Tom Jones Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tom-jones/ un blog di approfondimento culturale Wed, 19 Nov 2014 09:10:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tom Jones Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tom-jones/ 32 32 A pesca nelle pozze più profonde https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/#respond Wed, 19 Nov 2014 09:10:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24418 È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull'arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall'oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all'altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti - e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

L'articolo A pesca nelle pozze più profonde proviene da Minima et Moralia.

]]>
charles-bukowski

È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall’oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all’altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti – e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

Mi ero già accorto anche di preferire i racconti ai romanzi: avevo sedici anni e una fretta del diavolo, volevo storie che si potessero leggere tutte in una volta, ero impaziente di sapere come andavano a finire; dei romanzi saltavo le pagine per arrivare in fondo il prima possibile. Presto dentro presto fuori, per dirla con Carver. Lui era un altro che si annoiava subito: non mi fate annoiare, diceva, perché se no a pagina due scaglio il libro contro il muro. È il caratteraccio tipico del lettore di racconti.

Votandomi alla forma breve non sapevo che avrei avuto una vita così dura, ma lo scoprii molto presto. Le raccolte di racconti in libreria erano rare, ben nascoste negli scaffali più bui, destinate a tornare in fretta negli scatoloni. Quelle tradotte dall’americano risultavano misteriosamente manomesse: mancavano racconti dell’edizione originale, l’ordine era cambiato, il titolo irriconoscibile; un’antologia monumentale veniva spezzettata in libricini a cadenza incerta, che poi smettevano di uscire perché non li comprava nessuno. C’erano titoli fuori catalogo alla cui ricerca battevo biblioteche e mercatini delle pulci.

Ricordo nitidamente il giorno in cui mia sorella mi procurò una vecchia edizione dei racconti di Cheever, scomparsa da anni, intitolata Addio fratello mio (eravamo andati a vivere in due case diverse, e il titolo le era sembrato benaugurante). O il ritrovamento miracoloso di una copia di Jesus’ Son – l’esordio di Denis Johnson – tra i fondi di magazzino di una libreria di Torino. E poi gli anni passati a cercare Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni, perché lo vedevo citato dappertutto ma i cataloghi Mondadori l’avevano depennato da un pezzo, finché non lo pescai incredulo al chiosco dei libri usati di piazzale Baracca. E ancora un numero di Panta del 1994, in cui venivano proposte alcune nuove voci della letteratura americana, e facevano il loro esordio da noi, tutti insieme, scrittori come Charles D’Ambrosio, Jennifer Egan, Jeffrey Eugenides, Donna Tartt, William Vollman, David Foster Wallace: prima di ogni racconto c’era una foto dell’autore a tutta pagina, e io stavo lì a fissare quei volti come fossero lontani amici di penna. Cosa stavano facendo adesso? Sarebbero mai diventati dei grandi scrittori, o il loro momento di gloria finiva lì? Wallace aveva la bandana in testa e quella sua aria da bambinone corrucciato. D’Ambrosio pescava trote sulla riva di un fiume impetuoso, e in quel momento scrivere sembrava proprio l’ultimo dei suoi pensieri.

Il racconto di Wallace in quell’antologia era il bellissimo Per sempre lassù. Quello di D’Ambrosio, Il suo vero nome, riusciva perfino a superarlo. Ogni tanto incontravo lettori – e se per questo li incontro ancora – che dichiaravano con noncuranza: “io non leggo racconti”, come un amante della musica che si rifiuti di ascoltare il jazz. Abitavamo decisamente mondi diversi. Così cominciai a dire in giro, con la stessa aria di superiorità, che io non leggevo romanzi. Ed era vero. Ho letto davvero pochissimi romanzi in vita mia, ma ho una biblioteca di racconti che per anni è stata il mio orgoglio e la mia compagnia. Noi lettori di racconti facciamo una cosa che coi romanzi non si fa: la sera abbassiamo le luci, sfiliamo dalla biblioteca un vecchio racconto che abbiamo amato molto, lo mettiamo sul piatto e ci sediamo in poltrona a gustarcelo come un pezzo già ascoltato mille volte, sapendo a memoria come gira la musica, assaporandola proprio per questo.

