Time Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/time/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 16:11:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Time Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/time/ 32 32 Il fenomeno Franzen https://minimaetmoralia.it/libri/il-fenomeno-franzen/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-fenomeno-franzen/#comments Tue, 19 Oct 2010 11:12:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3053 Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

di Francesco Pacifico

Jonathan Franzen torna nelle librerie americane con un nuovo romanzo, Freedom, a un decennio dal successo delle Correzioni, e in America si formano due fronti rumorosi di detrattori e sostenitori, mentre Time gli dedica una copertina, come a uno scrittore non capitava dal 2000.

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Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

Jonathan Franzen torna nelle librerie americane con un nuovo romanzo, Freedom, a un decennio dal successo delle Correzioni, e in America si formano due fronti rumorosi di detrattori e sostenitori, mentre Time gli dedica una copertina, come a uno scrittore non capitava dal 2000. Il libro è troppo coinvolgente per rivelarne le trame multiple e intrecciate – si parte comunque dal binomio letterario americano di famiglia disfunzionale e tardo capitalismo già affrontato nelle Correzioni – ma voglio lasciare ai due fronti in lotta il compito di illustrare pregi e difetti.

I sostenitori ritengono che Franzen sia il nuovo Tolstoj e abbia salvato la letteratura americana con un grande romanzo che parla dei Temi Importanti con una passione e una competenza irreperibili in altri scrittori della nuova generazione. Sveliamo alcuni di questi temi in ordine sparso (ossia l’unico ordine consentito, perché Franzen è talmente bravo, fin dal primo paragrafo, a confondere le acque per non essere prevedibile, che svelare anche solo parte della trama sarebbe fargli torto): gli appalti privati per la guerra in Iraq; il basket universitario; il plagio come componente base dell’amicizia e dell’amore; l’impegno civile e i sogni delusi dei progressisti; uccellini in via di estinzione; psicanalisi; punk cocainomani; lobbysti; l’ascesa dei neocon nell’America post-11 settembre (anche in versione giovani universitari repubblicani spietati); una ragazza-madre; gli svantaggi pratici della democrazia; come sfrattare e trasferire operai da una regione a un’altra assicurando loro nuovi posti di lavoro. Di ognuna di queste cose Franzen scrive come fosse il tema della sua vita. Secondo chi ha amato Freedom, il libro parla al cuore tramite le crisi e i sogni dei suoi personaggi e tramite i lunghi archi narrativi per i quali i personaggi scoprono l’esatta estensione della propria libertà; ma parla anche ai cervelli di noi cittadini occidentali paralizzati dalla complessità, rivelandoci gerghi, regole e meccanismi di tanti sottomondi che hanno un impatto indiretto sulla nostra vita.
I detrattori pensano invece che il caso Franzen sia troppo bello per essere vero: in realtà l’autore rappresenterebbe il sogno dei letterati newyorchesi, bianchi, middleclass, di conservare rilevanza culturale in un mondo in cui forse conta e interessa ormai più il funzionamento della criminalità organizzata internazionale e il destino del sottoproletariato cinese che le crisi coniugali dei quartieri residenziali americani. Sul Guardian si è scritto che Freedom si sforza di essere un romanzo universale ma non fa che raccontare l’ormai frusta commedia da soggiorno, con i grandi pianti, le separazioni, i figli adolescenti, il generale rimbambimento degli americani e l’involgarimento dei costumi…
Ho letto l’edizione americana (seicento pagine) d’un fiato, rinunciando a diverse ore di sonno nel corso di un’intensa settimana, ma prima di consigliarlo a scatola chiusa devo dire due cose. 1) La verità del libro sta non tanto a metà strada quanto nella somma tra la reazione entusiasta dei sostenitori e le riserve stizzite dei detrattori: sono due opinioni estreme e il libro per ora le merita entrambe finché i suoi temi non andranno fuori moda e si potrà giudicare la vera tenuta strutturale ed emotiva e linguistica dell’opera. 2) Il libro è forse prevedibile nei suoi temi ma non nella loro organizzazione, dunque è una lettura avvincente, che darà molte soddisfazioni a molti lettori, tuttavia lo sconsiglio a una certa categoria di lettori: c’è chi da un autore contemporaneo di alto livello si aspetta un rapporto viscerale dell’autore con il linguaggio, i suoi giochi, le sue trappole, le sue potenzialità, le sue magie. La storia del romanzo ci ha portati nel regno dell’iperrealismo e del narratore inaffidabile, della lingua come eccitazione, promessa, pure delirio. A questa componente, giustapposta agli interessi politici e sociali, si deve la fortuna di 2666 di Bolaño, per esempio. Ma un romanzo di realismo sociale che – pur facendone un uso elegante e complesso – dà la lingua per scontata come se lo strumento con cui comunichiamo non incidesse pesantemente su cosa comunichiamo, non può dare soddisfazione a chi ama la piega che ha preso la grande letteratura nel Novecento.
Franzen, per scelta esplicita, e più decisamente qui che nelle Correzioni, che era ancora nettamente influenzato dalle sperimentazioni di Don DeLillo e dell’amico David Foster Wallace, sceglie una lingua quasi invisibile per offrire tutto il contenuto possibile al maggior numero possibile di lettori. Sceglie di tornare indietro nel tempo: a quando le parole coincidevano con gli oggetti che descrivevano e dunque i fatti erano più potenti dei toni di voce dell’autore. È per questo che suona strano dire che Franzen sia il più grande scrittore americano: la grandezza assoluta non è mai venuta dal portare indietro le lancette dell’orologio, ma dal portarle avanti, dove nessuno era ancora stato. Si può dire che Franzen è il nuovo Tolstoj, ma di Nabokov non si poté mai dire che fosse il nuovo Gogol’: sarebbe stato offensivo per Nabokov, che era nuovo.
Lo scopo per cui Franzen manda indietro l’orologio del genere romanzo, secondo me, è vincere la battaglia contro la nuova grande forma d’arte del nostro tempo: la serie televisiva di alta qualità, che ha già capolavori assodati in Six Feet Under, Sopranos, Mad Men e The Wire, opere di soprendente complessità, varietà e generosità narrativa, umana e tematica, di largo consumo. Sembra che Franzen voglia dire: il romanzo può riprendersi quel ruolo di forza narrativa imbattibile. E se anche non lo volesse dire, è ciò che fa il suo complesso, appassionato, irresistibile romanzo.
La grande forza delle serie tv, per come si sta sviluppando oggi, sta nel lavoro di squadra degli autori, che, nei casi migliori, fornisce allo spettatore due grandi gioie: una narrazione complessa quanto a gestione dei fatti, delle informazioni, delle sottotrame; e una autentica eterogeneità e polifonia di personaggi, nati e sviluppati da sensibilità diverse che si fondono nella sceneggiatura. Franzen, un uomo solo chiuso nel suo studio, riesce a competere quanto a conoscenza e precisione e abbondanza; anche se, forse, a forza di cercare dentro di sé una matrice emotiva dei tanti eventi narrati, rende un po’ troppo omogenee le traiettorie di caduta e redenzione dei personaggi sul finale.
In ogni caso, letto un romanzo così riuscito e di un’intelligenza che mette paura e invidia, viene da chiedersi che cosa può sperare di ottenere la letteratura nel suo rapporto con i nostri tempi: questo libro ha rinunciato all’eredità di modernismo e postmoderno ma non all’intelligenza e al talento, e questo è il risultato: un’attenzione meritata, una promessa di rilevanza culturale. Cosa accadrà quest’autunno, per dire, a due scrittori come Rick Moody e Gary Shteyngart, fra i più apprezzati sperimentatori di lingua e temi in America, i cui nuovi romanzi, The Four Fingers of Death e Super Sad True Love Story sono usciti contemporaneamente a Freedom, e quali conclusioni dovranno trarre dal fenomeno Franzen?

