Ugo Cornia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ugo-cornia/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Nov 2022 21:15:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ugo Cornia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ugo-cornia/ 32 32 Manganelli Sconclusionato #3. Intervista a Ugo Cornia https://minimaetmoralia.it/libri/manganelli-sconclusionato-intervista-a-ugo-cornia/ https://minimaetmoralia.it/libri/manganelli-sconclusionato-intervista-a-ugo-cornia/#respond Fri, 12 Aug 2022 17:00:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50958 Manganelli Sconclusionato è una rassegna di interviste a cura di Emiliano Ceresi (qui e qui potete trovare le puntate precedenti), dottorando in “Italianistica” dell’Università di Palermo, che si propone, nell’anno del centenario dalla nascita dello scrittore, di ripercorrere attraverso la voce di giornalisti, autori e critici, l’opera e il lascito intellettuale di Giorgio Manganelli. Ospite […]

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Manganelli Sconclusionato è una rassegna di interviste a cura di Emiliano Ceresi (qui e qui potete trovare le puntate precedenti), dottorando in “Italianistica” dell’Università di Palermo, che si propone, nell’anno del centenario dalla nascita dello scrittore, di ripercorrere attraverso la voce di giornalisti, autori e critici, l’opera e il lascito intellettuale di Giorgio Manganelli.

Ospite della terza conversazione del Manganelli Sconclusionato è Ugo Cornia, scrittore e giornalista. Il suo ultimo libro si intitola La vita in ordine alfabetico (La nave di Teseo).

La conversazione qui pubblicata anticipa una delle interviste  a “dieci scrittori” che saranno pubblicate sul numero della rivista “Riga” di novembre in occasione del centenario manganelliano.

Quando scoprì Manganelli e cosa la colpì di questo scrittore?

Se ben ricordo Manganelli l’ho conosciuto un giorno in cui Ermanno Cavazzoni a lezione lesse alcuni brani da Hilarotragoedia: il solo ascolto di una prosa così inconsueta mi colpì all’istante, dentro di me si mosse qualcosa. A Modena negli anni in cui ero studente c’era una libreria che aveva al piano piano superiore molti pezzi di modernariato a metà prezzo, in alcuni casi anche a meno. Un giorno salii e trovai una nicchia con otto libri di Manganelli messi in fila. In sole due tranche riuscii a procurarmeli tutti perché costavano poco, soprattutto quelli editi da Rizzoli. L’unico che non presi fu Sconclusione, che lessi invece in biblioteca, un posto in cui andavo a preparare gli esami universitari. Poi puntualmente invece di studiare mi mettevo a temporeggiare tra gli scaffali…

Un testo di cui, con il gruppo de «Il semplice», avete ripubblicato le prime pagine in un albo dell’almanacco e che lei porta spesso nelle sue letture dal vivo.

Ricordo che l’incipit di Sconclusione fu per me una sorta di folgorazione. C’è stato un periodo in cui quel libro lo sapevo praticamente a memoria, senza che avessi mai fatto lo sforzo di memorizzarlo. Mi si era come stampato autonomamente nel cervello. Lo trovo un racconto fenomenale, anche se mi lascia sempre la sensazione di non averlo mai davvero letto dall’inizio alla fine.Resto sinceramente colpito dal fatto che non sia ancora stato ripubblicato. Manganelli ha poi questo aspetto, per certi versi insospettabile, che quando viene proposto a un gruppo di persone dal vivo le fa sempre ridere di gusto. Il ritmo della sua prosa, nonostante abbia una lingua ipercolta, funziona perfettamente per una lettura ad alta voce. Credo ciò avvenga per via di un dosaggio micidiale di musicalità, retorica e ironia affabile.

E con il Manganelli non letterario?

Col tempo ho recuperato i corsivi, che personalmente trovo siano dei pezzi fenomenali e, direi, quasi esemplari – nel senso che leggendoli ti viene un naturale istinto a emularli. In Mammifero italiano, la piccola raccolta curata da Marco Belpoliti, ci sono tutti articoli micidiali, ma il primo brano della sequenza dedicata alle tasse (quella intitolati Tasse I- II-III) mi pare sia uno dei pezzi più belli e centrati che siano mai stati scritti sull’Italia. Con quel sillogismo sull’italiano che è un cittadino pessimo in quanto odia lo Stato; lo Stato che a sua volta, essendo fatto di cittadini pessimi, odia il cittadino. E il cittadino che riesce a farla franca perché paga le tasse, che sono praticamente l’espediente per ripulirsi dalle truffe che compie ai danni dello Stato. Manganelli ha individuato con metodo impeccabile uno dei cortocircuiti nazionali.

