università Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/universita/ un blog di approfondimento culturale Fri, 18 Oct 2019 05:32:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg università Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/universita/ 32 32 Harold Bloom: cosa resta del Canone https://minimaetmoralia.it/altro/harold-bloom-cosa-resta-del-canone/ Fri, 18 Oct 2019 05:32:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41395 di Nicola Lagioia questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo Benché insegnasse a Yale con i più alti gradi, Harold Bloom non aveva molta fiducia negli accademici, soprattutto per come aveva visto l’università cambiare sotto i suoi occhi nell’ultimo quarto di secolo. Detestava i professori convinti – il loro nome stava diventando legione […]

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di Nicola Lagioia

questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo

Benché insegnasse a Yale con i più alti gradi, Harold Bloom non aveva molta fiducia negli accademici, soprattutto per come aveva visto l’università cambiare sotto i suoi occhi nell’ultimo quarto di secolo. Detestava i professori convinti – il loro nome stava diventando legione – che la letteratura servisse a forgiare cittadini migliori, e così affidava la propria lezione (uno scrigno colmo di competenza mostruosa, passione straripante, idiosincrasie omeriche) a quello che Samuel Johnson chiamava “il lettore comune”, in particolare alle giovani e ai giovani che non muoiono dalla voglia di arruolare Virginia Woolf nella battaglia per la parità tra generi né di imbracciare Thomas Mann contro i nazionalismi, ma leggono Orlando e La montagna incantata per il puro piacere di farlo.

Di quale piacere si tratti è tuttavia bene spiegarlo, dal momento che la sua difesa è valsa nel tempo all’autore di Canone occidentale, oltre che tanti ammiratori, anche tanti nemici. Chi ama davvero la letteratura, continuava a ripetere Bloom, non lo fa per dotare di un megafono le proprie battaglie politiche o civili, ma per un desiderio di altrove che non ha nulla di evasivo. Al contrario, è una brama che ci spinge verso una più piena umanità, un viaggio che ci può far trovare faccia a faccia con l’assoluto, e ancora meglio – nel momento in cui sprofondiamo nell’opera di Proust, nei versi di Leopardi, in una pagina di Dante o di Shakespeare (i due centri del Canone) – ci porta addirittura a confonderci con esso, per quanto l’assoluto e il sublime possano toccare gli umani.

Il nemico di tutto ciò è la “scuola del risentimento”, “i professori di hip hop” convinti che una rima dei Run dmc pareggi Aurore d’autunno di Wallace Stevens, ma soprattutto i questurini del politicamente corretto che, gonfi di rancore davanti al valore di Kafka o di Pessoa, affollano i dipartimenti di “cultural studies” per abbassare al proprio livello questi giganti.

Il problema è che i “risentiti” di cui parlava Bloom non sono più esclusiva delle università, ma occupano ormai qualunque tipo di tribuna, tendono a monopolizzare il discorso pubblico, hanno conquistato una vera egemonia e sono pronti a relegare quelli come lui tra i maschi bianchi conservatori di cui sbarazzarsi al più presto.

In realtà la lezione di Bloom è tanto più importante quanto più rischia ora di diventare minoritaria. Cosa resta ad esempio del suo Canone? Il metodo, e non per forza il merito. Una strategia sbagliata per sminuire Bloom è fare infatti la conta dei suoi personali salvati e liquidati. Aveva probabilmente torto nel ridurre David Foster Wallace a un talentuoso confusionario, e se fosse nato trent’anni dopo avrebbe forse riconosciuto su Stephen King la lezione di Charles Dickens. E allora? La questione non riguarda chi è dentro e chi è fuori. Harold Bloom oggi va brandito contro chi ritiene che il valore di un’opera si misuri sulla sua utilità sociale o su ciò che rappresenta il suo autore fuori dal libro che ha scritto. Un’opera letteraria non è migliore solo perché il suo autore è gay o lesbica o afroamericano o disabile o disoccupato o nato in un paese distrutto dal neocolonialismo. Le minoranze, le vittime del sistema economico, gli umiliati dai pregiudizi, i calpestati dall’imperialismo godono di un credito che è sacrosanto rivendicare (e riscuotere!) sul piano politico e sociale, non certo su quello artistico se non ne sono all’altezza. Albertine scomparsa l’ha scritta Marcel Proust e non purtroppo il sottoscritto, e il fatto che io venga dalla provincia dell’Impero o che i miei nonni fossero poveri contadini e non ricchi possidenti non arricchisce di un’oncia i miei meriti letterari e non alleggerisce di un granello di senape quelli di Proust.

La terribile crisi economica che ci ha investiti ha comprensibilmente arroventato la nostra vocazione vittimaria (visto che il mondo sembra incurante del danno che ho subito, ne pretendo almeno la certificazione) e il narcisismo nutrito dai social risarcisce malamente la perdita della nostra rilevanza su altri fronti, ma arrivare a sentirsi per questo danneggiati dalla grandezza altrui, pretendere che i danni subiti sul piano della giustizia sociale vadano recuperati sul territorio dell’estetica in nome del progresso democratico significa gettare con l’acqua sporca due millenni di letteratura, e contro questo Harold Bloom si è sempre coraggiosamente battuto.

Molti detrattori della lezione di Bloom si sono trovati in questi anni a confondere Bret Easton Ellis col Patrick Bateman di American Psycho, Vladimir Nabokov con l’Humbert Humbert di Lolita, a rivendicare una versione anticolonialista de Lo Straniero e una femminista di Anna Karenina, a diffidare maschi bianchi benestanti dallo scrivere romanzi i cui protagonisti fossero donne o neri o poveri, dimenticando che compito della letteratura non è risarcire i torti del mondo ma raccontarlo, non è depositare una sentenza ma comprendere, e se proprio non si può evadere dalla logica del tribunale, allora la letteratura è un’istruttoria non finalizzata a gradi di giudizio. Quando leggendo Delitto e castigo ci ritroviamo a empatizzare con Raskolnikov, un assassino, stiamo riuscendo nell’esercizio di alterità che tanto rivendichiamo proditoriamente nella nostra vita civile. Troppo spesso non usiamo le sacrosante battaglie politiche di cui ci riempiamo la bocca come leva per cambiare il mondo, bensì come protezione, come diversivo retorico per non mostrare la nostra parte più autentica (la nostra parte vulnerabile, o magari quella scandalosa). Il problema con Harold Bloom è che la grande letteratura da lui così tenacemente difesa ha spesso il potere di lasciarci soli davanti all’insensato dolore – e all’eversiva meraviglia – di essere uomini. È ciò di cui oggi abbiamo più paura, ma è anche ciò di cui abbiamo più bisogno.

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Ancora sulla poca sensatezza di #ioleggoperché https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ancora-sulla-poca-sensatezza-di-ioleggoperche/ Mon, 30 Mar 2015 11:21:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26049 di Claudio Giunta Le librerie chiudono, i libri non si vendono. Tra le cose che l’Associazione Italiana Editori (AIE) si è inventata per metterci una pezza c’è #ioleggoperché, “una grande iniziativa nazionale di promozione del libro e della lettura” che per quanto si riesce a capire dal sito funziona così: ci si dichiara disponibili a […]

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di Claudio Giunta

Le librerie chiudono, i libri non si vendono. Tra le cose che l’Associazione Italiana Editori (AIE) si è inventata per metterci una pezza c’è #ioleggoperché, “una grande iniziativa nazionale di promozione del libro e della lettura” che per quanto si riesce a capire dal sito funziona così: ci si dichiara disponibili a diventare Messaggeri, si ricevono gratuitamente a casa 6+6 copie di due diversi romanzi, scelti da una lista di 24, dopodiché si può “partecipare attivamente a tutte le iniziative di #ioleggoperché” (non mi è chiaro come, ma iscrivendosi si capirà).

