Tina Modotti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tina-modotti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 13 Dec 2023 10:25:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tina Modotti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tina-modotti/ 32 32 Viaggio tra le fotografe in mostra https://minimaetmoralia.it/fotografia/viaggio-tra-le-fotografe-in-mostra/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/viaggio-tra-le-fotografe-in-mostra/#respond Tue, 12 Dec 2023 10:14:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53133 (fonte immagine) Da qualche mese l’Italia è costellata di mostre di fotografe, itineranti o meno, che si susseguono in diverse città, in palazzi sontuosi o sale essenziali, teatri, università. Dopo un viaggio di un paio di mesi per visitarle mi sono accorta che, lasciando le città che le ospitavano, mi portavo dietro occhi, occhi di […]

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Da qualche mese l’Italia è costellata di mostre di fotografe, itineranti o meno, che si susseguono in diverse città, in palazzi sontuosi o sale essenziali, teatri, università. Dopo un viaggio di un paio di mesi per visitarle mi sono accorta che, lasciando le città che le ospitavano, mi portavo dietro occhi, occhi di donne fotografate da donne, che rimanevano nella mia mente, nella mia memoria, formando una comunità immaginata molto grande. Mi sono sentita, tra tutti questi sguardi che dentro uno scatto raccontavano la loro storia, in una sorta di buon tempo e buon luogo dove stare. Ad aggiungere un alone di bellezza la presenza, in questo mio pellegrinaggio, di amiche care con cui ho condiviso commenti, pareri, silenzi. La presenza predominante, in questa comunità immaginata che porto con me, sono gli occhi di Sugri Zenabu, che nel campo di Gambaga, in Ghana, è leader del “campo delle streghe”, una comunità di donne.

Lee-Ann Olwage, fotografa sudafricana, fissa al centro del suo obiettivo Sugri Zenabu, immobile, le mani in grembo, un sorriso fermo e gli occhi a guardare di lato, mentre tutto attorno a lei sembra movimento: quattro donne che le girano intorno, sul retro una lavagna nera lunga rettangolare con segni di cancellature, come fosse il passato confuso, e con qualche rimasuglio di parola qui e lì. Il gioco dell’immagine, come in un ribaltamento di specchi, suggerirebbe la stabilità della soggetto al centro quando invece la narrazione è concentrata sulla demenza di Sugri, e dunque di come il resto della realtà le sfugga. Questa è una delle foto che si incontrano a metà percorso dell’esposizione World Press Photo 2023, ora in vari luoghi d’Europa, fino a pochi giorni fa era a Torino ma nelle prossime settimane è visitabile a Lucca e a Bari per poi proseguire in altre città.

Il World Press Photo – premio che nasce nel 1955 grazie a un gruppo di fotografi olandesi che organizza un concorso internazionale per esporre il proprio lavoro a un pubblico globale – in tanti decenni ha sempre attraversato le nuove sfide, anche tecnologiche, divenendo uno dei premi prestigiosi al mondo. La filosofia che lo sostiene da sempre sta nell’importanza di mostrare e vedere storie visive di alta qualità; pertanto non solo la serietà e la professionalità come premio ma anche il mandato preciso di far circolare nel mondo le immagini selezionate, con mostre allestite in moltissime città e paesi in tempi diversi.
Gli occhi di donne che Lee-Ann Olwage presenta nei suoi lavori sono elementi imprescindibili di una collaborazione, difatti la fotografa punta a uno spazio in cui le persone svolgono un ruolo attivo nella creazione di immagini che raccontino le loro storie. Il grande oblio, il titolo di questa immagine che mi accompagna da giorni, è la testimonianza di una perdita di memoria e confusione, capovolgendo il punto di vista usuale: qui è l’attorno che non è fissato, la donna invece sorride apparentemente stabile e granitica.

