Trevisan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/trevisan/ un blog di approfondimento culturale Thu, 22 May 2014 21:09:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Trevisan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/trevisan/ 32 32 Il Nordest di “Cartongesso”. Un esordio importante: un punto di arrivo https://minimaetmoralia.it/libri/cartongesso-francesco-maino/ https://minimaetmoralia.it/libri/cartongesso-francesco-maino/#comments Fri, 23 May 2014 05:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20859 Alcuni di noi, qui a minima&moralia, hanno molto apprezzato il romanzo d'esordio di Francesco Maino, Cartongesso, pubblicato da Einaudi. Ringraziamo dunque Michele De Mieri, che l'ha recensito per la "Domenica" del "Sole 24Ore", e che ora ci permette di condividere il suo pezzo con i lettori di m&m.

di Michele De Mieri

Il topotoga-contro, il trentasettenne Michele Tessari, il monologante arrabbiato con tutti i suoi colleghi avvitopi del foro di “Venessia” e del tribunale di Insaponata sulla Piave non si dimentica facilmente, credetemi. Il suo furore maniacale, la sua elencazione degli odi che gli scatena il solo motivo di vivere in “Heneto, Itaglia”, in mezzo a della gente (simile a lui) che parla il “grezzo” e che non ha mai amato, né stimato, è la materia urticante dell’invettiva di oltre duecento pagine di cui è composto Cartongesso, il romanzo di Francesco Maino, quarantaduenne di San Donà di Piave.

L'articolo Il Nordest di “Cartongesso”. Un esordio importante: un punto di arrivo proviene da Minima et Moralia.

]]>
big_345451_4548_RC1_UPD1

Alcuni di noi, qui a minima&moralia, hanno molto apprezzato il romanzo d’esordio di Francesco Maino, Cartongesso, pubblicato da Einaudi. Ringraziamo dunque Michele De Mieri, che l’ha recensito per la “Domenica” del “Sole 24Ore”, e che ora ci permette di condividere il suo pezzo con i lettori di m&m. (Fonte immagine)

di Michele De Mieri

Il topotoga-contro, il trentasettenne Michele Tessari, il monologante arrabbiato con tutti i suoi colleghi avvitopi del foro di “Venessia” e del tribunale di Insaponata sulla Piave non si dimentica facilmente, credetemi. Il suo furore maniacale, la sua elencazione degli odi che gli scatena il solo motivo di vivere in “Heneto, Itaglia”, in mezzo a della gente (simile a lui) che parla il “grezzo” e che non ha mai amato, né stimato, è la materia urticante dell’invettiva di oltre duecento pagine di cui è composto Cartongesso, il romanzo di Francesco Maino, quarantaduenne di San Donà di Piave.

Non devono aver avuto molti dubbi i giurati dell’ultima edizione del Premio Calvino quando si sono trovati fra le mani un libro così importante per sfida linguistica e urgenza culturale. Partiamo dalla seconda: sono un paio di decenni che la macroregione del nordest desta l’interesse di ogni tipo di analisi socioeconomica – dal miracolo alla crisi – e insieme molte interessanti e svariate scritture si sono originate e nutrite di una sempre più ricorrente “questione veneta”, da Carlotto a Bugaro, da Scarpa a Franzoso, e ancora Mozzi, Trevisan, Ferrucci, fino al più giovane Targhetta del romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie – ma come non menzionare al cinema almeno il lavoro recente di Alessandro Rossetto in Piccola patria? Ecco che la scatola sonora di Cartongesso le aggiorna e le sintetizza, forse le supera un po’ tutte; è il pregio di alcuni libri quello di tirare come una linea, voltare pagina perché tanto è stato detto, come mai prima.

Come fa Maino a ficcare tutto quello scritto da tanti altri in un solo libro? Semplicemente fa dire tutto quello che passa per la testa al suo protagonista Michele Tessari; gaddaniamente per l’acume, celinianamente per la rabbia, lui recensisce tutto quello che vede e conosce: c’è la geografia delle “villette monozigote” e relativa antropologia da tavernetta, ci sono gli sghei (anche quando non ci sono più), l’etica vuota del conoscere e parlare del/al “territorio”, la sete continua, che sia l’onnipresente spritz o un’ombretta già in mattinata, il “nero” che permette a tanti di vivere ben oltre il tenore dichiarato al fisco ma comunque sempre ancora sotto ai desideri continui, e molto altro ancora.

Michele Tessari fugge tutto il modello di vita veneto in cui sono lanciati i suoi coetanei, è ancora legato ai genitori in forme di varie dipendenze, fa l’avvocato degli ultimi, quelli che pagano poco o non pagano affatto, lui lo chiama il “suo mercato di puzzoni della Nigeria”. Ha un’auto vecchia, poche donne e non si tira a lucido granché. In questo quadro c’è un’ossessione più estrema delle altre, quella contro i suoi colleghi avvocati-topo dei tribunali dell’immaginaria Insaponata di Piave – “Quarantamila (40.000) parrocchiani e centocinquanta (150) avvocati” – e della vicina “Venessia”.

