urla sempre primavera Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/urla-sempre-primavera/ un blog di approfondimento culturale Wed, 06 Jul 2022 20:48:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg urla sempre primavera Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/urla-sempre-primavera/ 32 32 Riprendersi i sogni, sognare la rivoluzione https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/riprendersi-i-sogni-sognare-la-rivoluzione/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/riprendersi-i-sogni-sognare-la-rivoluzione/#comments Wed, 06 Jul 2022 05:54:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50735 di Lorenzo Vargas Nel 1971 Ursula K. Le Guin pubblica The Lathe of Heaven, un romanzo dove un uomo capace di modificare la realtà sognandone ogni volta una nuova, tenta disperatamente di limitare il suo potere demiurgico tramite l’utilizzo di droghe. Venuto a sapere di questo, l’apparato statale, nella persona di uno psichiatra, gli impone […]

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di Lorenzo Vargas

Nel 1971 Ursula K. Le Guin pubblica The Lathe of Heaven, un romanzo dove un uomo capace di modificare la realtà sognandone ogni volta una nuova, tenta disperatamente di limitare il suo potere demiurgico tramite l’utilizzo di droghe. Venuto a sapere di questo, l’apparato statale, nella persona di uno psichiatra, gli impone di interrompere l’assunzione di narcotici e mettere il suo terrificante potere a disposizione della comunità, ossia dello psichiatra stesso. 

Si navigavano a costa gli ultimi anni della prima rivoluzione psichedelica, cominciavano a venir fuori le prime notizie sul progetto MKULTRA e in generale il ’68 sembrava perdere la rincorsa. Con l’inguaribile ottimismo che contraddistingue lə scrittorə di fantascienza, in The Lathe of Heaven, Le Guin prospetta (o documenta) il riassorbimento della prospettiva di un futuro migliore da parte della macchina del Capitale, comprese quelle stesse sostanze psicotrope che avrebbero dovuto liberare l’umanità dai vincoli della percezione e che invece sarebbero state relegate nel consueto limbo di paranoia e bigottismo per almeno altri cinquant’anni. 

Nel ’71 di Le Guin, insomma, il sogno è finito e non ci resta che confrontarci con le macerie affastellate e disomogenee del reale, affrontare le nostre colpe e la connivenza col sistema. In uno sprazzo di pietà da parte dell’autrice lo psichiatra antagonista in Lathe impazzisce nel tentativo di appropriarsi del potere del protagonista (un po’ tipo Jafar col Genio della Lampada), donando così un ultimo tratto fantastico alla trama: il mondo di cui leggiamo è uno dove i responsabili prima o poi pagano.

Passano 50 anni, è il 2020.

In un esprit di simmetria che ha quasi dell’incredibile, gli allucinogeni fanno il loro trionfale ritorno nell’immaginario comune, tanto da far parlare di una seconda rivoluzione psichedelica; le tensioni sociali si inaspriscono ogni giorno di più, nel tentativo di determinate fette della popolazione di liberarsi della stretta sclerotica di un sistema economico morente e in Italia, nel giro di due anni, escono almeno due volumi che chiudono questo spettacolare esercizio in pareidolia, reintroducendo nella fantascienza lo strumento del sogno demiurgico.

Il primo è Urla sempre primavera, di Michele Vaccari (NNE, 2021) e l’altro Noi siamo campo di battaglia di Nicoletta Vallorani (Zona42, 2022).

In Urla sempre primavera (ne avevo già parlato qui) seguiamo tre generazioni dei Delfino, una linea di individui capaci di invadere, influenzare ed infine plasmare i sogni altrui. Sullo sfondo di una Genova gerontocratica, metonimia di un’Italia che si sta lentamente accompagnando al suicidio da sola, i Delfino utilizzeranno la propria capacità miracolosa per legarsi al prossimo e creare una rete rivoluzionaria che sgomini la Venerata Gerusia. 

