Tommaso Giagni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tommaso-giagni/ un blog di approfondimento culturale Fri, 16 Dec 2016 23:44:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tommaso Giagni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tommaso-giagni/ 32 32 Soffia un vento tropicale su Roma https://minimaetmoralia.it/letteratura/33116-2/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/33116-2/#comments Sat, 17 Dec 2016 07:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33116 Domenica 18 dicembre, all'interno della rassegna Leggo per legittima difesa, Francesco Longo presenta Cleopatra va in prigione (di Claudia Durastanti) e Prima di perderti (di Tommaso Giagni). Di seguito pubblichiamo un pezzo uscito sull'Unità.

Quando più scrittori insistono su un carattere inedito di Roma vuol dire che la città è pronta a svelare una sua nuova identità. L’ultimo romanzo di Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione (minimum fax, pp. 129, euro 15) è ambientato in una periferia che odora di asfalto e menta, nel periodo che precede un’estate terribile, letale. È una Roma scolorita, satura di impurità, i personaggi si aggirano tra la Tiburtina e Largo Preneste.

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Domenica 18 dicembre, all’interno della rassegna Leggo per legittima difesa, Francesco Longo presenta Cleopatra va in prigione (di Claudia Durastanti) e Prima di perderti (di Tommaso Giagni). Di seguito pubblichiamo un pezzo uscito sull’Unità.

Quando più scrittori insistono su un carattere inedito di Roma vuol dire che la città è pronta a svelare una sua nuova identità. L’ultimo romanzo di Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione (minimum fax, pp. 129, euro 15) è ambientato in una periferia che odora di asfalto e menta, nel periodo che precede un’estate terribile, letale. È una Roma scolorita, satura di impurità, i personaggi si aggirano tra la Tiburtina e Largo Preneste.

La protagonista è Caterina, fidanzata con Aurelio. Lui gestiva un night club ed è stato arrestato durante un’operazione per ripulire alcuni quartieri da giri di droghe e prostituzione. Mentre lui è in carcere lei lo tradisce con un poliziotto. Caterina è cresciuta passeggiando sulla tangenziale chiusa al traffico dopo mezzanotte e ora si aggira tra parcheggi e depositi di autobus. La temperatura è anomala, “il caldo sta per squagliare le finestre”, prima del tramonto il sole diventa viola e rosso, “un occhio dai capillari spaccati”, e quando va giù gli edifici riflettono una luce verde, ramata.

La Roma di Claudia Durastanti è punteggiata di Bingo, Compro Oro, locali di lap dance, club a Porta Maggiore con eroinomani illuminati dai neon, trabocca locali luccicanti frequentati da sudamericani vicino alla stazione dove è “impossibile ordinare un cocktail senza ananas”. Esotismo orientaleggiante e periferia pasoliniana si sovrappongono in una sorta di “borgata Dubai” dove convivono lavatrici rattoppate con lo scotch e palme rivestite di luci rosse.

In Cleopatra va in prigione, Roma sembra aver cambiato latitudine, essere scivolata verso i tropici. Le bouganville proliferano sulle ringhiere, le case si riempiono di felci che tolgono ossigeno nel sonno e le finestre sono sigillate da zanzariere. Caterina smette di fare la spogliarellista e comincia a lavorare come segretaria in un albergo con pochissimi clienti. Aurelio esce di prigione. Le vite cambiano, ma il cielo e il sole restano gessosi e tutto pare sempre sul punto di sgretolarsi. L’umidità riempie l’aria e “il vento puzza di ammoniaca”.

Al suo secondo romanzo, Tommaso Giagni ha scritto un libro coraggiosissimo, in cui un figlio, Fausto, sta per disperdere le ceneri del padre morto quando lo vede apparirgli davanti come un fantasma. La trama shakespeariana di Prima di perderti (Einaudi, pp. 141, euro 16,50) è tutta ambientata ai margini di Roma, dove Fausto arriva seguendo gru, ponteggi, furgoni, bagni chimici. È un Pratone non lontano dalla discarica di Malagrotta, un ritaglio desolato fra cantieri che tirano su villette a schiera, il confine remoto della città.

Anche quella di Giagni è una città di vecchi che bevono Fernet e giocano al gratta e vinci. Il duello tra padre e figlio ha forma verbale perché quando si tratta di rancori, affetto taciuto e sentimenti avvolti nella reticenza, le parole sono “armi sufficienti”. La Roma raccontata da Giagni è invasa di animali, i piccioni litigano, i gabbiani sgnignazzano e beccano, le cicale sfondano i timpani, le formiche folleggiano. Il vento porta odore “di grano e finocchiella, che già velenosi i gas fanno sfiorire”. L’atmosfera è malsana, l’aria è “giallastra, simile a quella che annuncia un terremoto”. Durastanti definisce Roma una città “impaziente e batterica” e anche la diagnosi di Giagni coglie una patologia diffusa: “Il cielo ha un colore malato”. Così come è alterato tutto il tono della sua tragedia psicologica, sempre in bilico tra allucinazione e sogno, tra delirio e realismo. Le felci e le bouganvillae infestanti di Claudia Durastanti, riaffiorano qui sotto forma di edera che si arrampica e gli insetti non mancano: l’umidità porta con sé molti moscerini, che il protagonista non ha il coraggio di uccidere.

