Uffizi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/uffizi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 23 Sep 2014 21:09:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Uffizi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/uffizi/ 32 32 Firenze, lo sai…? https://minimaetmoralia.it/arte/tomaso-montanari-firenze-lo-sai/ https://minimaetmoralia.it/arte/tomaso-montanari-firenze-lo-sai/#comments Wed, 24 Sep 2014 06:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23543 Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari uscito su il manifesto. Alla luce dei recenti avvenimenti l'articolo è introdotto da una nota dell'autore che riportiamo di seguito.
L'altro ieri, 22 settembre 2014, Cristina Acidini ha comunicato di essersi dimessa dalla guida della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, e ha spiegato: «La mia decisione, che arriva dopo oltre 38 anni di servizio, scaturisce dalla valutazione dei probabili effetti della riforma in itinere: infatti nel futuro assetto di soprintendenze e musei non è prevista una posizione paragonabile alla mia attuale, che il Ministero mi ha assegnato nell’ottobre 2006». Nella stessa occasione, tuttavia, la soprintendente ha ammesso di essere oggetto di due inchieste. Una della Corte dei Conti, relativa all’uso del Giardino di Boboli come ‘location’ di eventi, e una della Procura della Repubblica di Firenze sulle assicurazioni delle opere d’arte che la Soprintendenza spedisce da anni in tutto il mondo. In quest’ultima inchiesta è indagato anche un altro protagonista del mio articolo, Antonio Paolucci. E la Acidini è anche imputata nel processo contabile di appello per l’acquisto pubblico di un Crocifisso improbabilmente attribuito a Michelangelo: un’operazione propiziata dallo stesso Paolucci. Ferma restando la presunzione d’innocenza, non può non colpire questa clamorosa conferma dell’inestricabile intreccio tra l’opposizione alla riforma del Ministero e la difesa a oltranza del 'sistema Firenze’.

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Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari uscito su il manifesto.  Alla luce dei recenti avvenimenti l‘articolo è introdotto da una nota dell’autore che riportiamo di seguito:

 

L’altro ieri, 22 settembre 2014, Cristina Acidini ha comunicato di essersi dimessa dalla guida della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, e ha spiegato: «La mia decisione, che arriva dopo oltre 38 anni di servizio, scaturisce dalla valutazione dei probabili effetti della riforma in itinere: infatti nel futuro assetto di soprintendenze e musei non è prevista una posizione paragonabile alla mia attuale, che il Ministero mi ha assegnato nell’ottobre 2006». Nella stessa occasione, tuttavia, la soprintendente ha ammesso di essere oggetto di due inchieste. Una della Corte dei Conti, relativa all’uso del Giardino di Boboli come ‘location’ di eventi, e una della Procura della Repubblica di Firenze sulle assicurazioni delle opere d’arte che la Soprintendenza spedisce da anni in tutto il mondo. In quest’ultima inchiesta è indagato anche un altro protagonista del mio articolo, Antonio Paolucci. E la Acidini è anche imputata nel processo contabile di appello per l’acquisto pubblico di un Crocifisso improbabilmente attribuito a Michelangelo: un’operazione propiziata dallo stesso Paolucci. Ferma restando la presunzione d’innocenza, non può non colpire questa clamorosa conferma dell’inestricabile intreccio tra l’opposizione alla riforma del Ministero e la difesa a oltranza del ‘sistema Firenze’. Nel 1519 Raffaello scrisse a Leone X: «Ma perché ci doleremo noi de’ Goti, Vandali e d’altri tali perfidi nemici, se quelli li quali come padri e tutori dovevano difender queste povere reliquie di Roma, essi medesimi hanno lungamente atteso a distruggerle?». E almeno i papi distruggevano la Roma classica per costruire la Roma medioevale. Oggi il massacro della tutela pubblica del patrimonio culturale, perpetrato anche da parte di coloro che avrebbero dovuto difenderlo, produce solo utili privati e opachi intrecci di potere. Oltre al profumo dei Giardini del Granduca, ovviamente. TM

