Tomasi di Lampedusa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tomasi-di-lampedusa/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:31:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tomasi di Lampedusa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tomasi-di-lampedusa/ 32 32 Gli inizi https://minimaetmoralia.it/letteratura/gli-inizi/ Wed, 20 Apr 2016 10:53:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30634 Un piccolo apologo su alcuni esordi letterari. Questo pezzo è uscito su La Repubblica. Haruki Murakami scoprì di voler fare lo scrittore in un radioso pomeriggio di aprile del 1978, guardando una partita di baseball al Jingu Stadium di Tokyo. Prima di allora non aveva mai scritto un rigo. Lo racconta lui stesso nell’introduzione a Wind/Pinball, […]

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Un piccolo apologo su alcuni esordi letterari. Questo pezzo è uscito su La Repubblica.

Haruki Murakami scoprì di voler fare lo scrittore in un radioso pomeriggio di aprile del 1978, guardando una partita di baseball al Jingu Stadium di Tokyo. Prima di allora non aveva mai scritto un rigo. Lo racconta lui stesso nell’introduzione a Wind/Pinball, la riedizione dei suoi romanzi giovanili pubblicati in inglese per la prima volta da Knopf l’estate scorsa.

Il futuro autore di Norvegian Wood aveva compiuto il suo percorso di formazione in modo non canonico: sposandosi prima di cominciare a lavorare, e laureandosi (“in qualche modo”) dopo essersi inventato un mestiere. Con il coraggio della giovinezza, Murakami e sua moglie avevano aperto nella periferia di Tokyo il jazz club dei loro sogni, un posto dove fosse possibile ascoltare musica e incontrare gente interessante. In pratica si trattò di sfacchinare come schiavi, avendo per compagni di viaggio (insieme al be-bop) l’incubo dei debiti che non finivano mai. A un certo punto il locale ingranò (“eravamo convinti che la felicità portasse fortuna”). Fu in quel periodo che Murakami assistette alla partita di baseball dove avrebbe incontrato il suo destino. Yakult Swallows contro Hiroshima Carp. Lui era un tifoso degli Swallows, e quando un battitore della squadra del cuore colpì con tanta forza la pallina che il crak della mazza risuonò tra gli spalti, Murakami ebbe l’illuminazione. “Mi sembrò che qualcosa arrivasse svolazzando giù dal cielo e io l’accogliessi delicatamente tra le mani. In quel momento, non so perché, pensai: credo che potrei scrivere un romanzo”.

Un’epifania bella e buona. Ma come si decide di diventare scrittori, ammesso che una decisione del genere possa essere presa?

Non credo che la letteratura segua i percorsi delle religioni rivelate, e sarei pronto a scommettere che qualcosa in Murakami avesse già deciso di voltare pagina e aspettasse l’occasione giusta per informare l’interessato.

Un episodio simile accadde al García Márquez degli esordi. Poco più che ventenne, Gabo non riusciva a trovare la sua cifra. Scriveva improbabili racconti kafkiani che a lui per primo suonavano fasulli. Poi successero due cose: García Márquez lesse William Faulkner e sua madre lo portò ad Aracataca, il paesino in cui Gabriel era nato e che sarebbe diventato la Macondo della trasfigurazione letteraria. La situazione si sbloccò: “fu come se quello che vedevo fosse già stato scritto, dovevo sedermi e copiare ciò che era lì. Solo una tecnica come quella di Faulkner mi avrebbe consentito di farlo: l’atmosfera, la decadenza, il calore del piccolo villaggio erano simili a ciò che avevo provato leggendo i suoi libri”.

Ecco che vediamo in modo un po’ più chiaro il funzionamento di certi processi creativi: scopri la voce di un maestro che ti aiuta a riconoscere la tua, ma a patto di trapiantare ogni cosa in un mondo che appartiene a te e non a lui.

Anche gli incontri con i maestri in carne e ossa possono servire. William Faulkner iniziò a scrivere guardando vivere Sherwood Anderson, all’epoca già autore affermato. I due erano compagni di bevute e Faulkner osservandolo pensò: “bel mestiere scrivere: la mattina lavori, il pomeriggio correggi un po’ e la sera sei libero di ubriacarti con chi vuoi”. Così Faulkner comunicò all’amico che anche lui avrebbe scritto un libro. Da quel momento Sherwood Anderson sparì dalla circolazione. Un mese dopo sua moglie bussò alla porta dei Faulkner: “mio marito non ne può più di starsene tappato in casa per paura di incontrarti. Vuole fare un patto con te: se non sarà costretto a leggere il tuo manoscritto, dirà al suo editore di pubblicarlo”.

Questo aneddoto, che Faulkner condiva con infinite varianti, nasconde un motore ben più oscuro della creazione letteraria: la competizione, la necessità di un maestro da mangiare in salsa piccante. Non è forse un caso che dopo aver cominciato a pubblicare, Faulkner scrisse una raccolta di satire intitolata Sherwood Anderson and Other Famous Creoles che costò la rottura dell’amicizia.

Non del tutto diverso dovette essere il sentimento di Tomasi di Lampedusa quando accompagnò il cugino Lucio Piccolo (poeta appena scoperto da Montale) al convegno di San Pellegrino, dove il gotha della letteratura italiana si riunì tra nel luglio del 1954. “Fummo giudicati due mezzi contadini venuti da chissà dove”, dirà Piccolo. E Tomasi di Lampedusa, includendo nel discorso il pur amato cugino: “mi sentii pungere nel vivo, avevo la certezza di non essere più fesso di loro… così sono tornato e mi sono messo a scrivere un romanzo”.

Per Mary Shelley la situazione si sbloccò sul lago di Ginevra, dove nel 1816 arrivò con P.B. Shelley (non ancora suo marito) alla corte di Lord Byron (amante della sorellastra di lei) e del suo medico personale John Polidori. Per ingannare l’estate piovosa, Byron propose agli amici di scrivere una storia di fantasmi. In pochi giorni Mary diede alla luce Frankenstein.

Anche qui il gioco di società è il pretesto per una partita più complessa. È probabile che attraverso i personaggi del romanzo, Mary Shelley avesse esorcizzato i legami (pericolosamente ambigui) che univano i componenti di quel circolo, i quali – salvo le due ragazze – sarebbero morti l’uno dopo l’altro nel giro di pochi anni.

Letteratura e vampirismo. Cosa dire di Emily e Charlotte Brontë, dee della brughiera, che amarono il fratello scapestrato Branwell, costruendo sull’ombroso fallimento di lui i protagonisti maschili dei loro magnifici romanzi?

Con tutti questi aneddoti sto solo cercando di spiegare come spesso si cominci a diventare scrittori prima di averlo deciso. Il talento letterario, al suo nascere, è spietato come certe piantine che farebbero di tutto per trovare luce. E poiché l’inconsapevole scrittore in erba è impegnato di solito a fare altro, è necessario che la vocazione gli si manifesti in modo narrativamente comprensibile. L’amore per un fratello sfortunato. L’invidia del successo altrui. Un marito ingombrante. Il pomeriggio di primavera in cui una mazza da baseball colpì fragorosamente la pallina e noi vedemmo sfrecciare la nostra giovinezza verso la direzione giusta.

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La breve vita felice di Rocco Carbone https://minimaetmoralia.it/estratti/rocco-carbone/ https://minimaetmoralia.it/estratti/rocco-carbone/#comments Sat, 18 Jul 2015 08:29:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27860 Il 18 luglio 2008 moriva Rocco Carbone. Lo ricordiamo pubblicando l'introduzione di Emanuele Trevi al romanzo di Rocco Carbone Per il tuo bene (Mondadori). (Fonte immagine)
Era una di quelle persone destinate ad assomigliare al proprio nome ― sempre di più con l’andare del tempo. Rocco Carbone, in effetti, sembra l’esito di una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale. A patto di ricordare, con gli antichi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli.

Collaborava certamente a questa impressione la fisionomia spigolosa, a metà tra il marinaio di lungo corso e l’investigatore privato di un noir francese. Folta e compatta, la massa dei capelli si sarebbe detta modellata e dipinta sulla testa come quella delle marionette. In venticinque anni che l’ho frequentato – sui quarantasei della sua vita – era cambiato ben poco. Forte di braccia, gran camminatore, da ragazzino era stato cintura nera di judo. Sempre più che sobrio nel vestire. Anche le losanghe di un maglione erano capaci di metterlo un po’ in imbarazzo, mi ha confidato una volta. Nell’ultima casa abitata a Roma, quella di Monteverde Vecchio, nemmeno più un quadro, una qualsiasi immagine alle pareti. I mobili ridotti all’essenziale. Gli piacevano i legni scuri, i rivestimenti di cuoio. Neppure il lavoro che si era scelto, insegnante in un carcere, fa eccezione – nel senso che gli assomiglia pure quello. Lo si può capire bene percorrendo uno di quei viali dall’interminabile prospettiva, come angosciose creazioni oniriche, che circondano il quadrato di Rebibbia. La bellezza come risultato di una sottrazione: questo gli parlava, lo commuoveva.

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Il 18 luglio 2008 moriva Rocco Carbone. Lo ricordiamo pubblicando l’introduzione di Emanuele Trevi al romanzo di Rocco Carbone Per il tuo bene uscito nel 2009 per Mondadori. (Fonte immagine)

di Emanuele Trevi

Non è facile rinunciare a una persona come

Ravelstein e lasciare che la morte se lo porti via

Saul Bellow, Ravelstein

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Era una di quelle persone destinate ad assomigliare al proprio nome ― sempre di più con l’andare del tempo. Rocco Carbone, in effetti, sembra l’esito di una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale. A patto di ricordare, con gli antichi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli.

Collaborava certamente a questa impressione la fisionomia spigolosa, a metà tra il marinaio di lungo corso e l’investigatore privato di un noir francese. Folta e compatta, la massa dei capelli si sarebbe detta modellata e dipinta sulla testa come quella delle marionette. In venticinque anni che l’ho frequentato – sui quarantasei della sua vita – era cambiato ben poco. Forte di braccia, gran camminatore, da ragazzino era stato cintura nera di judo. Sempre più che sobrio nel vestire. Anche le losanghe di un maglione erano capaci di metterlo un po’ in imbarazzo, mi ha confidato una volta. Nell’ultima casa abitata a Roma, quella di Monteverde Vecchio, nemmeno più un quadro, una qualsiasi immagine alle pareti. I mobili ridotti all’essenziale. Gli piacevano i legni scuri, i rivestimenti di cuoio. Neppure il lavoro che si era scelto, insegnante in un carcere, fa eccezione – nel senso che gli assomiglia pure quello. Lo si può capire bene percorrendo uno di quei viali dall’interminabile prospettiva, come angosciose creazioni oniriche, che circondano il quadrato di Rebibbia. La bellezza come risultato di una sottrazione: questo gli parlava, lo commuoveva.

Mi ricordo una mattina d’estate che eravamo a Parigi e ci siamo dati appuntamento davanti al Musée d’Orsay. Era il 1995, e da poche settimane lo Stato francese era entrato in possesso dell’Origine del mondo di Courbet, il quadro più scandaloso della storia dell’arte. L’ultimo proprietario privato era stato Jacques Lacan, che si divertiva a intrattenere i suoi ospiti con una specie di rituale di svelamento. Durante la cerimonia di acquisizione, l’allora ministro della cultura, cattolico ed ex sindaco di Lourdes, aveva dovuto fare delle vere e proprie contorsioni per evitare di essere immortalato in tv accanto a quella vagina socchiusa, ricoperta unicamente della sua peluria fulva. Tra le opere di dimensioni immense che occupano le pareti della sala dei Courbet al pianterreno del museo, l’Origine, con la sua cinquantina di centimetri per lato, può sembrare addirittura minuscola. Ma come una calamita attrae la limatura di ferro, così gli sguardi dei visitatori finiscono per convergere lì. Rocco era estasiato.

Molti anni dopo, ancora si ricordava di quella visita come di un momento capitale della sua educazione estetica ― e della nostra amicizia (assieme a noi c’era anche Pia Pera, la traduttrice dell’Onegin, autrice di un diario apocrifo della Lolita di Nabokov). Della potenza erotica di quell’immagine, però, del suo scandalo, non gli importava assolutamente nulla. Era semmai l’assenza di spessore del segno ad affascinarlo: la trasparenza del legame fra l’oggetto e i mezzi della sua rappresentazione. In altre parole, quella che si può definire la suprema libertà di Courbet: non nel dipingere una fica, ma nel farlo senz’ombra di retorica.

Si ha un bel dire che quella trasparenza, quella libertà sono delle utopie: Rocco ne era consapevole, eppure aveva bisogno di muoversi verso l’essenza, la nitidezza, la concentrazione. Chi lo conosceva, sapeva che in ballo c’era qualcosa di più profondo, necessario e vincolante di un certo gusto estetico. Le Furie che lo braccavano da quando era al mondo, fra tregue e nuovi assalti, prosperavano nel manierismo, nella complicazione, nell’incertezza delle forme e dei loro significati.