Non so come siano stati scelti i 24 romanzi. Immagino che ogni casa editrice ne abbia indicato uno dal suo catalogo, scelto tra i più facili, leggibili, tentanti anche per i lettori più deboli, che sono quelli da conquistare alla lettura. Sono tutti romanzi di autori contemporanei. Sono, per dirla molto gentilmente, romanzi di qualità diseguale.

È un’iniziativa promozionale, e va benissimo: è bene che i libri si vendano e che le case editrici non chiudano, e ogni tattica che aiuti a raggiungere questo obiettivo è legittima (la stessa cosa naturalmente – ma il dettaglio sembra sfuggire a molti, specie tra gli intellettuali – vale per i gestori di sale cinematografiche, i produttori di lampadine e i rivenditori di auto usate: in sé, vendere libri non è un’attività né più né meno nobile che vendere bistecche). Nello specifico ho però due obiezioni, una di metodo, o meglio di forma, l’altra di sostanza.

L’obiezione di forma è questa. Invitare alla lettura può anche andare bene, ma il linguaggio emozional-motivazionale che leggo nel sito no, perché è proprio il tipo di linguaggio che bisognerebbe tenere lontano dai libri e lasciare agli imbonitori di piazza o ai telepredicatori: “Lascia il tuo segno sul Social Wall”, “Il libro come esperienza da condividere”, “Diventa Messaggero” (e lasciamo stare, che ormai è tardi, la parola-prezzemolo evento, che in un paese normale non sarebbe mai andata più in là di Corso Como). Sospetto che i non-lettori intelligenti non si faranno sedurre da questa retorica, e continueranno a non leggere: hanno la mia totale approvazione, anche perché secondo me non leggere è meglio che leggere alcuni dei libri che si trovano nella lista compilata dall’AIE. E sospetto che a essere sedotto sarà soprattutto qualche secchione brufoloso con la smania di evangelizzare il mondo a colpi di Sveva Casati Modignani. Spero che continuino a non invitarlo alle feste.

Fin qui siamo nel kitsch, ma nel legittimo. Illegittima è un’altra cosa (e questa è l’obiezione di sostanza). Ho appreso dell’esistenza di #ioleggoperché perché mi è arrivata una comunicazione della mia università che mi invitava a visitare il sito e ad “aderire all’iniziativa”. Visitare il sito e aderire a un’iniziativa promozionale? Sono caduto dalle nuvole. Poi però ho visto che #ioleggoperché ha ricevuto il patrocinio di varie associazioni di benintenzionati, e tra gli altri quello della CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. Che avrà sollecitato gli uffici comunicazione degli atenei, avrà invitato a partecipare a questa bella iniziativa, a organizzare un Evento, stabilendo anche che – come leggo nel sito – «se sei uno studente universitario, oltre a poter diventare un Messaggero e offrire un contributo essenziale alla diffusione della passione della lettura in tutta Italia, potrai avere accesso ai crediti formativi se la tua università è tra quelle che li hanno previsti». Fai il Messaggero, declama un paio di pagine di Margaret Mazzantini, e ti togliamo mezzo programma d’esame: ecco un’altra patacca di cui si sentiva la mancanza.

Senza nostalgie per lo stato di natura e per il buon selvaggio, ho sempre più spesso l’impressione (e so che non è un’osservazione originale, che altri l’hanno pensata prima e meglio) che la cultura amministrata sia ormai uno dei tanti nomi della stupidità. Ma lasciando la filosofia ai filosofi, vorrei solo dire che nei dipartimenti universitari dei cui destini la CRUI dovrebbe occuparsi, specie in quelli che si dedicano alle scienze speculative (sottorappresentate, temo, in quegli uffici, fitti invece di medici ingegneri economisti avvocati, cioè di persone che di libri veri, nella loro vita, ne hanno letti pochi), nei dipartimenti universitari s’incoraggia regolarmente la lettura di centinaia, migliaia di libri nessuno dei quali si trova né si troverà mai nella lista dei magnifici 24 che la CRUI ha controfirmato, ed è in base alla conoscenza di questi libri, non di quelli, che si scontano i crediti agli studenti. L’università serve a questo: a tenere alta l’asticella, non ad aiutare la gente a passarci sotto. Anche per questo (ma non solo per questo), la CRUI non dovrebbe avallare iniziative promozionali, specie se camuffate da crociate per la cultura, e specie se la loro qualità culturale è discutibile come quella di #ioleggoperché.

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Intervista a Tullio De Mauro https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-tullio-de-mauro/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-tullio-de-mauro/#comments Tue, 03 Apr 2012 12:53:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7328 L'intervista uscita per «il Messaggero» di Matteo Nucci a Tullio De Mauro, che lo scorso 31 marzo ha compiuto ottanta anni.

«A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzione. Da Presidente del Consiglio, scelse un Ministro forte, Vittorio Emanuele Orlando, e nacque la scuola elementare italiana. Oggi, avremmo bisogno di un capo del governo del genere, uno che in prima persona voglia reimpostare la politica scolastica e culturale del Paese. Per puntare davvero sulla produttività. Mi pare però che ne siamo ben lontani». Tullio De Mauro compie 80 anni e festeggia facendo quel che ha sempre fatto. Massimo linguista italiano, Ministro dell’istruzione per tredici mesi, non ha mai smesso di riflettere sullo stato di salute del sistema scolastico e universitario italiano. E oggi dice: «La scuola può salvarsi. L’Università l’hanno fatta a pezzi. Della ricerca è quasi inutile parlare. È evidente a moltissimi esperti di economia che stiamo già pagando, in termini di produttività, un deficit di ricerca. Ma nessun politico ne parla. Eppure all’estero, Sarkozy e Hollande si sfidano sull’istruzione; Obama per vincere punta sull’istruzione; la Merkel taglia i fondi su tutti i settori e quel che risparmia lo redistribuisce all’Istruzione. Qui invece si demanda a un Ministro come se fosse materia di un solo Ministero. Da Monti non ho sentito una parola. E, per la verità, non ne ho sentita una da nessun altro politico, con l’eccezione, davvero solo verbale, di Vendola».

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L’intervista uscita per «il Messaggero» di Matteo Nucci a Tullio De Mauro, che lo scorso 31 marzo ha compiuto ottanta anni.

«A inizio Novecento, Giolitti capì che il Paese aveva bisogno di istruzione. Da Presidente del Consiglio, scelse un Ministro forte, Vittorio Emanuele Orlando, e nacque la scuola elementare italiana. Oggi, avremmo bisogno di un capo del governo del genere, uno che in prima persona voglia reimpostare la politica scolastica e culturale del Paese. Per puntare davvero sulla produttività. Mi pare però che ne siamo ben lontani». Tullio De Mauro compie 80 anni e festeggia facendo quel che ha sempre fatto. Massimo linguista italiano, Ministro dell’istruzione per tredici mesi, non ha mai smesso di riflettere sullo stato di salute del sistema scolastico e universitario italiano. E oggi dice: «La scuola può salvarsi. L’Università l’hanno fatta a pezzi. Della ricerca è quasi inutile parlare. È evidente a moltissimi esperti di economia che stiamo già pagando, in termini di produttività, un deficit di ricerca. Ma nessun politico ne parla. Eppure all’estero, Sarkozy e Hollande si sfidano sull’istruzione; Obama per vincere punta sull’istruzione; la Merkel taglia i fondi su tutti i settori e quel che risparmia lo redistribuisce all’Istruzione. Qui invece si demanda a un Ministro come se fosse materia di un solo Ministero. Da Monti non ho sentito una parola. E, per la verità, non ne ho sentita una da nessun altro politico, con l’eccezione, davvero solo verbale, di Vendola».

