un film Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/un-film/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 13:06:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg un film Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/un-film/ 32 32 43 anni dopo: un libro e un film https://minimaetmoralia.it/cinema/43-anni-dopo-un-libro-e-un-film/ https://minimaetmoralia.it/cinema/43-anni-dopo-un-libro-e-un-film/#comments Mon, 02 Apr 2012 08:45:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7283 È uscito da poco nelle sale italiane il nuovo film di Marco Tullio Giordana, «Romanzo di una strage», ispirato (in parte, come si vedrà) al libro di Paolo Cucchiarelli, uscito nel 2009 per Ponte alle Grazie con il titolo «Il segreto di Piazza Fontana»; un film che ha l’ambizioso proposito di ricostruire le vicende italiane accorse nel breve e significativo arco temporale che va dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969, all’uccisione di Luigi Calabresi, il 17 maggio del 1972. Christian Raimo ha definito quest’opera di Giordana un’occasione mancata, argomentandone qui le sensate ragioni. A seguito di questo suo intervento, abbiamo deciso di recuperare e proporvi in lettura l’opinione, apertamente negativa su libro e film, di un testimone e attore di quegli anni, Adriano Sofri, che in questi giorni ha scritto un istant book, scaricabarile gratuitamente, proprio per fare luce sulle importanti inesattezze della ricostruzione della realtà storica operate prima dal libro, poi dal film ispirato. Di seguito la prefazione e le conclusioni di «43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film» di Adriano Sofri.

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È uscito da poco nelle sale italiane il nuovo film di Marco Tullio Giordana, «Romanzo di una strage», ispirato (in parte, come si vedrà) al libro di Paolo Cucchiarelli, uscito nel 2009 per Ponte alle Grazie con il titolo «Il segreto di Piazza Fontana»; un film che ha l’ambizioso proposito di ricostruire le vicende italiane accorse nel breve e significativo arco temporale che va dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969, all’uccisione di Luigi Calabresi, il 17 maggio del 1972. Christian Raimo ha definito quest’opera di Giordana un’occasione mancata, argomentandone qui le sensate ragioni. A seguito di questo suo intervento, abbiamo deciso di recuperare e proporvi in lettura l’opinione, apertamente negativa su libro e film, di un testimone e attore di quegli anni, Adriano Sofri, che in questi giorni ha scritto un istant book, scaricabile gratuitamente, proprio per fare luce sulle importanti inesattezze della ricostruzione della realtà storica operate prima dal libro, poi dal film ispirato. Di seguito la prefazione e le conclusioni di «43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film» di Adriano Sofri.

Prefazione

Scrivo alla fine di marzo del 2012. Sono passati, dal 12 dicembre 1969, 43 anni, poco meno. 43 anni, poco più, è nel 2012 l’età media degli italiani. (Però l’età media del governo in carica supera i 63 anni. Todo cambia, ma piano).
Dunque si può ragionevolmente pensare che il 12 dicembre di piazza Fontana – la strage per antonomasia di una storia repubblicana che dovette coniare il tristo nome di stragismo – sia ormai affare di storici e perciò meno lacerante. Il suo ricordo vivo è riservato a una minoranza di cittadini. I più non erano ancora nati, o lo erano da troppo poco per averne memoria. Interrogati su che cosa sia successo quel 12 dicembre, e per opera di chi, danno risposte raccapriccianti.
E però quella materia resta incandescente. Forse non occuperà, fra qualche anno, che un paragrafo modesto, di un tempo strano di guerra fredda, di spie infiltrati e provocatori, di golpisti e rivoluzionari, maschere da soffitta. Ma non ancora.
Scrivo quando è appena uscito il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage. Ha il proposito ambizioso di ricostruire la vicenda che va da piazza Fontana, 12 dicembre 1969, all’uccisione di Luigi Calabresi, 17 maggio 1972. Al suo centro sta tuttavia la trama umana che lega, nella scelta degli autori, il destino di due uomini, il ferroviere Giuseppe Pinelli e il commissario di polizia Luigi Calabresi. Anzi, di tre uomini, perché la figura di Aldo Moro vi appare anch’essa legata. È una scelta che comporta una netta forzatura, ma è la meno discutibile, quella più umanamente suggestiva, e più connessa alla parola “Romanzo”.
Romanzo di una strage cita, variandolo, il titolo che Pier Paolo Pasolini diede a uno dei suoi articoli più famosi, “Il romanzo delle stragi”, quando lo incluse negli Scritti corsari. Il Corriere della Sera lo aveva pubblicato il 14 novembre 1974 intitolandolo “Che cos’è questo golpe”. Si apriva proclamando: «Io so…». Pasolini vi rovesciava l’accezione comune di romanzo: «Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti».
