Trotsky Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/trotsky/ un blog di approfondimento culturale Tue, 09 Jan 2018 00:18:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Trotsky Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/trotsky/ 32 32 Blumkin, il camaleonte della Rivoluzione russa https://minimaetmoralia.it/libri/blumkin-camaleonte-della-rivoluzione-russa/ https://minimaetmoralia.it/libri/blumkin-camaleonte-della-rivoluzione-russa/#comments Tue, 09 Jan 2018 07:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35902 Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Il progetto Blumkin (Editori Laterza, 263 pagine, 18 euro, traduzione di Silvia Ballestra) è un'inchiesta storica sui primi dieci anni della Rivoluzione russa, è un racconto di viaggio attraverso l'ex Unione Sovietica, dalle rive del Mar Nero a quelle del Baltico e dalla città di Odessa a San Pietroburgo, che si estende fino a Istanbul, alla regione di Guilan e sui sentieri irti del Tibet, seguendo le tracce del giovane rivoluzionario dai mille volti Jakov Blumkin.

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rivoluzionerussa

Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Il progetto Blumkin (Editori Laterza, 263 pagine, 18 euro, traduzione di Silvia Ballestra) è un’inchiesta storica sui primi dieci anni della Rivoluzione russa, è un racconto di viaggio attraverso l’ex Unione Sovietica, dalle rive del Mar Nero a quelle del Baltico e dalla città di Odessa a San Pietroburgo, che si estende fino a Istanbul, alla regione di Guilan e sui sentieri irti del Tibet, seguendo le tracce del giovane rivoluzionario dai mille volti Jakov Blumkin.

«Gli scrittori si immaginano di scegliere le loro storie nel mondo. In realtà è il contrario. Sono le storie che scelgono gli scrittori. Le storie ci rivelano a noi stessi. Ci invadono. Insistono per essere raccontate – ha scritto l’indiana Arundhati Roy – . Da quando avevo 29 anni, l’età di Blumkin al momento della sua esecuzione, la sua storia mi perseguita. Mi attaccavo a questo eroe leggendario per mitigare il senso della sconfitta in un’epoca molto poco eroica, quella degli anni Ottanta», dice l’autore, il francese Christian Salmon. La sua immagine si sovrapponeva a quella di Blumkin come un ritratto di Dorian Gray. La valigia, che conteneva l’archivio di questo progetto trentennale, è diventata poco a poco un diario involontario della sua esistenza; ci ha ritrovato dentro i disegni della figlia piccola inseriti fra le pagine della deposizione di Blumkin davanti alla Tcheka.

Il 6 luglio del 1918 Blumkin, eseguendo l’ordine del suo partito SR di sinistra, assassinò l’ambasciatore tedesco, il Conte von Mirbach, come atto di ribellione alla pace di Brest-Litovsk siglata da Lenin con la Germania. Il diciassettenne non era solo un terrorista, era un poeta amico dei più grandi poeti della sua epoca, Esenin e Maïakovski. E al contempo era una spia, una sorta di James Bond sovietico che si ritrovò all’indomani della Prima Guerra mondiale nel cuore del grande gioco fra le potenze europee immerse nel conflitto che avrebbe ridisegnato la mappa a Oriente.

Salmon, in che modo si costruisce un’inchiesta così affascinante su un rivoluzionario come Blumkin, di cui è in dubbio perfino la data di nascita?

«Per molteplici ragioni Blumkin occupa nella storia del Ventesimo secolo un posto a sé stante, e finora non ha ottenuto l’attenzione che merita. Il mistero ha pesato a lungo sulle sue missioni, che in parte ho potuto ricostruire. È stato un uomo dai molti volti, meraviglioso, non il personaggio di un romanzo coerente, capace di cambiare identità, aspetto esteriore, età e personalità come si conviene a un agente dei servizi segreti. Amava dire che aveva vissuto nove vite come i gatti ed era un po’ vero. Un caso unico di personalità multipla, un vero doppio. Le testimonianze su di lui sono contraddittorie: è una fiction bolscevica. Non c’è dubbio che sia veramente esistito. Il suo essere camaleontico, la sua plasticità in fondo molto moderna, mi interessano. Non ho ricercato una coerenza nelle sue tante vite, cancellando le contraddizioni, mi sono invece sforzato di ostentarle, di  mostrare un uomo catturato nei riflessi della sua leggenda».

Può descrivere il suo rapporto con Trotsky?