Rivoltare i punti di vista, far parlare le situazioni in altro modo, sembrano dirci questo le molte fotografe presenti nel World Press 2023, come negli scatti dell’artista domenicana-americana Ashley Peña in cui le poche donne che fanno parte di un modo ultra maschile, il Drill, hanno un volto. Un mondo maschile e sempre sotto controllo, visto il legame tra questo tipo di genere musicale e bande che perpetuano crimini, in cui le donne dicono la loro, anche negli scatti che le rappresentano.
Di questo avvenimento sempre più ampio, di fotografe riconosciute e premiate da parte dell’ambitissimo Word Press Photo, se ne sono accorti anche l’Ambasciata del Regno dei Paesi Bassi e l’Università Roma Tre che, con World Press Photo Foundation, hanno ideato l’esposizione Resilience – Stories of Women Inspiring Change. Si tratta di una selezione di storie premiate, nei concorsi dal 2000 al 2021, in cui la tematica è la resilienza e le sfide sostenute dalle donne nel mondo.

Tra le bellissime e forti immagini selezionate per la  mostra al Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre, gli occhi di donne che rimangono attorno per giorni e giorni, in una condivisione forte di sguardi, sono molti, io rivedo spesso quelli delle donne e delle bambine che imparano a nuotare e a prestare soccorso nell’Oceano Indiano: sono sguardi che raccontano la sfida in una contesto di allegria colorata, bambine che per decenni non hanno potuto imparare a nuotare soprattutto per una questione di abbigliamento, alzando moltissimo il tasso di annegamento in età giovane e adulta. In questi scatti, vestite e col capo coperto, prendono confidenza con l’acqua e Anna Boyiazis sceglie di inquadrale sempre in comunità, in gruppi di donne che si sostengono tra di loro in questo cammino. Anche gli scatti della fotografa iraniana Forough Alaei agganciano occhi nel mondo, sono le tifose iraniane che si travestono da uomini per potere avere accesso agli stadi e sostenere i diritti delle donne.

Gli occhi delle donne e delle bambine di Tina Modotti ti inseguono per circa trecento scatti in mostra a Rovigo, a Palazzo Roverella. Sono quelle donne che combattono il quotidiano come forma di sopravvivenza nella lotta politica e civile, lungo le strade, i mercati, nelle manifestazioni. Tra tutte, compresi i ritratti ad amiche e artiste, spiccano gli occhi di Tina stessa che sbucano dalle fotografie segnaletiche, di autore anonimo, dopo il suo arresto in cui parla nel silenzio della sua battaglia. È una mostra ampia e a grande respiro, che non si ferma alle vicende di Tina Modotti fotografa, ma la segue anche nel suo periodo di vita successivo, apparentemente lontano dalla fotografia, ma in modo totale addentro all’impegno di vita che si era posta, per i senza nome, per chi non ha voce.

Torino e poi Firenze hanno ospitato gli occhi delle donne fotografati da Lisetta Carmi nella mostra dal titolo Suonare Forte: in anni e in un percorso di vita diversissimo, Carmi si lega a Modotti nell’impegno civile della sua arte, un impegno che per tutta la sua attività di fotografa, ma anche lei non solo in questo ambito, l’ha condotta a ritrarre donne in molti luoghi del mondo e metterle al centro dell’obbiettivo e dunque al centro di un discorso che riguarda l’umanità intera. La riscoperta di Lisetta Carmi in questi anni porterà di certo altre mostre dedicate a lei, basta stare vigili.
Se sono le donne nei mercati nelle piazze a legare in un filo rosso alcune foto di Modotti e quelle di Carmi, è un abbraccio quella che lega Modotti nel suo scatto del 1929 in Messico, Madre con bambino di Tehuantepec alle molte immagini di Dorothea Lange di madri con bambini in braccio nella California degli anni ‘30.

