Tiziano Rugi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tiziano-rugi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 27 Feb 2024 11:43:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tiziano Rugi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tiziano-rugi/ 32 32 Perché pontificare, quando sarebbe meglio non avere opinioni? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-pontificare-meglio-non-opinioni/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-pontificare-meglio-non-opinioni/#comments Tue, 08 Sep 2020 06:30:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44034 di Tiziano Rugi

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Prima di riflettere sull’articolo a firma Beppe Severgnini dal titolo: «La piaga della cocaina: perché non rendere pubblica l’identità dei consumatori abituali?», che mi è apparso sulla bacheca Facebook dopo esser stato condiviso dalla pagina del Corriere della Sera, leggo una serie di frasi dalla quarta di copertina di Neoitaliani, l’ultimo libro del giornalista «che ha dedicato la carriera alla meticolosa osservazione dei connazionali», si precisa, e il pensiero va immediatamente al celebre blog Italians, da lui condotto dal lontano 1998.

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di Tiziano Rugi

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Prima di riflettere sull’articolo a firma Beppe Severgnini dal titolo: «La piaga della cocaina: perché non rendere pubblica l’identità dei consumatori abituali?», che mi è apparso sulla bacheca Facebook dopo esser stato condiviso dalla pagina del Corriere della Sera, leggo una serie di frasi dalla quarta di copertina di Neoitaliani, l’ultimo libro del giornalista «che ha dedicato la carriera alla meticolosa osservazione dei connazionali», si precisa, e il pensiero va immediatamente al celebre blog Italians, da lui condotto dal lontano 1998.

Scrive Severgnini a proposito della pandemia: «Dalla bufera siamo usciti diversi. Peggiori o migliori? Direi: non siamo andati indietro. A modo nostro, siamo andati avanti. Siamo stati costretti a trovare dentro di noi – nelle nostre città, nelle nostre famiglie, nelle nostre teste, nel nostro cuore – risorse che non sapevamo di possedere».

E ancora: «Il virus ci ha messo con le spalle al muro. La posizione in cui noi italiani diamo tradizionalmente il meglio». «Abbiamo dimostrato di saper essere disciplinati, ma ci scoccia ammetterlo. Temiamo di rovinarci la reputazione».

Insomma, Italians, in fin dei conti, brava gente. Non mi sorprende dunque l’accoglienza che può aver avuto l’articolo di Severgnini pubblicato il 4 settembre sul Corriere della Sera. «Dobbiamo rompere il silenzio sulla piaga della cocaina». Non c’è bisogno certo di essere benpensanti per condividere il pensiero.

I recenti fatti di Bologna, in cui una minorenne è stata sfruttata sessualmente perché schiava della droga sono lì a ricordarcelo, insieme a Severgnini; chi segue la cronaca nera non avrà scordato il brutale omicidio Varani da parte di Marco Prato e Manuel Foffo, al termine di un festino di cocaina durato giorni.

Più in generale, cito l’articolo, «i pestaggi, le risse, le aggressioni» fino agli «scatti d’ira, magari nel traffico». Spesso (dal tono dell’articolo saremmo indotti a pensare sempre) dietro c’è la “bamba”. E quindi, si chiede Severgnini: «Perché accettiamo che la cocaina sia diventata protagonista della vita nazionale?». E giù una serie di considerazioni incontestabili sul traffico di stupefacenti, su come stia cambiando lo spaccio, sui consumatori.

Ecco, i consumatori: l’idea di Severgnini è di scoraggiare l’utilizzatore finale per combattere la capillare diffusione della droga. Non c’è dubbio: la pandemia tra le cose che ci ha insegnato è che la salute pubblica è un bene collettivo e per questo è così importante la prevenzione, dato che il comportamento del singolo si ripercuote sulla comunità e serve a poco intervenire quando ormai il virus si è diffuso.

Allo stesso modo, sono un fatto collettivo le malattie sociali, l’abuso di alcol e il consumo di droga, giacché anche qui una scelta sbagliata del singolo ha effetti negativi su chi gli sta intorno. E anche qui per tutelare il benessere della popolazione, come con un virus, è fondamentale la prevenzione: quando il consumo diventa dipendenza è molto più complicato agire.

Pensa a questo Severgnini quando in Neoitaliani lascia intendere che il Covid ci ha resi più consapevoli? Forse ho lasciato correre troppo i pensieri perché poche frasi più avanti leggo che «protestare non basta», va bene, «le sanzioni penali non servirebbero», può essere vero, ma «una sanzione sociale potrebbe essere efficace»: «perché non rendere pubblica l’identità del consumatore abituale di cocaina? Non è crudeltà, è autodifesa».

A questo punto, qualcosa si spezza. Leggo una cosa che non riesco proprio a digerire: una lista pubblica, un registro, in cui sono segnalati i consumatori abituali di cocaina, i drogati, chiamiamoli col loro nome. Speravo finisse diversamente: di nuovo Italians buonisti da una parte, Italians benpensanti dall’altra. E stavolta è davvero complicato difendere i buonisti.

Per prima cosa, basta col tono scherzoso che sta prendendo il discorso. Non è davvero il caso. Gli effetti della cocaina, citati giustamente nell’articolo, sono: «Euforia eccessiva, mancanza di controllo, aggressività, insonnia; poi apatia, difficoltà di attenzione, paranoia, depressione». Chi tenta di uscire dalla dipendenza da crack e cocaina vive un inferno che spesso dura anni e quasi mai ce la fa da solo. Un inferno in cui, perlopiù incolpevoli, sono condannati a vivere anche i familiari.

Se proprio non posso accettare l’idea di una lista di proscrizione (perché questo è: una lista di proscrizione dalla società) è perché la questione è talmente seria che al principale quotidiano italiano e a un influente giornalista, nel rispetto dell’opinione di ognuno, sarebbe richiesta una riflessione maggiore.

Non ha senso la proposta di Severgnini, nel merito per quanto riguarda l’efficacia, e più in generale per l’idea di Stato e di società che sottende, e qui è ancora più pericolosa (potrei citare «Prima di tutto vennero a prendere gli zingari…», dal sermone del pastore luterano Martin Niemöller contro l’intolleranza).

La “lista di proscrizione dalla società” vuole essere una proposta concreta, pragmatica: «Dopo la terza segnalazione al Prefetto, con l’attivazione del procedimento previsto dall’art. 75 del DPR 309/90, rendere pubblica l’identità del consumatore abituale di cocaina». Stiamo parlando di uso personale, ovvero dei casi in cui le forze di polizia trovano il soggetto con al massimo poco più di un grammo di cocaina, al di sopra si va nel penale e si rischia l’accusa di spaccio.