La Roma di questi romanzi si rispecchia in quella di un terzo libro uscito sempre ad ottobre, Dove la storia finisce (Mondadori) di Alessandro Piperno. Anzi è proprio qui che si trovano due preziose indicazioni per leggere gli altri due. Nella prima annotazione Piperno ricorda: “Si tende a dimenticare che Roma è una città di mare”. La seconda arriva dopo che anche Piperno ha osservato rampicanti sulle inferriate e sciami di insetti a presidiare i cassonetti: è“come se la natura avesse avuto la meglio sulla città e i suoi abitanti”, si legge.

La Roma subtropicale di Piperno – battuta da un “vento africano” –, quella di Durastanti con i night sulla via del Mare simili a templi nella giungla, e quella maleodorante di Giagni sono la stessa città. In cui i sentimenti, la politica e le visioni rosee del futuro sono ingiallite eppure nulla smette di splendere e luccicare. Una bellezza sublime e olimpica palpita ancora in una città che cade a pezzi, perché “dopotutto lo fa da millenni”.

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Vita ribelle e irregolare di Jean Genet https://minimaetmoralia.it/letteratura/vita-ribelle-e-irregolare-di-jean-genet/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/vita-ribelle-e-irregolare-di-jean-genet/#comments Fri, 15 Apr 2016 11:30:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30576 Trent'anni fa moriva a Parigi lo scrittore e poeta francese Jean Genet: lo ricordiamo con un ritratto di Tommaso Giagni (fonte immagine).

di Tommaso Giagni

È una fatica, confrontarsi con un irregolare. Una fatica studiare la trama dei ricchi tappeti che Jean Genet stende, in prosa, per far camminare comodamente i marginali di cui racconta. La fatica che media fra il prima e il dopo, nella crescita delle persone, e per questo le respinge. Sì, Genet pretende uno sforzo. Dal lettore, al quale offre una scrittura densa, articolata in una perenne alternanza fra registro alto e argot di strada o di prigione. E soprattutto è all'uomo che chiede di sforzarsi, mettendo in discussione i dogmi che ha intorno.

I trent'anni che ci dividono, proprio oggi, dalla sua morte, segnano una distanza che è una frattura. Per come è stata deprezzata la considerazione dello sforzo, celebrare oggi la memoria di Genet sembra una battaglia contro i mulini a vento. Quando i suoi lavori, e la sua vita, sarebbero di vero aiuto per chiunque affronti la scrittura, e la vita.

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Trent’anni fa moriva a Parigi lo scrittore e poeta francese Jean Genet: lo ricordiamo con un ritratto di Tommaso Giagni (fonte immagine).

di Tommaso Giagni

È una fatica, confrontarsi con un irregolare. Una fatica studiare la trama dei ricchi tappeti che Jean Genet stende, in prosa, per far camminare comodamente i marginali di cui racconta. La fatica che media fra il prima e il dopo, nella crescita delle persone, e per questo le respinge. Sì, Genet pretende uno sforzo. Dal lettore, al quale offre una scrittura densa, articolata in una perenne alternanza fra registro alto e argot di strada o di prigione. E soprattutto è all’uomo che chiede di sforzarsi, mettendo in discussione i dogmi che ha intorno.

I trent’anni che ci dividono, proprio oggi, dalla sua morte, segnano una distanza che è una frattura. Per come è stata deprezzata la considerazione dello sforzo, celebrare oggi la memoria di Genet sembra una battaglia contro i mulini a vento. Quando i suoi lavori, e la sua vita, sarebbero di vero aiuto per chiunque affronti la scrittura, e la vita.

A voler collocare Genet in un punto, non si riesce. La coincidenza del luogo di nascita e di morte, Parigi, è una stupida beffa per le peregrinazioni che compì nei settantacinque anni della sua vita. Dall’inizio alla fine anzi è stato un vagabondo inquieto, uno che non si faceva trovare dove lo si aspettava. Uno che portava tutti i suoi averi materiali in una valigetta, un “bibliofilo che non possedeva un libro” come lo definisce Edmund White nella sua fondamentale biografia Ladro di stile. Le diverse vite di Jean Genet (il Saggiatore, 1998).

Ha scritto i suoi romanzi imprigionato nelle carceri francesi, ha fatto politica negli Stati Uniti e in Giappone, ha tentato di suicidarsi a Domodossola, ha girato compulsivamente il Medio Oriente, ha voluto e ottenuto una tomba in Marocco davanti al mare. Genet era a Parigi nel maggio ’68, era in America durante le lotte del Black Panthers Party, era a Beirut nei giorni del massacro di Sabra e Shatila (e fu il primo europeo a vederne i cadaveri). Se riusciva a essere sul posto mentre si faceva la Storia, è perché conosceva l’importanza di mettersi in gioco fisicamente. Anche questo, oggi, desueto.

Lasciare il proprio Paese era un sollievo. Nato da padre ignoto, abbandonato dalla madre, si può dire sia stato cresciuto dalla Francia, attraverso le sue istituzioni per gli orfani. Un tutore, la Francia, che non gli è mai piaciuto. Ha lottato per tutta la vita, con tutti gli strumenti che ha potuto usare, per farsi indipendente dal suo Paese. Non è un caso che la prima, vera reazione alla scoperta di avere un cancro, sia stata smettere di pagare le tasse. Non può sorprendere la passione con cui sposò la lotta anticolonialista. La Francia, Genet l’ha derubata, l’ha scandalizzata, si è lasciato avvicinare e celebrare solo per meglio sfruttarla, attraverso i diritti che guadagnava dai suoi libri e l’attenzione che riusciva a guadagnare per la causa dei suoi oppressi.