Del film, a me interessa qui l’attinenza con la realtà. Un film di tale impegno, perfino indipendentemente dalla sua qualità, è destinato a far testo sulla vicenda che racconta. Per questo ne scrivo.
E anche perché il film si dichiara “liberamente ispirato” a un libro nel quale i “riferimenti a fatti e persone reali” sono spaventosamente “inesatti”. Gli autori hanno voluto segnare una distanza dalle tesi particolari del libro, e del resto il film se ne è discostato su punti essenziali. Il libro sostiene che Valpreda andò a deporre una bomba, benché nelle sue intenzioni solo dimostrativa, nella banca di piazza Fontana. Che Pinelli era a parte di un progetto di attentati simultanei, benché nelle intenzioni solo dimostrativi, e intervenne quel pomeriggio nel loro svolgimento. Che Calabresi era nel suo ufficio quando Pinelli ne fu defenestrato, e forse fu lui a “metterlo nell’angolo con impeto”. Il film ha ripudiato queste opinioni. Tuttavia in una scena finale – la più arbitraria, ai miei occhi: quella del dialogo fra Calabresi e il capo degli Affari Riservati, D’Amato – il film ha mantenuto la tesi principale sulla quale il libro è costruito, secondo cui nella strage della Banca Nazionale dell’Agricoltura, e negli altri attentati che la accompagnarono e la precedettero, si attuò una strategia della estrema destra eversiva e degli apparati segreti italiani e stranieri consistente nel “raddoppiare” tutto: due bombe, due borse a contenerle, due attentatori. Uno anarchico, l’altro fascista. Uno intenzionato a fare il botto, l’altro a fare morti. Considero questa tesi insensata, e nelle pagine che seguono lo argomenterò. Il film, avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe “innocue”, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che “raddoppiano” bombe fasciste. Il libro uscì nel 2009, si intitola Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie), l’autore è Paolo Cucchiarelli. Offriva “finalmente la verità sulla strage”. Nella riedizione del 2012 viene promosso come “il libro che ha ispirato il film”. Alla luce del film finito (ha avuto infatti una lavorazione travagliata) la fascetta pubblicitaria sulla ristampa dovrebbe dire piuttosto: “Il libro che non ha ispirato il film” – salvo quel tic del Raddoppio universale.
Quando il libro uscì, era così pieno di errori di fatto e di interpretazioni oltraggiose che preferii ignorarlo, benché una gran pagina sul Corriere della Sera ne lanciasse sconsideratamente la rivelazione: «Due borse, due bombe…». Ho cambiato idea. Dopo il lancio del film, persone stimabili e autorevoli, ma ignare, sono state indotte a raccomandare le scoperte del libro. Intanto, procedendo nello smascheramento del Raddoppio Universale, Cucchiarelli lo andava già estendendo alla strage di piazza della Loggia a Brescia, 1974: «Un fascicolo è aperto a Milano e si sta scandagliando l’ipotesi della doppia bomba anche a Brescia».
Questo libriccino dunque non fornisce una ricapitolazione né un’interpretazione complessiva – abbastanza assodata, del resto – della sterminata materia della “strage di Stato”. Vuole invece confutare una tesi dissennata che diventa pigramente, nel medio evo della fiction, la nuova vulgata su Piazza Fontana. La “bomba doppia”: un’assurdità bevuta con naturalezza. Nel film, raccontata come una favola dal poco fiabesco capo degli Affari Riservati D’Amato, la tesi suona, oltre che cervellotica, posticcia, e non ne inficia la narrazione. Nel libro è una onnivora superstizione.
Dichiaro due mie limitazioni particolari. Della prima è superfluo che avverta: sono stato a mio modo coinvolto negli avvenimenti di cui si tratta, sono stato condannato, come l’ultima scritta del film ricorda, per l’omicidio di Calabresi. Dunque nel confronto fra testimoni e studiosi sto piuttosto dalla parte dei primi, e tendo a concedere al contesto più che non faccia chi, venendo dopo, può più leggermente ignorarlo. Si è discusso del modo in cui è presentata nel film la feroce campagna di Lotta Continua contro Calabresi. Io ne ho detto tutto quello che dovevo dirne, da ultimo nel mio La notte che Pinelli (Sellerio, 2009). Qui non ci tornerò.
