Tim Burton Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tim-burton/ un blog di approfondimento culturale Fri, 30 Jan 2015 15:18:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tim Burton Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tim-burton/ 32 32 Foxcatcher, un film che sarebbe piaciuto a Raymond Carver https://minimaetmoralia.it/cinema/foxcatcher-un-film-che-sarebbe-piaciuto-a-raymond-carver/ https://minimaetmoralia.it/cinema/foxcatcher-un-film-che-sarebbe-piaciuto-a-raymond-carver/#comments Fri, 30 Jan 2015 15:18:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25068 Foxcatcher è il quarto lungometraggio di Bennett Miller, già acclamato per Capote (2005) e Moneyball (2011). Come i precedenti lavori del regista e come molti altri film nelle sale in questo momento (American sniper di Clint Eastwood, The imitation game sulla vita di Alan Turing, The theory of everything su Stephen Hawking, Big eyes di Tim Burton) è un film biografico: il che ci dice già qualcosa sul bisogno di un certo storytelling contemporaneo di radicarsi saldamente alla realtà, memore forse del grande discorso che attraversa le arti sul realismo e la non-fiction (e dico di certo storytelling perché vale anche il contrario, se è vero che i film più attesi del 2015 sono quasi tutti di fantascienza).

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Foxcatcher è il quarto lungometraggio di Bennett Miller, già acclamato per Capote (2005) e Moneyball (2011). Come i precedenti lavori del regista e come molti altri film nelle sale in questo momento (American sniper di Clint Eastwood, The imitation game sulla vita di Alan Turing, The theory of everything su Stephen Hawking, Big eyes di Tim Burton) è un film biografico: il che ci dice già qualcosa sul bisogno di un certo storytelling contemporaneo di radicarsi saldamente alla realtà, memore forse del grande discorso che attraversa le arti sul realismo e la non-fiction (e dico di certo storytelling perché vale anche il contrario, se è vero che i film più attesi del 2015 sono quasi tutti di fantascienza).

Tratto dal memoir Foxcatcher: the true story of my brother’s murder (2014), il film di Miller racconta la storia dei fratelli Dave e Mark Schultz, campioni olimpici di lotta libera a Los Angeles nel 1984, e del milionario e filantropo John du Pont che decise di finanziarne gli allenamenti nella sua tenuta di Foxcatcher in Pennsylvania tra il 1986 e il 1996. Il 26 gennaio di quell’anno, dopo aver marginalizzato Mark reo di non aver bissato l’oro olimpico a Seoul 1988, du Pont uccise a colpi di pistola Dave per ragioni che all’epoca risultarono oscure. Fu condannato a trent’anni di prigione, dove morì nel dicembre del 2010.

Il film, incentrato sula relazione tra John, Mark e Dave (rispettivamente Steve Carell, Channing Tatun e Mark Ruffalo, tutti al meglio delle loro capacità di recitazione) si snoda lungo due binari che corrono paralleli ed efficacemente interconnessi. Il primo, psicologico, affronta il problema delle relazioni familiari in due contesti molto diversi eppure speculari: la vita dei fratelli Schultz, semi-orfani fin dall’infanzia, fatta di palestre vuote, vecchie case in mattoni, noodles in busta, si specchia in quella di du Pont, appartenente a una potente dinastia con i suoi cavalli di razza, il birdwatching e la sala dei trofei: Mark non riesce a emanciparsi dall’ombra del fratello maggiore Dave e si affeziona a John quando questi gli promette individuazione e realizzazione personale, ma lo stesso John è succube di una madre elitaria (Vanessa Redgrave) che non gli permette di uscire dall’infanzia e ne disprezza l’amore per la lotta («wrestling is a low sport», dice a un certo punto, «and I like not being low»).

In un film parlato solo l’essenziale, queste relazioni familiari oppressive sono soprattutto una questione di corpi: gli abbracci tra Mark e Dave, la lotta pseudo-sessuale tra John e Mark nella galleria buia, oppure l’incredibile scena in cui John si esibisce davanti alla madre nel suo posticcio ruolo di coach della squadra, al contempo esaltandosi ai suoi occhi («I teach… I give a dream») e umiliandosi di fronte a lei strisciando a terra nella metafora più corporale possibile del «being low». Da questi sistemi familiari nessuno ha la forza e la capacità di salvarsi.