Complicato difendere le ragioni degli Italians buonisti: «Pensate a un medico, un commercialista, un dirigente, un amministratore pubblico, un politico. O semplicemente, a chi guida l’automobile che ci segue in autostrada. Il consumo di cocaina non è soltanto affare loro, come sostiene qualcuno; è anche affare nostro. Alcune decisioni che ci riguardano – un intervento, una decisione, una manovra nel traffico – potrebbero essere frutto della polvere bianca, non della materia grigia».

Sorprende, però, che Severgnini parli di manovre azzardate nel traffico, perché, al di là dell’ovvia captatio benevolentiae che cerca e ottiene, il DPR da lui citato, tra le sanzioni amministrative, prevede proprio la sospensione della patente di guida (naturalmente per riaverla sono previsti esami periodici per dimostrare di non fare utilizzo di sostanze stupefacenti). Ritiro della patente che è immediato se il consumatore è trovato in possesso di droga al volante o abbia immediata disponibilità del veicolo (ha appena acquistato la droga e si sta dirigendo verso la propria auto, finge di essere fermo in un parcheggio).

In genere funziona così: prima segnalazione (almeno in caso di droghe leggere) te la cavi con una tirata d’orecchi del Prefetto, dalla seconda partono le sanzioni amministrative, ma a suo apprezzamento il funzionario pubblico, e accade spesso nei casi di cocaina ed eroina, può applicare le sanzioni fin dalla prima segnalazione. Ritiro del passaporto e divieto d’espatrio per un certo periodo la prima volta, sospensione della patente la volta successiva.

La legge tutela la comunità da chi si mette al volante e fa uso di stupefacenti. Se un tossicodipendente ha la patente di guida è perché non è mai stato segnalato e si assume un rischio al pari di chi esce ubriaco da un ristorante e monta in auto: l’unica cosa che lo Stato può fare è prevedere più controlli sulle strade.

La successiva captatio benevolentiae mi pare ugualmente troppo affrettata. Niente di più odioso di un professionista e di un politico, figuriamoci se fa uso di cocaina: sono persone realizzate (almeno sul piano lavorativo) e con delle responsabilità, quindi devono essere punite per i loro comportamenti antisociali.

Discutere nel merito e prevedere controlli tossicologici ai medici in ospedale è giusto (come si fa peraltro nel caso di altre professioni, ad esempio autisti, gruisti e sempre più spesso per i dipendenti di molte aziende private), pensare a una lista di proscrizione molto meno.

E non tanto perché voglia difendere una nazione dove tutti i medici eroi del Covid sono cocainomani e i professori insegnano a cucinare crack nelle università, semplicemente perché è una proposta inefficace e non solo non colpisce chi più lo meriterebbe, ma si accanisce con chi invece avrebbe maggior bisogno di aiuto. Ecco il grillo parlante buonista simpaticone che torna a sussurrare.

È davvero sicuro Severgnini che il registro del cocainomane funzioni? Il sospetto è che la “classe dirigente” che utilizza cocaina continuerà a comportarsi come ha sempre fatto: a non sporcarsi le mani e attendere comodamente il pusher nella propria abitazione, senza rischiare di andare di persona a comprare la droga in strada, spesso acquistando quantità maggiori per evitare troppi movimenti loschi.

Certo, correrà ugualmente dei rischi, in caso di pedinamento dello spacciatore e irruzione in casa delle forze di polizia, ma accadrà nella minoranza dei casi e il timore della sanzione sociale non sarà maggiore di quello che può avere oggi un politico se viene scoperto da un giornale scandalistico o un professionista se iniziano a circolare voci sul suo conto (cosa che peraltro avviene frequentemente negli ambienti lavorativi e non pare preoccuparli più di tanto).

Chi sarà penalizzato dal registro del drogato? «La cocaina un tempo era la droga dei ricchi viziosi; oggi è alla portata di tutti e rischia di fare grossi danni, soprattutto nelle nuove generazioni» fa notare Severgnini.

Vero, la cocaina è diffusa tra operai, tassisti, baristi, camerieri, studenti. Sono loro i consumatori che acquistano un grammo alla volta; se vivono in una grande città come Roma o Napoli magari in una piazza di spaccio dove possono pagarla meno, oppure nei bar, nei locali, nei parchi, nei parcheggi cittadini. Luoghi abitualmente controllati dalle forze dell’ordine e dunque con maggiori possibilità di essere scoperti, soprattutto nel caso dei giovani, che consumano sostanze all’aperto piuttosto che in casa.

Saranno proprio loro i primi ad entrare nella lista del drogato e i primi a pagarne le conseguenze più dure. Non è difficile immaginare cosa sarebbe accaduto alla minorenne di Bologna se non fosse uscita in tempo dal giro. A vent’anni, terza segnalazione e iscrizione nel registro del cocainomane.

E come lei tanti altri giovani: la maggior parte delle persone che ha fatto un certo tipo di vita tra i 16 e i 25 anni con il tempo è cambiata. Sarebbe accaduto lo stesso con il registro del tossico? È sicuro Severgnini che la ragazza che vuole aiutare con la sua proposta avrebbe una vita migliore?

Difficile crederlo: non sarebbe certo facile per lei trovare un lavoro se il datore sapesse di avere a che fare con una cocainomane. E perché non controllare quando si tratta di affittarle un appartamento? Nel caso decidesse di studiare, la tentazione di escluderla dalle selezioni di ingresso in una università potrebbe cogliere alcuni esaminatori (ad esempio un Severgnini, e lo dico solo in base a ciò che scrive).

Insomma, non penso la sanzione sociale la aiuterà a liberarsi dalla complicata situazione in cui si trova. E probabilmente, di fronte alle frustrazioni della vita, non abbandonerà mai la cocaina, ma anzi l’amerà sempre più perché è l’unica cosa che le rimarrà per aggrapparsi, per avere l’illusione di sentirsi meglio.

Severgnini sostiene che le forze dell’ordine non identificano i consumatori perché è una perdita di tempo per la legge italiana. Non è così e se a volte sono meno severi è perché ritengono che la repressione eccessiva di un fenomeno endemico in tutte le società avrebbe effetti negativi. Tutti gli esperti possono confermarlo, ma forse basterebbe un buon padre.