Ma cominciamo dall’inizio, Professore. Il suo ultimo libro (Parole di giorni un po’ meno lontani, il Mulino) è un intreccio di ricordi linguistici dominato da maestri, insegnanti, professori, scuole, licei, università. Partiamo dalla scuola, allora.
La scuola è un «corpaccio» così grosso e forte che può prendere colpi e cazzotti, può subire tagli e riduzioni, ma resiste. Non che siano stati poco gravi i colpi inferti. Ma la scuola si assesta e va avanti. Porta risultati e profitti. Anche se i genitori a metà anno devono procurare la carta igienica.

E l’Università?
È stata fatta a pezzi. Oltre ai tagli dei finanziamenti, sono due le mosse che sembrano studiate per distruggerla. La prima è una norma: ogni cinque professori che vanno in pensione se ne chiama solo uno. Questo significa che si stronca il funzionamento delle facoltà. Se vanno in pensione un archeologo, uno storico medievale e uno moderno, un glottologo e un italianista, io chi chiamo? Cinque lavori molto diversi. Quattro li elimino. Quali? E perché? Ma vede, c’è un altro problema enorme. I professori oggi passano il loro tempo a studiare normative che richiedono continui adempimenti. Da tre anni sono letteralmente sommersi da regolamenti complicati, di incerta interpretazione e che si accavallano gli uni sugli altri costringendoli a un lavoro del tutto estraneo al loro mestiere. Walter Tocci, uno dei rarissimi parlamentari che si occupano della questione, ha calcolato che la cosiddetta riforma Gelmini richiederà diecimila norme tra regolamenti attuativi del Ministero e dell’Università. Insomma, si è scatenata, a ragion veduta, una tempesta burocratica. Il risultato è il coma dell’Università pubblica. Un giorno qualcuno se ne accorgerà. Forse la mitica Europa? Comunque, la ricostruzione sarà durissima.

I centri di ricerca invece in che condizioni sono?
Si salvano i fisici che hanno creato un’oasi. Per il resto l’atrofizzazione dei centri ha portato alla dispersione o all’ammazzamento di ricercatori giovani. E qui i danni non si riparano facilmente. Rispetto al “corpaccio” della scuola, per la ricerca parliamo di corteccia cerebrale. Lesioni irreparabili dunque. C’è poco da essere ottimisti.

Il nuovo governo non lascia sperare?
Si deve puntare sulla produttività, questo è evidente a tutti. Perché, diversamente, gli sforzi compiuti ora saranno inutili. Sono sorpreso che non si stia lavorando a un progetto a lungo termine. Esistono analisi dell’Ufficio Studi della Banca d’Italia che, assieme al parere di molti economisti come Tito Boeri o Luigi Spaventa, ci dicono chiaramente il motivo del ristagno della produttività: l’insufficiente grado di formazione. Per tenere il passo con le grandi trasformazioni si deve investire su Università e Ricerca. Mi pare che il governo dei tecnici non stia facendo nulla e che nessuno dei politici ne sia consapevole. Soltanto Prodi ne fece una bandiera. Una parentesi brevissima.

Veniamo allo stato di salute della lingua italiana.
La lingua sta bene. Stanno male quelli che la usano. Mi spiego. Siamo riusciti a conquistare la capacità di parlare italiano per il 95 per cento. Non siamo riusciti invece a conquistare la capacità di leggere. Leggiamo poco. Pochi giornali e pochissimi libri. I lettori sono circa un terzo della popolazione. I restanti due terzi non hanno quel retroterra di letture e formazione scolastica che garantiscono un possesso saldo della lingua. Parliamo molto e leggiamo poco. Questo incide sul modo di usare l’italiano. Si va troppo a orecchio. Però la lingua, per conto suo, sta bene.

Il prossimo anno si festeggerà un’altra ricorrenza. I cinquant’anni della Storia linguistica dell’Italia unita. Di passi se ne sono fatti.
Il progresso è stato enorme. E ora chi parla bene italiano parla con sicurezza molto maggiore. La lingua gira a tutto regime e ne siamo più padroni rispetto alla generazione colta degli anni Quaranta. Questo si vede anche nella scrittura. Chi scrive bene scrive molto meglio. Si è persa quella rigidità, quella pomposità. L’oratoria dei pubblici ministeri, per esempio, era da caricatura

Quanto alla semplificazione della lingua per cui lei si è molto battuto, la sfida è vinta?
Nel parlare e nello scrivere comuni sì. Purtroppo nella comunicazione amministrativa si annidano sacche di oscurità. Le banche innanzitutto. Arrivano malloppi di pagine già materialmente illeggibili perché scritte in caratteri minuscoli. E anche se uno prende una lente, ci vogliono ore per capire. Lì forse un po’ di volontà di lasciare il cliente all’oscuro c’è.

E ci si rassegna.
Qui viene fuori il nostro carattere. Sa, negli Stati Uniti, c’è una normativa sulla chiarezza degli atti rivolti al pubblico di Assicurazioni e Banche. Frutto del coraggio di un cittadino della Virginia che nel ‘70 portò in tribunale un’ Assicurazione. Sostenne che era impossibile, al momento della firma, avere comprensione del cavillo a cui si erano appellati per non rimborsarlo. Sconfitto inizialmente, l’uomo s’impuntò e vinse. Una sentenza che ha fatto epoca. Dovuta all’etica tutta protestante di quel cittadino. Noi siamo diversi. Non sappiamo dire «Io non ci sto». È lontano dalla nostra cultura antropologica.

In che senso?
Dinanzi a una Banca, un Comune, un pezzo di Stato, ci manca il coraggio. È qualcosa che è dentro di noi. Ossia la preoccupazione che vengano a vedere se il balconcino ha troppe piante o se abbiamo le persiane non conformi a qualche regolamento comunale tra i mille. L’idea che un’Autorità pubblica possa, se còlta in fallo, ritorcersi contro di noi è qualcosa che ci portiamo dentro. Ci manca il coraggio protestante del cittadino della Virginia. Preferiamo andare dal potente e chiedere se per favore ci aiuta. È un difetto nazionale. Dovremmo tutti imparare a essere più rigorosi. Verso noi stessi, innanzitutto. Ma anche verso le persone che scegliamo e che paghiamo perché ci amministrino e ci governino.