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Perché Franzen è Franzen https://minimaetmoralia.it/libri/perche-franzen-e-franzen/ https://minimaetmoralia.it/libri/perche-franzen-e-franzen/#comments Fri, 17 Sep 2010 08:25:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2873 «L’unica famiglia media americana che conosco bene è quella in cui sono cresciuto, e posso testimoniare che mio padre, pur non essendo un lettore, aveva una certa familiarità con James Baldwin e John Cheveer, perché la rivista Time li aveva messi in copertina.

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Questo articolo è uscito sul Riformista.

«L’unica famiglia media americana che conosco bene è quella in cui sono cresciuto, e posso testimoniare che mio padre, pur non essendo un lettore, aveva una certa familiarità con James Baldwin e John Cheveer, perché la rivista Time li aveva messi in copertina. (…) Nell’ultimo decennio, la rivista il cui profilo rosso ha incorniciato per due volte la faccia di James Joyce, ha dedicato la copertina a Scott Turow e Stephen King. Si tratta di due validi scrittori, ma non c’è dubbio che siano state le dimensioni dei loro contratti a procurare loro quelle copertine». Questo scriveva, nel 1996, Jonathan Franzen, lo scrittore americano a cui è stata dedicata proprio la scorsa copertina di Time. Questa volta, all’interno della cornice rossa, sotto il profilo pensieroso di Franzen, il magazine precisa «Great American Novelist». In tempi non sospetti, prima cioè di diventare cover-boy, l’autore di Le correzioni proseguiva così il suo ragionamento, in un saggio pubblicato su Harper’s: «Il dollaro è oggi il metro di valutazione dell’autorità culturale, e un periodico come Time, che fino a non molto tempo fa aspirava a formare i gusti della nazione, adesso serve soprattutto a rifletterli».