Si dirà: la pubblicazione dell’identità avviene alla terza segnalazione, hai tutte le occasioni che vuoi se desideri uscirne. Fa molto sorridere l’idea di dare più possibilità e contare sulla non reiterazione degli errori in un campo chiamato “dipendenza”.

La proposta dei registri del tossico, in realtà, non è nuova e proviene da una certa cultura liberista secondo cui la salute è una scelta individuale e non un bene collettivo. Ma è affiancata alla liberalizzazione: rendo legale la sostanza, ti metto nelle condizioni di scegliere dove indirizzare la tua vita accettandone delle limitazioni, ad esempio per quanto riguarda la patente di guida, in una sorta di nuovo contratto sociale con lo Stato.

L’idea, tuttavia, è sempre stata scartata perché l’unico risultato concreto sarebbe indurre ugualmente i consumatori a rivolgersi al mercato nero, perché la maggior parte di loro non vorrebbe essere iscritta nelle liste.

C’è una forte banalizzazione del fenomeno quando Severgnini riconosce sì quanto sia diffuso, ma alla fine batte sempre sullo stereotipo del ricco vizioso e del professionista di successo. Come se un medico, un commercialista o un giornalista non fossero persone da aiutare se consumatori abituali di cocaina.

Non mi sentirei di affermare con certezza che le loro vite non abbiano stonature, non facciano uso di droga per problemi legati a una dipendenza giovanile o a situazioni di stress emotivo. Anzi, probabilmente è così. Distruggere la vita professionale e sociale di un essere umano (ripeto: nessuno sta parlando di un medico in sala operatoria e ben vengano i controlli) è la soluzione?

«Non è crudeltà, è difesa sociale fare i loro nomi». Si sbaglia Severgnini, è crudeltà, come crudele e superficiale è il ritratto che fa dei cocainomani, «persone deboli che vogliono sentirsi forti». Nessuno difende una droga insopportabile come la cocaina, che ben presto induce alla violenza, a delinquere, che annichilisce la percezione di cosa sia morale e cosa no, che finanzia con fiumi di denaro la criminalità organizzata.

Ma nella maggioranza dei casi (il 2,2 per cento della popolazione italiana tra i 25 e i 34 anni e l’1,9 per cento nella fascia 35-44 ha fatto uso di cocaina almeno una volta nell’ultimo anno. Dati contenuti nell’European Drug Report 2019) sono persone deboli che vogliono sentirsi meglio, e sbagliano. Non tutte sono mosse dal desiderio di esercitare una rivalsa violenta sulla società, non più di chi fa lo stesso con l’alcol, e solo una parte è composta da criminali. Sono più realista del re (dei buonisti): non tutti i migranti sono delinquenti. Nemmeno tutti i tossici lo sono.

Non ci sono opinioni che tengano, perché la democrazia liberale difesa dallo stesso Severgnini e dal Corriere della Sera dalle sirene del populismo si fonda su alcuni valori che non possono essere messi in discussione. La democrazia non è una scatola di cioccolatini, prendo quello al rum e lascio quello bianco, o la accetti in toto o ci sono tante altre forme di governo dispotiche a cui ispirarsi.

Nello Stato in cui credo, marchiare le persone mai ha avuto senso e mai lo avrà. Il carcere ha una funzione riabilitativa: leggo su internet che Severgnini ha partecipato anni fa all’iniziativa Voltapagina del Salone del Libro di Torino, in cui ha presentato in carcere un libro da lui scritto, ma era solo il pretesto per discutere con i detenuti di futuro, dell’idea che sia sempre possibile uscire dalla vita migliori rispetto a come ci siamo entrati, quindi almeno su questo siamo d’accordo. Non capisco perché per i tossici, che non commettono nemmeno un illecito penale, il ragionamento dovrebbe essere diverso.

E infine, si domanda retoricamente il giornalista: «Abbiamo o no il diritto di sapere se chi vive e lavora con noi, per noi o intorno a noi è un cocainomane?». No, assolutamente no. L’obiezione del medico in sala operatoria è inattaccabile, anche se non vedo differenze con l’alcol o la marijuana, quindi vai con altri registri dei consumatori, ma la soluzione è semplice e si chiama test antidroga. Se il commercialista, l’avvocato, il manager lavorano male a causa del loro stile di vita (come potrebbero farlo ubriacandosi la sera) il cliente ha tutti i diritti a non rivolgersi più a loro, il direttore di un’azienda ha facoltà di licenziare un impiegato e nessuno può obbligarmi a votare un politico se scopro faccia uso di stupefacenti.

Ma sapere a priori quale sia la condotta di vita di una persona, se vogliamo appartenere a una società aperta, non è ammissibile. Severgnini, da giornalista, conosce bene la legge sulla privacy, i codici deontologici, il diritto all’oblio e quanto sia irrealizzabile la sua proposta anche a voler invocare l’interesse pubblico o a prevedere, ipotizzo, visto peraltro che rimane estremamente sul vago, limiti temporali per l’iscrizione se una persona termina con successo un percorso riabilitativo.

Il rispetto della privacy e della dignità della persona sono diritti inviolabili in un sistema democratico. La proposta di Severgnini lascerebbe quasi intendere, invece, che un tossicodipendente abbia una minore dignità umana e debba essere giudicato non per i suoi comportamenti e azioni ma per lo stile di vita.

Sicuramente Severgnini se scrive sul tema della cocaina lo fa perché vuole affrontare un dramma, fonte di sofferenza per migliaia di famiglie. Eppure, dice un proverbio citato anche da Karl Marx, «la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni».

Inviterei l’opinionista del Corriere della Sera a riflettere su alcune parole di Don Gallo, tratte da Il Cantico dei drogati: «Il tossicodipendente non viene considerato persona dall’epistemologia proibizionista, ma viene identificato con la sua problematica, ingabbiato in un ruolo, appiattito alla sua etichetta, e guardato come un problema da rimuovere […] Infine, credo che si debba riconoscere e concedere a chiunque il diritto alla non sofferenza. L’accanimento contro la libertà di drogarsi, oltre a non essere utilmente apprezzabile per i suoi risultati empirici, oltre a creare un’enorme confusione concettuale, è fonte di sofferenze indicibili”. Con il carattere che aveva, il Don si arrabbiava davvero parecchio se qualcuno faceva orecchi da mercante su questi temi.

