troika Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/troika/ un blog di approfondimento culturale Fri, 26 Jun 2015 08:59:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg troika Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/troika/ 32 32 Occupy Troika https://minimaetmoralia.it/politica/occupy-troika/ https://minimaetmoralia.it/politica/occupy-troika/#comments Thu, 25 Jun 2015 17:26:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27550 di Francesca Coin

A prendere l'iniziativa è stato un gruppo di attivisti, accademici e sindacalisti irlandesi chiamato Greek Solidarity Committee che, complice la centralità del negoziato greco nel dibattito irlandese, qualche ora fa ha occupato gli uffici dell'Unione Europea a Dublino per dare un segnale chiaro di solidarietà europea dal basso alla Grecia. L'azione arriva in un momento cruciale dei negoziati e per una volta la stampa nazionale e internazionale ne sta dando notizia.

Quello che sta avvenendo in queste ore a Bruxelles non è un normale negoziato.

Paul Krugman ha fugato ogni dubbio con un articolo di qualche ora fa sul New York Times nel quale poneva una domanda secca alle istituzioni europee: “ma cosa si credono di fare”? Krugman si riferisce alla giornata di negoziati di ieri nella quale la proposta greca alle istituzioni è stata rifiutata.

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di Francesca Coin

A prendere l’iniziativa è stato un gruppo di attivisti, accademici e sindacalisti irlandesi chiamato Greek Solidarity Committee che, complice la centralità del negoziato greco nel dibattito irlandese, qualche ora fa ha occupato gli uffici dell’Unione Europea a Dublino per dare un segnale chiaro di solidarietà europea dal basso alla Grecia. L’azione arriva in un momento cruciale dei negoziati e per una volta la stampa nazionale e internazionale ne sta dando notizia.

Quello che sta avvenendo in queste ore a Bruxelles non è un normale negoziato.

Paul Krugman ha fugato ogni dubbio con un articolo di qualche ora fa sul New York Times nel quale poneva una domanda secca alle istituzioni europee: “ma cosa si credono di fare”? Krugman si riferisce alla giornata di negoziati di ieri nella quale la proposta greca alle istituzioni è stata rifiutata. A causare l’indignazione del Nobel dell’Economia sono state in particolare le cause di tale rifiuto in netto antagonismo con le priorità espresse dalle stesse istituzioni nel corso degli scorsi cinque mesi. La proposta presentata ieri dal Governo greco alle istituzioni, da molti definita una sorta di programma d’austerità di sinistra, descriveva, infatti, un compromesso che con difficoltà andava incontro alle richieste dei creditori senza gravare troppo sui redditi bassi e medi. Un compromesso lontano, dunque, dal programma iniziale di Syriza, che tuttavia si faceva carico di ridurre la distanza con le richieste dei creditori nel tentativo di uscire da un’impasse durata diversi mesi e di consentire alla Grecia di fare ciò che il Governo greco ha sin dall’inizio tentato di fare: liquidare i creditori e proteggere le fasce deboli della popolazione senza esacerbare una situazione di agonia sociale già esasperata. Ed è qui che l’articolo di Krugman si fa impietoso. “Non siamo al liceo”, scrive il Nobel. “E ora sono i creditori, ben più che i greci, a cambiare le regole del gioco. Che cosa stanno facendo? Intendono spaccare Syriza? Intendono forzare la Grecia verso un disastroso default?”

Le domande di Krugman non sono isolate.