Sono le pagine che superano anche il contesto geografico del “mesovenetorientale”, la lotta frenetica degli avvitopi per fatturare e arricchirsi diventa così una piaga medievale, la chiave di lettura di un mondo già putrefatto, appunto ben oltre le terre che circondano il Piave. L’immagine di traghettatore di anime è l’attacco di Cartongesso, quando Tessari racconta del suo precedente lavoro di aiuto-becchino, delle facce defunte degli abitanti dell’ex contado riassunto nel “xe tuto mio, xe tuto de nialtri”. Queste memorie del sottosuolo in terra di Piave non sono un percorso di lettura sempre agevole, Maino chiede al lettore uno sforzo supplementare per penetrare questo incalzante bolo informe, impastato di dialetto e di lingue burocratiche e forensi. Al Salone del Libro dove il Veneto era la regione ospite, mancava questo sguardo spietato di Tessari-Maino.

L'articolo Il Nordest di “Cartongesso”. Un esordio importante: un punto di arrivo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/cartongesso-francesco-maino/feed/ 4
La fine delle metropoli (o di una certa loro idea)? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-fine-delle-metropoli/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-fine-delle-metropoli/#comments Thu, 21 Nov 2013 13:44:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16515 Che ruolo hanno le metropoli nella letteratura degli ultimi anni? E tutto ciò che non riguarda propriamente il centro delle grandi città? Una coincidenza ha voluto che qualche settimana fa, nello stesso giorno, e su giornali differenti, ne scrivessero Nicola Lagioia e Vittorio Giacopini. Il primo su "La Repubblica", il secondo sul "Domenicale" del "Sole 24 Ore". Una dopo l'altra, proproniamo entrambe le riflessioni ai lettori di minima&moralia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Nicola Lagioia

Quale forza evocativa conservano le metropoli nell'epoca delle archistar, degli Apple Store e del bike sharing come termometro della civile convivenza? Ben poca, a giudicare dai contesti che i più importanti scrittori degli ultimi anni hanno scelto per ambientare le loro storie.  Prendiamo il Nobel a Alice Munro. Oltre a una sapienza narrativa poco imitabile, il premio certifica una vocazione regionale in cui la scrittrice cadadese non è sola. Benché i suoi racconti seguano le vicende di provinciali che in qualche caso tentano la carta della metropoli, il fuoco narrativo arde sempre dalle parti di quella Huron County in cui molti lettori italiani si sentono misteriosamente a casa. Sebbene poco sembrerebbe legarci a una dura terra protestante dove la temperatura va spesso sottozero e la tenacia del pregiudizio ricorda quella di una provincia da noi quasi scomparsa, l'impressione è che i fondamentali della vita (guerre famigliari e scontri sentimentali, bisogno di affrancamento, elaborazione del lutto e gestione della solitudine) abbiano più speranza di venire in evidenza tra un emporio di ferramenta e una chiesa presbiteriana che sotto i tabelloni luminosi di Times Square. In più, nel caso della Munro, questo avviene avvalendosi di tecniche narrative modernissime, cioè l'equivalente letterario dei magnifici edifici trasparenti di Zaha Hadid o Frank Gehry dentro i quali tutto sembra poter accadere, tranne la vita quotidiana.

L'articolo La fine delle metropoli (o di una certa loro idea)? proviene da Minima et Moralia.

]]>
paolograzioli

Che ruolo hanno le metropoli nella letteratura degli ultimi anni? E tutto ciò che non riguarda propriamente il centro delle grandi città? Una coincidenza ha voluto che qualche settimana fa, nello stesso giorno, e su giornali differenti, ne scrivessero Nicola Lagioia e Vittorio Giacopini. Il primo su “La Repubblica”, il secondo sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”. Una dopo l’altra, proproniamo entrambe le riflessioni ai lettori di minima&moralia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Nicola Lagioia

Quale forza evocativa conservano le metropoli nell’epoca delle archistar, degli Apple Store e del bike sharing come termometro della civile convivenza? Ben poca, a giudicare dai contesti che i più importanti scrittori degli ultimi anni hanno scelto per ambientare le loro storie.  Prendiamo il Nobel a Alice Munro. Oltre a una sapienza narrativa poco imitabile, il premio certifica una vocazione regionale in cui la scrittrice cadadese non è sola. Benché i suoi racconti seguano le vicende di provinciali che in qualche caso tentano la carta della metropoli, il fuoco narrativo arde sempre dalle parti di quella Huron County in cui molti lettori italiani si sentono misteriosamente a casa. Sebbene poco sembrerebbe legarci a una dura terra protestante dove la temperatura va spesso sottozero e la tenacia del pregiudizio ricorda quella di una provincia da noi quasi scomparsa, l’impressione è che i fondamentali della vita (guerre famigliari e scontri sentimentali, bisogno di affrancamento, elaborazione del lutto e gestione della solitudine) abbiano più speranza di venire in evidenza tra un emporio di ferramenta e una chiesa presbiteriana che sotto i tabelloni luminosi di Times Square. In più, nel caso della Munro, questo avviene avvalendosi di tecniche narrative modernissime, cioè l’equivalente letterario dei magnifici edifici trasparenti di Zaha Hadid o Frank Gehry dentro i quali tutto sembra poter accadere, tranne la vita quotidiana.