Poi c’erano gli editori. Quelli che pubblicavano racconti li consideravo eroi carbonari. Erano piccoli, quegli editori lì, e potevano pubblicare solo i libri che i grandi editori scartavano, come cercando tesori nella discarica sconfinata dei libri che non vuole nessuno. C’erano i misteriosi Serra & Riva (negli anni Ottanta avevano scoperto Cattedrale di Carver e Il percorso dell’amore di Alice Munro). La benemerita Tartaruga (editore femminista che ha sempre pubblicato solo donne, tra cui ancora la Munro, Margaret Atwood, Grace Paley, e poi una raccolta di racconti che per anni ho sostenuto essere il mio libro preferito: Ho un debole per i cowboy di Pam Houston). E poi editori che nella mia testa collegavo a uno scrittore-bandiera: Marcos y Marcos pubblicava John Fante, Fandango pubblicava Cheever, e/o pubblicava Joyce Carol Oates, minimum fax pubblicava Carver e poi dal 2001, con Burned Children of America, cominciò a pubblicare un’intera generazione di scrittori di racconti, e io li ho letti proprio tutti dal primo all’ultimo. Tom Jones. David Means. Charles D’Ambrosio. A.M. Homes. George Saunders. Rick Moody. Di quanti scrittori mi innamorai al primo colpo. Sono stati anni entusiasmanti.

Dei cinquecento e passa volumi della mia collezione ce ne sono sette che ho messo uno accanto all’altro in uno scaffale appartato, che considero lo scaffale dei miei libri preferiti. I quarantanove racconti di Hemingway. Tutti i racconti di Flannery O’Connor. I Nove racconti di Salinger. I Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley. Da dove sto chiamando di Carver. Nemico amico amante di Alice Munro. E Ho un debole per i cowboy di Pam Houston. Quattro a tre per le donne, per fortuna. Alla Tartaruga sarebbero fiere di me. Quando guardo quello scaffale sono proprio contento che quei libri siano lì, come uno è contento che una certa persona sia al mondo, e stia facendo le sue cose, pure se non la vede da un po’. Ciao, mi viene da dirgli la mattina.

Tutto questo solo per annunciare che ieri è uscito un libro che ho scritto io, e ha pubblicato minimum fax, sulla mia storia di lettore di racconti. Si intitola A pesca nelle pozze più profonde. Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa. È piuttosto il tentativo di mettere insieme certi pensieri ricorrenti, certe intuizioni avute durante quegli ascolti serali; è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti; è un lavoro che mi ha richiesto molta fatica, più di quella che faccio di solito per scrivere una storia; e infine è una dichiarazione d’amore. Ho scritto questo libro soprattutto per dire a certi scrittori, vivi e morti, che io gli voglio bene.

È diviso in tre parti. La prima parla di mistero. La seconda parla di amore. La terza parla di Sofia. Quando un libro infine viene pubblicato sembra già una cosa lontanissima, scritta da qualcuno che eri tempo fa e che torna a cercarti dal passato: hai ancora una fretta del diavolo, salti ancora le pagine per arrivare alla fine, e quando lo sfogli non riesci a credere che quello scrittore eri proprio tu.

L'articolo A pesca nelle pozze più profonde proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/feed/ 0
Intervista a Hugh Laurie https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-hugh-laurie/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-hugh-laurie/#comments Sun, 14 Apr 2013 09:32:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13961 Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

Intervista telefonica con Hugh Laurie: nato come oxfordiano e vogatore, con accento inglese, poi dagli anni ottanta comico televisivo in coppia con Stephen Fry, sempre con accento inglese, diventa un Socrate dell'immaginario contemporaneo con accento americano grazie al ruolo del dottor House nell'omonima serie: ma ora, a cinquant'anni, sempre con accento americano, esce Let Them Talk, un suo disco jazz per la Warner con ospiti illustri e lunga scaletta di classici, dove canta e suona il piano.

“Sono a New Orleans, è una giornata stupenda e la città profuma. L'altra sera abbiamo fatto un'ora circa di concerto. Abbiamo suonato i pezzi dal nostro disco per un pubblico ristretto, ma è stata una cosa molto emozionante: ho suonato dal vivo con Tom Jones, Irma Thomas, Alain Toussaint, una serata incredibile. La band è di cinque elementi, in più ci sono i quattro ottoni arrangiati da Alain su tre canzoni”.