Genet era uomo di cortocircuiti. Nel lavoro, nella vita, nell’interazione fra i due. Le carceri e i bordelli, le stamberghe e i bagni pubblici, i ladri e i portuali… tutto questo, che era buona parte del suo mondo dentro e fuori le pagine, viene ricoperto d’oro nei suoi testi – capolavori di stile, al servizio della narrazione e mai fredda cerebralità. Zelante fino all’ossessione è la cura nelle indicazioni per i registi delle sue pièce. Come pure ossessiva è la cura che Genet metteva nei rapporti con le varie persone che ha cresciuto nel tempo come figli. Dove la cura sconfinava nel controllo, fino a generare drammi.

Ed era uomo di rinuncia e di volontà, Genet. Assurdo punto d’incontro tra un cardine del cristianesimo e un valore nietzschiano, come ha notato White. Un punto d’incontro dove l’assurdo non c’entra con la rassegnazione dell’esistenzialismo né con l’estemporaneità del surrealismo – si teneva lontano da entrambe le strade.

La rinuncia va intesa come rinuncia al possesso (la sua valigetta, la sua generosità estrema), rinuncia alla pacificazione, e anzi dedizione al conflitto e spavalda assunzione del ruolo di Caino. Genet è il ladro, l’omosessuale, il traditore. Sartre trovò in lui la ribellione dell’ascesi, quando nel ’52 gli dedicò l’analisi psicanalitica di Santo Genet, commediante e martire. Nel lavoro di Genet in una cella di prigione, Sartre scorse il lavoro certosino del monaco in una cella monastica. Non è un caso se i suoi cinque romanzi siano stati scritti prevalentemente in carcere, nell’arco di pochi anni. Gli servivano a uscire di lì, come spiegò lui stesso, e una volta uscito non trovò più i motivi per occuparsi di narrativa.

La volontà l’ha fatto diventare quel che è diventato. Uno scrittore apprezzato in tutto il mondo, lui, il trovatello, il giovane reietto del poverissimo Morvan. Un insegnante tra i soldati, lui che aveva interrotto gli studi a tredici anni. Un difensore degli oppressi di qualsiasi regione del pianeta, lui che mai si era sentito difeso dall’oppressione. Volontà che è bisogno, mai dimostrazione: non danzare per noi, ma per te, raccomanda al suo funambolo.

Nella sua vita ha attraversato confini illegalmente, derubato i ricchi omosessuali con cui si prostituiva, teorizzato la grandezza di chiunque venisse additato come espressione del male. Per un lungo periodo fu convinto della superiorità dell’estetica sulla morale. Una porzione, questa, dello scientifico rovesciamento delle convenzioni, politicamente consapevole ma anche orgogliosamente rivendicativo in chiave difensiva. Genet invitava a cercare la bellezza nella propria, individuale ferita – quella che per altri è il demone, o il trauma. Entrare nel proprio dolore è anche entrare nell’ombra, col fine di metterla, per così dire, in luce.

L’attraversamento dei confini è stata una sua pratica in termini più generali. Aveva bisogno di rapportarsi a qualsiasi strato sociale. Frequentava intellettuali, capi di polizia e ministri, soprattutto per usarli, a volte per il gusto di un confronto, raramente per ammirazione. Frequentava, per scelta, i diseredati. Era dalla parte degli ultimi anche a costo di abbandonarli non appena smettessero di essere ultimi – come promise ai palestinesi.

Sta di fatto che portava i suoi amici scassinatori negli stessi cafè dove incontrava Sartre, Giacometti, Cocteau, Picasso e gli altri. Rubava libri e pubblicava per Gallimard. Una sera poteva andare a cena con Faulkner (senza quasi parlare) e quella dopo mangiare col funambolo semianalfabeta Abdallah (uno dei suoi grandi amori). Se con l’aristocrazia, intellettuale e non, giocava al naïf per imbarazzo, per attitudine socializzava con i marginali. Forse è in questa capacità di farsi ponte tra ambienti che non si parlano, la vera grandezza di Jean Genet.

Pochi mesi prima di morire, Il balcone venne rappresentato alla Comédie française. Era il massimo onore che il teatro potesse tributargli, ma lui non si presentò, come non era mai andato a vedere la rappresentazione delle sue pièce. Sapeva che il perfezionismo e il fastidio di apparire gli avrebbero fatto viver male lo spettacolo.

Aspettava la morte senza paura e col solo fastidio di doversi sbrigare a scrivere. Arrivò il 15 aprile 1986, la morte, nella stanza di un albergo a una stella, il Jack’s, che non era il solito albergo a una stella dove alloggiava. Per un soffio aveva fatto in tempo a concludere la stesura di Un captif amoureux. La rinuncia, la volontà, di nuovo.

Il Jack’s è ancora là, dietro Place d’Italie. Adesso però ha tre stelle, e c’è una stanza “Jean Genet” costellata di libri e quadri che lo ritraggono. Si può immaginare l’orrore che gli avrebbe suscitato. Come anche l’orrore che gli avrebbe suscitato questo pezzo – sentirsi dare della guida per uscire dalla stasi. Diceva che l’arte è un’offerta ai morti, non si rivolge al futuro. Si chiedeva: “A quale scopo le generazioni future dovrebbero servirsi di un’opera? Non capisco”. E invece, nel suo caso, nel nostro caso, sarebbe bene fare lo sforzo di salire sulle sue spalle.

