Unità Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/unita/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 13:14:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Unità Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/unita/ 32 32 Caro Presidente https://minimaetmoralia.it/interventi/caro-presidente/ https://minimaetmoralia.it/interventi/caro-presidente/#comments Wed, 05 May 2010 08:34:43 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2354 di Igiaba Scego Ieri sono stata ricevuta dal Presidente Napolitano per questa lettera, mi ha detto parole giuste ed equilibrate. Ma come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal […]

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di Igiaba Scego

Ieri sono stata ricevuta dal Presidente Napolitano per questa lettera, mi ha detto parole giuste ed equilibrate. Ma come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal contenuto gemello. Ma la politica sul precariato non cambia. Che fare?

L’Unità – Edizione Nazionale – 30/04/2010

Caro Presidente della Repubblica sono una cittadina di questo paese, mi chiamo Igiaba Scego, classe ‘74 e volevo informarla che mi sto arrendendo. Tempo fa Lei ha rincuorato i precari, i disoccupati, i ricercatori senza affiliazione a non gettare la spugna. Ci ha detto «Coraggio non vi arrendete. Non uscite dall’Italia». Ci ha rivolto parole dolci e sincere. Purtroppo Signor Presidente io mi sto arrendendo. E vorrei tanto avere quel coraggio che ho sentito nelle sue parole. Ma questi sono giorni molto difficili. Temo di non essere la sola a sentirsi così. Faccio parte, e non è una vuota statistica, di una generazione a cui sono state tarpate le ali. Sono una precaria della cultura. Sto diventando una precaria della vita. Sono settimane che penso a lei. Mi sono detta «Il nostro Presidente deve sapere». Mi sono chiesta per settimane come ci si deve effettivamente rivolgere al Presidente della nostra Repubblica. Alla fine ho optato per un Caro Presidente perché la parola caro è una parola legata all’intimità della sua figura che ci è padre (e sempre amico), ma anche all’intimità della disperazione quieta che le sto per illustrare. Io sono figlia di somali nata a Roma. Sono cittadina italiana. La Somalia, il paese dei miei genitori, della mia altra lingua madre, della mia pelle, delle mie tradizioni più intime si è liquefatto. La Somalia come stato non esiste più dal 1991. La guerra ci sta portando all’apocalisse, alla fine di ogni sogno. Ma ecco la perdita della Somalia mi ha fatto capire quanto invece è importante per me fare qualcosa, anche piccola, per salvare l’Italia e i sogni della mia generazione.