L'articolo Intervista a Hugh Laurie proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

Intervista telefonica con Hugh Laurie: nato come oxfordiano e vogatore, con accento inglese, poi dagli anni ottanta comico televisivo in coppia con Stephen Fry, sempre con accento inglese, diventa un Socrate dell’immaginario contemporaneo con accento americano grazie al ruolo del dottor House nell’omonima serie: ma ora, a cinquant’anni, sempre con accento americano, esce Let Them Talk, un suo disco jazz per la Warner con ospiti illustri e lunga scaletta di classici, dove canta e suona il piano.

“Sono a New Orleans, è una giornata stupenda e la città profuma. L’altra sera abbiamo fatto un’ora circa di concerto. Abbiamo suonato i pezzi dal nostro disco per un pubblico ristretto, ma è stata una cosa molto emozionante: ho suonato dal vivo con Tom Jones, Irma Thomas, Alain Toussaint, una serata incredibile. La band è di cinque elementi, in più ci sono i quattro ottoni arrangiati da Alain su tre canzoni”.

Amo le persone entusiaste e questo sincero riassunto telefonico della sua condizione attuale fa di Hugh Laurie una persona con cui sono disposto a parlare seriamente. Non un’ottima idea considerato che – lo scoprirò alla fine – dal numero +44 che mi ha messo in contatto con New Orleans un PR della Warner in segreto ci ascolta.

Gli ottoni sono la cosa più bella del disco. Ho letto le tue note di copertina e volevo chiederti se ti sono venuti complessi a lavorare con musicisti così bravi. Ne scrivi con un tono molto umile. E poi il disco si chiama Let Them Talk, come a prevedere la reazione dei dubbiosi. Com’è stato lavorarci?

“È stato un onore incredibile. Molte volte mi sono guardato le mani, durante le registrazioni, mentre ero al pianoforte, e ho visto che tremavano per il solo fatto che ero in sala con quelle persone. Un giorno è arrivato Dr. John per cantare una canzone e non ci riuscivo a credere che stavo accompagnando al pianoforte un uomo la cui musica avevo ascoltato per tutta la vita: tutto ciò che so fare al pianoforte lo devo a Dr. John, ed eccomi là a suonare con lui”.

Quanto ci avete messo a registrare il disco?

“È stata una cosa fatta nei ritagli di tempo, perché ho dovuto supplicare la produzione di Dr. House per avere due ore qua due ore là a disposizione. Credo che in tutto abbiamo avuto nove giorni, e uno dei nove è stato tutto per la registrazione degli ottoni qui a New Orleans. Alain ha arrangiato i tre pezzi, poi è venuto e ha diretto gli ottoni in un giorno”.

Come l’hai convinto a partecipare?

“Per mia fortuna, Alain è amico di Joe Henry [il produttore del disco, NdR.] Avevamo parlato spesso di Alain, con Joe. E io l’avevo incontrato personalmente quando Joe stava facendo quel disco con lui ed Elvis Costello [The River in Reverse, del 2006, NdR]. Sono andato e ho ascoltato una loro session. È stato qualche anno fa. Lì conobbi sia Alain che Joe. Alain ovviamente lo veneravo da tempo come produttore, come compositore, musicista. L’altro giorno qualcuno l’ha definito il Dalai Lama della musica di New Orleans… Joa ha detto: sto pensando di chiedere ad Alain di fare gli ottoni, e io: Mio Dio sarebbe incredibile. Joe gli ha mandato le tracce e Alain ha detto che l’avrebbe fatto volentieri. L’ho presa come un gran segno di approvazione”.

Perché ovviamente poteva benissimo dirti di no.

“Assolutamente. Non credo che un uomo della statura di Alain si faccia problemi a dire no”.

Volevo esserne sicuro. Non so come funziona con i jazzisti. Senti, hai mai pensato cose come “Non dovrei stare qui a incidere un disco”?