2

Era nato a Reggio Calabria, nel 1962, ma parte della sua infanzia l’aveva trascorsa in un piccolo paese dell’Aspromonte, Consoleto. La maestra elementare, lì, era sua madre ― fatto che gli procurava una ben giustificata sofferenza. Quando l’ho conosciuto, nell’inverno del 1983, era arrivato a Roma da poco tempo. Si era iscritto a Lettere e aveva seguito un corso di drammaturgia tenuto da Eduardo De Filippo (che gli era stato decisamente antipatico). A quei tempi, abitava in un collegio di preti, i padri Silvestrini, che accoglievano studenti fuori sede (lasciandoli sostanzialmente liberi di fare quello che volevano) in un vecchissimo palazzo di via Santo Stefano del Cacco, all’incirca a metà strada fra piazza della Pigna e la Minerva. Era – ed è ancora – uno di quei posti di Roma sui quali il tempo si stende come una muffa, qualcosa di addirittura palpabile e dotato di un odore particolare. Per citare Patrick Leigh Fermor, scrittore molto amato da Rocco negli ultimi tempi: “una vertigionosa ed esaltante antichità, una magnifica sensazione di ragnatele”.

A sinistra dell’entrata del collegio, c’è la facciata della chiesetta di Santo Stefano Protomartire, fra le più antiche di tutta la città, costruita direttamente sui resti di un tempio di Iside. Quella era stata da sempre una zona fitta di culti ed effigi egiziane: anche lo stranissimo “Cacco” che dà il nome alla strada viene da macaco o macacco, come era stata ribattezzata dal popolino una statua del dio Thot eretta nei pressi. Se ben ricordo, per salire fino alla camera di Rocco bisognava affrontare una specie di buia scala a chiocciola. Non c’era nessun tipo di sorveglianza. Assieme ai tolleranti Silvestrini e ai loro ospiti, si diceva che vivessero in quel palazzetto fradicio d’anni innumerevoli fantasmi – non cattivi, semmai inclini ai soliti dispetti.

La stanza di Rocco, ordinatissima e già simile a tutte le stanze abitate in seguito, godeva di una vista spettacolare sul mare di tetti di quel ventre di Roma. Come due astronavi di pianeti nemici pronti a sferrare l’estremo attacco, si vedevano fronteggiarsi la cupola del Pantheon e il campanile di Sant’Ivo alla Sapienza del Borromini. In quella zona del centro, dominata dall’immensa mole del Collegio Romano, anche durante le sere d’estate, quando folle innumerevoli invadono le strade, regna un silenzio d’altri tempi, e le ombre, quasi fossero cariche dell’umidità di fiumi e laghi sotterranei, sembrano dotate di una consistenza maggiore che altrove. Il dottor Ingravallo, l’eroe del Pasticciaccio, lavorava proprio lì, nel commissariato che ancora oggi è dominato dallo spigolo posteriore di Palazzo Altieri. Ogni volta che rileggo il capolavoro di Gadda, mi immagino Rocco nei panni di Ciccio Ingravallo. Stranamente, non riesco nemmeno a immaginare l’altro grande eroe di Gadda, l’infelicissimo Gonzalo della Cognizione del dolore, senza sovrapporgli immediatamente i lineamenti spigolosi di Rocco. E a favore di questa seconda identificazione, gli argomenti non mancavano nemmeno in quegli anni lontani e per tanti aspetti spensierati. Il titolo di Gadda gli si addiceva, come un indumento che calzasse a pennello: il dolore come metodo, e insieme come contenuto della conoscenza.

Come definire ciò di cui soffriva Rocco? Per quello che ne sapeva lui, nemmeno l’infanzia era stata del tutto al sicuro da questo compagno segreto, da quest’ombra vanificatrice. Ma le prime manifestazioni serie erano arrivate un po’ più tardi, negli anni del liceo. Quel suo grandissimo, quasi stupefacente talento per l’amicizia si era formato molto precocemente, creandogli i primi legami importanti. A scuola era molto bravo, gli piaceva leggere, suonava la chitarra classica, frequentava l’unico cineclub della città. Ma questa costellazione di fatti positivi, o perlomeno normali, si disponeva attorno a una specie di buco nero, capace di assorbire al suo interno ogni energia vitale, trasformandola in un greve, inerte, disperato fastidio di esistere, nel quale il futuro gli appariva come l’irrimediabile ripetizione di un presente insopportabile. Lo assalivano sciami di pensieri, come cavallette della maledizione biblica, di cui non si riusciva a liberare in nessun modo. Molto precocemente, il sonno gli era diventato difficilissimo, e a vent’anni aveva gli orari di quei vecchi già in piedi alle cinque di mattina. Per quanto si spingesse indietro nel passato, la memoria non riusciva a catturare un’immagine di felicità che non fosse insidiata, accerchiata, contaminata da quell’oscura potenza.

3

Si era identificato con un detto di Eraclito, che ripeteva spesso ― l’anima secca è di tutte la migliore e la più saggia. “Secca” non significa arida, incapace di dare frutti. L’aggettivo semmai si riferisce alla natura ignea dell’anima, che quando è libera dagli impedimenti arde e sale verso l’alto. Spesso mi sono immaginato quest’anima che, al momento dell’incidente che l’ha ucciso, schizzava in su come un proiettile, con tutta l’energia della sua forza compressa.

4

La prima volta che l’ho incontrato, eravamo in un corridoio della facoltà di Lettere. Non so perché, ma ricordo esattamente la prima cosa di cui l’ho sentito parlare, col suo vocione dignitoso e pacato: le terribili memorie storiche che si annidano in una parola in apparenza inoffensiva come questionario. Nell’antico francese, infatti, la question era l’interrogatorio con il quale si ottenevano facili confessioni mediante la tortura. Quando era all’università, tutti gli amici pensavano che Rocco avesse davanti a sé una carriera da studioso capace di portarlo chissà dove. In quei fatui, tumultuosi, ingenui anni Ottanta si usciva tutte le sere, e si faceva tardi. Rocco ebbe anche una prima storia d’amore importante, e burrascosa come quelle che seguirono. Ma di mattina presto era già sui libri.

Frequentavamo insieme i corsi di Emilio Garroni, un vero sapiente nel senso più nobile, che commentava parola per parola la Critica del giudizio, lamentandosi di un’antiquata traduzione italiana (“è bello ciò che piace senza concetto”), in un’aula gremitissima di Villa Mirafiori, l’elegante dimora aristocratica, circondata dal suo malinconico parco, che Vittorio Emanuele II aveva regalato all’amante, la “bella Rosina”. Rocco prendeva appunti in modo meticoloso, su quaderni dalla copertina invariabilmente nera, con quella sua bellissima scrittura regolare e puntuta, che aveva la perfezione della legna bruciata. A quei tempi, all’università si potevano seguire le lezioni di grandi maestri di tantissime materie. Oltre a Garroni, tenevano i loro corsi studiosi del livello di Aurelio Roncaglia, Giorgio Raimondo Cardona, Carmelo Samonà… Ma l’aspetto più stimolante era un altro: una notevole quantità di talenti precocissimi, già versati in sapienze da iniziati a poco più di vent’anni, e stimati come meritavano dagli stessi professori. Ragazzini che conoscevano a menadito la storia delle eresie medievali, o le vicende più umbratili della pittura barocca a Roma, o ancora la metrica di Eugenio Montale, le lotte intestine dei partiti comunisti europei, il pensiero di Paul Ricoeur…

In quell’élite di studenti, Rocco godeva di un grandissimo rispetto. Già prima di laurearsi, pubblicava saggi e recensioni. Collaborava a tutte le riviste importanti quando ancora le riviste erano importanti: “alfabeta”, che era il non plus ultra dell’epoca, “Nuovi Argomenti”, “Strumenti Critici”, “Linea d’ombra”… Nel frattempo, si era specializzato in un ramo di conoscenze allora molto in voga nelle università, la semiotica applicata all’analisi dei testi narrativi. Con grande scorno del suo professore, che gli voleva bene e voleva spedirlo a Catania a compulsare il manoscritto dei Malavoglia, Rocco puntò i piedi, e lo convinse a farsi assegnare una tesi sulla semiotica del mito comparata a quella del romanzo, pura e algida teoria che divenne il suo primo libro pubblicato. Era un linguaggio che non riuscivo nemmeno a decifrare, e mi chiedevo perché mai Rocco volesse diventare un emulo di Gérard Genette. Questo era l’argomento di innumerevoli discussioni tra noi. «Ma che ci trovi, in quella roba?» E lui, imbozzolato nelle sue convinzioni: «Sono cose importanti». «E perché?», «Perché ti insegnano a capire», «Ma che devi capire?» E così via, all’infinito.

Oltre all’assoluta impossibilità di fargli cambiare una decisione che gli sembrasse giusta, in Rocco si notava spesso un’apparente chiusura stagna alle idee altrui. Come tutte le apparenze, anche questa impermeabilità non era del tutto vera, e nemmeno del tutto falsa. In quella testaccia di granito poteva darsi che le idee altrui si scavassero un loro carsico tragitto, finendo addirittura per mascherarsi da convinzioni personali. Ma potevano passare anni. Quanto alla teoria semiotica o semiologia, devo anche dire che certe bibbie del Rocco ventenne mi sono capitate per le mani, facendomi del tutto ricredere. Erano veramente libri capaci di educare lo spirito quelli su cui si era formato con tanta ostinazione, appuntandone il succo nei suoi quaderni neri: la Morfologia della fiaba di Propp, nell’edizione Einaudi con l’introduzione di Lévi-Strauss, i Saggi di linguistica generale di Jakobson, la Semantica strutturale di Greimas, i tre volumetti verdi delle Figure di Genette. Nel mio rifiuto giovanile, confondevo la grandezza dei maestri con la stoltezza degli epigoni che prosperavano negli atenei italiani. Ma più che un’iniziazione tardiva alle gioie dell’analisi strutturale, quelle letture mi sono valse un supplemento di conoscenza di Rocco.

Quell’impervia e spesso arida filosofia era un mezzo per fronteggiare il caos, una diga buona a respingere l’oceano da quel territorio sempre a rischio di inondazione che era la sua mente. In seguito, ci sarebbe stato bisogno di strumenti di difesa più complessi e raffinati. Ma al termine di un’adolescenza sotto molti aspetti difficilissima, segnata dai primi sintomi seri di quel disagio, di quel mal di vivere che lo avrebbe accompagnato tutta la vita, aveva incontrato un modo di pensare in grado di mettere ordine, di andare all’osso. Se ci si pensa bene, l’esigenza emotiva fondamentale nascosta dietro la sua prosa, così scabra ed essenziale, così priva di fronzoli simbolici, è della stessa razza. Il disordine che non ha mai smesso di minacciarlo, d’altra parte, era di quelli con cui non si scherza. Uno di quei nemici oscuri, senza forma, che godono del supremo vantaggio di essere sempre lì ― e se danno requie, è solo perché hanno tutto il tempo di aspettare.

5

Un’ombra. Un avversario. Un compagno segreto. Un sabotatore che agisce dall’interno, lavorando anche quando dormiamo. Cerco di definire il male che minacciava Rocco, variando e ripetendo parole ed espressioni che mi sembrano, un attimo dopo averle formulate, del tutto stupide. C’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta, diceva Camille Claudel, la nipote folle e talentuosa di Rodin. Quelche chose d’absent. Se è dunque assente, colpisce da lontano, come Apollo che fa strage degli Achei con le sue frecce. Al contrario di Dioniso che infetta con il contatto, la promiscuità. Forse queste cose fanno parte della vita di ognuno, e c’è chi ci fa più caso, e chi meno. In una certa misura, se questo è vero, la felicità dovrebbe consistere in una sempre minore attenzione a se stessi. Quello che ho sempre augurato a Rocco, nei tanti anni della nostra amicizia, è stato un minimo di inconsapevolezza in più. Ma questa è davvero una forma di saggezza sovrumana. Lui, invece, faceva quello che è possibile fare agli esseri umani: opponeva resistenza. E non si accontentava di cavarsela, voleva una vita degna di essere vissuta, ricca di significato e di piacere.

Presa la laurea, si trasferì a Monti, un altro luogo in cui le “ragnatele” non facevano certo difetto, e ci restò molto tempo, tra via Baccina e un solaio di via del Boschetto, dove il tetto era così spiovente che tutti gli amici, prima o poi, rimediavano almeno una terribile testata su una delle enormi e nodose travi, come fosse un rito d’iniziazione a qualche confraternita. Lì dentro, Rocco continuava a studiare. Vinse un concorso per insegnare a scuola e poi un dottorato a Parigi, che per anni gli avrebbe consentito di dedicarsi alle sue ricerche. All’ardua tesi semiologica, seguì uno studio su certe lezioni di estetica di Giovanni Pascoli. Ma era un lavoro condotto in maniera ormai visibilmente svogliata. Me ne accorsi subito e ne rimasi stupito. Ma come? Una monografia su Pascoli era il passo decisivo verso la cattedra all’università, o perlomeno un posto da ricercatore! Il fatto è che Rocco era impegnato in un decisivo e inaspettato cambio di rotta. Ne parlammo tanto, passeggiando avanti e indietro per via dei Serpenti, al telefono, nella pause per la sigaretta di fronte all’entrata della Biblioteca Nazionale. Aveva capito che la sola idea di una vita da studioso lo gettava nel più profondo sconforto. All’improvviso, di Vladimir Propp e Roman Jakobson non gli importava più nulla.

