Tricarico Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tricarico/ un blog di approfondimento culturale Mon, 11 Jan 2016 16:18:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Tricarico Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/tricarico/ 32 32 L’ultimo dei marziani https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/ https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/#comments Mon, 11 Jan 2016 16:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12341 In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di L'ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

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In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di  L’ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di  contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

Questo per dire che il David Bowie da me più amato è quello della trilogia berlinese. “Low”, “Heroes” e “Lodger” sono tre gemme torbide e stranamente luminose che esprimono un’impossibile “lontananza del qui” meglio di qualunque spider from Mars. La mia impressione è che, prima di trasferirsi a Berlino dopo un periodo piuttosto turbolento, David Bowie avesse cercato con troppo estro e volontà di far credere al mondo intero di essere un extraterrestre. Magari a un certo punto se ne era addirittura convinto, ma è solo quando si pianta nel cuore d’Europa che, proprio malgrado, lo diventa. È come se la “marzianità” a cui aveva aspirato esercitandosi con tanta dedizione si fosse incubata in lui al di là delle proprie stesse pianificazioni, decidendo di sbocciare in via del tutto autonoma nel luogo simbolo del Novecento.

Non potendo credere alla buona coscienza di JFK, è solo ascoltando la prima volta “Heroes” o “Sound and Vision” che ho avuto voglia di aprire la finestra per sussurrare “Ich bin ein Berliner”.

Come mai delle strazianti storie d’amore all’ombra del muro o le psicosi di un uomo chiuso a chiave in una stanza suonano più credibili e toccanti se a raccontarle è un alieno algido e distante anziché un normale essere umano col proprio carico di dolore rovesciato ai nostri piedi? La spiegazione che mi sono dato è che il mondo, a partire da un certo punto, sia diventato un posto talmente invivibile, cinico, spietato e grossolano che i nostri sentimenti più autentici, per non morire, sono stati costretti a trasferirsi altrove. Smaterializzatisi da una parte, si sono rifugiati pressoché intatti in una fredda galassia ideale che è poi il luogo da cui Bowie decide di parlarci. Stabilirsi nella città che in poche manciate d’anni aveva visto il cabaret e Kurt Weil, gli espressionisti e i roghi dei libri, le camicie brune e i bombardamenti, l’erezione del muro e l’esplosione delle controculture, significava allora (nel 1977) posizionarsi nel luogo insieme più vicino e più distante dove immaginare un approdo per fare i conti col proprio disordine. È solo sulla cuspide di un simile paradosso (vestire i panni di un terrestre sprofondato esistenzialmente negli abissi del proprio pianeta, in quel centro della terra vero e proprio che fu Berlino durante la guerra fredda) che David Bowie può parlare a nome delle nostre zone più nascoste e delicate.

I capolavori non sono mai del tutto il frutto di una forza di volontà, né di un talento sia pure enorme. Così è successo che Bowie, per scrivere i suoi, ha avuto bisogno di una città. “Ricordo quei giorni in cui potevo andarmene in giro per Berlino senza essere riconosciuto per la strada, a piedi o in bicicletta, lo ricordo come un periodo di assoluta libertà”, dirà il cantante molti anni dopo parlando della sua vita berlinese. Solo che quello fu per Bowie anche un periodo di angoscia, rinascita, travaglio e strana speranza in un futuro che non sarebbe potuto mai arrivare. La trilogia berlinese è molto più di un geniale travestimento. È il cuore siderale dell’Europa che decide di parlare con la voce del più bianco dei suoi orfani.

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