Ho due paesi. Uno l’ho (momentaneamente spero) perso, l’altro non lo voglio perdere. Ma come fare Signor Presidente? Come fare a non arrendersi quanto tutto sembra remarci contro? Io non voglio partire, non voglio fare il cervello in fuga. Non voglio scrivere l’ennesima lettera ad un giornale della persona che non ce la fa più e chiude baracca e burattini per tentar la sorte all’estero. Non voglio rinunciare al sogno di poter fare qualcosa in uno dei due paesi che sento veramente mio. Ma questo precariato, questa incertezza costante, mi stanno uccidendo… letteralmente. Ho un curriculum d’eccellenza, ma non serve. Sto cominciando ad avere problemi di salute per le troppe preoccupazioni. Tempo fa un amico di famiglia mi ha chiesto: «Ma tu, per lo stato italiano, cosa sei?». E poi: «Che lavoro fai?». Ho cercato di cavarmela con la solita parola: «Precaria». Ma lui ha chiesto «dettagli». Ho blaterato alcune cose. «Ho finito un dottorato di ricerca. Sono una scrittrice, una giornalista, una ricercatrice senza affiliazione. Sono letta. Collaboro con alcune riviste e alcuni giornali. Faccio mediazione culturale nelle scuole. Ho tenuto lezioni anche in un carcere minorile». Insomma, mi sono messa a fare una lista: «Lo sai che anche all’estero fanno tesi su di me?» ho detto. Ho cominciato a descrivere il mio personale arcipelago di lavori. La via crucis dell’essere precario. Nella speranza che l’amico rimanesse impressionato e la smettesse con le sue domande moleste che, a ogni sospiro, rischiavano di far crollare il castello di carta che m’ero costruita, ho aggiunto che sono laureata, ho fatto un corso di specializzazione, un master universitario, uno stage alla Radio vaticana, due programmi per radio Tre, e che vanto una collaborazione attiva con i giovani studenti del centro sociale Esc. E non mi sono fermata lì. «Ho lavorato in teatro. Scritto saggi. Ho tradotto opere dallo spagnolo». E visto che intendeva aprire di nuovo la bocca, ho continuato: «Conosco il lavoro duro, proletario, perché ho fatto la barista, ho venduto scarpe dietro una bancarella, ho venduto dischi, fatto la hostess nei convegni, l’animatrice con gruppi di bambini». Insomma ho parlato tanto. Mi si è seccata la gola. L’amico di famiglia aveva una domanda di riserva. Quella che temevo più di tutte: «Ma ci vivi con tutta ‘sta roba?». Potevo forse mentirgli? Gli ho risposto: «No, non ci vivo. Devo fare miracoli ogni mese. Vorrei un figlio un giorno, ma non ho idea di cosa gli darò da mangiare. Ora poi la mia situazione s’è fatta più drammatica: c’è la crisi e il poco lavoro». Signor Presidente ho un cervello e delle competenze, ma mi riterrò fortunata, se trovo un call center per sfamarmi nei prossimi mesi. Perché, in questo paese, a una come me offrono solo stage non retribuiti. Non importa se si è preparati. Non importa se si hanno esperienza e cervello. Amo profondamente l’Italia. Ultimamente, però, è cresciuta in me una rassegnazione ai limiti della depressione più cupa. Intorno a me la gente parte. la voglia di migrare tra chi ha 30 anni cresce. L’Italia è tornata ad essere di nuovo il paese degli emigranti. L’ultima dei miei amici ad aver fatto la sua valigia di cartone è Gordana Gaetaniello. Ora sta in India. Nel suo futuro c’è l’Australia. Gordana è l’ennesimo cervello in fuga. Io l’Italia me la porto dovunque nel cuore. Sembra romantico detta così. Ma di fatto è quello che sento. Mi scorre nelle vene. Come la Somalia del resto. Il Bel Paese non sta bene caro Presidente. È un malato grave, ma come dico sempre agli amici non è terminale. Possiamo riprenderci e avere un’altra chance. Io vedo un paese pieno di potenzialità. Gente capace, tante idee, voglia di fare. Però vedo anche il muro che hanno messo su diciamo i poteri forti (non è colpa solo della politica). Le faccio un esempio. L’università. Io ho un dottorato di ricerca e conosco tante persone piene di idee. Il sistema Italia non permette loro di fare ricerca. Molti dei miei amici hanno scelto la strada dell’emigrazione, altri hanno abbandonato il sogno e ora fanno i commessi, i camerieri o perdono il loro talento in un call center. L’Italia ha pagato per formare quelle persone e arrivati al momento della raccolta disperde questo patrimonio immenso. L’università è come un rampollo scapestrato di una ricca famiglia. Il rampollo ha tanti soldi, ma non sa spenderli bene, butta via tutto e rimane in mutande. L’università italiana è un po’ così. Il sistema è bloccato e ci sono pochi fondi. Servirebbe una riforma seria. Servirebbe aprire una questione morale autentica. Mettersi in gioco. Prendersi le proprie responsabilità. Sarebbe bello cominciare ad interrogarci su tante cose. Con onestà, trasparenza, fermezza. Io credo che il cambiamento potrà avvenire in Italia solo se si farà piazza pulita di tutti i comportamenti ambigui. Il mio più grande sogno è poter un giorno insegnare ai giovani studi postcoloniali e migrazioni. Non voglio andare via Signor Presidente. In un momento storico così delicato, dove l’Italia è cambiata, dove c’è una società multiculturale reale, un mutamento antropologico, sento che potrei fare da ponte. Spiegare quello che sta succedendo. Non voglio andare via Signor Presidente. Mi aiuti a restare. Ci aiuti a restare.
30 aprile 2010 pubblicato nell’edizione Nazionale nella sezione «Economia»

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Ahmand e i suoi fratelli indiani ridotti a schiavi per trenta euro al mese https://minimaetmoralia.it/inchieste/ahmand-e-i-suoi-fratelli-indiani-ridotti-a-schiavi-per-trenta-euro-al-mese/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/ahmand-e-i-suoi-fratelli-indiani-ridotti-a-schiavi-per-trenta-euro-al-mese/#respond Mon, 04 Jan 2010 09:16:20 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1464 Vi riproponiamo un’inchiesta di Alessandro Leogrande uscita sull’Unità; sembra incredibile che queste cose accadano nel nostro paese e per mano di nostri connazionali brava gente. Leggete dunque per credere. Il grave sfruttamento lavorativo lambisce sempre più marcatamente il lavoro migrante in Italia, come denuncia l’associazione «On the Road» (una delle organizzazioni del Cnca, il Coordinamento […]

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Vi riproponiamo un’inchiesta di Alessandro Leogrande uscita sull’Unità; sembra incredibile che queste cose accadano nel nostro paese e per mano di nostri connazionali brava gente. Leggete dunque per credere.

Il grave sfruttamento lavorativo lambisce sempre più marcatamente il lavoro migrante in Italia, come denuncia l’associazione «On the Road» (una delle organizzazioni del Cnca, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) che tra Marche, Abruzzo e Molise ha seguito i casi di 37 uomini e 4 donne cui è stata concessa la protezione sociale garantita dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione.