«Trotsky gli salvò la vita dopo l’attentato contro l’ambasciatore tedesco. Blumkin, una volta convinto a riunirsi con i bolscevichi, fu perdonato. Annunciarono la sua esecuzione per calmare i tedeschi. Trotsky lo prese e mise al suo fianco, decidendo di testare questo giovane uomo dal temperamento focoso e lo mandò a eseguire azioni perigliose dietro le armate bianche in Ucraina, da dove rientrò pieno di ferite. Fu soprattutto il sicario e il segretario di Trotsky, di cui editò gli scritti militari. Per Blumkin rappresentava un padre, un professore, lo stratega che organizzò l’Armata Rossa e un amante della poesia. Un intellettuale e un uomo di azione. La loro relazione si fondava sulla lealtà. Blumkin pagherà con la propria vita la visita segreta a Istanbul, dove Trotsky fu esiliato da Stalin. Tradito dalla sua amata, fu arrestato e condannato a morte su ordine personale di Stalin. È stato il primo della lunga lista di vittime bolsceviche di Stalin».

Come si intersecarono arte e azione nell’avventura umana di Blumkin? In dieci anni, gli anni Venti figli del decennio precedente, la letteratura e la poesia russa, come non è accaduto con eguali altrove, hanno donato al mondo geni e quasi nessuno è morto in pace.

«Blumkin era un terrorista e un poeta. Era un esteta affascinato dalla violenza politica. Il celebre linguista Roman Jakobson, che l’aveva conosciuto all’inizio degli anni Venti, lo ricordava come un erudita capace di leggere l’Avesta, il libro sacro della religione preislamica dell’Iran, o qualche vecchio testo ebraico, e al contempo in grado di assassinare diplomatici. Ma aggiungeva: Blumkin tentava in tutti i modi di mettere a rischio la propria vita. Secondo Nadejda Mandelstam, la vedova del poeta, era raro vedere coabitare nello stesso uomo le qualità “di un amante autentico della poesia e di un omicida nato”. Lo stesso Mandelstam diede la definizione migliore: “Un Lord Jim Bolscevico”, poiché come scrisse Joseph Conrad della sua creatura, lo spirito del romantico l’aveva scelto per farne il personaggio».

La vicenda di Blumkin si contestualizza in quella più vasta della violenza del Ventesimo secolo. La violenza che segna il nostro tempo ha ridefinito il concetto stesso di terrorismo?

«Rispondo citando una frase di Ossip Mandelstam: “Una gioventù in assenza di narrazioni avanzava al principio del secolo. Il terrorismo offriva loro un racconto possibile”. La mancanza di utopia disegna un vuoto nel quale la violenza di radica. Quando l’esperienza non trova la propria forma espressiva in un luogo immaginario, che ho chiamato il “sud dell’esperienza”, allora la violenza può emergere in qualsiasi momento. In Francia la violenza terroristica, che ha ferito Parigi in due occasioni nel 2015, è stata l’opera di giovani i cui parenti avevano subìto la violenza coloniale e loro vite erano prive di un racconto credibile di quel che era accaduto. Uomini senza storie colpiti dalla Storia. Gli unici modelli in cui potevano identificarsi erano i combattenti delle guerre di liberazione, che non esitavano a compiere attentati».

Spesso nei suoi libri emerge quanto il nostro rapporto tra la realtà e la percezione di essa sia sempre meno distinguibile.

«In fondo tutti i miei libri sono inchieste sulla narrazione dell’esistenza, sui rapporti tra realtà e fiction e sulle macchine che costruiscono il racconto. Cerco nuove prospettive per penetrare la realtà. Che mi occupi di Kate Moss, Georges W. Bush o Yakov Blumkin metto alla prova il mio rapporto con il reale, tento di decostruire le storie che si raccontano per intravedere ciò che non sarà altro che un istante, un bagliore di verità. Non vedo altra ragione per scrivere dei libri, che non sia quella di condurre a una vita più reale».

In che modo rilegge oggi il suo lavoro Politica nell’era dello storytelling?

«Mi sembra che la storia politica recente abbia confermato e fissato alcuni aspetti della diagnosi elaborata in quel libro. L’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti ha consacrato la vittoria della realtà televisiva sulla politica. L’homo politicus, di cui predivo l’estinzione, in effetti è sparito. Al suo posto abbiamo un “tele presidente” e un “Twitter presidente”. Trump è la metafora che illumina il nostro smarrimento politico, come un’apparizione fantomatica di ciò che producono la società americana e più in generale le società occidentali. Trump lancia una sfida al sistema non per riformarlo o trasformarlo, ma per ridicolizzarlo, e rappresenta il rischio di uscita dalla razionalità politica per scendere nel terreno delle passioni elementari, la paura e l’odio».