Il modo di vita accademico, ipocrita e gerarchico, non era fatto per lui. Ne avrebbe approfittato per passare un po’ di tempo a Parigi, compilando una tesi di dottorato su Alberto Savinio, ma voleva essere libero di dedicarsi a ciò che più lo interessava. Aveva sempre scritto poesie, brevi e fulminanti strofette di tre, quattro versi, ma era la prosa narrativa che aveva calamitato con prepotenza ogni sua ambizione. Era inutile obiettargli che molti professori universitari conducevano una vita tranquilla che permetteva loro, se lo desideravano, di comporre tutti i romanzi che volevano: storici, erotici, fantascientifici. In fondo, chi aveva scritto Il nome della rosa? «Non sto cercando un hobby» rispondeva invariabilmente.

Una volta presa una decisione, Rocco la rafforzava bruciando tutti i ponti alle sue spalle. Si sentiva, e voleva sentirsi, come un giocatore che punta tutto su un solo numero. Si fidava solo delle vocazioni capaci di risucchiarlo al loro interno in maniera totale. In questo delicato periodo di transizione, Rocco era stato profondamente influenzato dalla scoperta dei saggi di Cesare Garboli. Mi citava spesso il finale memorabile dell’introduzione ai Diari di Antonio Delfini (“Era un uomo pieno di gioia”) e la Cronologia premessa all’edizione delle Trenta poesie famigliari di Pascoli ― che è forse l’apice dell’inimitabile talento narrativo di Garboli. Condividevo senza riserve questa ammirazione, e Cesare ben presto ci aprì le porte di casa sua ― quell’incredibile casa di Vado di Camaiore, onirica e labirintica come una fantasia di Magritte o Delvaux, così diversa dalle dimore di campagna degli intellettuali italiani. Ci raccontava scena per scena qualche opera di Shakespeare che stava traducendo (ricordo un intero, piovoso pomeriggio di dicembre passato a smontare la delicata orologeria di Misura per misura), oppure ci calcolava l’ascendente, basandosi sull’ora della nostra nascita, sfogliando un libretto che teneva in cucina, sopra il frigorifero. Garboli amava punzecchiare Rocco, ma gli voleva un gran bene, era divertito dai suoi puntigli e ammirato dalla sua determinazione. Col suo intuito psicologico infallibile, aveva anche capito qualcosa della natura di quelle Furie che, se in genere si tenevano a debita distanza, pure non smettevano di seguire Rocco dovunque andasse. «Meno pensieri» gli diceva sempre, «meno fiducia nell’efficacia dei pensieri». Ma questo invito a un certo grado di inconsapevolezza e di dimenticanza era proprio il più difficile da realizzare per Rocco.

I pensieri proliferavano nella sua testa come funghi nel bosco dopo un acquazzone. Si infittivano, e si ripetevano, come colpi di martello: trasformandosi in manie, in ossessioni. È per questo motivo che Garboli non vedeva affatto di buon occhio l’intenzione di Rocco di intraprendere una carriera di narratore. Non era certo questo il rischio maggiore che Rocco avrebbe corso nella vita, ma in un certo senso aveva ragione. Molto più del poeta, mettiamo, o dell’erudito, il romanziere dipende dall’altrui giudizio. Non è detto che debba per forza scalare le classifiche, ma una certa euforia nei rapporti con il prossimo è indispensabile. Senza minimamente sottoporne a discussione il talento, Garboli pensava che Rocco non avesse la stoffa, o meglio la corazza emotiva, del romanziere. Mi ricordo che, appena uscì il primo romanzo di Rocco, mi chiamò per commissionarmi una recensione su “Paragone”. Aveva capito che il libro non avrebbe riscosso molto favore altrove, e voleva che almeno dalle pagine della sua rivista uscisse qualcosa che lo facesse contento. Del tutto gratuite, e per giunta espresse da un uomo che aveva fama di cattiveria, queste premure gli facevano onore. «Abbonda in elogi» mi disse, e io obbedii volentieri. Ma poi, riuscì lo stesso a far saltare la mosca al naso a Rocco, mettendo al mio articolo un titolo per nulla attraente: Per un libro sconfortato, o qualcosa del genere.

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Dopo un limbo editoriale che lo aveva frustrato e innervosito, il libro d’esordio di Rocco, intitolato Agosto, era uscito nel 1993 per Theoria. Anche se la casa editrice romana era già avviata verso il viale del tramonto, era ancora un’ottima collocazione, all’interno di un catalogo “alla moda”, noto per ospitare molti esordi importanti, dal Diario di un millennio che fugge di Marco Lodoli a Per dove parte questo treno allegro di Sandro Veronesi. Rocco aveva appena oltrepassato la linea d’ombra dei trent’anni, e come ho già detto considerava la pubblicazione di quel libro una specie di Rubicone. “In ogni inizio c’è l’eternità” ha detto un grande poeta. Quel primo romanzo contiene in sé tutta la sua letteratura successiva: la tonalità emotiva fondamentale, l’atteggiamento stilistico, l’organizzazione del racconto. Trascrivo le prime parole, perché mi sembrano un autoritratto artistico e insieme un oroscopo. “La luce ha invaso tutti gli angoli, cancella le ombre e rende ogni cosa di un colore uniforme”. Avevo iniziato questo ricordo evocando la coesione e la somiglianza di tratti del carattere, gusti e abitudini di Rocco. Ma l’elenco sarebbe viziato da un buco troppo vistoso se non vi si aggiungesse questo modo di scrivere, che procedeva lento e regolare, anno dopo anno, al ritmo di due pagine al giorno.

Attribuita alla luce estiva nella frase che ho citato, l’uniformità è il principio basilare della scrittura di Rocco. Un ordine imperturbabile regna sulla struttura della frase, escludendo ogni riflesso emotivo, ogni perdita del controllo. Sia che i personaggi parlino in prima persona, sia che ne vengano raccontate le vicissitudini in terza, la narrazione, letteralmente, non batte ciglio, anche sporgendosi su abissi incommensurabili di angoscia e dolore, su lutti e privazioni e spiacevoli scoperte. Anzi, la sfida è sempre la stessa: oppore al caos, alla forza del negativo, a quelle che già più di una volta ho chiamato le Furie, la certezza di un controllo razionale, di per sé non molto diverso dagli schemi e dalle griglie delle analisi semiotiche del periodo universitario. Per parte sua, il lessico è ridotto ai minimi termini, e qualunque imitazione dell’oralità è esclusa a priori. Frutto di innumerevoli rinunce, e di un’implacabile ortopedia, la lingua di Rocco è una lingua totalmente scritta, non più vicina al magma della realtà, in fin dei conti, del latino di un umanista.

Posso a questo proposito testimoniare la profonda impressione che su Rocco, ai tempi dell’università, aveva esercitato l’introduzione di Giorgio Agamben a una ristampa del Fanciullino di Pascoli. Un bellissimo saggio in cui Agamben, prendendo le mosse da certe intuizioni di Contini, si soffermava a lungo sull’”aspirazione a operare in una lingua morta” testimoniata dall’uso fatto da Pascoli non solo del latino, ma anche e ancor di più dell’italiano. Allo stesso modo, Rocco era affascinato dal francese di Beckett e Kundera, o dall’inglese di Nabokov: lingue artificiali, lingue morte anch’esse all’interno delle quali la voce umana, con le sue inflessioni e pronunce, continua a esistere solo in qualità di finzione e figura retorica. Come si può intuire da questi brevissimi accenni, questo è un nodo decisivo non solo per l’estetica letteraria di Rocco. L’orrore del parlato va inquadrato in una strategia sempre rivolta al tenere a bada, ammansire, allontanare la potenza dell’irrazionale, dell’imprevedibile. Ne risulta anche una specie di astrazione perpetua. A Rocco non interessa nemmeno nominare le città dove si svolgono le sue vicende. Scherzando, a volte gli dicevo che il mondo dei suoi libri mi sembrava quello delle illustrazioni dei rebus sulla “Settimana Enigmistica”. Tutte le cose erano riconoscibili, reali, ma facevano un passo indietro rispetto alla loro concretezza. Armato di un invisibile piumino, Rocco scuoteva via da ogni suo oggetto la polvere dell’esperienza. Era un mondo, insomma, di nomi comuni: strade alberi chiese negozi automobili elettrodomestici.

Vorrei notare, per inciso, che proprio nel momento in cui Rocco esordisce come narratore, la tendenza fondamentale nella prosa narrativa italiana è diametralmente opposta. Gli scrittori di maggior successo, a metà degli anni Novanta, al contrario di Rocco sono tutti più o meno compromessi con un progetto di rappresentazione verbale del parlato, della lingua viva. I risultati artistici vanno valutati caso per caso, ma il timbro degli scrittori più letti in quel momento (come i cosiddetti Cannibali) è il frutto di un adeguamento del respiro della frase ai ritmi, alla durata, alla concretezza del parlato. E ovviamente, visto che il parlato da imitare è quello che circola in una società massificata, dove imperano desideri e consumi, la letteratura che ne derivava era intessuta di nomi propri: toponimi, marche di ogni tipo di utensili, specialità alimentari, titoli di dischi e film, tanto meglio se radunati in lunghe enumerazioni.

Un libro dopo l’altro, in Rocco crebbe un senso di isolamento sul quale si arrovellava a lungo. Eppure, i quattro libri successivi all’esordio hanno avuto ottimi editori e lettori convinti. Con cadenza quasi regolare, specchio della tenacia con cui si metteva al lavoro ogni giorno, sono usciti per Feltrinelli Il comando nel 1996 e L’assedio nel 1998, e per Mondadori L’apparizione nel 2002 e Libera i miei nemici nel 2005. Lo sconforto di Rocco, bisogna ammettere, non era del tutto infondato. Cercherò di spiegarmi, perché si è trattato di un fattore importante nella vita emotiva del mio amico. Le date della sua bibliografia sono anche quelle di un cambiamento epocale nella maniera stessa di intendere la letteratura, la sua forza di persuasione, il suo prestigio all’interno della società.

Come tutti i nostri coetanei, Rocco e io siamo cresciuti all’interno di una società letteraria moderna che funzionava all’incirca alla stessa maniera dai tempi di Diderot e Voltaire. Quello che non sapevamo, è che eravamo gli ultimi. All’interno di quella società letteraria, il successo era tutt’altro che facile, ma prescindeva totalmente dal mercato. Intendiamoci: nulla sarebbe più sbagliato del pensare che ci fosse qualcosa di più nobile nell’aria di ieri che in quella di oggi. È solo un effetto ottico, ciò che è passato ci sembra preferibile solo perché privo della pesantezza e delle preoccupazioni del presente. La puzza umana è sempre la stessa. Ma è pur vero che il vendere non era l’unica condizione d’esistenza, di visibilità e leggibilità di un’opera e del suo autore. Coerentemente, il romanzo non era l’unico genere letterario su cui si giocava la partita.

Quando eravamo giovani, il nostro firmamento era fitto di autori che godevano di una considerazione immensa, pur non avendo mai superato qualche migliaio di copie di vendita, se gli era andata bene. Avevamo il culto di Andrea Zanzotto, di Guido Ceronetti, di Cristina Campo, di Sandro Penna. Rocco convinse Sellerio a ristampare Arturo Loria, superbo stilista rintanato in una piega della Firenze ermetica. Quanto ai più giovani, Milo De Angelis era considerato il più grande in maniera unanime ― a venticinque anni, era già un classico. Mi ricordo che con Rocco una notte d’estate andammo a sentirlo a un festival di poesia sulla terrazza del Pincio. Leggeva dei brani della sua traduzione del Ratto di Proserpina di Claudiano. Ci sarà stata, quella sera, una cinquantina di fan romani del poeta milanese. È difficile anche solo da spiegare a una persona più giovane, ma allora quelle persone bastavano e avanzavano, per consacrare un’opera.

Detto tutto questo, c’era sempre anche chi vendeva, chi stava in cima alle classifiche di allora: Eco e Calvino e Citati, ma anche Tondelli e Busi. La cosa non destava particolari curiosità. Nei decenni precedenti, lo stesso era accaduto a Elsa Morante, a Tomasi di Lampedusa, a Moravia. Solo un cretino avrebbe potuto disprezzare questi scrittori per il fatto che vendevano. Ma non stavano lì il successo, la considerazione, l’importanza di ciò che si faceva. E mentre anche noi scalpitavamo per salire sulla giostra, e mettere finalmente alla prova il nostro talento, non potevamo immaginare che la situazione sarebbe cambiata in maniera così drastica e fulminea. Del resto, la caratteristica essenziale del Vecchio Mondo sembra essere stata, verso la fine, l’incapacità di prevedere il Nuovo.

Ricorderò sempre che all’università andavo a lezione di Storia moderna da Franco Gaeta, un ottimo studioso del Rinascimento e di Machiavelli, che ci assicurava che il Muro di Berlino sarebbe rimasto lì ancora per un bel po’, dolorosa ma necessaria esigenza della democrazia. E al novembre del 1989 mancavano solo pochi mesi. Per tornare alla letteratura, la trasformazione fu rapidissima e irreversibile. E coincise proprio, all’incirca, con l’esordio di Rocco, questo scrittore così all’antica e, per dirla tutta, così invendibile. Tutti rimasero spiazzati dal nuovo andazzo, nei primi anni Novanta. Ma era inutile nascondersi dietro un dito: addio riviste, addio cenacoli e accademie ― il nuovo giudice, il nuovo arbitro dell’eleganza, il nuovo conferitore di realtà era diventato il mercato. Era giù per quell’imbuto che tutto, ormai, sarebbe passato.