“Oh sì, molte volte. Ne sono sempre stato consapevole: io sono il novellino, qui. Anche martedì sera al concerto mi guardavo intorno… C’erano sul palco Irma Thomas e Thom Jones e pare che l’ultima volta che si erano visti era stato nel 1966… a Manchester. E stavo facendo due conti tra me e me, be’, in due cantano da cento anni: hanno cominciato molto giovani entrambi, hanno un’esperienza pazzesca, ed eccomi qui con loro, ed è il mio primo concerto. Sì, quindi ne ero molto consapevole, ma era pure così emozionante… e mi sento onorato”.

Ora devo usare una parolaccia, spero tu non te la prenda: la parola è Vanity Project. [È il termine spregevole che si usa per i progetti non proprio necessari degli artisti famosi; es: Madonna che gira un film.] Stavo guardando i tuoi sketch comici in duo con Stephen Fry su youtube, e mi dicevo che in fondo i comici fanno parte di un mondo strutturato molto secondo il rispetto e la gerarchia, quindi forse assomiglia a quello dei jazzisti. Un comico giovane dev’essere sempre rispettoso dei comici più grandi ed esperti, perché far ridere è un’arte.

“Giusto”.

Forse tu sei riuscito a entrare nel mondo dei jazzisti perché sai come rispettare le persone brave. Dimmi che ne pensi.

“Non ho ben capito, intendi… Cosa c’entrano jazz e commedia?”

Questo non mi sembra un Vanity Project perché mi pare che tu hai molto rispetto, e sei uno che ha radici forti nell’arte e sa come funzionano le dinamiche fra gli artisti…

“Oh sì, e amo questa musica da quando sono ragazzo. Non conosco bene il termine Vanity Project e lo rifiuto. Se ho ben capito cosa intendi, Vanity Project è quando uno paga per il piacere di pubblicare un’opera senza tener conto dell’investimento altrui, solo per sé. Ma la Warner proverebbe orrore se intuisse che questo è un mio Vanity Project: loro sperano che la gente compri questo disco. Non lo fanno per compiacermi, per lusingare la mia vanità. Sono gente professionale, è un’impresa seria, non penso possano aver alcun interesse nei Vanity Project di chicchessia”.

Sono contento di avertelo chiesto, perché queste cose uno non sa mai come funzionano davvero, e volevo che tu lo raccontassi esplicitamente. Piuttosto che lasciare la cosa al lettore che fra sé dice: vabbè, ma perché questo attore ha fatto un disco jazz…? e magari il lettore non conosce la tua storia, la carriera che hai avuto, il fatto che sei una specie di figura rinascimentale, hai fatto tante cose.

“No, certo, assolutamente. Voglio solo dire: questa musica è molto più vicina a ciò che sono, a ciò che provo, alla mia visione del mondo, che ogni parte che ho recitato in vita mia. Mi è molto più intima. Certo accetto anche l’idea che la mia posizione sia fortunata, perché la fama che ho mi apre delle opportunità in altri campi. È vero. Ciononostante, questo progetto è molto più vicino alla mia vera identità e a ciò in cui credo di qualunque altra cosa abbia mai fatto”.

Senti, ora devo farti una domanda da parte di un mio amico scrittore tuo grande ammiratore. Quando gli ho detto due ore fa che dovevo intervistarti per telefono gli tremava la voce per l’emozione. Il mio amico insegna storia e filosofia al liceo e dice che prova a utilizzare il metodo induttivo del Dr House con i suoi studenti per insegnar loro a ragionare. Allora vuole farti questa domanda: credi che il tuo lavoro, per via della popolarità del tuo personaggio, abbia un valore pedagogico? Credi che la gente riceva qualcosa a livello profondo? 

“Direi di sì. Lo spero. Credo che la serie sia divertente ma spero abbia, sotto, un intento serio: enfatizzare il valore della verità rispetto a ogni altra considerazione. La verità rispetto al bisogno di piacere agli altri. La verità rispetto all’obbedienza. La verità rispetto alle buone maniere. La verità rispetto a tante altre cose. La verità scientifica e la verità morale vanno messe al di sopra di ogni altra cosa, e credo che uno scopo del genere sia nobile. Il personaggio di House per molti versi è discutibile, ma credo ci sia qualcosa di nobile in lui per la sua ricerca continua della verità, e per la sua impazienza verso ogni ostacolo che si frappone fra lui e la verità, e che lui vuole solo levare di mezzo. E perciò paga. La verità ha un costo, e ciò rende nobile House: senza quel costo non c’è nobiltà. È un costo misurabile nella sua solitudine, nei suoi tormenti e il suo isolamento. È un prezzo molto alto, ma fa della sua ricerca della verità una ricerca nobile. È una buona lezione”.