La seconda limitazione è praticamente influente: ho studiato meglio che ho potuto la documentazione che riguarda la vicissitudine di Giuseppe Pinelli, e ho maneggiato la prima documentazione sulla strage nella parte pertinente con quella vicenda. Sul resto, ovvero il milione (sul serio: come Marco Polo) di fogli, atti e testimonianze varie riguardanti l’estenuante sequela successiva di indagini e processi per la strage, sono appena un lettore medio, e mi guarderò dal simulare una competenza che non ho. Vedo che Marco Tullio Giordana, regista del film, si è trovato anche lui – in modo diversissimo dal mio, s’intende – nella duplice veste di testimone e di “storico”. Ha dichiarato un investimento autobiografico forte fino al pianto: «Il fatto è che io Calabresi l’ho conosciuto. Quando da studente ho occupato il mio liceo, il Berchet. È arrivato questo signore serissimo, gentile ed elegante, circondato da sbirri minacciosi, che non aveva l’aria del poliziotto e ci dava del lei, ci trattava come figli. A me fece una specie di paternale: ma come, lei, figlio di una vedova e con quattro fratelli, che grazie ai sacrifici di sua madre ha la possibilità di studiare, si mette a occupare! Uscii dall’interrogatorio con le lacrime agli occhi». Giordana spiega che aveva sempre desiderato raccontare questa storia e sempre rinviato, fino a che: «Un giorno ho letto che gli studenti dei licei milanesi credevano in maggioranza che le bombe le avessero messe le Brigate Rosse».
Una notizia come questa mi aveva spinto a scrivere su Pinelli. Un sondaggio condotto nel 2006 fra mille studenti delle medie superiori di Milano appurava che gli studenti che dicevano di aver sentito parlare della “strage di Stato” erano il 58 per cento. Il 42 per cento la attribuiva alle Brigate Rosse, il 39 alla mafia, il 22 agli anarchici, il 18,6 ai fascisti, il 4,3 ai servizi segreti. Almeno queste percentuali ora cambieranno.
Qui mi occuperò di un certo numero di fatti, dei loro documenti, dei loro travisamenti. E degli sconfinamenti dai fatti alle illazioni e alle insinuazioni. Il mio libro su Pinelli è propriamente l’antefatto delle osservazioni qui avanzate. Poiché non posso attribuirne la conoscenza a lettrici e lettori, ne allego in appendice le pagine che trattavano minuziosamente l’alibi di Pinelli, che anche qui mi sta specialmente a cuore. In fondo troverete anche una cronologia, e un sommario indice dei personaggi ricorrenti.

43 anni

Finisco di scrivere prima di sapere che accoglienza abbia incontrato il film presso il pubblico. Le reazioni delle “anteprime” sembravano risollevare questioni ereditate, e avevano una vivacità un po’ di maniera. La mia reazione è inaffidabile, perché sono mediocre spettatore di cinema, e all’opposto troppo “informato dei fatti” per non osservare continuamente lo scarto fra le cose come andarono e come sono raccontate. Poiché il film non è un documentario, e la soluzione non sta nell’evocare la parola che metta d’accordo tutto, docufiction, è naturale che quello scarto ci sia. La storia nel suo insieme racconta una ampia vicenda di poteri, di armi usate nella lotta politica, di tipi e maschere umane nei diversi ruoli sociali. I personaggi, e gli episodi in cui figurano, raccontano invece le vicende particolari che sono diventate esemplari dentro quella storia d’insieme, le più laceranti. Nel loro caso, l’intervento della finzione condiziona in modo decisivo la comprensione di chi guarda. A una simile difficoltà si può rispondere chiamando in scena un personaggio di fantasia, nemmeno importante, un passante, un cavallo alla battaglia di Waterloo, per guardare da lì alla mischia generale e ai generali e agli imperatori. Qui i personaggi privati sono anche protagonisti pubblici del dramma: Pinelli, Calabresi, e, a suo modo, ma un modo che lo rende loro fraterno, Aldo Moro. Personaggi di tragedia, di ognuno dei quali si sono scrutate mille volte frasi, espressioni, movimenti, azioni. Che le frasi e le azioni che compiono nel film corrispondano alla realtà, e fino a che punto, o se ne discostino per l’invenzione, e fino a che punto, cambierà sostanzialmente la conoscenza e l’atteggiamento dello spettatore. Non se ne potrà dire semplicemente: «È un film». Del resto, si fa fatica a dirlo anche dei film che non hanno a che fare con nessuna realtà, e si pretende che la frontiera sia diventata talmente sottile da finire con lo scomparire, perfino quando nel film ci sono due grandi torri che bruciano e rovinano, e persone vive che ne cadono giù nuotando nell’aria.