E del resto anche in La vita in ordine alfabetico le voci si ripetono: penso a Cinghiali 1, cinghiali 2. Sono stati un modello per la sua scrittura giornalistica i corsivi manganelliani?

Lo ammetto con un certo senso di impostura però quando mi capita di scrivere per i giornali, ad oggi collaboro occasionalmente per «Domani», i modelli a cui guardo sono sempre Manganelli e Swift. E, tra l’altro, Swift era forse il riferimento per Manganelli. Questi due autori sono per me come due punti luminosi di cui provo a inseguire la scia. La loro opera costituisce per me un riferimento sia per una questione stilistica, sia per la loro particolare postura critica, che gli permetteva di evitare di scadere in certe retoriche un po’ prevedibili. Il Manganelli dei corsivi è stato per me uno strumento imprescindibile per affrontare la cosiddetta attualità.

E come nasce la sua collaborazione alla raccolta di «aforismi e stravaganze» manganelliana dal titolo Il delitto rende ma è difficile?

Ai tempi collaboravo con «Comix», un giornale che aveva la redazione qui a Modena ed era edito da Panini, gli stessi delle figurine. Sempre in quel periodo avevo scritto una piccola recensione a Centuria e Lietta Manganelli mi aveva inviato una lettera per complimentarsi. Poco dopo ero andato a trovarla in campagna – era un periodo in cui ero felicemente disoccupato – e così ci siamo conosciuti di persona. Sono poi tornato da lei una seconda volta insieme a Beppe Cottafavi, che allora dirigeva «Comix» dove nel frattempo era stata inaugurata una collana di libri di piccolo formato. Con l’occasione dell’incontro, le chiedemmo il permesso per pubblicare una serie di inediti del padre che ci sembravano pregevoli. Ne ricordo in particolare uno su uno sciopero dei pescatori che era fenomenale. Avendoci collaborato in prima persona, di quel libro lì possedevo tantissime copie che nel tempo ho donato per diffondere il più possibile il culto manganelliano. Pensando di averne un’altra in casa, ho regalato anche l’ultima…

A proposito di Centuria, ogni volta che le chiedono dei libri da consigliare nelle interviste ho notato che è in cima alla lista1. Mi dice il perché? Le è senz’altro congeniale la forma del microracconto, se penso a un libro come Le favole da riformatorio.

La prima cosa da dire è che è un libro che mi fa ridere tantissimo perché, praticamente ad apertura di pagina, ci si trovano idee fenomenali. Ho le mie centurie preferite che ho letto – e non credo di esagerare – centosessanta volte. Penso a quella del signore che entra in un negozio per comprare un dopobarba e all’uscita trova solo un pulviscolo grigio e si accorge, così, che gli hanno rubato il mondo. Il momento di quel racconto che però mi fa ridere ogni volta come fosse la prima è quando realizza di essere in parte colpevole del furto a suo danno poiché ha dimenticato di inserire l’antifurto «a quell’oggetto così ingombrante». L’idea di trattare un pianeta come fosse una bicicletta da assicurare a un lampione mi lascia sempre stupefatto. Oppure quel gioco metaletterario, che potrebbe proseguire ad infinitum, su uno scrittore che scrive su uno scrittore che scrive di uno scrittore, che alla fine risulta essere un rapinatore: la trovo una vertiginosa prova di virtuosismo. O, ancora, quella centuria con l’angelo che sta in un appartamento abitato da strane potenze divine che descrive come talmente grande da  riempire per intero la stanza, una creatura paradisiaca che viene praticamente assimilata a un palloncino gonfiabile. L’idea di un angelo enorme che occupa totalmente una camera ha in sé qualcosa di meraviglioso e al contempo di terribilmente anti-angelico: ricordo nitidamente che – anche in questo caso – la prima volta che trovai questa immagine rimasi totalmente spiazzato. È un’immagine potente che resta impressa: azzera tutta la precedente iconografia teologica e ne riscrive una nuova, inedita e, direi, quasi fumettistica.

Tre esempi in cui mi pare che si possa rintracciare una linea comune…

Già solo da queste tre centurie si capisce come Manganelli fosse evidentemente un grande angosciato che riusciva, però, nell’impresa di dare forme sublimi alle proprie ansie, a farle lievitare fantasticamente. E sospetto che ci faccia ridere in fondo così nervosamente perché in fondo siamo tutti un po’ angosciati.