Le fotografie di Lange, in mostra a Torino fino a poco tempo fa, sono ora al Museo Civico di Bassano del Grappa in oltre 200 scatti allestiti sotto il titolo L’altra America. Anche Lange, impegnata a documentare i grandi temi che negli anni ’30 venivano ignorati, per non conoscenza e anche per comodità politica, cerca con l’obbiettivo gli ultimi, i senza voce, gli invisibili. Lei li vede e le vede, e declina la sua attività fotografica su di loro, la sua arte per documentare la storia delle migrazioni, gli effetti della crisi climatica, le conseguenze della Grande Depressione tra discriminazioni, povertà e abbandono. Tra le celeberrime sue immagini ci sono quattro occhi su tutti che non mollano nemmeno quando stai già scendendo dal treno per rientrare a casa, sono quelli della donna con una bambina in braccio durante il viaggio in cerca di fortuna nel 1939: la donna porta occhiali grandi tondi e il vetro delle lenti amplifica il suo sguardo verso un altrove che probabilmente lei vede già privo di molte cose.

La foto che ritrae due bambine senza casa in Ungheria nel 1945 parla, e parla anche dell’autrice di questo scatto, la fotografa Lee Miller. Fino a gennaio inoltrato alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, a Torino, un centinaio di scatti raccontano questa fotografa finalmente non più come compagna di, ispiratrice di, modella di, ma come artista. La mostra conduce nel suo labirinto di passioni e di vita, sempre trascinata dal desiderio di scoperta e dall’insofferenza per una quiete imbonitoria. Le foto, dall’amore per la moda con Vogue alla Guerra, entrando senza indugio nei campi di concentramento, nelle baracche di soccorso nei campi di battaglia, tra la gente senza casa, al capezzale dei bambini negli ospedali pediatrici, fino alla vasca di Hitler in cui Miller, lasciati gli anfibi a terra sul tappetino e la divisa a lato sulla sedia, si immerge e si fotografa, il 30 aprile 1945.

Una foto famosissima, che ha ispirato libri – come La vasca del Führer di Serena Dandini – e dibattiti, e che ha segnato profondamente l’esistenza di Lee, la quale dopo tanto esporsi alle brutalità del mondo si dirige verso la ripresa, faticosissima, di una sua vita. Di Lange colpisce il suo forte desiderio di essere artefice della sua arte, di lavorare con la fotografia e al contempo con la parola, notissimi i suoi articoli che corredavano le sue immagini sui giornali, così come le didascalie delle sue foto; il desiderio di sottrarsi agli obbiettivi che la volevano immortalare fino a dichiarare “Preferisco fare una foto che essere una foto”.

Lee e Lange si incontrano con le loro fotografie anche nella bellissima mostra Chronorama. Tesori fotografici del 20° secolo, a Venezia a Palazzo Grassi fino a fine gennaio. Un viaggio incredibile attraverso oltre 400 fotografie, provenienti dall’archivio Condé Nast, che documentano il mondo dagli anni ’10 agli anni ’70. La moda fa da padrona di casa, e con essa la Storia, i luoghi, gli artisti e le artiste: un universo che si snoda di sala in sala. Gli occhi della donna che si volta e guarda nell’obbiettivo in Soldati giocano a baseball di fronte a Les Invalides, Parigi, Francia, scattata da Lee Miller nel 1944 e quella, dello stesso anno, della donna francese con il capo rasato perché accusata di aver fraternizzato coi tedeschi, sono occhi che nella loro fissità delimitano la soglia oltre la quale si stendono l’umanità e la conoscenza.

Ci sono molti cataloghi e libri che raccolgono l’opera di donne fotografe in Italia e nel mondo, e ci sono state mostre dedicate a donne che fotografo donne – Io Lei L’altra. Ritratti e autoritratti fotografici di donne artiste lo scorso anno in mostra a Trieste al Magazzino delle Idee, non più messa in circolazione ma esiste un bel catalogo in commercio, o Agli occhi di lei. Donne al lavoro dagli anni ’50 a oggi, fino a pochi mesi fa alla Galerias Municipais a Lisbona -, basta stare all’erta, perché non sono talvolta tra le più pubblicizzate, cercarle e andare a instaurare un dialogo di occhi con loro e con gli occhi delle donne che hanno fotografato. Un racconto per immagini che si snoda nella lettura di ogni persona, storie visive che si intersecano e articolano con la nostra vita. Un viaggio bellissimo.