Grazie per avermi dato una risposta seria. Stavo pensando (ma forse non è una vera domanda): non ho potuto non notare che in rete si dà notizia di certi tuoi problemi psichici. [Wikipedia Inglese: “Laurie ha sofferto di depressione clinica e a tutt’oggi è in cura da uno psicoterapeuta”. Si aggiunge un aneddoto che dà prova dello humour di Laurie: negli anni novanta, partecipando a un demolition derby di beneficienza, una di quelle gare in cui si sfasciano le macchine, si rese conto che “guidare in mezzo a scontri esplosivi [di automobili] non gli provocava né eccitazione né spavento”. “La noia”, commenta Laurie, “non è la reazione appropriata di fronte a delle macchine che esplodono”.] Siccome condivido alcuni aspetti del problema mi viene di dire che (è imbarazzante ma ne voglio parlare e non so se lo metterò nel pezzo)… la mia sensazione era che alla domanda seria del mio amico stava rispondendo una persona che sa cosa vuol dire stare male. Perché quando stai male con la mente, il problema del bene, di fare del bene, diventa una domanda molto seria: perché a volte vivere è veramente molto difficile, perciò questa domanda su cos’è fare il bene, cos’è dare al prossimo… ti ci trovi a pensare la notte quando hai i terrori notturni e non riesci a dormire, vuoi che almeno la vita abbia valore… e ora che ho detto questa cosa penso che non la metterò nel pezzo, ma…

“Credo invece che tu la debba mettere. Lo credo davvero. Tu no? Credo che ciò che hai detto sia illuminante, e potrebbe essere un gran sollievo… per… la gente che ha lo stesso problema. Non credi?”

Ok. [Segue mia descrizione maniacale su quanto è bello quando gli altri ti capiscono.] Vabbè, cambiamo argomento. Credi che tornerai mai a fare il comico a tempo pieno?

“Non so. Sono molto fortunato a fare la parte di House, perché sono due lavori in uno: House è un personaggio incerdibilmente divertente e spiritoso, ha un lato da pagliaccio, infantile; ma allo stesso tempo è un uomo vero, e ha uno scopo nella vita. Perciò con House mi pare di poter fare le due cose insieme: la commedia e il dramma. Alcune delle cose fatte in Dr House sono davvero divertenti, ho la sensazione di fare della buona commedia. Tornare alla commedia di sketch sarebbe tutt’altra cosa, ma ho la sensazione che gli sketch siano una faccenda da ragazzi: lo sketch è una cosa per giovani che prendono in giro gli adulti, è lo studente che fa la caricatura del professore. E quando ormai hai l’età del professore diventa più difficile. Io ho un’età per cui potrei essere un ministro di gabinetto, o un generale, un politico. Per cui è più difficile prendere in giro quella gente: perché io sono quella cosa, io sono di quella generazione”.

Fantastico. Hai presente quel detto: Commedia = Tragedia + Tempo? L’altro giorno stavo pensando che è falso: perché il passare del tempo è una tragedia di per sé, quindi com’è possibile che Tragedia + Tragedia = Commedia?

È vero”.

È un po’ quello che dicevi tu. Se all’età tua imiti i tuoi coetanei poi ti viene la tristezza…

E qui infine interviene la voce androgina di un PR britannico: “One last question?”

Ah, ma allora ci stavano spiando… No no grazie, abbiamo finito.

Poi ci salutiamo.

A quel punto Laurie chiede al PR della Warner: “Siamo rimasti noi due? Hanno riagganciato tutti?” Io però sto ancora registrando e non ho ancora agganciato il telefono e dunque posso ascoltare il seguente scambio:

House: “Be’, non ho dovuto dare delle vere e proprie risposte, perché stava più o meno…”

Warner: “Perché andava per conto suo”.