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Come difendere il valore del lavoro intellettuale e creativo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-difendere-il-valore-del-lavoro-intellettuale-e-creativo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-difendere-il-valore-del-lavoro-intellettuale-e-creativo/#comments Tue, 06 Mar 2012 12:30:08 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6875 Sul sito La furia dei cervelli è apparso questo contributo alla discussione sullo stato del lavoro culturale in Italia firmato da Sergio Bologna. Lo pubblichiamo in previsione delle tre assemblee a tema che si svolgeranno durante festival «Libri come», 8-11 marzo, all'Auditorium-Parco della Musica: domenica 11 marzo, alle ore 20, questo intervento di Bologna aprirà l'assemblea «Il lavoro culturale: la bandella della Magliana», venerdì 9 e sabato 10, alla stessa ora, si svolgeranno le assemblee «0,60 a cartella» e «La cassa delle letterature». Vi aspettiamo per discutere insieme di argomenti che ci riguardano. la foto con cui apriamo il pezzo è un'illustrazione di Gipi.

di Sergio Bologna

Dovessi raffigurarmi il paradiso
me lo immaginerei come una biblioteca.
(H. Müller)

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Sul sito La furia dei cervelli è apparso questo contributo alla discussione sullo stato del lavoro culturale in Italia firmato da Sergio Bologna. Lo pubblichiamo in previsione delle tre assemblee a tema che si svolgeranno durante festival «Libri come», 8-11 marzo, all’Auditorium-Parco della Musica: domenica 11 marzo, alle ore 20, questo intervento di Bologna aprirà l’assemblea «Il lavoro culturale: la bandella della Magliana», venerdì 9 e sabato 10, alla stessa ora, si svolgeranno le assemblee «0,60 a cartella» e «La cassa delle letterature». Vi aspettiamo per discutere insieme di argomenti che ci riguardano. la foto con cui apriamo il pezzo è un’illustrazione di Gipi.

di Sergio Bologna

Dovessi raffigurarmi il paradiso
me lo immaginerei come una biblioteca.
(H. Müller)

A Roma il moto di rivolta dei lavoratori della cultura, dello spettacolo, dei media, è partito col piede giusto. I simboli contano. È cominciato da una biblioteca, dalla Biblioteca Nazionale. Non importa se allora la protesta è riuscita o meno, ma aver scelto una biblioteca come punto di partenza ha avuto il potere di evocare valori universali e contraddizioni importanti della nostra epoca. Cosa viene in mente a sentir dire “biblioteca”, oltre a servizio pubblico, bene comune? Provo a elencare alcune parole-chiave.
Conservazione della memoria, ricerca, silenzio, palestra della mente.
Difficile stabilire una gerarchia, ma conservare la memoria è una funzione essenziale, un cardine della civiltà, la metterei al primo posto. La Biblioteca è il luogo dove sono custoditi, salvati, i documenti con i quali si può visitare il passato e dunque conoscere meglio il presente. Senza biblioteche non c’è storia, senza storia non c’è cultura. Sono luoghi che resistono alla cancellazione permanente insita nel nostro modo di vita.
Ricerca, paziente, ostinata, che avanza passo dopo passo – l’opposto della frettolosa ricerca via Internet.
Educazione della mente, non performance. Riflessione, non prestazione. Ultimo luogo pubblico dove trovi quel bene prezioso, sempre più raro, che è il silenzio.
In una biblioteca non c’è il vuoto degli spazi pubblici inutili, tanto cari agli architetti di certi musei o gallerie d’arte.

1. Il tema di questo dibattito è: lavoro culturale e le sue condizioni di mercato. Come deve ragionare il lavoro culturale per migliorare le sue condizioni, il suo status? O meglio, come dovrebbe ragionare? Le considerazioni che seguono intendono portare un contributo in tal senso.

C’è stato un tempo, quello nel quale si è formata e consumata la mia generazione, durante il quale la condizione del lavoro culturale si giocava sul discrimine tra cultura alta e cultura bassa, cultura di classe e cultura proletaria. Questo tempo è passato – per fortuna forse – ma nel mio modo di pensare di esso è rimasto un residuo da cui non intendo – o forse non posso – sbarazzarmi. Di che si tratta? Della convinzione che 3la cultura è conflitto sociale, se proprio non ci piace il termine conflitto, è pur sempre prodotto di un qualcosa che nella società si muove, cambia, si trasforma. Nel bene o nel male. Non può esserci cultura dove la storia si è fermata, dove tutto tace. Può essere esplicitato o meno questo rapporto, può esserci cultura che nasce da un piccolo tornante della storia e lo ignora, ma consapevolmente. Cultura senza interlocutori, avversari, referenti, non esiste. Cultura autoreferenziale non è cultura.

2. Ma questo tipo di cultura, che è il prodotto di una trasformazione sociale, nasce sempre dal volontariato. È un grosso scoglio, questo, perché è difficile affrontare la condizione economica del lavoro culturale oggi senza riflettere sul senso del nostro volontariato. Come possiamo parlare di tariffe se prima non risolviamo il problema del volontariato? Il nostro volontariato non è riconosciuto come tale, non ha la legittimazione sociale di cui godono i volontariati che si occupano d’infanzia abbandonata o di epidemie. Non rientra nella categoria.

Abbiamo fondato riviste, raccolto una cerchia di collaboratori, organizzato le riunioni di redazione, inseguito gli autori per la consegna dei pezzi, suggerito gli indici, ce le siamo scritte, le abbiamo portate in tipografia, ce le siamo distribuite, ce le siamo pagate, siamo andati in giro a presentarle, ci abbiamo rimesso i soldi che servivano per l’affitto di casa, tanti studenti le hanno prese in mano, sono venute fuori idee per la tesi, hanno cominciato a guardare la loro disciplina in altro modo…. Perché il nostro volontariato non ce lo riconosce nessuno? Perché un tale che raccoglie offerte per la lotta contro la psoriasi è riconosciuto come volontario e noi no?

“Perché quello fa una cosa che serve” – mi si risponde – “voi fate quello che vi piace”.

Non pretendo che mi si dica che il mio lavoro ha un’utilità sociale, mi accontento che mi si iscriva nella lista del volontariato. Avremo diritto a qualche agevolazione. Questo è un punto da approfondire, magari diventa una rivendicazione.

3. Rapporto di lavoro, contratto, retribuzione. E qui c’è la dannazione del lavoro intellettuale a mettere i bastoni tra le ruote. Nel lavoro intellettuale non c’è mai l’alienazione totale, quella che dava all’operaio massa il senso di estraneità assoluta verso il suo prodotto e gli apriva il cervello, lo predisponeva al conflitto, una volta superata la paura e calcolato i rischi. Il lavoro intellettuale non riesce a raggiungere il distacco completo dal suo prodotto, quell’alienazione totale che permette di capire come funziona il mondo. Nel prodotto ci mette una parte, sia pure piccola, di se stesso, pertanto gli riesce difficile odiarlo, guardarlo con occhio estraneo. Parlo del prodotto, non del mestiere. L’orgoglio di mestiere è altra cosa.

Il lavoratore intellettuale, anche se assunto a tempo indeterminato, raramente riesce a costruire un fronte di lotta collettivo, è più probabile che negozi da solo la sua posizione. Il precariato oggi ha reso la negoziazione individuale un fenomeno strutturale. Pertanto riuscire a costruire battaglie collettive è un grande compito, assai difficile. C’è da chiedersi però se partire dal prodotto, dalla prestazione, sia la strada più percorribile. Io penso che le due condizioni, quella del volontariato e quella dell’insufficiente estraneazione, sono dei lacci che legano le mani al lavoro intellettuale nel concepire il conflitto inteso come premessa di un negoziato con la controparte. Perciò proverei ad arrivarci per un’altra strada.