 

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Il dossier della felicità https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-dossier-della-felicita/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-dossier-della-felicita/#comments Sun, 13 Sep 2015 07:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28426 (foto di Sergio Lipari)

di Alessandro Raveggi

Questo testo nasce da una residenza artistica tenuta dall’autore a Città del Messico, dal 3 agosto al 3 settembre 2015, grazie a borsa d’eccellenza del Governo messicano tramite la Secretaria de Relaciones Exteriores. La residenza si basa su una ricerca sul concetto di felicità degli italiani che vivono in Messico, svolta attraverso interviste, sopralluoghi, fotografie, e due dibattiti pubblici in due dei principali centri culturali della città: la Casa Refugio Citlaltépetl e il Museo del Chopo. La ricerca confluirà in un romanzo ambientato in Messico. Il metodo utilizzato è mutuato dall’arte pubblica e documentaristica. Questa pagina è dedicata al progetto

Prima parte: Due sciamani italo-messicani

La stanza in Obrero Mundial 165

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(foto di Sergio Lipari)

di Alessandro Raveggi

Questo testo nasce da una residenza artistica tenuta dall’autore a Città del Messico, dal 3 agosto al 3 settembre 2015, grazie a borsa d’eccellenza del Governo messicano tramite la Secretaria de Relaciones Exteriores. La residenza si basa su una ricerca sul concetto di felicità degli italiani che vivono in Messico, svolta attraverso interviste, sopralluoghi, fotografie, e due dibattiti pubblici in due dei principali centri culturali della città: la Casa Refugio Citlaltépetl e il Museo del Chopo. La ricerca confluirà in un romanzo ambientato in Messico. Il metodo utilizzato è mutuato dall’arte pubblica e documentaristica. Questa pagina è dedicata al progetto

Prima parte: Due sciamani italo-messicani

La stanza in Obrero Mundial 165

La mia stanza del teletrasporto: se dovessi sceglierla un giorno a Città del Messico, di stanza che mi permetta di accedere da italiano alla realtà messicana, ne sceglierei una bizzarra, dal dubbio gusto, un misto di color caramello anni cinquanta e un certo tocco di chincaglieria locale. È la camera da letto della casa di Carlo Coccioli nella via Obrero Mundial 165, fino a pochi anni sorvegliata a Museo dal figlio adottivo Javier, ed oggi non so. Quella stanza, che non necessariamente mi è mai piaciuta, mi ha sempre però dato l’impressione d’una terra di mezzo, un porto franco, tra la Firenze dello Sdrucciolo Pitti, dove l’autore ha tenuto per decenni un piccolo appartamento, e il clangore della metropoli messicana: che accolse, inglobò, esalto e poi persino ripudiò lo scrittore auto-esiliato, l’eretico, l’incompleto, il geniale, il pacchiano, l’omosessuale animalista, il santone toscano sincretico Coccioli. I suoi ritagli di giornale della cronaca fiorentina de La Nazione, i molteplici quadretti, ex-voto, vasi e ammennicoli alcuni dei quali doni dei politici messicani degli anni ’60 che cercavano di ingraziarsi l’intellettuale straniero che andava di moda all’epoca. Poi una teca piena di propri libri, e ancora idoli, statuette, croci, altari di molteplici culture e religioni, al limite del kitsch: un kitsch rassettato però come dalla mano di una nonna toscana, con centrini e drappi, come trovi certe case in affitto per studenti fuorisede.