Il 31 agosto scorso è uscito nelle librerie americane Freedom  (pubblicato da Farrar, Straus and Giroux), l’ultimo attesissimo romanzo di Jonathan Franzen reduce, col bestseller Le correzioni (Einaudi), dal National Book Award. Il presidente USA Obama è riuscito ad avere Freedom prima dell’uscita ufficiale e lo ha portato in vacanza come lettura dell’estate. Obama aveva anche in valigia Tinkers di Paul Harding (lo sconosciuto che dopo aver ricevuto vari rifiuti dagli editori ha vinto il premio Pulitzer) e A Few Corrections di Brad Leithause – mentre le figlie leggevano l’intramontabile Il buio oltre la siepe e Il pony rosso di Steinbeck.
Il giorno dell’uscita, Freedom è salito al primo posto della classifica delle vendite di Amazon (la libreria virtuale che sta facendo chiudere Barnes&Noble e che a sua volta aveva fatto tirare giù le serrande ad un esercito di piccole librerie newyorkesi).

In Italia, Libertà uscirà il prossimo febbraio (per Einaudi, con traduzione di Silvia Pareschi). Nell’attesa, visti i risultati già ottenuti in America ci si può chiedere –  assodato che le copertine di «Time» riflettono i gusti della nazione – come mai l’America ama la narrativa di Franzen.
Il riconoscimento della critica, per Franzen, arriva già col suo primo romanzo La ventisettesima città che viene accolto bene e racconta la storia di una città del Midwest. Il secondo libro, Strong Motion è la storia di una famiglia del Midwest. Il trionfo arriva però col terzo romanzo uscito una settimana prima dell’11 settembre 2001: Le correzioni. Franzen aveva finalmente scritto il grande romanzo sociale sull’America mettendo in scena stanchezze, illusioni e debolezze della famiglia Lambert. Ma perché oggi Franzen è Franzen?
Franzen piace perché non è elitario e perché la sua scrittura avvolgente emana tepore. Franzen piace più del colto Philip Roth e del postmoderno Don DeLillo, piace più del labirintico Thomas Pynchon e del polveroso Cormac McCarthy perché sa unire la qualità letteraria (altissima) ad un gusto popolare, offrendo storie ricche, complesse eppure lineari, che arrivano alle persone (in modo trasversale) e le fanno sentire parte di una comunità di esseri umani. Nelle pagine di Franzen non si troverà mai nessun compiacimento intellettuale (né le arguzie cerebrali che seminava David Foster Wallace che chissà se avrebbe mai scritto qualcosa per Tutti i Lettori). Si potrebbe dire che la  narrativa di Franzen sia perfettamente a metà strada tra la cultura di massa e la Cultura Sofisticata, (sperimentalismi, metanarrazioni, avanguardie varie) se non fosse che invece, questa sua capacità di aver trovato una voce altra, lo pone fuori proprio da queste categorie e anzi le fa collassare. Franzen diverte e stimola, fa piangere i suoi lettori sulle tragedie della vita e intanto illumina il cammino accidentato che percorre oggi la società occidentale: con le sue avidità, i suoi vizi e i suoi drammi morali. La sua scrittura ironica fa parlare gli oggetti quotidiani, dà voce all’infelicità che ammanta  le province e le grandi città, e protegge dalle nuove paure del mondo, esorcizzandole (l’Alzheimer, l’inquinamento o la guerra). I suoi temi forti però sono due, forse anzi due sono i suoi unici temi in assoluto: la depressione e la famiglia. Attorno a questi nuclei ricama storie americane, affreschi della storia recente, e costruisce per i lettori luoghi tiepidi e personaggi indimenticabili.
Sono passati nove anni da quando è uscito Le correzioni. L’America è cambiata. Al posto di Bush c’è Obama. Freedom è un ambizioso volumone di seicento pagine che racconta la middle class americana: ancora la storia di una famiglia di provincia. Ancora, e Tolstoj lo avrebbe apprezzato, la storia di una famiglia infelice.
La vicenda è ambientata nel 2004 durante la presidenza Bush (è proprio per riappropriarsi della parola libertà che Franzen ha scelto questo titolo). La coppia protagonista, Walter e Patty Berglund, che vota per i democratici, litiga sempre con i vicini di casa repubblicani (anche se Joey Berglund lavora per i repubblicani e ha inventato falsità sulla guerra in Iraq).
La coppia modello, benestante, che pare salda e invincibile mostra tutta la sua fragilità quando avviene un imprevisto nella casa. Il lato oscuro degli individui e dell’America, la meschinità e la mediocrità borghese vengono fuori disegnando ancora una parabola di decadenza. Nelle disfunzioni di una famiglia coglie le dinamiche che sono all’opera in una intera nazione.
Sulla copertina di Time sono stati ritratti in passato scrittori come Nabokov, Salinger, Toni Morrison e Joyce. Non si può dire che siano stati ritratti autori che non meritino fama. Però, come tutte le volte che si vede formarsi un canone letterario, non si riesce ad evitare di far mente agli esclusi.
La raccolta di saggi di Franzen del 2002 si intitolava How to Be Alone (Come stare soli, Einaudi). Ed è proprio questa la domanda che viene da porsi vedendolo solo in copertina, serio, coi suoi pensieri. Dove sono gli altri? Sarà pure che una copertina di un magazine non è una storia letteraria, ma mancano proprio tutti i più grandi: Roth, DeLillo, Pynchon, Ellis, McCarthy. Ogni tanto Time potrebbe forse fare una bella foto di gruppo. Perché Franzen, senza di loro, non può stare davvero da solo.

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