Tito Lima Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tito-lima/ un blog di approfondimento culturale Fri, 08 Dec 2017 13:25:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tito Lima Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tito-lima/ 32 32 Intervista a Emmanuel Carrère https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-emmanuel-carrere/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-emmanuel-carrere/#comments Thu, 22 Nov 2012 15:38:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11323 All’albergo degli scrittori questa volta l’ospite è Emmanuel Carrère. Si dà il caso che è uno che vale la pena incontrare. E poi dovrebbe essere una persona disponibile. Nel suo ultimo libro descrive di quando, giovane appassionato di cinema, fu ricevuto dal regista Werner Herzog per un’intervista; l’autore tedesco lo trattò così male da aver originato quello che somiglia molto a una specie di trauma. Insomma, c’è da dubitare che Carrère voglia passare a sua volta per uno stronzo. Secondo Les Inrockuptibles è uno dei migliori autori francesi viventi.

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Questa intervista è uscita sul Mucchio Selvaggio. (Fonte immagine: Limonow.de.)

All’albergo degli scrittori questa volta l’ospite è Emmanuel Carrère. Si dà il caso che è uno che vale la pena incontrare. E poi dovrebbe essere una persona disponibile. Nel suo ultimo libro descrive di quando, giovane appassionato di cinema, fu ricevuto dal regista Werner Herzog per un’intervista; l’autore tedesco lo trattò così male da aver originato quello che somiglia molto a una specie di trauma. Insomma, c’è da dubitare che Carrère voglia passare a sua volta per uno stronzo. Secondo Les Inrockuptibles è uno dei migliori autori francesi viventi. Nel suo paese fa incetta di riconoscimenti. In Italia gli hanno appena dato il premio Malaparte per il suo ultimo libro, Limonov (Adelphi); è il ritratto di Eduard Savenko, alias Eduard Limonov, un “avventuriero” russo. Quando si legge “avventuriero” è difficile non chiedersi cosa voglia dire: alla fine del libro di Carrère, se non altro sappiamo che il suo protagonista non potrebbe definirsi altrimenti. Nel corso della nostra chiacchierata, Carrère non esita a definirlo anche “carogna”. Tanto per darvi un’idea.

Ritratto, si diceva: una parola che per Carrère ha un preciso significato – una parola che aiuta molto a definire i suoi libri; altrimenti, questa cosa di dover definire può diventare un bel grattacapo. Lui stesso, nel corso dell’intervista, per semplificare tutto quanto, spiega: se fossi un pittore, sarei un ritrattista. È una definizione precisa, che assumerà più avanti maggior chiarezza, ma andiamo con ordine.

Prima di tutto, perché Limonov? Cosa la ha spinta a ritenere quest’uomo degno di essere ritratto in un libro?

Diciamo che con Limonov avevo una specie di storia personale, per così dire. Non mi sono messo a pensare qualcosa come “vediamo, che personaggio potrei trovare della Russia contemporanea su cui scrivere”? In verità, come racconto all’inizio del libro, conoscevo già Limonov. L’ho conosciuto a Parigi, negli anni Ottanta. Non dico che fossimo diventati amici, ma era sorta una specie di simpatia tra di noi. Avevo letto e ammirato alcuni dei suoi libri. Poi per una ventina d’anni o non ne ho sentito parlare oppure ne ho sentito parlare molto male, nel senso che sembrava si fosse trasformato in una specie di gran fascistone. Una cosa abbastanza spaventosa. Poi, dopo questi venti anni di quasi-niente, me lo sono ritrovato reincarnato nei panni di un eroe dell’opposizione democratica russa, incontrandolo durante la commemorazione per le vittime al teatro delle Dubkrova: ne sono rimasto molto disorientato. È questo che mi ha spinto prima di tutto a scrivere un reportage su di lui. Perché avevo voglia di approfondire, capire meglio dove collocare Limonov nello scenario russo odierno. Ma neanche quel lavoro giornalistico mi è bastato per farmi un’idea. Così, per capire io stesso che cosa pensassi di lui, ho voluto fare qualcosa di più lungo: un libro.