Sono qui, già teletrasportato, ad iniziare la mia ricerca: sto scrivendo una storia che parte dal Distrito Federal, un Messico urbano, iper-culturale, labirintico, pieno di poeti falliti, ma allo stesso tempo con una sua inveterata autenticità. Questo è certo: ho una certa insofferenza per l’indigenismo, il romanzo storico messicano scritto da stranieri e peggio da europei, l’esotismo spacciato per libertà naïf, con il quale si presenta spesso questa nazione: il Messico campesino, valoroso, erto contro il fato come i propri cactus, disperato, stracciato, gabbato. Ho scelto di partire dalla mia esperienza personale, che è stata estremamente urbana e basata sulle avventure di carta, per trasfigurarla: sarà una storia di italiani, o meglio di un italiano, un giovane studente, un fanatico di José Emilio Pacheco, che arriva alla Universidad Nacional Autónoma de México, in quel campus che è una città nella città, una comunità gitana, un centro di studi e d’arte contemporanea avanzatissimo, un festival continuo, dove ho passato buona parte delle mie mattinate, sui libri, sull’erba, nelle caffetterie. Il protagonista della mia idea di storia è così uno studente bolognese quadrato, che arriva qui in una sorta di Erasmus – qui si chiama intercambio – e trova il finimondo e la squadratura: l’erotismo, la lotta, il labirinto, la voracità, lo strappo, e gli abbagli di questo luogo (e forse la sparizione forzata).

Per scrivere questa storia, sono qui nel DF ad indagare la felicità degli italiani in Messico, per provocarli su questo tema. Per comprendere il perché di una comunità italiana così ben arroccata: il perché si immedesimano, si mimetizzano, si arrabbiano e poi si rinnamorano di queste terre oggi funestatissime. La stanza da letto di Coccioli mi aiuta: in quel suo misto di raffinatezza intellettuale e sciocchezza infantile, di artificio e scioltezza di spirito, di concetto teologico e spigliatezza hare krishna. Gli italiani guardano la realtà con gli occhi di mediatori culturali e con il cuore dei più autentici residenti, più messicani dei messicani, dice ironicamente qualcuno. Un occhio che sente e un cuore che guarda, con devozione e rispetto, appassionato, ma mai vorace, come l’obiettivo della fotografa Tina Modotti, una delle figure più suggestive dell’italianità messicana.

Ho scelto, tra una ridda di opzioni, di fare tre interviste: ad un alpinista, ad una marionettista, ad un esperto di cinema. Tre custodi di tre spazi alternativi, tre prospettive inedite: l’alta montagna dei vulcani e la sua natura sterminata, la piazza e il teatro (dell’infanzia, spesso deturpata, di queste terre), il cinema, la sua camera oscura di desideri e delusioni, uno spazio neutro, sperimentale. Tre spazi che tireranno fuori tre fantasmi inaspettati: Marco Aurelio, Pulcinella e Elio Germano – lo vedremo. Cosa farò con i tre protagonisti della mia ricerca? Raccoglierò aneddoti, informazioni, aggettivi, parlate, sensazioni (attorno alla loro felicità), mozziconi di dialoghi. Li incontrerò in luoghi che loro sceglieranno per frequentazione e vocazione, mi metterò ad ascoltarli e a prendere appunti. Il loro vissuto mi servirà da ponte tra la cronaca e la biografia e la finzione, un loro gesto accompagnato da una parola, il ricordo vivido di uno scenario, un’affermazione anche fuori luogo serviranno da accesso ad una dimensione narrativa dove potranno (o meno) essere inclusi come personaggi, o meglio tratti e scenari d’invenzione.