«La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze presenta Giardini del Granduca. Una nuova eau de toilette». Con un po’ di autoironia, il profumo avrebbero potuto chiamarlo Pecunia olet: il Polo museale fiorentino è da tempo l’avamposto della mercificazione del patrimonio culturale. Cristina Acidini, la soprintendente che lo guida, ha dichiarato che «attraverso questo profumo, composto sapientemente con note ispirate alla coltivata natura dei giardini storici di Firenze e Toscana, si entra in contatto diretto con la memoria della dinastia dei Medici». Il marketing è la specialità della casa: il Polo Museale Fiorentino è noto per il tariffario con cui noleggia ai ricchi il proprio inestimabile patrimonio, dalla sfilata di moda agli Uffizi (per celebrare il neocolonialismo!) alle cene sotto il David di Michelangelo, a infiniti altri eventi letteralmente esclusivi. E gli Uffizi sono perennemente invasi da una folla due o tre volte superiore ai limiti di sicurezza: un irresponsabile azzardo che dipende anche dal fatto che la bigliettazione del museo è stata data in appalto al gruppo Civita Cultura, il cui presidente è Luigi Abete (quello della sovraordinata Associazione Civita è Gianni Letta). E anche il portavoce della Acidini è un dipendente di Civita: un giornalista già del «Giornale» nell’edizione della Toscana (proprietà di Denis Verdini).

Il creatore di questo opaco ipermercato del patrimonio culturale è Antonio Paolucci, predecessore e  mentore di Cristina Acidini. Il quale, dopo aver rivendicato la creazione del sistema delle mostre blockbuster (autodefinendosi il «movimentatore massimo» di opere d’arte), dirige oggi – commercialissimamente – i Musei Vaticani. Da ministro per i Beni culturali del governo Dini, fu proprio Paolucci (col decreto legge 41/1995) ad allargare a dismisura i servizi aggiuntivi che la Legge Ronchey aveva da poco permesso di dare in concessione ai privati, includendovi l’editoria e l’organizzazione di mostre. Iniziò così la vera privatizzazione della storia dell’arte: e oggi Paolucci presiede il comitato scientifico del primo concessionario italiano (sempre Civita), nella migliore tradizione lobbista dello scambio di ruoli.

A molti piace così: pochi giorni fa perfino il presidente di Italia Nostra ha invitato Dario Franceschini a tener giù le mani dall’«attuale assetto del Polo Museale Fiorentino … esempio mirabile di tutela, valorizzazione e di gestione alla luce degli importanti risultati – 20 milioni di euro di incassi all’anno». La riorganizzazione del Mibact si propone, infatti, di smontare i lucrosi luna park dei poli museali, e di restituire ai musei la capacità di fare da soli tutto ciò che Paolucci affidò ai privati. Non a caso il primo nome sotto l’appello che cerca di fermare il ministro è proprio quello di Paolucci.

Ma la difesa dello stato delle cose ha preso una via anche più cinica. I giornali fiorentini hanno scritto che Acidini avrebbe fatto notare a Matteo Renzi che la riforma non taglia affatto le unghie alle soprintendenze territoriali (e dunque non sblocca affatto l’Italia, nel senso cementizio e maniliberista caro al premier), ma rischia invece di uccidere la gallina fiorentina dalle uova d’oro. E se Renzi dice che «gli Uffizi sono un macchina da soldi», è perché è questo che egli ha imparato dal modello fiorentino: i conflitti che da sindaco l’hanno opposto ai vertici del Polo furono dovuti ad una competizione per la gestione della slot machine, non certo ad una divergenza ideologica.

E infatti il premier ha appena rinviato, per l’ennesima volta, l’arrivo della riforma in consiglio dei ministri, di fatto rimandando a settembre un umiliatissimo Franceschini: colpito dal fuoco opposto e incrociato del suo presidente del Consiglio e degli storici dell’arte, archeologi e architetti che (in circa trecento) hanno seguito Paolucci.

Contro la riorganizzazone si sono pronunciati anche l’Associazione Bianchi Bandinelli, Vittorio Emiliani, Pier Giovanni Guzzo e, su queste pagine, Alberto Asor Rosa: l’accusa principale è quella di «smantellare le soprintendenze». Ma, a leggere il testo, di un simile smantellamento non si trova alcuna traccia: ed è proprio per questo che Renzi (che ha scritto: «soprintendente è la parola più brutta del vocabolario italiano») non si decide ad approvarla. Carlo Ginzburg (che ha firmato l’appello subito dopo Paolucci) ha scritto su «Repubblica» che «il presidente del consiglio, insiste — così ci viene detto — perché nel decreto legge venga inclusa una clausola che gli sta particolarmente a cuore. Essa dovrebbe consentire ai Comuni di aggirare l’eventuale divieto di costruzione formulato dalle soprintendenze appellandosi a una commissione generale che dovrà decidere in termini brevissimi. Il silenzio di queste commissioni, che è facile immaginare sommerse da una marea di richieste e di ricorsi, verrà interpretato come assenso». Ora, tutte le bozze circolate dicono esattamente il contrario. Le varie amministrazioni locali potranno, sì,  chiedere la revisione dei provvedimenti delle singole soprintendenze: ma a commissioni regionali formate dagli stessi soprintendenti della regione, compreso colui che ha emanato l’atto contestato. E se non lo chiedono entro dieci giorni, il provvedimento è confermato. Si tratta, cioè, di una collegializzazione del potere monocratico dei soprintendenti: si potrà non essere d’accordo, ma non c’è nulla di ciò che scrive Ginzburg.

