Umberto Bossi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/umberto-bossi/ un blog di approfondimento culturale Mon, 02 Mar 2015 13:33:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Umberto Bossi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/umberto-bossi/ 32 32 L’arrembaggio sgangherato dei fascio-leghisti https://minimaetmoralia.it/reportage/larrembaggio-sgangherato-dei-fascio-leghisti/ https://minimaetmoralia.it/reportage/larrembaggio-sgangherato-dei-fascio-leghisti/#comments Mon, 02 Mar 2015 08:57:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25641 Una cancellata si è materializzata all’Esquilino, in un sabato mattina romano. Larga da marciapiede a marciapiede, costruita in stile barricata/puzzle, alta più o meno due metri e mezzo, con dentatura appuntita in cima. Ad occhio, un patchwork poco geometrico. È blu, dello stesso blu dei blindati della polizia che la sostengono, ed è piazzata all’imbocco di via Napoleone III, una delle tante strade che partono da piazza Vittorio Emanuele II, la piazza più grande di Roma, costruita dai “piemontesi” nel quartiere oggi pieno di botteghe indiane, bengalesi, cinesi. I passanti si soffermano, guardano oltre la griglia di ferro. Giornalisti e turisti scattano fotografie, residenti e commercianti la osservano prima con stupore, quindi con quella che sembra una crescente familiarità. Si finisce con l’abituarsi a tutto. Troppo larga per una porta di calcio, la cancellata potrebbe andar bene per una partita di pallavolo, non fosse per la dentatura in cima. La superficie irregolare del reticolo renderebbe pressoché impraticabile lo squash. Difficile attaccarci bigliettini o messaggi. I poliziotti se ne stanno nei blindati, a vigilare sul loro checkpoint-charlie-per-un-giorno.

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Difendemmo la città come si poteva. Le frecce dei comanche arrivavano a nuvole. Le clave di guerra dei comanche rimbombavano sui marciapiedi soffici e gialli. C’erano dei terrapieni lungo il Boulevard Mark Clark e le siepi erano state munite di fili elettrici luminosi. La gente cercava di farsi una ragione.

(Donald Barthelme, La rivolta degli indiani)

Una cancellata si è materializzata all’Esquilino, in un sabato mattina romano. Larga da marciapiede a marciapiede, costruita in stile barricata/puzzle, alta più o meno due metri e mezzo, con dentatura appuntita in cima. Ad occhio, un patchwork poco geometrico. È blu, dello stesso blu dei blindati della polizia che la sostengono, ed è montata all’imbocco di via Napoleone III, una delle tante strade che partono da piazza Vittorio Emanuele II, la piazza più grande di Roma, costruita dai “piemontesi” nel quartiere oggi pieno di botteghe indiane, bengalesi, cinesi. I passanti si soffermano, guardano oltre la griglia di ferro. Giornalisti e turisti scattano fotografie, residenti e commercianti la osservano prima con stupore, quindi con quella che sembra una crescente familiarità. Si finisce con l’abituarsi a tutto. Troppo larga per una porta di calcio, la cancellata potrebbe andar bene per una partita di pallavolo, non fosse per la dentatura in cima. La superficie irregolare del reticolo renderebbe pressoché impraticabile lo squash. Difficile attaccarci bigliettini o messaggi. I poliziotti se ne stanno nei blindati, a vigilare sul loro checkpoint-charlie-per-un-giorno.

Oggi arriva Matteo Salvini, nel pomeriggio parlerà da piazza del Popolo, “Renzi a casa”. È lo sbarco della Lega nord nella Capitale, una cosa che ai tempi di Umberto Bossi era considerata impossibile, un ossimoro, preparato da giorni con comparsate tv e manifesti in città. Insieme alla Lega c’è il centro sociale Casapound, i “fascisti del duemila”. L’alleanza neroverde. A loro si contrappongono i movimenti antifascisti: contro-manifestazione, i poster disegnati da Zerocalcare. La battaglia è stata preceduta da schermaglie sul web e da qualche scontro il venerdì: gli antifascisti hanno provato a occupare piazza del Popolo, alcuni sono stati caricati, altri portati via di peso dalla basilica di Santa Maria. Anche loro oggi vanno in corteo. L’appuntamento è proprio in piazza Vittorio, per arrivare fino in centro. A metà di via Napoleone III c’è la sede di Casapound.
Quindi, la gabbia.

Da mesi ci chiediamo perché Matteo Salvini sia praticamente ogni giorno in televisione. Ricorderemo a lungo le sue immagini in déshabillé sui rotocalchi. Davvero, non c’è praticamente giorno in cui non compaia in televisione.

Dice un uomo che incontro sotto Casapound, un signore di mezza età che mesi addietro era appresso ai Forconi: «Mi piace, parla schietto. Ti guarda in faccia e dice quello che pensa. Sai cos’ha fatto una volta, durante la campagna elettorale per le europee? È andato, alle otto di mattina mi pare, ad assistere alla mungitura delle mucche. Così si fa. Sempre in movimento. Se solo si togliesse lo stipendio da parlamentare (Salvini non è un parlamentare, ndr) piglierebbe tutti i voti dei cinque stelle. Non capisco perché non lo faccia».

Momento didascalico quando il gruppo di Casapound, partito in corteo da via Napoleone III per arrivare in piazza del Popolo, attraversa via Nazionale e transita sotto l’albergo PATRIA. A proposito, se mai vi imbattete in una di quelle discussioni “destra e sinistra sono uguali”, ho una nuova risposta: i Casapound corrono. Ai cortei dei movimenti si procede con andatura irregolare, lentamente, con almeno un camion che spara il Caro vecchio Joe Strummer, il caratteristico odore acre del fumo; qui si procede a passo spedito, tutti rigorosamente in silenzio, le bandiere alzate verso il cielo. Dall’Esquilino a Villa Borghese in un quarto d’ora, con passo marziale, in un’atmosfera vagamente funerea. I ragazzi che abitualmente sciamano in roller sul Pincio si siedono ai lati del parco, mentre i Casapound issano due gigantografie con i marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, RIPRENDIAMOCI I NOSTRI SOLDATI. Il ritrattone di Latorre casca un paio di volte, l’asta non regge il peso, sono costretti a sistemarlo un paio di volte: una piccola incrinatura nell’organizzazione militaresca.

In piazza del Popolo sventolano i simboli verdi della Lega. I leghisti veneti sciamano nei bar ai lati della piazza domandando già a metà pomeriggio una grappa o un vinello. Gli amanti delle bandiere avrebbero avuto pane per i loro denti. I Casapound hanno il tricolore e il loro vessillo con testuggine su sfondo nero. Ci sono le bandiere della Russia, alcune con aquila, altre senza. Ci sono foto di Putin. Le bandiere con il Leone di San Marco. Il vecchio stemma della Lega con Alberto da Giussano. Uno striscione di quelli della “Razza Piave”. Confesso la mia ignoranza a un signore con bandiera a strisce orizzontali rosso-bianco-rosse, tipo-quella-dell’Austria-ma-non-è-quella. «È la bandiera del Granducato di Toscana. La seconda, per la precisione, dopo Napoleone. Ma non è colpa sua, non possiamo mica essere tutti esperti di araldica».
Poi, “ma questo è folklore”, ci sono le croci celtiche, e una foto del Duce.

Che sarebbe stata una giornata complessivamente straniante l’avevo capito la notte prima, quando ho sentito pronunciare nel programma di Marzullo il nome di Thomas Pynchon. Dalla piazza: grandi booooo alla sola parola “musulmano” pronunciata sul palco, diversi vaffanculo a Renzi e Alfano. Molti militanti hanno in testa l’elmo vichingo o giù di lì, quello con le corna. È il turno del presidente del Sindacato autonomo di polizia, Gianni Tonelli: è suo l’intervento più truculento, tra le grida di Giorgia Meloni e il tono più soft del presidente del Veneto.

Infine, tocca a Salvini (4 BARBONI CON 4 PETARDI VOLEVANO QUESTA PIAZZA VUOTA; ANDASSERO A LAVORARE!!! – NON ESISTE ECCESSO DI LEGITTIMA DIFESA!!! LO CAPIREBBE ANCHE UN RAGAZZINO!). È il segnale, la cancellata di via Napoleone III si può smontare, in attesa di un nuovo periodo d’infelicità.

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Roma. Quattro modi di morire in prosa 4: Elena Stancanelli https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elena-stancanelli-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elena-stancanelli-roma/#comments Thu, 20 Feb 2014 11:20:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18646 Concludiamo la serie di articoli dedicati a Roma con un intervento di Elena Stancanelli tratto da A immaginare una vita ce ne vuole un'altra pubblicato da minimum fax nel 2007. Qui le puntate precedenti.

I non-luoghi

di Elena Stancanelli

Per semplicità, ero solita dividere i luoghi di Roma in due categorie: quelli che potevo raggiungere con la vespetta e quelli che non potevo raggiungere. I secondi semplicemente non esistevano. Facevano parte di un’altra città, nella quale non abitavo. Come Venezia o Torino, avrebbero potuto essere straordinari ma erano luoghi di vacanza. Non si raggiungevano, ci si andava in gita. Per vacanza o per lavoro.

La scarsa efficienza dei servizi di trasporto pubblico rende Roma una città misteriosa agli abitanti stessi. Quelli di Roma nord sanno di quelli di Roma sud soltanto storie, luoghi comuni, leggende, e viceversa. Le ville dell’Eur, lo spaccio a San Basilio, le puttane della Salaria, i rumeni ad Anagnina. Se abiti al Trullo non ci vai a Tor Bella Monaca, né da Dragona ti azzardi a raggiungere la Bufalotta. Puoi calare al centro, questo sì, ed è lì che probabilmente si tramandano le leggende sui quartieri.

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Concludiamo la serie di articoli dedicati a Roma con un intervento di Elena Stancanelli tratto da A immaginare una vita ce ne vuole un’altra pubblicato da minimum fax nel 2007. Qui le puntate precedenti. (Immagine: una scena di La dolce vita di Federico Fellini)

I non-luoghi

di Elena Stancanelli

Per semplicità, ero solita dividere i luoghi di Roma in due categorie: quelli che potevo raggiungere con la vespetta e quelli che non potevo raggiungere. I secondi semplicemente non esistevano. Facevano parte di un’altra città, nella quale non abitavo. Come Venezia o Torino, avrebbero potuto essere straordinari ma erano luoghi di vacanza. Non si raggiungevano, ci si andava in gita. Per vacanza o per lavoro.

La scarsa efficienza dei servizi di trasporto pubblico rende Roma una città misteriosa agli abitanti stessi. Quelli di Roma nord sanno di quelli di Roma sud soltanto storie, luoghi comuni, leggende, e viceversa. Le ville dell’Eur, lo spaccio a San Basilio, le puttane della Salaria, i rumeni ad Anagnina. Se abiti al Trullo non ci vai a Tor Bella Monaca, né da Dragona ti azzardi a raggiungere la Bufalotta. Puoi calare al centro, questo sì, ed è lì che probabilmente si tramandano le leggende sui quartieri.

Per me, quindi, i non-luoghi erano tutti quelli che fino a quel momento consideravo non esistenti, cioè oltre il raggio d’azione della vespetta. Ovvio che è bastato un primo giro, in macchina con Angelo Franceschi (il fotografo di Repubblica che lavora con me ormai da anni), per riorganizzare il criterio.

I «non-luoghi», secondo la definizione canonica di Marc Augé, sono spazi non coniugati. Non hanno né passato né futuro, né nostalgia né speranza. Vivono un presente ossessivo che solo la parola del racconto o il nostro sguardo affettuoso può vivificare. Augé si riferisce agli aeroporti, ai centri commerciali, agli svincoli autostradali, alle grandi catene alberghiere, alle strutture per il tempo libero, alle reti di comunicazione cablate o senza fili, e anche ai campi profughi. Sono luoghi nei quali l’identità è sostituita dalla funzione, dove tu sei ciò che fai, o ciò che rappresenti. Luoghi deputati a una condizione di transito perenne, che rende vecchio e ridicolo il concetto di dimora.

I non-luoghi sono moderni, anzi «surmoderni» sempre secondo Augé. Se si esclude la sfiga dei campi profughi, entrati in classifica per political correctness, i non-luoghi sono anche belli. Confortevoli, eleganti, e soprattutto mai mediocri, mai schiavi di un passato imbarazzante. Disinvolti come figli senza padri dei quali vergognarsi. Attraversati da viaggiatori di diversa foggia, non possono mai vantare affezionati o residenti. Sono tappe di un perenne spostamento, il cui indice di confortevolezza sale quanto più ogni tappa somiglia a tutte le altre.