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Tiziano Rugi, giornalista, dirige “Il caffè di Baia Domizia“. Classe 1987, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano “Il Tirreno”. Inoltre, e ha collaborato tra gli altri con il quotidiano “La Repubblica”, l’agenzia di stampa “Adnkronos” e con la casa editrice “il Saggiatore”.

 

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Oltre la frontiera d’Australia: “La grande occasione di Martin Sparrow” https://minimaetmoralia.it/altro/australia-la-grande-occasione-di-martin-sparrow/ https://minimaetmoralia.it/altro/australia-la-grande-occasione-di-martin-sparrow/#respond Thu, 18 Apr 2019 12:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40085 Photo by Joey Csunyo on Unsplash

di Tiziano Rugi

Parafrasando Henry James, lo storico vuole più documenti di quanti ne possa utilizzare, mentre il romanziere vuole più libertà di quanta se ne possa permettere. Perché allo storico non è richiesta fantasia, ma anzi la ricerca della verità, mentre per lo scrittore le priorità si ribaltano. Non è semplice per uno storico cimentarsi nella forma romanzo: lo storico è interessato a parlare con i fatti, a ricostruire precisamente gli eventi; il romanziere parla con i personaggi e con le storie.

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Photo by Joey Csunyo on Unsplash

di Tiziano Rugi

Parafrasando Henry James, lo storico vuole più documenti di quanti ne possa utilizzare, mentre il romanziere vuole più libertà di quanta se ne possa permettere. Perché allo storico non è richiesta fantasia, ma anzi la ricerca della verità, mentre per lo scrittore le priorità si ribaltano. Non è semplice per uno storico cimentarsi nella forma romanzo: lo storico è interessato a parlare con i fatti, a ricostruire precisamente gli eventi; il romanziere parla con i personaggi e con le storie.

Ecco, Peter Cochrane, acclamato storico australiano, con La grande occasione di Martin Sparrow, in libreria  per Jimenez edizioni (448 pagine, euro 19,  traduzione di Gianluca Testani), è riuscito a conciliare due approcci opposti in un unico romanzo,  senza sacrificare il fascino della letteratura alla verità dei fatti e al tempo stesso creando un mondo immaginario dove il passato documentato fornisce lo spunto per capire cosa voleva dire vivere nelle colonie penali australiane di inizio diciannovesimo secolo.

L’autore lo fa raccontando gli eventi attraverso il punto di vista di una serie di personaggi così ampia da ricordare il grande romanzo ottocentesco e da richiedere un indice all’inizio del libro: il protagonista, l’ingenuo e sfortunato Martin Sparrow, l’ambizioso commissario capo Alister Mackie, l’istrionico e umoristico Thaddeus Cuff, il brutale cacciatore Griffin Pinney, l’affascinante gitana Beatrice Faa, il saggio Joe Franks secondo cui gli aborigeni “sono i veri proprietari della terra… dai tempi della Genesi” e molti altri ancora.

Cochrane, con il linguaggio brusco di rozzi coloni e violenti avanzi di galera, descrive un mondo tetro, fatto di malattie, sporcizia e ignoranza, dove operai a cottimo si fanno pagare in superalcolici e le donne sono merce, vendute al mercato con un cappio al collo.

Ma anche l’epopea  di un popolo che vuole dimenticare. A un certo punto uno dei personaggi del libro afferma: “I primi coloni sono quelli che fanno il lavoro sporco. Quelli che vengono dopo, loro andranno in giro con gli stivali puliti e le rendigote, i guanti in pelle di capretto… avranno conversazioni educate, deploreranno la follia degli incivili, dimenticheranno il passato, inventeranno qualche stronzata di leggenda. Come è successo in America. Se vuoi conoscere gli uomini al loro peggio, segui la frontiera”.

Qualcuno si chiederà perché a un lettore italiano possa interessare un romanzo di oltre quattrocento pagine sulla vita in una colonia penale australiana del diciannovesimo secolo. Ma La grande occasione di Martin Sparrow non è solo questo.

Attraverso la vicenda di Martin Sparrow, ex detenuto rovinato dall’inondazione del fiume Hawkesbury che devasta la sua fattoria e che per fuggire a un’esistenza opprimente si mette alla ricerca di una leggendaria terra promessa nella wilderness, al di là delle montagne, innescando nella colonia penale una serie di eventi inattesi che sfuggono il suo controllo, Cochrane racconta la storia antica come l’Odissea della sconfitta e della rivalsa, della speranza e della forza di volontà e indaga, come nei romanzi di formazione, su cosa voglia dire diventare veramente uomo.

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Tiziano Rugi, giornalista, dirige “Il caffè di Baia Domizia“. Classe 1987, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano “Il Tirreno”. Inoltre, e ha collaborato tra gli altri con il quotidiano “La Repubblica”, l’agenzia di stampa “Adnkronos” e con la casa editrice “il Saggiatore”.

 

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Dispacci dalla frontiera. Il confine nel libro di Francisco Cantù https://minimaetmoralia.it/libri/dispacci-frontiera-francisco-cantu/ https://minimaetmoralia.it/libri/dispacci-frontiera-francisco-cantu/#respond Thu, 28 Feb 2019 13:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39616 di Tiziano Rugi

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Un confine innaturale disegnato a tavolino nel 1800 e più volte modificato si estende per oltre 2000 chilometri, passando per la California, l'Arizona, il New Mexico e il Texas e separa gli Stati Uniti dal Messico. Ogni anno più di 500 mila persone tentano di attraversarlo illegalmente.

La maggior parte dei migranti viene fermata dalla polizia di confine americana: sono arrestati, trasferiti in centri di detenzione e poi rimpatriati. Una lotta quotidiana tra gli agenti che presidiano i confini e i trafficanti di esseri umani che cercano di aggirare i controlli in cui a rimetterci sono sempre i migranti.

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di Tiziano Rugi

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Un confine innaturale disegnato a tavolino nel 1800 e più volte modificato si estende per oltre 2000 chilometri, passando per la California, l’Arizona, il New Mexico e il Texas e separa gli Stati Uniti dal Messico. Ogni anno più di 500 mila persone tentano di attraversarlo illegalmente.

La maggior parte dei migranti viene fermata dalla polizia di confine americana: sono arrestati, trasferiti in centri di detenzione e poi rimpatriati. Una lotta quotidiana tra gli agenti che presidiano i confini e i trafficanti di esseri umani che cercano di aggirare i controlli in cui a rimetterci sono sempre i migranti.