L’alpinista sopra il vulcano

Franco Grasso, l’alpinista (ma non solo, ci terrà a precisare), l’incontro ad un ristorante di cucina fusion tra l’italiano e il messicano, il Non Solo del viale Alvaro Obregon de la Colonia Roma, patria degli hipster vestiti American Apparel, dei parrucchieri con i capelli sparati e dei ristoranti più stravaganti – dove troviamo tra l’altro la famosa Plaza Rio de Janeiro con la nera riproduzione del David. La stravaganza romeña, però, non è di casa al Non Solo: ordiniamo sei bruschette, per iniziare, tutto sommato mediocremente buone. Franco è accompagnato dalla propria ragazza, la quale, mentre lo intervisto, si distrae giustamente col cellulare. Dietro di noi si riunisce una comitiva di giovani e meno giovani, due di loro parlano del loro matrimonio, la sposa messicana, lo sposo francese, le facce entusiaste dei loro amici francofoni, sicuro sono gli invitati al matrimonio, di fronte all’iniezione vitale messicana – che sulle loro facce slavate dona lo spiritato dei postumi di una giornata d’insolazione al mare.

La prima domanda, che farò anche agli altri due intervistati, vuole indagare i loro primi passi, la reazione ad un mondo nuovo, dove però schizzano sovente qua e là elementi “piratati” – il termine è di Franco stesso – della cultura italiana: ovunque ristoranti dai nomi di pietanza storpiati, vuoti riferimenti al design, alla moda, alle calzature, al Made in Italy tanto amato quanto brutalmente espropriato e contraffatto come contenitore vuoto e fronzolo linguistico. Una pirateria che fa da contraltare a certi dettagli quasi invisibili della città: l’architetto del Palazzo di Belle Arti, icona della cultura del DF, era italiano; il bronzo dell’elegante edificio delle Poste Messicane è stato forgiato molti anni orsono alle Fonderie Pignone, e tanti altri esempi di meccaniche italiane impercettibili che mi rammenta l’autore delle foto che accompagnano la mia ricerca, Sergio Lipari.

“Come è stato il tuo primo giorno a Città del Messico? Ricordi qualche particolare?”, chiedo a Franco. E incalzandolo domando pure: “E come erano, come sono gli italiani che hai conosciuto qui? Esistono delle categorie? Cosa ti piace di loro e cosa abborri?”. Lui ha bisogno subito di precisare una personale ferocia e disillusione per l’Italia, il paese notorio delle disopportunità, della depressione sociale e in eterna metastasi, quando invece il Messico pare “riconoscere il valore del tuo lavoro, lo promuove”. Ma la sua visione non è del tutto grigia: mi racconta di aver incontrato i primi giorni una ragazza, una viaggiatrice, un’italiana-peruviana, che secondo lui rappresentava una parte dello spirito nostrano da conservare: la sua capacità di adattarsi in viaggio, la capacità, dice, di “buttarsi a capofitto in una nuova piscina, in una nuova esperienza” senza lamentarsi troppo. Un’attitudine, mi fa capire, che sente vicina. Di contrasto, mi racconta di aver conosciuto nello stesso appartamento un giovane ventenne, che aveva molta difficoltà ad adattarsi, un prototipo del mammone esportato, potrei dire, appeso alla gonna della Madre Patria, geloso collezionista compulsivo di gastronomici prodotti italiani introvabili, incurante d’amalgamarsi alla realtà locale.