Soprattutto però Foxcatcher è un film sull’America della fine degli anni Ottanta e della corsa al riarmo. Prima ancora che un filantropo e un appassionato di lotta libera infatti John du Pont è un patriota, erede di quella che un celebrativo videotape definisce «America’s wealthiest family», possessore di un terreno che ha visto il sangue dei soldati nella Guerra di Secessione («I like to come here to remember what really matters») e che fornisce alla polizia gli spazi per il poligono di tiro: un rappresentate del complesso militar-industriale che colleziona carri armati dell’esercito e tratta i soldati come se fossero suoi dipendenti. Quando contatta Mark perché vada ad allenare il suo team a Foxcatcher ciò che viene messo in gioco è una ragnatela di aspettative incrociate e doppiamente contraddittorie: Mark, cresciuto senza genitori all’ombra del fratello maggiore, cerca un padre e qualcuno che lo emancipi, non comprendendo di non avere la forza per camminare con le proprie gambe; John vede nel giovane lottatore i valori di un’America decaduta, impoverita e indebolita nello scacchiere della Guerra Fredda, e non capisce che è lui stesso con i lussi, il parassitismo, la cocaina e i jet privati l’esempio più lampante della corruzione di quei valori (incarnati invece paradossalmente dalla madre odiata e amata, con la sua sobria eleganza e i cavalli di razza). Ognuno cerca nell’altro il sogno di una redenzione personale e collettiva impossibile.

Per questo motivo (perché sono essenzialmente vittime di sé stessi e del proprio mondo) quando l’ingranaggio relazionale scatta e riporta inevitabilmente gli equilibri allo status quo ante ne rimangono tutti schiacciati: è John a portare Mark sulla strada della droga e del lassismo, ma poi lo accusa di non essere all’altezza e lo rimpiazza con il fratello Dave; Mark fallisce il proprio percorso di emancipazione perché questo avviene sotto l’ala protettrice di un’altra figura paterna, ma paradossalmente (e logicamente, seppure in una maniera perversa) John lo vendica di anni di torti proprio uccidendo Dave, che nella sua logica però è colpevole tanto quanto Mark di non essere riuscito a vincere e dunque di non aver riportato l’America al ruolo che le compete: livello politico e psicologico, collettivo e personale si fondono in un meccanismo micidiale dal quale (come viene enfatizzato dalle inquadrature sempre racchiuse in cornici a sottolineare il senso di oppressione) è impossibile scappare.

Il personaggio interpretato da Steve Carell in questo senso è davvero eccezionale: quasi immobile nel corpo, decadente nel lusso, è un essere morto capace solo di trasmettere morte, una negazione vivente dei valori di benessere, salute e ottimismo che vorrebbe trasmettere con il suo lavoro fasullo di coach della nazione. È un personaggio profondamente posticcio (da qui l’insistenza sulle telecamere che lo riprendono, il trionfalismo delle sue dichiarazioni, gli uccelli impagliati alle pareti – lui che è birdwatcher preferisce osservare gli uccelli morti -, la scena insistita in cui Dave è costretto a ripetere davanti all’obiettivo «John is like a mentor to me»), e dunque profondamente rappresentativo di quell’epoca della storia americana che ha fatto di un attore il proprio presidente più amato e più odiato, che ha vinto la Guerra Fredda ponendo al contempo le basi per la propria autodistruzione.

Perché di questo parla in fondo Foxcatcher: dell’America di Reagan e della sua violenza sotterranea, e per questo è un film che sarebbe piaciuto a Raymond Carver, anzi un film addirittura più carveriano di Carver stesso (un Carver senza la necessità e anche il peso della coerenza al minimalismo). Di questo mondo crepuscolare tutto è riprodotto con maniacale fedeltà, dai font sugli opuscoli delle università all’abbigliamento alle tecniche filmiche negli spot di Foxcatcher, e proprio per questo risulta più finto e anche più lugubre.

