Turner Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/turner/ un blog di approfondimento culturale Thu, 30 Oct 2014 11:41:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Turner Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/turner/ 32 32 Arriva qualcuno a raccontarci tutta la storia di un immenso mare, l’Atlantico https://minimaetmoralia.it/libri/arriva-qualcuno-a-raccontarci-tutta-la-storia-di-un-immenso-mare-latlantico/ https://minimaetmoralia.it/libri/arriva-qualcuno-a-raccontarci-tutta-la-storia-di-un-immenso-mare-latlantico/#comments Thu, 30 Oct 2014 11:41:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24048 Questo articolo è uscito su il Venerdì di Repubblica

Sfogliamo un atlante. O ancora meglio: prendiamo un mappamondo, osserviamolo, facciamolo girare. Quel che vediamo sono i continenti, le lingue di terra di cui non ci eravamo mai accorti, le catene montuose, le isole, grandi e piccole, i poli, i ghiacci con i loro contorni bianchi, grigiastri, immacolati e misteriosi. Il resto è mare. Mare immenso che è come un buco attorno alla vita. Il mappamondo, in genere, lo dipinge di azzurro. Sfumature ridotte al minimo. Ombre bianche attorno alle terre e nient’altro. Un azzurro nulla senza vita. D’altronde, cosa importa? Tutta quell’acqua è ciò che divide i continenti, ciò che impedisce le comunicazioni. Un ostacolo, insomma. Non dobbiamo saperne poi troppo. Sappiamo i nomi degli oceani, certo, e di alcuni mari, ma sono nomi che contengono il vuoto nulla di quell’azzurro indistinto. Finché non arriva qualcuno a raccontarci tutta la storia di un immenso mare, la storia dell’oceano per eccellenza, l’Atlantico.

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Sfogliamo un atlante. O ancora meglio: prendiamo un mappamondo, osserviamolo, facciamolo girare. Quel che vediamo sono i continenti, le lingue di terra di cui non ci eravamo mai accorti, le catene montuose, le isole, grandi e piccole, i poli, i ghiacci con i loro contorni bianchi, grigiastri, immacolati e misteriosi. Il resto è mare. Mare immenso che è come un buco attorno alla vita. Il mappamondo, in genere, lo dipinge di azzurro. Sfumature ridotte al minimo. Ombre bianche attorno alle terre e nient’altro. Un azzurro nulla senza vita. D’altronde, cosa importa? Tutta quell’acqua è ciò che divide i continenti, ciò che impedisce le comunicazioni. Un ostacolo, insomma. Non dobbiamo saperne poi troppo. Sappiamo i nomi degli oceani, certo, e di alcuni mari, ma sono nomi che contengono il vuoto nulla di quell’azzurro indistinto. Finché non arriva qualcuno a raccontarci tutta la storia di un immenso mare, la storia dell’oceano per eccellenza, l’Atlantico. La storia dei primordi e quella del futuro. Le strade costruite attraverso quel mare, le sue vittorie e le sue sconfitte, i cantori, gli esploratori, i suoi popoli, la sua fauna. Allora, improvvisamente, quell’oceano diventa una specie di continente e noi possiamo cominciare a guardarlo seguendo linee invisibili, immaginando luoghi, riconoscendo correnti, venti, colori. È un cambiamento della nostra percezione talmente drastico che assomiglia a una rivoluzione. E come ogni rivoluzione ci riempie di stupore e soddisfazione. È quel che capita lasciandosi portare nei turbini delle correnti che percorrono Atlantico di Simon Winchester (Adelphi, pp. 485, euro 32), un immenso insieme di conoscenze, aneddoti, numeri, supposizioni, racconti e divulgazione che lascia attoniti, all’inizio, per poi meravigliarci e cullarci di una nuova consapevolezza. L’Atlantico è un mondo.