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Sweet home Grazioli https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/ https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/#respond Thu, 12 Dec 2013 14:03:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17025 Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest'estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d'Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

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Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest’estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d’Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

Naturalmente Berlusconi ci provò anche con la famiglia Grazioli, non accontentandosi dell’affitto del palazzo di via del Plebiscito 102 in cui risiede dal 1995. Anche qui, garbato rifiuto: il duca Giulio Grazioli-Lante della Rovere resistette infatti alla lusinga grazie alle sue doti di finanziere esperto – mise insieme 42 milioni di euro di plusvalenza nella scalata Unipol – Bnl del 2004, quella dei “furbetti” – ma soprattutto a una fortuna familiare consistente, seppur non antichissima.

Rassegnato all’affitto, Berlusconi rese mitico l’indirizzo trasformando il palazzo in un compound diplomatico al centro di querelle simboliche vecchie e nuove: l’affaccio sul palazzo Venezia; la rimozione delle fermate di autobus davanti all’ingresso, nel momento di massimo splendore berlusconiano, con «un blitz notturno», come da interrogazione parlamentare Pd. Poi, ripristino dei bus, verso il crepuscolo del Cav. e gli spread; e poi manifestazioni di piazza, passanti osannanti o sputazzanti; anche lanci di letame verso la dimora gentilizia, tanto “Grazioli” – come è chiamato semplicemente dai cronisti politici, in contrapposizione a “Chigi”, le due sedi governative, ufficiale e ufficiosa – era diventato sinonimo di potere berlusconiano (“Grazioli” come versione 2.0 di “Palazzo”, definizione pasoliniana d’epoca, si potrebbe dire).

Eppure “Grazioli” ha una vita sua, e la rivendica. Il Cav. ha in affitto solo il primo piano, con uffici e segreterie sul lato di via del Plebiscito, quello con balcone e bandiere; e appartamento privato sul retro, su piazza Grazioli. Di collegamento, saloni e locali di rappresentanza, la cucina del famoso cuoco Michele e del maggiordomo Alfredo che si è appena messo in proprio, con un ristorante suo dalle parti di piazza di Firenze (triangolo del fritto, di fronte a una mozzarelleria Obikà). Il Presidente, molto signorilmente come suo solito, ha già visitato e apprezzato i locali.

In tutto, il piano nobile di “Grazioli” è un dado ristrutturato come altre dimore berlusconiane dall’architetto Giorgio Pes, che collaborò anche alle scenografie del Gattopardo viscontiano; al primo piano si aggiungono alcuni locali ai piani bassi, fondamentalmente il “bivacco” per le scorte e il “parlamentino” in miniatura per le riunioni plenarie. Il resto del palazzo sono uffici e abitazioni e preesistenze non berlusconiane.

Altri inquilini di palazzo celebri non se ne conoscono. Non c’è più la sede di Reti-Running, la struttura di lobbying-comunicazione messa su da uno dei due lothar di Massimo D’Alema, Claudio Velardi, in anni in cui pareva ironico installarsi sopra il premier, disponendo anche di terrazze per festeggiare non si sa che. Chiusa anche – dal 2010 – la sede di Red Tv, la Cnn dalemiana che aveva i locali in un seminterrato del palazzo dal lato di via della Gatta (la gatta in questione è quella archeologica di marmo murata sul primo cornicione del palazzo, in ricordo di una gatta che miagolando salvò un neonato dalla caduta. C’è anche una misteriosa leggenda: nella direzione in cui l’animale guarda dovrebbe essere sepolto un tesoro, ma nessuno finora è riuscito a trovarlo).

A metà agosto, il palazzo è giustamente deserto, e de-berlusconizzato; su via del Plebiscito solo una Punto dei Carabinieri, vecchia; dietro, sulla piazza Grazioli dove affaccia l’appartamento presidenziale, sgombra dai parcheggi, una Land Rover sempre dell’Arma, a vegliare sul nulla. Sopra il primo piano nobile e politico, un appartamento vistosamente abbandonato, con finestre murate (metafora?). Si gira attorno al palazzo, tra le fioriere bombate e cementizie con fascia bronzea, ed ecco il commissariato di polizia molto gaddiano di via Santo Stefano del Cacco, dove è di servizio il «dottor Ingravallo comandato alla mobile» del Pasticciaccio; e poi verso il Visconti, liceo della Roma-bene con precipue dinamiche di classe, dove soffrono allievi proletari in Caterina va in città (regia di Paolo Virzì, 2003) e sottoproletari (nell’Estraneo di Tommaso Giagni, libro sitiano e einaudiano del 2012); e poi si arriva naturalmente al palazzo Doria-Pamphilj, con collezioni inenarrabili di Velazquez-Rubens-Caravaggio e soprattutto adozioni e inseminazioni molto moderne – e il principe Jonathan che toglie d’imperio dai balconi aviti le bandiere vaticane imposte da amministrazioni poco laiche quando il Papa attraversa il Tevere.