Se mi dilungo su questo tema, è semplicemente perché il numero di ore che ho passato a sceverare il problema con Rocco, senza giungere a nessuna conclusione utile, mi sarebbe bastato a prendere un’altra laurea. Mi ricordo, ai tempi in cui era sposato, che percorrevamo in lungo e in largo lo stupendo parco che circonda la villa della sua ex moglie, nella campagna fra Pisa e Livorno. Al confine del parco, iniziava un bosco antico, fitto d’ombre, ariostesco dove abitavano centinaia di daini. Arrivavamo fino a una remota recinzione e poi tornavamo indietro, in direzione della villa, la cui rarità era quella di possedere una pianta veneta in terra toscana. Anche mentre camminava, si accendeva una sigaretta dietro l’altra. In quel periodo, ovunque mi capitasse di passare del tempo con lui, raramente lo vedevo sereno, capace di godersi pienamente quello che la vita, quasi a dimostrare un teorema morale, continuava a regalargli.

Proprio Garboli, in quello scritto su Delfini che piaceva tanto a Rocco, dice che in ogni amicizia c’è un rimorso. Sicuramente, il mio è stato quello di non aver offerto a Rocco nessuna vera sponda per quell’insoddisfazione. Da un certo punto di vista, avevo tutte le ragioni. Vuoi vendere? Almeno prova a inventare situazioni meno cupe. Imita un poco il modo di parlare della gente. Ficcaci dentro un delitto, una scopata interessante. Un qualunque elemento di stupore. Non è detto che vada, ma almeno ci avrai provato. Ma la vera ragione della mia sordità è che ero deluso da Rocco. Davvero non sopportiamo di vedere in certe figure, che abbiamo sempre immaginato forti, tratti di debolezza fin troppo simili a noi.

Com’era possibile che la frustrazione letteraria lo trasformasse – lui che era un vero duro, un uomo con le palle – in una specie di soccombente? Quante volte ci eravamo detti, durante le nostre nottate di apprendisti stregoni, che tutto ciò che non fosse la propria vocazione andava disprezzato, relegato ai margini del visibile? Insomma, andava a finire che Rocco mi chiedeva aiuto, e invece litigavamo tra noi, come i capponi di Renzo. E in questo non sono stato un buon amico, perché mi sono fermato alle ragioni apparenti, dichiarate, di quella delusione che mi manifestava. Dimenticando che ogni delusione, quale che sia il suo motivo di superficie, procede sempre dal fondo più oscuro di se stessi, e il suo unico motivo reale è l’esistere, l’essere vivi in un mondo inospitale, incapace di consolarci. Sono parole che non avrei mai voluto scrivere: ma a quel punto, arrabbiato per la sua ingenuità, ho voltato le spalle al mio amico, proprio nel momento in cui più avrebbe avuto bisogno di me.

Devo dire che era sempre più difficile parlarci. Non che sragionasse, ma dava sempre meno l’idea di comprendere ciò che gli veniva detto, e durante una conversazione continuava a seguire la propria rotta come se l’altro non esistesse. Tenute a bada per tanto tempo, le Furie avevano ricominciato, in una situazione così propizia, il loro assedio alla fortezza. L’errore peggiore di Rocco, all’approssimarsi della crisi, fu quello di bere sempre di più. Continuando la metafora dell’assedio, si può dire che l’alcol svolse il ruolo del traditore che apre le porte al nemico.

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Come dice quella terribile ma verissima frase di Flannery O’Connor, la malattia è un posto dove nessuno, per quanto ti ami, ti può accompagnare. È pure vero che molto di quello che Rocco ha vissuto e patito sta nei suoi libri, a saperli interrogare. Quest’affermazione è insieme vera e falsa per tutti coloro che hanno scritto dei libri. Non si esce da un vicolo cieco: tutto ciò che si scrive in qualche modo è autobiografico; tutto ciò che si scrive, nello stesso tempo, è una menzogna. Ma nei libri di Rocco c’è qualcosa in più, che ci permette di liberarci della sconfortante genericità di questi assiomi. Perché non si tratta di riconoscere questo o quel particolare autobiografico all’interno dei suoi libri, ma di osservare l’efficacia di un metodo. Lo definirei senza remore un metodo allegorico, capace di rendere i suoi romanzi profondi e originali, diversi da ogni altro.

Per comprendere quello che dico bisogna cercare, per prima cosa, di stabilire quale sia il luogo in cui si svolgono i fatti raccontati. A un primo sguardo, questo luogo è uno scenario normalissimo, contemporaneo, perfettamente riconoscibile. Ci sono automobili, palazzi, uffici, negozi. Paesi e città, centri e periferie. Persone che interagiscono tra loro. È solo dopo un po’ che ci rendiamo conto che quello che stiamo leggendo non è un romanzo come tanti altri. Perché quel mondo esterno, in realtà, non esiste se non nella mente del personaggio. O meglio, è uno spazio mentale, una proiezione, quella che gli induisti chiamano una maya. E certo, la maya è una magia potente, un attributo degli dèi. Il mondo ci inganna facendoci credere nella sua sussistenza, nel suo esistere al di fuori di noi ― e lo stesso fa il romanziere. Ma in realtà, ciò che sembra agitarsi là fuori, si agita all’interno di una singola coscienza. Illusione lei stessa, la sua attività non smette di produrre illusioni.

In altre parole, la coscienza racconta, e questo processo narrativo è essenzialmente un processo di differenziazione. Così come il candore della luce si scompone nello spettro dei colori, lo spazio mentale si suddivide in una pluralità di personaggi, che nei loro moti di attrazione e repulsione danno vita a una certa trama. Gli scrittori della tarda antichità e poi del Medioevo avevano addirittura un termine tecnico per designare questa specie di pluralità illusoria: psicomachia. La tipica psicomachia può essere una battaglia tra virtù e vizi: Lussuria duella contro Castità, Avarizia contro Carità eccetera. Alla fine, il senso morale di questo tipo di opere è che tutte queste entità fanno parte di una sola realtà psichica, di un solo individuo, di cui ognuna personifica una caratteristica, un’inclinazione particolare. La somma di tutti i vizi e di tutte le virtù dà come risultato la singola anima del cristiano che lotta per la sua salvezza.

Non c’è nemmeno bisogno di dire che nella narrativa di Rocco questo schema di rappresentazione sopravvive in modo puro, privo di qualunque finalità teologico-morale. Ma si provi a leggere attraverso questa lente Per il tuo bene: non sono forse i due protagonisti, con le loro caratteristiche opposte e simmetriche, le due metà di un carattere che la storia cerca disperatamente di ricomporre, in una straziante lotta contro il tempo? In tutti i libri di Rocco, a partire da Agosto, mi sembra di poter riconoscere l’impronta del medesimo schema. L’apparire dell’altro non è l’epifania di una reale alterità, ma significa l’emergere di una parte nascosta, o rimossa, della coscienza.

Il miglior commento a questa maniera di interpretare il mondo l’ho trovato in un saggio di Carl Gustav Jung. “Ci sono persone” osserva il grande psicologo, “e ci sono sempre state, che non possono far a meno di ritenere che il mondo e quel che vi si esperimenta siano di natura allegorica e rappresentino esattamente quel che giace profondamente nascosto nel soggetto stesso, nella sua propria realtà trans-soggettiva”.

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Al centro del metodo di rappresentazione allegorico, dunque, sta il procedimento della personificazione. Non solo le potenze e le inclinazioni che si contendono il governo dell’individuo, ma ogni sorta di emozione, perturbamento, desiderio può essere raffigurato nelle sembianze di una persona. Nei termini della filosofia classica, l’immaginazione letteraria e artistica è autorizzata a trattare un accidente come fosse una sostanza. Non altrimenti, nelle decorazioni plastiche delle chiese romaniche, le virtù avevano l’aspetto di un gruppo di belle donne, e i vizi di individui laidi, spiacevoli alla vista. Queste figure così piene di significato ci assomigliano, e nello stesso tempo sono più potenti e perfette di noi. Anche nel caso in cui esprimano un solo aspetto tra i tanti di un individuo, le loro sono prerogative di dèi, o di demoni.

Scrivendo L’apparizione, che per molti versi è il suo capolavoro, Rocco ha raggiunto il limite di efficacia di questa sua poetica conferendo l’aspetto di una specie di divinità, muta e sfuggente, al disturbo mentale che mina l’esistenza del protagonista. Ciò che è nato all’interno della psiche, viene immaginato nelle vesti di qualcuno che arriva dal di fuori e, appunto, appare. È un ragazzino dall’aspetto normale, vestito con una tuta da ginnastica, che si aggira in una casa di campagna e viene scambiato per un ladro. Quel ragazzino è la mania che si impossessa della sua vittima fino a condurla all’estinzione, in un crescendo tragicamente ineluttabile e privo di antidoti che consente, per essere riferito, solo l’uso della terza persona. Frutto di un lungo e stremante lavoro di lima, le pagine che descrivono questa teofania possono davvero considerarsi perfette.

Rocco ci aveva messo tutto se stesso nel senso letterale dell’espressione. Si trattava dell’episodio fondamentale della sua letteratura in quanto era stato l’episodio fondamentale della sua vita, l’esperienza diretta di quel Tremendo che non era più stato in grado, dopo tante resistenze, di respingere e differire. Viva e palpitante materia autobiografica, dunque: come negarlo? Molto di ciò che è descritto nel libro trova ahimè puntuale riscontro nella vita di Rocco in quell’oscuro periodo. Ma nello stesso tempo, proprio nell’occhio di ciclone della verità più scrupolosamente riferita, l’apparizione allegorico-mitologica determina un salto mortale, un giro di vite, un inaudito allargamento di significati.

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Nell’inverno del 2002, appena letta L’apparizione, avevo cercato Rocco al telefono per fargli i complimenti. Come ho già detto, pur senza mai perderci di vista completamente, proprio durante quel periodo così difficile le nostre orbite avevano toccato il punto di massima lontananza. Senza poter minimamente paragonare i guai miei a quelli di Rocco, anch’io ero appena uscito da un brutto periodo della mia vita, e ritrovarsi fu bello per tutti e due. Gli avevo detto che, mentre leggevo, mi era venuta in mente l’immagine poetica del naufrago di Dante che, raggiunta la riva “con lena affannata”, contempla il mare in tempesta e il pericolo scampato per un soffio. A Rocco piacque il paragone, e con la sua solita precisione mi citò esattamente la terzina del primo canto dell’Inferno. Accanto a una breve frase della Guida della Grecia di Pausania (“Per gli esseri umani solo la realizzazione dell’amore vale la vita”) in esergo all’Apparizione si legge una lunga citazione del celebre e autorevole Dsm, ovvero Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders dell’American Psychiatric Association. Si tratta della definizione di episodio maniacale, “periodo durante il quale vi è un umore anormalmente e persistentemente elevato, espanso o irritabile”. A questa condizione si accompagna spesso “un aumento della libido”, e la tendenza dell’individuo a intraprendere “diverse nuove avventure senza curarsi dei rischi apparenti o della necessità di completare in modo soddisfacente ogni avventura”. Detta così, non sembra nemmeno una cosa tanto grave. In realtà, un episodio maniacale può equivalere a una catastrofe, come racconta Rocco nel suo libro dopo averlo sperimentato sulla propria pelle.

La lettura dell’Apparizione mi aveva riempito di gioia in base al presupposto che, se sei in grado di raccontare un tale disordine, una tale follia, in qualche modo ti sei salvato. Qualcosa si rifiutava all’identificazione totale con il male, e in questo rifiuto c’era il germe di un punto di vista, e dunque di una storia. Chiesi a Rocco se interpretava la scrittura del libro come una specie di guarigione. Mi rispose di aver pensato a una cosa del genere non tanto durante la stesura, ma adesso che il libro era stato pubblicato ed era diventato un manufatto con il suo prezzo e la sua immagine di copertina (un bizzarro particolare di Odilon Redon) ― un oggetto in fin dei conti che si poteva comprare, o regalare. Si era reso conto di non essersi mai spinto così avanti nel territorio selvaggio e pericoloso della Verità.

A parte una manciata di pagine all’inizio e alla fine, che pagano il loro tributo a una costruzione “romanzesca”, la maggior parte del libro consiste in un referto spietato di un caso di mania. L’uso della terza persona non fa che rendere ancora più lucidi e netti i contorni di un mondo interiore che va in frantumi a tappe forzate, senza la possibilità che intervengano rimedi autentici ed efficaci. Convinto di vivere una grande storia d’amore che in realtà esiste solo nella sua mente, Iano, il protagonista, distrugge da capo a fondo la sua esistenza, come se la sua concretezza non fosse stata che un’illusione, una sottilissima parete di carta che lo aveva separato dalla follia e che bastava un soffio per buttare a terra. Angosciosa e implacabile nelle sue tappe, la patografia che ne risulta è una lettura indimenticabile, e un risultato artistico di prim’ordine. Rocco era consapevole che l’esperienza, di per sé, non è che una materia amorfa, priva di dimensioni, esteticamente irrilevante. Una volta che hai doppiato il tuo Capo Horn, di qualunque cosa si tratti, il lavoro è ancora tutto da iniziare.