Al di là della riuscita cinematografica (Foxcatcher è uno di quei film che funzionano alla perfezione, con i limiti all’immaginazione posti dalle opere d’arte che funzionano con troppa efficacia, senza sbavature e punti di fuga) ha senso fare un film del genere oggi? Miller vuole dirci qualcosa del presente ho sta facendo soltanto un’opera di ottimo manierismo storico? Domanda complicata. Da un lato si percepisce molto forte nel film il piacere di rappresentare un mondo, di costruire uno scenario e di abitarlo – in altre parole di creare fiction allo stato puro. Dall’altro la scena finale apre ad altre interpretazioni: un Mark rasato e con lo sguardo incattivito si esibisce in una violenta dimostrazione di steel cage wrestling: ci sono fumo ed effetti speciali, il pubblico sugli spalti incita al sangue.

Questa, sembra dirci Miller, è l’America degli anni Novanta, il prodotto di quel mondo mai redento e impossibile da redimere di cui John du Pont era il riluttante modello e l’inconsapevole fomentatore. Cosa sarà dunque l’America del Terzo Millennio se queste sono le premesse? Coerentemente con il proprio linguaggio interno il film non risponde. Con il senno di poi (dopo l’11 settembre e i mutui subprime e Obama e la nuova ripresa dell’economia) noi siamo autorizzati a vederlo come un discorso sui lati oscuri dell’ex stato più potente del mondo, forse meno visibili oggi nel suo declino di quanto lo fossero in passato ma sicuramente non espiati nel tempo di una generazione.

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Intervista a Seth Grahame-Smith https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-seth-grahame-smith/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-seth-grahame-smith/#respond Tue, 29 Apr 2014 18:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20039 Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Riscrivere Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen come una storia zombie? Che orrore! Raccontare che Abraham Lincoln fosse un cacciatore di vampiri? Assurdo. Invece c’è chi l’ha fatto, e con successo. Seth Grahame-Smith, trentasettenne newyorkese dall’aria scanzonata ma tutt’altro che ingenuo, professionista della scrittura tra narrativa, saggistica, televisione, fumetto e cinema (sceneggiatore ad esempio di Dark Shadows di Tim Burton), ha infatti messo a frutto la sua passione “nerd” per zombie, vampiri, lupi mannari, storie fantastiche e paurose, e ha pubblicato Orgoglio e pregiudizio e zombie e La Leggenda del Cacciatore di Vampiri: Il diario segreto del presidente (da cui nel 2012 il film di Timur Bekmambetov). Due romanzi di successo usciti in Italia per Nord, a cui si aggiunge in questi giorni La bugia di Natale, pubblicato da Multiplayer.it, una rivisitazione della Natività con zombi e magie, con i Re Magi che sono tre ladroni che si incontrano per caso e salvano il Bambino.

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera. (Fonte immagine)

Riscrivere Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen come una storia zombie? Che orrore! Raccontare che Abraham Lincoln fosse un cacciatore di vampiri? Assurdo. Invece c’è chi l’ha fatto, e con successo. Seth Grahame-Smith, trentasettenne newyorkese dall’aria scanzonata ma tutt’altro che ingenuo, professionista della scrittura tra narrativa, saggistica, televisione, fumetto e cinema (sceneggiatore ad esempio di Dark Shadows di Tim Burton), ha infatti messo a frutto la sua passione “nerd” per zombie, vampiri, lupi mannari, storie fantastiche e paurose, e ha pubblicato Orgoglio e pregiudizio e zombie e La Leggenda del Cacciatore di Vampiri: Il diario segreto del presidente (da cui nel 2012 il film di Timur Bekmambetov). Due romanzi di successo usciti in Italia per Nord, a cui si aggiunge in questi giorni La bugia di Natale, pubblicato da Multiplayer.it, una rivisitazione della Natività con zombi e magie, con i Re Magi che sono tre ladroni che si incontrano per caso e salvano il Bambino.

Come le è venuta in mente una storia del genere?

All’improvviso, in piena estate, guidando sulla Robertson, a Los Angeles, per riportare un film da Blockbuster. Mi è ronzata in testa una semplice domanda: chi erano i Re Magi?, e cosa facevano lì quella notte? Così ho iniziato la ricerca: tornato a casa ho letto i Vangeli di Luca e Matteo, dove sono più citati i Re Magi, poi ho cercato le tradizioni in cui spuntano quei tre saggi nei secoli successivi. Mi ha subito colpito che ci sono un sacco di leggende su di loro, ma se ne parla poco nel Nuovo Testamento, giusto una manciata di righe. Vengono da Est, vanno da Erode, bruciano incenso e mirra, si presentano alla mangiatoia e non fanno nient’altro di cui parlare, ma partecipano alla più famosa nascita di tutti i tempi: perché non raccontarla attraverso una lente così sconosciuta?

