Tonino Guerra Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tonino-guerra/ un blog di approfondimento culturale Sun, 05 Jan 2014 15:59:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tonino Guerra Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tonino-guerra/ 32 32 Stare in società sì, ma per cambiarla. Tomaso Montanari: una controreplica a Antonio Scurati https://minimaetmoralia.it/arte/andava-combattendo-ed-era-morto-una-controreplica-a-antonio-scurati/ https://minimaetmoralia.it/arte/andava-combattendo-ed-era-morto-una-controreplica-a-antonio-scurati/#comments Sat, 04 Jan 2014 08:48:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17256 Pubblichiamo una replica di Tomaso Montanari all’articolo di Antonio Scurati (Stare in società), scritto a propria volta per rispondere a Il Rinascimento in salsa tonnata, da Eataly dello stesso Montanari. di Tomaso Montanari «E come avvien quand’uno è riscaldato, / Che le ferite per allor non sente, / Così colui, del colpo non accorto,/ Andava combattendo, […]

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Pubblichiamo una replica di Tomaso Montanari all’articolo di Antonio Scurati (Stare in società), scritto a propria volta per rispondere a Il Rinascimento in salsa tonnata, da Eataly dello stesso Montanari.

di Tomaso Montanari

«E come avvien quand’uno è riscaldato, / Che le ferite per allor non sente, / Così colui, del colpo non accorto,/ Andava combattendo, ed era morto». Così Antonio Scurati: molto riscaldato, ma assai poco vivo. Grandi fendenti («basso attacco», «polemico», «malafede», «stare in società», «diffamazione»…; e poi massimi sistemi, e l’immancabile fisarmonica delle citazioni da bravo intellettuale), ma nessuna risposta sul merito del mio discorso. Sarebbe stato più onesto dire: «ho fatto una marchetta, succede». Non avrei riaperto bocca. Ma di fronte alla giustificazione teorica della marchetta, tocca provare a rispiegarsi: se mi riesce, in meno battute dello scrittore.

1. Il fatto.
Il nuovo negozio Eataly di Firenze annuncia di contenere un «percorso museale» dedicato a Rinascimento e affidato a «Antonio Scurati, celebre scrittore e professore universitario». Incuriosito, vado a visitarlo. E scopro che NON è affatto un percorso museale, ma una serie di pannelli, ciascuno con una fotografia e un breve testo. Leggo i testi, trovandoli terribili per scelta dei temi, retorica da supermercato, contenuti da Bignami. Per capire meglio il contesto dell’operazione vado sul sito di Eataly, e trovo un testo intitolato «Gli otto valori del Rinascimento secondo Scurati». Testo che riesce ad essere ancora peggiore di quello del negozio: anzi grottesco.
Nel mio intervento parlo di entrambi questi scritti. Dico che il primo è certamente di Scurati, e documento il mio giudizio stroncatorio citando tra virgolette tre brani. Poi passo al testo sulla rete, pure citandolo abbondantemente. E precisando che questo secondo è scritto «in un italiano che non può essere del “celebre scrittore e professore universitario”», e chiedendomi quanto sia stato pagato Scurati «per convincerlo ad accostare il suo nome ad un’idea tanto demenziale». Accostare il nome: non firmare.
Non metto i due testi sullo stesso piano, avverto il lettore della differenza: dove sarebbe dunque la mia «disonestà» (ecco, questa è esattamente diffamazione, caro Scurati) per cosa dovrei scusarmi?
Detto questo, ribadisco la mia censura. Scurati ha un credito presso una parte del pubblico. Spenderlo per avallare l’idea che trenta pannelli siano un «percorso museale» è – questa sì – una scorrettezza deontologica grave. Riempire questi testi di banalità mal digerite (cosa diversa dai topoi, caro Scurati: non bariamo come bambini) è imbarazzante. Scrivere una replica senza entrare nel merito di nessuna delle critiche puntuali è ancora più imbarazzante. Non controllare il testo che viaggia in rete abbinato al suo nome nell’ambito di un incarico professionale («Gli otto valori del Rinascimento secondo Scurati») è segno di autolesionismo (legittimo), ma anche di un certo disprezzo per i lettori (meno legittimo).

2. Rapporto intellettuali-imprenditori
Il tema mi appassiona fino ad un certo punto. Ricordo solo che Scurati si ritaglia il ruolo che, quando Farinetti era il padrone d Unieuro, toccava a Tonino Guerra, ridotto alla macchietta che gridava: «Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!». Ad onore di Guerra bisogna ricordare che era vecchio, malato, bisognoso di quattrini.
Per il resto, non so se Scurati si senta un novello Fortini. Certo Farinetti non è Olivetti. C’è una bella differenza tra il Farinetti del santino d’autore confezionato dall’agiografo Scurati e quello che dichiara al «Fatto qutodiano» di far perquisire le commesse di Eataly a Roma e a Bari perché «gli spogliatoi sono vicini ai magazzini» e «il senso civico manca». O che, nella stessa intervista, mette a fuoco la sua idea di partito: «il Pd deve essere un club … Non servono i militanti che danno dieci o venti euro ogni anno. Ci vogliono poche centinaia di migliaia di iscritti che pagano 100, 200 o 300 euro ogni anno e in cambio ricevono dei servizi».