E nell’ Hilarotragoedia «gli angeli delibano il technicolor», del resto. Un’opera a cui ho pensato leggendo il suo Buchi, con i richiami agli inferi e i fantasmi che provengano da un cassetto.

Indubbiamente si tratta di un autore che leggo e rileggo traendone sempre un immenso piacere personale. Avere una riserva propria di piaceri che durano nel tempo e non si consumano per me è fondamentale. Non so se azzardare un paragone in senso positivo con la masturbazione. In libreria ho tutta la sua opera e mi piace sapere che quando voglio me lo posso andare a riprendere. Sul fatto che nella mia testa ci siano dei piccoli manganellini che si attivano inconsciamente mentre scrivo non saprei dire se avviene direttamente, ma può darsi di sì (ride, ndr).

E qual è allora il libro che le dà più piacere rileggere?

Non ho una precisa gerarchia. Diciamo che i primi testi letterari, forse per la loro struttura inessenziale, preferisco rileggerli a campione e non dall’inizio alla fine. Mi soffermo piuttosto sulle pagine o le porzioni che preferisco e in cui ritrovo continuamente idee sorprendenti. Anche cose ritenute minori come il reportage sull’Africa, per esempio, ha quella pagina di descrizione del paesaggio dalla prospettiva dell’aereo che è di una bellezza irripetibile: ricordo di esserci tornato almeno otto volte di seguito. Purtroppo per come si è messa la mia vita ormai sono costretto a lavorare e c’è sempre meno tempo da dedicare alla lettura. Manganelli l’ho letto in quell’epoca aurea in cui ero perennemente libero. Da un certo punto di vista forse ero un disperato, ma rimpiango davvero quei quattro-cinque anni in cui mi sono potuto dedicare a leggere tutto Manganelli, tutto Thomas Bernhard e tutto il Walser che era stato pubblicato. Una fase della mia vita a cui guardo con nostalgia. Centuria, per quanto l’ho consumato a forza di orecchie agli angoli delle pagine lo dovrò ricomprare prima o poi. È quello forse il testo su cui torno più spesso. Anzi, senza dubbio.

A scuola le capita di leggere Manganelli?

Mi è spesso capitato di portarmi qualche libro in classe, anche perché le antologie in commercio difficilmente sono in linea con il mio gusto letterario. Come quando sottopongo ai miei studenti la Novella del grasso legnaiuolo, un capolavoro che era caro a Manganelli, ma che è ignorato da chi si occupa di allestire testi scolastici.

Prima ha citato Bernhard come altro autore che ha approfondito in quel periodo di rimpianta libertà. Secondo lei è causale o ci vede delle affinità?

Secondo me come scrittori hanno in comune la distruzione e il rovesciamento di ogni norma o prescrizione linguistico-narrativa. Entrambi, e in modo diversissimo, costituirono per la mia generazione la prova tangibile che esisteva un altro modo di fare letteratura. Nelle loro opere riescono a mettere, non si sa poi neanche bene quali contenuti, in una forma anarcoide, ovvero fuori dai convenzionali dettami di costruzione dei testi. Sia Manganelli che Bernhard strapazzano le regole ed è per questo che si torna a leggerli sempre volentieri e senza annoiarsi. Bernhard rappresenta un’ulteriore fonte di felicità per me, una voce a cui tornare per stare in compagnia.

Mi interessava sapere se ha ricordi legati a discussioni su Manganelli con gli altri membri de «Il semplice». Non mi pare un caso che abbiate scelto di pubblicare i suoi testi in cinque dei sei albi della rivista…

Ricordo che agli incontri de «Il semplice» veniva spesso a trovarci Marianne Schneider che aveva tradotto alcune pagine di Manganelli in tedesco in un libro dal titolo Manganelli furioso – e tutti noi del collettivo ci chiedevamo come ci fosse riuscita guardando con grande senso di ammirazione al suo lavoro. Ricordo poi che essendo stata molto amica di Manganelli possedeva anche alcuni dattiloscritti inediti che le aveva donato lo scrittore. Una volta lesse pubblicamente un testo che aveva per tema gli orologi, una prima bozza di cui non volle svelarci in anticipo l’autore. Era quindi scattato tra noi del gruppo una specie di “Indovina chi” per attribuire la paternità di quella lettura piuttosto inconsueta. In me era sorto il sospetto che si trattasse di Manganelli, ma fui troppo timido e non osai aprire bocca. Conservo in me ancora il rimpianto di quel silenzio perché nessuno indovinò.