Il giorno in cui vi sveglierete di soprassalto convinti di aver sentito odore di antrace, o in preda al panico butterete fuori dal finestrino dell’autobus la borsa che il vicino ha appoggiato in terra per soffiarsi il naso, il giorno in cui vi renderete conto di essere passati da uno a tre pacchetti di sigarette al giorno, e che le vostre abitudini sessuali e alimentari stanno oscillando dalla bulimia all’anoressia senza passare mai per il piacere, quel giorno sarete entrati a far parte dell’affollatissimo club di occidentali malati di ptsd, sindrome da stress post-traumatico.

Ecco i sintomi:

dissociazione;

somatizzazione;

instabilità affettiva;

disturbi dell’identità e dei confini della persona;

comportamenti autolesionistici;

comportamento sessuale impulsivo e a rischio;

difficoltà nella modulazione della rabbia e degli affetti in generale, coinvolgimento cronico in relazioni disfunzionali e frustranti.

È imbarazzante, lo so. Più che un quadro clinico sembra la descrizione di una qualsiasi delle nostre giornate. Pur non essendo vittime, almeno non tutti, di stupri infantili, o torture, presentiamo la stessa sintomatologia. Come una gravidanza isterica. Per fortuna che c’è stato l’11 settembre. Il grande trauma, lo stupro prêt-à-porter da indossare in ogni occasione. La scusa migliore per la nostra ipocondria. La giustificazione in quarta di copertina per i disastrosi risultati letterari di scrittori americani fino a quel momento inappuntabili. E adesso che il nostro dolore ha un nome modernissimo, come lo affrontiamo?

Con le fughe.

Questo è il tempo della vigliaccheria. Nel quale il sotterfugio ha sostituito il confronto, il denaro l’intelligenza. I nostri muscoli servono soltanto a indossare i vestiti con maggiore eleganza. «We have teeth as the cannibals do», dice Philip Roth in Patrimony, «but they are there, imbedded in our jaws, the better to help us articulate». Scappiamo di fronte al pericolo, e nello stesso modo di fronte al dolore. E non lo dico con disprezzo. Mi preoccupo solo della rimozione. Quella violenza che ci hanno insegnato a non usare, dove finisce? Non la possiamo cancellare dal nostro codice genetico. Mi pare che a volte si metaforizzi. Non più nell’arte, oramai l’arte non ha più, mi sembra, la forza di accogliere un’istanza sociale. Ma nel sesso. Tutta la ritualità bdsm che sembra espandersi, uscire dai ghetti e conquistare insospettabili estimatori, è un teatro della violenza senza conseguenze. Peggio è quando, repressa nei rapporti quotidiani, rispunta cieca e sorda nel branco. Dove diventa guerra o guerriglia senza confini.

La fuga, un tempo riservata agli eletti (dal sacro al crimine) è oggi alla portata psicologica di chiunque. Farmaci psicofarmaci droghe alcol eccetera.

Poi c’è chi se ne va davvero. Non sono solo i cervelli a lasciare il paese, ma quelli che si rompono i coglioni di abitare un organismo la cui complessità richiede cure continue semplicemente per rimanere in vita, impossibile quindi da spingere in avanti. Se ne vanno i ballerini e i surfisti, gli apritori di bar sulla spiaggia e gli sconvoltoni un po’ mistici, se ne vanno i ragazzini dopo il liceo e molti amici arrivati a quarant’anni, perché non ce la fanno più. Trasferiscono la loro residenza in paesi dove non fa mai freddo, dove le case costano quanto una Smart. Oppure si buttano nella mischia, nelle grandi metropoli giovanissime, a cercare di diventare ricchi dove è più facile.

Molti di quelli che restano non lo fanno per adesione a un principio di identità, ma per una naturale difficoltà a fare progetti imponenti. Per loro, per me, esistono i non-luoghi, piccole fughe reversibili, alla portata di chiunque.

Sono andata all’outlet di Castel Romano e ho pensato che se fossi stata presa dal panico del vivere in una città nel mirino dei terroristi, avrei potuto trasferirmi lì.

Costruirmi una cuccia da qualche parte. Forse nel negozio di Dolce & Gabbana, tra le montagne di abitucci anni Novanta – borse e giubbotti con le frange, scarpe di mucca, stivali da squaw – in vendita al trenta per cento di sconto. Una vera tentazione. Tanto che, se non fai attenzione, rischi di ritrovarti seduta in macchina a contemplare con un certo imbarazzo la tua nuova minigonna in pelo di gnu, acquistata a un prezzo favoloso. Utilissima nel caso uno voglia vestirsi da Cher per una festa in maschera. O il tailleur rosa, identico a quello indossato nel 1988 da Melanie Griffith in Una donna in carriera.

La notte, avvoltolata tra quelle sottovesti col pizzo che pubblicizzava Monica Bellucci quando ancora abitava a Città di Castello, sognerò un Boeing 747 che infilza la terra e la luna in un unico spiedino e gli unici superstiti saremo io e le altre persone previdenti che si trovavano all’outlet di Castel Romano.

Oppure potrei trasferirmi nel museo. Ricavare una nicchia segreta dietro il busto di Giulio Cesare, o quello di Marco Aurelio (i quali entrambi indossano misteriosamente, sul solito gesso, una toga rosso pompeiano e una corazza color patatina Cipster), sistemarci il computer e restare lì per sempre a lavorare. E chi fosse scampato alla pestilenza di antrace potrà scrivermi al nuovo indirizzo <infocastelromano@b-m-g.it>. Di notte, quando i visitatori se ne andranno, mi aggirerò nella sala grande, dove sono esposte le fotografie che ritraggono gli altri outlet McArthur Glen del mondo. Quello olandese è il mio preferito, con le forme dei mulini a vento che si stagliano nel profilo delle mura.

Questo di Roma è l’ultimo nato. In Italia c’era un outlet a Serravalle Scrivia, vicino a Genova, progettato per accogliere «la suggestione architettonica di un centro storico del Settecento ligure» e un altro aprirà a Barberino di Mugello, «in un’area di grandi opportunità dove gravitano oltre 7 milioni di persone con un reddito pro capite superiore alla media». Questo messaggio, che si trova sul pieghevole, non è ovviamente diretto a noi compratori di minigonne di gnu, ma agli affittuari dei negozi. I quali devono sapere che il motivo per cui gli affitti costano come a piazza di Spagna è che nell’out­let si vende come, e forse di più, che a piazza di Spagna.

Attaccata allo svincolo dell’autostrada del Sole verrà quindi costruita New Montalcino, un borgo medieval-­americano senza problemi di parcheggio, dove, al posto dei maniglioni per legare i cavalli, ci saranno gli sportelli del bancomat, perché il nostro shopping si trasformi «in un’esperienza assolutamente unica e coinvolgente».

Quando sono andata a visitare l’outlet, ancora non sapevo che sarebbe diventato il posto dove avrei potuto rifugiarmi in caso fossi colpita da ptsd. Sapevo che sarei andata a visitare «una vera e propria città, ispirata all’epoca augustea, che sembra uscire direttamente da uno scavo archeologico». Proprio così, in grassetto. Come dire: ve lo giuriamo, non ci crederete ma per quanto sia incredibile sembra uscire direttamente…

Io penso che la gente si sia lamentata. Che le persone, dopo aver parcheggiato, e attraversato l’arco di accesso alla «vera e propria città» che è una specie di Guantanamo della carta di credito, con i negozi le insegne luccicanti gli oggetti di design stile newyorkese e il bar uguale a quello dell’autogrill, devono aver cominciato a dirsi tra loro, a confidarsi coi commessi, che quel posto non sembra manco per niente uscito, direttamente, da uno scavo archeologico.

Per questo, secondo me, i responsabili dell’outlet hanno messo il cavallo. In fondo alla via dove c’è il museo dell’out­let, nella piazzetta che chiamerei, in mancanza di altre indicazioni, «piazza Dolce & Gabbana», hanno sistemato la testa di un cavallo in finto bronzo, ispirato ai guerrieri di Riace, che, vista riflessa nelle vetrine di Etro, nello stordimento di questa esperienza assolutamente unica e coinvolgente a livello di shopping, ha come scopo evidente quello di sembrare uscita direttamente da uno scavo archeologico.

Mentre me ne stavo seduta sotto la testa del cavallo di finto bronzo a piazza Dolce & Gabbana, si è avvicinato un uomo vestito di nero e ha chiesto ad Angelo, il fotografo, se aveva il permesso per fotografare. Non ce l’aveva. Ci siamo incamminati per via Golden Lady per raggiungere l’ufficio permessi. Solo allora mi sono accorta che davanti a ogni porta di accesso alla «vera e propria città» c’era un uomo vestito di nero, con l’auricolare e le mani allacciate davanti alla cerniera dei pantaloni, secondo l’iconografia standard dell’addetto alla security. E che anche dentro ognuno dei negozi, mimetizzato da uomo vestito di nero che guarda le cosce delle donne che si provano i tacchi, c’era un altro di quegli uomini. Che ce n’era uno dietro di me mentre facevo la fila per prendere il caffè, e un altro che mi osservava mentre, sfidando un cartello secondo il quale nessuno che non fosse accompagnato dai genitori poteva varcare quel cancello, varcavo quel cancello e mi facevo un paio di scivoli. E che in qualche zona, considerata evidentemente obiettivo sensibile della «vera e propria città», c’erano tre, quattro uomini vestiti anche loro di nero, ma con la pistola e un piccolo kit robocop che faceva la sua porca figura. Nel caso uno volesse fare il furbo, voglio dire.

Ottenuto il permesso, io e Angelo ci siamo riseduti su una panchina a chiacchierare con una ragazza veneta molto gentile, che era stata mandata qui dalla sua azienda per completare l’assunzione di personale per il negozio. Ci stava raccontando che era sbalordita dal fatto che a Roma le persone non si presentassero ai colloqui di lavoro, o arrivassero tardi. E che alle tre del pomeriggio di un giorno qualsiasi della settimana fossero così numerosi a passeggiare tra i negozi. E in effetti intorno a noi, a viale Calzedonia angolo vicolo Benetton, c’era davvero tanta gente per essere un giorno lavorativo. In quel momento esatto un altro uomo vestito di nero con l’auricolare, identico a quello di prima, ci si è avvicinato e ci ha chiesto se avevamo il permesso per fotografare.

È stato in quel momento che ho preso la mia decisione. Rimanete pure a godervi il folklore di Trastevere, l’atmosfera stimolante di piazza Vittorio, le passeggiate di Villa Ada. Io, alla prossima crisi di ansia, mollo tutto e mi trasferisco all’outlet di Castel Romano. E non fate che quando vedete arrivare il Boeing puntato contro il Vaticano pigliate tutti la macchina e vi scaraventate sulla Pontina. Noi, all’outlet, alzeremo il ponte levatoio.

…Per me che vengo dalla città delle eccezioni, l’attuale genericità della «lingua romana» è sempre stata un sollievo. Tutti parlano come tutti, perché tutti parlano romano. Roma è l’Italia, almeno dal punto di vista lessicale.

L’unica parentesi, nella lunghissima supremazia linguistica del romano, è rappresentata dai due governi Berlusconi. Nel marzo del 1994, il partito-azienda dell’uomo più ricco d’Italia conduce alla vittoria elettorale il Polo delle Libertà e il Polo del Buon Governo contro la gioiosa macchina da guerra pilotata da Achille Occhetto. Il Polo delle Libertà e il Polo del Buon Governo, oltre a Forza Italia, contengono: Alleanza Nazionale, il Centro Cristiano Democratico di Pierferdinando Casini e, è bene ricordarlo, Clemente Mastella (attuale ministro della Giustizia nel governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi), Lega Nord e Unione di Centro (quello che resta del Partito Liberale, agli ordini di Raffaele Costa). Nel maggio di quell’anno Silvio Berlusconi presenta il suo governo nel quale spicca, anche questo è bene ricordarlo, Cesare Previti come ministro della Giustizia. Forza Italia, il partito del presidente, era nato ufficialmente soltanto due mesi prima. È infatti del 26 gennaio 1994 il discorso a reti unificate col quale annuncia la sua discesa in campo («L’Italia è il paese che amo…»). La Lega Nord, federazione di vari movimenti autonomisti alle dipendenze di Umberto Bossi, era nata invece l’8 febbraio 1991, ma manteneva un’ostinata antiprofessionalità politica come blasone. In parlamento, con le elezioni del 1994, entra quindi una schiera di neofiti, totalmente digiuni di linguaggio, rituali e abitudini ampiamente rodati dalla classe politica del secondo dopoguerra. Una calata di «barbari» che parla un dialetto diverso, veste in maniera diversa, si pettina e mangia in maniera diversa. Nei telegiornali, nei talk show, perfino nei film dei Vanzina, gli accenti si moltiplicano, e il romano, per la prima volta, arretra.

