tito livio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tito-livio/ un blog di approfondimento culturale Wed, 15 Jan 2014 21:44:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg tito livio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tito-livio/ 32 32 Da Stoner a Augusto, la vita anonima di un genio letterario perduto e ritrovato https://minimaetmoralia.it/letteratura/john-williams/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/john-williams/#comments Wed, 15 Jan 2014 16:19:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17533 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Esattamente quarant'anni fa, quando fu premiato con il National Book Award per Augustus, John Williams reagì con misurata soddisfazione. I colleghi più stretti, che pure ne conoscevano bene l'understatement, raccontano di essere rimasti stupiti. Dopo tre romanzi di scarsissimo successo commerciale, benché fosse idolatrato dagli studenti di scrittura creativa e ammirato da scrittori raffinati, Williams non sembrava tradire alcun tipo di emozione: sosteneva che non avrebbe fatto alcuna differenza se il libro avrebbe raggiunto mille o centomila lettori. Chi ammirava in lui la capacità di rendere cristalline anche le storie più oscure pensò fosse il vezzo della superstizione. Augustus meritava il premio. L'ascesa al potere di Ottaviano, nonostante in moltissimi già si fossero cimentati con la celebre storia, veniva ripercorsa con il piglio del grande narratore. Mescolati con accortezza, documenti, epistolari e racconti erano a volte ispirati direttamente da Cicerone o Tito Livio, a volte invece totalmente inventati, come alcuni personaggi chiave. "Se in questo lavoro sono presenti delle verità, sono le verità della narrativa più che della Storia". Il libro scorreva come un fiume limpido che porta con sé i detriti delle innumerevoli regioni percorse.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Esattamente quarant’anni fa, quando fu premiato con il National Book Award per Augustus, John Williams reagì con misurata soddisfazione. I colleghi più stretti, che pure ne conoscevano bene l’understatement, raccontano di essere rimasti stupiti. Dopo tre romanzi di scarsissimo successo commerciale, benché fosse idolatrato dagli studenti di scrittura creativa e ammirato da scrittori raffinati, Williams non sembrava tradire alcun tipo di emozione: sosteneva che non avrebbe fatto alcuna differenza se il libro avrebbe raggiunto mille o centomila lettori. Chi ammirava in lui la capacità di rendere cristalline anche le storie più oscure pensò fosse il vezzo della superstizione. Augustus meritava il premio. L’ascesa al potere di Ottaviano, nonostante in moltissimi già si fossero cimentati con la celebre storia, veniva ripercorsa con il piglio del grande narratore. Mescolati con accortezza, documenti, epistolari e racconti erano a volte ispirati direttamente da Cicerone o Tito Livio, a volte invece totalmente inventati, come alcuni personaggi chiave. “Se in questo lavoro sono presenti delle verità, sono le verità della narrativa più che della Storia”. Il libro scorreva come un fiume limpido che porta con sé i detriti delle innumerevoli regioni percorse.

Pochi mesi più tardi però le parole accorte di Williams risuonarono in un’eco di saggia preveggenza. Neppure quel coro polifonico di voci che trascorrevano nei decenni più appassionanti di storia romana riuscì a cogliere il successo. Le librerie mandarono indietro le rese e Williams si limitò a un sorriso ironico. Solo i pochi che avevano accesso al lato più oscuro dell’uomo, quello che si liberava nelle notti di ubriachezza in una violenza sardonica a volte imbarazzante, ebbero la possibilità di immaginare quanto lo scrittore fosse deluso. Poterono soltanto immaginarlo, d’altronde, perché anche nella più assoluta libertà dai freni dell’autocontrollo, Williams evitò sempre di parlare dei propri sogni letterari, così come aveva sempre evitato di parlare della guerra.

Eppure è forse proprio l’esperienza della guerra che può spiegare la grandezza di questo autore nato a Clarksville, Texas, nel 1922 e cresciuto, come autore e professore, a Denver. Perché nei tre straordinari romanzi che sono tornati prepotentemente alla ribalta, aldilà delle enormi differenze di ambientazione, personaggi e linee narrative, quel che segna una sorta di filo rosso di poetica è la tensione esplosiva che alimenta i rapporti fra gli uomini, assieme alla capacità di quegli uomini di sentire una specie di inumana fratellanza nel confronto che va oltre se stessi e li mette di fronte al destino e alla natura. “La guerra lo perseguitò fino alla fine” ha raccontato la sua quarta e ultima moglie, Nancy. Sensi di colpa per essere sopravvissuto agli amici, incapacità di dimenticare le vette di solidarietà conquistate in circostanze estreme, intolleranza verso le meschinità della vita quotidiana.