Un altro punto contestatissimo è l’unificazione delle soprintendenze architettoniche con quelle storico-artistiche. È un passo impegnativo, ma la direzione è giusta, perché mira ad evitare quello scollamento amministrativo che fa sì che – per dire – si restaurino gli affreschi di una cupola prima di rifarne la copertura esterna (è accaduto, per esempio, a Sant’Andrea della Valle a Roma). I miei colleghi storici dell’arte si oppongono per ragioni corporative: temono che le soprintendenze uniche saranno guidate solo da architetti. Ciò non deve succedere, ma non ci si può opporre ad un provvedimento giusto perché si teme che venga gestito male.

Personalmente ho, dunque, un giudizio moderatamente positivo della riorganizzazione: ma non sono un giudice neutrale, perché ho fatto parte della commissione che preparò la riforma voluta da Massimo Bray, la quale è stata in buona misura ripresa e sviluppata da quella di Franceschini. Quest’ultima ha il grandissimo limite di essere a costo zero, e non mancano punti discutibili (per esempio l’ipertrofia del quartiere generale romano): ma ha anche aspetti felicemente innovativi (lo svuotamento delle direzioni regionali, l’autonomia di alcuni grandi musei, l’unificazione delle soprintendenze architettoniche e storico-artistiche), e perfino tratti sorprendentemente di sinistra (la creazione di una direzione per l’educazione al patrimonio, e di una per le periferie urbane).

Comunque la si pensi, infine, trovo singolare che chi dovrebbe aver interiorizzato gli strumenti della filologia scriva di un testo senza averlo letto, o senza comprenderlo. Il risultato è questa imbarazzante alleanza tra gli amici delle soprintendenze e il loro massimo nemico, Matteo Renzi. Un’alleanza che ha un sapore strano: anzi, che ha il profumo dei Giardini del Granduca.

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Affittasi Firenze, il prezzo è questo https://minimaetmoralia.it/arte/affittasi-firenze/ https://minimaetmoralia.it/arte/affittasi-firenze/#comments Fri, 19 Jul 2013 12:24:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15047 Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari uscito oggi sul Fatto Quotidiano. (Immagine: Wikipedia.)

Nonostante l'insabbiamento ottenuto grazie ad una stampa fiorentina ormai universalmente compiacente, la vicenda del noleggio di Ponte Vecchio a Montezemolo rimane assai oscura.

Matteo Renzi ha annunciato querela contro il senatore dei 5 Stelle Maurizio Romani, reo di aver testualmente ripetuto in Senato le parole del comunicato stampa di Ornella De Zordo, la consigliera comunale che ha fatto luce sulla vicenda. Ma il sindaco sa bene che nessun parlamentare può essere processato per opinioni liberamente espresse in aula, e dunque sa bene che non sarà mai costretto a tirare fuori le carte. E infatti si guarda bene dal rispondere a queste tre domande: 1) esiste una carta che attesti il versamento di 120.000 euro da pare della Ferrari al Comune di Firenze? 2) Esiste la documentazione del taglio di 120.000 euro che le vacanze dei bambini disabili fiorentini avrebbero subito da parte di un non meglio precisato ente? 3) Perché l'obbligo di lasciare 3 metri e mezzo per il passaggio sul Ponte dei mezzi di soccorso (obbligo del tutto disatteso, come documentano le foto del banchetto)  è stato notificato alla Ferrari solo il giorno dopo l'evento?

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Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari uscito oggi sul Fatto Quotidiano. (Immagine: Wikipedia.)

Nonostante l’insabbiamento ottenuto grazie ad una stampa fiorentina ormai universalmente compiacente, la vicenda del noleggio di Ponte Vecchio a Montezemolo rimane assai oscura.