Si raccontano leggende su quella calata. Quasi tutti maschi, improvvisamente ricchi e potenti, ubriacati dall’impunità, molti di loro vedevano Roma come una specie di Las Vegas, capitale del vizio e del divertimento. Mentre le famiglie li aspettavano in qualche provincia lombarda o veneta, loro folleggiavano e davano sfogo a istinti e passioni. La metà della settimana che trascorrevano a Roma doveva essere sfruttata fino in fondo.

«Dopo che io prendo una decisione», dichiara infatti Berlusconi, «inizia il confronto con gli alleati e poi una volta che è stata presa una decisione comune dalla coalizione bisogna andare in commissione e poi in aula. Tutto ciò richiede molto tempo. Poi tocca ai senatori che devono dimostrare di non venire a Roma solo per avere un’amante e quindi cambiano una norma e tutto ricomincia da capo. Tutto questo richiede moltissimo tempo». E ancora: «Oltre i quattrocento chilometri di distanza, l’amante non conta. Come si dice a Napoli, in questi casi ’a commare nun è peccato».

Oltre i quattrocento chilometri. Anche la morale ha una portata, un raggio di azione. Più si allontana dal centro, più decresce in intensità fino a scomparire del tutto una volta varcato il confine. Chissà se in qualche dialetto del nord è comparsa l’espressione «andare a Roma» col significato di ubriacarsi, o scopare, o magari pagare una squillo. Gli anni Novanta sono stati gli anni delle vallette e dei ristoranti di lusso, mentre i trolley scorrevano su e giù per i sanpietrini.

Il primo governo Berlusconi, quello dell’armata Brancaleone, è durato otto mesi. Nei sei anni successivi, prima della seconda vittoria nel 2001, il cavaliere deve essersi occupato del problema. La seconda ondata, pur avendo lo stesso accento, aveva una diversa composizione antropologica. Per le mignotte, i gioiellieri, i ristoratori deve essere stato un brutto colpo.

Escluso Berlusconi, l’italiano è il romano.

Per questo motivo le parole che si usano a Roma non hanno mai quella presunzione di esattezza e nobiltà che hanno spesso negli altri dialetti. In questa città è passata troppa roba perché potesse essere mantenuta una qualsiasi purezza. Tranne la parola villa.

Come tutti sanno a Roma con villa si indica un parco. C’è anche la villa, certo, ma andare a Villa Ada o a Villa Pamphili significa andare a fare una passeggiata nel parco.

Per me che vengo dal nord, l’uso del sostantivo villa esattamente al posto di parco è un sintomo. Significa che Roma non è l’Italia ma una parte dell’Italia: il sud. Anche a Palermo, Catanzaro, Bari villa significa parco.

I non-luoghi ci piacciono perché si ha la sensazione che la vita, lì dentro, sia ferma. Il tempo immobile, i giorni identici. Dai non-luoghi la morte è stata espulsa, insieme a qualsiasi accadimento «verticale». Niente catene di eventi, ma singoli episodi. Comprare, prendere un aereo, entrare in autostrada. è diverso da mangiare, dormire, fare l’amore. Sono gesti che non servono a mandare avanti la vita, e se smettessimo di compierli non accadrebbe proprio niente.

I non-luoghi sono la rappresentazione architettonica della nostra epoca. Sono forme fisiche di precariato. Dove i fatti, così come i contratti che regolano il nostro mondo del lavoro, si accumulano in maniera casuale e soprattutto non possono essere compresi perché esclusi da una catena di senso.

Irredimibili. Un altro aggettivo che sarà piaciuto senz’altro a Cristina Campo e che spiega molto bene il concetto. Almeno fin quando non troveremo qualcos’altro di diverso dalla storia, dalla concatenazione di eventi, che ci assolva dall’assurdità della vita.

Opposti ma in qualche modo consustanziali ai non-luoghi sono gli orti botanici. Per niente moderni e veloci, del tutto estranei a una condizione di transito, sono però nello stesso modo inabitabili. Ma a differenza di qualsiasi museo, non sono contenitori di bellezza o di storia. Non c’è separazione tra quello che sono e quello che espongono. Una divisione territoriale li ha liberati dal brulichio delle residenze, li ha circondati con reti metalliche e provvisti di un botteghino all’entrata dove pagare un biglietto. Dando loro in questo modo la possibilità di cullare un tempo eccentrico rispetto alla vita. Se i non-luoghi ospitano un tempo orizzontale, spesso rapidissimo rispetto all’agenda del quotidiano, gli orti botanici sonnacchiano felici in una verticalità temporale profondissima, talmente profonda che rischia di essere scambiata per immobilità.

Nell’orto botanico di Roma, accanto allo scalone monumentale secentesco, vive un enorme platano vecchio di quattrocento anni, e nelle serre vengono cullati costantemente centinaia di germogli, profumate ipoteche sul futuro. Oggi, domani, domani l’altro sono parole senza valore in un orto botanico. Un po’ come sul pianeta Tralfamadore, quello di Mattatoio n. 5 di Vonnegut, dove tutto è sempre stato, è e sempre sarà. Dal quale le stelle sono viste non come lucette, ma come spaghetti luminosi, perché i tralfamadoriani vedono tutto contemporaneamente. E quindi, non dovendo fare i conti con cose tipo «sviluppo narrativo» o «coerenza dei personaggi», i libri tralfamadoriani sono basati sulla bellezza estetica. Gruppi di telegrammi da leggere tutti insieme e scelti perché producano un’immagine della vita che sia bella. Caleidoscopi. Proprio come le piante e i fiori.

Come quasi tutto in Italia, l’orto botanico di Roma sopporta l’imbarazzo di convivere con la bellezza, di doversi adattare a un palinsesto secolare di progetti. Le stesse piante sembrano affacciarsi con timidezza dietro la vasca dei tritoni del Padda, la serra Corsini, la fontana degli undici zampilli.

Gente come me, con un equilibrio psichico discutibile, ha l’abitudine, quando la nostalgia preme contro il cuore e tutto intorno diventa incomprensibile, di infilarsi in un orto botanico. In qualsiasi parte del mondo mi trovi, a Londra, a Bali, ad Auckland. Visito il roseto, il giardino giapponese, la serra delle piante grasse e mi rilasso, mi sento a casa. Poi mi siedo al bar, prendo un caffè e sono pronta ad affrontare di nuovo conversazioni in lingue assurde, Lonely Planet, insetti giganteschi e rognosissimi. Gli orti botanici, per me, sono come la Coca-Cola, un doppio cheeseburger di McDonald’s, l’insegna di Benetton.

Ma a Roma non funziona. E non è che non funziona con me perché vivo qui e i sollievi me li devo trovare nella mia vita. Non funziona perché, prima di tutto, all’orto botanico di Roma non c’è il bar. E non c’è neanche un negozio che venda libri costosi con foto di gladioli e paesaggi olandesi, servizi da tè decorati a roselline, gadget naturisti, kit in cuoio e ferro per il bravo giardiniere. Mancano i cappellini da baseball in testa al personale, i tabelloni con le spiegazioni (voi siete qui!) e le scritte in latino vicino alle radici delle piante.

Le scritte in realtà ci sarebbero, ma sono tutte sbrodolate dalla pioggia o divelte o messe in qualche punto talmente eccentrico che è impossibile associare significato e significante. Cinnamomum glanduliferum, leggo scritto in un punto del parco dove ci sono solo i miei piedi.

Io mi sono trasferita a Roma, da Firenze, circa vent’anni fa. Allora Roma era davvero la prima città del sud d’Italia. E non soltanto per me che venivo dal nord. Era una città del sud perché tutto quanto funzionava secondo standard leggermente al disotto della soglia minima, in una misura lieve ma che era profezia per l’ulteriore discesa a meridione. Perché esisteva la possibilità di accordarsi al di qua delle regole, mettendo in atto teatrini verbali per i quali a nord non avevamo alcun talento, considerandoli, oltre che inaccessibili, del tutto inefficaci.

Ricordo con chiarezza la prima volta che osai contrattare con un vigile per una multa. Dovetti superare l’imbarazzo che prova una ragazza bionda abituata a non usare in alcun modo la sua biondezza nei confronti di un uomo e, più ancora, la paura di sbagliare. Quella che spinge il turista bresciano a offrire dollari al cubano sbagliato, e a doverne poi subire il disprezzo e la ramanzina castrista e antiamericana. Timidamente chiesi al vigile di soprassedere su una mia manovra azzardata, giurando che non lo avrei fatto mai più. Lui mi ascoltò, poi si girò dall’altra parte e mi graziò.

Che meraviglia! Non mi sarei mai più lamentata del traffico, degli autobus, delle macchine in doppia fila. Roma era meravigliosa. Qualunque prezzo da pagare in cambio di quella libertà che avevo appena sperimentato non sarebbe stato troppo alto. E mentre trotterellavo sulla mia vespetta mi venne in mente di quella volta che in piazza del Duomo, a Firenze, fui multata perché portavo un’amica sulla canna della bicicletta. Mai più, mai più!

L’ultima volta che ho avuto la possibilità di mercanteggiare con un vigile è stato a metà degli anni Novanta. Con la mia vespetta e un’enorme borsa tra le gambe, avevo attraversato mezza città collezionando un numero impressionante di infrazioni. A un certo punto ero passata col rosso e avevo imboccato una strada contromano salendo sul marciapiede. Un vigile mi fermò.

Dallo sguardo capii che probabilmente mi seguiva da un pezzo. Me ne sto andando di casa, gli dissi, vede, in questa borsa ci sono tutte le mie cose. Mi sono lasciata col mio compagno, dopo dieci anni. Parlavo e lui non diceva niente. Quando mi sono tolta gli occhiali si è accorto che piangevo. Mi ha fatto segno di andare, ma io non ce l’ho fatta. Sono rimasta lì, piegata sulla mia vespetta per chissà quanto, pensando ai fallimenti e alle città.

Subito dopo è iniziato il terribile quinquennio del risanamento economico dei bilanci comunali per mezzo della sanzione indiscriminata all’automobilista o scooterista. Anni nei quali la falce si è abbattuta pesantissima sui romani, e le suppliche hanno perso la loro potenza, come amuleti scarichi. Molti di noi, io per esempio, subiscono ancora le conseguenze di quegli anni di terrore sotto forma di cartelle esattoriali che si ripresentano puntualmente a scadenze irregolari. Non credo che riuscirò mai più a mettermi in pari con i pagamenti. Sarò per sempre in balìa del Monte de’ Paschi di Siena, perfido e impietoso riscossore, pappone che incassa senza batter ciglio ogni mio risparmio nascosto nella borsetta.

La stagione della tolleranza zero, resa micidiale dal contemporaneo crollo verticale della pietà introdotto dagli arzilli ausiliari del traffico, fu il sintomo di un cambiamento che stava avvenendo carsicamente nella città, nel sottofondo delle strategie dei sindaci, nella mentalità di chi evidentemente era pronto a investire. Il mondo si stringe e il sud si ritira. Cambio di rotta: Roma deve diventare la prima città del nord. Solo in questo modo sarebbe diventata redditizia.

Le estati romane si sono trasformate in divertimentifici impressionanti, quel po’ di tregua dal dover fare e dover andare che ossessiona i residenti si accorciava anno dopo anno. Perfino agosto, che sembrava inattaccabile, cominciava a cedere. Fin quando non era rimasto che un pugno di giorni a cavallo di ferragosto, nei quali era possibile provare l’angoscia preziosa dello spaesamento nella città vuota. Alla fine degli anni Novanta Roma era pronta per il grande balzo: diventare la Parigi del Mediterraneo.

Quando mi trasferii a Roma, circa vent’anni fa come dicevo, oltre alla possibilità di contrattare con l’autorità e una certa allegra disfunzionalità di quasi tutto, ciò che la rendeva veramente una capitale del sud erano i prezzi. Tutto costava meno che al nord. Fare la spesa, affittare una casa. Avevo amici che venivano a Roma a comprare scarpe e vestiti, come si andava in Svizzera a fare il pieno alla macchina. Il paragone con Firenze era impressionante. In questa incasinata Calcutta si campava con poco e si poteva abitare ancora al centro, come i poeti e gli artisti negli anni Sessanta.

Non è più così. Gli artisti e i poeti si stanno spostando verso la periferia. I ristoranti, le case, i vestiti hanno prezzi settentrionali. Ogni giorno possiamo scegliere tra decine di mostre, concerti, presentazioni di libri. Abbiamo la Casa del jazz, quella del cinema, della letteratura, del teatro… questa, per la verità, non è altro che una casupola in mezzo a Villa Pamphili, inutilizzabile e inutilizzata, dove qualche scriteriato organizza ogni tanto letture alle quattro del pomeriggio: raramente ho visto qualcosa di più deprimente di una sala da dieci posti vuota. Povero teatro. Ma c’è il Teatro Argentina, il Teatro Valle, il Teatro India, il Teatro Eliseo, la Sala Zero, la Sala Uno, il Teatro Due. Le domeniche a piedi, i lunedì a teatro, il mercoledì con lo sconto al cinema, le notti bianche e il maggio dei teatri. Stanno aprendo anche i bookshop nei musei, e ci sono i doppi pullman scoperchiati per i bambini, quelli per i turisti cattolici, e per chi è interessato all’archeologia.