Dall’altro lato, Noi siamo campo di battaglia ci trasporta in una Milano allo sbando, massacrata da ondate su ondate di disastri pandemici e ambientali e gestita da una fosca amministrazione che si sta lentamente accompagnando al suicidio da sola. In questa cornice alcuni studenti creano attorno a una loro ex professoressa una comune clandestina che evolve in una specie di superorganismo attraverso una pratica di trance collettiva, dove la comune accede a versioni parallele di come il mondo potrebbe essere. 

Sognare la rivoluzione, affondare le braccia nella materia proteide dell’immaginazione più incontrollata e riportare quest’immagine nella nostra realtà apparentemente immobile. 

Immaginare la fine del mondo è più facile che immaginare quella del Capitalismo, dice Fredric Jameson e allora perché non oltrepassare il tentativo fallace di immaginare scenari futuri attingendo direttamente a una forza ricombinatoria più profonda, quella onirica?

Entrambe le vicende seguite non sono mai quelle di un unico personaggio; il potere rimane miope, morente e disfunzionale, frutto di una nevrosi mai trattata; la vecchiaia cede in sacrificio la propria linfa alla gioventù in un succedersi da sottobosco vegetale; le forze dell’ordine sono un macchinario di repressione confusa e violenta; il genere stesso della narrazione varia a seconda delle necessità, nel poliziesco, mistery, poi formazione, individuale e collettiva. 

È nella natura umana razionalizzare elementi caotici per ricavarne uno schema comprensibile e ripetitivo. La connessione tra lə due autorə, d’altra parte, è tutt’altro che infondata. Vaccari e Vallorani si presentano a vicenda almeno dal 2019 e al momento Vaccari cura la collana di novelle di Zona 42, che ha pubblicato Noi siamo campo di battaglia. L’ipotesi di un dialogo tra lə due è quasi ovvia. 

Nonostante ciò, leggere le due opere da l’impressione di veder percorrere lo stesso sentiero con un passo diverso. 

Nella storia di Urla sempre sono sempre le ingangreniture dellə singolə a deviare il corso delle vicende: la rivoluzione fallita di Spartaco, il canto di speranza di Zelinda, l’astio mortifero del Venerato Presidente, la rinascita onirica guidata da Egle. La collettività viene privata della propria agency sotto il peso del passo dei Grandi. La lotta di classe espressa dal romanzo nasce e si risolve nella lotta. Il tempo per costruire e crescere verrà tra le macerie poi. Lo spazio di Urla sempre è la guerra. Si respira una solitudine infinita. La folla segue la rivoluzione, il susseguirsi delle politiche è una disciplina di tai-chi dove è vittorioso chi meglio canalizza l’energia inerte della massa.

Dall’altro lato il lavoro in ottica di comunitarismo i Vallorani è talmente forte da distorcere la forma della storia in una struttura che potrebbe sembrare errata. Le prime ottanta pagine del romanzo ci presentano individualità ben delineate che non vedremo più all’interno della narrazione, il tutto per renderci complici e partecipi della Comune Compost, una creatura che non può essere definita alveare nonostante si muova con passo solo. I singoli non si dissolvono in un nuovo agente terzo, ma rimangono coscienti di sé stessi, qualcosa di ancora diverso dalla sintesi hegeliana che permea il modo in cui ci rapportiamo alle cose in occidente. Tanto che una volta che ci sono stati dati gli strumenti per capire la Comune, essa scompare e diventa il punto di vista del romanzo, l’occhio frattale che osserva coloro che sono rimasti indietro. La rivoluzione di Vallorani è fatta di superorganismi comunitari che esistono nelle proprie differenze.

Dove Vaccari è saldo in un ideale più novecentesco, Vallorani si nutre di tutta una teoria transfemminista della molteplicità e questo dona una ricchezza differente alle opere. La lotta di Vaccari è sanguigna, fatta di tessuti divelti e sangue che schizza. Vallorani ci mostra una rivoluzione che si infiltra nelle fessure lasciate indietro dall’autoritarismo, che nella sua rigidità non può che infrangersi di fronte all’infinita mutevolezza del reale. 