3. Renzi.
La frase di Scurati che, da suo lettore, mi ha deluso di più, perché lo mette al livello del più triviale dei commentatori anonimi da blog, è quella per cui avrei attaccato lui per attaccare Farinetti, e «Farinetti per attaccare Renzi».
Ho scritto un libro che è per un quarto dedicato a Renzi, visto proprio dal punto di vista del suo uso della ‘cultura’. Un buon tratto di quel mio libro sviscera il problema dello sciacallaggio del Rinascimento, che da secoli inchioda Firenze alla vita di rendita: e la vicenda Scurati-Eataly sembra uscita da un mia pagina, ma riscritta fantasy.
Non ho mai nascosto cosa penso del mio sindaco, e l’ho fatto a viso aperto, argomentando puntualmente il mio giudizio (e subendo un certo numero di ritorsioni). Non ho bisogno di Farinetti (e, chiedo scusa, nemmeno di Scurati) per continuare a farlo.
Il punto è un altro: ed è l’omogeneità ‘culturale’ (peraltro dichiarata, rivendicata, esplicitata, tradotta in programma politico) tra Renzi e Farinetti. Un’omogeneità che si estende anche ad Antonio Scurati, come ho appreso grazie alla sua esplicita replica.

4. Cultura intellettuale e cultura materiale in un’epoca post-ideologica.

Riassumo la tesi centrale di Scurati, a beneficio di chi (come me) si perde tra i cascami retorici e la fumisteria: «parlare di Rinascimento da Eataly è utile perché riesce a correggere la deriva consumistica di Eataly, e diffonde la cultura; Montanari non lo capisce perché è un sacerdote, elitista e corporativo, della sua disciplina, e non gliene frega niente della vita della gente».
Così, però, Scurati si nasconde dietro il caso teorico, buttandola sui massimi sistemi. Si chiede, retoricamente: «È forse illegittimo parlare di storia dell’arte in un supermercato?».
A questa domanda – furbetta, astratta e generica – rispondo concretamente: «Dipende come». Non si tratta di preclusioni ideologiche: si tratta di vedere come lo fai.
Nel caso concreto del negozio Eataly di Firenze il risultato è l’opposto a quello teorizzato da Scurati. A causa del tono aneddotico, degli errori storici e delle banalità dei suoi testi. A causa della posizione dei pannelli nel negozio. A causa della millanteria del «percorso museale». Che Scurati se ne renda conto o no, l’effetto è esattamente il contrario: il Rinascimento, e l’intellettuale stesso fanno la figura di imbarazzanti foglie di fico messe a nascondere la vergogna della riduzione dell’uomo a ciò che mangia e a quanto può spendere. O, se preferite, fanno la figura di prigionieri costretti a correre in catene di fronte al carro del vincitore, raccontandosi pure che in fondo lo precedono. Il messaggio che buca le pareti di Eataly è: tutto è in vendita; anche la dignità della conoscenza, e quella del lavoro intellettuale. È Eataly che, come dice l’epigrafe del negozio, «presenta il Rinascimento».
Allora, l’alternativa è la separazione? No, caro Scurati, è troppo comodo sostenere che non c’è scelta tra fare marchette commerciali e chiudersi in biblioteca e scrivere saggi per dieci persone.
Mi scuso di dover ora ricorrere ad una serie di rinvii molto personali, ma è stata chiamata in causa esattamente la mia credibilità personale in questa direzione.
Si possono, per cominciare, scrivere libri seri e senza sconti, ma rivolti ad un pubblico più vasto. Spiegando perché ho accettato di scrivere un libro sul Barocco mi sono trovato a fare i conti proprio con la deriva che porta supermercati chic a millantare musei del Rinascimento a costo mentale zero:

«Esiste poi un ottimo motivo per cui uno storico dell’arte abituato a indagare circa il ‘come’ e il ‘quando’ di singole opere accetti, talvolta, di misurarsi, non dico con il metafisico ‘perché’, ma almeno con il ‘come’ e il ‘quando’ dell’intero periodo storico di cui si occupa. Ed è che se egli si sottrarrà a questa sfida, essa verrà raccolta da qualcun altro, presumibilmente meno afflitto da dubbi. Lo diceva assai bene Johan Huizinga, quasi un secolo fa (ne Il compito della storia della cultura, 1929): “Lo storico specialista, rendendosi conto di quanto lavoro critico è necessario per definire anche la più piccola particolarità, e ricordandosi di quanto la materia sia multicolore e complicata, dispererà anche troppo spesso della capacità di adempiere al suo ruolo culturale, e scuoterà la testa e forse si nasconderà dietro alla seguente illusione: “Per trattare come si deve questo quesito, mancano ancora del tutto i necessari studi preliminari”. Dopodiché chiude la porta alla cultura e decide di non essere architetto, ma semplice scalpellino, e di continuare a spaccare pietre e cuocere mattoni. Qui interviene con grande prontezza la mano veloce del dilettante, che intravvede tutte le prospettive necessarie a comprendere rapporti complessi. Il sentimento, che comincia a farsi sentire tanto facilmente nella vita dello spirito, crea in lui l’illusione di avere dei pensieri ordinati. Lo spirito moderno non esige, per comprendere, nessuna formulazione di pensieri logici e neppure di un fondamento esplicito di concetti ben definiti. Con una visione profetica Tocqueville ha previsto il formarsi di questo abito mentale. “I popoli democratici – scrive (e mi si conceda che per lui démocratique significa semplicemente ‘moderno’) – amano appassionatamente i termini generici e le parole astratte, perché queste espressioni amplificano il pensiero e permettono di racchiudere molti oggetti in poco spazio, aiutano il lavoro dell’intelligenza … Dunque gli uomini che abitano nei paesi democratici hanno spesso dei pensieri vacillanti, hanno bisogno di pensieri molto ampi per circoscriverli”. Ecco qui il razionalista classico che registra i sintomi premonitori della scomparsa dal pensiero di ogni razionalità”. Ebbene, oggi la profezia di Tocqueville raccolta da Huizinga appare compiutamente realizzata. Ogni traccia di razionalità sembra esser irrimediabilmente scivolata via da un discorso culturale pubblico ridotto al ‘fascino’ commerciale dei cosiddetti ‘misteri’: dalla ricerca del graal ai complotti dei templari, dagli affreschi di Leonardo occultati dietro ai muri al marketing delle attribuzioni improbabili. E tra le ragioni per cui la diffusa passione per la storia e la storia dell’arte rischiano, paradossalmente, di tradursi in un incremento dell’ignoranza e della superstizione c’è anche la rinuncia dello storico specialista ad adempiere al suo ruolo culturale, per dirla con le parole di Huizinga».

Certo non basta scrivere libri. Ho organizzato serie di lezioni in cui si parlava di storia dell’arte nei teatri, di fronte a centinaia di persone, o in televisione e perfino nei ristoranti . Ed è esattamente per questo che ogni lunedì (sull’esecrando «Fatto»), tengo una rubrica in cui parlo di opere d’arte ai bambini.
Il punto è cercare di farlo sapendo quello che si dice. Facendo il gioco della conoscenza, non piegando quest’ultima ad altri giochi.
E qua vorrei dedicare due righe all’insinuazione più velenosa di Scurati. Non sono un consulente del ministro Bray: ho accettato di far parte (a compensi e rimborsi viaggio pari a zero) di una commissione che aveva il compito di riformare radicalmente il Ministero dei Beni culturali. Fino al giorno prima avevo scritto che quel Ministero era da riformare radicalmente: e dunque ho accettato, dando pubblicamente conto di tutto ciò che lì ho detto e ho fatto, e senza smettere di dire ciò che penso di Enrico Letta e del suo governo.
Quanto al corporativismo accademico. Un capitolo del mio primo libro era dedicato agli storici dell’arte: e non era tenero. E mi pare di aver continuato su questa strada. E forse persino Scurati sarà d’accordo con la conclusione del mio ultimo saggio :

«Una delle cause più indicibili della progressiva rovina del patrimonio storico e artistico della nazione è proprio l’incapacità degli storici dell’arte di parlare ai cittadini. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per spiegare «quanti e quali valori si trattava di proteggere»? Abbiamo provato ad essere davvero ‘popolari’, cioè a parlare al popolo sovrano, che del patrimonio è l’unico padrone? Abbiamo fatto in modo che la storia dell’arte non serva solo agli storici dell’arte? Senza una nuova alfabetizzazione figurativa degli italiani, il patrimonio non si salva (perché è muto, inutile, inerte), e l’articolo 9 della Costituzione non si applica, perché i cittadini non hanno strumenti per esercitare quella proprietà del patrimonio che li manifesta come i nuovi sovrani dell’ordinamento democratico».

Ecco, il punto è proprio questo: il lavoro dell’intellettuale è restituire ai cittadini strumenti intellettuali per esercitare la propria sovranità. Al contrario, la morale del negozio Eataly di Firenze è che la sovranità appartiene ai mercati, e che il Rinascimento e la nostra stessa intelligenza sono ostaggi in catene.
Non credo che il nostro compito sia quello di consacrare – a pagamento – lo stato presente delle cose. Bisogna stare in società, è vero: ma per cambiarla.

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