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Verrà presto il tempo anche dell’orto botanico, della sua parigizzazione per essere a norma. Faranno il bar, e anche il bookshop con i gadget, le tazze, i cappellini, le parannanze per cucinare e le borse flosce, tutti con la scritta: Roma’s Orto Botanico. E quando ci entrerò per la prima volta, io mi lamenterò. Lo so, dirò che era meglio prima, quando era lasciato a se stesso, quando non somigliava agli altri orti botanici del mondo.

Perché sono una stronza. Perché se il mondo diventa tutto uguale, io ho meno paura a sbarcare dall’aereo in Medio Oriente o in Nigeria, ma dove sto io deve essere diverso.

Sono stronza perché, come gran parte degli occidentali, contribuisco alla creazione del mito del nulla e dell’uguale, amandoli, ma fingo di apprezzare il particolare, di trovar gusto nell’impervia scoperta del pittoresco. Ma è falso. La verità è che io amo le Nike, perché le Nike sono meglio. Sono meglio forse solo per i primi quindici giorni, e poi si rompono. Ma pochi di noi, e tra questi non ci sono io, sono in grado di apprezzare qualcosa per un tempo superiore a quindici giorni.

A mezzogiorno viene sparato il colpo dal cannone del Gianicolo. Elisabetta, la botanica, mi racconta a lungo delle orchidee. Macchine biologiche perfette, ermafrodite, geneticamente all’avanguardia. Ogni fiore possiede organi sessuali femminili (gineceo) e maschili (androceo), riuniti in un corpo solo detto ginostemio. Per molto meno noi umani facciamo anni di psicanalisi. Il nome viene da orchis, orcheos che in greco significa testicolo. Per quelle pallette che alcune di loro mostrano sotto il fiore. Dalle quali si ricavava una sostanza ovviamente afrodisiaca detta Salep. Ma che la vaniglia, quel baccello nero e magro, fosse il frutto dell’orchidea, questo proprio non lo sapevo. Di un tipo di orchidea originaria del Messico e importata in Spagna dai conquistadores.

La Darwin’s Star è invece un’orchidea che ha una storia bellissima. Deve il suo nome a Charles Darwin (e alla sua bizzarra forma a stella), il quale in Madagascar la identificò, e ne studiò con attenzione il lungo serbatoio che aveva dietro. Voleva capire come diavolo faceva per essere impollinata. Ci sono, disse un giorno: il suo cuore, decretò, deve essere raggiunto da un animale con una proboscide lunga decine di centimetri, qualcuno che sia fatto apposta per lei. Lo presero tutti per il culo. Non c’è un animale simile, un insetto con un naso sottile come un ago e lungo decine di centimetri. Te lo immagini?

E invece c’era. Lo identificarono solo quarant’anni dopo. Si chiama Xanthopan morganii praedicta, vive in Madagascar, e ha un’appendice lunga e stretta, così lunga da calzare perfettamente il serbatoio dell’orchidea a stella.

Non è questo che ci ripetiamo tutti quanti dalla mattina alla sera con inspiegabile ottimismo? Ci deve essere un animale le cui caratteristiche si attagliano alla mia deformità. E in fondo quarant’anni sono un tempo ragionevole per trovarlo.

Ho incluso Ikea nel numero dei non-luoghi di Roma. L’ho fatto perché i negozi Ikea sono identici nel mondo, sono difficili da raggiungere, e perché sono sicura che Marc Augé stava pensando a Ikea quando ha creato la sua definizione.

Non lo so come fanno quelli che dicono che noia questa giornata, perché non andiamo da Ikea?, e poi ci vanno. Io se voglio andare da Ikea senza avere un crollo psichico ho bisogno di prepararmi almeno per una settimana. Devo fare namiorenghecchiò soltanto per riuscire ad affrontare la questione dello svincolo dal raccordo, che se vieni da sud tanto tanto, ma se arrivi da Tiburtina entri in un ginepraio pauroso. Le frecce sono minuscole in confronto all’immensità di ciò che indicano. Perché?

È la filosofia Ikea. Ce la puoi fare. Sforzati, aguzza lo sguardo e l’intelligenza. E i clienti di Ikea, quando finalmente parcheggiano, sentono un po’ di aver superato il primo esame. Io almeno mi sento così. Tutto è possibile, gridano i cataloghi di Ikea: sistemare tre letti a castello in quindici metri quadrati, arredare la casa da cima a fondo con uno stipendio da insegnante, ricavare un vano cucina dietro la vasca da bagno…

Però, il mondo Ikea ha le sue regole. Appena entri ti trovi davanti allo Småland, che a causa del cerchietto capisci subito che è una parola svedese, ma poi non la sai pronunciare perché nella nostra lingua non c’è modo di pronunciare un cerchietto se non dicendo «cerchietto». Lì, compilato un modulo, devi abbandonare tuo figlio, novello Buchettino, nella foresta misteriosa. In questo modo, mentre lui razzola in una marana di palle di diverso colore, o si riposa dentro uno zoccolo di legno grande come una Smart, potrai andartene in giro con il tuo sacchettone giallo sotto il braccio. Qualcuno i figli se li porta dietro, ma nel mondo Ikea è un po’ una figuraccia.

La cosa diabolica è che a illustrarmi l’utilità dello Småland sono tre ragazzi di vent’anni con piercing e tatuaggi, che tracannano birra al magnifico bar svedese del primo piano. E senza alcuna ironia. Li avevo avvicinati perché sentivo arrivare la crisi da inadeguatezza. Intorno a me, da ore, avevo soltanto donne incinte e coppie sorridenti che si tenevano per mano. Avevo notato che la popolazione di Ikea è composta al cinquanta per cento da uomini, dato questo che non solo è imparagonabile con quello di qualsiasi altro negozio, ma che supera addirittura quello della media della popolazione mondiale. E ognuno di loro, uomo o donna, ha un progetto. Se si potesse sfruttare l’energia che viaggia per i corridoi di Ikea, il fremito di speranza, di attesa per una vita nuova tutta da arredare con librerie in faggio e portautensili di alluminio, potremmo rinunciare alla benzina, e magari evitare di bombardare per l’ennesima volta, inutilmente, un paese a caso tra quelli produttori di petrolio. È una specie di utero sempre gravido di domani. Cioè il posto giusto dove tentare il suicidio nel caso le tue aspettative per il futuro si limitino alla speranza di sopravvivere solo un altro po’, abbastanza da vedere una donna presidente della Repubblica, o leggere il prossimo libro di Philip Roth.

Ecco perché avevo avvicinato quei ragazzi, perché pensavo che anche loro si sentissero così. Che mi dicessero che vengono da Ikea solo per rimorchiare le svedesi, per far l’amore nei letti di faggio quando si voltano le commesse, per tirarsi dietro le polpette ai mirtilli. La signora Rossi è attesa da suo figlio Mario allo smolend, la signora Rossi… smolend, ecco come si pronuncia, proprio come in inglese e infatti vuol dire piccolo paese. Io guardo i tre ragazzi e sorrido, penso adesso facciamo una bella battutaccia su questo paradiso terrestre che va bene per gli svedesi ma qui, dove i bambini lasciati nelle foreste urlano come aquile, ci vuol altro che uno zoccolone di legno grande come un’automobile per trasformare il caos del mondo in un catalogo di prelibatezze. Adesso ce ne andiamo, noi, adesso usciamo da questo piccolo paese idiota e andiamo di nuovo a comprare i letti, le sedie, le cucine a gas nei negozi dell’usato o a Porta Portese, come abbiamo sempre fatto.

E invece loro il letto lo comprano qui. Perché costa meno e si può provare.

Ed è divertente. Allora faccio anch’io quello per cui tutti sostengono valga la pena di venire qui, sfidando traffico e chilometri: vado a provare le stanze. Mi butto sui letti, mi siedo a tavola di cucine stile country, fingo di battere i tasti di computer in ipotesi di ufficio, mi guardo negli specchi di bagni vezzosi. Entro ed esco da vite possibili, senza fare alcuno sforzo per inventarle. E intorno a me decine di persone fanno la stessa cosa. Mentre mi spaparanzo su un matrimoniale con spalliera mi volto e trovo un uomo accanto a me. Ci guardiamo e in quel momento siamo marito e moglie. Ma la moglie, quella vera, ci raggiunge come un falco e, seppure impedita dalla gravidanza avanzata, si riprende lo sposo tirandolo per un braccio. Dentro Ikea una cosa come questa è imperdonabile. Perché Ikea è peggio della vita. Nella vita si tradisce, si perde tempo, a volte ci si abbandona alla disperazione. Qui si marcia come soldati dell’esercito della felicità, e guai a disertare. E questo, se io fossi Philip Dick, sarebbe l’inizio per un altro spaventoso e bellissimo romanzo.

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Natale a casa De Sica https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/ https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/#respond Thu, 02 Jan 2014 13:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17236 Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall'omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall’omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

Un grande terrazzo, inferriate alle finestre, molta quiete. Molte opere d’arte in un salone grande-borghese, cotto al pavimento, un po’ Sunset Boulevard. In un portariviste, solo giornali con in copertina Lui (spicca un Sette di qualche tempo fa). Una cucina a vista dietro un vetro, tipo ristorante stellato o casa bling ring; un maxi frigorifero a doppia anta, metallico, incrostato di calamite, con molti cornetti napoletani scaramantici, e frasi “fatevi i cazzi vostri!”, e una foto del Dalai Lama. Un boudoir tutto boiserie bianche, con una nicchia e la sua statua, e quadretti anche molto importanti col loro lumino ottonato, da museo, o tea room, o Olgiata. Una gardenia viola, in vaso; librerie di mogano; vezzosi posacenere di ceramica bianchi con la sua cifra, C, e sopra coroncina dorata nobiliare; un ripiano con i premi: tre Telegatti, due David di Donatello, decine di “biglietti d’oro”, il premio del botteghino, in cui CDS è vincitore imbattuto: foto in cornici e cornicette d’argento, su tavolini bassi: lui con la moglie Silvia Verdone (in una foto, giovanissimi, lei con aria di trionfo, da cacciatrice di impegnativa preda; in una meno antica, lui in smoking e lei in gran sera, lui molto sorridente, luminoso; lei un po’ provata).

Molti quadri, da collezionista non improvvisato: Turcato, Depero, un Sebastian Matta importante; uno regalato da Cesare Zavattini, suo padrino e mentore («un comunista vero, dava metà dei soldi che prendeva con le sceneggiature al Partito. Stava a via Angela Merici, sulla Nomentana, in un sottoscala, e unico lusso un parquet che fece mettere, una volta, ma si riempì subito di bolle per l’umidità – ciac-ciac»). Un ritratto in bianco e nero di Andy Warhol e Basquiat, la celebre foto di Tony Curtis e Jack Lemmon truccati e vestiti da donna (A qualcuno piace caldo) di Annie Leibovitz. «Agli americani noi gli abbiamo dato Caravaggio, gli abbiamo dato Michelangelo, gli abbiamo dato Morandi. Loro chi ci hanno dato? Sta monnezza». Ride.

CDS è comparso, anticipato da un grosso cane simpatico e da uno piccolo che sta in disparte, poi da una filippina che dice Signor-Christian-arriva-subito-sta-preparando ed è un momento molto Vanzina. Poi Signor Christian entra, dolcevita grigio e blazer, gentilezza e puntualità e affabilità grande-borghese, e qualcosa in più. Effetto straniamento. Ti vien voglia di toccarlo, lo conosci già, perché è come quando si va a New York per la prima volta, ma in realtà l’hai già vista tante volte nei film; con lui è ancora peggio, perché si ha una sorta di effetto-Droste; puoi chiudere gli occhi e solo con la sua voce è Sapore di mareYuppies, più citazioni e saccheggi di suo padre Vittorio (VDS) e Alberto Sordi: i tempi, le pause, le facce; i dialetti, i birignao e la presa in giro dei birignao.

CDS è soprattutto Figlio di papà. Così si intitola un suo libro di memorie (Mondadori, 2008).