Tutto questo scorre nei sotterranei di Augustus (Castelvecchi), Butcher’s Crossing (Fazi) e Stoner (Fazi), unendo mondi apparentemente lontani: la Roma antica di Ottaviano Augusto; il selvaggio West in cui un giovane ragazzo di Boston si lancia a esplorare l’immensità della natura; le chiuse stanze universitarie in cui un figlio dei campi si trova ad affrontare le asperità della carriera accademica. Vite segnate da amicizie tradite e rimpiante, amori persi, sconfitte da digerire, rincorse contro un destino che regolarmente ha la meglio su chi tenta di opporglisi.

In guerra, tra India e Birmania, Williams era andato volontario, nel 1942. Lettore vorace, figlio di contadini, aveva lavorato in una radio e si era precipitosamente sposato, ma già sul fronte aveva ricevuto la lettera che chiedeva il divorzio. Tre anni a sfuggire la morte in una guerra che – si limitò a dire – “ha brutalizzato le menti di tutti noi, ormai abituati a vedere gli amici cadere”, nel ’45 Williams tornò alla vita civile, con un manoscritto a cui aveva dedicato il tempo libero e che gli fu accettato dopo innumerevoli rifiuti da un piccolo editore di Denver. Nothing but the Night (sarà pubblicato fra pochi mesi da Fazi) fu il primo insuccesso, ma spinse Williams a Denver, dove riprese gli studi, si sposò e divorziò ancora e dove tornò, dopo un dottorato in Missouri, a insegnare scrittura creativa – quel che avrebbe fatto per tutta la vita. Nuovamente sposato (stavolta il matrimonio sarebbe durato fino agli anni Sessanta e gli avrebbe dato tre figli), Williams si gettò alla scoperta della ricchezza nascosta nell’isolato Colorado: storie di uomini che si confrontavano con una natura estrema in cui sembrava incarnarsi una sorta di destino, storie che cinema e libri avevano riproposto in termini stereotipati, edulcorati e romantici. Il risultato fu un’opera originale e potentissima. Molto prima di McCarthy, Peckinpah e Altman, l’antiwestern usciva dalle mani di Williams fradicio dell’eredità di Melville. Butcher’s Crossing è un libro meraviglioso, in cui pagine e pagine dettagliatissime come un nuovo Moby Dick ci raccontano dei bisonti e delle loro pelli, di uomini insaziabili, divorati da un sogno, incapaci di fermarsi di fronte alla sfida alla morte.

L’insuccesso commerciale non fermò Williams. Chi gli propose di ristampare il libro in tascabile con l’urlo del western si vide recapitare un drastico rifiuto. L’insegnamento intanto richiedeva sempre più tempo e l’università divenne il luogo da cui sarebbe scaturito quello che oggi viene considerato, da autori e critici, il suo capolavoro: Stoner. L’attenzione maniacale al linguaggio e la repulsione verso i sentimentalismi crearono nella figura di Stoner l’umile professore dedito a studenti e letteratura: un antieroe pronto a diventare culto per pochi, prima del postumo successo. Seguirono gli studi per Augustus, il National Book Award, eppoi una diagnosi di enfisema. Fu allora che Williams cominciò a lavorare al libro che non avrebbe mai visto la luce. Sempre estraneo a qualsiasi forma di autoindulgenza, la bombola di ossigeno in una mano, la sigaretta nell’altra, continuò a insegnare fino al 1985 e tentò di scrivere fino a quando ne ebbe voglia. Ci restano pagine in cui ritroviamo la prosa limpida e feroce. Ci resta il titolo: The Sleep of Reason. Ci resta l’argomento: la guerra. E forse lì sta il segreto dell’incompiutezza. Williams morì in seguito a una crisi respiratoria il 3 marzo del 1994.

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Ancora su Patate Riso & Cozze! https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ancora-su-patate-riso-cozze/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ancora-su-patate-riso-cozze/#comments Sat, 14 Apr 2012 09:46:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7452 Di ciò che sta accadendo in Puglia e del sindaco di Bari Michele Emiliano avevamo già parlato (qui e qui) qualche settimana fa. Ma in Italia gli scandali viaggiano con cadenza bisettimanale. Questo articolo, ad esempio, è uscito sul "Fatto Quotidiano" il 3 aprile scorso. Cioè un decennio fa. 

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Di ciò che sta accadendo in Puglia e del sindaco di Bari Michele Emiliano avevamo già parlato (qui e qui) qualche settimana fa. Ma in Italia gli scandali viaggiano con cadenza bisettimanale. Questo articolo, ad esempio, è uscito sul “Fatto Quotidiano” il 3 aprile scorso. Cioè un decennio fa. 