Nonostante però pongano i propri elementi di poetica saldamente nella materia (Vaccari nei fluidi e nella tensione muscolare, Vallorani nella crescita lenta e inesorabile del suolo), in entrambe le narrazioni la realtà in senso stretto sembra aver esaurito la propria forza creatrice. Non sta necessariamente morendo il mondo, ma sta morendo il nostro. 

Vaccari pone l’orizzonte degli eventi in un’eutanasia programmata dalla Venerata Gerusia, mentre Vallorani ci pone di fronte a un ritorno della biologia ottocentesca, con i suoi miasmi mortiferi che risalgono da una madre terra che quindi va cementificata. La simbologia di entrambi rimanda a un fallimento della razionalità illuminista, il primo nella sua deriva realpolitik economica dove i giovani in quanto improduttivi vanno fatti sparire e l’altra in una disistima della scienza medica convenzionale, come espressione di interessi sommersi e miopi.  

Entrambi, quindi, fallita la razionalità, di fronte a un reale reso sterile da un’azione incapace di programmi di lungo periodo, si rivolgono al sogno. Sono passati 50 anni dal Lathe di Le Guin. Nel 2020 non ci sono grandi sogni da un po’. Una crisi dopo l’altra siamo stati guidati in pascoli perennemente emergenziali dove immaginare è una perdita di tempo. Il sistema scolastico ricodifica le humanities solo in termini di competenze lavorative, mentre le discipline tecniche prendono il sopravvento per la propria diretta spendibilità. Il tentativo di costruire qualcosa con un respiro che vada oltre il qui e ora è declassato a ozioso idealismo. Il cambiamento radicale non può essere un’opzione.

Al Capitale non interessano più i sogni che non può vendere adesso.

L’immaginario di fantascienza ricomincia quindi dai terreni non occupati, come una volta erano lo spazio, le stelle, il tempo o gli universi paralleli. In questo caso i sogni e la gioventù.

I giovani ricoprono un ruolo fondamentale in entrambi i romanzi: riformare le generazioni passate è una speranza vana. L’abitudine può più del pericolo di morte. I pochi “vecchi” disposti ad andare avanti potranno solo essere testimoni del nuovo che avanza, ma non parteciparvi. In Urla sempre Spartaco e Zelinda affidano il proprio lascito a Egle, mentre il commissario della terza parte del romanzo rimane a marcire chiedendosi come sarebbe stata la sua vita se non si fosse lasciato mangiare dal sistema. In Il nostro corpo i giovani della Comune attraversano la Breccia che li porterà al sicuro nel maelstrom dei mondi possibili, mentre gli adulti rimangono indietro a mostrare la via ai profughi del collasso. Persino la professoressa che aveva ritrovato la vita nella Comune Compost decide di fare da guardia di porta tra il mondo che muore e il nuovo che nasce. 

Allo stesso modo le opere ritraggono un potere inconsistente e vizzo, a cui non è possibile riconoscere nemmeno il valore di un avversario. Il Venerato Presidente (e la Gherusia tutta) esistono solo perché troppo grandi per morire, mentre lə unicə due dirigenti che vediamo nel romanzo di Vallorani sono uno schizofrenico, l’altra affetta da frequenti amnesie. Tutti rimangono completamente ininfluenti per le rispettive trame e questo a suo modo è comunque eloquente. 

Il vecchio mondo sta morendo da sé, la lotta del vecchio contro il nuovo è una contingenza figlia dell’incomprensione. 

Valutare entrambi i romanzi in termini convenzionali di conflitto e risoluzione (nel caso di Vaccari me ne accorgo tardi, scusa Michè) è un errore, sia interno all’immaginario veicolato dalle due narrative sia nel modo in cui ci ostiniamo a voler strutturare i romanzi. 