Oggi, come segnalato dal capo della squadra mobile di Roma Vittorio Rizzi, i programmi di protezione sociale che hanno permesso di liberare migliaia di vittime di tratta a fine sessuale o lavorativa, sono in vertiginoso calo. Eppure storie come quelle intercettate ogni giorno da decine di associazioni simili a «On the Road» suggeriscono che quei programmi andrebbero capillarmente estesi. Includendo, appunto, una vasta gamma di casi che vanno dall’ ipersfruttamento delle braccia alla riduzione in schiavitù vera e propria.
Per capire di cosa stiamo parlando, raccontiamo una storia accaduta a Carsoli, un paesino in provincia di L’Aquila. Nell’aprile del 2007 Ahmad e altri 15 operai indiani iniziano a lavorare presso una ditta di gessi e stucchi. Vengono dalle province di Calcutta, Kanpur e da altre regioni dell’India. Non conoscono una sola parola d’italiano. Ahmad, che ha 25 anni e per tutta la vita ha fatto il contadino, è stato contattato nel suo villaggio da un intermediario che gli ha promesso un lavoro da mille euro al mese in Europa. Così, fa una colletta tra i conoscenti, ipoteca il terreno della sua famiglia e dà al «caporale» 6.000 euro per coprire le spese del viaggio, il rilascio del visto e la ricerca del «posto di lavoro». Formalmente tutti e 16 vengono assunti comelavoratori distaccati da un ditta con sede a Dubai, che si scoprirà essere intestata a un parente del loro datore di lavoro. Ma nel paese arabo non metteranno mai piede.

Ahmad e gli altri 15 sono portati direttamente a Carsoli dall’intermediario, e lì le condizioni di lavoro sono lontane anni-luce da quelle promesse prima del viaggio. Sono costretti a lavorare 10 ore al giorno, compresi il sabato e quasi sempre anche la domenica, costantemente sotto la sorveglianza del loro intermediario, che diventa il loro «caposquadra» e di un altro caporale rumeno che si aggiunge al loro controllo. I contatti con i pochi italiani che lavorano nella stessa azienda sono praticamente ridotti a zero. Sulla porta del «loro» bagno c’è scritto: «Divieto di ingresso per gli indiani». Per tutto il giorno gli indiani sembrano essere concentrati in un sotto-mondo lavorativo. Sotto – mondo che si protrae anche oltre l’orario di lavoro. Vivono tutti in due stanze, all’interno della stessa fabbrica – 13 nella più grande, 3 nella più piccola – e non hanno diritto alle chiavi dal cancello esterno. Possono uscire dal ghetto- fabbrica-dormitorio solo la domenica pomeriggio, e di norma sotto la sorveglianza del caposquadra. Non possono fare la spesa: ogni due settimane è il padrone a rifornirli di riso e lenticchie, quando vanno a male sono costretti a mangiare il cibo avariato. In tali condizioni, i mille euro al mese restano un miraggio. Ahmad e gli altri percepiscono meno che briciole. 30 euro a testa per il mese di aprile, 97 a maggio, 150 a luglio… Come monito per tutti, i cinque tra loro che protestano vengono immediatamente rispediti in India.

Ahmad è l’unico che conosce l’inglese. Così un giorno trova il coraggio di scrivere una lettera di denuncia alla Cisl. Il sindacato avvisa la polizia che a sua volta «chiama On the Road». Michela Manente, legale dell’associazione, riesce finalmente una domenica pomeriggio a incontrare gli indiani, eludendo la sorveglianza. Parte la denuncia, e il loro incubo finisce. A due anni di distanza, dopo aver usufruito del programma di protezione, ora lavorano tutti al Nord regolarmente. Più accidentata è stata invece la via giudiziaria. La Procura antimafia di L’Aquila non ha ravvisato nelle denunce degli indiani il reato di riduzione in schiavitù, assegnando il fascicolo alla Procura di Avezzano che ha invece individuato i possibili reati di falso ideologico, violenza privata ed estorsione. Nel dicembre del 2008 c’è stato l’incidente probatorio, ma a un anno di distanza non c’è ancora ombra del rinvio a giudizio. Parallelamente è stata avviata un’azione civile per ottenere il risarcimento dei danni. Di casi come questi gli operatori di «On the Road» ne intercettano parecchi: pakistani, egiziani, cinesi, rumeni, marocchini. Se da una parte, con il nuovo governo, sembrano restringersi le possibilità di accedere alla protezione sociale, dall’altra manca ancora una legge che definisca il reato di grave sfruttamento lavorativo. Così, tutte quelle volte in cui, come per gli indiani, la Dda decide di non interpretare in maniera estensiva la riduzione in schiavitù, e quella particolare di «soggezione continuativa» di cui parla il nostro codice penale, i processi rischiano di sgonfiarsi.

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