Cosa ricorda di quella lettura?

Col senno di poi sapere di aver ascoltato un testo non definitivo di Manganelli mi pare un’esperienza curiosa. È stupefacente come le sue opere, nonostante siano congegni elaboratissimi, sembrino come scritti di getto: abbiano cioè una loro armonia perfetta in cui tutte le frasi funzionano in maniera calibratissima ma senza artifici apparenti. Questo era senz’altro uno dei grandi meriti de «Il semplice», un gruppo composto da sensibilità affini, ma al contempo diverse, che dava accesso alla grande letteratura attraverso la sua parte più artigianale – che secondo me è irriducibile a ogni teorizzazione letteraria. Ad oggi questo mi pare un lascito impagabile. Durante le riunioni arrivavano contributi diversissimi e le discussione collettive erano sempre molto animate: venti teste, specie se sono così diverse, funzionano meglio di una sola. E Manganelli tornava sempre nei nostri discorsi. La stessa epoca in cui – da felicemente disoccupato – mi ritiravo con le sue opere nei miei pomeriggi solitari. È stato bel periodo e, ricorro a una parola che per me che sono insegnante sarebbe da bandire, un momento formativo. Ma questo proprio perché non c’era alcuna intenzione formativa alla base.

A proposito di risate incontenibili, in rete c’è una sua lettura tratta da Sconclusione, e nel momento in cui il padre viene castrato ed esclama: «Oh questa, poi» lei non riesce praticamente a continuare a leggere… 

Per me quella frase è micidiale. Mi sembra una battuta rubata a un vecchio prozio. Quel libro è tutto pieno di trovate del genere, anche dialettali. E d’altronde il protagonista coinvolge la famiglia in riti, miti e pratiche ancestrali per tutto il corso del racconto. Ma anche solo quella frase pronunciata con lo stupore di un vecchio parente è di per sé un capolavoro. Dentro quella battuta ci sono diciotto strati di consapevolezza sociolinguistica ed esistenziale condensati in un’esclamazione lapidaria. Se si prova a imitare questa cosa senza avere la stessa consapevolezza stilistica ne viene fuori una schifezza. Manganelli ha lasciato in questi dettagli il suo modo unico di stare sulla terra per chi vorrà ammirarlo.

Quindi non ha eredi?

Eredi tantissimi. Ma il vero erede fa quel che può e plasma il lascito in un modo altro. L’unicità è scarsamente ripetibile, ma la bellezza dell’esempio, quella sì, è sempre utile da contemplare.

E quale le sembrano le possibilità future dell’opera di Manganelli, in un anno di bilancio come quello del centenario dalla nascita?

Io spero, ma un po’ lo credo, che in futuro, ancora fra seicento anni, ci saranno lettori che con il nostro stesso piacere leggeranno la Novella del grasso legnaiuolo. E lo stesso, spero, che accadrà con i libri di Manganelli, che in futuro avranno forse più lettori di quanti ne avessero da vivo.

A tal proposito, le racconto un fatto che all’epoca in cui avvenne mi divertì molto e che mi pare in linea con quanto ho appena auspicato. Una volta lessi la prima di Sconclusione a un ciclo di letture organizzato a Mestre. Appena salito sul palco ricordo che ero stato colto dal panico perché, almeno a colpo d’occhio, erano presenti più di mille persone. Dalle prime file però, e già alle prime righe, provenivano risate rassicuranti. Quando sono sceso dal palco una ragazza, che avrà avuto massimo diciott’anni, mi si è subito avvicinata e mi ha chiesto con sincera curiosità: “come si chiama il pezzo di quell’autore pulp che ha letto poco fa? Chi è?”. Io, insieme a Manganelli, quella sera avevo portato Thomas Bernhard e quindi proprio non capivo a chi dei due si riferisse. Dopo un po’ di tempo che ci confrontavamo, però, ci siamo capiti: mi pare di ricordare che lei alluse alla castrazione di un personaggio e allora io colsi il riferimento al povero padre presente in Sconclusione.