Vittorio Domenico Stanislao Gaetano Sorano De Sica, ciociaro, padre del neorealismo, nato nel 1901, morto nel 1974; regista di culto ma anche attore popolare, bell’uomo, 4 premi Oscar che ne segnalano l’eclettismo: Sciuscià, Ladri di biciclette, Ieri Oggi Domani, Il giardino dei Finzi Contini. Grande giocatore d’azzardo, come è noto. Questa casa dove stiamo adesso è quello che rimane alla disfatta economica: un tempo VDS era un enorme proprietario immobiliare grazie ai proventi dei film, possessore di luoghi anche simbolici della capitale: tutta piazza Santiago del Cile – Parioli in purezza, ci stanno Angelo Guglielmi e molti psicanalisti junghiani; grandi gastronomie, l’unico vitel tonné buono di Roma; poi tutta via Cortina d’Ampezzo, dunque Finte Bionde, Moccia, Smart, romanordismo in purezza. E gli studi televisivi Dear della Rai sulla Nomentana – Dear sta per De Sica-Amato-Rizzoli, un tempo comproprietari), Domenica In, Prova del Cuoco, l’Eredità, eccetera.

Tutto perso al tavolo da gioco. Aneddotica di CDS su VDS: quando il croupier del casinò di Sanremo (nonché papà di Eugenio Scalfari) dà a VDS il “viatico” cioè nel codice dei giocatori le centomila lire per tornare a casa quando ti sei giocato tutto («l’alternativa era spararsi, come i granduchi russi, dietro le tende. Si sentiva un colpo di pistola. Pum. Erano bravissimi a suicidarsi dietro le tende»). Ricchezza: «Le automobili a Roma ce l’avevamo noi, ce l’aveva Gronchi, presidente della Repubblica, ce l’aveva il chirurgo Valdoni, e altre dieci persone». A proposito di presidenti, CDS chiama al Quirinale per farsi passare Mauro Leone, figlio del presidente della Repubblica, suo compagno di scuola. «Sono De Sica, mi passi Leone». Passano minuti. Poi: «Proonto» con inconfondibile accento napoletano. È il capo dello Stato. Imbarazzo. E poi: «Maurooo! Maurooo! C’è Christian che ti vuole, corri!», sempre un presidente sotto impeachment, poi riabilitato.

Familismo umorale: CDS è come tutti sanno figlio di Maria Mercader, bellezza spagnola, e per anni amante di VDS, che poi la sposerà dopo un divorzio dalla prima moglie Giuditta Rissone; divorzio non riconosciuto dallo Stato italiano, di qui pubblica riprovazione e scomunica – sic – da parte del Vaticano. VDS per anni continuerà a frequentare le due famiglie l’una all’insaputa dell’altra, di qui «doppie case, doppi natali, doppi capodanni, con spostamento in avanti delle lancette»; come nel primo Fantozzi quando il direttore d’orchestra Maestro Canello si fa due veglioni invece che uno. Raccomandazioni: quando CDS parte per il Sudamerica (ha fatto la maturità, collegio Nazareno, Roma super-bene, compagno di banco come è noto di Carlo Verdone; è fidanzato con una venezuelana e tenta la fortuna come showman in Sudamerica)  all’aeroporto, la mamma piange. VDS, chiamandolo quando sta per salire sulla scaletta: «Christian! Christian». CDS: «Che è». VDS: «Mi raccomando, prima di entrare in scena, un po’ di grigio sulle palpebre!».

Anche il cinepanettone – d’ora in poi: CP – che sarebbe il tema di questa intervista, è una cosa di famiglia. Non solo perché CDS è protagonista del primo episodio della saga, il celebre Vacanze di Natale, 1983, regia di Carlo Vanzina, di cui salutiamo il trentennale. Piuttosto perché i prodromi sono da ritrovarsi proprio in casa De Sica, e, per estensione, Sordi. Nel 1937 Mario Camerini dirige infatti un primo Signor Max, storia di un giornalaio sub-proletario di via Veneto che si finge il conte Max Orsini Varaldo (suo squattrinato mentore) e parte per Cortina, con tutte le dinamiche miseria-nobiltà che si conoscono. Nel 1957 Giorgio Bianchi dirige un secondo Conte Max in cui protagonista è Alberto Sordi e VDS fa il conte squattrinato. Nel 1991 il figlio CDS dirige un nuovo Conte Max in cui lui è anche il giornalaio-finto conte. Nel 1959 poi Sordi e VDS sono protagonisti del prequel riconosciuto dei CP, Vacanze d’inverno, 1959, regia di Camillo Mastrocinque, che racconta ancora una volta le gesta proletarie a Cortina coi soliti plot (interessante che anche Neri Parenti, regista degli ultimi CP, sia stato scomunicato, come VDS).

CDS ha appena finito di girare quello nuovo, di CP, che esce a Natale, «si intitola Colpi di fortuna, sono tre episodi, nel mio faccio un industriale ricchissimo, un Brunello Cucinelli della situazione, che ha saputo resistere alla crisi perché molto superstizioso. Sono in Mongolia per fare affare con dei mongoli, e ho bisogno di un interprete. Ma l’unico disponibile è Francesco Mandelli, famoso per essere uno jettatore tremendo, porta una sfiga micidiale, tanto che nemmeno la sua famiglia lo vuole vicino. Io prima penso che porti fortuna, poi mi accorgo che porta sfiga». Questo, dice CDS, sarà l’ultimo, perché il contratto quinquennale che lo lega al produttore Aurelio De Laurentiis non è stato rinnovato. CDS sogna adesso di fare un altro musical, dopo il successo di Un americano a Parigi: Tributo a George Gershwin Parlami di me. Gli piacerebbe uno spettacolo su «Cinecittà, dalle origini, i telefoni bianchi, alla Dolce Vita, Hollywood sul Tevere, a oggi: in fondo una volta si sognava di entrare in un kolossal, oggi al Grande Fratello, ma alla fine sempre a Cinecittà si sogna di andare». Ma non gli si crede molto. Un CP è per sempre.

Tanto più che CDS non sembra interessato a entrare in un meccanismo di ecologia attoriale alla Pupi Avati: di diventare venerato maestro non gliene importa molto. Di andare a Capalbio all’Ultima Spiaggia, con quell’acqua verdastra, non sembra avere molta voglia, meglio Capri dove è cittadino onorario. Soldi, ne ha fatti tanti. Ed è probabilmente l’attore più famoso d’Italia. Con Pupi Avati pure un film l’ha fatto: era Il figlio più piccolo (2010), in cui faceva un padre imprenditore molto fijo de na mignotta, e chi si aspettava tutto un «sopire, troncare», e un De Sica minimalista e ronconiano è rimasto molto molto deluso, perché lì c’era esattamente la stessa maschera di sempre: il borghesone cinico tutto battute e facce e boccucce, con un sovrappiù di cattiveria (alla fine il padre imprenditore scarica tutte le rogne societarie sul figlio un po’ ritardato e che lo ammira tanto), e addio venerato maestro, benvenuto overacting (e però, un Nastro D’Argento vinto).

Per la cronaca, il CP attuale, con la forma a episodi e il tema dell’oroscopo è il tentativo di rinnovare il CP dopo che il celebrativo Vacanze di Natale a Cortina (il 2011 ha segnato il punto d’arrivo del paradigma. Naturalmente la tentazione della lettura metaforica è forte: il primo CP è del 1983, primo governo Craxi. L’ultimo, 2011, corrisponde al declino del berlusconismo. Su Repubblica Curzio Maltese non si è risparmiato: «il crollo di incassi del cinepanettone di Natale […] è forse il primo e più clamoroso segno della fine dell’epoca berlusconiana. Il cinepanettone sta al ventennio berlusconiano così come i «telefoni bianchi» stanno al ventennio fascista. […] Le anomalie, politica e cinematografica, hanno viaggiato in parallelo dall’inizio degli anni ’90 fino a ieri, per crollare di schianto insieme».

Ma è un po’ una semplificazione facile: CDS naturalmente non la accetta. «Quando facevo la pubblicità della Tim in cui ero un vigile urbano, l’Espresso fece un articolo in cui diceva che Amendola, che invece era testimonial della Tre, era di sinistra e io invece di destra, anzi di estrema destra. Di estrema destra. Ma perché? Se faccio il vigile sono fascista? Io faccio il borghese, anche perché fisicamente devo fare per forza il borghese. Non posso fare l’operaio. Ho questa faccia qua, sono alto. Posso fare l’architetto, il dentista. Poi da vecchio farò l’aristocratico, il cardinale, come faceva mio padre. È questione di fisico. Io i borghesi li ho sempre presi per il culo. Parolacciai, misogini, mascalzoni. Non è che io sono fascista e rappresento il berlusconismo, io li prendo per il culo».

CDS difende anche il trentennio cinepanettonico: «È chiaro che drammaturgicamente i CP lasciano il tempo che trovano… è ovvio, sono una serie di scenette così. Però è vero anche che in ognuno ci sono sempre cinque minuti fantastici. Anche in Totò era così. Totò contro Maciste era una grande cacata. Però ci sono quei cinque minuti in cui viene fuori il genio» (e pure in Totò Peppino e la Malafemmina, effettivamente, non si ricordano altri momenti se non la lettera e il colbacco a Milano). Poi c’è pure un problema generazionale; «quelli della mia generazione non avevano paura di far ridere» dice; «non avevamo paura di pigiare l’acceleratore sulla superficialità sulla volgarità sul doppio senso. Oggi se ritengono che sia troppo scurrile pensano “no, non sta bene, io non la faccio”. Ci sono dei comici che lo fanno ancora, come Checco Zalone, e infatti fa il botto. La verità è che gli altri sono dei brillanti, non sono comici. Hanno paura di far ridere, non sta bene. La comicità nasce dalla cattiveria, dalla scurrilità. Per far ridere bisogna essere volgari».

La volgarità è un altro tema interessante. Adesso CDS sta facendo tutto un numero sugli accusatori dei CP che fa molto ridere: «cito a memoria» – va avanti, e fa tutte le facce e le bocche, e praticamente si assiste a un mini-De Sica da camera. Voce impostata, alta: imita Gian Luigi Rondi, «raramente abbiamo assistito a scene di tale volgarità». Risata ampia e affabile. «C’è uno snobismo bestiale», sospira, accasciandosi sul divano. «Certi attori non possono essere presi in certi film. Lino Banfi, che è un genio, da Gianni Amelio non viene scritturato. Non è elegante» (qui fa suo padre nel Processo di Frine). «C’è sempre il regista de sinistra sfigato, incazzato, che va a Venezia, che dice “io Lino Banfi non lo prendo, perché mi spovca il cast”, e qui di nuovo è VDS. «Devi metterci Battiston» (e pronuncia Battistòn con un accento veneto esagerato, e viene in mente “Zartolin, la mutanda”, al maestro di sci eponimo, nel primo Vacanze); «e devi metterci la Rohrwacher», e pronuncia Rohrwacher digrignando i denti e sporgendo in avanti la bocca, e ripete Rohrwacher un po’ abbaiando, come se fosse Rottweiller, e si ride molto.

Certo, la volgarità offre pure una bella lettura metaforica. «Beppe Severgnini sul Corriere della Sera si prese la briga di contare i cazzi in un mio film, non mi ricordo più quale. Centodue, record assoluto dai tempi del sonoro», dice ancora CDS. Qui evoca un pezzo del 2002, dal titolo Cento volgarità nel film di Natale, il cattivo gusto non ha argini. Eppure la deriva parolacciaia del CP era cominciata molto prima: è in Spqr 2000 e mezzo anni fa a cui la critica unanime attribuisce l’inizio della deriva impresentabile, con la famosa battuta: “a Iside, famme una pompa”. «La pompa è stato il momento in cui si è passati oltre. Da quel momento lì il produttore De Laurentiis ha pensato che il successo era dovuto solo a quello, quindi ha puntato molto su quella roba lì e ha dimenticato il resto» (intervista a Carlo Vanzina, contenuta in Fenomenologia del cinepanettone, di Alan O’ Leary, studioso dell’università di Leeds che si è prodotto sul tema. “Un matto”, dice CDS, e in effetti).

Interessante piuttosto notare che Spqr è del 1994. Primo governo Berlusconi. Un parallelo? Cazzate? «Cazzate». Eppure i cortocircuiti tra CP e la realtà ci sono e non sono secondari: racconta CDS che Simpatici e antipatici (1997), da lui diretto, venne ritirato dalle sale. Simpatici e antipatici era un film con una sua importanza documentaristica, dedicato al mondo dei circoli sportivi romani, dove alligna il Generone: raccontava ascesa e declino di un Alberto, avvocato-simbolo di quel mondo lì (cafone, di destra, soldi nuovi, moglie burina), e del suo arresto finale. Interpretato da Gianfranco Funari, tutto una montatura di corno e un gessato. Tutti ritennero che il riferimento fosse al ministro della Difesa Cesare Previti. Il film fu tolto dalle sale. «Non ci avevamo mai pensato, a Previti. Fu un disastro». I cortocircuiti ci sono, dunque, ma forse sono simmetrici: in Spqr, per esempio, quello di “Ah Iside, famme na pompa”, i riferimenti all’attualità sono grossolani e ingenui: il plot racconta della campagna moralizzatrice di un giudice, Antonio Servilio, che sembra Di Pietro; c’è un ultrà della squadra del Mediolanum che si chiama Silvio. E però Iside, quella dello sketch, è egiziana, e il senatore corrotto impersonato da De Sica le mette su casa, una specie di Olgettina, ma siamo nel 1994, vent’anni fa.