House: “Perché andava per conto suo. Ma comunque gli auguro buona fortuna, mi è parso una brava persona, spero solo che trovi un po’ di pace”.

Warner: “Senti, fammi un po’ vedere cosa dice il PR locale, poi ti faccio sapere”.

La cosa mi ha fatto molto vergognare. Ho agganciato. E adesso ho in mp3 un’ipotesi del dottor House sul mio stato psichico. È un onore o una condanna? Mi dispiace che House non potrà mai verificare col suo procedimento induttivo stile Sherlock Holmes se la sua ipotesi tiene. Ma poi: quanto cuore bisogna metterci nel trattare con i grandi personaggi del nostro tempo? Volete che vi prendiamo sul serio o che vi diciamo solo: “Ciaaaaaaaaao, allora, questo graaaaande diiiisco di jaaaaaaaazz, dicci tutto!”? Io con il dottor House voglio parlare di onestà intellettuale, di malattie fisiche e psichiche, voglio parlare della verità: e lui, e su questo mi impunto, è tenuto al segreto professionale: non deve confidarsi coi PR.

L'articolo Intervista a Hugh Laurie proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-hugh-laurie/feed/ 1
Meglio Foster Wallace o Franzen? https://minimaetmoralia.it/letteratura/foster-wallace-franzen/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/foster-wallace-franzen/#comments Sat, 02 Feb 2013 14:31:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12233 Questo articolo è uscito su IL. (Immagine: Joel e Sharon Harris.)

di Leonardo Colombati

C'era una volta la letteratura postmoderna. Nessuno sapeva bene cosa fosse, ma per convenzione (e forse per istinto) certi libri di Gaddis, Barth, Coover, Barthelme, Doctorow, Pynchon e De Lillo venivano sistemati sullo stesso scaffale, accanto magari ai più fantascientifici Ballard, Vonnegut, Heller e Dick, agli "esotici" Rushdie e Cortázar e ai più giovani Antrim, Wallace, Bolaño e Palahniuk.

Cosa avevano in comune questi autori? Per scoprirlo dobbiamo andare indietro fino al 1691, quando William Congreve operò una distinzione che diverrà cruciale: quella fra novel e romance: «Nei romances», scriveva «il linguaggio elevato, gli Eventi miracolosi e le Imprese impossibili, catturano il lettore e lo sollevano a vertiginose altezze di Piacere, ma lo fanno precipitare al suolo ogni volta che sospende la lettura, sì che si irrita per essersi lasciato trasportare e divertire, per essersi preoccupato e afflitto per quanto ha letto […] convincendosi che non sono che menzogne. I novels invece son di Natura più familiare; ci stanno vicini, ci rappresentano i meccanismi degli Intrighi, ci dilettano con Casi ed Eventi curiosi ma non del tutto inconsueti o senza precedenti. I romances suscitano Meraviglia, i novels Piacere».

L'articolo Meglio Foster Wallace o Franzen? proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo articolo è uscito su IL. (Immagine: Joel e Sharon Harris.)

di Leonardo Colombati

C’era una volta la letteratura postmoderna. Nessuno sapeva bene cosa fosse, ma per convenzione (e forse per istinto) certi libri di Gaddis, Barth, Coover, Barthelme, Doctorow, Pynchon e De Lillo venivano sistemati sullo stesso scaffale, accanto magari ai più fantascientifici Ballard, Vonnegut, Heller e Dick, agli “esotici” Rushdie e Cortázar e ai più giovani Antrim, Wallace, Bolaño e Palahniuk.

Cosa avevano in comune questi autori? Per scoprirlo dobbiamo andare indietro fino al 1691, quando William Congreve operò una distinzione che diverrà cruciale: quella fra novel e romance: «Nei romances», scriveva «il linguaggio elevato, gli Eventi miracolosi e le Imprese impossibili, catturano il lettore e lo sollevano a vertiginose altezze di Piacere, ma lo fanno precipitare al suolo ogni volta che sospende la lettura, sì che si irrita per essersi lasciato trasportare e divertire, per essersi preoccupato e afflitto per quanto ha letto […] convincendosi che non sono che menzogne. I novels invece son di Natura più familiare; ci stanno vicini, ci rappresentano i meccanismi degli Intrighi, ci dilettano con Casi ed Eventi curiosi ma non del tutto inconsueti o senza precedenti. I romances suscitano Meraviglia, i novels Piacere».