Credo che a Manganelli sapere che in futuro sarebbe stato considerato anche un autore pulp l’avrebbe fatto ridere parecchio. Il solo immaginare il passaparola dalla ragazza a una sua amica a me diverte: “Oh, leggiti ‘sta roba pulp!” mentre le dà in mano Sconclusione. Io ogni volta che incontro qualcuno con la passione per la letteratura o per la scrittura e scopro che non lo conosce cerco, leggendogliene dei brani, di persuaderlo subito a iniziare. Non invidio, invece, chi come lei ne deve scrivere dal punto di vista critico perché mi pare un’impresa decisamente ostica: mi sembrerebbe di entrare nel bosco incantato alla ricerca delle fate e dei draghi, senza avere in partenza nessun oggetto magico. Comunque una bellissima avventura da cui si uscirà migliorati anche se non si sa come e in che cosa.

Quindi forse in meglio.

1Qui insieme ad altri testi manganelliani: https://www.autorinprestito.it/i-consigli-di-ugo-cornia/(ultima consultazione: 10/08/2022)

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Montaigne a Modena e il sentimento del contrario https://minimaetmoralia.it/letteratura/montaigne-a-modena-e-il-sentimento-del-contrario/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/montaigne-a-modena-e-il-sentimento-del-contrario/#respond Thu, 04 Aug 2016 07:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31713 Questo articolo, in forma leggermente ridotta, è stato pubblicato su pagina 99.

di Manuel Orazi

Si sa che il di dietro fa ridere, ma è più difficile capire che anche il di dietro può ridere. L'acquarello di Giuliano Della Casa riprodotto sulla copertina dell'ultimo libro di Ugo Cornia sarebbe senz'altro piaciuto a Pirandello: infatti la figura principale è un cavallo visto da tergo e guardare il mondo al contrario è già una definizione di umorismo.

Già in Uno, nessuno e centomila il protagonista Vitangelo Moscarda osserva: «Ma sa che una volta io ho veduto ridere un cavallo? Sissignore, mentre il cavallo camminava. Lei ora va a guardare il muso del cavallo per vederlo ridere, e poi viene a dirmi che non l'ha visto ridere. Ma che muso! I cavalli non ridono mica col muso! Sa con che cosa ridono i cavalli, signor notaro? Con le natiche. Le assicuro che il cavallo camminando ride con le natiche, sì, alle volte, di certe cose che vede o che gli passano per il capo. Se lei vuol vederlo ridere il cavallo, gli guardi le natiche e si stia bene!».

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classiciridere

Questo articolo, in forma leggermente ridotta, è stato pubblicato su pagina 99.

di Manuel Orazi

Si sa che il di dietro fa ridere, ma è più difficile capire che anche il di dietro può ridere. L’acquarello di Giuliano Della Casa riprodotto sulla copertina dell’ultimo libro di Ugo Cornia sarebbe senz’altro piaciuto a Pirandello: infatti la figura principale è un cavallo visto da tergo e guardare il mondo al contrario è già una definizione di umorismo.

Già in Uno, nessuno e centomila il protagonista Vitangelo Moscarda osserva: «Ma sa che una volta io ho veduto ridere un cavallo? Sissignore, mentre il cavallo camminava. Lei ora va a guardare il muso del cavallo per vederlo ridere, e poi viene a dirmi che non l’ha visto ridere. Ma che muso! I cavalli non ridono mica col muso! Sa con che cosa ridono i cavalli, signor notaro? Con le natiche. Le assicuro che il cavallo camminando ride con le natiche, sì, alle volte, di certe cose che vede o che gli passano per il capo. Se lei vuol vederlo ridere il cavallo, gli guardi le natiche e si stia bene!».

Il sentimento del contrario è dunque il succo di tanta parte dell’opera pirandelliana, ma soprattutto del celebre saggio sull’umorismo del 1908, pubblicato dal glorioso editore Rocco Carabba di Lanciano, dove si fissa la netta distinzione con il comico che resta sempre in superficie. Sebbene sia un sentimento universale, l’umorismo ha trovato terreno fertile soprattutto a Modena e non da oggi.

È vero che i modenesi Cornia e Della Casa sono legatissimi, insieme hanno già pubblicato una guida, Modena è piccolissima (EDT, 2009) e un libro d’artista in cento copie, …proprio la Ghirlandina, (Associazione per la diffusione dell’opera artistica, 2012) ingaggiando un corpo a corpo con il proprio genius loci che prosegue quotidianamente per le vie del centro, nelle osterie, librerie e trattorie insieme con alcuni fedeli sodali tutti imbevuti di umorismo e lambrusco, siano essi pittori come Mario Giovanardi, veterinari o bibliotecari – scrittori come Gianfranco Mammi – autore di un paio di spassosi libretti, Uomini senza Mercedes, (Fernandel 2002) e Vita di «Ridolini». Raccolta dalla sua viva voce (Trasciatti 2010).