L’idea dietro a Urla sempre e Il nostro corpo è quella di una guerra monca, dove il punto della rivoluzione non è più tanto piantare una baionetta nel petto dell’avversario, quanto creare un nuovo spazio vivibile, mentre l’avversario, la baionetta, se la pianta più che egregiamente da solo. 

La sfida di questo tipo di fantascienza, che è quella del futuro e quindi del nostro presente, è di ricodifica. Sul campo di battaglia non vengono lasciati cadaveri, ma vecchi topoi ingombranti, il peso di una razionalità rigida e disfunzionale che non ci aiuta più. E questo vale per tutto: per come leggiamo le storie, la realtà, per come costruiamo il possibile. 

Movimenti femministi di ogni sorta sono almeno trent’anni che fanno un lavoro infame di riappropriazione. Prendono insulti, immagini e narrative e le rendono di nuovo fertili, inutilizzabili da quello stesso sistema che le impiegava per limitare la vita altrui. Vaccari e Vallorani (e sono sicuro molti altri) hanno lavorato per riappropriarsi dalla disillusione del Lathe di Le Guin della forza mitopoietica del sogno, quel territorio fertile da cui storicamente l’umanità ha generato le strutture immaginifiche più forti.

Sarebbe interessante, vista l’evidente sintonia (e dissonanza), vederli lavorare a quattro mani sul tema, creare un grande romanzo sulla rivoluzione del sogno e sogno della rivoluzione, capace di incorporare la fisicità solitaria e muscolare di Vaccari e quella germinante e collettivista di Vallorani, ma convincere gli scrittori a fare le cose è complicato e sicuramente non sarà un articolo a fargli cambiare programmi per i prossimi due anni. 

Fortunatamente, nel frattempo, un uomo può sognare.

(Foto)

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Urla sempre, Vaccari https://minimaetmoralia.it/altro/urla-sempre-vaccari/ https://minimaetmoralia.it/altro/urla-sempre-vaccari/#respond Thu, 24 Jun 2021 07:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48928 di Lorenzo Vargas È il 2018. Michele Vaccari esce con Rizzoli col suo tentativo di Grande Romanzo Italiano™, Un marito, che non riceve il plauso oceanico che si aspettava da critica e pubblico. Suddetto Vaccari, per il poco che ho potuto osservarlo è un uomo mosso dal rancore, un po’ come i Voina e come […]

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di Lorenzo Vargas

È il 2018. Michele Vaccari esce con Rizzoli col suo tentativo di Grande Romanzo Italiano™, Un marito, che non riceve il plauso oceanico che si aspettava da critica e pubblico.

Suddetto Vaccari, per il poco che ho potuto osservarlo è un uomo mosso dal rancore, un po’ come i Voina e come tale mi è simpatico.

Da un certo punto in poi del 2020, dopo un appropriato silenzio social, riappare, accennando al fatto di star lavorando a un’opera nuova, di una categoria che personalmente amo chiamare “romanzo vaffanculo”.

Allude a un mischione inenarrabile di generi, di qualcosa di assurdo e visionario e io, che lo conosco letterariamente solo per una cosa giovanile su un membro del clero di una tale caricaturalità da cattivo Disney da far sembrare l’Andreotti della trattativa stato-mafia un comprimario della Pimpa (L’onnipotente, Laurana, 2011), non posso che provare un modicum di curiosità.

Poi passa un anno e finalmente esce, per NN Editore: Urla sempre, primavera, un titolo che non ce la faccio a non legare a Maledetta primavera della Goggi, canzone che l’attivismo di sinistra maceratese ha sbraitato per un anno intero quando l’estrema destra italiana ha eletto la città a propria piazza politica preferita dopo la Strage Traini.

Ora, Urla sempre, primavera risulta qualcosa di fresco e nuovo solo perché monocolo in terra caecorum.

Si può parlare in due modi di sto libro: dell’opera in sé e di quello che può rappresentare.