Negli ultimi anni, e non solo su impulso del presidente in carica Donald Trump, il confine è diventato ancora più militarizzato, un luogo ancora più pericoloso per i migranti, ancora più insensibile verso le loro vite e le loro sofferenze.

Nato a Tucson, in Arizona, con origini messicane da parte della madre, Francisco Cantù all’età di 23 anni, dopo aver studiato all’università relazioni internazionali e imparato tutto sul confine attraverso la storia e le diverse politiche che lo hanno regolato, stufo di leggere libri, decide di essere sul terreno, là fuori, di conoscere la realtà della frontiera giorno dopo giorno. E così si arruola nella migra, la polizia di confine.

Quando, dopo quattro anni, lascia il corpo di polizia, rileggendo i diari che aveva tenuto negli anni di servizio nasce l’idea di un memoir sulla sua esperienza. Solo un fiume a separarci – Dispacci dalla frontiera (il fiume a cui si riferisce il titolo è il Rio Grande, che dal New Merxico fino al Texas separa le due nazioni), in libreria a febbraio in Italia per minimum fax, è un testo ricco di dati e risultati di diverse ricerche, ma come ha fatto notare lo stesso autore “non tenta in alcun modo di trovare un senso alla situazione politica attuale né cerca di spiegare le scelte politiche che ci hanno condotti fin qui: vuole essere letteratura e non un reportage”.

Nella prima parte del libro Cantù descrive la violenza insita nella lotta all’immigrazione clandestina raccontando le storie, drammatiche e intense, di uomini e donne disperse da giorni nel deserto senza acqua, persone che sono fuggite da violenti trafficanti di esseri umani o le testimonianze dei familiari di chi non ce l’ha fatta nella traversata del deserto.

Sotto accusa sono le politiche statunitensi di difesa dei confini che spingono i migranti a tentare di attraversare la frontiera lontano dai check point e dalle telecamere di sorveglianza installate a El Paso o a San Diego, mettendo così a repentaglio le loro vite nel deserto: dal 2000 al 2016 si contano oltre seimila morti nel confine meridionale degli Stati Uniti.

Un giro di vite che ha avuto il disgraziato effetto di consegnare il controllo della frontiera ai cartelli della droga, gli unici che hanno il potere e le risorse per fare attraversare illegalmente il confine. La violenza delle narcoguerre è il tema della seconda parte del libro, una violenza che si riversa anche sui migranti sudamericani, rapiti e torturati dai coyote (i trafficanti di esseri umani) con lo scopo di estorcere altro denaro alle famiglie.

Nella terza, infine, il tema è la minaccia che aleggia costantemente sulle vite dei migranti residenti negli Usa e travolge il suo amico Josè, un irregolare che vive da 25 anni negli Stati Uniti, ha figli americani e una moglie, ma non può più rientrare nel paese dopo che lo ha abbandonato per raggiungere in Messico il capezzale della madre.

Alla sua uscita negli Stati Uniti il libro ha suscitato diverse reazioni e molte polemiche. Che a scagliarsi contro Cantù fossero gli ex colleghi, in alcuni casi descritti severamente come persone incapaci di mostrare un briciolo di umanità e di compassione (resta impressa nella memoria la scena in cui alcuni poliziotti rovesciano le scorte d’acqua dei migranti appena arrestati, pisciano sui loro pochi effetti personali e “addobbano” i cactus con gli indumenti di intimo femminile che hanno trovato), o tutti coloro che insieme al presidente Trump vedono nella costruzione di un muro la soluzione di tutti i mali non sorprende.

Ma aspre critiche sono arrivate anche da attivisti a difesa dei diritti dei migranti, da politici di sinistra e dagli ispano-americani, che hanno accusato Cantù di essere stato complice del governo e delle sue politiche disumane e di aver sfruttato economicamente la sua esperienza. Sono state organizzate manifestazioni di protesta alle presentazioni del libro e sono circolate petizioni per boicottarne le vendite.

Per noi lettori, Solo un fiume a separarci appare piuttosto una riflessione documentata sugli orrori sofferti dai migranti messicani, che non può non toccare la coscienza anche di un lettore europeo.

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Tiziano Rugi, giornalista, dirige “Il caffè di Baia Domizia“. Classe 1987, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano “Il Tirreno”. Inoltre, e ha collaborato tra gli altri con il quotidiano “La Repubblica”, l’agenzia di stampa “Adnkronos” e con la casa editrice “il Saggiatore”.

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Lady Gaga, il mutamento e il dio Vertumno https://minimaetmoralia.it/societa/lady-gaga-mutamento-dio-vertumno/ https://minimaetmoralia.it/societa/lady-gaga-mutamento-dio-vertumno/#comments Fri, 15 Feb 2019 13:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39472 di Tiziano Rugi

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Dopo l'iniziale sorpresa in A star is born, dove appare senza trucco e senza i suoi incredibili travestimenti, nell'ultimo spettacolo Enigma Lady Gaga è tornata “se stessa”, interpretando vari avatar in uno stilo cyber-alieno.

Dall'esordio nel 2008 la sua immagine ha avuto così tante trasformazioni (alcune persino estreme) che non è solo impossibile prevedere quale sarà la sua prossima apparizione, ma persino ricordare da cosa è evoluta. Ha indossato outfit di ogni genere, la maggior parte incredibilmente estrosi e bizzarri, e quasi sempre corredati da vertiginose scarpe che sfidano le leggi di gravità.

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di Tiziano Rugi

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Dopo l’iniziale sorpresa in A star is born, dove appare senza trucco e senza i suoi incredibili travestimenti, nell’ultimo spettacolo Enigma Lady Gaga è tornata “se stessa”, interpretando vari avatar in uno stilo cyber-alieno.

Dall’esordio nel 2008 la sua immagine ha avuto così tante trasformazioni (alcune persino estreme) che non è solo impossibile prevedere quale sarà la sua prossima apparizione, ma persino ricordare da cosa è evoluta. Ha indossato outfit di ogni genere, la maggior parte incredibilmente estrosi e bizzarri, e quasi sempre corredati da vertiginose scarpe che sfidano le leggi di gravità.