Nel raffigurare un personaggio così controverso, che problemi ha incontrato dal punto di vista stilistico ed etico?

Inizierei dall’aspetto dello stile letterario. Fin dal reportage, il primo lavoro che ho scritto su Limonov, ho avuto l’impressione – molto positiva per me – di avere azzeccato il tono giusto. Ero riuscito a dare un ritmo vivace, allegro. Il che mi piaceva molto: mi sembrava di aver trovato la giusta tonalità. E in fondo tutto il libro che poi è seguito è rimasto fedele a questa specie di registro musicale. Devo dire che scriverlo è stato un gran piacere. Dal mio punto di vista, il tono che mi viene naturale è un “andante moderato”. Con Limonov mi sono lanciato in questo “allegro”, o “allegro vivace” che ho adottato con piacere; trovato il tocco giusto, il difficile è stato tenere questo andamento per tutta la stesura del libro.

L’etica, dunque. In una lettera, Anton Cechov scriveva di essere molto fiero dell’indifferenza che lui provava verso i suoi personaggi; cosa ne pensa?

Per quello che mi riguarda, non sono rimasto indifferente al mio personaggio – e leggendo Cechov dubito fortemente che quello che lui provasse realmente fosse indifferenza. Io ho avuto l’impressione di avere dei sentimenti quasi sempre molto forti nei riguardi di Limonov, e quasi sempre contrastanti tra loro. In certi momenti Eduard mi sta molto simpatico, in altri lo detesto. Durante la stesura mi capitava di chiedermi che razza di oggetto fossi andato a trovarmi; un attimo dopo mi dicevo “caspita, che diavolo di storia  formidabile e avventurosa che ha questo personaggio”. Alla fine sono rimasto con quella strana difficoltà che si prova a farsi un’idea precisa del protagonista di cui scrivi. E secondo me per un autore questo è un ottimo motore, e rende la lettura più interessante: il fatto che io non sappia esattamente cosa pensare.

Ma devo ammettere che si sono stati alcuni momenti più difficili di altri. In particolare uno, e nel libro lo racconto: quando Limonov si trova nell’ex Jugoslavia, all’inizio degli anni Novanta. Non si tratta soltanto di riserve morali e politiche scaturite dal vederlo impegnato nelle guerre balcaniche. Il vero disagio è averlo visto, a un certo punto, sparare con la mitragliatrice in direzione di Sarajevo, sotto lo sguardo benevolo di uno come Radovan Karadzic (l’ex leader serbo accusato di crimini di guerra e genocidio dal tribunale dell’Aia, ndr). In questo caso, oltre a rendermi conto di avere a che fare con… una vera carogna, mi è parso un ometto, un cattivo, ma un cattivo meschino. Questo mi ha indotto a lasciare questo libro per quasi un anno.

Leggendo i suoi libri, sembra che prevalga in lei l’interesse per le vite degli altri, o per le biografie.

In realtà l’unica biografia “vera” è quella su Philip Dick, e non è neanche una biografia tradizionale…  in Vite che non sono la mia parlo di un gruppo di personaggi reali, ma sono noti solo a me, non a tutti. Come definirei allora i miei libri? Dei ritratti. Se io fossi un pittore, sarei sicuramente un ritrattista. Tantissimi pittori ritraggono la figura umana. Quando osservi i quadri di alcuni autori, hai l’impressione che si tratti di personaggi immaginari – per il modo che hanno di disegnare i volti: devono essere facce che stanno soltanto nella testa del ritrattista. Ma se guardi altri quadri, senti da qualche parte che certi pittori stanno ritraendo, in modo molto rassomigliante, delle persone reali. E ciascuno di noi, di chi guarda, anche inconsapevolmente, se ne accorge, coglie questa differenza. Pensi a Michelangelo: uno non ha l’impressione che quando ritrae dei volti stia ritraendo delle persone reali, quanto qualcuno che popola la sua mente, che sta nella testa di Michelangelo. Ma guardiamo ora il Ghirlandaio, invece, un altro grandissimo pittore; perlomeno a me, fa l’effetto di dire: “Sì, quello che vedo nei suoi quadri è qualcuno che ha incontrato per strada, che ha visto realmente”. Quindi direi – e non so quanto sia una mia scelta quanto sia per via del tipo di capacità o di talento – che io sono questo secondo tipo di ritrattista. E qui non sto dando nessun giudizio di valore: tra Michelangelo e Ghirlandaio, chi potrebbe dire quale dei due è un miglior pittore? Non si può dire: semplicemente rispondono a due temperamenti diversi.