…e mescolare storia e religione, personaggi storici, come Ponzio Pilato e Re Erode, e altri inventati o appartenenti alla tradizione delle Sacre Scritture?

Sì. Diciamo che io prima di tutto sono un umanista, e la storia e la politica mi hanno sempre affascinato: sono convinto che guardando al nostro passato possiamo cercare un senso a ciò che succede oggi, e capire cosa potrebbe accadere. Al discorso storico in questo caso si aggiunge quello su fede e spiritualità, che sono state una parte importante della mia educazione. Con La bugia di Natale però non ho scritto un libro cristiano, piuttosto un libro “pro-fede” nel senso che, se osservi Baldassarre, lui arriva da non credente e se ne va che crede, e in questo processo cura il suo malessere profondo e comincia a capire il potere stesso della fede. Questa duplice anima, storica e spirituale, all’interno della fiction, è molto importante per me. Mi piacerebbe che persone senza alcuna fede leggessero il libro e dicessero: “Wow!, che cavalcata divertente!”. Poi vorrei che un credente lo leggesse e dicesse: “Wow!, questo libro mi ha toccato nel profondo, spiritualmente”. Non era facile provarci: affrontare storie universali ed esplorare territori nuovi da narratore, cosa sempre eccitante per me.

Non è però la prima volta, per lei. Ha riscritto Jane Austen e la biografia di Lincoln, ora le sacre scritture appoggiandosi a classici della letteratura d’appendice, horror e del fumetto. Dove nasce la sua passione per questo mash up? 

Sono stato a lungo un fan dell’horror, ma allo stesso tempo potrei dire che il 90% delle mie letture sono biografie e storie “non fiction”, come le biografie dei presidenti, che ho sempre amato. Prendiamo il mio libro su Lincoln: com’è nato? Mi piace vagare per librerie e osservare cosa venga letto. Un paio di anni fa, durante il bicentenario lincolniano, quando il film Twilight aveva appena fatto il botto, si trovavano quasi solo biografie di Lincoln e storie di vampiri. Unire le due cose era stato un collegamento istantaneo del mio cervello. Potrei dire che ne è uscito sia il mio rispetto per queste figure storiche che il mio modo di cercare un senso a quel che accade oggi nel mondo.

Cioè una continua lotta tra poteri malvagi e buoni per il controllo del mondo? In effetti, il romanzo non si conclude con l’assassinio di Lincoln, ma arriva agli anni 60. Senza svelare troppo, possiamo dire che alla fine Lincoln assiste al discorso di Martin Luther King del 1963, “I have a dream”. Ci sarà un sequel ambientato da quel periodo?

Per ora posso soltanto dire che sono attualmente al lavoro su qualcosa del genere.

Allora dovremo riparlarne. Ma perché cercare un senso al nostro mondo usando figure del soprannaturale?

Fantasmi, zombie, vampiri hanno avuto successo finché la narrazione ha avuto la funzione di affrontare le nostre paure più profonde: la mortalità, l’amore, la fede e la morte. Paure di tutti. Gli zombi sono stati una facile metafora per i tempi più duri: numerosi gruppi di esseri demoniaci senza faccia né cervello che cercano instancabilmente di distruggerti senza pensare ad altro. Il successo dei vampiri ha invece a che fare con la nostra paura della morte e la ricerca dell’immortalità. Anche se oggi, grazie al cinema, pensiamo che i vampiri dovrebbero essere sexy, sono figure spaventose da decapitare alla prima occasione possibile, e vorrei riportare tutti a considerarli tali. Diciamo che per quanto io scriva con ironia, vorrei davvero anche spaventare i lettori, perché da sempre abbiamo sovrapposto queste creature alle nostre paure, e ancora oggi possiamo farlo. E penso che più le cose peggioreranno nel mondo, più crescerà l’interesse per l’horror.

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