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Comunisti d’America, rivoluzionari di carta https://minimaetmoralia.it/politica/comunisti-damerica-rivoluzionari-di-carta/ https://minimaetmoralia.it/politica/comunisti-damerica-rivoluzionari-di-carta/#respond Tue, 25 Feb 2014 13:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18889 Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica.

di Riccardo Staglianò

New York. La rivoluzione sarà rilegata. Alla Barnes&Noble di Union Square, la libreria il cui caffè si trasforma spesso in temporanea base operativa per anarchici e socialisti newyorchesi, il nuovo pantheon siede immobile sullo scaffale delle riviste. I neonati Jacobin e The New Inquiry. L’adolescente n+1. L’anziano ma rinvigorito Dissent. Per citarne solo alcuni, tacendo della collana Pocket Communism della gloriosa Verso, portabandiera della New Left britannica, a pochi metri di distanza tra i libri. La sinistra è morta, viva l’editoria di sinistra. Rianimata da editor ventenni, per un pubblico (mentalmente) giovane, che vuol fare di tutto per smentire la profezia del pur amatissimo Slavoy Žižek su Occupy Wall Street: «I carnevali costano poco. Quello che importa è il giorno dopo». Loro ci sono ancora. Nonostante le varie dichiarazioni di morte presunta, come quella che si desume da un utile rapporto del locale istituto Rosa Luxemburg: «La sinistra (americana) è dura da trovare e ancor più da definire». Soprattutto se sei europeo, abituato all’equivalenza tra politica e partiti. Che qui conduce solo a frustranti aporie.

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Jacobin)

di Riccardo Staglianò

New York. La rivoluzione sarà rilegata. Alla Barnes&Noble di Union Square, la libreria il cui caffè si trasforma spesso in temporanea base operativa per anarchici e socialisti newyorchesi, il nuovo pantheon siede immobile sullo scaffale delle riviste. I neonati Jacobin e The New Inquiry. L’adolescente n+1. L’anziano ma rinvigorito Dissent. Per citarne solo alcuni, tacendo della collana Pocket Communism della gloriosa Verso, portabandiera della New Left britannica, a pochi metri di distanza tra i libri. La sinistra è morta, viva l’editoria di sinistra. Rianimata da editor ventenni, per un pubblico (mentalmente) giovane, che vuol fare di tutto per smentire la profezia del pur amatissimo Slavoy Žižek su Occupy Wall Street: «I carnevali costano poco. Quello che importa è il giorno dopo». Loro ci sono ancora. Nonostante le varie dichiarazioni di morte presunta, come quella che si desume da un utile rapporto del locale istituto Rosa Luxemburg: «La sinistra (americana) è dura da trovare e ancor più da definire». Soprattutto se sei europeo, abituato all’equivalenza tra politica e partiti. Che qui conduce solo a frustranti aporie.

Tipo credere che il Communist Party Usa, un martello e una specie di falce stilizzata nel logo, abbia qualcosa a che fare, non dico con la rivoluzione permanente ma almeno con un progressismo radicale. Il suo segretario si chiama Sam Webb, sessantenne laureato in economia nel Connecticut. L’ultima apparizione sulla stampa borghese risale al 2006. Due battute su Forbes: «Cos’è per me il denaro? Ciò di cui la maggior parte di noi dispone troppo poco, nonostante gli sforzi dell’amministrazione Bush». Mi era sembrata un po’ moscia come affermazione. Lo contatto via posta elettronica prima di partire. Niente. Riprovo e metto in copia un paio di assistenti. Ancora niente. Chiedo a Nikil Saval, introdottissimo editor del quadrimestrale n+1, che mi fornisce altri contatti. I comunisti mangiano le email? Mi presento alla loro sede, sulla ventitreesima strada. Un sorridente pensionato alla reception interpella un cinquantenne dell’organizzazione che mi rassicura: «La chiamerà oggi stesso». Sto ancora aspettando. Forse l’indisponibilità, deduco da una serie di altri incontri, deriva dall’imbarazzo ad ammettere un annacquamento, quello sì radicale, rispetto alle origini («Sono diventanti ragazze pon pon di Obama» è la clausola più definitiva sul loro conto, copyright Bhaskar Sunkara, che conosceremo a breve).