Nell’Apparizione, l’elaborazione artistica inizia proprio nel momento in cui l’anatomia della follia cerca una strada diversa da quella del linguaggio psichiatrico. La citazione del Dsm suona quasi antifrastica, rispetto alle intenzioni e alla strategia di Rocco. Non è che la letteratura sia più “elegante”, o più “metaforica” della psichiatria ― meno che mai le si può attribuire d’ufficio un maggiore grado di “autenticità” o “profondità”. Vale più mezza pagina di uno scritto minore di Freud di intere biblioteche di romanzetti intimisti. E nemmeno si può dire che sia una questione di competenze, di orizzonte culturale. Ma una differenza esiste, e si potrebbe dire che è una delle chiavi più importanti dell’opera di Rocco, considerata nel suo complesso. La psichiatria, che è un modello di conoscenza che ha lo scopo di formulare diagnosi e stabilire terapie, per essere efficace deve astrarre, ridurre la molteplicità dei casi e dei sintomi a delle costanti, creare delle definizioni: isteria, paranoia, depressione, episodio maniacale…

Al contrario, la letteratura deriva la sua stessa ragion d’essere dal rifiuto di ogni generalizzazione: è sempre la storia di quella persona, murata nella sua unicità, artefice e prigioniera della sua singolarità. È Ettore, il figlio di Priamo, che muore sotto i colpi di Achille; è l’impiegato Gregor Samsa a risvegliarsi trasformato in scarafaggio. E dunque la letteratura, se parla di una malattia, non potrà che trasformarla in una malattia senza nome, l’unica che si possa commisurare degnamente a quell’irripetibile intreccio di destino e carattere, contingenza e necessità che dà vita a un personaggio.

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Devo riferire di un fatto accaduto durante quella telefonata, in cui parlammo a lungo dell’Apparizione. Era ancora inverno e il sole calava presto. Mentre ascoltavo la voce di Rocco, per caso, guardando fuori dalla finestra, mi è caduto l’occhio su un uccellino sospeso a mezz’aria nella luce del tramonto. Aveva dato due ultimi colpi d’ala, e poi era precipitato giù come un corpo morto, come se fosse stato colpito da un infarto, o trafitto da un dardo invisibile scagliato da qualche spirito cacciatore della sera. Di fronte a cose così strane, tutte le spiegazioni appaiono più o meno verosimili ma mai del tutto affidabili alla mente che vorrebbe solo accantonarle, dimenticarle. Stavo per interrompere Rocco e informarlo di quello strano evento, un uccellino stramazzato in pieno volo, ma un istinto successivo mi disse di tenermi la cosa per me. Se era un presagio, non era per forza infausto. Un’intuizione repentina mi aveva portato a interpretare la scena come se l’uccellino fosse una specie di capro espiatorio, che si caricasse definitivamente su di sé tutto il male patito, lasciandoci liberi di goderci la vita che ci restava. Ma a parte i presagi e i capri espiatori, di una cosa sono sicuro: tra le tante fortune della mia vita, una delle più grandi e inestimabili è l’aver potuto recuperare e godere l’amicizia di Rocco ancora per qualche anno, fino a quando la sorte ce l’ha strappato via non meno rapidamente di quell’uccellino, averlo ritrovato, essere riuscito a dirgli quanto gli volevo bene.

Da quando abitavo con Chiara, era molto spesso a casa nostra. Sentiva che eravamo contenti di averlo lì, proprio come una persona di famiglia con la quale puoi dividere all’ultimo momento la cena preparata per te, senza cerimonie. All’inizio mi ero ingelosito per il rapporto che aveva intrecciato con Chiara, fatto di assoluta confidenza e calabrese devozione (“la faccia mia sotto i piedi tuoi”, le aveva scritto in un sms, una volta che avevano litigato). Poi, lentamente, avevo capito: nell’ultimo periodo della sua vita Rocco andava in cerca, più di ogni altra cosa, di una certa temperatura affettiva nei suoi rapporti. Forse tra noi era rimasta qualche impalcatura intellettuale, o l’ombra di una competizione ― cose che con Chiara non potevano esistere. È stata lei, dopo infinite discussioni, a convincere Rocco a trasformare in Per il tuo bene il titolo dell’ultimo libro, che in origine era La bontà.

Non posso dire che Rocco fosse diventato meno rompicoglioni, e che le discussioni molto spesso, com’era sempre accaduto, non finissero in litigi. A volte si rendeva conto di aver condotto il suo puntiglio spagnolesco oltre il limite di tolleranza, e lui per primo ci rimaneva male. Avevamo escogitato, senza mai parlarcene apertamente, un piccolo rito di pacificazione, per andarcene a dormire tranquilli. Prima di tornare a casa, mi accompagnava a fare un giro dell’isolato con il nostro cane. «Sai» iniziava accennando a scusarsi, «con il carattere di merda che ho sempre avuto…»

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Che cos’è un presentimento? In che misura il dopo stinge sul prima, lo deforma, lo immerge a forza nell’aura, nel clima irrespirabile del magico e del sovrannaturale? Ho parlato l’ultima volta con Rocco, al telefono, il pomeriggio del 17 luglio 2008, poche ore prima che morisse, schiantandosi con il motorino su una macchina parcheggiata in doppia fila, a pochi metri dall’impassibile statua equestre di Giorgio Castriota Scanderbeg, in piazza Albania, ai piedi dell’Aventino. Era appena tornato a Roma dopo aver trascorso due settimane in America, da amici di Providence ― una vacanza felice, mi aveva detto. Quella sera, dovevamo andare insieme a cena al Biondo Tevere, un ristorante molto popolare sulla via Ostiense, famoso perché fu l’ultima tappa in cui i testimoni videro ancora vivo Pier Paolo Pasolini, la notte del suo assassinio all’Idroscalo.

Qualche mese prima, ero stato proprio io a suggerire a Rocco di scrivere una specie di reportage su quel luogo, circa a metà strada tra la piramide di Caio Cestio e la basilica di San Paolo, per le pagine romane della “Repubblica”. Ne era venuto fuori un pezzo molto bello, che oggi si trova appeso in cornice – quasi come una reliquia – su una parete del ristorante. Poco prima dell’ora di cena, Rocco si fece vivo con un sms: si era ricordato di un altro impegno, dovevamo rimandare la cena all’indomani. Niente di grave. Noi riteniamo che sia sempre possibile rimandare le cose al giorno dopo, e questa illusione ci protegge. Per non cedere al terrore, dobbiamo essere convinti di avere, per ogni cosa, una vita davanti. Volendo approfittare della splendida luce calante della sera di luglio, sono sceso con il cane nel parco sotto casa, accomodandomi su una panchina a fumare una sigaretta. Pensavo a Rocco, con un’intensità e una commozione da congedo, che mi stupì. Ma perché pensavo tanto a Rocco, quella sera, mentre trascorrevano le sue ultime ore in questo mondo?

Se ci rifletto, ancora adesso che ne scrivo, mesi e mesi dopo, mi vengono i brividi. Ogni tanto la mente si fissa su certe filastrocche verbali, su certe associazioni di parole prodotte, per la maggior parte, più dai suoni che dai significati. Quella settimana di luglio vendevano in edicola un libretto, un racconto di Hemingway con il testo in inglese a fronte, La breve vita felice di Francis Macomber. Ebbene, dal momento in cui era saltato il nostro appuntamento al Biondo Tevere, la mia mente era assillata da un titolo immaginario, che suonava: La breve vita felice di Rocco Carbone. Il racconto di Hemingway, uno dei suoi capolavori, è ambientato in Africa, ma è una specie di parabola morale senza spazio né tempo, la storia di un uomo che realizza se stesso e acquista una sua piena dignità pochi minuti prima di morire.

In un certo senso, quella mia filastrocca ossessiva, La breve vita felice di Rocco Carbone, accennava a una verità. Credo che gli ultimi anni della vita del mio amico siano stati in assoluto i più felici. È molto difficile che si possa mai veramente guarire, o rinascere. Ma di sicuro si può imparare ad accarezzare il cane dal verso del pelo ― ad accettare, con ironia e stupore, ciò che si è. Ho detto all’inizio di queste pagine che in venticinque anni era cambiato ben poco. Eppure, un cambiamento importante si era verificato: il suo sguardo si era addolcito. Tutto ciò è stato colto alla perfezione da Chiara, in un articolo pubblicato poche ore dopo la sua morte, dal quale voglio citare alcune righe che hanno la precisione di una fotografia.

“In un universo letterario chiuso e asfittico come quello italiano, Rocco, per come era fatto, si era circondato solo di persone come lui. Che erano in realtà moltissime. Diverse da tutto, nel bene e nel male. Strutturalmente incapaci di stare al mondo: e consapevoli di questo al punto di prenderla a ridere. Affaticate dagli altri e per gli altri piuttosto faticose. Persone che sentivano di avere qualcosa che non andava. E a cui invece Rocco, più o meno implicitamente, e con l’esempio lampante della sua stessa esistenza, sembrava dire: è proprio quella cosa che di te pensi non vada, quella che più funziona”. [Chiara Gamberale, Il riscatto delle nostre imperfezioni, la lezione di Rocco Carbone, in “il Riformista”, 21 luglio 2008]

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Nei mesi successivi alla morte di Rocco ho patito uno strano malessere, di natura indubbiamente psicosomatica, ma non per questo poco fastidioso. Ogni volta che prendevo sonno, sia di notte che per un breve riposo durante il giorno, passavano pochi minuti e mi risvegliavo con il cuore che batteva fortissimo, ricoperto di sudore. Era una sensazione così brutta che per tutta l’estate ho cercato in ogni modo di arrivare esausto al momento di addormentarmi, aspettando le prime luci dell’alba. Così facendo, a volte lo sfinimento mi risparmiava quegli attacchi. In quel periodo io e Chiara avevamo affittato una casa in Grecia, sulla costa meridionale di Samo.

Una notte, dopo essermi risvegliato di soprassalto almeno cinque volte, stravolto e sudato avevo deciso di sistemarmi sulla spiaggia sotto la casa, per godermi il fresco aspettando l’aurora. Il paesaggio era stupendo. La luce della luna faceva letteralmente brillare le migliaia di ciottoli della spiaggia, e tracciava una pista argentata sulla superficie del mare, fino all’orizzonte. Abbandonato su una sedia a sdraio, mi godevo un torpore parziale, cercando di non richiudere gli occhi per non cadere nella solita trappola. Ed è stato così che mi è venuto in testa un pensiero, che ho riconosciuto come vero ancora prima di comprenderne il senso. Quel malessere, quel sintomo così fastidioso legato al sopraggiungere del sonno, non era una conseguenza dello shock dovuto alla morte improvvisa di Rocco, come avevo pensato fin dall’inizio. No, non si trattava di un semplice riflesso psicologico: era Rocco stesso. Ancora incerto sulla direzione da prendere, forse incapace di realizzare ciò che gli era accaduto, smarrito e spaventato di fronte al Grande Buio, il suo spirito si era insediato nel mio sonno. Sabotandolo, chiedeva aiuto, attenzione, memoria. Come sempre aveva fatto nella vita, voleva accertarsi che qualcuno gli volesse bene. E così, per mesi, mi sono adattato a quel lungo congedo. Per quanto resistessi, prima o poi chiudevo gli occhi, e scivolavo nel sonno; a quel punto, una forza portentosa mi riportava indietro. Mi sentivo come una strada percossa da innumerevoli zoccoli di cavalli al galoppo.

Poi, un giorno, senza nessun preavviso, sono riuscito a sognare Rocco, e da quel momento mi sono addormentato senza problemi. Eravamo in una macchina che aveva da giovane, un’utilitaria bianca con il bagagliaio completamente occupato dall’impianto Gpl. Percorrevamo un lunghissimo viale di periferia, bordato da platani. Sapevo che Rocco era già morto, perché aveva la ferita sul mento che lo ha ucciso sul colpo nell’incidente, ed era pallido. Ma a differenza di come l’avevo immaginato l’estate precedente, quella notte in Grecia, non mi sembrava più smarrito, o in pena per qualcosa. Ero arrabbiato con lui, perché guidava a una velocità da incosciente, senza fermarsi ai semafori e agli incroci di quel viale interminabile. Lui sorrideva, non aveva paura di nulla. In realtà, non c’era rischio di andare a sbattere, perché in quel viale e nelle sue traverse non c’era nessuno a parte noi. Senza nemmeno bisogno di svegliarmi e meditarci un po’ sopra, già durante il sogno mi ero reso conto che quella velocità sconsiderata era un simbolo della dimenticanza. Avrei dovuto iniziare presto a scrivere su Rocco, a trattenerne qualcosa prima che fosse troppo tardi.