Nel frattempo è esploso il caso della Lega, Vendola ha ricevuto due avvisi di garanzia, Rosy Mauro si è candidata fuori tempo massimo per un ruolo da protagonista in un film di Ferreri, i faccendieri legati a CL son tornati a far parlare di sé, la Borsa milanese ha bruciato miliardi mentre lo spettro dell’Imu inizia ad allungarsi sulle briciole di chi ne ha poche. Chi non ha nemmeno quelle fronteggia una slot machine con l’ultimo euro rimasto, o si organizza, o si suicida, o cova pensieri omicidi, o legge Trakl, o rimpiange i sacchi di sabbia davanti alle finestre. Magari scopa in attesa della fine. E Masiello? E Calearo? E il professore indiano picchiato nella metro di Roma da una banda di coglioni di ritorno al grido di: “brutto straniero, tornatene a casa”? In questo gran troiaio di cui Tito Livio dava notizia descrivendo la Cloaca Maxima, un piccolo non esaustivo riassunto di ciò che è successo negli ultimi tempi in una parte della Puglia. Solo per amatori.

di Nicola Lagioia

Dal punto di vista politico, Bari assiste al fallimento del Pd. Ma il disastro politico rischia di rivelarsi lo specchio di una mentalità diffusa e dura a tramontare. Per comprenderlo, cioè per prevenirlo, non era necessario aspettare la magistratura. Bastava osservare la leggerezza spettacolare con cui le istituzioni cittadine affrontavamo una serie di questioni.

Estate 2009. Emiliano accoglie in pompa magna il texano Tim Barton, un fantomatico magnate del fotovoltaico che promette di acquistare la squadra di calcio e investire milioni per fare della città un polo internazionale dell’energia verde. Qualcuno su facebook ironizza sul fatto che digitando su google nome e cognome del miliardario si trova solo il quasi omonimo regista cinematografico. Autunno 2009: Tim Barton scompare nel nulla. Era un prestanome? Il protagonista di una burla mediatica? Un’operazione (come anche si vocifera) dei fratelli Matarrese per far capire che gli unici padroni della squadra di calcio sono loro? Nessuno lo sa. Ovviamente scompaiono anche i posti di lavoro che la città si illudeva di ottenere con il fotovoltaico. E forse il sindaco è stato un po’ leggero nel dare credito a un fantasma.

Estate 2009. Emiliano nomina assessore al decentramento la ventiseienne Annabella Degennaro, figlia del costruttore Vito, oggi indagato per gli appalti milionari. Qualcuno commenta: “neanche la dinastia dei Matarrese, quando comandava a Bari, si era sognata di mettere un familiare in giunta”. Le leggerezze non finiscono qua.

Marzo 2012. Emiliano propone di candidare Bari a Capitale europea della cultura per il 2019. Sembra di assistere a una versione in scala della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020 caldeggiata dal Pdl. Il Petruzzelli è paralizzato, l’auditorium Nino Rota è chiuso da anni per lavori, idem il museo archeologico, il teatro Margherita non si sa a cosa verrà destinato e non esiste una biblioteca comunale (“io non sono mai andato in una biblioteca, e comunque a Bari una biblioteca comunale non serve”, questo l’indifendibile sillogismo di Emiliano). Soprattutto il sindaco dimentica di essersi dimenticato di nominare un assessore alla cultura. Dal che se ne ricava che la città, istituzionalmente parlando, confonde la cultura col consenso.

Dunque, ancora una volta, prima degli esiti delle inchieste, è una mentalità a essere sbagliata. E il consenso di cui Emiliano ha goduto fino a poco tempo fa dimostra che una parte della cittadinanza, in questa mentalità, non si rispecchiava poi così male.

Chi una piccola rivoluzione culturale ha cercato di farla è stato il Presidente della Regione. Vendola ha provato a scardinare vecchie mentalità ricordando ai pugliesi per primi che oltre il folkore delle sagre del polpo, la Puglia è la terra di Salvemini, di Di Vittorio, di Carmelo Bene, di don Tonino Bello, di Pino Pascali. Lo scandalo e soprattutto lo stato della sanità rimane una brutta macchia (all’oncologico molti pazienti raccontano ancora oggi scene dantesche), ma il progetto a grandi linee non era sbagliato. Non vorrei però che a un certo punto Vendola abbia creduto troppo a ciò che ad alcuni suoi fan faceva comodo vedere in lui: un uomo della provvidenza. Credere negli uomini della provvidenza vuol dire darsi l’alibi per non fare la propria parte. A propria volta, chi crede di esserlo, si assegna compiti impossibili e si preoccupa poco di chi verrà dopo. Vendola in questo momento eredi non ne ha. E abbandonare la Puglia anzitempo per puntare a palazzo Chigi rischia di interrompere un’esperienza che ha fatto più bene che male. Significa soprattutto portare l’orologio indietro di decenni riconsegnando la regione ai Fitto e ai D’Alema.

La Puglia è ancora molti passi avanti rispetto al grande sonno degli anni Ottanta. E molte realtà virtuose lo dimostrano. Ma pensare che la rondine di questi ultimi anni faccia una primavera stabile è una pia illusione. La mentalità levantina ha forse più luci che ombre. Ma per scacciare quelle ombre ci vuole molto tempo e molta pazienza.

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