Tutto ha inizio quando di esseri umani non c’è neppure l’ombra, ma poiché la storia di un continente ha valore ai nostri occhi quando noi cominciamo a popolarlo, la vera storia di questo libro si apre quando i Fenici, circa nove secoli prima della nascita di Cristo spingono le loro imbarcazioni oltre le famose colonne che il mito attribuisce a Ercole. Bisogna aspettare parecchi altri secoli perché Genovesi e Arabi riprendano a commerciare oltre quelle sponde. Chi li segue, Vichinghi e Irlandesi, ha voglia di guardare più in là. Ormai siamo certi che già attorno al 1000 popolazioni norrene arrivarono a superare il vasto mare, insediandosi a Terranova. Winchester ci racconta della loro inconsapevolezza e della loro curiosità con ben altro affetto rispetto a quello nutrito verso l’uomo che si prese ogni merito quasi cinque secoli dopo, Cristoforo Colombo. Del resto, questa storia di attraversamenti e scoperte che culmina con i cartografi di Friburgo pronti a confermare per queste acque il nome che anticamente già Erodoto aveva scelto, non è la storia principale. È un canovaccio necessario, però, una premessa al mare che sostituisce il Mediterraneo, diventando il mare della civiltà occidentale. Letteratura, musica, pittura crescono a cantare questo nuovo mondo. Dal Nocchiero del Codice Exeter, poema sassone dell’VIII-IX secolo reso celebre da Ezra Pound, fino a Shakespeare, Milton, Dickens, Poe, Melville, Conrad, tanto per dirne qualcuno. Eppoi Beethoven, Mendelsson, Wagner, Debussy. E ancora Dürer, Monet, Turner, Winslow Homer.

I cantori però possono spingere al fraintendimento quando è necessario dar conto dei movimenti più atroci e crudi che solcarono i mari intrecciandosi tra il XVII e il XIX secolo. Prima, il secolo della pirateria che Winchester ci racconta in toni molto diversi da quelli delle epopee romanzesche. Poi, la tragedia della schiavitù, a tal punto negletta dal senso comune del tempo e più tardi desostanziata dall’immane mole di denunce che oggi i semplici resoconti contenuti in Atlantico ci appaiono strazianti. Non si fa in tempo a dimenticare questi orrori che subito ci troviamo di fronte alle immigrazioni del XIX-XX secolo mentre veniamo istruiti su come le guerre navali abbiano seminato morte nei mari, dalle tecniche di battaglia a vela, passando per quelle a vapore fino allo stravolgimento di ogni regola, con l’avvento dei sottomarini. Troppo dolore. Ma come ogni terra, l’Atlantico è sfondo di morte come di vita. Ecco i commerci, le scoperte, le comunicazioni sempre più strette. Perché, si sa, le informazioni devono correre. Se nel 1760 la morte di re Giorgio viene comunicata ai sudditi in sei settimane, un secolo dopo, la notizia dell’uccisione di Lincoln arriva a Londra in dodici giorni. Ancora troppi, secondo alcuni. Si comincia a lavorare all’idea di cavi sottomarini. Il Nuovo Mondo deve unirsi al Vecchio benché ci sia chi, come Thoreau, sentenzi che non ha senso per gli americani sapere “che la principessa Adelaide ha la pertosse”. Forse, in parte, Thoreau intuiva già il delirio di inutili informazioni che ci avrebbe seppellito, dopo che il 12 dicembre 1901 Guglielmo Marconi riuscì a scambiare messaggi radio fra Terranova e Cornovaglia. Con il “secolo breve” sarebbe arrivato ben altro, del resto. Le rotte aeree avrebbero reso il mare non più una terra da attraversare ma uno stagno da dimenticare. Devastazione, inquinamento, pesca distruttiva, scomparsa di specie ittiche, petrolio. La preoccupazione di una catastrofe marina sarebbe comparsa attraverso gli studi di una donna, Rachel Carson, biologa marina americana, che negli anni Sessanta lanciò i primi allarmi. Oggi forse è tardi. Lo scioglimento dei ghiacci, le temperature folli, gli uragani devastanti, come Katrina. Bazzecole in confronto a ciò che deve ancora venire. Il vero futuro dell’Atlantico infatti non contempla per nulla la vita di tutti quegli esseri che su di esso hanno cercato di creare oltreché distruggere. Nato 190 milioni di anni fa, l’Atlantico come oceano sopravviverà altri 180 milioni di anni, finché non verrà richiuso dalle terre estinguendosi per sempre. Allora, però, noi saremo estinti da un pezzo. Dei suoi quasi 400 milioni di anni di vita  noi ne avremo vissuti forse 200.000. Winchester si limita a constatarlo. Per chi legge, tuttavia, è difficile ammettere che la fine di tanta storia avverrà in silenzio. Viene da pensare che su quell’ultimo microscopico stagno, risuoneranno ancora le note di Wagner o di Debussy, come un suono lontanissimo ma inestinguibile, danzante di parole alate che cantano il “mare color del vino” come per primo lo chiamò Omero.