Sono molti i punti del film in cui succede. Pinelli viene interrogato su Sottosanti, ma in quello che sappiamo degli interrogatori di Pinelli questo non c’è, e si dice anzi che l’interrogatorio su Sottosanti avrebbe dovuto cominciare dopo la mezzanotte del volo. A Licia, nel film, Pino dice uscendo con Sottosanti: «Vado in banca a ritirare la tredicesima». Frase naturalissima, se non che in realtà la tredicesima, ritirata non in una banca ma alla cassa della stazione di Porta Garibaldi, mentre alla banca di Pinelli è Sottosanti che va a riscuotere un assegno, è un pezzo essenziale della questione dell’alibi. Il perito Teonesto Cerri che dice: «Ho trovato un pezzo di miccia» e la sbandiera, risolve di netto una questione controversa come l’esistenza o no della miccia, secondo una concatenazione che nel film non è stringente, ma è tesa alla conclusione della bomba raddoppiata. Del dialogo fra Pinelli e Calabresi nella libreria Feltrinelli ho detto. Il fatto è che un film, a differenza di un libro, non è fatto per tenere nel dubbio quello che mostra, e lo può fare solo, nelle scene cruciali, decidendo di non mostrarlo se non indirettamente: come il tonfo della caduta di Pinelli sentito da Calabresi in un’altra stanza, che è un modo per dire con certezza che Calabresi non c’era, e per rinunciare, com’è giusto, a far vedere con certezza com’è andata.
Che io trovi sbagliato lo scioglimento del colloquio fra Calabresi e D’Amato lo dicono tutte le pagine che precedono. Calabresi racconta la convinzione che si è fatto – menti di destra e mani anarchiche, e due bombe, una di Valpreda, l’altra fascista, Sottosanti o un altro – e D’Amato contrappone al suo “romanzo” la propria favola, delle due cordate, delle due bombe, ambedue di destra, una fascista e l’altra pure, più o meno (la parte più oltranzista della Nato, servizi americani, ambasciata Usa, estremisti veneti, settori delle Forze armate) e lui, D’Amato, a coprire tutto… Bastava una bomba. C’erano le mene dei servizi atlantici e la complicità e la connivenza dello Stato con quegli “estremisti”, veneti e non solo. Gli autori hanno obiettato che la tesi è riservata all’apologo di quella scena. In realtà gli indizi che vi portano sono seminati lungo il film. Tuttavia quella conclusione non basta a inficiarne il racconto. Gli autori, non so fino a quando, ribadiscono di credere a quella ipotesi. Peccato: perché essa conferisce una gratuita assurdità a uno svolgimento accertato. Farei a Giordana l’obiezione che invece riguarda il suo film, e non la residua dipendenza da un libro sventato. Proprio quella conclusione che addensa attorno alla trama di una “guerra appena cominciata”, dal 12 dicembre all’uccisione di Calabresi, una tal adunata di potenze nere e occulte – la cosa che probabilmente resterà più memorabile per i giovani che andranno a vedere il film – spiega lo stato d’animo dichiarato da Giordana, che “tutto passava sulle nostre teste”. Tutto quello che avvenne allora, tutto quello per cui la sua generazione pensò di battersi, fu giocato sopra la testa sua e della sua generazione da poteri troppo forti e ubiqui. Una piovra, diciamo. Io non sono d’accordo. Se fosse stato davvero così, se tutti, nelle fabbriche, nelle strade, nelle università, nelle galere, fossimo stati giocati da quell’onnipotenza tenebrosa, allora saremmo privati di tutto, anche dei nostri errori e delle nostre colpe. Il mio amico Mauro Rostagno andò a Trento, nel ventennale del ’68 e poco prima d’essere ammazzato. Ci andò e disse: «Meno male che abbiamo perso». Io sono d’accordo. Meno male che abbiamo perso. Però, Giordana, mi voglio tenere la coscienza di avere perso anche da solo, per mio conto, con le mie forze. Di non essere stato espropriato di tutto, anche della benedetta sconfitta, da quella tenebrosa cospirazione. E, per concludere, un’altra cosa. Giordana e i suoi coautori e attori si sono proposti, mi pare, di fare un film “monumentale”, alla lettera, di fare un’opera di memoria repubblicana. Non so se fosse un proposito appropriato, né se potesse riuscire. Verrebbe da dire che è troppo tardi, o troppo presto. Forse viene sempre da dire così. Ho cominciato la prima pagina dai 43 anni, e così finisco. 43 anni, l’età media degli italiani del 2012. Non è vero che quella storia continua: è consumata, ed è bene che lo sia. I ventenni, è bene che la sappiano, ma non è e non sarà più la loro.
Quando il presidente Napolitano – cui il film si è ispirato, direi – compì lui l’atto monumentale di ospitare insieme le famiglie di Calabresi e di Pinelli, e quando arrivò a nominare l’anarchico ferroviere, la sua voce si incrinò. Era il 2009. Fu inevitabile sentire e pensare molte cose: anche che ci sono lacrime trattenute per quarant’anni.

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