Sembra un tema che la affascina molto.

Sì. Aggiungo un ricordo personale. Qualche tempo fa mi trovavo a Firenze e ho rivisitato questa cappella affrescata dal Gozzoli, nel Palazzo dei Medici. Raffigura una processione. All’inizio della processione tu vedi, senti che sta ritraendo dei personaggi che non possono non essere presi di peso dalla corte dei Medici. Ma più vai verso il centro spirituale del tema ritratto, e più ti accorgi che i personaggi – angeli, eccetera – non sono presi dalla vita vera. È un affresco meraviglioso dove soprattutto è molto interessante questa sorta di  progressione: via via questo modo di ritrarre si idealizza e ci sono dei volti che evidentemente sono immaginari. Quando guardi quel tipo di raffigurazioni, puoi anche non sapere di cosa si tratti. E però istintivamente avverti la differenza: qui si sta ritraendo qualcosa di vero, qui l’artista se lo è immaginato. E questo vale anche per il mio libro su Limonov. Poniamo il caso che Google non esista. Leggendo questo libro, qualcuno potrebbe davvero pensare che sia un parto della mia fantasia? Io non credo, penso che si avverta che ci sia una storia vera dietro. Senti, in un certo modo che non è facilmente spiegabile, direi intuitivo, se la storia è vera o no, se il personaggio – il volto – è vero o no, mancando ogni supporto esterno.

Dunque, se un lettore che non sappia chi è Limonov dovesse pensare che il suo è un personaggio inventato, significherebbe che il libro è riuscito? Sarebbe gratificante per lei?

Non ho una teoria in merito, come si renderà conto. Piuttosto ho una serie di intuizioni. Il mio libro L’avversario, si basa su un fatto di cronaca realmente accaduto. Penso che se fosse stato un parto esclusivo della mia immaginazione, insomma pura finzione, sarebbe stata una finzione “cattiva”, che non stava in piedi; se avessi scritto quel libro per poi proporlo al mio editore come un parto della mia fantasia, lui mi avrebbe risposto: “bene, l’idea è buona, la storia è interessante, ma vai a casa e riscrivilo, rendilo verosimile”. Perché la finzione letteraria è tenuta alla verosimiglianza. Penso che lo scopo di un libro sia di farti credere per verosimiglianza che il personaggio sia autentico.

Questa della letteratura che tende alla realtà, che “confonde” cronaca e immaginazione, sembra una tendenza vera e propria degli ultimi dieci anni almeno, non trova?

Sì, sono d’accordo che ci sia questa tendenza, e che siamo in tanti. Tra gli scrittori francesi che conosco,  c’è un grande mio amico, Jean Echenoz. Ultimamente ha scritto solo romanzi biografici, “vite di”: il compositore Ravel, il corridore Emil Zatopek, e poi… ora  non ricordo, insomma quel rivale di Edison (Nikola Tesla; il libro di Echenoz è stato tradotto in italiano con il titolo di Lampi, ndr). Lui, questo mio amico, mi dice: in questo momento ho voglia di scrivere di vite. E io gli rispondo… anch’io. In fondo quanto è strano, buffo, che ciascuno pensa – quando scrive – di seguire una sua inclinazione, tutta intima e privata. E poi ci ritroviamo tutti a fare la stessa cosa.

Una delle sue influenze dichiarate è Truman Capote. È stato un aiuto alla sua scrittura?