Alcune trasformazioni di Gaga sono indimenticabili, come l’abito di carne bovina con tanto di bistecca-cappellino per gli MTV Music Awards del 2010 o l’abito e maschera di pizzo rosso, completi di corona. Si è travestita da uomo, da Drag Queen, è apparsa in lingerie oltraggiose, ha sfoggiato capigliature e parrucche colorate, copricapo eccessivi e improbabili, come la gabbia bondage che le imprigionava il viso. Pochi ricorderanno, invece, che nella copertina del disco d’esordio Lady Gaga era avvolta dal mistero: la sua identità, la sua personalità e persino la faccia erano oscurate da grandissimi occhiali da sole.

I mutaforma. Le celebrità del mondo dello spettacolo in genere hanno un’immagine trasmessa in pochi tratti essenziali e ricorsivi che ne permettono il riconoscimento istantaneo. Riuscite a raffigurarvi Bono Vox senza occhiali da sole? Marilyn Monroe con un colore di capelli diverso dal biondo platino oppure Bob Marley senza dreadlock?

Lady Gaga (e prima di lei Madonna e David Bowie) appartengono invece a una classe speciale e molto rara di individui, i mutaforma, che scelgono di avere un’immagine metamorfica e rinunciano quasi completamente ad avere tratti di riconoscibilità ricorsivi oppure li nascondono dietro il mutamento perenne della loro immagine.

I mutaforma sono sempre esistiti: la maschera che moltiplica (o nega) l’identità e i ruoli in tutte le culture è una delle simbologie più antiche e ricorrenti. Nelle Satire il poeta latino Orazio fa una breve descrizione di uno di questi individui:

A volte lo si vedeva contrassegnato al dito da tre anelli, altre con la sinistra nuda. Visse da incostante. Da un’ora all’altra mutava la banda della tunica, lasciava un grande palazzo per andarsi a nascondere in posti da cui un liberto appena decente sarebbe uscito disonorato. Oggi donnaiolo a Roma, domani filosofo ad Atene.

Gli anelli e la toga nella cultura romana erano segni che indicavano l’appartenenza al ceto sociale e il personaggio descritto da Orazio attraverso l’uso spregiudicato si divertiva a camuffare e modificare la sua identità. Anche lo scrittore illuminista Denis Diderot incontrò una di queste creature e ne rimase profondamente colpito. Ce lo presenta nel dialogo satirico Il nipote di Rameau:

Nulla è più dissimile da lui di lui stesso. Talvolta magro e scavato come un malato all’ultimo stato di consunzione: gli si potrebbero contare i denti attraverso le guance, si direbbe che abbia passato molti giorni senza mangiare, o che esca dalla prigione. Il mese dopo, grasso e ben pasciuto come se non si fosse mai alzato dalla tavola di un finanziere, o fosse stato rinchiuso in un convento di Bernardini. Oggi con la camicia sporca, i pantaloni strappati, tutto lacero, semiscalzo, se ne va a testa bassa, sfugge, e si sarebbe tentati di chiamarlo per dargli l’elemosina. Domani, incipriato, ben calzato, elegante, cammina a testa alta, si fa notare, e lo scambiereste quasi per un galantuomo.

Nelle fiabe maghi, streghe e orchi sono i mutaforma per antonomasia. Merlino, ad esempio, nella saga dei Cavalieri della Tavola Rotonda cambia spesso sembianze per aiutare la causa di re Artù.  Anche nella mitologia greca e latina il mutamento ha una funzione importante. Del resto come notava Senofane venticinque secoli fa, gli uomini fanno sempre gli dei a propria immagine e somiglianza.

Dioniso e il dio Vertumno. Plutarco, ad esempio, distingue con cura Apollo da Dioniso: il primo non muore mai, né muta mai la sua forma: è eternamente giovane, forte e bello. Dioniso muta in continuazione assumendo un’infinità di aspetti: si fa ora toro, ora lupo, ora cinghiale, ora vipera, orso o pantera, ora albero, ora acqua, ora fuoco.

Per i Greci Apollo era immagine della perfezione, il sole era il suo simbolo, l’arco e la lira gli appartenevano dai tempi più antichi e tutto simboleggiava la lontananza e l’insensibilità del dio alle vicende umane, perché per i mortali lontana e irraggiungibile era la perfezione, come ricordava ai fedeli il motto all’ingresso del suo tempio a Delfi: Conosci te stesso, conosci  cos’è l’uomo e quanta distanza lo separa dalla maestà del dio, eterno come il sole, perfetto come una musica e lontano come una freccia scoccata a distanza. Così eterno e immutabile era anche lo splendore di Afrodite.

Dioniso, invece, era nato umano e Zeus lo aveva trasformato in dio: il suo essere divino nasceva da una metamorfosi e la duplicità dell’indole umana e divina si manifestava nella molteplicità dell’immagine: “Appari in figura di toro, o di drago dalle molte teste, o di leone spirante fuoco e fiamme!”, così il coro delle Baccanti di Euripide invoca Dioniso. Nato due volte, era il dio dai contrasti irriducibili, il dio ucciso dai Titani e risuscitato, nei riti orfici era divinità del mutamento e delle metamorfosi e la sua bevanda aveva il potere di trasformare l’indole degli uomini: dalla lieve ubriachezza alla frenesia fino al delirio assetato di sangue.

La divinità metamorfica per eccellenza, tuttavia, è romana e si chiama Vertumno, “il dio elegante”, come lo ha definito nel suo libro l’antropologo Maurizio Bettini. L’etimologia del nome stesso, da “vertere” che in latino vuol dire “trasformare”, ne rivela l’indole mutevole: Vert-annus, in quanto titolare del mutarsi dell’anno da una stagione all’altra, Vert-omnis, “colui che muta in tutto”.

Vertumno, spiega Bettini nel suo libro, aveva origini etrusche, era arrivato a roma nel terzo secolo avanti Cristo, e qui aveva una statua di legno che si ergeva nel Vicus Tuscus, uno dei luoghi più importanti e antichi del foro romano, e a sua volta la statua era dotata di capacità metamorfiche. Forse era una sorta di manichino mobile al quale erano aggiunti indumenti e oggetti che avevano un rapporto con i personaggi dei quali assumeva l’identità: una toga, una falce, delle armi, una mitra e così via. Ma non possiamo saperlo con certezza: per assurdo, di questa divinità metamorfica profondamente legata al tema dell’immagine e dell’identità visiva non è sopravvissuta nessuna raffigurazione: né una statua, né un mosaico, né un disegno su un vaso.