Ma se i Doria discendono dal mitico ammiraglio, sempre su piazza Grazioli proprio sotto l’appartamento presidenziale una targa di bronzo commemora «il sottotenente di Vascello Riccardo Grazioli Lante de la Rovere, caduto a Homes il 28 ottobre 1911 emulando avite gesta fra gli eroi». In realtà i Grazioli non erano stirpe molto marinara, e anche poco guerriera. Il Vincenzo Grazioli fondatore settecentesco della razza, valtellinese, era fornaio a Roma nel rione Monti, e poi – uomo del fare – prestatore a interesse e gestore di soldi propri e altrui; grande acquistatore di titoli del debito pubblico pontificio, dunque molto benvoluto alla corte vaticana; buon immobiliarista: acquistò nel 1823 la tenuta di Castel Porziano, sul litorale romano, per la somma di 80.993 scudi, che rivenderà poi nel 1874 alla Real Casa Savoia, e di qui poi passerà con la Repubblica in dotazione presidenziale, con molti futuri scandali di cacce al cinghiale in elicottero dei gemelli Leone (narrate da Camilla Cederna nella Carriera di un presidente) e poi di manutenzioni poco ortodosse recenti ad opera di nipoti di segretari generali (però con famosa piscina olimpionica d’acqua di mare, benefit molto amato dai presidenti). Da Maria Luigia di Borbone, duchessa di Lucca, Vincenzo Grazioli acquista invece nel 1835 anche la residenza della (non ancora) via del Plebiscito, in origine palazzo Gottifreddi, edificato dal Della Porta nel Cinquecento. Con il real estate arrivano poi i titoli, tutti papali (anche grazie agli acquisti di buoni del tesoro, come un Mario Draghi in piccolo): nel 1836 papa Gregorio XVI lo nomina barone di Castel Porziano; e nel 1852 addirittura duca di Santa Croce di Magliano.

I Grazioli sono ormai una delle famiglie più ricche di Roma e si imparentano subito con le antiche case patrizie: nell’aprile del 1847 il figlio di Vincenzo, Pio, sposa una Lante della Rovere soprattutto per aggiungersi due cognomi che gli servono molto nelle mondanità: il figlio Giulio Grazioli Lante della Rovere e la moglie Maria sono infatti una coppia molto fitzgeraldiana nella Roma pre-unitaria: si mettono in mostra per molte cacce alla volpe nel loro villone neogotico nuovissimo sulla Salaria, oggi sede della ambasciata del Canada. Giuseppe Primoli, una specie di Andy Warhol della Roma umbertina, che è un nipote di Napoleone, e fotografa tutti e conosce tutti e gira sempre con la sua macchina fotografica, fa un sacco di scatti ai Grazioli cavallerizzi con bombetta. Giulia Bonaparte, anche lei napoleonide del ramo romano, lascia nei suoi velenosi diari cattiverie d’epoca: «Il padre del giovane Grazioli era un boulanger (un panettiere)» e Giulio, che sposa una marchesa Lavaggi, «non ha molto spirito ma ha molto denaro» sottolineando che la coppia aspirazionale «ha appena acquistato un cavallo da sella da 10 mila franchi».

I napoleonidi sono poi vicini di casa dei Grazioli – forse di qui tanto interesse – essendo il palazzo Bonaparte a poche decine di metri, e oggi sede romana del Corriere della Sera, tutto stucchi e aquile imperiali e altane, dove i redattori angosciati per gli esuberi vanno a fumare forse meditando suicidi. Mentre i Grazioli per qualche tempo sono stati anche un po’ padroni del Messaggero. Almeno morganaticamente, e non gli porterà per niente bene: nel 1977 il rapimento del duca Massimiliano, da parte della banda della Magliana, che segna l’escalation dell’organizzazione criminale, pare scatenato proprio dalla vendita del quotidiano da parte della famiglia di Isabella Perrone, sua moglie (i Perrone posseggono ancor oggi il Secolo XIX) e dalla presunta liquidità discendente. Per il rapimento vengono chiesti 10 miliardi, cifra enorme, e ne verranno pagati solo uno o due, ma invano, perché il corpo del duca non sarà mai restituito né ritrovato – è stato probabilmente ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori, e si scoprirà poi l’esistenza di un basista in amicizia con la famiglia, mentre il denaro Grazioli permette il salto di qualità e l’entrata nella leggenda nera della Banda.

Con tutte queste storie, di Berlusconi non sembra importare molto, qui. Certo, siamo in Agosto, e il presidente è lontano: il portiere solertissimo Vincenzo veglia sulla guardiola; la sorveglianza è discreta ma presente, ci sono telecamere e led ovunque, ma come in una palazzina di ricchi dei Parioli. Nessun apparato di sicurezza vistoso, cancelletti bassi e niente vessilli militari. Ci sono altri uffici e altre scale; ci sono le cassapanche antiche con gli stemmi Grazioli sempre riprese dalle telecamere dei telegiornali; c’è una Panda blu parcheggiata, vecchia. C’è un annuncio di affittasi, per una mansarda all’ultimo piano, per chi fosse interessato (chiedere a Vincenzo). Ci sono lussi d’epoca grazioliani: buche per la posta d’ottone, come piccoli periscopi da nave; e maniglie dorate con iniziali Grazioli ovunque. La famiglia, molto – come si dice – schiva, non abita più nel palazzo, tranne il ramo dei principi Caravita di Sirignano; una Anna Grazioli negli anni Quaranta sposò infatti il celebre Pupetto Sirignano, dandy e genius loci caprese, playboy, discendente di San Gennaro; e il giorno del Santo, il 19 settembre, mentre in Cattedrale a Napoli si liquida il Sangue venerato, una macchia appare sulla nuca dei Sirignano primogeniti. È uno dei tanti aneddoti di una poco nota autobiografia del genere dandistico-dannunziano-Due Sicilie (Francesco Caravita di Sirignano, Memorie di un uomo inutile, Mondadori, 1981) dove il gentiluomo si racconta.