In realtà non so se mi ha aiutato. Forse sì. Il debito nei confronti di Capote è cominciato quando stavo scrivendo L’avversario, perché malgrado tutto oggigiorno chiunque scriva di vicende effettivamente successe, su fatti di cronaca, non può farlo fuori dall’ombra di A sangue freddo, che è un libro enorme, un libro grandissimo. Certo: come ombra intimidisce parecchio, se non finisce addirittura con il paralizzare. Tutte le teorie di Capote sul non fiction novel mi ha aiutato a trovare questa forma che è molto libera e nella quale mi sento molto a mio agio. E adesso che mi ci fa pensare, se vogliamo penso di poter dire di essermi tirato fuori da quest’ombra così ingombrante. Perché a un certo punto ho dovuto – forse addirittura costretto – passare alla prima persona singolare, cosa che Capote non fa, anzi, al contrario: lui si tira fuori, pretende una grande obiettività – che naturalmente non ha: fa finta di non essere implicato, ma non è vero, è una gran balla.  Io ho scelto – o forse non si è trattato di una scelta, ripeto, quanto di un passaggio obbligato – di entrare in scena, di entrare anche io dentro.

Per concludere: mi sembra che Limonov sia anche il racconto di una nazione, la Russia; è così?

Assolutamente.La Russia è una grande dispensatrice di storia. E di storie.

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Tommaso Puzzilli ha fatto carriera https://minimaetmoralia.it/interviste/tommaso-puzzilli-ha-fatto-carriera/ https://minimaetmoralia.it/interviste/tommaso-puzzilli-ha-fatto-carriera/#comments Tue, 18 Sep 2012 08:40:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9471 Pubblichiamo un'intervista uscita sul «Mucchio» di settembre, a Walter Siti.

di Tito Lima

Incontriamo Walter Siti nel suo appartamento a Prati, a pochi passi dai musei vaticani. Tra qualche settimana lascerà Roma per trasferirsi a Milano. È una torrida giornata d’estate. Nel pomeriggio i sismografi registrano una piccola scossa di terremoto nella capitale. Di altri terremoti, dell’anima e del corpo, e del potere del denaro nell’ultimo romanzo Resistere non serve a niente si occupa da sempre Siti, instancabile indagatore dell’uomo, italiano in particolare: ecco un grande autore contemporaneo.

Abbiamo il “vantaggio” di fare questa chiacchierata a qualche tempo dall’uscita di Resistere non serve a niente. Diversi commentatori si sono soffermati sul suo romanzo cogliendovi soprattutto un eccesso di pessimismo. Si aspettava questo tipo di reazione dominante?

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul «Mucchio» di settembre, a Walter Siti.

Incontriamo Walter Siti nel suo appartamento a Prati, a pochi passi dai musei vaticani. Tra qualche settimana lascerà Roma per trasferirsi a Milano. È una torrida giornata d’estate. Nel pomeriggio i sismografi registrano una piccola scossa di terremoto nella capitale. Di altri terremoti, dell’anima e del corpo, e del potere del denaro nell’ultimo romanzo Resistere non serve a niente si occupa da sempre Siti, instancabile indagatore dell’uomo, italiano in particolare: ecco un grande autore contemporaneo.

Abbiamo il “vantaggio” di fare questa chiacchierata a qualche tempo dall’uscita di Resistere non serve a niente. Diversi commentatori si sono soffermati sul suo romanzo cogliendovi soprattutto un eccesso di pessimismo. Si aspettava questo tipo di reazione dominante?

A dire il vero sì. Succede spesso, soprattutto nei primi mesi che seguono l’uscita di un libro, che la critica si focalizzi inevitabilmente sul suo contenuto più chiaro. Penso che in questo senso abbia colpito molto soprattutto il titolo. Altre considerazioni potrebbero venire in seguito. E qualcosa già si sta muovendo, penso a un pezzo di Andrea Cortellessa uscito su “Nazione Indiana” che già possiede uno sforzo critico maggiore: collega Resistere non serve a niente agli altri miei libri, parla un po’ di più anche dell’aspetto religioso del romanzo, del rapporto con il male.

Quando ha iniziato a immaginare di scrivere un libro che avesse come protagonisti squali della finanza internazionali e nuovi mafiosi?