Larry Moskowitz era uno di loro. Ci vediamo in un ristorante messicano con menu fisso a 12 dollari e 95. A sessantasei anni un po’ sofferti è un uomo dall’espressione mite che ha imparato a tagliare i costi privati prima che diventasse una perniciosa ideologia pubblica. Vive a Inwood, sopra il Bronx, al canone calmierato (600 dollari) di un box auto altrove. Ha una pensione sociale di poco superiore e comunque tale da fargli rubricare un incisivo e un canino mancanti tra i beni di lusso. «Perché li ho lasciati? Perché non c’era margine di dissenso e detestavo il centralismo democratico. E soprattuto perché mancava il legame con i lavoratori». Così, nella migliore tradizione scissionista, cinque anni fa ha dato vita al Left Labor Project. «La nostra principale vittoria? Aver fatto rimettere il Primo maggio tra le festività». Si incontrano una volta al mese («30-40 persone, di più quando abbiamo ospiti famosi») tassativamente dalle 18 alle 20 perché «è un principio di classe: la gente prima lavora e comunque non ha tempo da perdere». Collaborano con i sindacati, con organizzatori locali su campagne specifiche. «In Europa sieta da sempre più a sinistra di noi. Qui è già tanto dedicarci a battaglie più circoscritte, come i diritti dei neri». Se proprio dovesse dire, a Lenin preferisce Bakunin, socialista libertario, che voleva saltare la «dittatura del proletariato» per paura che da fase intermedia diventasse permanente. E che prediligeva le «azioni dirette» del popolo, come la restituzione delle case confiscate ai vecchi proprietari in stile Occupy.

Prima di procedere facciamo due conti: trenta persone a New York è come dire nove persone a Roma. A spanne i membri del Communist Party saranno tre-quattromila. Quelli dei Democratic Socialists of America, il più robusto raggruppamento, circa settemila. Il Socialist Party Usa, che ha sede in uno sgarrupato trilocale del Lower East Side, è frequentato come una bocciofila d’inverno. Anche alcuni successi editoriali di cui va giustamente fiera Audrea Lim, la trentenne editor di Verso che incontro in un bar di Brooklyn, vanno da poche migliaia alle quarantamila di Žižek, che però è una star globale. Dividete almeno per cinque per un confronto con il mercato italiano. Piccoli numeri (crescono). Lo stesso Žižek protagonista all’Ifc Center, il cinema d’essay più ortodosso del Greenwich Village, di A Pervert’s Guide to Ideology, un documentario in cui il filosofo marxista disseziona l’immaginario collettivo, dalla fenomenologia degli ovetti Kinder all’ideologia subdola de Lo squalo. Alle 10 di mattina, con fuori un sole incongruo, una ventina di persone sono pronte a immolarsi per due ore e venti davanti alle digressioni del pensatore barbuto che tiene un poster di Stalin sul letto. Ma questa è New York, dove L’insurrezione che viene, libello culto degli indignados globali, si trova nella sofisticatissima libreria del New Museum di Soho. La città più economicamente iniqua del mondo che può vantare una statua di Lenin su un palazzo che si chiama Red Square e che punta il dito ammonitore verso Wall Street.

Dicevamo della nouvelle vague marxista. Bhaskar Sunkara, 23 anni da Trinidad, ne è il campione. Ci incontriamo a Bedford Stuyvesant, la zona di Brooklyn che era sinonimo di paura e dove Spike Lee ha ambientato il suo Fa la cosa giusta, dove ha casa e ufficio. Nel 2010, reinvestendo i soldi presi a prestito per l’università, questo ragazzino con la barba nera e la camicia bianca ha fondato Jacobin, una rivista marxista senza gli ermetismi e l’odore di muffa tipici del genere. Tre anni dopo, con cinquemila abbonati, ha doppiato quelli di Dissent che è su piazza dagli anni 60 e il sito viene visitato ogni mese da 250 mila persone. «Non mi piace il termine comunista. Per la disastrosa incarnazione sovietica che richiama. E anche il dibattito tra rivoluzione e riforma mi sembra superato. Piuttosto “riforma non riformista”, alla André Gorz, ovvero che non trascuri i bisogni sociali odierni senza rinunciare a una modifica strutturale. Il socialismo che vorrei estende il welfare, riduce la disoccupazione e introduce un reddito di cittadinanza».

In un editoriale recente ha scritto che «il problema della sinistra non è che è troppo austera e seria, ma che non si prende sufficientemente sul serio per fare i cambiamenti necessari». Una piattaforma sanamente social democratica, nonostante le suggestioni iconografiche di cui l’appartamento è pieno. Tipo la foto di Lenin trattata alla Andy Warhol come sfondo del computer. Le antologie dei discorsi di Castro e di Chavez, di scritti zapatisti e una biografia di Trotsky («lui distribuiva i giornali per strada, non aspettava che fosse la gente ad andarlo a cercare»). Interventismo che condivide. «Insieme al sindacato degli insegnanti di Chicago, tra i più attivi del paese, abbiamo realizzato un manualetto che spiega perché l’ideologia neoliberista è sbagliata, da distribuire gratuitamente». Impaginato bene, non penitenziale come certi tomi degli Editori Riuniti anni 70. E la gente se lo legge.