Se è impossibile sapere come era raffigurato Vertumno, sappiamo con esattezza quali erano le molteplici forme e identità che assumeva. Ce ne parlano i grandi poeti latini. Ovidio nelle Metamorfosi racconta come Vertumno convince la bella e restia Pomona a concedersi travestito da vecchia e lo descrive così: “Può assumere qualsiasi aspetto, e ciò che tu gli chiederai di diventare, qualsiasi cosa sia lo diventerà”.

Ancora più accurata la descrizione di Properzio in una celebre elegia: “Perché ti meravigli che in un sol corpo io abbia tante forme”, chiede lo stesso dio. E precisa: “La mia natura si adatta a qualunque sembiante”: Vertumno è fanciulla, cittadino togato, soldato, mietitore, cacciatore, mercante, pastore.

Ma il “signore delle metamorfosi, capace di assumere ogni e qualsiasi forma”, perfino quella di un dio, era legato alla sfera del mutare anche in relazione ad altre funzioni: sovraintendeva ai frutti e gli orti (che “mutano” colore e sapore maturando: da qui l’idea di Arcimboldo alla fine del Cinquecento di raffigurarlo come un volto costituito interamente da frutta e verdura), all’innesto (che “trasforma” la natura originaria di una pianta), al mutare delle stagioni, allo scambio commerciale e agli affari e più in generale al mutare degli eventi.

Vertumno aveva anche il potere di influire sulla vita degli uomini. Nei già citati versi delle Satire di Orazio, il servitore Davo descrive il carattere di Prisco, un personaggio “che visse da incostante” perché nato “con tutti i Vertumni sfavorevoli” e quindi condannato a mutarsi, a travestirsi, a essere continuamente qualcun altro, a vivere senza identità.

La “filosofia” di Gaga. Nella sua carriera di artista Lady Gaga ha avuto più trasformazioni di una divinità greca. Il corpo di Lady Gaga è un corpo di plastica, continuamente fatto a pezzi, manipolato da ore e ore di trucco, da tatuaggi, da diete spossanti e riassemblato sotto nuove sembianze: glam, horror, trash, punk, drag, porno dark. E ogni trasformazione di questa eccezionale creatura metamorfica è sempre più eccessiva, mostruosa. È la “filosofia di Gaga”: lei è “la madre dei mostri” e i fans sono “i mostriciattoli”. L’armata dei piccoli mostri creata da Gaga le permette di mantenere vitale il legame empatico con il pubblico. È come se dicesse ai fan: “Accettatevi per come siete e lasciate spazio agli altri perché si sentano di appartenere a una comunità”.

Prendete per esempio il video di Born this way, in cui Gaga danza con il corpo ricoperto di tatuaggi insanguinati, l’esibizione a X-Factor Uk in cui si trasforma in un gigante che tiene in mano la sua testa decapitata o la performance di Paparazzi: la popstar avanza faticosamente appoggiata a una stampella con il torace sanguinante, infine “muore” impiccata su una fune sospesa sopra il palco. Immagini di bellezza e immagini freak si sovrappongono, il sensuale diventa grottesco e persino ripugnante: i tacchi a spillo, simbolo erotico di femminilità, si trasformano in trampoli innaturali che la fanno camminare con un incedere mascolino, le lacrime disegnate sul volto sono insanguinate e il famoso body di carne bovina per molti è letteralmente nauseante.

Quello che soprattutto colpisce di Lady Gaga, è come a un certo punto abbia scelto di vivere la sua vita in maniera spettacolare e totalmente pubblica, nella ricerca di un’identificazione completa tra l’immagine di Lady Gaga e la realtà di Stefani Germanotta, tra look e vita reale, o perlomeno tenti di farlo nella maniera più credibile. E questo aspetto fa di Gaga altro rispetto alla lista infinita di Madonna wannabe della musica pop contemporanea.

I giornalisti che la intervistano raccontano di aver conosciuto la stessa persona incontrata negli eventi mediatici: “A fare la spesa Lady Gaga ci va in tacchi vertiginosi, per strada invece cammina in vestaglia e va a bersi un drink vestita da poliziotta fetish”, ha scritto la giornalista Lizzy Goodman. La reporter di Vanity Fair Lisa Robinson ha raccontato che per un’intervista Lady Gaga l’ha invitata a pranzo nella casa dei genitori a New York e ha cucinato lei stessa, indossando un abito nero di pizzo, pazzeschi tacchi a spillo, orecchini di vetro, truccata e con una parrucca bianca e nera.

La popstar nata insieme ai reality show e all’esplosione dei social network ha capito meglio di altri che la celebrità non è solo quando i fan acclamano e i paparazzi fotografano. Lady Gaga è sì una creazione, ma non è una maschera da impersonare quando è il momento di salire sul palco, è un modo di essere 24 su 24 per 7 giorni alla settimana, “uno show senza interruzioni” per usare le sue parole. Perché, come ha detto lei stessa durante un’intervista, “siamo niente senza la nostra immagine. Senza la proiezione di noi stessi. Senza l’ologramma spirituale di quelli che noi pensiamo di essere, o meglio di diventare in futuro”.

 

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Nel fondo della bottiglia, gli opposti destini dei fratelli Simenon https://minimaetmoralia.it/libri/nel-fondo-della-bottiglia-simenon/ https://minimaetmoralia.it/libri/nel-fondo-della-bottiglia-simenon/#respond Wed, 18 Apr 2018 06:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36952 di Tiziano Rugi

Arizona, 1948. Georges Simenon si è appena trasferito con la famiglia a Tumacacori, un pugno di case sparse intorno a un negozio lungo la strada da Tucson a Nogales, a meno di mezz’ora in auto dal Messico.

È affascinato dal deserto: galoppare nella sabbia in mezzo ai cactus e a pochi arbusti contorti e rinsecchiti, accompagnare i cow boy che trasferiscono le mandrie da un posto all’altro, bere mint julep in veranda. “I weekend sono trascorsi andando a trovare i vicini.

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di Tiziano Rugi

Arizona, 1948. Georges Simenon si è appena trasferito con la famiglia a Tumacacori, un pugno di case sparse intorno a un negozio lungo la strada da Tucson a Nogales, a meno di mezz’ora in auto dal Messico.

È affascinato dal deserto: galoppare nella sabbia in mezzo ai cactus e a pochi arbusti contorti e rinsecchiti, accompagnare i cow boy che trasferiscono le mandrie da un posto all’altro, bere mint julep in veranda. “I weekend sono trascorsi andando a trovare i vicini. E soprattutto si beve. Si decide di finire la serata in un altro ranch dove il gruppo si allarga, poi ci si sposta ancora… Può durare due giorni e due notti o anche tre”, racconta Simenon nell’autobiografico Memorie intime.