Sempre Spqr genera altre sovrapposizioni inquietanti con la realtà: Umberto Bossi, nel 2010, da ministro sosterrà che il celebre acronimo significa Sono porci questi romani, come da tormentone del film. Ancora: nel 2009, il ministero della Cultura concesse la qualifica di “film di interesse culturale” a Natale a Beverly Hills. Poi un altro ministro, Ignazio La Russa, rivelerà che Aurelio De Laurentiis gli propose un cameo «con insistenza» in un suo CP non identificato, ma lui «naturalmente» rifiutò.

Allora forse la lettura giusta è un’altra. Non è che CDS e la sua banda hanno fatto i sociologi, fini o meno fini, in questi anni. È che forse la realtà, disperata, è diventata cinepanettonica. L’illuminazione arriva leggendo l’ultimo libro di Filippo Ceccarelli, Come un gufo tra le rovine (Feltrinelli) in cui il giornalista di Repubblica semplicemente “monta” insieme come in un Satyricon ugualmente sbrindellato dichiarazioni e uscite dei politici proprio a partire dal caso La Russa. Da quel “naturalmente” molto sospetto. «Naturalmente un corno» scrive Ceccarelli. «L’ipotesi di studio su cui mi sto perigliosamente esercitando è che, dopo le drammatiche narrazioni collettive dello scorso secolo, la politica italiana si stia trasformando in un cinepanettone». «Ma che non lo vedi Bondi, il ministro» fa CDS accompagnandoci alla porta. «Quello è uguale a Boldi. Separati alla nascita».

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Niente da ridere https://minimaetmoralia.it/televisione/niente-da-ridere/ https://minimaetmoralia.it/televisione/niente-da-ridere/#comments Mon, 17 Jun 2013 08:45:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14649 Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Gianni Letta ride. Ignazio La Russa sogghigna. Walter Veltroni sorride. Renata Polverini manca poco che crolli dalla sedia scompisciandosi dalle risate. Stefano Fassina ride. Debora Serracchiani (appena eletta presidente del Friuli Venezia Giulia) letteralmente gongola. Laura Puppato e Maurizio Lupi, divisi cioè uniti dall'effetto split screen, mostrano i denti e aprono le bocche quel tanto che basta alla risata per scoprire un indizio di palato. Bobo Maroni ride. Oscar Giannino ride mettendo in bocca la falange dell'indice della mano destra. Luigi de Magistris sorride e abbassa gli occhi, poi li alza a favore di telecamera e ride, ride forte. Giorgia Meloni, nella cattiva imitazione di una scena da commedia, ride di gola e porta la testa in basso e poi la rialza di scatto facendo ondeggiare i capelli. Pierferdinando Casini singhiozza, annega nell'ilarità. Anna Finocchiaro è quasi morta dalle risate, ride fino alle lacrime. Mara Carfagna ammicca risentita, quindi sorride. Rosy Bindi ride. Mauro Bersani ride. Matteo Renzi ride.

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Crozza-Elsa-Fornero

Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Gianni Letta ride. Ignazio La Russa sogghigna. Walter Veltroni sorride. Renata Polverini manca poco che crolli dalla sedia scompisciandosi dalle risate. Stefano Fassina ride. Debora Serracchiani (appena eletta presidente del Friuli Venezia Giulia) letteralmente gongola. Laura Puppato e Maurizio Lupi, divisi cioè uniti dall’effetto split screen, mostrano i denti e aprono le bocche quel tanto che basta alla risata per scoprire un indizio di palato. Bobo Maroni ride. Oscar Giannino ride mettendo in bocca la falange dell’indice della mano destra. Luigi de Magistris sorride e abbassa gli occhi, poi li alza a favore di telecamera e ride, ride forte. Giorgia Meloni, nella cattiva imitazione di una scena da commedia, ride di gola e porta la testa in basso e poi la rialza di scatto facendo ondeggiare i capelli. Pierferdinando Casini singhiozza, annega nell’ilarità. Anna Finocchiaro è quasi morta dalle risate, ride fino alle lacrime. Mara Carfagna ammicca risentita, quindi sorride. Rosy Bindi ride. Mauro Bersani ride. Matteo Renzi ride.

Quando anche Elsa Fornero inizia a ridere (di gola, di pancia, di orecchie, di rughe sulla fronte) in diretta televisiva, durante una puntata di «Ballarò», ride e mostra i denti e ride ancora (Elsa Fornero) alle battute di Maurizio Crozza, battute che dovrebbero al contrario dispiacerle, mi dico che ciò che vado pensando da tempo su questo tipo di comicità (che sia in sostanza reazionaria) ha appena ricevuto la sua certificazione in carni tirate e ossa che si spostano a assecondare un riso che non ha nulla di libertario se non il sinistro piacere liberato che coglie il farabutto quando la colpa si disgrega in un rito collettivo, spacciato in questo caso per quella strana categoria della falsificazione che è la mondanità da combattimento.

Rivediamocele, quelle sequenze, mandiamo avanti e indietro il cursore di YouTube. Poi cerchiamo un orizzonte alternativo.

Penso ai clown di Shakespeare che lavorano come becchini al cimitero di Elsinore. Penso a Ettore Petrolini, l’infernale. Penso alle Vacanze di monsieur Hulot di Tati. Penso soprattutto alle risate (cavernose, e scheletriche nel momento immediatamente successivo) che ancora si levano dalle polveri della Mancia di ogni luogo. Don Chisciotte e Sancho Panza scompaiono su una curva del tramonto lunga quattro secoli.

Nulla di tutto questo è solo vagamente imparentato con la comicità televisiva di Maurizio Crozza. Non lo è con le vignette di Vauro. Non con i monologhi di Dario Fo quando stacca l’ispirazione dai sempre attuali medioevi padani (ma Ho visto un re e Mistero buffo sono tanto rievocati quanto dimenticati nella sostanza del presente) per inseguire la povertà inquisitoria – ricca di una retorica da socialdemocrazia upper class se messa in bocca a chi vuole discendere da Ciullo d’Alcamo – di un certo giornalismo d’inchiesta. Si sa, insomma, quanto il passo da giullare a buffo a menestrello sia stato, anche storicamente, molto breve.

Un critico televisivo come Aldo Grasso direbbe che il canovaccio comincia a logorarsi, ma il punto davvero non è questo.

Ballarò_crozza_la-russa_lukashenko

Il punto è che, negli ultimi anni, una retorica perfettamente speculare a quella del potere ha voluto travestire molti uomini di satira e comici teatrali e televisivi da paladini degli oppressi. La stessa logica – fintamente binaria – vorrebbe di conseguenza che io, adesso, definendo reazionaria la comicità di Crozza o di un certo Benigni o Fo televisivi, affermassi di conseguenza che Crozza e Fo e Benigni sono dei venduti. Mentre no. Cercherò di non cadere nel tranello.

Questa logica, che un giornalista come Travaglio approverebbe in buona fede, è infatti la migliore forma di garanzia cui il potere oggi aspiri per conservarsi oltre i residui dell’occasionalità (quella che porta «Striscia la Notizia» a denunciare il direttore di banca che fa la cresta sulle matite ma mai il sistema del credito). La logica binaria di cui parlo colpisce cioè volta per volta i singoli uomini ma non la tecnica che li utilizza portandoli, magari loro malgrado e in un certo sciagurato senso a propria insaputa, a parlare una lingua che è l’esatto opposto di ciò che dichiara e troppo simile nell’alfabeto scenografico a ciò che intende aggredire. Il colpo di satira che “stende” Umberto Bossi libera il campo per le future incarnazioni della Lega.

Parlo di tecnica, ma alludo al furore epidemico. Senza l’una nell’altro non si spiegherebbero stagioni come il terrore giacobino. In questo consiste l’esperimento di psichiatria sociale in atto oggi nel nostro paese e dentro i nostri corpi. Il bisogno che proviamo (un bisogno spasmodico, capace di essere prima eccitato, poi preso all’amo da una logica sterminatoria) è quello di individuare chi è o sarebbe meno puro di noi (venduto, ladro, servo del potere) e farlo fuori, attesi naturalmente al varco – per ricevere il trattamento a ruoli rovesciati – da chi è o pensa di essere più puro di noi, sulla testa del quale si leva però una quarta mannaia proprio mentre lui la abbatte sulle nostre. Questo non vuol dire che (in senso figurato) ne resterà vivo uno solo, perché un certo tipo di furore epidemico si placa fisiologicamente quando ha mietuto un sufficiente numero di vittime. Ma è proprio nella consumazione cronologica di un tale rito che – di là dall’orizzonte, non visti, attivati a distanza dal furore epidemico – cominciano a montare restaurazioni, ansie autoritarie, oscuri deliri di totalità. È andando a caccia del proprio “impuro personale”, da abbattere o portare sulla gogna, che si perde di vista ciò che conta.

Il peccato, ben prima del peccatore.

vauro200309

Cercherò di conseguenza di non cadere nell’inganno e dirò per prima cosa che Maurizio Crozza possiede un robusto talento ed è animato dalle migliori intenzioni. Roberto Benigni possiede un grande talento ed è animato da buone intenzioni. Vauro possedeva un discreto talento, a volte riesce a riacciuffarlo per i capelli, è molto permaloso (simile a certi uomini di potere ha la querela facile verso chi, attaccato con vigore in una sua vignetta, rimanda l’accusa al mittente) e sembra animato dalle buone intenzioni di una tradizione che fatica a riportare viva sulla carta da disegno. Dario Fo possedeva grandi intuizioni e ora prova in modo forse ancor più faticoso (e nebuloso) a declinarle contro un re (e un vescovo, un sacrista, un sciur) i quali – negli ultimi trent’anni – hanno prestato una parte del loro immaginario proprio ai giullari che avrebbero dovuto smutandarli. Tutti animati da capacità non comuni e buone intenzioni, e tuttavia nessuno (Crozza, Fo, Benigni, Vauro e così via) davvero in grado di turbare il potere oltre la singola persona che occasionalmente lo incarna, e questo perché il loro linguaggio non lascia immaginare mondi altri da quello che il potere stesso fabbrica proprio sotto i nostri piedi per perpetuarsi.

Per spiegare meglio il concetto, mi limiterò alle ‘pillole’ di Crozza a «Ballarò», cioè il caso attualmente più popolare in Italia, ma credo che il ragionamento possa estendersi a molti altri comici.

1) Come accennato, i monologhi di Crozza alla presenza dei politici seguono la logica del pubblico confessionale. Il comico si rivolge per esempio a Renata Polverini – puntata del 25/09/12 –, inizia a prenderla in giro scusandosi di non parlare al suo cospetto vestito da maiale (l’allusione è agli scandali della Regione Lazio con relativi festini in maschera), la dimissionanda presidente della Regione scoppia a ridere ed è in questo modo (le forche caudine di una risata) che, sempre pubblicamente, recita i dieci Paternostro e cinque Ave Maria attraverso cui il peccato, se non del tutto rimesso, da elevato oggetto di giudizio è immesso nuovamente nella trama che rafforza il terreno condiviso. Il meccanismo vorrebbe essere quello del bambino che dice: “il re è nudo”, ma non è così. Primo: perché che il re fosse nudo (l’esempio dello scandalo della Regione Lazio) lo si sapeva molto bene sin da prima. Secondo: perché in un mondo in cui il re non si vergogna più di andarsene in giro nudo – né questo genera uno scandalo sociale così potente da detronizzarlo – additarne le pudenda possiede per un comico, retoricamente, il significato del buffetto scherzoso.

2) A sbertucciare il sovrano per tradizione è l’innocenza di un bambino spuntato per caso tra la folla. Oppure un giullare che, in quanto fuori casta, può permettersi di dire cose che ad altri non sarebbero concesse. Proviene, appunto, da un altro mondo. Vede cose che altri non vedono. Un comico come Maurizio Crozza può arrivare a prendere per una singola serata (ad esempio quella di Sanremo) un cachet di duecentocinquantamila euro. Economicamente, non di rado, è lui più solido dei politici che attacca. È più popolare, può parlare ininterrottamente per più tempo da palcoscenici più vasti di quelli concessi a un ministro. È tutt’altro, insomma, che un debole tra i forti. Questo non solleva necessariamente uno scandalo di tipo etico sull’immane sperequazione economica rispetto per esempio ai tecnici delle luci dello stesso spettacolo (ma forse invece sì, sul piano però di un discorso diverso da quello che sto facendo). Questo, crea piuttosto problemi di linguaggio.

