Uri Caine Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/uri-caine/ un blog di approfondimento culturale Thu, 21 Nov 2013 16:03:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Uri Caine Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/uri-caine/ 32 32 Nelle città https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-citta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-citta/#comments Thu, 21 Nov 2013 16:30:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16529 Riprendiamo il discorso su metropoli e letteratura con una riflessione di Vittorio Giacopini apparsa sul "Domenicale" del "Sole 24 Ore". Qui l'intervento di Nicola Lagioia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Vittorio Giacopini

Da Baudelaire a Cortázar, o da Benjamin a Debord, ultimo Cronopio, la figura del flaneur ha plasmato il nostro immaginario, con incanto, ma è una storia finita, irripetibile. Ce ne accorgiamo da  dettagli trascurabili, minuzie, e da un’atmosfera di fondo, irrespirabile. La nebbia misteriosa (non è nebbia) che avvolge Buenos Aires ne L’esame di Cortázar ha la stessa consistenza delle brume parigine di Baudelaire facendo da sfondo a un’esplorazione urbana e a un’avventura. È un paesaggio oggi indicibile, smarrito. Non andiamo più alla “deriva”, semplicemente, e persino Alice nelle città è un sogno remoto (in Lisbon  Story la stessa operazione naufraga in caricatura citazionista). Già Sebald, tardissimo epigono, cercava rifugio e senso ai margini della scena, dietro le quinte. La retorica dei ‘non-luoghi’ ha bloccato in una formula furba, troppo comoda, una mutazione estrema, colossale. Da spettacolo, da oggetto di stupore e apprensione, di meraviglia, la città si è fatta sintomo, allusivo. In anticipo sui tempi, Jane Jacobs raccontanava negli anni Cinquanta Vita e morte delle grandi città americane;  il cinema e la letteratura elaborano adesso quella profezia.

L'articolo Nelle città proviene da Minima et Moralia.

]]>
paolograzioli2

Riprendiamo il discorso su metropoli e letteratura con una riflessione di Vittorio Giacopini apparsa sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”. Qui l’intervento di Nicola Lagioia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Vittorio Giacopini

Da Baudelaire a Cortázar, o da Benjamin a Debord, ultimo Cronopio, la figura del flaneur ha plasmato il nostro immaginario, con incanto, ma è una storia finita, irripetibile. Ce ne accorgiamo da  dettagli trascurabili, minuzie, e da un’atmosfera di fondo, irrespirabile. La nebbia misteriosa (non è nebbia) che avvolge Buenos Aires ne L’esame di Cortázar ha la stessa consistenza delle brume parigine di Baudelaire facendo da sfondo a un’esplorazione urbana e a un’avventura. È un paesaggio oggi indicibile, smarrito. Non andiamo più alla “deriva”, semplicemente, e persino Alice nelle città è un sogno remoto (in Lisbon  Story la stessa operazione naufraga in caricatura citazionista). Già Sebald, tardissimo epigono, cercava rifugio e senso ai margini della scena, dietro le quinte. La retorica dei ‘non-luoghi’ ha bloccato in una formula furba, troppo comoda, una mutazione estrema, colossale. Da spettacolo, da oggetto di stupore e apprensione, di meraviglia, la città si è fatta sintomo, allusivo. In anticipo sui tempi, Jane Jacobs raccontanava negli anni Cinquanta Vita e morte delle grandi città americane;  il cinema e la letteratura elaborano adesso quella profezia.

Lo capiamo da minuzie, e da dettagli. I libri stessi diventano ‘sintomi’. N-W di Zadie Smith lavora su questo tema, senza dirlo, e per cogliere il senso vero del romanzo basta confrontarlo a Denti bianchi (o al Buddha di Kureishi, naturalmente). La Londra di N-W è un puro contesto di frammentazione. Vite che si incrociano, collidono, si mancano, subendo la città come condizione e vincolo, ricatto. La topografia urbana, la geografia, non sembra più organizzata in termini sociologici o politici. Se il grande romanzo inglese – da Defoe a Dickens per finire proprio a Smith, o a Kureishi – ha sempre raccontato le “due città”, la Londra dei ricchi e quella dei poveri, in N-W questo meccanismo è imploso, non si attiva. Tra un quartiere e l’altro non ci sono strappi o salti e l’abisso che separa Kilburn-Hig-Road da Maida Vale è più uno scarto mentale che esperienza. Ci portiamo dentro antichi significati sociali ormai scaduti; seguiamo mappe invecchiate, ovvero false. La scena rivelatrice sceglie la rete dell’Undergound, un sottomondo, per dichiarare un congedo inconfessabile. “Felix salì sulla penultima carrozza e guardò la mappa della metropolitana come un turista, impiegando un po’ a convincersi di dettagli che nessun autentico londinese dovrebbe controllare: da Kilburn a Baker Street (Jubilee); da Baker Street a Oxford Circus (Bakerloo)”.