Come fiori di melo toccati dalla brezza, anche i ricordi di chi più abbiamo amato, e conosciuto, si staccano e volano via con rapidità inconcepibile. Pensiamo di averne accumulati tantissimi, così numerosi e vividi da durare per sempre ― e invece in mano ci resta poco più di un pulviscolo di immagini incerte e fuggitive. Tutto l’onere della prova, in questi casi, ricade sulle spalle di chi resta. Sarà davvero esistita una persona come Rocco, così vera, così bizzarra, così ostinata e fedele nell’amicizia? Non è stato solo un’illusione quel Don Chisciotte all’incontrario, che scambiava tutti i giganti per mulini a vento, ancora più temibili di qualunque gigante?

Roma, Pasqua 2009

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Steinbeck https://minimaetmoralia.it/fiction/steinbeck-giordano-tedoldi/ https://minimaetmoralia.it/fiction/steinbeck-giordano-tedoldi/#respond Fri, 23 May 2014 10:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18325 Abbiamo più volte parlato su questo blog de I segnalati, primo romanzo di Giordano Tedoldi, uscito dopo il suo libro di racconti Io odio John Updike. Ma è con piacere che riproponiamo ai lettori di m&m (e magari per qualcuno sarà la prima volta) il racconto con cui Tedoldi si affacciò ufficialmente al mondo letterario. Steinbeck uscì per la prima volta nel 2004 nell'antologia di autori vari La qualità dell'aria.

di Giordano Tedoldi

Chiamatemi pure Steinbeck. Ma come i grandi narratori del suo stampo, penso che tutto ruoti attorno ai soldi. Un campo di concentramento valutario. $Auschwitz$. Se la gente fosse meno ipocrita, se la gente dicesse fin dall’inizio che le cose stanno così. Invece dicono: stress, tante cose da fare, responsabilità, scuola dei bambini, moda e televisione. Più il denaro è importante e più si dicono menzogne che ne nascondono l’importanza. Nella mia vita, io sono stato poverissimo, ricchissimo, povero, ricco, medio, medioricco, mediopovero. Si può dire che si inizia a respirare, almeno così la vedo io, dal momento che si ha una carta di credito. Se hai una carta di credito, il novanta per cento delle cose ti riesce più facile. In generale, dopo che hai una carta di credito, si instaura un rapporto morboso, a volte di natura anche esplicitamente sessuale, tra te e uno o più impiegati della tua banca.

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hockney

Abbiamo più volte parlato su questo blog de I segnalati, primo romanzo di Giordano Tedoldi, uscito dopo il suo libro di racconti Io odio John Updike. Ma è con piacere che riproponiamo ai lettori di m&m (e magari per qualcuno sarà la prima volta) il racconto con cui Tedoldi si affacciò ufficialmente al mondo letterario. Steinbeck uscì per la prima volta nel 2004 nell’antologia di autori vari La qualità dell’aria. (Immagine: “Portrait of an Artist (Pool with two figures)”, David Hockney. Fonte.)

di Giordano Tedoldi

Chiamatemi pure Steinbeck. Ma come i grandi narratori del suo stampo, penso che tutto ruoti attorno ai soldi. Un campo di concentramento valutario. $Auschwitz$. Se la gente fosse meno ipocrita, se la gente dicesse fin dall’inizio che le cose stanno così. Invece dicono: stress, tante cose da fare, responsabilità, scuola dei bambini, moda e televisione. Più il denaro è importante e più si dicono menzogne che ne nascondono l’importanza. Nella mia vita, io sono stato poverissimo, ricchissimo, povero, ricco, medio, medioricco, mediopovero. Si può dire che si inizia a respirare, almeno così la vedo io, dal momento che si ha una carta di credito. Se hai una carta di credito, il novanta per cento delle cose ti riesce più facile. In generale, dopo che hai una carta di credito, si instaura un rapporto morboso, a volte di natura anche esplicitamente sessuale, tra te e uno o più impiegati della tua banca.

Può capitarti che sei in vacanza, sei a sciare, sei andato sul ghiacciaio del Cervino, e la sera hai voglia di comprare un po’ di roba al supermarket perché da mangiare, a casa, non c’è più niente. Compri questo fottio di roba al supermarket alle falde del Cervino e ti presenti alla cassa con un carrello stracolmo e la carta di credito non funziona. Non funziona perché il tuo amante della banca, la banca che ti ha dato la carta, ha deciso di togliertela. Lui non ti darà spiegazioni. Te la vuole togliere e basta. Gelosia. Non ti resta che far pagare qualcun altro, tirare fuori dei contanti come un pezzente qualunque, peggio ancora, come un pezzente con carta di credito tagliata da grandi forbici, balbettare una scusa umiliante o fingerti indignato e lasciare la spesa che hai impiegato anni a fare. Col cazzo che poi ci puoi tornare, a quel supermarket, l’unico seriamente fornito di Cervinia, dopo una figura così.

Il comportamento delle banche non è mai razionale. Io con le banche, nella mia vita, ho avuto rapporti ottimi, pessimi, discreti, buoni, decenti, graduati insomma. Non ho mai incontrato un direttore di banca che sapesse quello che stava facendo. Figuratevi i suoi sottoposti. C’è il tipo del direttore di banca megalomane, che pensa di meritare il posto di Alan Greenspan alla Federal Reserve, ma purtroppo è costretto a starsene nella sua discreta filiale di Centocelle. C’è quello lumacone, che è disposto a farti un trattamento di tutto riguardo se regali un caminetto alla moglie. C’è quello che si sente preside di scuola, e ti prende da parte e ti dice così non si fa. C’è quello che quando lo vai a trovare dopo essere stato sul ghiacciaio del Cervino, dopo che lui ti ha smerdato al supermarket dove avevi fatto la spesa, non si degna di salutarti, di prenderti in considerazione. Tu gli restituisci la carta di credito e gli dici: “Brutto figlio di puttana e allora?” E lui: “Purtroppo c’era uno scoperto di cinque, dieci, ventimila euro”. E tu: “Ringrazia Iddio che mi manca un braccio sennò ti strozzavo, quant’è vero Iddio ti strozzavo”.

Sì sì, tra di voi, lettori, lo so che ci saranno quegli ingenui, quegli stronzetti vestiti firmati dalla testa ai piedi che pensano che sto esagerando. Quei testa di cazzo con il vizio di toccarsi ogni cinque secondi il colletto della camicia. Li conosco, stronzetti come voi. Fate una prova, stronzetti, fatevi un mese, o due mesi, a duecento euro al mese. Prosciugate i vostri conti, dite che il papà è stato arrestato per bancarotta fraudolenta, dite che la mamma s’è beccata un esaurimento nervoso e non tiene più in pugno la famiglia e la filippina s’è licenziata perché non prendeva lo stipendio dall’11 settembre. E vediamo se non vi cambia la vita. Stronzetti con quei colletti delle camicie che non stanno mai fermi, ve li toccate ogni cinque minuti. Io delle ragazze le ho letteralmente raccolte dalla strada. Non mignotte, ragazze rispettabili, istruite, laureate in lettere senza uno straccio di lavoro, laureate in filosofia che facevano ripetizioni di tedesco per tenere a bada i genitori che non aspettavano altro che la laurea per cacciarle di casa a pedate. Normalmente queste poveracce finiscono nel giro dei concorsi pubblici. E allora è finita. $Auschwitz$. Arcipelago Euro.

Il mondo gli si chiude attorno, non respirano più: cominciano semplicemente a tribolare. Passano di scalino in scalino, ogni scalino una prospettiva migliore dello 0,0001%, alla fine non sanno neanche più se stanno salendo o scendendo, se si sono slogate una gamba, gli sbalzi di carriera, infinitesimali, le intontiscono completamente. Cominciano a rosicare anche. Vedono alla tv le modelle dei calendari, le conduttrici, le presentatrici, le giornaliste dei tg, gente che presumibilmente non vale un’unghia più di loro e che fa una vita migliore. Che non ha mai seguito le tappe di una carriera, è semplicemente stata presa, sollevata e piazzata lì. E le nostre amiche si lamentano? Nient’affatto. Pensano di essere fortunate perché non rischiano il posto di lavoro come gli operai Fiat di Termini Imerese. Ragazze di questo tipo, che ci hanno rinunciato in partenza, ne ho conosciute tante. Cristo santo non avrebbero le palle per rapinare una banca neanche se la banca glielo chiedesse. Sono oneste, loro. Non si metterebbero a fare una truffa neanche se la truffa fosse sicura. Non sparerebbero a un ricco, uno di quei ricchi volgari, sfondati, osceni, no, non gli sparerebbero neanche se quello avesse un cancro al fegato grosso come un bignè fritto. Io queste ragazze, tutte le volte che posso, di persona, o al telefono, cerco di cambiarle. Di farle ragionare. La banca, rapinala. La truffa, falla. Il ricco col cancro, ammazzalo. E loro niente: niente di niente. Oneste. Povere ma oneste.

Di una di queste mi sono pure innamorato. E glielo dico in continuazione: “Ti piace tanto la miseria? Ti piace tanto farti prendere per il culo da questi morti di fame che poi i soldi manco ce li hanno, guardali, gli imprenditori italiani, ne salta uno ogni anno, sono tutti indebitati fino al collo, sanno solo fare operazioni di maquillage finanziario da ciarlatani provetti. Ti fai spremere come un’arancia da questi figli di puttana superpubblicizzati e iperindebitati. Ti rassegni a friggere le patatine in una topaia del quartiere studentesco mentre loro si fanno fuori il Vitello Grasso all’Adlon di Berlino. Che cazzo di morale è la tua?”, dico a questa donna di cui sono innamorato. Non c’è verso di farla ragionare. Continua a friggere le patatine con l’olio di semi. E a Berlino ci va sì, ma con i boy-scout, col sacco a pelo, a Kreuzberg, il quartiere delle pulci umane. Ci andrà fino a sessant’anni coi boy-scout, col sacco a pelo. E con l’olio di semi per friggere nel sacco a pelo.

“Che cazzo vuoi bella mia?”, le direi. “Ti sembra di vivere in un mondo libero, equo, dove ciascuno può giocarsi le sue carte indipendentemente dall’aspetto che ha, dalle proprie private inclinazioni sessuali, e soprattutto dai soldi?” E lei zitta, umile, con quei vestitini da studentessa di sinistra, sottili come carta da zucchero, rugosi come carnagione malata, con i capelli raccolti da un nastrino unto color fegato, a friggere nel cucinino del nostro appartamentino le patatine con l’olio di semi vari che ci dà quel bell’alito micidiale. Porco dio. Cazzo è difficile amare una donna sotto certe condizioni, ma forse non è nemmeno così difficile. Forse è come quando l’incubo che stai facendo comincia a durare così tanto, a estenuarti per così tanti minuti e ore di sonno, che ti sembra un sogno. Ti ci abitui. Ami gli incubi, dici: sono carne della mia carne. Carne magra, sempre carne però. Che soldi prendono i sogni? Ogni volta che giaccio con la mia donna, spero che quell’alito micidiale, in fondo, non cambi mai.

Mi presto a tutte le facili ironie di questo mondo, ma la preferisco così, con l’alito della dieta, l’alito del vuoto di stomaco. Il mondo, là fuori, con tutte le sue bellezze naturali e tutte le sue avventure, mi stanca più facilmente della bocca della mia donna. Da bravo nazionalsocialista per dispetto, credo non verserei una sola lacrima se la bomba più sofisticata e devastante dell’arsenale americano riducesse la Terra a una crosta inanimata e radioattiva. Io c’ho il mio pigiama bucherellato e mi faccio addosso alla mia donna, le tocco la fica e la sento quasi sempre bagnata, le ficco la lingua in bocca, e dell’alito me ne sbatto. E lei dice: “Hai voglia?”, e io: “Due morti di fame come noi che altro hanno da fare?”, e lei: “Ma tu non sei mai stato un morto di fame”, e io: “Stai zitta cazzo, chiudi il becco”, e lei lo dice alla fine: “Come vuoi che mi metta?”

E si volta docile come un’antica pantera da circo, come una bambina sprovveduta che è abituata da sempre a prendere ordini, a sentire una figura paterna che la tiene in pugno. Suo padre, del resto, l’ha sbattuta fuori di casa a calci non appena si è laureata. Dico io, una si laurea e invece di fare una festa al castello degli Odescalchi con invitati dal jet-set e dallo show-biz tu la sbatti fuori di casa a pedate. Gratificante. “Mi piace così”, dice lei, “così ti sento, ti sento fino in gola”. E io: “Ci andresti con uno di quei bastardi ricchi che a trent’anni hanno un conto di cinquecentomila euro liquidi?”, e lei: “Oh che dici non so nemmeno quanti sono cinquecentomila euro in lire”, e io spingo e mi preoccupo: “Perché, se lo sapessi ci andresti?”, e lei: “Tu pensa solo a chiavare”, e io: “È quello che sto facendo, ma non riesco a togliermi dalla mente che tutto, anche me, te, e questa sacrosanta scopata, ruoti attorno ai soldi”.

