su Instagram, a lei il sesso lo concede, anzi le viene addirittura dentro, e così tocca scavare, bisogna saperne di più. Scavare, allora, andando alla ricerca spasmodica di dettagli, di foto, di ristoranti nei quali si è registrata, di abiti che ha taggato, di oggetti che colleziona, di mostre che consiglia, di cibi bio che consuma, di libri che legge e scrive. Non importa ciò che dice, non importa se ciò che posta è una filantropia fasulla e piena di cliché, fatta comodamente dal divano di casa (divano il cui costo equivale al reddito annuo della maggior parte dei coetanei la cui estrazione o origine è un po’ meno patinata), vale tutto per i fan.
Scavare incessantemente, trasformarsi in una detective selvaggia-digitale, però, crea voragini e lo stomaco ne sa qualcosa.
Sembrano non avere in comune niente queste due figure femminili, se non quest’uomo.
Perché, allora, cadere in questa relazione tossica, perché concedere tutto questo spazio emotivo ed esistenziale a un amante che ha completamente assorbito retoriche obsolete e tipicamente patriarcali? Entrambe hanno idealizzato l’uomo che le ha sessualizzate, relegandole non solo ai margini delle sue impegnatissime giornate ma anche ai confini delle convenzioni sociali di facciata alle quali lui aderisce con una nonchalance da fotoromanzo. Ma fra le crepe della sua casa perfetta si insinuano loro, le donne che illude. Tutte, in maniera diversa ma affine, chiedono amore, riconoscimento, attenzione, consapevoli di pagarne in prima persona lo scotto, il dazio della differenza di genere: lui è l’impunito, l’infedele per eccellenza nel privato, ma sul web ha molti followers, e dunque avrà sempre l’appoggio che cerca. Piace alla gente che piace. Ed è nelle differenze che la mascolinità tossica di lui si insinua e si mimetizza: con la scusa di risucchiare da ognuna un tratto di unicità incommensurabile, le uniforma, le appiattisce, sentendosi amato si crede automaticamente incentivato ad attuare tutti quegli schemi che metteranno la donna di fronte al giudizio, al solito amaro e discriminatorio refrain: “Sapevi com’era, sapevi che era sposato. Sei tu che ti messa in questa situazione, colpa tua. Non puoi cambiarlo”.
L’alleanza fra Instagram e la voce di Sheena Patel è spietata e corrosiva. Perché sebbene chi scrive scardini senza retoriche le controversie della logica occidentale, mettendo nello stesso tempo a nudo ogni centimetro di pelle del desiderio femminile, il risultato è uno scenario ancora precario, imbellettato a festa, la cui tovaglia bianca dell’apparenza a un certo punto viene macchiata da quel vino a basso costo che tutti e tutte fingiamo di non aver mai assaggiato. La voce che emerge, pagina dopo pagina, è una personalità che lotta, che tenta di mettere insieme i pezzi di tutte le contraddizioni che ci caratterizzano come esseri in costante mutamento, nel tentativo di rompere le catene millenarie dell’oppressione patriarcale, di andare oltre un costrutto morale assemblato dagli uomini, rivendicando corpo, desiderio e vulnerabilità. Autenticità. In questo romanzo, smartphone ed emozioni formano una colata lavica perfetta per mettere in evidenza il divario di genere che ancora caratterizza le relazioni perché «mi rendo conto che sto sopra un orologio e il tempo scorre diversamente per me. Sono una femmina».

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Giulia Bocchio è poetessa, critica e scrittrice. Tra i suoi libri, le sillogi Harmattan poetico e Il vento del vanto, oltre al saggio L’Olimpo nero del sentire. L’esaltazione estetica del brutto (Marsilio 2016).

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