Open City di Teju Cole è un libro impossibile. Già a partire dall’incipit, ambizioso, che all’apparenza promette l’infinita riscrittura di un lavoro già tentato mille volte, ormai logoro. “E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città”. Esplorare la città: il programma del flaneur, la sua bandiera.  Una maschera desueta, investibile. Quando poi è la città New York, scena abusata,  verrebbe da chiedersi se ne vale ancora la pena, e cosa dire e trovarci, perché provare? All’inizio degli anni zero, dieci anni fa, Cosmopolis di DeLillo sembrava aver definitivamente chiuso l’interminabile era del Grande Romanzo sulla Grande Mela e quel viaggio in Limousine da riva a riva aveva fatto calare il sipario sulla scena di Underworld o di Great Jones Street. Teju Cole, avventatamente, osa di nuovo. La differenza sta in una questione di sguardi, e di prospettiva. New York  (e Bruxelles, e, a distanza, la Nigeria) ritornano a vivere ma in sospensione. Assumendo il postmoderno non come cliché intellettuale ma come paesaggio, Cole non si chiude nella figura scontata e falso-ingenua dell’immigrato ma scrive da cosmopolita. È uno sguardo consapevolmente globalizzato – lo stesso che abbiamo tutti, ci piaccia o meno – diretto alla riscoperta di territori e contesti locali, ombre, resistenze. Cole scava in profondità e in senso letterale, fuor di metafora.

Lo spaesamento – la cifra vera del libro, la sua chiave – non nasce dal retaggio africano (l’immigrazione) ma da un gioco di specchi, culturale. I modelli di Cole sono ultraraffinati (Coetzee, Said) e la sua scrittura procede nella terra di nessuno, o poco battuta, che sta alla fine di ogni occidentalismo, di ogni orientalismo. Mondi che si guardano, si capiscono, si sanno; strutture culturali già saldate a fuoco e chiuse in un insieme (negli stessi, sobri, accenni all’11 settembre, la tragedia è riletta fuori dal mantra cretino del clash of civilizations, una bugia). Scavare, raschiare ogni superficie, cercare sotto: “esplorare la città” torna a essere possibile ma come un lento processo di carotaggio che prova a recuperare strati di senso (e voci remote di morti, voci e volti) sepolti da un manto di obbligato, globale, conformismo culturale. L’equivalente musicale di Città aperta sono le variazioni di Uri Caine in Wagner and Venice (Jazz e valchirie insieme, pare incredibile). Poi, ovvio, si tratta di trovarsi nelle città, esplorare sé stessi, fare il solito, lungo, giro attorno al cuore. Al cuore e al pensiero, anzi, alla coscienza. È tutta questione di consapevolezza, ma in situazione (urbana): “a un certo livello ciascuno di noi deve prendere se stesso come il punto di taratura della normalità, deve immaginare che lo spazio della sua mente non gli è, non può essergli interamente opaco”.

Ma non  è sempre questione di scavare, cercare in basso. In Fine Impero di Genna l’implosione del presente è tutta in  superficie, allo scoperto,  e si vaga per la città – una Milano ubriaca di polveri sottili , terrificante  – come sagome inanimate spinte su e giù tra festini, funerali e altri incidenti dalla carica a molle di un’ultima parodia di vitalismo. Con lo sguardo della tartaruga che “scansa il momento mirando l’epoca”, Genna strappa la Storia alla Cronaca ma è un disvelamento tragico, dolente. L’unico romanzo italiano che abbia saputo raccontare (e liquidare) il berlusconismo è disperazione allo stato puro. Impassibile, la città definisce l’orizzonte: una prigione. A introdurre la narrazione, dopo un prologo in cielo (o in cimitero), un viaggio iniziatico tra i più straordinari di sempre, memorabile. Scegliendo il punto di vista assurdo (o persino troppo logico) di un pneumatico, Genna descrive al rallentatore –stupendamente – un ingresso a Milano, da Corvetto. L’esperienza urbana come transito agli inferi (non discesa), attraversamento su binari morti e precisi, piste implacabili. Nessuna “deriva” è più ammessa, consentita.