Quando nel 1741 Samuel Richardson pubblicò Pamela – un libro in cui venivano raccontati accidenti modesti come un padrone che cerca di sedurre una serva e un matrimonio combinato che decreta la rovina di una ragazza – si iniziò a parlare di novel of sensibility, quei romanzi che secondo il dottor Johnson volevano «rappresentare la vita nella sua realtà» sostituendo alle imprese degli eroi il trucco dell’identificazione del lettore nella vicenda attraverso la descrizione delle emozioni e soprattutto dello spettacolo della sofferenza che si rivela nei drammi della vita privata.

A partire da quel momento, il romance – che per quattromila anni aveva incantato il lettore con le storie di Gilgamesh, Ulisse, Enea, Sinbad, Beowulf, Roland, Perceval e del Cid e che era stato genialmente parodiato dall’Ariosto e da Cervantes – dovette soccombere sotto i colpi sempre più micidiali di Stendhal, Balzac, Dickens, Flaubert, Tolstoj, Dostoevskij e James resistendo solo per merito dei «poemi eroicomici in prosa» di Fielding e delle geniali eccentricità demistificatorie di Sterne, prima di riemergere nel 1922 al largo della spiaggia di Sandymount, a Dublino, come «moderna Odissea» o «epica del corpo umano» – nel caso in ispecie del corpo di Leopold Bloom – grazie alla sostituzione del modello mitico a quello narrativo, così come lo stesso autore dell’Ulisse andava spiegando ai suoi primi, terrorizzati lettori.

Il fatto che Joyce avesse modellato il suo romanzo sul poema omerico esattamente come aveva già fatto Fielding col suo Joseph Andrews dimostra quanto solida fosse la pianta dai cui rami scendevano Sir Gawain e Re Artù fino a Tom Jones e, appunto, quel gran mangiatore di rognoni di castrato di Bloom, che passeggia per le strade di Dublino in un ormai per noi eterno 16 giugno 1904.

In Tom Jones – il risultato migliore raggiunto da Fielding nel campo del romanzo – per diciotto libri l’eroe eponimo si districa in una serie impressionante di avventure erotiche, rovesci di fortuna, intrighi, complotti e duelli, per nostro sommo divertimento. Dalla prima all’ultima pagina il lettore tifa per lui, si appassiona del suo destino sempre in bilico, e soprattutto ride, ride ininterrottamente, grazie al fatto che Fielding gli ricorda di tanto in tanto che è tutta finzione, è solo rappresentazione, e non vale la pena darsi troppa pena per lo scapestrato protagonista del suo romanzo. Lo stesso succedeva col Don Chisciotte e si può dire senz’altro che l’Ulisse non si propone tanto di scandagliare i recessi psicologici di Leopold e di sua moglie Molly – a partire proprio dal flusso di coscienza di quest’ultima –, quanto di esplorare tutte le possibilità che ci dà il linguaggio – a partire proprio dallo stream of consciousness della signora.

Se il romance è, per statuto, il romanzo antipsicologico e antistorico per eccellenza, dove l’Azione determinante non è quella dell’eroe bensì quella dell’Autore che racconta e non di rado compie screziatissime ruote di pavone, allora il romanzo postmoderno ne è stato – finora – l’emblema contemporaneo.

Sul genere postmoderno si continua ancor oggi ad insistere sull’idea di Lyotard di un fenomeno non tanto post cronologico quanto post tematico, in contrapposizione alla modernità intesa come volontà di costruire sistemi totalizzanti e come rilettura critica del determinismo scientifico; oppure si mette in risalto, da un punto di vista prettamente stilistico, gli intenti decostruzionisti, perseguiti con il montaggio di testi diversi, il citazionismo, il pastiche, le sfumature pop. Ma il minimo comune denominatore, per gli scrittori postmoderni (a partire dai loro vati, Joyce e Borges) è il crollo del Tempo. Se l’idea di progresso è negata, il caos del mondo comporta anche un nuovo modo di vedere il passato; la storia può essere percorsa in ogni sua direzione, eterno labirinto senza filo di Arianna.