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Dipingere musica: intervista a Robert Wyatt https://minimaetmoralia.it/interviste/dipingere-musica-intervista-a-robert-wyatt/ https://minimaetmoralia.it/interviste/dipingere-musica-intervista-a-robert-wyatt/#comments Fri, 02 Jul 2010 08:29:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2625 Ques’intervista è apparsa sul Giornale della musica di Paola De Angelis Robert Wyatt sta diventando un dizionario. È già un verbo (wyatting, ovvero suonare canzoni bizzarre nei jukebox dei pub per infastidire gli avventori) e un sostantivo (wyattron, la scala della sua voce che si estende per cinque o sei ottave). Altro facile neologismo è […]

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Ques’intervista è apparsa sul Giornale della musica

di Paola De Angelis

Robert Wyatt sta diventando un dizionario. È già un verbo (wyatting, ovvero suonare canzoni bizzarre nei jukebox dei pub per infastidire gli avventori) e un sostantivo (wyattron, la scala della sua voce che si estende per cinque o sei ottave). Altro facile neologismo è l’aggettivo wyattesque, un gran bel complimento. A 64 anni, paraplegico da quando ne aveva 28, l’ex Soft Machine e Matching Mole è suo malgrado una figura di culto, affettuosamente venerato da fan devoti. La ristampa dei suoi album per la Domino ci dà l’occasione di raggiungerlo nella sua casa di Louth, nel Lincolnshire. Lo squillo del telefono lo risveglia dallo stato di rêverie in cui è scivolato. Apparentemente è intento a osservare il traffico sull’uscio di casa, in realtà è altrove…

Cominciamo dalla rabbia. Da quella provocata dal licenziamento dai Soft Machine quasi 40 anni fa, a quella recente causata dagli eventi del mondo espressa in Comicopera. Ascoltando i suoi dischi, non si direbbe che lei è un individuo rabbioso.
Si tende a stabilire un rapporto troppo immediato tra quello che la gente sente e quello che fa. Farò un paragone assurdo per rendere l’idea. Un mio amico visitò il Vietnam negli anni ‘70 dopo la guerra che aveva distrutto il paese e fu sorpreso nel vedere le persone sorridenti, ben vestite e gentili. Ma è esattamente così che ci si comporta nelle fasi di crisi totale: si cerca di creare momenti di bellezza e benessere.

È vero che ha ancora incubi per essere stato cacciato dai Soft Machine?
No, provo una rabbia infantile. Mi fa pensare ai maschi delle renne durante la stagione dell’accoppiamento, quando sbattono le corna l’uno contro l’altro. Anche gli esseri umani sono così.

Gli uomini in particolare?
Sì, mentre le donne stanno a guardare e pensano: “Al diavolo! Lasciamo pure che si scontrino finché non ne hanno abbastanza. Se alla fine ne rimane uno vivo, ci accoppieremo con quello”.

Il “giornalismo musicale” degli anni ’80 con le canzoni politicamente impegnate di Nothing Can Stop Us potrebbe tornare utile oggi?
Ci vorrebbe un’indagine scientifica per determinare gli effetti dell’arte e della cultura sulla politica e l’universo. La mia sensazione è che non facciano molta differenza. Alla fine la storia di un’epoca è definita da chi la racconta nei film hollywoodiani. Chi è all’opposizione non può competere in alcun modo, i nostri piccoli rumori non fanno differenza, se non per l’artista stesso. Nessuno di noi può esercitare un controllo a livello individuale. Però noi viviamo nel mondo e dobbiamo renderlo confortevole. Sono ossessionato da un vecchio disegno di un centinaio di anni fa, una di quelle vignette sentimentali tipiche dell’era vittoriana, usata per fare propaganda e suscitare sensi di colpa in chi non si arruolava. Ritrae un bambino che chiede al padre seduto di fronte a lui: “Papà, tu che cosa hai fatto per il mondo?” Io vorrei poter guardare mio figlio e i miei nipoti e rispondere: “Forse non ho vinto, ma ho combattuto”. Noi non abbiamo il controllo della storia, possiamo solo riconoscere la presenza dell’altro, accendere i nostri piccoli fuochi, essere gentili con il prossimo e dire alle vittime delle ingiustizie “ti vedo”. In questo modo il mondo sarà un posto meno solitario. È tutto quello che gli artisti possono fare.