Siamo dove “Milano finisce di colpo, non sfuma in outlet e capannoni scivolando nell’hinterland senza soluzione di continuità”. Una campagna salina e sparuti prati chimici che si mutano in quartiere, sotto assedio. È un salto di dimensione, netto, assoluto. Camposanto di Chiaravalle e Corvetto, Piazzale Medaglie d’Oro, la Città Annonaria e Porta Romana, il Policlinico: 10 chilometri scarsi di esperienza dell’estremo, anzi di niente, per dire un’ “epoca” appunto, un istante della Storia, definitivo (ma esistono “attimi oceano”, dice Genna). Un secondo attimo oceano, sfarfallante, balugina verso la fine, e paralizza. Fine Impero si chiude in un banco nebbia, e pensi a Cortázar: “Una figura scura nella nebbia, bianco sabbia, immenso un campo deserto e curvo alla sua sinistra, visto di schiena… entra nella nebbia e sta svanendo, sono io che cammino dopo ogni cosa senza fretta e accelero vedendo la fine”.

 

Libri di cui si parla: Julio Cortazàr, L’esame, Voland 2013; Zadie Smith, N-W, Mondadori 2013; Teju Cole, Città aperta, Einaudi, 2013; Giuseppe Genna, Fine Impero, Minimum fax, 2013.

L'articolo Nelle città proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-citta/feed/ 3
Il meglio di Pagina3: settimana dal 18 al 22 febbraio https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-febbraio/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-febbraio/#respond Sun, 24 Feb 2013 09:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13215 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di febbraio è Vittorio Giacopini. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Ian McEwan.)

Lunedì 18 febbraio:

 Intervista a Marcello Ciccaglioni proprietario della casa editrice Arion. “Non è più il tempo di piccoli e medi librai”. Articolo di Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano, p. 14-15

 “A volte perdo la fede nel dio della letteratura”. Articolo di Ian McEwan, la Repubblica, p. 45

L'articolo Il meglio di Pagina3: settimana dal 18 al 22 febbraio proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di febbraio è Vittorio Giacopini. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Ian McEwan.)

Lunedì 18 febbraio:

 Intervista a Marcello Ciccaglioni proprietario della casa editrice Arion. “Non è più il tempo di piccoli e medi librai”. Articolo di Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano, p. 14-15

 “A volte perdo la fede nel dio della letteratura”. Articolo di Ian McEwan, la Repubblica, p. 45

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Mardi Gras Drag, una registrazione del 1954, eseguita da Meade ‘Lux’ Lewis al piano e Red Callender al basso

 

Martedì 19 febbraio:

 “SudAfrica arcobaleno, dove c’era l’apartheid ora c’è la paura“. Intervista ad Adrian Van Dis, autore di Tradimento. Articolo di Alessandra Iadicicco, La Stampa, p. 32-33

 “Fotografie. Quel ritocco da Oscar che divide i reporter“. Articolo di Michele Smargiassi, la Repubblica, p. 47

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Hangover Triangle, un brano del 1998 di Herbie Nichols eseguito da Mike Melillo al pianoforte, Massimo Moriconi al contrabbasso e Giampaolo Ascolese alla batteria

 

Mercoledì 20 febbraio:

• Il net-criticism nella storia del web 2.0”. Articolo di Vincenzo Grienti, www.instoria.it

 “Il record italiano dell’azzardo. Giocate online per 15 miliardi”. Articolo di Sergio Rizzo, Corriere della Sera, p. 33

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è As I am eseguito e composto da Uri Caine

 

Giovedì 21 febbraio:

 “La città di Kant chiede di cancellare il nome tedesco”. Articolo di Nicola Lombardozzi, la Repubblica 

• Il primo inseguimento di un meteorite, dallo spazio fino a terra”. Articolo di Marco Tamini, Wired

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Cleopatra’s Dream, un brano del 1958 composto da Bud Powell ed eseguito dallo stesso Powell al pianoforte con Paul Chambers al basso e Art Taylor alla batteria

 

Venerdì 22 febbraio:

 “Nessun sito è inaccessibile basta trovare il punto debole”. Articolo di Silvia Bernasconi, la Repubblica, p. 45

 “L’inedito di Sciascia sulla mafia”. Un saggio dimenticato per capire che cosa pensava davvero lo scrittore su ‘cosa nostra’. Articolo a cura di Piero Melati e Attilio Giordano, Venerdì di Repubblica

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Riffs, da un originale Decca del 1944, eseguito e composto da James P. Johnson

L'articolo Il meglio di Pagina3: settimana dal 18 al 22 febbraio proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-febbraio/feed/ 0