Durante l’intera giornata di ieri sulla stampa internazionale si vociferava di prassi inconsuete a Bruxelles. Una tra tutte, il fatto che mentre Tsipras incontrava Draghi, Lagarde e Junker, il Commissario per gli affari economici Moscovici incontrava i partiti di opposizione del governo greco a pochi metri di distanza. Ieri il Segretario di To Potami Stavros Theodorakis in un comunicato faceva proprie le richieste dei creditori esortando Tsipras a seguirle, mentre addirittura il Financial Times oggi riportava in copertina il volto di Theodorakis, quasi a mettere in primo piano l’insidia che punta al cuore di Syriza. È più chiaro ora il senso della domanda di Krugman: “cosa si credono di fare i creditori”? La risposta la dava già Tsipras ieri in due tweet, nei quali evidenziava come la decisione dei creditori di rifiutare la proposta greca potesse derivare solo da due possibilità: “o non vogliono trovare un accordo o stanno servendo interessi specifici”. Quasi a rievocare il fantasma di George Papandreou, rimosso dalle istituzioni europee quando ha richiesto un referendum, o altri casi storici anch’essi ripresi oggi dalla stampa internazionale come il Presidente Cileno Salvador Allende rimosso dal colpo di stato di Pinochet, ciò di cui si vocifera in queste ore è, infatti, un tentativo di regime change in Grecia. La Repubblica stessa oggi ne dava notizia, sottolineando come queste voci così insistenti ieri nei corridoi di Bruxelles, sebbene si tratti solo di indiscrezioni, rimandino a un piano preciso: sostituire Syriza con un governo più conciliante e obbediente. Per essere ancora più precisi, scrive Repubblica, il tentativo sarebbe di procastinare, esasperare e rinviare le negoziazioni sino al 30 giugno, data in cui la Bce potrebbe sospendere l’Ela, il Programma di Liquidità di Emergenza che tiene in vita le banche greche, forzando la Grecia non solo al default ma al Grexit. Non a caso Krugman chiudeva il suo articolo con la constatazione che non si può più, oramai, parlare di“Graccident”: se il Grexit avverrà con buona probabilità avverrà per volontà dei creditori.

È evidente che la questione è seria perché il problema del negoziato greco è molteplice. Da un lato si tratta di una questione politica: sino a che punto è accettabile l’intrusione dei creditori nelle decisioni democratiche greche? A quanto riportato da Reuters la Merkel stessa ha dichiarato oggi che la risoluzione della crisi non spetta ai governi europei bensì ai Ministeri delle Finanze, a ribadire il primato della scienza economica sulla volontà dei processi elettorali. Il problema è che, a guardare l’affare greco nella sua interezza, la posta in gioco non è nemmeno “solo” la democrazia ma questioni più complesse sul piano finanziario e geopolitico. Il timore di contagio nei mercati finanziari nel caso di un default e l’inevitabile balcanizzazione d’Europa che seguirebbe alla Grexit consentono, infatti, di riformulare quanto sta avvenendo in un modo ancor più radicale. Dovessimo prendere sul serio l’analisi di Krugman e l’avvertimento di Tsipras, i creditori starebbero facendo un gioco ancora più pericoloso, intimando al debitore di obbedire alle proprie condizioni perché il collaterale che verrà a saltare nel caso di insolvenza sono l’Europa e la tenuta stessa dei mercati finanziari. Una posta in palio altissima, dunque, quasi folle, che giustifica l’apprensione di quanti, negli ultimi giorni non riescono a staccare l’attenzione dai negoziati greci. Siamo certi, infatti, che possiamo noi stessi accettare di essere scambiati come posta in palio in una negoziazione che ha già portato un popolo all’agonia e all’umiliazione?

È forse questa la domanda che ha spinto attivisti di Vienna e Dublino ad occupare gli uffici dell’Unione Europea a Dublino in solidarietà con la Grecia. Nel loro comunicato stampa delle ore 16 di oggi scrivevano:

“rifiutiamo le azioni dei nostri governi e dei creditori e il disinteresse da loro dimostrato nei confronti della volontà espressa nelle elezioni di Gennaio dalla popolazione greca di porre fine all’austerità. Forzare il Governo greco a firmare un accordo inaccettabile per il Parlamento e per la popolazione è un atto anti-democratico come lo è invitare i leader dell’opposizione a Bruxelles per sovvertire un governo democraticamente eletto. Come è chiaro a tutti coloro che seguono il negoziato, Syriza sta difendendo gli interessi della popolazione in Grecia e le fondamenta della democrazia in Europa. Chiediamo a tutta la popolazione europea di respingere il comportamento delle élite e di mobilitarsi per difendere la democrazia e supportare la popolazione greca”.

È forse tempo di occupare gli uffici dell’Unione Europea anche in Italia.

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L’uomo che voleva uccidere suo padre:ritratto di Giorgos Papandreou https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/l%e2%80%99uomo-che-voleva-uccidere-suo-padreritratto-di-giorgos-papandreou/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/l%e2%80%99uomo-che-voleva-uccidere-suo-padreritratto-di-giorgos-papandreou/#comments Fri, 25 Nov 2011 08:58:44 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5751 È come se, all’ultimo momento, sulla strada di Tebe, avessero impedito a Edipo di spronare i suoi cavalli fino al famoso bivio. Che ne sarebbe stato della storia del pensiero Occidentale se il cocchio del ragazzo non fosse sopraggiunto proprio mentre dal senso inverso procedeva il carro di suo padre Laio, re di Tebe? Se avessero impedito a Edipo di uccidere il padre. Quello che è capitato a Giorgos Papandreou nei giorni scorsi, a qualche centinaio di chilometri da quel bivio. E che ne sarà ora di lui e della Grecia? Tutto era pronto in casa Papandreou per festeggiare finalmente, davanti al popolo, il parricidio.