Un altro aneddoto riguarda Tomasi di Lampedusa: l’autore del Gattopardo, in cerca di un erede – per il nome e il titolo, perché per il resto ormai squattrinatissimo – negli anni Cinquanta sonda i cugini Sirignano, che vengono dunque invitati per un tè nella scombinata abitazione palermitana. Tomasi vive in povertà, ha appena fatto un mutuo per ricomprarsi un pezzo del palazzo avito alla Marina di Palermo; la moglie lettone Alessandra Wolff-Stomersee, sedicente baronessa freudiana, psicanalizza valletti di palazzo e aristocratici in crisi. I Sirignano invece molto liquidi vengono invitati per questo tè col piccolo secondogenito Alvaro, preposto all’adozione; ma nel modesto alloggio vengono offerti cioccolatini talmente vecchi da essere diventati bianchi (mentre i Sirignano probabilmente erano abituati al tempio della pralina, Moriondo & Gariglio, luogo di culto romano del cioccolatino, nei pressi del palazzo dall’Unità d’Italia). Dunque ringraziano molto i chers cousins e (soprattutto la mamma Grazioli) scappano inorriditi: l’incontro è andato malissimo, e Tomasi adotterà poi un altro parente, Gioacchino Lanza; e soprattutto diventerà un grande bestsellerista postumo. Oggi Alvaro Sirignano amministra il patrimonio di famiglia e abita al quarto piano del palazzo, sopra Berlusconi. Nel suo ufficio, tra i ritratti di famiglia, uno con dedica autografa di Pio XII a donna Caterina Grazioli, nel famoso gesto ieratico con indice e medio eretti. Di Berlusconi neanche una foto.

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Quel romanzo sulle vite sospese https://minimaetmoralia.it/libri/quel-romanzo-sulle-vite-sospese/ https://minimaetmoralia.it/libri/quel-romanzo-sulle-vite-sospese/#comments Fri, 03 Aug 2012 09:53:29 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8811 Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su Repubblica, su «L'estraneo» di Tommaso Giagni (Einaudi Stile Libero).

L’estraneo, romanzo d’esordio di Tommaso Giagni (Einaudi Stile Libero), comincia prima della scrittura, nel senso che comincia dall’immagine di copertina: un frammento urbano, i colori desaturati verso il bianco e il grigio, un corpo maschile in caduta libera – la testa camuffata, le braccia aperte, qualcosa di simile a una cordicella arancione intorno a un polso.

Lo scatto è del fotografo francese Denis Darzacq, che da tempo realizza immagini di corpi in caduta. Continuando a osservare la foto si ha però l’impressione che questo corpo non stia cadendo ma che si stia sollevando, come se l’asfalto sottostante lo avesse appena respinto verso l’alto; concentrandosi ancora si impone una naturale ambiguità: la consapevolezza che, semplicemente, quel corpo sia sospeso.

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su Repubblica, su «L’estraneo» di Tommaso Giagni (Einaudi Stile Libero).

L’estraneo, romanzo d’esordio di Tommaso Giagni (Einaudi Stile Libero), comincia prima della scrittura, nel senso che comincia dall’immagine di copertina: un frammento urbano, i colori desaturati verso il bianco e il grigio, un corpo maschile in caduta libera – la testa camuffata, le braccia aperte, qualcosa di simile a una cordicella arancione intorno a un polso.

Lo scatto è del fotografo francese Denis Darzacq, che da tempo realizza immagini di corpi in caduta. Continuando a osservare la foto si ha però l’impressione che questo corpo non stia cadendo ma che si stia sollevando, come se l’asfalto sottostante lo avesse appena respinto verso l’alto; concentrandosi ancora si impone una naturale ambiguità: la consapevolezza che, semplicemente, quel corpo sia sospeso.

È proprio a partire da questo piccolo caos percettivo – l’impossibile che diviene logico – che la foto di Darzacq vale da varco d’ingresso naturale alla storia raccontata da Giagni: a che cosa viene raccontato ma soprattutto a come. Perché quello di L’estraneo è uno di quei casi in cui la famigerata distinzione tra la forma e il contenuto, tra lo stile e il tema, viene meno: il romanzo di Giagni – la storia di un ventenne orfano di madre e con un padre il cui patrimonio consiste in un posto da portinaio in un palazzo, un ragazzo in continua oscillazione tra la «Roma di Quaresima», ovvero la periferia più estrema, e la «Roma delle Rovine», dunque il centro della capitale – è a tutti gli effetti la sua materia linguistica, la scelta lessicale meticcia, l’ossatura sghimbescia della sua sintassi.

Perché se l’estraneo è «l’unico che – al contrario dell’acqua – non riesce mai a prendere la forma del contenitore» (dunque l’inospitabile, l’inospitato), se per l’estraneo «le aspettative sono brunite» e ciò che accadrà – il fatto stesso che qualcosa possa accadere – è una fata morgana, ciò dipende dalla sintassi della sua esistenza, dalla sua incapacità di scegliere e nidificare in un luogo e in un senso.