4. Il volontariato che produce cultura come attività extramercato è il vero lavoro di conoscenza, mentre la prestazione conto terzi è cessione di competenza. Proviamo a scindere conoscenza e competenza, un’operazione arbitraria, però proviamo a farlo per chiarire meglio questo passaggio. Ho difficoltà a immaginare un lavoro di conoscenza retribuito o meglio, retribuito per il suo valore. Perciò mi riesce difficile toglierlo dalla sfera del volontariato. Il lavoro intellettuale retribuito è cessione a titolo oneroso di competenze, non è lavoro di conoscenza, tant’è vero che dopo avere fornito servizi competenti non ci sentiamo per niente arricchiti del nostro bagaglio di conoscenze. Abbiamo arricchito il nostro savoir faire, è una cosa diversa, ci siamo meglio attrezzati per erogare lo stesso servizio con minore sforzo, così come l’operaio dopo avere ripetuto lo stesso movimento per cento volte impara a farlo in modo da strappare del tempo per una sigaretta a parità di output. Ma questa situazione che è tipica dello skill non rientra nella sfera del lavoro di conoscenza che per sua natura è un lavoro extramercato, svincolato da un prodotto specifico o anche dal “produrre”, è molto più legato all’”inventare”, all’”innovare”, a rompere gli schemi, a “liberare” e a liberarci. Conoscenza e libertà sono due termini inscindibili, che si possono esprimere anche con una sola espressione “libertà di pensiero”, qualcosa che rimanda all’infinito.

Lo skill invece è sempre circoscritto a qualcosa di finito e quasi di cogente com’è caratteristico di tutte le attività di prestazione conto terzi, ha libertà limitata, è strumentale a un rapporto di dipendenza. Inoltre, la sfera della conoscenza non è mai “specialistica” mentre la competenza deve esserlo.

5. La conoscenza quindi è innervata nella trasformazione sociale ed è per sua natura incompatibile con una mercificazione, non rientra nel classico ciclo marxiano denaro-merce-denaro, è un prodotto del volontariato. Parlare di “lavoro di conoscenza” pertanto non è del tutto corretto, il termine “lavoro” dovrebbe sempre essere associato all’idea del lavoro come merce scambiabile con denaro. Negli ultimi anni si è spesso sentito dire e scrivere: il nostro lavoro non è una merce! Chi ha detto e scritto così pensava forse di difendere la dignità del lavoro, l’intenzione era buona, io penso invece che si debba dire “il mio lavoro è merce, è quello che mi consente uno scambio monetario con cui sopravvivo, scambio che debbo cercare di migliorare a mio favore con il negoziato o con il conflitto”. Distinguendo nettamente l’attività di cessione di competenze a terzi dal volontariato proprio del lavoro di conoscenza.

Se dobbiamo parlare della condizione socio-economica del lavoro culturale oggi, dobbiamo focalizzare il discorso sulla creazione e lo scambio di competenze, il lavoro di conoscenza per ora mettiamolo da parte.

6. Creazione di competenze allora, qui entra subito in gioco il discorso sull’università. L’università fornisce competenze non conoscenza. L’ordinamento universitario, essendo sempre più specialistico e compartimentato, non contribuisce a creare conoscenza né cultura come trasformazione sociale. Quindici anni fa, quando abbiamo iniziato a sistematizzare il discorso sul lavoro autonomo, abbiamo avuto necessità di creare una “Libera Università”, recuperando il significato originario del termine universitas, comunità di persone animate dagli stessi interessi. L’innovazione di pensiero oggi deve liberarsi della macchina universitaria. Oggi è impossibile avere libertà di pensiero nel format della produzione accademica. Dall’economia alla sociologia, alla filosofia, alla letteratura, nelle scienze umane in generale, il format del prodotto accademico è concepito con lo scopo di legittimare la macchina esistente, è un meccanismo autoreferenziale.

7. Dicevamo che l’università fornisce competenze non conoscenza. Però comincio a dubitare che questa macchina sia ancora in grado di fornire competenze. Sicuramente non è in grado di fornire le competenze richieste dal mercato. Non è un problema da poco e poi: come si fa a stabilire se è inadeguata la domanda o l’offerta? Dovremmo dire che è un rapporto di forza, a comandare è la domanda. Qui entriamo nella sfera del mercato del lavoro. Gli studi universitari sono un investimento che l’individuo fa per poter entrare nel mercato del lavoro con probabilità di accedere al suo segmento meno povero. Quindi studia per poter acquisire quelle competenze che gli consentono uno scambio favorevole. In genere pensa al mercato del lavoro del paese dov’è nato, quindi inquadra le sue aspettative in un contesto socio-economico specifico. Come si configura questo contesto oggi in Italia? Non è la sede per fare un’analisi della situazione italiana del mercato del lavoro. Però due numeri, due, potrebbero aiutarci a chiarire meglio il nostro discorso. Sintetizzando al massimo diciamo che il mercato del lavoro si suddivide in due macrosegmenti: il mercato della P.A., dell’impiego pubblico o dell’impiego creato da risorse pubbliche, e il mercato dell’impresa (pubblica o privata non fa problema). Nel primo caso il capitale è dato da trasferimenti, nel secondo da profitti.

8. Il primo è controllato direttamente o indirettamente dalla politica. Per quanta autonomia un funzionario della P.A. possa conquistarsi nei confronti della politica, alla fine questa finisce per prevalere nelle scelte e nell’allocazione delle risorse. Basta pensare proprio al settore della cultura.

Questa situazione produce come effetto la caduta di valore delle competenze, sostituite da altri criteri di scelta del candidato.

Come fare per rimediare a questa situazione? In particolare il lavoro culturale, come fa a conquistare una posizione di maggior potere negoziale con la P.A. se le competenze del singolo, i suoi skill valgono poco o non valgono? (Pensiamo quante volte siamo caduti nell’illusione che presentando un bel progetto, innovativo, avremmo ottenuto un finanziamento!).

Singolarmente si ottiene ben poco, occorre per forza porsi come forza collettiva nel negoziato, occorre costituirsi come soggetto pubblico, come lobby. Ma prima ancora occorre rendere possibile il negoziato costringendo la P.A. a discutere pubblicamente e preventivamente la politica culturale che intende perseguire e la distribuzione delle risorse tra i vari progetti, quella cosa che va sotto il nome di “bilancio pubblico partecipato”. Mi sembra che qualcosa in questa direzione a Roma lo stiate facendo. Alle forze politiche con le quali possiamo dialogare dobbiamo porre questa rivendicazione come scambio politico. Un suggerimento che posso dare è quello di leggere le scelte di politica della cultura all’interno dell’”economia dell’evento” non perché questo è il modo di fare buona cultura ma perché questo è il modo in cui il sistema capitalistico oggi fa cultura, cioè come una leva per mettere in moto risorse che toccano diversi settori della vita economica, dal turismo al mondo assicurativo, senza trascurare un consistente settore artigianale-operaio. Il capitalismo ha creato una filiera e qui sta la sua forza, per contrastarlo o condizionarlo dobbiamo ripercorrere la filiera, decostruirla (rimando al nostro libro “Vita da freelance”, al capitolo sull’economia dell’evento). Per non parlare del problema della partecipazione del capitale privato alla politica della cultura, le cosiddette sponsorizzazioni. Non sono quasi mai concepite come contributo al bene pubblico ma come contributo all’immagine aziendale. Si dovrebbe prenderne di mira qualcuna che finanzia i soliti obbrobri e colpire l’immagine dell’azienda, un po’ nello stile del movimento no logo.

Costituendoci in soggetto pubblico possiamo migliorare la condizione di mercato delle nostre competenze, ne riportiamo il valore su livelli accettabili, ma per far questo occorre tanto lavoro di conoscenza, tanto volontariato. Da soli, individualmente, anche se dotati di competenze relazionali, per così dire, non riusciremmo a migliorare la nostra posizione negoziale.