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È come se, all’ultimo momento, sulla strada di Tebe, avessero impedito a Edipo di spronare i suoi cavalli fino al famoso bivio. Che ne sarebbe stato della storia del pensiero Occidentale se il cocchio del ragazzo non fosse sopraggiunto proprio mentre dal senso inverso procedeva il carro di suo padre Laio, re di Tebe? Se avessero impedito a Edipo di uccidere il padre.

Quello che è capitato a Giorgos Papandreou nei giorni scorsi, a qualche centinaio di chilometri da quel bivio. E che ne sarà ora di lui e della Grecia?  Tutto era pronto in casa Papandreou per festeggiare finalmente, davanti al popolo, il parricidio. Certo, Andreas Papandreou è morto da quindici anni, ormai, ma chi conosce un po’ la storia turbolenta del XX secolo ellenico sa che non ha abbandonato mai davvero la sua posizione padronale. I più raffinati analisti arrivano addirittura a lasciarsi scappare che nei giorni scorsi è stato lui stesso a sfuggire al colpo che il figlio stava per lanciargli. Tocca andare con ordine, però. A sua volta figlio d’arte (il padre Georgos fu leader politico fra gli anni Venti e Sessanta in interminabili battaglie tra carcere e esilio che gli valsero l’epiteto di «padre della democrazia»), Andreas è stato il più grande uomo di potere della Grecia moderna. Nessuno, fra politici di lungo corso, colonnelli, dittatori e re, ha segnato con altrettanto carisma la storia del Paese nell’ultimo mezzo secolo. Il Movimento Socialista Panellenico – il Pasok – fu lui a fondarlo nel 1974, appena tornato dall’esilio cui lo aveva costretto la dittatura, e sul Pasok dominò indiscusso fino alla morte. Primo premier socialista (eletto con una schiacciante maggioranza nel 1981) ha cambiato il volto del Paese con oltre dieci anni complessivi di potere, rendendo l’apparato statale una gigantesca macchina inerte e sovrappeso – il vero problema con cui oggi i Greci sono costretti a fare i conti. Clientelismo spudorato: il voto in cambio dell’assunzione e della certezza di non avere più doveri, ma solo diritti.
A spartirsi il sistema del cosiddetto rusvet, dal turco ottomano che definiva il favore dell’uomo di potere nei confronti del suddito supplicante, i due partiti maggiori che si alternano ormai da quasi quarant’anni al potere in un sistema sostanzialmente maggioritario: il Pasok e Nea Demokratia, il partito conservatore. Le responsabilità di Andreas nell’edificare questo sistema sono indiscutibili. Uccidere il padre, in questi anni, significava quindi per Giorgos sostanzialmente disfare quel mondo. Ma un parricidio non è tale se non si realizza completamente. E un parricidio politico si realizza a due condizioni: innanzitutto quando il figlio è del tutto responsabile delle proprie azioni e in secondo luogo quando le sue azioni sono democraticamente accompagnate dal consenso dei cittadini. Entrambe queste condizioni sono mancate a Giorgos finché non ha deciso di spazzare via ogni dubbio con una mossa d’azzardo che gli è stata infine negata.
I fatti li abbiamo tutti sotto gli occhi: salito finalmente al potere nel 2009, Giorgos Papandreou ha dovuto far fronte alla crisi, una crisi che i numeri taroccati dalle precedenti amministrazioni avevano nascosto. Leggi finanziarie da lacrime e sangue imposte dalla cosiddetta troika (la triade di controllori: Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Commissione UE) si sono accompagnate a riforme strutturali dell’apparato amministrativo e statale. Spezzare le catene della burocrazia e snellire una macchina pachidermica da anni al collasso sono stati i compiti principali del suo governo, ossia la distruzione sistematica del potere costruito dal padre. Ma il padre era retore brillante, capace di far sognare il popolo e forte di uno slogan che all’orgoglio greco suonava come canti di sirene: «La Grecia ai Greci». Giorgos ha tutta un’altra tempra. Cresciuto con la famiglia in esilio, soprattutto in America, dove ha studiato nelle migliori Università, non ha perfetta dimestichezza con la lingua. Più volte nel suo greco risuona l’eco di costruzioni anglosassoni e scivolano via pronuncia e accento d’oltreoceano. Una scarsa retorica, dunque, che concentra in sé una grande colpa, quella di apparire quasi come uno straniero pronto a consegnare la Grecia agli stranieri.