Rifuggendo intenzionalmente dai personaggi a tutto tondo in favore di loro simulacri monodimensionali e appropriantisi cialtronescamente delle evoluzioni più radicali del classico “più so, più so di non sapere” (principio di indeterminazione di Heisenberg, entropia, teoria della probabilità, teorie del caos, eccetera), i postmoderni hanno volato attraverso le epoche seduti su una palla di cannone come il Barone di Münchausen, o a cavallo di un razzo V-2 come il Tyrone Slothrop de L’arcobaleno della gravità, oppure seguendo la traiettoria di una palla da baseball come succede in Underworld, ordendo per noi tutta una serie di complicatissime e divertentissime dietrologie (una per tutte: il Dio che in realtà s’è incarnato in Giuda in un racconto di Borges). Fino a quando non se n’è potuto più.

Il romance tornerà di moda, magari in una nuova incarnazione post-postmoderna. Ma è un fatto che da qualche anno è un genere letterario che non pratica più nessuno: suicidatosi David Foster Wallace, è toccato al campione della categoria recitarne il de profundis.

Nel suo penultimo romanzo, Against the Day, pubblicato nel 2006, Thomas Pynchon – il migliore scrittore in prosa di invenzioni epiche dopo Joyce – ricorre senza economia a tutti i suoi trucchi più celebri: un’estenuante lunghezza (1.085 pagine nell’edizione americana), un plot talmente labirintico da scoraggiare ogni tentativo di sinossi, un cast di personaggi che tende all’infinito – con la solita incursione di alcune figure vere, da Nikola Tesla a Bela Lugosi a Groucho Marx – un incastro apparentemente caotico di piani temporali (reversibili, sovrapposti, spiroidali), l’Atlante usato con disinvolta bulimia (si va da Chicago a Venezia, dal Messico all’Asia centrale, oltre a un paio di luoghi che nessuna mappa ha mai segnato) per ambientare scene che sembrano vetrini di una lanterna magica. Non mancano l’ormai inevitabile routine della canzoncina suonata all’ukulele, astruse formule matematiche e ovviamente la mania del complotto, con robuste dosi di anticapitalismo, controcultura, anarchia, eros, entropia e misticismo. Nel risvolto di copertina – redatto inequivocabilmente dallo stesso Pynchon – leggiamo: «Se quello narrato nel romanzo non è il mondo, è perlomeno il mondo come dovrebbe essere con un paio di aggiustamenti. Secondo alcuni, è questo lo scopo principale della narrativa».

L’inveterato parodista ha evidentemente ricalcato l’incipit dalla prima scena della Tempesta di Shakespeare, che, sebbene cronologicamente sia seguita dall’Enrico VIII, resta il momento conclusivo, il punto d’arrivo e il sigillo del bardo. Da qui il sospetto che Against the Day sia nelle intenzioni di Pynchon il suo addio alla letteratura maggiore e più in generale può essere inteso il canto del cigno del genere postmoderno. Risuonano le ultime parole di Prospero: «Non ho più, a darmi manforte, i miei spiriti alleati e obbedienti; né artifici o incantamenti. […] E se a voi, cari signori, piace d’esser perdonati dei peccati, date adesso a me la licenza di partir libero e assolto dalla vostra alta clemenza».

Per una stilla in più di quella che Barthes chiamava jouissance, io perdono a tutti i funamboli moderni del romance i loro macroscopici difetti – le fumisterie linguistiche, la vertigine strutturalista, lo sperimentalismo fino a se stesso, l’assenza di profondità psicologica – e dovendo constatare come gli ultimi seguaci di Flaubert abbiano miseramente fallito sul terreno del novel (penso, ad esempio, agli ultimi romanzi delle “promesse” americane Eugenides ed Eggers, per non parlare del sempre politicamente corretto Franzen), non posso che augurarmi che qualche nuova Sherazade, per salvarsi la vita, inizi a raccontarmi di un’altra Città di Rame, di una milleduesima notte.

L'articolo Meglio Foster Wallace o Franzen? proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/foster-wallace-franzen/feed/ 10