È pur vero che è dai tempi del La secchia rapita di Alessandro Tassoni o del Bertoldo e Le piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino di Giulio Cesare Croce da San Giovanni in Persiceto (a metà fra Modena e Bologna) che l’umorismo modenese si nutre esso stesso dei materiali epicurei della cucina locale: zamponi, cotechini, mortadella, gnocco fritto, lasagnone e lasagnette, gramigna, tagliatelle, piatti inventati a seguito di assedi bellici o sbirciando dal buco di una serratura come vuole la leggenda della nascita dei tortellini.

E infatti l’umorismo rischia sempre di straripare verso punte goliardiche come nelle menzionate opere di Tassoni e Croce, ma ancor di più oltralpe nelle “atmosfere carnevalesche”di Rabelais – e, guarda caso, hanno usato un altro acquerello del maestro Della Casa per il Millennio Einaudi di Gargantua e Pantagruele del 2004.

Sono socievole fino all’eccesso. Vita di Montaigne (Marcos y Marcos 2015) di Cornia però è un libro squisitamente umoristico nel senso pirandelliano, perché guarda le cose al contrario, specie le vicende più tristi o dolorose come la perdita del padre o dell’amico fraterno de La Boétie, incamminandosi verso punte filosofiche aliene alla goliardia, come appunto nei saggi di Montaigne.

Anche nelle vicende più strane come il caso del contadino franco-basco scappato e poi ricomparso dopo molti anni che viene riaccolto in famiglia fino a quando non se ne ripresenta un altro ancora asserendo di essere lui il vero fuggitivo: ne nascono parapiglia e diversi processi in cui s’incuneano dilemmi identitari, giuridici e religiosi, che suonano pirandelliani se non fossero ante litteram. Inserito nella nuova collana di biografie “Il mondo è pieno di gente strana” diretta da Paolo Nori, Cornia marca tutta la distanza possibile con il suo amico e collega parmigiano cui spesso è accostato per la comune propensione celatiana verso l’oralità.

Qui però Cornia sembra guidato piuttosto da un’altra voce, forse quella del suo Virgilio Montaigne, con ripercussioni stilistiche evidenti su una prosa insolitamente piana e calma come un fiume di pianura. Forse questa voce diversa è l’eco di un’esistenza mancata o potenziale, quella appunto di filosofo visto che lo scrittore avrebbe dovuto laurearsi in filosofia con Enzo Melandri.

Al contrario Nori non ha molto di umoristico, sebbene i suoi racconti siano oltremodo divertenti e comici, ma il meccanismo della risata è indotto più dall’uso controllato del risentimento che lo rende più vicino a un altro modenese, per niente umoristico, ma grande e temibile come un coltellaccio, Antonio Delfini: «Vorrei tu mi armassi la mano \ per incendiare il piano padano».

Per constatare come riso e filosofia vadano spesso a braccetto non occorre scomodare il Freud del motto di spirito, bensì un pensatore eccentrico e fattivo, modenese ed editore: quell’Angelo Fortunato Formiggini che si laureò con una tesi dal titolo Filosofia del ridere e che fin da ragazzo collaborò a diversi fra i tanti giornali satirici a Modena: “Il Sandrone”, “La Preda”, “Il Duca Borso” sono solo alcuni fra le oltre quaranta testate nate dal 1859 e l’avvento del fascismo che ne frenò la proliferazione così come fece chiudere ben presto il principale giornale satirico di allora, “L’Asino” di Galantara e Podrecca ex studenti a Bologna.

Interventista nella Prima guerra mondiale, antisionista, ammiratore di Mussolini, Formiggini è noto più che altro per il suo tragico suicidio, ma fra le sue invenzioni resta memorabile la collana “Classici del ridere” che ha insegnato agli italiani a fare ciò che sembrava impossibile a scuola vale a dire a ridere con i classici. Tra il 1913 e il 1938 la collana ha pubblicato ben 105 titoli con l’apporto di grandi traduttori, curatori e consulenti primo fra tutti Ercole Cozzani che introdusse all’editore il fior fiore della xilografia italiana per illustrare i dieci volumi del Decamerone, ma anche Rabelais, Swift, Sterne, Trilussa, Belli, Bandello e ovviamente Tassoni.