Viene in mente quell’essere «tra color che son sospesi» tramite cui nel secondo canto dell’Inferno Dante descrive cosa vuol dire esistere in una condizione mediana; con ancora maggiore precisione questo stato – che non va inteso come un accidenti individuale bensì come un connotato transgenerazionale ed epocale – è fotografato da Giorgio Caproni in Bisogno di guida: «M’ero sperso. Annaspavo. / Cercavo uno sfogo. / Chiesi a uno. “Non sono,” / mi rispose, “del luogo”».

Venuta meno la possibilità di intendere l’origine come termine di una dialettica identitaria (perché l’origine, questa sostanza che è stata qualcosa con cui confliggere, qualcosa da sfidare e al limite rifiutare, è adesso una cosa fragile, destrutturata: contrastarla è come lottare contro una bolla d’aria), non essendo quindi più del luogo, all’estraneo non resta altro che procedere per tentativi ed errori. Approdato in quel pianeta sconosciuto che è la periferia della metropoli – lui che da lì proviene ma che lì non ha mai vissuto – l’estraneo si immerge nel rumore di fondo della vita a margine. Un brusio che si articola nell’ordalia collettiva del Sabato del Fuoco, quando i neomaggiorenni bruciano in pubblico tre abiti comprati «a Roma»; nei pomeriggi al Parco Leonardo per festeggiare il primo «mesiversario» con Marianna, la fidanzata che desidera mimetizzarsi perfettamente nella cultura suburbana e che dunque si tiene a debita distanza da tutto ciò che considera «borghese»; nella commemorazione di Luciano “Lupo” Liboni, la sua effigie incollata sopra il viso di Mazzini; e poi, giusto per procurarsi qualche soldo, nell’impresa tragicomica di una marchetta condivisa con il coinquilino Andrea dentro l’abitazione colta ed elegante di un’attempata docente universitaria (una specie di messinscena teatrale: un sesso da filodrammatica); e ancora nelle ore trascorse in palestra, uno spazio di intenzioni e di afflizioni, di progetti e di piccoli rancori – i corpi di smalto e un fascismo impulsivo e svagato, privo di storia, smemorato.

Un brusio ininterrotto che trasforma il mondo in un acufene, un caos di fischi e crepitii che sembra provenire dall’esterno ma è generato dall’orecchio interno.

Leggendo il romanzo di Giagni – un esordio di un nitore sorprendente – riconosciamo la consistenza purgatoriale del presente, il suo sconcertante connotato antigravitazionale: «Non voglio perdere le mie due mezze anime: entrambe sono parte di me, combinate fanno me; d’altronde, sono anche i miei unici appigli per sperare d’essere accettato da questo o quel mondo».

Tutt’altro che essere accettato, che accettare uno o l’altro mondo, il protagonista del romanzo scopre che essere estranei, adesso, non è essere via, fuori, in qualche altrove: essere estranei è vivere qui, essere del luogo, ma immobilizzati in una postura impossibile, in una sintassi disarticolata: la postura naturalmente innaturale di chi vive sospeso a mezz’aria.

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Romanzo criminale e la Magliana oggi https://minimaetmoralia.it/societa/romanzo-criminale-e-la-magliana-oggi/ https://minimaetmoralia.it/societa/romanzo-criminale-e-la-magliana-oggi/#comments Sat, 22 Jan 2011 10:38:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3667 di Tommaso Giagni

Nel pomeriggio tardo di ogni giovedì, la palestra alla Magliana in cui mi alleno prende ad accelerare: meno chiacchiere, esercizi fatti più in fretta, sguardi più insistenti agli orologi. All’ora di cena poi, improvvisamente, la sala pesi si svuota e l’età media cresce tutt’assieme. Succede così da alcune settimane, da quando è cominciata la seconda serie di Romanzo criminale su Sky.

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di Tommaso Giagni

Nel pomeriggio tardo di ogni giovedì, la palestra alla Magliana in cui mi alleno prende ad accelerare: meno chiacchiere, esercizi fatti più in fretta, sguardi più insistenti agli orologi. All’ora di cena poi, improvvisamente, la sala pesi si svuota e l’età media cresce tutt’assieme. Succede così da alcune settimane, da quando è cominciata la seconda serie di Romanzo criminale su Sky.
Sono ragazzi di quindici venti massimo trent’anni, questi che si riuniscono con gli amici davanti alla tv, in cima ai palazzi popolari, ritualmente. Se ne stanno in cucina, anche se in salotto ci sarebbe il televisore più grande; nessuno di loro si sorprende di stare stretto con le sedie ammucchiate in fila: vengono tutti da case dove il salotto è sempre allo scuro e gli ospiti si ricevono in cucina. Sono quelli che, al bar, con falsa disinvoltura lasciano più mancia di quanto abbiano pagato il caffè corretto. Uno di loro mi ha spiegato – nel recupero fra una serie di squat e l’altra – che insieme alla fidanzata festeggiano il loro anniversario di pomeriggio («Fa’mo ‘r giro de’ gioiellerie: vedemo pe’ ‘e fedine») e di sera restano a casa «ché c’è Romanzo… ». Sono i ‘coatti moderni’ della Magliana, che la Magliana ‘della Banda’ non l’hanno vissuta perché negli anni Ottanta ci hanno fatto al massimo le elementari.
A tirar su manubri e bilancieri siamo molti di meno, quand’è l’ora di cena. Rimane in sala qualche grande vecchio, di quelli che si aggiustano i capelli lunghi e hanno le collanine d’oro e i cuori tatuati coi puntini blu. E la generazione degli anni Sessanta e Settanta, anche, che per sentire è molto compatta – avere trentacinque o cinquant’anni, sposta poco. L’insieme dei ‘coatti antichi’, insomma: quelli che hanno ancora un senso pasoliniano, quelli sopravvissuti al benessere economico. Infine un paio di moldavi e un albanese, rimangono ad allenarsi: quelli che entrano in spogliatoio coi pantaloni macchiati di calce, che li vedi a un angolo sfregarsi il nero dell’olio dalle mani… gli eredi del proletariato e sottoproletariato italiano, che non esiste più.