Ha detto spesso di essere influenzato dalla pittura. Compone come se dipingesse un quadro?
Per me non è naturale fare musica. Mi viene spontaneo pensare in termini di immagini. Non sono religioso, perciò l’unico modo per vedere mondi che esistono solo nella mente è attraverso l’arte. Ogni canzone per me è un paesaggio con montagne, fiumi, persone. In questo senso sono proprio un pittore vecchio stile!

Come Constable?
Constable in realtà è stato un grande innovatore. Prima di lui, il paesaggio era solo lo sfondo di un evento umano o religioso. Lui invece ha capito che la natura, il mondo in cui viviamo sono straordinari, perciò ha ridotto gli esseri umani a piccoli animali in mezzo a tutto ciò. È difficile per me relazionarmi ai musicisti, li trovo antiquati, dediti a meravigliose prodezze matematiche di bravura, ingegneria e design. I pittori partono da questo, ma poi vanno da un’altra parte con più facilità. Cerco ancora di capire perché mi piace tanto Cecil Taylor: ha un caratteraccio, suona al pianoforte cose che per la maggior parte della gente non hanno senso, tuttavia esprime perfettamente la lotta dell’uomo contro l’impossibilità della tecnologia e del mondo, cercando di unire l’ordine al caos. C’è una necessità anche nelle cose più banali che faccio, è biologico, non c’è niente di elevato o di sacro. Sono solo un individuo che cerca di rendere più confortevole il suo mondo: non so se riesco a scaldare anche gli altri, ma di sicuro scaldo me stesso.

La sua musica mi fa pensare piuttosto a Turner.
Turner è stato incredibilmente coraggioso e ha contribuito a infondere alla pittura quello spirito audace che poi si è sviluppato nel XX secolo. Ci ha insegnato ad accettare e amare il caos e il mistero del mondo che ci circonda, ma non è Giotto. Se vogliamo parlare di un grandissimo artista, allora dobbiamo parlare di lui. Alfie e io lo adoriamo! I pittori religiosi dell’antichità sono stati i primi surrealisti. Quello che fanno è pazzesco, non per la tecnica pittorica ma perché le immagini che scelgono sono straordinarie. Mi piacciono anche i fiamminghi, i surrealisti folli come Bosch. I pittori sono gli artisti più straordinari e perfino i migliori musicisti non riescono a eguagliarli. Gli inglesi non sono grandi pittori e neanche grandi musicisti. Prima dei Beatles non credo che nessuno ascoltasse la musica inglese. Il nostro contributo alla cultura è la lingua. Alcuni dei più grandi scrittori del mondo sono inglesi, ma non potrei dire la stessa cosa di altre discipline artistiche.

La sua affinità con le arti visive è dovuta anche al fatto che i pittori lavorano da soli?
Asaf Sirkis, un percussionista che suona con il mio amico Gilad Atzmon, ha fatto un disco intitolato The Monk. Non è un omaggio a Thelonius Monk, bensì un riferimento al fatto che la musica, la forma d’arte più pubblica, è creata in solitudine e la maggior parte degli artisti sono come dei monaci. Adoro l’isolamento monacale, solo in quei momenti riesco a far lavorare la natura dentro di me.

Che cosa accade quando invita altri musicisti a collaborare ai suoi album?
Mi preoccupo tantissimo che stiano bene, che si sentano a loro agio. Per quanto ci sforziamo di comunicare, ognuno di noi si porta il suo universo nella testa. Quando mi trovo con altri musicisti, sono un animale fisico in una stanza con altri animali fisici. Voglio che alla fine tutti vadano via contenti, smetto di concentrarmi sull’arte in sé e penso solo alle persone.