Tra l’altro Formiggini avviò anche i sottogeneri fino ad allora per nulla frequentati della caricatura letteraria e dello Juden Witze, da sempre fanno parte della cultura ebraica, partendo dai suoi due capostipiti, romanizzati rispettivamente in Arrigo Heine, Pagine autobiografiche (1926), con splendide illustrazioni del modenese Benito Boccolari, e Salom Alechem (sic), La storia di Tewje il lattivendolo (1928). Alla sua morte, il suo archivio comprendente libri, stampe e documenti che aveva chiamato “Casa del ridere” è stato donato alla Biblioteca Estense a riprova del fatto che, ben prima di Charlie Hebdo, nell’umorismo si nasconde sempre un lato drammatico e nel dramma uno umoristico.

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Quando parliamo della nostra generazione https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-parliamo-della-nostra-generazione/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-parliamo-della-nostra-generazione/#comments Sat, 13 Jun 2009 10:01:29 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=32 Questo articolo è apparso su Repubblica del 10 giugno 2009. Fermati Piero, fermati adesso lascia che il vento ti passi un po’ addosso Quando usiamo espressioni come “la mia generazione”, “la nostra generazione” – spesso pronunciandole con orgoglioso autocompiacimento o con sottintesa recriminazione, sempre calcando sul possessivo che delimita i confini e marca le differenze […]

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Questo articolo è apparso su Repubblica del 10 giugno 2009.

Fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso

Quando usiamo espressioni come “la mia generazione”, “la nostra generazione” – spesso pronunciandole con orgoglioso autocompiacimento o con sottintesa recriminazione, sempre calcando sul possessivo che delimita i confini e marca le differenze – stiamo facendo una mappatura del tempo. Lo distinguiamo in zone cercando di riconoscere, nella filiazione o nel contrasto tra le diverse generazioni, una dialettica e dunque un cambiamento.

Rappresentazioni di questo genere valgono anche in ambito letterario: la generazione degli scrittori che hanno una quarantina d’anni, la “mia” generazione di scrittori, esiste in fuga. Nel senso che si allontana da qualcosa e procede verso qualcos’altro: non lo fa serenamente – e del resto nessuno lo pretende – e neppure con una consapevolezza inscalfibile, semmai come scappando da un’esplosione.

C’è il fungo di terra che si solleva e incombe ombrelliforme, detriti e fiamme che compongono un´immagine di potenza e caos, e da questo sfondo si materializzano le figure di chi scappa dalla deflagrazione. Perché la mia generazione fugge da un’esplosione che si è fatta monumento, una produzione di energia letteraria ferocissima che corrisponde a un numero di autori cospicuo e a un´altrettanto cospicua qualità. Questi autori sono Pasolini, Moravia, Morante, Calvino e gli altri scrittori monumentali del secondo Novecento italiano.

Il rilievo che alla mia generazione di scrittori viene mosso, un rilievo che spesso assume le proporzioni di un’accusa, è che questi autori sono quello che noi non siamo. Detto in altri termini, noi non siamo loro. Dovrebbe essere un semplice truismo ma non lo è. Loro sono l´esplosione mineralizzata, un´architettura di voci memorabile che riduce a sussurri, a mormorii se non a biascicamenti i nostri tentativi di scrittura. Il debito contratto con la loro generazione è inestinguibile: quello che possiamo permetterci è lavorare di rosicchio nutrendoci del credito immenso e insuperabile che chi ci ha preceduto è riuscito ad accumulare.

Da tutto ciò discende una conseguenza impressionante: considerare un’epoca della letteratura italiana – all´incirca quella che va dagli anni Novanta a oggi – come un tempo limbico, sospeso e inefficace, e una o più generazioni come epigonali, effetti secondari delle generazioni forti del passato (si ammette l´esistenza, al limite, di scrittori già attivi durante gli anni Ottanta, da Tondelli a Busi a Del Giudice), oggetto di un discorso critico e quasi mai soggetto attivo e incidente. Scrittori interstiziali, interlocutori, a tempo determinato, se non del tutto invisibili.