La Banda che il giovedì va in onda su Sky stuzzica, prima di tutto, l’immaginario borghese: le armi, il dialetto, la sveltezza… sono cose esotiche, lontane, subito affascinanti. Per ‘borghesia’ intendo quella che tradizionalmente si definisce media e alta borghesia, tenendo fuori quella che veniva chiamata ‘piccola borghesia’ e che oggi rappresenta tutto il resto. Così come il libro di De Cataldo e come il film di Placido, anche la serie tv si rivolge ‘naturaliter’ a un pubblico socioculturalmente medio-alto. Come negli autori e nel target, d’altronde, l’elaborazione romanzesca della Banda della Magliana è borghese nel rassicurare e appianare una serie di complessi di superiorità: la distanza dalla Realtà, il moralismo legalitario, l’ordine e la stabilità. È chiaro, infatti, che Libano e gli altri fanno cose eccitanti che non si possono fare.
L’imitazione di questa attrazione, che scatta da parte dei ‘coatti moderni’, rientra nell’ondata omologativa che da almeno trent’anni sta sommergendo di simboli e modi borghesi le borgate. Per capire perché i ventenni della Magliana oggi si appassionino al Freddo e al Dandy e agli altri, bisogna tornare inevitabilmente a Pasolini: è questa la borgata che s’imborghesisce di cui scriveva, questa l’imitazione di un gusto extra-sé che riguarda il sé. Si verifica una contorsione che è possibile – semplificando il tutto – sintetizzare così: il coatto esalta la percezione del coatto di qualcuno che i coatti non li conosce per niente. Se oggi la Magliana fosse com’era e se questi ventenni della mia palestra fossero come i loro padri, allora si potrebbe dire che l’emozione viene dal riconoscersi e dal sentirsi in qualche modo omaggiati. Invece l’atteggiamento di quelli della Magliana che il giovedì si sbrigano a cenare è in sostanza lo stesso dei loro coetanei di Roma Centro, arricchito però dal vanto ipocrita di sapere che a Roma e in Italia si pensa che siano loro – in un certo senso – i protagonisti.
In questo modo, come fanno i borghesi, le nuove generazioni della Magliana accendono su Sky perché guardano ai personaggi della Banda come guardano a Scarface: simboli estranei, modelli in quanto diversi da tutto ciò che possono vivere scendendo nelle loro strade di oggi.

Presto nasce e prospera un marketing, ovviamente, intorno a una serie tv così di successo; la t-shirt ufficiale con scritto QUELLI DELLA BANDA costa quarantacinque euro. Non c’è nessun paradosso, anzi: si pone perfettamente in scia con il fenomeno “De Puta Madre” – marca d’abbigliamento lanciata da un ex narcotrafficante, che già da qualche anno riempie gli armadi delle migliori case italiane. Che ‘de puta madre’ in spagnolo non significhi ‘figlio di puttana’ e che gli adesivi sulle mini-car parcheggiate ai Parioli non lo sappiano, è significativo. D’altra parte è talmente antico il gioco dei figli-di-papà di travestirsi da figli-di-puttana, che dev’essere stato automatico tradurre l’espressione così.

In sala pesi, parlo di tutte queste cose con Tullio, che è delle case popolari della Magliana e fa l’operaio e si avvicina ai quarant’anni. Gli chiedo che ne pensa, della serie e di quelli che la seguono: ripete tre quattro volte «Ma lascia sta’… ». Poi riprende l’asciugamano dalla Lat per i dorsali, si guarda intorno e – abbassando la voce – mi fa: «’a sai, te, ‘a storia vera d’a Banda e tutto?… ». Attacca allora che i capi storici dell’organizzazione erano di Trastevere e Testaccio e altri quartieri, che la Magliana «era giusto do’ c’avevano ‘r magazzino», che «i delinquenti qua ce stanno come ce stanno dappertutto».
Fa scudo, Tullio, al suo quartiere: perché è uno di quella generazione, perché le storie sulla Banda gli hanno creato più problemi che altro («De do’ so’, ai mi’ sòceri j’‘amo detto dopo sposati»), perché se sei stato in mezzo a certi ambienti, poi non hai bisogno di enfatizzarli. È un atteggiamento sano, proteggere la dignità dei propri luoghi dallo sguardo esterno. Lui, poi, non è affatto morbido con la sua realtà: non le trattiene le bestemmie sulla gente e i problemi che ha intorno – lo sento –, quando si alterna alla panca con gli amici di sempre. Il rapporto difficile col suo quartiere, però, è un panno sporco da lavare a casa: dire che la Magliana è pericolosa, per quelli come Tullio invece che un vanto significa ancora sputare nel piatto dove si mangia. E a vederla in prima pagina alle spalle d’un Michele Placido, gli fa venire voglia di difenderla.

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