La mattina, appena svegli, bevendo il caffè, io ho gli occhi infossati di uno che ha dormito poco, e lei è come senza faccia, se la nasconde nei capelli oleosi e fila di corsa in bagno, segno che non ha dormito per niente. “Oggi comincia una nuova vita”, le dico attraverso la porta e lei: “Speriamo solo che non ci sia traffico, non voglio arrivare tardi a scuola come ieri”. E io: “Fregatene della scuola, non andarci”. E lei: “Oh amore che dici”. E io: “Ti ho detto non andarci, ci penso io”. E lei: “Che vuol dire ci pensi tu? Ci vai tu a spiegare Tomasi di Lampedusa ai ragazzi?” E io: “Quando è troppo è troppo. Tomasi di Lampedusa! Porco dio! Senti bella, ti hanno insegnato che non va bene fare le cose solo per portare a casa uno stipendio da fame?” E lei, uscendo dal bagno: “Ti prego, non mettertici anche tu”. E io: “Potresti fare la tv, potresti leggere le notizie del tg, che cazzo hai in meno di quelle troiacce?” E lei: “Non lo so che cosa ho”. E io: “Ecco, non lo sai. Ci hai rinunciato e basta. Non ti poni il problema”. E lei: “Non mi posso porre problemi insolubili”. E io: “Vai, vai a insegnare, fila, di corsa”. E lei: “Ma amore…” E io: “Vai, ho detto!”

Questa stronza perdente della mia donna. Si prostituisce per Tomasi di Lampedusa. Le puttane a domicilio e quelle delle passerelle sono più felici e non pagano le tasse. Il pomeriggio quando torna mi trova a letto, che me ne sto sotto le coperte, e la informo che ho deciso di lasciarla. Insomma, ci ho riflettuto, non mi conviene. Non mi conviene per niente. Sì, è romantico, due cuori e una capanna. Ma si mangia da schifo. E la casa è troppo piccola, la cucina sembra lo stanzino delle scope. E non mi si venga a dire che non ci possiamo permettere di meglio. Ce lo potremmo permettere, se solo lei si decidesse a fare la tv invece dell’insegnante di italiano. “Senti, mi imbarazza proporlo”, dice lei, “potresti prendere un po’ dei tuoi soldi e migliorare le cose”. E io: “I miei soldi non si toccano. Sono per le emergenze”. E lei: “E questa non ti sembra un’emergenza? Mi stai lasciando, cazzo!” E scoppia a piangere. Cosa che non smetterà di fare fino alla fine. E io: “Maledetta vorresti intaccare il mio patrimonio e continuare a fare l’insegnante di italiano. Ma io ti riporto nella strada, nella strada da dove ti ho presa”. E lei: “Che colpa ne ho se non ho trovato di meglio?” E io: “Ti lascio, veditela un po’ tu”. E lei: “E dove te ne vai ora?”, e io: “E dove vuoi che vada? Torno da mamma”.

La notte da mamma va liscia. Lei è sorpresa di rivedermi. No, non è molto sorpresa. Da che cazzo dovrebbe essere sorpresa mia madre, ormai lo sa. Mi conosce. Non ho mai dato nessuna speranza, nemmeno a quattro anni. Passiamo mezz’ora a svuotare la mia ex camera da letto, che era stata trasformata in una specie di ripostiglio per i vestiti che mia madre si è messa in testa di vendere nella sua boutique. “Non riesci a tenertene una che sia una”, dice mamma. E io: “Questa era la volta buona, credimi, avevamo anche deciso i nomi dei bambini”. E mamma: “E poi che è successo?”, e io: “Non lo so, non me la sono sentita”. E mamma: “Be’, almeno meglio di quell’altra, che voleva farti vivere a Bombay”. E io: “Era mezza indiana. Mezza italiana e mezza indiana”. E mamma: “Che forse con una mezza indiana si deve andare a vivere a Bombay?” E io: “Non avresti qualcosa di forte?”, e mamma: “Ho la vodka, ho il novello”. E io: “La vodka, la vodka”. Mamma mi lascia la vodka in camera e se ne va a dormire. Accendo la televisione e vedo un documentario di Adriano Sofri sulla Cecenia. Sembra gente dei castelli romani. Ora c’è anche qualcuno che osa dire che ai castelli romani c’è gente di livello. Se ne sentono tante. Troppe. A questo punto c’è un’unica soluzione, rimettermi a fare la corte alle ricche.

Le ricche sono tutta un’altra faccenda. Con le ricche si fanno delle vacanze assurde dove ci si prende a schiaffoni in spiaggia nell’ammirazione generale dei morti di fame, che in generale si trovano al di là di alte transenne elettrificate. Si vive all’estremo, all’eccesso. Questo mondo schifoso che insulta le persone prive di denaro. Devo rapire una ricca. Devo prendere di mira la figlia di una coppia ricca, la figlia di uno di questi Montezemolo, una figlia di gente così, rapirla, portarla con me in vacanza, vivere a un altro ritmo. La cosa è alla mia portata.

Mia mamma è alta un metro e sessanta. A volte quando la vedo dico: cazzo, è per colpa sua che non sono alto un metro e novanta. Nella vita bisogna cercare di supplire alle deficienze fisiche con l’accumulo di denaro. Il denaro è una droga. Manipolare il denaro mi inebria, mi dà una sensazione di potenza che non ha nulla a che vedere con l’effimero sballo delle droghe. Devo ammettere che col denaro si riesce a vedere la trascendenza, la sua pelle di squalo. E io che mi ero messo in testa di salvare i poveri. Le povere diavolesse. Ci vuole una ricca, ho una nostalgia inaudita di lusso. Però chissà se ho veramente voglia di questa cosa. Forse è solo un film giapponese. È una voglia di cartapesta. E poi mi viene anche un’idea. Adesso mi alzo, me ne esco dalla mia stanzetta e vado in quella di mia madre e la violento. Che poi mia madre non è ancora completamente appassita. Me la scopo e poi vendo la storia ai giornali e alle tv. Dico che con i pochi soldi che avevo nessuna me la dava, quantomeno nessuna di decente, cosa che poi non è tanto lontana dalla verità, e io, che pure sono un ragazzo bello e istruito, sano come un dio, mi sono dovuto sbattere mia mamma. Già me la vedo la giornalista che mi sfrutta, mi strumentalizza.

Rifletto sulla possibilità che un simile scandalo possa davvero interessare il sistema mediatico. Mi rispondo che sì, a occhio e croce dovrebbe esserne ghiotto. Mi alzo, mi metto a pensare se davvero ho le palle per fottermi mamma. Lo farei per la gloria. No, lo farei per i soldi. Per fabbricare i soldi. Per far fare ai soldi tanti figli con tutto il patrimonio genetico dei padri. Mi ributto sul letto e cerco di calmarmi, non è facile, l’erezione è chiaramente un’erezione finta, da ubriaco, un’erezione da Viagra. “Per stanotte mamma te la sei sfangata”, dico e la faccio finita con questa storia.

Il giorno dopo sono già lì alle sette di mattina che sto rifacendo la valigia, che poi non avevo nemmeno completamente disfatto la sera precedente. Mamma è sorpresa, ritiene che sia quantomeno bizzarro venire da lei, annunciando di aver fatto ritorno a tempo indeterminato, e poi riandarsene bruscamente. Ma io le rispondo che è meglio così, che restare è pericoloso, e quando mamma mi chiede che voglio dire con pericoloso, faccio solo capire che sono in cerca disperata di fama, di soldi, di successo in qualsiasi forma e ottenibile con qualsiasi mezzo, quindi questa spregiudicatezza morale mal si concilia con la vicinanza stretta al ventre materno. Mentre parliamo, io e mamma, continuo a pensare al progetto di chiavarmela. L’ha mai fatto qualcuno? Di solito si sente di genitori che strapazzano i figli, mai viceversa.

Adesso vado in cucina e con un brutto coltello obbligo questa signora estranea – già cerco di mettere distanza – a soddisfarmi. Poi vado da Mediaset al sabato sera e firmo la liberatoria per la trasmissione della moglie di Costanzo. No, non funziona. Cagate. Velleità. Giappone. Addio mamma. Vado a caccia di una ricca al di sotto dei trenta che mi faccia divertire. Capelli neri lunghi sulla schiena e la carnagione chiara chiara e abitudine al lusso. Anzi, fame di lusso. Il lusso è una cosa che pochi capiscono nella sua essenza, io lo considero il talento di una superiore visione delle cose. Non ha niente a che fare con l’accumulo, semmai col consumo. Dietro al lusso c’è la saggia filosofia che i soldi si devono sperperare, anzi, che ogni cosa si debba sperperare, ogni cosa, non c’è nulla che valga la pena di risparmiarsi e di essere risparmiato.

C’è una spiegazione al fatto che i migliori sarti siano uomini: a contatto con i capi di abbigliamento, specie quelli di una certa pretesa, il cervello delle donne va in pappa. Frequentare una donna che ami il lusso vuol dire frequentare una donna di intelligenza superiore alla norma, di indubbio charme, che, tuttavia, manda in fumo la capacità di connettere e dire cose sensate non appena appunti gli occhi su una vetrina di qualche sarto (immune in quanto uomo). La cosa che può apparire terribile o perfino crudele, è che tale fenomeno nella sua implacabile regolarità non ammette eccezioni: vale per madri, sorelle, nonne, suore laiche, missionarie con stigmate/coliti e premi Nobel cotonate. Quindi dopo il fallimento della mia convivenza con una professoressa d’italiano che pare sicura di sé solo quando l’argomento è Il Gattopardo sono andato a scavare nel Passato, operazione sempre vomitevole, alla ricerca di qualcuna il cui viso, nella mia memoria, fosse rimasto impresso per la sua bramosia di lusso, potere, viaggi, sesso e nessun buon senso nel vestirsi. Vado a trovare colei che, per proteggerne l’anonimato, chiamerò Luisa Rossi, da una canzone di Battisti.

All’epoca Luisa era la donna da avere se volevi una fidanzata schizofrenica. La madre e il padre, lo so per certo benché per sentito dire da certa gente che non la stimava granché, la madre e il padre pensarono di affiancarle un “manager”. Così lo chiamavano, in realtà era un tutore. Uno che avrebbe dovuto gestire i conti correnti, sorvegliare le spese, e forse infine interdirla e spedirla in un esilio dorato sul lago di Lugano. Nelle mie conversazioni con Luisa spesso ricorreva, non sempre scherzosamente, questa faccenda dell’esilio in villa sul lago di Lugano. Luisa diceva che avrebbe semplicemente trasferito la propria vita romana, con tutti i suoi eccessi, le sue profonde crisi, come le chiamava lei, lì sul lago di Lugano. Quindi l’avrebbe avuta vinta comunque, riteneva. Avrebbe trasferito a Lugano anche tutti i suoi uomini. Sui suoi uomini posso dire una cosa: i suoi uomini raramente le dicevano di essere in viaggio, e sì che era gente che viaggiava parecchio, perché altrimenti le avrebbero dovuto portare un regalo. Cose di un certo livello. Non chincaglierie etniche, manufatti marziani, boiate luccicanti o tintinnanti. Oro vero. Diamanti. Rubini. Gioielli che suscitassero invidia. Di solito il fidanzato ufficiale di Luisa non partiva più. Nemmeno con lei, intendo dire. Viaggiare con Luisa significava crampi sicuri alla mano che firma le ricevute della carta di credito.

Da allora Luisa è certamente cambiata. Non è più una bambina. Non ha più ventisei anni, quanti ne aveva quando ci spellammo vivi fingendo di stare insieme. Acqua passata. Dai miei ultimi contatti telefonici con Luisa posso dire sinceramente che è cambiata. Parla con minore foga e sembra ascoltarti. Sembra guarita, a differenza della professorina. Una donna ricca che ascolta e che è guarita. Ha raggiunto la fine dei cicli d’esistenza. Forse non ha nemmeno più orgasmi. E se la cosa non è solo apparenza ma anche sostanza, forse Luisa può aiutarmi a venire fuori da questa impasse. Da questo momento in cui mi sento inutile, sterile, e per giunta mi annoio a morte. Né dovrei pensar male per via del fatto che Luisa Rossi mi dà appuntamento per il nostro incontro a un bar latteria. Ho un brivido, un mal di stomaco. I bar latteria che frequentavo con la professorina d’italiano, quella pezzente…

Mi faccio forte e entro nel bar. Luisa è accasciata a un tavolino, sulle prime non mi vede. La faccia rossa, invecchiata, e i grandi occhi verdi, ancora bellissimi, che mi chiedono compassione. Non si alza nemmeno forse perché non gliela fa, e io, che mi ero ripromesso di farlo comunque, le prendo una mano e gliela bacio a lungo. Luisa mi dice che non ha più un soldo, dorme nell’ufficio del grafico pubblicitario che le ha trovato un lavoro. Le domando come sia possibile che non abbia più un soldo, una delle donne più ricche della capitale. Lei non risponde, si limita a dirmi dove si trova l’ufficio del grafico pubblicitario, perché è lì che dovrò riportarla al termine della serata, dal momento che dorme su una specie di letto da campo in quell’ufficio. E io che ho in mente di fare dei viaggi con lei, e di farle perfino dei regali. “È andato tutto molto male”, dice Luisa senza perdere il vizio di ridere quando racconta cose spiacevoli. “Ecco perché te ne sei sparita”, dico, ma lei mi fa notare che non è così. Il denaro non c’entra niente. Non è che si è vergognata di essere diventata povera. Ci siamo persi di vista perché stava inseguendo un sogno. E io: “Che sogno?”, e Luisa: “Un mezzo incubo”.