Durante questo felice soggiorno americano, nell’agosto del 1948, Simenon scrive il “suo primo romanzo sul deserto, quello vero”, Il fondo della bottiglia, in libreria da febbraio per Adelphi con nuova traduzione di Francesca Scala. Pochi mesi prima ha pubblicato Il ranch della Giumenta perduta, un avvincente romanzo di genere western con tutti i cliché dell’America di frontiera.

L’ambientazione resta la stessa, quella che lo scrittore ha quotidianamente davanti agli occhi: cow boy, ranch, whiskey, partite a poker. Cambia però l’atmosfera: Il fondo della bottiglia è, infatti, uno dei romanzi più cupi mai scritti da Simenon. Cosa è accaduto nel breve periodo che separa i due libri? Perché Simenon, in un momento particolarmente sereno della sua vita, sente l’urgenza di scrivere un romanzo “duro” come Il fondo della bottiglia?

Nonostante il romanzo inizi con l’avvertenza che “i personaggi e gli eventi narrati sono puramente immaginari e privi di qualsiasi riferimento a persone viventi o defunte”, per capirlo è proprio dalla trama che dobbiamo partire. Il protagonista, P.M. (per tutto il romanzo Simenon nominerà solo le sue iniziali), è uno stimato avvocato e grazie al matrimonio con una donna facoltosa si è conquistato una posizione rispettabile tra i notabili della zona, ricchi proprietari di ranch e grossi produttori di cotone.

Un giorno, dal passato, arriva un uomo misterioso. Ben presto scopriamo che si tratta del fratello minore Donald. Quel Donald: immaturo, scriteriato, che ha avuto una vita così diversa dalla sua e sicuramente meno agiata: è appena evaso di prigione, dove era stato rinchiuso per aver tentato di uccidere un poliziotto durante una rapina. Donald chiede aiuto al fratello per fuggire in Messico, ma il fiume che separa il gruppo di case dove vivono P.M. e i suoi amici e il confine è in piena e non può essere attraversato.

P.M. è costretto dunque a ospitarlo in casa. In un’atmosfera claustrofobica, dove le bottiglie che si svuotano sono l’unica clessidra in quei pomeriggi tutti uguali passati in casa a ubriacarsi mentre fuori la pioggia si abbatte incessante, in un crescendo di tensione psicologica tra fiumi d’alcol, scazzottate, paure, invidie, sospetti, rancori e sensi di colpa si consuma il dramma tra due fratelli.

Un dramma simile, immagina Simenon nella finzione narrativa, a quello che avrebbero potuto vivere lui e il fratello minore Christian, se questi non fosse morto proprio nei mesi precedenti alla stesura de Il fondo della bottiglia, diventando di fatto la figura centrale, sebbene mai nominata, che ha ispirato il romanzo. Chi è dunque questo fratello misterioso, che non appare nemmeno come personaggio nel romanzo autobiografico di Simenon, Pedigree (pubblicato nello stesso anno in cui scrive Il fondo della bottiglia)?

Negli anni Quaranta Christian era stato un politico e convinto collaborazionista, membro dello stato maggiore dell’organizzazione paramilitare filo-hitleriana belga Rex. Nel 1945 fu accusato dell’esecuzione di 27 civili durante una rappresaglia delle SS avvenuta nell’agosto del ‘44 e condannato a morte in contumacia. Per salvarlo Simenon chiese aiuto alla persona più influente che conosceva, lo scrittore Andrè Gide, e questi gli consigliò di indurre Christian a seguire la classica via di coloro che in quegli anni volevano sfuggire alla legge: arruolarsi nella Legione Straniera. E fu esattamente ciò che Simenon fece. Il fratello cambiò cognome e fu inviato in Africa settentrionale e poi nel Sud Est asiatico, dove morì nella regione del Tonchino, in Vietnam, nell’autunno nel 1947.

La madre di Simenon, Henriette, non perdonò mai al fratello rimasto in vita la decisione di allontanare Christian, il figlio prediletto, e considerò sempre colpa di Simenon la sua morte. In Lettera a mia madre, una lunga lettera scritta nel 1974, dopo la morte della madre novantunenne per fare i conti con il loro difficile rapporto, Georges Simenon racconta addirittura che una volta Henriette, durante una delle visite dello scrittore, disse: “Che peccato, Georges, che sia stato Christian a morire”. “Non volevi forse dire che, a tuo avviso, secondo il desiderio del tuo cuore, io sarei dovuto morire per primo?”, si chiede con rammarico Simenon.

Sarebbe ingiusto incolpare lo scrittore belga per il destino del fratello, che era già stato segnato dalla giustizia e dalle sue responsabilità con la storia. Tuttavia Simenon fu sempre consapevole del fatto che allontanare Christian era stato un modo per salvargli la vita, certo, ma anche per liberarsi da una presenza che sarebbe potuta diventare ingombrante se non addirittura scandalosa per uno scrittore ricchissimo e celebre in ogni parte del mondo come lui.

Non bisogna dimenticare che lo stesso Simenon era stato accusato di collaborazionismo e anche per questo aveva deciso di trasferirsi negli Stati Uniti. Con il tempo le accuse sono cadute e i biografi parlano al massimo di un’ambigua indifferenza all’occupazione nazista che si limitò a rapporti cordiali con gli alti comandi del governo collaborazionista e a un accordo sui diritti di esclusiva del personaggio del commissario Maigret all’industria cinematografica tedesca. Ma in quegli anni, un fratello nazista avrebbe sicuramente fatto apparire l’atteggiamento di Simenon da un’altra prospettiva.

È inevitabile fare un parallelismo tra la figura del Simenon scrittore di successo con il rispettabile avvocato P. M. e tra Donald e Christian Simenon. Quello che Simenon descrive ne Il fondo della bottiglia non è solo un conflitto antico come la Bibbia: la storia di Caino e Abele, di Esaù e Giacobbe, di Giuseppe e i suoi fratelli. È anche e soprattutto un libro personalissimo in cui lo scrittore prova ad affrontare i rancori sopiti della famiglia Simenon, è la coraggiosa e sofferta resa dei conti che Georges fa con le sue responsabilità e i sensi di colpa per non essere riuscito a capire in tempo Christian, il fratello “più debole”. E stavolta, almeno nella finzione, i destini si invertiranno.

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