Più o meno tre anni fa, anche se si tratta di un argomento che mi portavo dietro da parecchio tempo. Già in un libro uscito nel ’99, Un dolore normale, c’era stato un maldestro tentativo di agganciare il problema. Andai a Gela, cercai di parlare con qualcuno di lì, una storia che in parte riferisco nel libro e che era andata completamente “a pallino”… rispetto al protagonista di quel libro, Domenico Imparato, si fa allusione al fatto che la famiglia ha dei rapporti che non si capiscono bene; nascondono fucili tra i meloni. Durante gli anni ho mantenuto questa suggestione verso la criminalità: ma l’idea vera e propria di Resistere non serve a niente mi è venuta quando in Italia si è cominciato a parlare insistentemente della cosiddetta “zona grigia”, di queste persone che pur riciclando denaro di provenienza illecita possono frequentare senza troppi problemi i migliori salotti italiani. Magari perché esperti d’arte, o di bella presenza, eccetera. Leggendo di questi imprenditori, commercialisti, ho voluto creare un personaggio che appartenesse a questa zona grigia. Tanto è vero che fino a metà libro non si capisce quale tipo di denaro maneggi il mio personaggio (Tommaso Aricò, ndr): potrebbe sembrare tranquillamente un broker molto bravo, con notevole intuito per le vendite. Aggiungo che mi ha sempre affascinato – e anche spaventato – il pensiero che sotto l’aspetto esterno di una persona se ne potesse nascondere un altro: un specie di doppia natura. Ricordo che da ragazzo mi colpivano molto certi gialli di Agatha Christie, che pure non sono affatto spaventosi per l’ambientazione… in particolare uno di quelli in cui si scopre che gli assassini del libro erano un tempo gente normale, cambiati completamente da una offesa subita; ecco, l’idea che uno abbia una faccia molto rassicurante e che dietro si nascondi qualcosa di diverso mi ha sempre molto colpito. All’inizio quindi l’impulso per scrivere questo romanzo non era politico; il livello politico si è aggiunto in seguito, assecondando il mio discorso sul desiderio infinito, che questa volta prende la strada del denaro.

A questo proposito, a quale esigenza ha risposto l’introdurre nel romanzo elementi di cronaca politica, o se vogliamo anche gossippara, penso alle “Olgettine” o ai riferimenti alle feste per così dire eccellenti di cui abbiamo letto negli ultimi tempi?

Più che a una esigenza narrativa del tipo “voglio fare un romanzo a chiave”, “voglio scrivere un libro-pamphlet”, si tratta di voler introdurre effetti di realtà, procedimento che ho utilizzato anche altrove, come in Troppi paradisi. Quando scrivo, ho bisogno che i lettori credano il più possibile che quello che leggono sia vero. E allora se faccio riferimenti a persone che la gente conosce, o a fatti noti, è più facile creare questa specie di illusione, di trompe l’oeil. Insieme ai personaggi finti ne metto alcuni reali, che la gente ha visto in televisione o di cui ne ha sentito parlare… e quindi è più facile far passare la finzione.

Quando scrive un romanzo ha un tipo di lettore a cui si riferisce, voglio dire si preoccupa di chi e come leggerà le sue storie?

Sinceramente no; però ho in mente un “lettore ideale”. Un “lettore ideale” che voglio far cascare nella mia trappola. Continuo a pensare al realismo come a un inganno, il trompe l’oeil a cui accennavo prima; dunque tento di creare una trappola verbale che possa attirare il lettore e indurlo a identificarsi nei miei personaggi. Nel caso di Resistere non serve a niente, poi, l’identificazione era particolarmente importante, perché Tommaso Aricò diventa via via un protagonista decisamente negativo, un personaggio che fa cose terribili; e allora prima che il lettore potesse giudicarlo, mi interessava che si identificasse in lui. Di qui tutta la prima parte del romanzo: la sua infanzia, il problema dell’obesità, il rapporto con la madre; prima portare il lettore “dalla parte” del personaggio, per poi fargli ricevere in faccia la botta di sapere che è uno… così. E sa, è difficile, una volta che ci si è identificati in qualcuno, dis-identificarsi.