Se vuoi che il messaggio passi non puoi prescindere dal linguaggio. L’hanno capito anche a Dissent, che di recente ha stupito il suo lettorato tradizionale con un pezzo su un artista del rimorchio a Copenaghen. «C’è un tipo che scrive guide su come portarsi a letto le ragazze all’estero. In Danimarca è andato in bianco, e la sconsiglia a tutti» mi spiega Sarah Leonard, trentenne editor della nuova leva, nella stanzetta-redazione vicino alla Columbia University. «Partendo da questo dato abbiamo imbastito un reportage sull’uguaglianza dei sessi, divertente e documentatissimo. Un buon esempio del nostro nuovo stile». L’età media delle quattro persone della redazione è sui 25? anni («Direi che siamo più a sinistra di Michael Walzer», condirettore emerito). Ciò che la rivista si propone è dare un contesto culturale ai lettori. «Se si discute dei costi dell’istruzione è importante, ad esempio, ricordare che Cuny, l’università pubblica, prima era gratuita e ora costa 8000 dollari all’anno. Se hai vent’anni puoi non saperlo. Noi diamo quella prospettiva, indispensabile per fare confronti tra ieri e oggi». La stranezza, rispetto alla scena editoriale cui siamo abituati, è che qui tutti parlano bene dei concorrenti. Non pretendono primigeniture. Addirittura collaborano.

Ne sa qualcosa la fondazione Rosa Luxemburg. Capitolo americano dell’ente legato al partito socialista tedesco Die Linke, ha per missione quella di studiare i processi sociali e produrre convegni e rapporti. Il direttore Albert Scharenberg ha mappato la sinistra americana e se gli chiedi di riassumerla comincia parlando di scioperi di lavoratori dei fast food, di movimenti ambientalisti contro un gasdotto, di organizzatori locali che mobilitano piccole comunità, di singoli giornalisti influenti. Poi, dopo quindici minuti buoni, accenna alla costellazione di partitini tipo i comunisti renitenti alle email che abbiamo incontrato. «La loro influenza all’interno dei Democratici è minima. Ma in generale i partiti sono diversissimi dai nostri, basti ricordare che tutti possono votare alle primarie e nessuno può essere espulso». Più il fattore soldi che li condanna alla marginalità. In un sistema ferocemente bipolare, dove il vincitore prende tutto, non c’è spazio per i piccoli («Una campagna nazionale costa una fortuna»).

Sono i giorni di Bill de Blasio neo-sindaco. Agli occhi di un italiano sembra una gran vittoria per la sinistra. Ma la circostanza che a tanti occhi americani Grillo sembri la prova ontologica della democrazia dal basso mi suggerisce cautela sugli entusiasmi stranieri. Doug Henwood, fondatore della newsletter Left Business Observer e padrino intellettuale di Sunkara e altri giovani radicali, mi dice che anche lui ci sperava, ma che le prime nomine che ha fatto sono di personalità vicine ai palazzinari. Tutto dipende dai punti di partenza, ovvio, ma come Obama sembra più sexy di Letta, anche De Blasio sembrava più carismatico di Marino. Anche al netto dell’esterofilia. La vera buona notizia, per il patchwork che abbiamo chiamato sinistra americana, risale a due anni fa. Nella fascia 18-29 anni, per la prima volta coloro che vedevano positivamente il socialismo superavano quelli negativi (49 contro 43 per cento), sorpassando anche le simpatie per il capitalismo (46 per cento). Succedeva tre mesi dopo Occupy Wall Street, il grande Gerovital del progressismo statunitense.

Fino al 2000 chi voleva entrare negli Stati Uniti doveva rispondere a una grottesca domandina: «Hai fatto parte di organizzazioni comuniste?» (che sopravvive nel formulario I-485 per l’immigrazione in pianta stabile). Oggi nelle librerie trovi L’ipotesi comunista di Alain Badiou, un libretto rosso che ricalca graficamente quello di Mao, presentato come Un nuovo programma per la sinistra dopo la morte del neoliberalismo. Qualcosa è cambiato. Quanto al decesso cui allude, fa venire in mente il commento di Mark Twain circa un erroneo necrologio che lo riguardava: «È una notizia largamente esagerata». Le riviste marxiste, giovani talpe, avranno ancora di che scavare.

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