Luisa chiede se ho voglia di andare al ristorante. Avrebbe tanta voglia di una bistecca. Almeno una bistecca. Solo che specifica che non ha i soldi per pagarsela, come se non avessi capito tutta l’antifona. “D’accordo ci penso io”, dico e mi sento di nuovo, anche con Luisa, piombare nella medesima situazione di grave indigenza vissuta con la professorina d’italiano che diceva di avere due soli vestiti e essere felicissima così. Ma questa di Luisa è un’indigenza nuova, innaturale, cui non sono abituato, un’indigenza che assomiglia tanto a una vendetta divina. Eccomi, mi vedo che torno da quella pezzente della professorina. Mi vedo che torno con lei e che vivo tutta una vita di stenti con lei e che infine muoio e ricevo l’estrema unzione da un prete ignorante e mi puniscono con un funerale di terz’ordine. Se siete poveri, voglio dire, quando siete poveri, perché ormai va tutto a periodi, restate scapoli.

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Sweet home Grazioli https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/ https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/#respond Thu, 12 Dec 2013 14:03:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17025 Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest'estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d'Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

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Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest’estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d’Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

Naturalmente Berlusconi ci provò anche con la famiglia Grazioli, non accontentandosi dell’affitto del palazzo di via del Plebiscito 102 in cui risiede dal 1995. Anche qui, garbato rifiuto: il duca Giulio Grazioli-Lante della Rovere resistette infatti alla lusinga grazie alle sue doti di finanziere esperto – mise insieme 42 milioni di euro di plusvalenza nella scalata Unipol – Bnl del 2004, quella dei “furbetti” – ma soprattutto a una fortuna familiare consistente, seppur non antichissima.

Rassegnato all’affitto, Berlusconi rese mitico l’indirizzo trasformando il palazzo in un compound diplomatico al centro di querelle simboliche vecchie e nuove: l’affaccio sul palazzo Venezia; la rimozione delle fermate di autobus davanti all’ingresso, nel momento di massimo splendore berlusconiano, con «un blitz notturno», come da interrogazione parlamentare Pd. Poi, ripristino dei bus, verso il crepuscolo del Cav. e gli spread; e poi manifestazioni di piazza, passanti osannanti o sputazzanti; anche lanci di letame verso la dimora gentilizia, tanto “Grazioli” – come è chiamato semplicemente dai cronisti politici, in contrapposizione a “Chigi”, le due sedi governative, ufficiale e ufficiosa – era diventato sinonimo di potere berlusconiano (“Grazioli” come versione 2.0 di “Palazzo”, definizione pasoliniana d’epoca, si potrebbe dire).

Eppure “Grazioli” ha una vita sua, e la rivendica. Il Cav. ha in affitto solo il primo piano, con uffici e segreterie sul lato di via del Plebiscito, quello con balcone e bandiere; e appartamento privato sul retro, su piazza Grazioli. Di collegamento, saloni e locali di rappresentanza, la cucina del famoso cuoco Michele e del maggiordomo Alfredo che si è appena messo in proprio, con un ristorante suo dalle parti di piazza di Firenze (triangolo del fritto, di fronte a una mozzarelleria Obikà). Il Presidente, molto signorilmente come suo solito, ha già visitato e apprezzato i locali.

In tutto, il piano nobile di “Grazioli” è un dado ristrutturato come altre dimore berlusconiane dall’architetto Giorgio Pes, che collaborò anche alle scenografie del Gattopardo viscontiano; al primo piano si aggiungono alcuni locali ai piani bassi, fondamentalmente il “bivacco” per le scorte e il “parlamentino” in miniatura per le riunioni plenarie. Il resto del palazzo sono uffici e abitazioni e preesistenze non berlusconiane.

Altri inquilini di palazzo celebri non se ne conoscono. Non c’è più la sede di Reti-Running, la struttura di lobbying-comunicazione messa su da uno dei due lothar di Massimo D’Alema, Claudio Velardi, in anni in cui pareva ironico installarsi sopra il premier, disponendo anche di terrazze per festeggiare non si sa che. Chiusa anche – dal 2010 – la sede di Red Tv, la Cnn dalemiana che aveva i locali in un seminterrato del palazzo dal lato di via della Gatta (la gatta in questione è quella archeologica di marmo murata sul primo cornicione del palazzo, in ricordo di una gatta che miagolando salvò un neonato dalla caduta. C’è anche una misteriosa leggenda: nella direzione in cui l’animale guarda dovrebbe essere sepolto un tesoro, ma nessuno finora è riuscito a trovarlo).

A metà agosto, il palazzo è giustamente deserto, e de-berlusconizzato; su via del Plebiscito solo una Punto dei Carabinieri, vecchia; dietro, sulla piazza Grazioli dove affaccia l’appartamento presidenziale, sgombra dai parcheggi, una Land Rover sempre dell’Arma, a vegliare sul nulla. Sopra il primo piano nobile e politico, un appartamento vistosamente abbandonato, con finestre murate (metafora?). Si gira attorno al palazzo, tra le fioriere bombate e cementizie con fascia bronzea, ed ecco il commissariato di polizia molto gaddiano di via Santo Stefano del Cacco, dove è di servizio il «dottor Ingravallo comandato alla mobile» del Pasticciaccio; e poi verso il Visconti, liceo della Roma-bene con precipue dinamiche di classe, dove soffrono allievi proletari in Caterina va in città (regia di Paolo Virzì, 2003) e sottoproletari (nell’Estraneo di Tommaso Giagni, libro sitiano e einaudiano del 2012); e poi si arriva naturalmente al palazzo Doria-Pamphilj, con collezioni inenarrabili di Velazquez-Rubens-Caravaggio e soprattutto adozioni e inseminazioni molto moderne – e il principe Jonathan che toglie d’imperio dai balconi aviti le bandiere vaticane imposte da amministrazioni poco laiche quando il Papa attraversa il Tevere.

Ma se i Doria discendono dal mitico ammiraglio, sempre su piazza Grazioli proprio sotto l’appartamento presidenziale una targa di bronzo commemora «il sottotenente di Vascello Riccardo Grazioli Lante de la Rovere, caduto a Homes il 28 ottobre 1911 emulando avite gesta fra gli eroi». In realtà i Grazioli non erano stirpe molto marinara, e anche poco guerriera. Il Vincenzo Grazioli fondatore settecentesco della razza, valtellinese, era fornaio a Roma nel rione Monti, e poi – uomo del fare – prestatore a interesse e gestore di soldi propri e altrui; grande acquistatore di titoli del debito pubblico pontificio, dunque molto benvoluto alla corte vaticana; buon immobiliarista: acquistò nel 1823 la tenuta di Castel Porziano, sul litorale romano, per la somma di 80.993 scudi, che rivenderà poi nel 1874 alla Real Casa Savoia, e di qui poi passerà con la Repubblica in dotazione presidenziale, con molti futuri scandali di cacce al cinghiale in elicottero dei gemelli Leone (narrate da Camilla Cederna nella Carriera di un presidente) e poi di manutenzioni poco ortodosse recenti ad opera di nipoti di segretari generali (però con famosa piscina olimpionica d’acqua di mare, benefit molto amato dai presidenti). Da Maria Luigia di Borbone, duchessa di Lucca, Vincenzo Grazioli acquista invece nel 1835 anche la residenza della (non ancora) via del Plebiscito, in origine palazzo Gottifreddi, edificato dal Della Porta nel Cinquecento. Con il real estate arrivano poi i titoli, tutti papali (anche grazie agli acquisti di buoni del tesoro, come un Mario Draghi in piccolo): nel 1836 papa Gregorio XVI lo nomina barone di Castel Porziano; e nel 1852 addirittura duca di Santa Croce di Magliano.

I Grazioli sono ormai una delle famiglie più ricche di Roma e si imparentano subito con le antiche case patrizie: nell’aprile del 1847 il figlio di Vincenzo, Pio, sposa una Lante della Rovere soprattutto per aggiungersi due cognomi che gli servono molto nelle mondanità: il figlio Giulio Grazioli Lante della Rovere e la moglie Maria sono infatti una coppia molto fitzgeraldiana nella Roma pre-unitaria: si mettono in mostra per molte cacce alla volpe nel loro villone neogotico nuovissimo sulla Salaria, oggi sede della ambasciata del Canada. Giuseppe Primoli, una specie di Andy Warhol della Roma umbertina, che è un nipote di Napoleone, e fotografa tutti e conosce tutti e gira sempre con la sua macchina fotografica, fa un sacco di scatti ai Grazioli cavallerizzi con bombetta. Giulia Bonaparte, anche lei napoleonide del ramo romano, lascia nei suoi velenosi diari cattiverie d’epoca: «Il padre del giovane Grazioli era un boulanger (un panettiere)» e Giulio, che sposa una marchesa Lavaggi, «non ha molto spirito ma ha molto denaro» sottolineando che la coppia aspirazionale «ha appena acquistato un cavallo da sella da 10 mila franchi».

I napoleonidi sono poi vicini di casa dei Grazioli – forse di qui tanto interesse – essendo il palazzo Bonaparte a poche decine di metri, e oggi sede romana del Corriere della Sera, tutto stucchi e aquile imperiali e altane, dove i redattori angosciati per gli esuberi vanno a fumare forse meditando suicidi. Mentre i Grazioli per qualche tempo sono stati anche un po’ padroni del Messaggero. Almeno morganaticamente, e non gli porterà per niente bene: nel 1977 il rapimento del duca Massimiliano, da parte della banda della Magliana, che segna l’escalation dell’organizzazione criminale, pare scatenato proprio dalla vendita del quotidiano da parte della famiglia di Isabella Perrone, sua moglie (i Perrone posseggono ancor oggi il Secolo XIX) e dalla presunta liquidità discendente. Per il rapimento vengono chiesti 10 miliardi, cifra enorme, e ne verranno pagati solo uno o due, ma invano, perché il corpo del duca non sarà mai restituito né ritrovato – è stato probabilmente ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori, e si scoprirà poi l’esistenza di un basista in amicizia con la famiglia, mentre il denaro Grazioli permette il salto di qualità e l’entrata nella leggenda nera della Banda.

Con tutte queste storie, di Berlusconi non sembra importare molto, qui. Certo, siamo in Agosto, e il presidente è lontano: il portiere solertissimo Vincenzo veglia sulla guardiola; la sorveglianza è discreta ma presente, ci sono telecamere e led ovunque, ma come in una palazzina di ricchi dei Parioli. Nessun apparato di sicurezza vistoso, cancelletti bassi e niente vessilli militari. Ci sono altri uffici e altre scale; ci sono le cassapanche antiche con gli stemmi Grazioli sempre riprese dalle telecamere dei telegiornali; c’è una Panda blu parcheggiata, vecchia. C’è un annuncio di affittasi, per una mansarda all’ultimo piano, per chi fosse interessato (chiedere a Vincenzo). Ci sono lussi d’epoca grazioliani: buche per la posta d’ottone, come piccoli periscopi da nave; e maniglie dorate con iniziali Grazioli ovunque. La famiglia, molto – come si dice – schiva, non abita più nel palazzo, tranne il ramo dei principi Caravita di Sirignano; una Anna Grazioli negli anni Quaranta sposò infatti il celebre Pupetto Sirignano, dandy e genius loci caprese, playboy, discendente di San Gennaro; e il giorno del Santo, il 19 settembre, mentre in Cattedrale a Napoli si liquida il Sangue venerato, una macchia appare sulla nuca dei Sirignano primogeniti. È uno dei tanti aneddoti di una poco nota autobiografia del genere dandistico-dannunziano-Due Sicilie (Francesco Caravita di Sirignano, Memorie di un uomo inutile, Mondadori, 1981) dove il gentiluomo si racconta.

Un altro aneddoto riguarda Tomasi di Lampedusa: l’autore del Gattopardo, in cerca di un erede – per il nome e il titolo, perché per il resto ormai squattrinatissimo – negli anni Cinquanta sonda i cugini Sirignano, che vengono dunque invitati per un tè nella scombinata abitazione palermitana. Tomasi vive in povertà, ha appena fatto un mutuo per ricomprarsi un pezzo del palazzo avito alla Marina di Palermo; la moglie lettone Alessandra Wolff-Stomersee, sedicente baronessa freudiana, psicanalizza valletti di palazzo e aristocratici in crisi. I Sirignano invece molto liquidi vengono invitati per questo tè col piccolo secondogenito Alvaro, preposto all’adozione; ma nel modesto alloggio vengono offerti cioccolatini talmente vecchi da essere diventati bianchi (mentre i Sirignano probabilmente erano abituati al tempio della pralina, Moriondo & Gariglio, luogo di culto romano del cioccolatino, nei pressi del palazzo dall’Unità d’Italia). Dunque ringraziano molto i chers cousins e (soprattutto la mamma Grazioli) scappano inorriditi: l’incontro è andato malissimo, e Tomasi adotterà poi un altro parente, Gioacchino Lanza; e soprattutto diventerà un grande bestsellerista postumo. Oggi Alvaro Sirignano amministra il patrimonio di famiglia e abita al quarto piano del palazzo, sopra Berlusconi. Nel suo ufficio, tra i ritratti di famiglia, uno con dedica autografa di Pio XII a donna Caterina Grazioli, nel famoso gesto ieratico con indice e medio eretti. Di Berlusconi neanche una foto.

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