La frontiera verticale e la folgorazione

Una poesia antica mi riserva invece Franco alla mia seconda domanda (“Come pensi che il tuo lavoro possa incidere nella comunità messicana? Cosa senti di lasciare ai messicani?”). Mi racconta prima di tutto della sua inestirpabile passione e professione d’alpinista – Franco ha fondato una oggi riconosciutissima scuola nazionale d’alpinismo, ItalianTrek, che dà abilitazioni a guida, offre escursioni e corsi per le sottavalutatissime ma meravigliose montagne del Messico. E in questa sua montagna – la parola suona in bocca come un credo da venerare – che scopre un magico universalismo: “l’alpinismo insegna prima di tutto l’amicizia, l’auto-sopravvivenza ma anche lo stare assieme”, mi dice veramente appassionato. E cita Marco Aurelio: “Vivi come sulla cima di una montagna: perché non c’è nessuna differenza tra vivere là o qua, se si vive ovunque nell’universo come in una città”. M’invita poi a ricordare che i sentieri di montagna che lui percorre fino ad arrivare alle cime innevate e ghiacciate dei vulcani come l’Iztaccíhuatl, sono gli stessi che percorrevano gli antichi aztechi della valle centrale del Messico, per approvvigionarsi forse del ghiaccio, di radici, di erbe. La montagna messicana per il mio primo intervistato è una magica “frontiera verticale” che tutti universalmente possono vivere, non importa se italiani, messicani, americani, europei… Non posso fare a meno di immaginare il magnetismo di quei luoghi d’altura disabitati. Ed è Altura una delle tre parole che Franco sceglie, per la mia domanda più ostica e provocatoria: “Cerca di definire la tua felicità messicana: con parole, aggettivi, colori, frasi…”. La felicità messicana per Franco si vede dall’alto, percorrendo cammini antichi che divengono propri. Le altre parole di Franco me le aspetto: sono Futuro e Cambiamento, il movimento che lui non sente di trovare nella paralisi italiana. Ed infatti, alla mia domanda “E tre parole per definire l’apparente tristezza italiana di oggi?”, torniamo alle tinte fosche: “Staticità, declino, passato. La staticità della politica. Il declino morale e sociale. E il passato: una catena dalla quale mi sono liberato. Anche se mi sento molto vicino ai giovani italiani che soffrono e senza piangersi addosso se ne vanno come ho fatto io.” Continuo con l’esperimento del punzonarlo: “Come è il Franco Messicano e come si differenzia dal Franco Italiano?” E lui mi sorprende ancora: “Il Franco Messicano è uno che lavora dalle 7 di mattina alle 11 di notte, e che quando va per strada sta attento ai molteplici pericoli di questo Paese. Il Franco Italiano è uno che quando finisce di lavorare va al bar con gli amici”. Una dicotomia che spiazza davvero: l’alternativa tra una vita audace e una vita sicura, una vita in pericolo e una vita, forse, noiosa, atrofizzata. Pare una dicotomia affrontata da molti italiani residenti, a volte con liberata spensieratezza.

Prima di chiedere il conto e separarci all’angolo di una gelida nottata agostana al DF, parliamo ancora e conversiamo accompagnati da una pizza solo lontanamente nostrana. E Franco sente il bisogno di raccontare al registratore un breve aneddoto. Mi parla dell’esperienza d’alta quota con i fulmini. Dice che sono una minaccia veramente reale, che lassù in montagna non è impossibile, benché poco probabile, essere folgorati: “e se ti folgora un fulmine, eh, e lo puoi raccontare, in Messico ti fanno subito sciamano!”, aggiunge ridacchiando. Penso a questa immagine, penso che la folgorazione possa essere una di quelle esperienze che puoi avere con questi luoghi: anche Carlo Coccioli era un folgorato d’altronde, e divenne uno sciamano che curava i propri dolori con affabulazioni crude e dolcissime, al limite del ridicolo. Anche Franco a suo modo è uno che del Messico ha fatto una ragione di folgorazione: esplosivo con l’Italia, col Messico sa riconoscere i pregi e le spinte, ma anche i difetti più mostruosi. È un pendolo che oscilla molto, tra chi si libera e chi si protegge. Dopo l’impatto del fulmine, lo può ancora raccontare con lucidità, di aver scelto la strada migliore, la frontiera universale verticale affrontata con una condizione fisica euforica e capace di resistere la vertigine, dove la nostalgia di una certa Italia è più flebile. Mi ricorda una pagina di Coccioli da Rapato a zero, che confessa: “il mio estro si unisce al surrealismo insito nel Messico per comporre un cocktail che a me toglie perfino i dolori reumatici. Spero che li tolga anche a voi, se ce li avete”.

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