Fa parte quindi delle sue “trappole” l’aver scritto un romanzo che da un lato, sin dal titolo, non offre vie di scampo; e allo stesso tempo aver creato personaggi che non vengono “giudicati” dall’autore? Questa soluzione crea un effetto ancor più spiazzante nel lettore…

Sì, infatti. Non riesco mai a distanziarmi in un modo giudicante dai personaggi di cui parlo. Non è il mio modo di scrivere. Ci sarebbero due modi con cui si può giocare l’identificazione; il modo che usa Saviano, per esempio: “voglio fare in modo che il lettore si trovi proprio lì, dove io lo porto, perché stando lì lui possa indignarsi ancor di più”. Un uso apertamente politico dell’identificazione. Ti faccio vedere cosa è accaduto a Beslan, te la illustro anche con particolari minimi, in modo che la commozione ti prenda alla gola.

Un modo da cui potrebbe discendere un maggiore invito alla “resistenza”, se vogliamo.

Certamente: la commozione ti prende alla gola, ti indigni perché la crudeltà umana può arrivare fino a quel punto, e quindi cerchi di reagire. Io invece seguo una strada diversa. Ti porto fino lì, lettore, tu vedi quello che succede, e poi le conclusioni le tiri tu. Non ti spingo a fare né una cosa né l’altra. Ogni tanto, invece, prendo un po’ in giro le posizioni che sembrano più consolidate. Ad esempio, quando in Resistere non serve a niente scrivo del Teatro Valle. Non voglio dire che nel mio pensiero qualunque forma di protesta sia inutile; siamo qui per protestare, ci mancherebbe. Però quando la protesta diventa un po’ stereotipata, allora scatta in me l’ironia.

Un’ironia che qui però si fa sferzante, “giudicante”, no?

Ecco, forse sì, questo è l’unico caso in cui forse sono “giudicante”. Come succede spesso, si è portati a giudicare con più ironia le persone che ci sono vicine, di cui possiamo vedere più facilmente le sciocchezze. Mentre l’ambiente dei mafiosi non riesco a prenderlo in giro per il semplice fatto che non lo conosco direttamente. Ci ho anche provato a vedere se era possibile conoscere qualche criminale… il problema è che o sono già pentiti, e allora ci tengono a passare per brave persone che hanno reciso il loro legame con le mafie; o, se sono nell’esercizio delle loro funzioni, col cavolo (qui Siti ha una risata beffarda, ndr) che riesci a parlargli. Altrimenti penso che mi scatterebbe lo stesso meccanismo. Se mi trovassi a una cena di camorristi anche lì mi verrebbe di vedere come mettono la forchetta, come mangiano, come parlano della loro famiglia. Ma non li conosco abbastanza da vicino.

Il personaggio Walter Siti e la persona reale Walter Siti: nella sua letteratura le posizioni si confondono da sempre.

Sì, sin dall’inizio è la cifra su cui ho giocato. Sempre meno, però. Al principio i miei libri erano delle vere autobiografie, mentre in Resistere non serve a niente il personaggio che si chiama Walter Siti si mantiene più dietro le quinte. Però continuo ad avere bisogno della complicità. Nel Contagio entravo a pieno dentro la vita della borgata; la cocaina, eccetera. Lo faccio per contaminarmi, per contagiarmi, perché altrimenti ho l’impressione di descrivere da fuori, con troppo distacco, e quindi in qualche modo di sentirmi illeso: io il buono, e loro i cattivi; un atteggiamento che non mi piace. Ad esempio in Resistere non serve a niente ho inventato che Aricò regala a Siti l’appartamento –  cosa che purtroppo non è vera visto che sono in partenza per Milano dal momento che sono sotto sfratto – perché quella cosa lì mi rendeva complice. Anche se ho parlato molto di meno di me, avevo bisogno di creare complicità. Al punto che lui (Aricò, ndr) a un certo punto quasi glielo dice (a Siti, ndr): qui siamo al limite dell’accusa di favoreggiamento. Perché se io accetto di scrivere la sua storia e di depistare seguendo le sue direttive, allora sì che lo favorisco. È evidente che non è vero, nessun magistrato mi ha detto niente (altra risata beffarda, ndr) però mi sono inventato questa sorta di favoreggiamento per accentuare questo legame.