3) Molti comici (televisivi e non) attaccano gli uomini politici muscolarmente. Usano, cioè, velato da ironia, il metro con cui gli stessi politici misurano l’efficacia delle proprie azioni: la forza e i suoi effetti. Un comico che accogliesse i potenti sventolando bandiera bianca anziché caricando a testa bassa (non a caso Beppe Grillo è la perfetta sintesi dei due mondi) già comincerebbe a discostarsi dalla loro griglia alfabetica. Ma non sarebbe ancora sufficiente.

4) E qui veniamo al cuore del problema. Maurizio Crozza, Dario Fo, un certo Benigni televisivo, Vauro, Beppe Grillo (non a caso quasi mai imitato da altri comici nella sua nuova veste di politico) piastrellano i loro monologhi, le loro battute, le loro vignette, la loro narrazione col materiale (spesso di risulta) del mondo che biasimano, come se fosse l’unico concepibile. Togli da quei racconti le olgettine, le tangenti, i finanziamenti pubblici, la violenza sbracata dei leghisti, gli artigli della Santanché, l’indolenza di Ingroia, l’inconcludenza di Bersani, taglia dal racconto dei comici la scenografia del potere che attaccano e non resterà niente. Quando Berlusconi accusa alcuni suoi oppositori presentandosi come il loro core business, mente (nella difesa del proprio indifendibile) dicendo tuttavia la verità verso i “nemici”.

Che cosa sto dicendo? Che questi comici sono diventati a propria insaputa dei nichilisti. Credono che l’alfabeto del potere (per quanto rivolto contra se ipsum) contenga i confini del possibile. Non è così.

Pensiamo allo spirito lunare di un certo Totò. Agli incubi comici di Kafka. Alla comicità ghignante di Céline. All’infernale Petrolini che ho citato. Ai mondi assolutamente vivi – risuonanti di risate – di Ciprì e Maresco. Ancora i clown soprannaturali di Shakespeare, ancora il Cavaliere dalla Trista Figura. L’horror suite carnevalesca di Carmelo Bene, il quale, quando diceva: “ci vorrebbe una catastrofe, un’epidemia: solo così, forse, potremo tornare a ridere” chiamava in causa il terribile genio comico di Artaud col suo “teatro della peste”. Anche i migliori momenti di uno spettacolo di Antonio Rezza. E poi Buñuel, Beckett, i fratelli Marx.

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In tutti questi casi accade qualcosa di molto diverso rispetto a ciò di cui abbiamo parlato fino ad ora.

Roberto Calasso, nella Folie Baudelaire, rimette la questione sui giusti binari. Indagando il significato di un sogno che per l’autore dei Fiori del male fu quasi un’ossessione, svela qualcosa di decisivo (molto inquietante, molto bello) a proposito del riso. Nel sogno di Baudelaire una ragazza si aggira nei pressi del Palais-Royal. La fanciulla è la quintessenza dell’innocenza virginale. Il Palais-Royal (con i suoi caffè e i gabinetti scientifici e le belle donne in vendita) era al contrario nel XIX secolo una sorta di tempio del caos e della corruzione. Camminando sotto i portici del Palais, la fanciulla del sogno mette gli occhi sul tavolo di un vetraio, dove nota “una qualche immagine sporca, attraente e provocante”. Qualcosa di perturbante, che scuote profondamente la ragazza, le provoca malessere e, quasi contemporaneamente, la fa scoppiare a ridere. Cosa si è consumato, tra la paura e la risata? Un attimo conoscitivo.

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“Il saggio ride se non tremando”, scrive Bossuet. E il comico non ha come propria vocazione la pernacchia al potente di turno presupponendo come sfondo una scenografia immutabile. Il comico, al contrario, spalanca mondi. (Non è un caso che le vignette satiriche abbiano ormai un vero effetto eversivo solo nei regimi totalitari: appunto perché in quei casi provengono semanticamente da un altro mondo rispetto a quelli per esempio dell’Iran o della Corea del Nord). La risata che ci scuote nel profondo arriva a lambire qualcosa del nostro segreto di specie. La Prima guerra mondiale raccontata da Céline, è (linguisticamente) un altro mondo rispetto al racconto ufficiale della guerra. Il mondo comicamente concentrazionario di Kafka esiterà sui libri di Storia solo diciotto anni dopo la pubblicazione della Metamorfosi, ma è tuttavia già presente (in una forma ancora disinnescabile?) oltre una stretta porta collocata in Europa centrale. Le risate di Bene, di Totò, di Artaud, di Cervantes, di Groucho Marx aprono porte verso mondi tutt’altro che inesistenti. Non è l’escapiscmo o l’esotismo anni Novanta (gli inesistenti mondi dell’intrattenimento d’autore). È al contrario (come direbbe Freud, o forse Heisenberg?) il dislivello, la discontinuità improvvisa, il passaggio oltre il quale scopriamo che il mondo – persino nel male – è ben più vasto di ciò che crediamo di vedere.

Una comicità (una narrazione) che mostri (non inventi) l’esistenza di altri mondi rispetto a quello immaginato dal potere (cioè il potere stesso), è la scure che spezza le catene. È un invito al trasloco, all’avventura lanciata verso qualcosa di ben diverso (non contrario e speculare) rispetto all’asfittica stanza del discorso quotidiano.

Ma fino a quando Maurizio Crozza attaccherà Ignazio La Russa rivoltandogli contro le sue stesse parole non usciremo mai dalla coazione a ripetere.

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Cosa vuol dire essere antifascisti oggi https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-vuol-dire-essere-antifascisti-oggi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-vuol-dire-essere-antifascisti-oggi/#comments Wed, 24 Oct 2012 05:48:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9912 Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l'A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le "Cortina d'Ampezzo degli Appennini" nel 1980 - e in cui trent'anni dopo ancora non è arrivata l'acqua corrente - come Monte Livata o Campo dell'Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la "via Cesanese del vino" fino a arrivare dopo un'ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all'entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

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SACRARIO A MINISTRO SALO': 'NO FASCISMO' SCRITTE SU MAUSOLEO

Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l’A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le “Cortina d’Ampezzo degli Appennini” nel 1980 – e in cui trent’anni dopo ancora non è arrivata l’acqua corrente – come Monte Livata o Campo dell’Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la “via Cesanese del vino” fino a arrivare dopo un’ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all’entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

Un monumento in mezzo al niente dedicato al cittadino illustrissimo di Affile, al Soldato con la S maiuscola, come dicono qui gli amministratori locali. Oppure al superfascista, come diremmo noi, al responsabile di uno sterminio etnico nella guerra italiana in Cirenaica e in Abissinia, al repubblichino della prima ora, al collaborazionista, al sostenitore acceso delle leggi razziali, al criminale di guerra secondo l’Onu per l’utilizzo di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa, al “macellaio del Fezzan”, al condannato a 19 anni di carcere dopo il 1945 che scontò inspiegabilmente solo quattro mesi, al presidente onorario dell’MSI, al protagonista del brano Lettera al governatore della Libia in qualità di “idiota” (così come lo definisce Battiato).

Questa cosa, chiamiamola così, questo cubo di mattoni con due scritte incise nella pietra (“Patria” a sinistra e “Onore” a destra) che chiudono una bandiera italiana in mezzo, qualora vi foste posti l’interrogativo, è di una bruttezza inappellabile. Una costruzione infantile, demenziale, squallida, che campeggia al lato di una calata di cemento sopra un presunto parco dove sono stati piazzate due riproduzioni di cannone da prima guerra mondiale, dei lampioni ancora non funzionanti, una fontanella, un altro parallelepipedo di cemento più tre tavolini di legno, semmai qualche avventore con un’estetica da militarismo trash volesse farsi un pic-nic, qui, sotto l’occhio di due telecamere che proteggono i confini da mandala del sacrario.

Dentro – nel sancta sanctorum – c’è una testa scolpita di Graziani, anche questa di una fattura talmente grossolana da sembrare una parodia, per terra cinque sei prime pagine incorniciate di giornali del Ventennio (L’Italia, Il secolo dei bei tempi, Il meridiano d’Italia) che inneggiano alle imprese del nostro, una lapide a lui dedicata, un leggio vuoto.

Dopo cinque minuti che siete qui è probabile che la reazione più istintiva che potrebbe scaturirvi è quella di trovare un piccone e vandalizzare questo posto. A neanche un mese dall’inaugurazione c’è chi l’ha fatto e ora la porta del sacrario e le pareti sono tutte zozze di vernice e dappertutto scritte di Assassino che a loro modo lo rendono un monumento all’antifascismo – invisibile (chi mai verrebbe nel borgo montanaro a visitare questa roba?) ma vivo (perché nessuno si prende la briga ad esempio di imbrattare tutti i giorni l’obelisco dell’Olimpico con scritto DUX?).

Ma più interessante delle indignazioni viscerali sono le domande sul perché a un sindaco come Ercole Viri e alla sua piccola cittadinanza venga in mente nel 2012 di farsi dare 127mila euro dalla Regione Lazio e spenderli in questo modo? Insomma, che tipo di sotto-cultura è il fascismo contemporaneo: una passione kitsch tipo quelli che si travestono da cosplay o una recrudescenza di un passato da figli di puttana razzisti e colonialisti mai rielaborato (come per esempio sostengono i libri di Angelo Del Boca dedicati alle nostre guerre d’Africa o quelli di Alberto Maria Banti sulla formazione dell’identità italiana)?

Una mezza risposta la si può trovare pascolando tra un bar e l’altro del centro di Affile o scorrendosi le foto che l’amministrazione locale ha postato per immortalare l’evento dell’inaugurazione. Nei jpg si vedono una trentina di paesani che per una sera, dopo i discorsi solenni, trasformano lo spiazzo del luogo sacro prima in uno stand da sagra con tanto di damigiane e marmitte per una spaghettata e poi in una minibalera quando il sole è definitivamente tramontato.

Anche se siamo soltanto a un’ora e mezza di macchina da Roma, qui al parco Radimonte di Affile sembra di essere in un altro mondo, ma per certi versi in un mondo familiare. Qualcosa di conosciuto piuttosto che un’oscura galassia di nostalgici criminali. Guardatele le facce con la barba non fatta nelle foto, e le magliette stazzonate, e il cameratismo da spiaggia, e le pose da rimorchione, quindi andatevi a leggere un libretto uscito l’anno scorso per Guanda, La canottiera di Bossi. L’ha scritto Marco Belpoliti, partendo da una piccola epifania tanto arbitraria quanto efficace: la somiglianza abbacinante tra le foto d’antan del duce in canotta e quelle del senatur in medesima mise. Per immaginare di capire qualcosa di quel fenomeno viscido che Sciascia definiva “l’eterno fascismo italiano” non bisogna andarsi a studiare Evola ma forse rintracciare invece in un’antropologia ibrida quello che è un carattere nostrano trasversale e perenne. I neofascisti di Affile sono gli stessi provinciali vitelloni che s’iscrivevano al Pnf nel 1925 o che ingrossavano i raduni della Lega ai tempi in cui Bossi invitava alla secessione. Gente di paese che aspira a un balcone a Piazza Venezia o a un palco a Pontida, e che per fare le prove costruisce un monumento al valor patrio qui sulla collinetta accanto all’aia delle galline. Questo tipo di fascismo, ideologico del margine, apologetico del risentimento, fieramente anti-intellettuale, paesano, indiscutibilmente machista, inventore di tradizioni inesistenti, nazionalista in modo cafone com’era in Jugoslavia negli anni ’90, questo tipo di fascismo qui è una forza mimetica che può mutare come un ceppo di virus resistente agli anticorpi di qualunque anti-fascismo. Si può mimetizzare in uno dei tanti leghismi atomizzati che attraversano l’Italia, dalla Sicilia a Belluno, nel citismo redivivo nella Taranto martoriata dall’Ilva, nel populismo bloggarolo di un Grillo che posta sul suo sito l’impresa a nuoto sullo Stretto di Messina… È un fascismo da bar: insulti, gallismo, battutacce sulle donne, un vaffa, un altro giro. Apparentemente marginale; se non corrispondesse all’educazione politica e sentimentale di una parte consistente di italiani. Apparentemente innocuo; fino a quando non si toglie la canottiera, indossa una divisa e imbraccia le spranghe. Qui, in quest’inno di cemento alla maleducazione morale, oggi ha il suo orripilante monumento.

Questo articolo è uscito su Pubblico di oggi 24 ottobre 2012.