9. Due numeri sul macrosegmento dell’impresa in generale. In Italia l’impresa da parecchi anni non crea posti di lavoro più di quanti ne distrugga e quei pochi che crea sono, come sappiamo, per l’80% a termine. E se crea posti di lavoro, lo fa prevalentemente in settori stagionali o in progetti a termine (il turismo e l’edilizia sono i più caratteristici di questi). Gli imprenditori dicono che in Italia non si può lavorare, eppure i numeri ci dicono il contrario. Dall’indagine Mediobanca-Unioncamere sulle imprese italiane 2009-2010.

Dalla prima tabella, Indici di sviluppo complessivi, si vede chiaramente che anche nell’ultimo quinquennio, sebbene i fatturati non siano stati insoddisfacenti, è diminuita la forza lavoro. Il fatturato certo non conta molto, sono gli utili che contano. Dalla seconda tabella, Struttura dei conti economici, dall’ultima riga – segnata con la freccia rossa – si può vedere che anche negli anni della crisi, negli anni peggiori, gli utili non si sono azzerati, anzi, e negli anni precedenti sono stati migliori. Non si può continuare a dire che in Italia un’impresa moderna non può lavorare perché i dipendenti costano troppo o che in Italia a fare impresa ci si perde. Quelli che così parlano pensino invece ad investire nelle loro aziende. L’aspetto veramente sconcertante del capitalismo italiano emerge infatti dalla tabella seguente.

È la settima riga quella sulla quale voglio richiamare l’attenzione – segnata con la freccia rossa. L’apporto di capitale da parte degli azionisti delle imprese si è ridotto in maniera drammatica. I nostri capitalisti, tranne in alcune medie imprese, non hanno investito, non hanno reinvestito, sono stati i primi a non credere nelle loro aziende, hanno approfittato di un credito a buon mercato, hanno dirottato i profitti su altri settori (immobiliare soprattutto, prodotti finanziari) o li hanno esportati. L’altra ragione per la quale gli azionisti non hanno investito nelle loro imprese è dovuta ai meccanismi della finanziarizzazione. Chi investe come venture capital dopo tre anni se ne esce dall’impresa con un profitto e lo investe altrove. La Germania oggi ha una situazione economica buona, la disoccupazione è ai minimi perché le aziende tedesche hanno reinvestito anche negli anni della crisi. Molte, a migliaia, sono tornate dall’estero, soprattutto dai paesi dell’est, per ritrovare la qualità della forza lavoro. Questo è anche il risultato di una politica di deregulation del lavoro che dal 2002 ad oggi in Germania ha creato 6 milioni di working poor, situazione in parte tamponata da un welfare abbastanza solido. Ma in Italia non è bastata la deregulation, abbiamo gli stessi working poor, non abbiamo i sussidi per sostenerli, ma la maggior parte del padronato, con un senso civico piuttosto singolare, i suoi profitti li dirotta altrove, contribuendo in tal modo alla stagnazione che ci affligge da parecchi anni. Se ha spostato le aziende all’estero si guarda bene dal riportarle in Italia. Conclusione: le competenze nel settore controllato dalla P.A. valgono poco, nel settore controllato dalle imprese restano inutilizzate oppure vengono prodotte dal sistema universitario in maniera che non corrisponde alla domanda di mercato.

10. È difficile credere che il governo Monti, con la fase 2, quella delle politiche di sviluppo, riesca a cambiare questa situazione mediante le liberalizzazioni oppure mediante la riforma del mercato del lavoro, cioè riesca a convincere gli azionisti delle imprese a fare il loro dovere. Pertanto non c’è molto da sperare nella creazione di posti di lavoro da parte delle imprese. Non hanno investito finora, non lo faranno domani. Le competenze, ammesso che qui valgano di più che nel mercato controllato dalla P.A., resteranno in gran parte inutilizzate. Qui sembra ancora più difficile poter migliorare la situazione, dopo che il sindacato è diventato un’arma spuntata e spesso anzi contribuisce a peggiorare la situazione (perché, invece di irrigidirsi sull’art. 18 i sindacati confederali non si sono irrigiditi sulle norme che possono migliorare la condizione del precariato e sui sussidi di disoccupazione? D’altronde è anche singolare che non esista un movimento di massa dei precari in grado di stringere d’assedio la sede dove le parti sociali discutono la riforma del lavoro, se non ora quando?). Quando parliamo di padronato attenti però a generalizzazioni superficiali. Il capitalismo nostrano, toccati certi limiti di estrazione di plusvalore dalla forza-lavoro, si organizza sempre più in modo che l’impresa maggiore possa sfruttare altre imprese minori lungo la catena di subfornitura. A tutto questo si aggiunge un ciclo dell’economia mondiale non favorevole, che incide sulla parte più dinamica dell’impresa italiana, l’esportazione. La somma di queste cose ci porta a concludere che negli anni prossimi il mercato del lavoro italiano, nel versante delle imprese, non offrirà ai giovani maggiori o migliori prospettive di quelle che presenta oggi. Da noi ci sarebbe da aggiungere come terzo macrosegmento quello dell’economia criminale, che rappresenta una parte dell’economia sommersa. E’ inutile nascondersi dietro un dito, le varie mafie in Italia immettono liquidità nel sistema e sono il terzo datore di lavoro dopo la P.A. e l’impresa.

11. Negli Stati Uniti risulta dagli ultimi dati che il 62% dei nuovi posti di lavoro è prodotto dalle start up, cioè da microimprese nate per iniziativa di qualcuno che si è inventato un lavoro. Può darsi che la politica keynesiana del futuro non sia quella di costruire grandi infrastrutture (modello al quale sembrano affezionati ancora i nostri governanti) ma quello di fornire risorse alle start up. Ma perché questo sia praticabile occorre una drastica redistribuzione delle risorse. Negli USA la riduzione delle spese militari è il passaggio più evidente.

Non escludo che questa tendenza si manifesti anche in Italia. Già da parecchi anni è la microimpresa a creare il maggior numero di posti di lavoro da noi. Ma non si tratta propriamente di start up bensì di attività prodotte dalla scomposizione e frammentazione del ciclo produttivo e distributivo esistente, per consentire quel meccanismo di sfruttamento dell’impresa sull’impresa di cui abbiamo appena parlato, in parte definito come outsourcing. In pratica in che cosa consiste questo meccanismo? Nello scaricare rischi e costi sul fornitore, nel non pagarlo o pagarlo con ritardi drammatici – mentre lui deve pagare i dipendenti a fine mese, le spese vive, gli interessi alla banca che gli sconta le fatture e che alla fine non gli concede nemmeno il fido. Ci sono più suicidi di piccoli imprenditori falliti che di operai licenziati.

Quando parliamo di start up pensiamo istintivamente alle imprese nate negli anni 80 e 90 con la rivoluzione informatica, pensiamo a Silicon Valley, a un lavoro intellettuale di alto livello, al quale non possiamo disconoscere il titolo di lavoro di conoscenza. Sembra però che l’orientamento delle start up americane di oggi vada meno nella direzione del business e più nella direzione dell’Existenzgründung, come chiamavano i tedeschi il lavoro autonomo qualche decina di anni fa, tradotto in parole povere, sono un modo per sopravvivere più che un modo per far quattrini.