A partire da questo scenario – e con l´obiettivo di arrestare almeno per un momento la fuga, fermarsi e reagire – provo a contrapporre due obiezioni. La prima di metodo, la seconda di merito. Il modello generazionale, se pure dal punto di vista della storia della letteratura ha una sua utilità cartografica, tende a riproporre uno schema che nel tempo è diventato sempre più inservibile. Perché la logica padri-figli – con l’idea implicita di un passaggio del testimone inteso oggi come improbabile se non impossibile, qualche edipismo, Geppetto e Pinocchio, i nani sulle spalle dei giganti, Enea e Anchise – non tenendo conto di un contesto storico-sociale nel quale la trasmissione dei saperi avviene in termini diversi rispetto al passato, sembra poter condurre soltanto a un’infantilizzazione a oltranza, quella stessa ostinata infantilizzazione che è l’ambiente nel quale non soltanto alcune generazioni ma un intero Paese si trova a ristagnare. Intrappolati in uno schema ormai sterile, nel ricatto che ci obbliga a essere figli perenni incapaci di essere padri, sperimentiamo la preclusione dell’età adulta. E l´età adulta, riuscire a essere disperatamente adulti in questo tempo informe, è adesso per noi necessario e inderogabile.

La seconda obiezione prova a concentrarsi su quelli che mi sembrano i nostri caratteri peculiari. Attraversando gli anni Settanta Ottanta e Novanta, siamo cresciuti nella percezione non semplicemente della fine del nostro presente quanto del presente come fine, obiettivo e conclusione, il tempo nel quale tutto si genera e contro cui tutto si arresta. Diversamente da quanto è accaduto agli scrittori del dopoguerra, quando la meditazione sul presente si connetteva in maniera imprescindibile a quella sul passato e a un impulso verso il futuro, la coscienza acuta del presente ha determinato in noi un’incapacità prospettica. Scorniciati dalla storia, in caduta libera dentro un tempo immobile, abbiamo dovuto trasformare il limite in vantaggio, l’incapacità in risorsa, facendo della nostra esitazione – intesa come il modo in cui si reagisce all´incertezza – la prospettiva dalla quale osservare il mondo.

L’esitazione alla quale mi riferisco è quella che sperimenta il Piero deandreiano di fronte al nemico, quell’indugio che nel concedersi il rischio di essere vulnerabili genera uno spazio di civiltà trasformando l’esitazione in valore. In coraggio. Perché se il nostro connotato è l´incertezza – lo spaesamento non come anomalia ma come costante sentimento del reale – allora diventa fondamentale non fare dell’incertezza un alibi ma uno strumento di conoscenza. Avere il coraggio dell’incertezza.

Privi di riferimenti forti, non autorizzati dai padri, esausti della condizione di figli eterni, la mia generazione di scrittori è quella di chi – a ogni frase, a ogni visione – fruga in questo presente incerto e mi insegna che la complessità non è eccezione ma condizione dell´umano, e in quanto condizione dell´umano non va temuta ma attraversata ed esplorata, ininterrottamente restituita al mondo.

In Italia, adesso – da anni o da alcuni mesi o persino da alcuni giorni e tra alcuni giorni e mesi e anni – ci sono scrittori che si impegnano ad annodare tra loro parole e a comporre frasi e a connettere le frasi per dare forma a romanzi e a racconti, scrittori che condividono una fiducia ostinata nel linguaggio come organo di senso (dove senso vuole risuonare in tutte le sue possibili accezioni). Questi scrittori, per fare alcuni tra i nomi possibili, si chiamano Giorgio Falco, Michela Murgia, Paolo Nori, Aldo Nove, Antonio Pascale, Valeria Parrella, Mauro Covacich, Ugo Cornia, Andrea Bajani, Babsi Jones, Wu Ming, Letizia Muratori, Nicola Lagioia, e ancora Giulio Mozzi, Laura Pariani, Sandro Veronesi, Vitaliano Trevisan, Edoardo Nesi, Antonio Moresco, Michele Mari, Dario Voltolini.

Ascolto le loro scritture, la forma del loro lessico e della loro sintassi, la prospettiva delle loro visioni, e so che queste sono a loro volta scritture in reciproco ascolto e in ascolto del mondo. Da questa generazione di scrittori io quotidianamente apprendo, e scopro che a interessarmi non è la messa a fuoco della mia generazione di scrittori, il confronto tra le diverse foto di gruppo, ma l´immersione nella mia generazione di scritture, nella loro germinazione, in questo moltiplicarsi di voci che carezzano il tempo contropelo e scartavetrano la storia e dilatano le nostre possibilità di percezione e conoscenza. Così – ed è detto senza provocazioni – la scrittura di Gadda si intreccia a quella di Giuseppe Genna, quella di Landolfi a quella di Tiziano Scarpa, Manganelli a Laura Pugno, cortocircuitando in uno spaziotempo meticcio che ha come obiettivo il recupero, attraverso la parola letteraria, di un sentimento nel quale letteratura ed esperienza siano definitivamente sinonimi.

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