Matteo Renzi ha annunciato querela contro il senatore dei 5 Stelle Maurizio Romani, reo di aver testualmente ripetuto in Senato le parole del comunicato stampa di Ornella De Zordo, la consigliera comunale che ha fatto luce sulla vicenda. Ma il sindaco sa bene che nessun parlamentare può essere processato per opinioni liberamente espresse in aula, e dunque sa bene che non sarà mai costretto a tirare fuori le carte. E infatti si guarda bene dal rispondere a queste tre domande: 1) esiste una carta che attesti il versamento di 120.000 euro da pare della Ferrari al Comune di Firenze? 2) Esiste la documentazione del taglio di 120.000 euro che le vacanze dei bambini disabili fiorentini avrebbero subito da parte di un non meglio precisato ente? 3) Perché l’obbligo di lasciare 3 metri e mezzo per il passaggio sul Ponte dei mezzi di soccorso (obbligo del tutto disatteso, come documentano le foto del banchetto)  è stato notificato alla Ferrari solo il giorno dopo l’evento?

Ma tutto questo non impedisce a Firenze di scivolare sempre più giù lungo la china della prostituzione dei suoi monumenti. Ora tocca alla Soprintendente Cristina Acidini, la quale ha convocato una riunione per il prossimo 23 luglio nella quale presentare il tariffario per la «concessione in uso dei beni culturali per eventi».

Ma quanto costa comprare ciò che non ha prezzo? Quanto costa privatizzare pro-tempore un bene comune? Quanto cosa piegare al lusso ciò che dovrebbe produrre eguaglianza?

Ecco il finissimo prezzario: se volete fare un cocktail nella Grotta del Buontalenti a Boboli, ve la cavate con 5000 euro (e 100 di luce: oppure vi portate le candele). Se invece siete in vena di concedervi una cena nel Cortile dell’Ammannati di Palazzo Pitti dovete sborsarne 15.000.

Volete esagerare? Volete mangiarvi una ribollita vicino alla Madonna della Seggiola di Raffaello, nella Galleria Palatina di Pitti? Beh, sono 10.000, ribollita esclusa. E se invece vi accontentate di un moijto sotto le volte di Pietro da Cortona, bastano 7000.Volete fare l’addio al celibato in compagnia della Venere di Botticelli, agli Uffizi? Prezzi popolari, considerando la location: per un cocktail 5.000, per una cena fanno 10.000. La povera Venere, insomma, non costa tanto di più di una olgettina qualunque.

Se poi siete uno stilista e volete replicare i fasti dell’anno scorso facendo una bella sfilata tra i quadri e le statue dei Medici mettete in conto 150.000 euro (qualcuno in soprintendenza legge il giornale: l’anno scorso eranosolo 30.000, e la cosa fece scandalo).

Se invece volete regalare agli amici uno spettacolo, dipende: il tariffario prevede che se è “teatrale”, il Cortile dell’Ammannati di Pitti vi costa 5000 euro, se è “culturale” (e la differenza la sa iddio) vi si fa uno sconticino, e fanno 3.000. Se poi volete farci una non meglio definita “manifestazione” (contro la Kienge, per esempio) preparate 20.000 euro.

Il tutto è ancora più grottesco quando si rammenti che la Corte dei Conti chiede 600.000 euro di danno erariale alla stessa soprintendente di Firenze per aver fatto sborsare allo Stato 3.250.000 euro per un crocifisso ‘di Michelangelo’ che ne valeva (parola del responsabile scultura di Christie’s interpellato dalla Corte) al massimo 85.000. E uno pensa: ma tutta questa abilità contabile, allora, dov’era?

Il punto, tuttavia, non è questo. Il punto è il progetto che abbiamo sul nostro patrimonio storico e artistico: serve a educare, a promuovere il pieno sviluppo della persona umana (parole della Costituzione), a renderci tutti eguali? O serve invece a fare un po’ di soldi alla meno peggio, come capita alle famiglie decadute che affittano la villa per i matrimoni? E c’è poi un piccolo problemino di decoro nazionale: affittare gli Uffizi per eventi privati è come se il Senato Accademico della Sapienza si affrettasse a fissare i prezzi per il noleggio dell’Aula Magna per battesimi e cresime, o se Napolitano affiggesse sull’uscio del Quirinale il listino dell’affitto per il Salone delle Feste, o se la Boldrini noleggiasse il Transatlantico per cene eleganti.

E le nostre soprintendenze cosa sono: organi di ricerca e tutela, o gestori di camere a ore? A quale scopo laureiamo giovani archeologi e storici dell’arte: perché aumentino il nostro tasso di civilizzazione, o perché organizzino il lusso privato?

Può essere che tutto ciò sembri a qualcuno una ‘modernizzazione’ della gestione del nostro patrimonio storico artistico: a molti altri, in Italia e all’estero, sembra invece l’ultimo stadio di un Paese finito, che raccoglie le ultime elemosine col piattino in bocca. Per non pensarci, possiamo sempre prenderci una sbronza: in un Cimabue Cocktail Party. Agli Uffizi, ovviamente.

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