12. Torniamo per un momento al problema del lavoro di conoscenza, senza dimenticare però che l’oggetto della nostra riflessione non è una nuova teoria della conoscenza ma un semplice contributo per rispondere alla domanda: come deve (dovrebbe) ragionare il lavoro culturale per migliorare la sua condizione socio-economica oggi? Abbiamo detto che il lavoro di conoscenza è un lavoro extramercato, avente come orizzonte l’infinito, tutto volontario. Ci riferivamo al lavoro di conoscenza che produce valori immateriali, archetipi, prototipi mentali, che produce idee sulle quali si costruisce una mentalità, una capacità di discernimento, un modo di vivere e di concepire le cose, una filosofia di vita, un’etica e dunque una politica. Lavoro di conoscenza è quello che produce valori trasmissibili, riproducibili, idee che possono servire ad altri. Nel lavoro di conoscenza c’è sempre una tensione, una spinta sociale, in esso è sempre presente il moto del dono, quindi è intrinsecamente votato al volontariato.

Ma saremmo ingenui e fuori dal mondo se volessimo isolare totalmente il lavoro di conoscenza dalla natura dell’homo faber. Ricordando Silicon Valley avevamo prima introdotto il discorso sulle start up. Si è verificato allora il fenomeno di una rivoluzione tecnologica prodotta da tanti lavori di conoscenza individuali, nati spontaneamente, che, una volta tradotti in merce, siano essi prodotti materiali o immateriali oppure servizi, hanno creato modi di vita diversi, in parte hanno permesso nuovi spazi di comunicazione e di libertà, in parte hanno creato le premesse per nuove condizioni di schiavitù. Quello che voglio dire è che questo lavoro di conoscenza ha cambiato il mondo nel bene e nel male e ha dato al lavoro cognitivo una legittimazione ed un peso molto rilevanti. Sperare che una stagione simile si ripeta e si ripeta in Italia non mi sembra il caso, però un lavoro di conoscenza in grado di produrre progetti sostenibili e attività che consentano quella sopravvivenza che non sarà più assicurata da una domanda di lavoro o distorta – nel caso della P.A. – o insufficiente, va considerato un obiettivo da perseguire tanto importante quanto l’organizzazione di un conflitto.

13. Qualcuno potrebbe obbiettare a questo punto che c’è una palese contraddizione tra la definizione del lavoro di conoscenza volontario che si misura con l’infinito e il lavoro di conoscenza che produce merci. Certo che c’è contraddizione ma è la stessa insita nel lavoro in quanto tale, nel concetto stesso di lavoro, di cui Marx dice che è doppelseitig, ambivalente, portatore di libertà e del suo contrario, dipendenza. In ogni scelta che noi facciamo è insito un risultato e il suo rovescio. Quella che nasce come impresa sociale può diventare strumento di mera accumulazione, la storia del movimento cooperativo lo dimostra. I rivoluzionari possono diventare i peggiori dittatori. O accettiamo che questa ambiguità, questa ambivalenza, sia intrinseca ad ogni lavoro di conoscenza e ad ogni lavoro culturale, oppure ci trasformiamo in adoratori di una Città del Sole che non verrà mai. Ma questo “realismo” non ci impedisce di affermare che il lavoro di conoscenza al quale noi ci sentiamo chiamati, per nostra vocazione, per nostra scelta, è il lavoro che produce valori universali, trasformazione sociale e sensazione di libertà in chi lo esercita. Dunque volontariato.

14. Se questa fosse la sua unica qualità, non varrebbe la pena parlarne in un contesto dove si trattano problemi in ultima istanza “sindacali”. Non avrebbe senso parlarne qui. Invece credo che abbia senso questo discorso perché il lavoro di conoscenza al quale ci sentiamo chiamati per una spinta etico-intellettuale è quello che oggi meglio consente alla persone di dotarsi delle competenze necessarie a sopravvivere come knowledge worker in una situazione di mercato nella quale, se dovessimo calibrare la qualità e la tipologia delle competenze sulla domanda effettiva delle imprese o della P.A., oggi in Italia, finiremmo solo per ingrossare le fila dei disoccupati o di quei poveretti che se ne stanno chiusi in casa al computer a spedire curricula a tutto spiano. Quello che appare lavoro di conoscenza come missione di volontari è in realtà, tra le altre cose, molto spesso la palestra migliore per dotarsi di competenze “relazionali”, oggi altrettanto utili quanto le competenze “tecniche”. I missionari del dono, considerati degli acchiappanuvole, riescono spesso a dotarsi di competenze spendibili meglio di tante altre perché non sono frutto di un’istruzione standardizzata e codificata ma di un’autoformazione.

15. Concludo con una riflessione che mi è suggerita dall’esperienza che stiamo facendo nella vita associativa di ACTA (Associazione Consulenti Terziario Avanzato). La crisi di mercato delle forme di lavoro dipendente, che ormai è un dato di fatto – ma non è in crisi l’aspirazione degli individui ad un lavoro retribuito regolarmente – ci ha portato a indagare con sempre maggiore attenzione le opportunità del lavoro indipendente o autonomo che dir si voglia. La sua condizione oggettiva, la sua situazione socio-economica, non è migliorata né nel nostro Paese né altrove. Ci chiediamo perché, malgrado questo, il lavoro indipendente continui a crescere soprattutto nelle professioni intellettuali e creative. Può darsi che sia l’effetto di una situazione di necessità: trovando sempre meno chi offre lavoro dipendente a condizioni decenti, si accetta un lavoro autonomo anche a condizioni difficili o indecenti. Potrebbe essere letto così lo sviluppo delle start up negli USA.

Noi però siamo orientati a vedere le cose da un’altra angolatura. Parlando con le persone e soprattutto dialogando con tanti freelance all’estero – il network internazionale è una risorsa indispensabile non solo ad un’associazione ma a qualsiasi knowledge worker – abbiamo notato un forte cambiamento nella mentalità dei lavoratori autonomi delle professioni intellettuali, che sembrano voler uscire dall’isolamento tipico di chi lavora in proprio per cercare sempre di più un modo di lavorare in comune, in spazi condivisi. Il fenomeno dei co-working si sta diffondendo a macchia d’olio nel mondo, sono partiti come una nicchia del business immobiliare, ma sempre più gli utenti chiedono a queste strutture la possibilità a) di creare competenze mediante scambio e integrazione di professionalità diverse, b) di creare community, socialità. Ciò risulta nettamente dall’indagine che è stata fatta in occasione del secondo convegno mondiale del co-working che si è svolto a Berlino nel novembre 2011. Siamo convinti che in futuro questi spazi potranno essere considerati come un servizio sociale. Farlo entrare nella zucca dei nostri Amministratori di enti locali non sarebbe una cattiva idea. Altrettanto importante sarebbe far entrare nella zucca dei nostri governanti l’idea di una politica keynesiana diversa da quella fondata su grandi opere infrastrutturali e orientata invece al sostegno delle start up (superando però l’approccio dei vecchi “incubatori”, che sono nati con l’illusione di creare tante piccole Silicon Valley). In attesa che la nostra azione sia capace di ottenere dei risultati su questo piano, direttamente politico, dobbiamo provvedere noi stessi a realizzare questo cambiamento con lo spirito di un nuovo mutualismo. La Freelancers Union negli Stati Uniti ci sta riuscendo, in Europa siamo ancora indietro ma qualche passo avanti si sta facendo, c’è una spinta “sindacale” e associativa di tipo nuovo.