Le cose non cambiano se da Wingham, Ontario, ci spostiamo verso sud fino ai luoghi che un legittimo pretendente al Nobel come Philip Roth ha messo al centro dei suoi romanzi. Fabbriche di guanti e piccoli uffici postali rivestiti di scandole grigie Non più la New York di Holly Golightly (dove, e qui un primo indizio, lo spiantato narratore di Colazione da Tiffany non potrebbe certo permettersi oggi un appartamento nell’Upper East Side), ma la Newark dello Svedese e di Nathan Zuckerman. Al massimo, il villaggio rurale di Madamaska Falls (New England) in cui imperversa Mickey Sabbath.

Se uno come Roth, che in gioventù era andato a scuola da un cantore di metropoli (quel Saul Bellow capace di dipingere Chicago come una moderna Bisanzio) lascia alla grande città un ruolo marginale, questo a maggior ragione accade coi suoi connazionali che si ispirano alla grande provincia che fu di William Faulkner e di Flannery O’Connor. È il caso di Joyce Carol Oates, di Toni Morrison (la quale, quando mette New York al centro di un libro, non ambienta la storia ai tempi dei flash mob che movimentano Manhattan ma nella Harlem delle marce di protesta degli afroamericani di quasi un secolo fa), o di Cormac McCarthty, che in Non è un paese per vecchi fa del deserto texano il punto d’incontro tra narcotraffico e tragedia classica.

Del resto, basta passare il confine con il Messico perché il medesimo deserto divenga lo spazio d’elezione di quello che forse è per ora il più grande riapertore di giochi letterari del XXI secolo: Roberto Bolaño, che scelse appunto come suoi punti cardinali un deserto (Sonora) e un obsoleto concentrato di violenza e confusione (Ciudad Juárez) in grado di negare tutto ciò cui aspirano le metropoli contemporanee.

Eppure le città sono state al centro dei nostri sogni per almeno due secoli. Dalla Dublino di Joyce e dalla Parigi di Proust hanno preso forma i codici interpretativi di cui tutti ci siamo poi serviti. Prima ancora avevamo avuto la Parigi dei pescecani di Balzac (e quella degli arrivisti di Stendhal, dei miserabili di Hugo), la caoticissima Londra di Dickens, la Mosca di Tolstoj, la Pietroburgo di Dostoevskij. Ciò nonostante, per raccontare una storia è sembrato a un certo punto necessario allontanarsi dagli agglomerati urbani.

In Europa, basti pensare a come Houellebecq non riconosca a Parigi la centralità che aveva per i suoi antenati, o all’ultimo Ballard che considerava i sobborghi londinesi più rappresentativi del centro, e ancora a Sebald che leggeva le città del Vecchio Continente come sopravvivenze fisiche di un’altra epoca. Per arrivare in Italia, è sin troppo facile soffermarsi sulle borgate di Walter Siti, o su come (dalla Sardegna di Murgia, Fois e Soriga, alla Puglia di Lattanzi e Desiati, al nord est di Falco e Trevisan, alla Pianura Padana di Nori e Cavazzoni) gran parte della nostra recente narrativa trovi nella provincia la propria culla. Non è allora un caso – pensando al cinema – che l’ultimo Leone veneziano l’abbia vinto la Roma esiliata oltre il raccordo di Sacro Gra.

Cos’è dunque che, se non sempre fisicamente, ci ha fatto emotivamente fuggire da ciò che un tempo consideravamo un punto d’arrivo? La verità è che negli ultimi anni le metropoli sono state sempre meno dei luoghi d’esperienza. Ridotte a centri amministrativi o di potere, a mete di shopping o residenze per ricchi (per non parlare dei musei a cielo aperto cui si vorrebbero ridotte tante nostre città), costose e poco inclusive nei propri luoghi simbolo, offrono assai di meno quelle occasioni d’avventura e di incontro (tra diversi) che davano sale alle grandi narrazioni. Difficile ad esempio, con una mobilità sociale rallentata, una scalata come quella di Julien Sorel a Parigi. E, in un’economia criminale anche quella oligarchica, è addirittura arduo attualizzare il Gatsby di Fitzgerald. Per non parlare di quali probabilità avrebbe oggi il sottoproletario Pip delle Grandi speranze dickensiane di finire nella city londinese (o persino il ricco Scrooge di trovare un fantasma che lo porti tra i diseredati).

È successo, insomma, nell’ultimo ventennio, che insieme con la forbice tra ricchi e poveri si è allargata quella tra i luoghi in cui si decidono le cose e i contesti in cui la vita accade. I teatri del potere (la lezione è della Morante) sono però come il centro di un ciclone: concentrazioni di stasi assoluta in cui niente succede per davvero. Se a politica ed economia fa comodo dimenticarlo, l’arte di raccontare storie ha già preso le contromisure.

L'articolo La fine delle metropoli (o di una certa loro idea)? proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-fine-delle-metropoli/feed/ 10