Accennava al Contagio, il suo romanzo del 2008. Esiste una continuità morale e psicologica tra i personaggi di quel libro e la fauna criminale di Resistere non serve a niente?

Sicuramente. Persino in termini materiali: ho voluto fare di Tommaso uno che nasceva proprio lì, in borgata. Qualcuno ha notato che si chiama Tommaso come il protagonista di Una vita violenta, Tommaso Puzzilli, il Tommasino di Pier Paolo Pasolini. Giancarlo De Cataldo mi ha scritto una mail dicendomi: è come se Tommaso Puzzilli cinquant’anni dopo avesse fatto carriera. Ho fatto altri giochini di cui nessuno per ora si è accorto, e pace: Tommaso nasce il 2 agosto del 1976, e andando indietro di nove mesi, al suo concepimento, si va alla notte della morte di Pasolini. Ma esiste anche una continuità psicologica: Tommaso è un personaggio che non si programma mai per il futuro. Malgrado faccia una carriera fulminante, la sua esigenza è solo di non fare la fine del padre. Anche nei rapporti d’amore, Tommaso ha la stessa incapacità ad amare che hanno molti personaggi del Contagio. Più che altro vuole possedere, ma non riesce a instaurare un rapporto vero d’amore né quando è lui che desidera né quando è lui ad essere desiderato.

Dopo due “false partenze”, lei comincia il racconto con una citazione del suo vecchio editor, Antonio Franchini di Mondadori, che in riferimento al suo ultimo romanzo avrebbe commentato “sei tornato a scrivere un libro per froci”. Un omaggio, una stilettata, o una semplice esigenza narrativa?

Più che altro un’esigenza narrativa, effettivamente. Volevo intanto sottolineare il fatto che questo romanzo non fosse omosessuale, e questo è un espediente per fare in modo che non ci fosse una dichiarazione mia, il che sarebbe stata una cosa un po’ scema. Anche se molti mi hanno fatto notare che si tratta di una negazione freudiana… il modo che lui (Tommaso, ndr) ha di trattare le donne assomiglia a quello con cui i miei antichi personaggi omosessuali trattavano gli uomini. E poi, dopo le due false partenze, non mi dispiaceva che ce ne fosse una terza: il fatto di dire “volevo scrivere un romanzo diverso, più positivo, impegnato”, e invece è venuto fuori questo qui. Infine evidentemente la frase di Franchini mi aveva anche ferito, quindi è ovvio che me la sono ricordata.

Lei scrive: “Il denaro non serve per comprare, ma per comprendere e quindi dirigere”. È così?

Per me no: serve per comprare, anche un’illusione di felicità. Ma ad alti livelli è così. Quando nella fase preparatoria del romanzo andavo a trovare questo mio amico che gestisce un hedge found, mi colpiva molto la possibilità che loro hanno di essere in presa diretta con il mondo. Hanno degli analisti dappertutto che li aggiornano ora per ora su dove investire, cosa bisogna fare… ai tempi di Fukushima lui aveva sulla scrivania un contatore che gli dava in tempo reale il livello di radioattività. Il denaro ti permette di sapere un sacco di cose in più.

Documentandosi, informandosi sul mondo finanziario internazionale, che idea si è fatto? “Resistere non serve a niente”?

Un po’ sì, è così. Anzi, mi meraviglia che se ne parli così poco, a parte fenomeni come Occupy Wall Street che però sembrano già essersi affievoliti. Si parla dei mercati, ma rimane un mistero da chi sono composti. Io so i nomi dei principali leader politici mondiali. Ma dovessi indicare i nomi di quindici grandi finanzieri, non li saprei fare. L’unico che mi viene in mente è Soros… ma adesso è in pensione. Sono soggetti che possono giovare di una grande segretezza e della difficoltà degli stati a introdurre leggi. Basta pensare a cose molto semplici come la Tobin Tax… nessuno riesce ad applicarla. Ho l’impressione che sia diventato un contropotere molto forte, che possa fregarsene degli stati nazionali.

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