16. In Italia la battaglia più difficile è quella contro le vecchie associazioni, chiuse nel difendere il recinto della singola professione e succubi del modello associativo degli Ordini professionali. Pensano in questo modo di difendere il valore della competenza e non si accorgono di essere semplicemente portatrici dell’ideologia del professionalismo. Un’ideologia, dice un illustre sociologo, “tipica delle persone che hanno bisogno, per vivere, di avere un’alta considerazione di se stesse”. Certe volte noi di ACTA abbiamo difficoltà a far capire che questo è il modello associativo contro il quale ci battiamo. Contro di esso noi proponiamo un modello di rappresentanza “trasversale”, in grado di battersi per gli interessi comuni di tutte le professioni, di tutto il lavoro professionale. Molti pensano invece che la nostra principale preoccupazione sia quella di distinguerci dal sindacato operaio, dai sindacati confederali. Noi invece vogliamo smantellare un’ideologia che imprigiona la middle class e la mette alla mercé dell’attuale sistema capitalistico e nel far questo ci ispiriamo a culture, come quella del mutualismo, proprie del movimento operaio. I sindacati confederali (oltre a crearci dei problemi sul fronte dei contributi previdenziali) non hanno ancora capito il senso della nostra battaglia sul fronte dei modelli associativi del ceto professionale. Per quanto riguarda poi la Sinistra istituzionale, la vicenda della Torino-Lione e dei No Tav dimostra ancora una volta il suo legame indissolubile con gli interessi dei gruppi che vivono di commesse pubbliche per la costruzione di grandi infrastrutture e quindi la sua subalternità a un modello di sviluppo che ha già rovinato la Spagna. Sulla riforma del mercato del lavoro ACTA ha avanzato una sua proposta, ma avrà qualcosa da dire anche sulla fase 2 del governo Monti. Se il destino del nostro Paese si gioca sulla knowledge economy e sulla cultura, la nostra piccola esperienza, la vostra, dovranno contare sempre di più.

1. Interessanti a questo proposito le due indagini sugli sbocchi professionali dei laureati degli ultimi anni accademici in undici università lombarde condotte dalla Camera di Commercio di Milano.

2. La ricerca si può scaricare dal sito www.mbres.it, viene ripetuta dal 2002 ed è effettuata sui bilanci di un campione di più di 2000 imprese. Le tabelle citate sono la 6 alla pagina XL e la 17 alla pagina LIII.

3. Per un maggiore approfondimento del “modello tedesco” rimando al capitolo terzo di Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro, di D. Banfi e S. Bologna, Feltrinelli, Milano 2011.

4 L’ostacolo principale, ancora una volta, è la mancanza di capitale di rischio, il cosiddetto “Round A”; abbiamo le idee ma chi ha i soldi non ce li mette. The 2nd annual Global Co-Working Survey 2011/2012.

5. Proposta ACTA per il lavoro professionale autonomo, 23.2.2012, su www.actainrete.it.

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Street Fighting Year https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/street-fighting-year/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/street-fighting-year/#comments Mon, 20 Dec 2010 12:50:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3535 A seguito della manifestazione del 14 dicembre, molte voci e molti commentatori si sono cimentati nell’esercizio di racconti improvvisati ed elaborazioni semplicistiche, nessuna delle quali pensiamo abbia colto il senso ultimo e vero di quella giornata.

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Dopo la poesia di Christian Raimo pubblicata ieri, abbiamo deciso di aprire uno spazio per documentare quello che si preannuncia – dopo tanto tempo – come un reale anno di lotta. Ringraziamo la rete di AteneinRivolta per averci concesso di pubblicare la testimonianza degli studenti di Siena. Se l’inverno è già così caldo, aspettiamo che arrivi primavera.

A seguito della manifestazione del 14 dicembre, molte voci e molti commentatori si sono cimentati nell’esercizio di racconti improvvisati ed elaborazioni semplicistiche, nessuna delle quali pensiamo abbia colto il senso ultimo e vero di quella giornata.
Crediamo opportuno dare anche il nostro contributo, il contributo di chi quel giorno c’era e non rinnega di esserci stato, il contributo di un movimento che ha la maturità e le capacità di analizzarsi e di leggersi senza parzialità e autoreferenzialità.
Riteniamo doveroso mettere da subito in chiaro quelli che per noi sono dei cardini incontrovertibili: quel pomeriggio a Piazza del Popolo c’eravamo tutti. Non avrete da noi nessuna dissociazione e nessun distinguo. Chi si diletta in questo tipo di operazioni probabilmente avrebbe fatto meglio a non scappare da Piazza del Popolo, lasciando alla mercé delle forze dell’ordine i manifestanti, ma piuttosto mettere in campo un’altra gestione della piazza che era possibile, necessaria e che probabilmente, con la forza di tutti e tutte, ci avrebbe fatto arrivare ai Palazzi del potere.
Non riteniamo di dover dare conto della nostra azione a chi è intenzionato a mettere in piedi un gioco al massacro che ci vuole dividere in buoni e cattivi. Rifiutiamo questo campo di confronto che i media e il potere, ipocritamente, ci vogliono imporre.
Non ci interessa quindi discutere inutilmente sulla presenza o meno di infiltrati, presunte frange estremiste o fantomatici black block. Non ci interessa perché rivendichiamo una rabbia ed una indignazione giusta che hanno unito tutti coloro che il 14 hanno di fatto sfiduciato il governo. Un governo che, barricato e asserragliato oltre innumerevoli zone rosse, porte chiuse, blocchi della polizia, si presenta di fatto impermeabile e ottuso, chiuso nel binomio dei festini e delle decisioni autoreferenziali dell’oligarchia al potere. A questa dimensione la piazza del 14 ha opposto la sua forza e la sua disperazione, un ripetuto “tutti insieme facciamo paura” che esprime veramente il terrore che il palazzo ha di una moltitudine libera, consapevole, in lotta per il proprio futuro e che non accetta di confrontarsi a partire dai canoni che il palazzo stesso gli vuole imporre.
Chiariamo un altro punto: la vera dimensione di violenza, questa sì organizzata e ancor più feroce, proprio perché silenziosa e istituzionalizzata, è quella di un Paese che vede innumerevoli cassintegrati e licenziati in tronco, migliaia di terremotati ancora in attesa di casa, 3 morti sul lavoro ogni giorno e la strage quotidiana dei sucidi in carcere; la violenza di un paese che priva di dignità e di futuro una generazione che molto spesso non ha altra via d’uscita che la rinuncia alla vita stessa.
La nostra forma di violenza è quella che si legge nella storia di questa generazione, la risposta politica e sociale che porta avanti uno scontro diretto, che si esprime in una maniera radicalmente alternativa di interpretare i rapporti sociali, nel nostro rifiuto dell’individualismo e dell’egocentrismo come motore della società: al palazzo, simbolo chiuso del potere ridotto a mercanteggiamenti, noi opponiamo una piazza aperta e multiforme, libera; alla società dei consumi e della vuota comunicazione di massa noi contrapponiamo le facoltà liberate, le assemblee e la partecipazione collettiva: collettività che decide e non delega, che rappresenta la vera forma politica, che sceglie il conflitto come comunicazione contro chi è incapace di qualsiasi forma di dialogo.
Non riteniamo possibile altro confronto contro chi utilizza la moneta come unico strumento di dialogo e ribadiamo come questo movimento, proprio per la sua radicale novità e complessità, non è né rappresentato né compreso, ma solo stereotipato e strumentalizzato dalle varie forze e movimenti presenti nel paese.
Come chi difende la libertà noi abbiamo il dovere di resistere un minuto di più.

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