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Good quotations. Farsi una cultura sulla Lega nel suo momento più basso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/good-quotations-farsi-una-cultura-sulla-lega-nel-suo-momento-piu-basso/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/good-quotations-farsi-una-cultura-sulla-lega-nel-suo-momento-piu-basso/#comments Sun, 08 Apr 2012 20:56:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7378 Nonostante un editorialista come Filippo Facci proprio oggi scriva sul Post che "Non si illuda chi pensa che la fine di Bossi sia anche la fine della Lega", l'impressione piuttosto difficile da eliminare è che la caduta rovinosa di Bossi e del suo "cerchio magico" significhi ora come ora l'implosione di quello che fin adesso è stato un partito radicato, identitario, praticamente monolitico.

In questi giorni, i giornali sono stati inondati di analisi storiche su Bossi, panoramiche ventennali, fotogallerie di camicie verdi. Noi volevamo qui invece suggerirvi una serie di piccoli spunti per avere a disposizione un dossier pret-à-porter, prismatico ma funzionale, di quello che è stato probabilmente il più importante movimento politico italiano degli ultimi vent'anni, sicuramente il più duraturo.

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Nonostante un editorialista come Filippo Facci proprio oggi scriva sul Post che “Non si illuda chi pensa che la fine di Bossi sia anche la fine della Lega”, l’impressione piuttosto difficile da eliminare è che la caduta rovinosa di Bossi e del suo “cerchio magico” significhi ora come ora l’implosione di quello che fin adesso è stato un partito radicato, identitario, praticamente monolitico.

In questi giorni, i giornali sono stati inondati di analisi storiche su Bossi, panoramiche ventennali, fotogallerie di camicie verdi. Noi volevamo qui invece suggerirvi una serie di piccoli spunti per avere a disposizione un dossier pret-à-porter, prismatico ma funzionale, di quello che è stato probabilmente il più importante movimento politico italiano degli ultimi vent’anni, sicuramente il più duraturo.

Partiamo dall’inzio. Un libro seminale delle idee leghiste è La costituzione per i prossimi trent’anni di Gianfranco Miglio, un’intervista fatta da Macrello Staglieno e pubblicata da Laterza nel 1990, e oggi fuori catalogo. Se pensate che Laterza dovrebbe ripubblicarlo, potreste scrivere a uno di questi indirizzi.

A partire dal crollo dei regimi sovietici, la figura di studioso di Miglio comincia a godere di un riconoscimento diffuso:
sia quando vede la fine dello stato moderno sulla scorta di Carl Schmitt (filosofo politico che Miglio traduce e reintroduce nel dibattito italiano, dopo una damnatio memoriae dovuta alla sua parziale vicinanza al nazismo);
sia quando propone dei cambiamienti profondi alla Costituzione, minandone gli stessi principi alla base. “L’uguaglianza incontra insormontabili limiti funzionali. Ci può essere uguaglianza soltanto all’interno di certi confini”;
sia quando afferma che “lo stato italiano non ha basi, non esiste“;
sia quando parla, mentre la Jugoslavia è sull’orlo della guerra civile, di secessione: “È fatale che la parte più europea dell’Italia si disponga a separare le sue sorti dal resto del paese”;
sia quando parla di macroregioni.

Sul movimento e poi partito Lega ovviamente c’è una bibliografia sterminata. Che andarsi a guardare?
Un libro che ricostruisce la storia della classe politica leghista, con ampi brani disponibile in rete, è Razza padana di Alessandro Trocino e Adalberto Signore.

Un documentario che invece cerca di fare una storia politica e antropologica del leghismo s’intitola Camicie verdi, dal celodurismo alla devolution. L’ha realizzato Claudio Lazzaro, ed è visibile integralmente su youtube.

La narrativa sulla Lega non ha prodotto molti testi, anche se sicuramente il nordest letterario di Bugaro, Carlotto, Franzoso, e molti altri è riuscito a trovare un suo spazio nell’immaginario. L’anno scorso però, dopo l’orrendo atto di un’amministrazione leghista a Preganziol (TV) che aveva deciso di mettere al bando alcuni libri da una biblioteca pubblica, un gruppo autodenominatosi Scrittori contro il rogo ha deciso di dedicare un’antologia alla Lega. Si chiama Sorci verdi, e qui trovate il racconto di Girolamo De Michele.

Su Bossi ci sono almeno due testi che alla luce degli eventi recenti sembrano quasi eccessivamente profetici.
Uno l’ha scritto Leonardo Facco, si chiama Umberto Magno, e racconta la Lega (da insider) non come un partito ma come la piccola azienda di Umberto Bossi (qui trovate un’intervista all’autore molto eloquente).
L’altro l’ha pubblicato da poco Marco Belpoliti, s’intitola La canottiera di Bossi, e cerca di trovare all’interno di una teoria dei caratteri italiani, quello che il leader leghista è riuscito a incarnare con più forza: il vitellone familista. (qui potete leggere un capitolo)

Mi raccomando, non diventate nostalgici.

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Italia media https://minimaetmoralia.it/societa/italia-media/ https://minimaetmoralia.it/societa/italia-media/#comments Tue, 12 Oct 2010 06:57:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3032 Questo pezzo è uscito per il Manifesto

di Giorgio Vasta

C’è una vecchia striscia di Quino nella quale – vado a memoria – Mafalda riflette sull’importanza del dito indice, a livello personale ma soprattutto politico. L’indice – come del resto il suo stesso nome chiarisce – indica, dunque orienta, si assume la responsabilità di proporre una direzione.

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Questo pezzo è uscito per il Manifesto

C’è una vecchia striscia di Quino nella quale – vado a memoria – Mafalda riflette sull’importanza del dito indice, a livello personale ma soprattutto politico. L’indice – come del resto il suo stesso nome chiarisce – indica, dunque orienta, si assume la responsabilità di proporre una direzione. L’indice è un dito fiducioso e pragmatico, un dito che crede nell’esistenza di un telos e nella sua raggiungibilità. Inoltre nei bambini piccoli l’indice è quella parte del corpo che precede di qualche tempo la parola, una specie di protolinguaggio non verbale finalizzato a discriminare e a individuare (sebbene in una forma ancora grossolana) qualcosa nello spazio circostante. L’indice, potremmo dire, fa le veci della lingua, ne anticipa la funzione.

Nell’ultima vignetta della striscia – sempre se non ricordo male – Mafalda concludeva amara che l’indice è anche il dito che preme i bottoni. Quelli fatali. Dunque è il dito che prende le decisioni (la striscia in questione è degli anni Sessanta e il fantasma di una stanza dei bottoni, collocata al di qua o al di là della cortina di ferro, aveva una sua concretezza).
Se diamo per buono il punto di vista di Quino, ma dalla sua Argentina ci spostiamo in Italia, l’ipotesi di una supremazia digitale dell’indice viene confermata anche dalla statuaria. Da quella classica fino a quella ottocentesca e novecentesca: un complesso di forme tridimensionali in cui un determinato canone informa di sé gli innumerevoli monumenti presenti in tante piazze nazionali: l’indice bronzeo o marmoreo sistematicamente sguainato, veicolo di coscienza e di intenzione, un confrontarsi razionale con lo spazio. O meglio con uno spazio che serve a dare concretezza fisica al tempo. Perché quando un eroe risorgimentale indica un punto lontano, la sua esortazione non è perimetrabile, non si contiene nello spazio ma lo trascende. A dover essere attraversato è il tempo, la storia, certi di una meta e di un senso.
E dunque prendendo spunto da Quino, dalla statuaria e dall’indice cerchiamo di comporre, nelle continue metamorfosi di questi decenni, una brevissima storia d’Italia tramite le dita, o meglio tramite le diverse morfologie assunte dalle mani tutte quelle volte in cui sfuggono alla misura rigidamente protocollare dell’ufficialità e si rivelano in una dimensione privata ed emotiva.
Lasciandoci subito alle spalle le dita unite e tese, solenni e marziali, di Benito Mussolini impegnato nel saluto romano (il braccio che scatta come un coltellino a molla, la mano che si fa antenna e sciaboletta – il futuro come una cosa da intercettare e lacerare), soffermiamoci su Giovanni Leone, sesto presidente della Repubblica italiana, che per ben due volte al rigore orgoglioso dell’indice accompagna l’estroflettersi del mignolino a comporre il gesto di scongiuro delle corna rivolte a terra. Il 7 settembre del 1973, a Napoli, durante l’epidemia di colera, e due anni dopo, il 18 ottobre 1975, a Pisa, di fronte alla contestazione studentesca, Leone esorcizza il pericolo facendo della mano amuleto.
Permettiamoci un salto di vent’anni e arriviamo al 1995, quando Striscia la notizia circoscrive ed enfatizza il gesto di Massimo D’Alema, allora segretario del Pds, che si riscalda le mani soffiandoci dentro. Un livello privato e irrilevante di esistenza del corpo, qualcosa di interstiziale, viene messo in rilievo (coerentemente con le consuete strategie pseudosituazioniste della trasmissione di Antonio Ricci) e offerto come immagine finalmente ed eccezionalmente umana di una corporeità politica che invece risulta perlopiù fredda e cerimoniale.
A gratificare oltremisura, in un’onda di piena, il bisogno italiano di informalità tarata verso il basso è Silvio Berlusconi (al quale fu proprio Leone, durante il suo mandato, a conferire il titolo di Cavaliere del Lavoro). L’uomo dello sdoganamento di ogni irritualità concepibile, l’incarnazione suprema del ritorno del rimosso (temutissimo, sì, ma altrettanto desiderato), colleziona molteplici occasioni, manuali e non solo, di liberazione di quel magma istintuale che ribolle dentro ogni corpo in teoria costretto al rispetto delle convenzioni formali. Per limitarsi a un emblema – e fare il paio, in assetto rovesciato, con gli scongiuri di Leone – ricordiamo soltanto quando il 28 febbraio 2002 l’attuale presidente del Consiglio ornò con la sua mano minotaura il capo di un collega convenuto in Spagna per il G7.
Eppure, avviandoci alla conclusione di questa microscopica rassegna, è molto probabile che a sintetizzare il presente italiano non sia più il dito indice – accompagnato dal mignolo o in solitaria – bensì il medio. Se ancora una volta dobbiamo a Berlusconi di avere svincolato il gesto (durante un comizio a Bolzano nel 2005) da quei contesti nei quali per tanto tempo, come in un’insopportabile cattività, era stato obbligato, colui il quale lo ha perfezionato scollegandolo da qualsiasi contingenza fino a renderlo pura atemporale manifestazione trascendente è stato Umberto Bossi. Il suo medio sempre più reiteratamente proteso – vivace come il pupazzetto che sbuca dalla scatola, indistruttibile come un misirizzi – è di fatto, adesso, il vero portavoce della Lega e del governo tout court: un dito che nell’occupare ormai il primo piano di ogni inquadratura televisiva scaglia la testa di Bossi sullo sfondo e sostituisce il suo discorso con una mimica brutale. Un portavoce muto, ammutolito. Perché quel dito è un punto esclamativo di carne apposto a conclusione di un ragionamento politico scomparso. L’essenziale gestualità bossiana, sintesi di una regressione dal linguistico al non linguistico (“regressione”, è chiaro, solo se si ritiene che collocare buona parte della propria prassi politica nel linguaggio sia un valore e non un limite), è un manifesto programmatico, la registrazione di un dato di fatto: con buona pace di Mafalda e della statuaria non c’è più nulla da indicare, nulla da decidere, non c’è direzione né progetto. C’è la polverizzazione di ogni obiettivo e il tentativo di neutralizzare in chiave farsesca il trauma del disorientamento. Privo di telos – in tutti i sensi “senza fine” – il politico non può fare altro che perpetuare se stesso. Nel medio sguainato di Bossi non c’è più dunque – nonostante l’apparenza di una lancia in resta proiettata contro un nemico – né provocazione né sfida. C’è, semmai, ripetizione compulsiva, ossessione nevrotica, azione sottratta a ogni consapevole intenzionalità e mortificata al rango di tic incontrollabile. C’è chi apre e chiude ostinatamente la porta di casa, chi verifica fino alla disperazione se la manopola del gas è girata da una parte o dall’altra, chi si lava ferocemente le mani fino a escoriarle, come se lavare e cancellare coincidessero; e c’è chi ostenta il proprio dito medio, aggressivo e inconsapevole. E c’è ancora chi – un intero paese – si osserva riflesso in un’unghia rosa, lucida, padana.
In un tempo post linguistico nel quale passando dall’indice al medio abbiamo probabilmente rinunciato al linguaggio come esperienza delle complessità, c’è ancora un ultimo rischio con il quale fare i conti: quello di trovarsi – contemplandosi in questo specchio della straripante mediocrità italiana – neppure tanto male.

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