Mantiene un forte controllo su quello che fa, o è istintivo e spontaneo?
Non mi sento molto sicuro quando inizio qualcosa. Ascolto i miei eroi e poi comincio a produrre dei rumori che mi sembrano ridicoli. Metto le dita sulla tastiera del pianoforte, penso a tutti i grandi che l’hanno fatto e mi sento un idiota che dovrebbe essere immediatamente allontanato dallo strumento. Stiamo parlando del mio lavoro in modo astratto, ma in realtà è il mezzo con cui mi guadagno da vivere, con cui sfamo la mia famiglia. Mi obbligo a farlo e poi devo rendere pubblico quello che produco.

In Italia è uscito Radio Experiment, Rome February 1981, un cd prodotto da Radio 3 con le session realizzate per il programma Un Certo Discorso, quando fu invitato a improvvisare per una settimana negli studi di Via Asiago.
È stata un’esperienza interessante perché non mi è stato chiesto di produrre un’opera finita, ma di improvvisare come se fossi nel mio studio a casa. Un po’ come guardare gli schizzi di un pittore, il lavoro di preparazione prima del quadro finito. Un’idea molto intelligente e coraggiosa per un programma radiofonico. Per molti anni non ho voluto pubblicare quelle sedute di registrazione perché ero imbarazzato dal dilettantismo di certi momenti, ma con il passare del tempo ho sviluppato una maggiore compassione per il mio io più giovane. Mi sono detto: “Oh Robert, let it go!” (da quelle improvvisazioni è nata “Born Again Cretin” dedicata a Nelson Mandela, ndr).

Quando l’album è finito, prova un senso di soddisfazione?
È esattamente come il sesso: c’è un momento di pregustazione, uno di estasi e dopo chiedi: “Ti è piaciuto?” (ride)

Prima ha accennato ai suoi eroi. Chi sono?
Sono rimasti gli stessi da quando avevo diciotto anni. Sono coloro che mi hanno aiutato a capire meglio il mondo da quando ero adolescente, li considero i miei genitori artistici. Nella pittura Picasso, per la musica Charlie Parker, Mingus e Duke Ellington. Ho anche degli eroi viventi, persone che ammiro moltissimo: Annie Whitehead, la trombonista che suona con me, è adorabile e le sono molto grato, e il sassofonista Gilad Atzmon.

Secondo W.H. Auden le catastrofi personali sono provocate dalle forze creative dentro di noi. L’incidente ha cambiato in modo radicale il suo modo di fare musica: si può considerare l’esperienza traumatica che ha dato una svolta alla sua carriera artistica?
Certamente. Ha modificato le mie funzioni animali. Prima ero un batterista giovane e atletico, bevevo come un forsennato, ero promiscuo, un ragazzaccio. Poi all’inizio degli anni ’70 ho incontrato Alfie, sono diventato paraplegico, ho fatto dischi da solo. In un certo senso ho trovato la mia casa. Perciò l’incidente non è stato tragico, ma funzionale nell’aiutarmi a trovare me stesso dopo anni di vita dissennata. Io non credo a Dio e al diavolo, ma credo nel Paradiso e nell’Inferno e penso che la maggior parte delle persone li sperimenti entrambi in certi periodi della vita. I miei momenti infernali piuttosto frequenti sono sempre la diretta conseguenza del mio comportamento.

In Comicopera ha preso le distanze anche linguisticamente dal suo paese. Con quali aspetti della tradizione inglese si identifica ancora?
L’amore per la natura in sé e il rispetto per gli animali, un sentimento simile a quello di San Francesco. Paradossalmente gli inglesi sono stati i primi a distruggere l’habitat naturale con la Rivoluzione Industriale, così siamo diventati sentimentali verso ciò che abbiamo distrutto prima di chiunque altro. La fortuna di avere una lingua come l’inglese, un miscuglio straordinario di antico germanico, parole latine, arricchito dall’essere stati un impero crudele. Poi c’è anche un’altra cosa, che forse però non è una prerogativa esclusivamente inglese: comprendere che dietro le nostre tragedie in realtà c’è uno scherzo colossale.

Si considera una persona di successo?
Non come essere umano. In realtà non sono molto introspettivo, nella mia vita come in quella di chiunque altro ci sono momenti positivi e altri che non lo sono. Cerco di fare le cose nel modo migliore, le mie preoccupazioni non sono estetiche ma morali: quando muoio voglio lasciare il pianeta senza aver fatto del male a nessuno o avendone fatto il meno possibile

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