Pochi analisti, in questi ultimi mesi, hanno sottolineato l’importanza dell’orgoglio greco, il senso di identità, uno spirito patrio temprato da secoli di dominio turco e da strenue lotte per l’indipendenza. «La Grecia ai Greci» hanno ricominciato a gridare per le strade di Atene e Salonicco nei mesi di indignazione giovani e vecchi che hanno ribattezzato Pasok in Batsok, ossia più o meno: porcile di sbirri. La troika è una tutela che i Greci non riescono a tollerare, ben diversamente da quel che capiterebbe ad esempio in Italia. Per Papandreou allora spingere i Greci a sentirsi artefici del proprio destino è diventato l’obiettivo primario. Ecco il motivo che lo ha spinto alla mossa di poker: indire un referendum per mettere i cittadini di fronte a una scelta consapevole. La mossa con cui avrebbe definitivamente fatto dimenticare il padre. Ma il Pasok, zeppo di politici che non hanno nessuna intenzione di veder crollare il sistema del rusvet, si è ribellato. Il nome dell’antagonista interno lo conoscono tutti e suona assai bene perché pare uscire dall’ennesima dinastia di politici greci. In realtà Evangelos Venizelos nulla a che fare con Eleftherios, lo statista di inizio Novecento eponimo dello scintillante aeroporto, nonché di molte strade di tutta l’Ellade. Né si tratta di un uomo votato da sempre alla politica, ma piuttosto di un costituzionalista dalle grandi doti oratorie. Un’abilità che in lui scoprì proprio Andreas Papandreou, quando Venizelos lo difese da accuse di corruzione in tribunale. Il vecchio leader lo volle subito nel partito. Era il 1989. Quattro anni dopo Venizelos sarebbe diventato suo portavoce. Nel 2007 poi avrebbe tentato la scalata al partito, perdendo però la sfida con Giorgos. Oggi Venizelos ha incarnato il suo vecchio mentore, Andreas Papandreou, per certificare la fine politica del figlio e la sconfitta del sogno parricida. Rifiutando con veemenza l’idea del referendum, lo ha infatti costretto a rinunciare alla sua sfida e a dimettersi.
Che ne sarà ora? La contingenza politica la conosciamo. Governo di unità nazionale eppoi al voto. Ma quale voto potrà mai risolvere la disaffezione che ormai travalica ogni spirito di appartenenza politica? Lo stesso Samaras, leader di Nea Demokratia appare ostaggio di se stesso e della propria ambizione. Sullo sfondo, un parricidio incompiuto. Un politico rigoroso che ha cercato di far sua la lezione del Pericle raccontato da Tucidide. Il condottiero che dà fiducia al popolo quando il popolo è impaurito e gli mette paura quando è eccessivamente baldanzoso. Ma già nel V secolo a. C, agli albori della democrazia, il pericolo maggiore allignava in una specie di politico da tutti i commentatori giudicata nefasta: la specie dell’adulatore, colui che asseconda i desideri delle masse e non si propone di correggerli e indirizzarli. Con il suo debole greco, probabilmente era impossibile per Giorgos confrontarsi con Pericle e sconfiggere gli adulatori. Di lui forse si ricorderà solo un episodio relativo all’adolescenza. Era il 1967 e aveva quattordici anni. Uomini armati entrarono in casa Papandreou e si trovarono il ragazzetto davanti. Gli puntarono una pistola alla tempia. Lui non gridò non pianse, non tremò. Restò immobile mentre gli uomini gli intimavano di rispondere: «Dov’è tuo padre? Dicci dov’è tuo padre». Aspettò che smettessero di urlare eppoi mosse impercettibilmente le sopracciglia: «Tranquilli, calmi,» disse «mio padre non è in casa». Mentiva.

Questo articolo è uscito per il «Venerdì di Repubblica»

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