Ah, preciso che questo è un articolo di critica, non una recensione. Se volete informazioni base sul libro le trovate qui, dove qualcuno è stato pagato apposta per fornirvele. Lo SPOILER, qualora il concetto avesse un senso, è dietro l’angolo.

Cominciando con l’in sé del romanzo, possiamo comodamente affermare che Urla sempre, primavera non sia l’indefinibile mischione di generi promesso, ma semplicemente la ripresa intelligente di un’ucronia. In giro si spreca la definizione slipstream, ma pare solo l’ennesimo termine straniero cacciato per far scena. L’unica uscita dal canone è contenuta nella terza parte dedicata a Spartaco (libro nero) e con le sue forse cinque pagine complessive di weird horror molto blando non sembra basti a spostare la lancetta su un lavoro di 450 pagine.

Il romanzo tratta di rivoluzione, della sua idea, immaginario e del sacrificio che comporta, ma soprattutto del suo elemento fondativo: il sogno, inteso sia come proiezione ir/realizzabile che come forza creatrice. Con un meccanismo di venerata tradizione fantastica, Vaccari ha preso l’elemento sogno e lo ha esteso fuor di metafora all’intero romanzo, dal misterioso potere transumano dei Delfino, alla struttura stessa che manda serenamente in vacca tutta una sequela di pretese di realismo e coerenza interna, per adottare a braccia aperte una dream logic dove i fatti si susseguono in un’accumulazione senza soluzione di continuità.

Probabilmente per questo, le parti meglio riuscite sono la prima, quarta e quinta, dedicate a Zelinda e Egle: la prima, il racconto nel racconto di una madre, che disperatamente cerca di lasciare alla figlia una parte di sé e della propria lotta, attraverso una serie di cilindri registrati e quelli che (sospetto, alcuni elementi sono lasciati alla libera interpretazione) siano successivi resoconti onirici; le ultime due invece raccontano il presente della storia, adottando il punto di vista della nostra piccola messia narcolettica, concedendosi anche un paio di prevedibili, ma deliziose passeggiate nel sogno.

In tutto il libro ciò che scintilla è la prosa: modulata in base alle voci narranti e curata senza cadere nell’inferno onanistico di certe derive “letterarie”. Urla sempre, primavera è un libro completamente privo di ironia, come sospetto sia il suo autore. I personaggi non sono analisi distanti, ma creature in carne ed ossa coinvolte all’inverosimile nel tentativo di fermare in tempo il suicidio dell’Italia (e si suggerisce, del mondo). C’è un continuo riferimento nel testo ai tessuti molli del corpo umano, al sangue, ai brandelli di muscolo divelti dallo sforzo continuo della lotta ed è questa visceralità a rendere “vera” la storia.

Sarà che sono un po’ d’anni che il distacco sardonico e l’ironia a tutti i costi nella narrativa cominciano a tediarmi, ma questo coinvolgimento totale me l’ha continuato a far apprezzare, anche durante porzioni dell’opera decisamente meno riuscite.

E ce ne sono. Oh se ce ne sono.

I dialoghi del romanzo sono un imbarazzante inferno di pathos da telenovela boliviana, con scambi di battute che non si perdonano nemmeno a una fiction RAI. Il problema principale è che sono scritti esattamente come la prosa, con un risultato tra il retorico e il traduttese. Paradossalmente l’assurda parlesia da raver bruciato del Venerato Presidente ne esce come l’unica sezione credibile.

La terza e quarta parte, dedicate al Commissario e a Spartaco sono probabilmente le più deboli.

Quella del Commissario è l’unica vera e propria occhiata fornita del wordbuilding di Vaccari e si può comodamente affermare sia un tentativo… goffo. Nelle “mentefonate” (sigh) si è persa un’ottima occasione per darsi a un po’ di letteratura sperimentale, oltre al fatto che il sistema descritto nel libro sia alla meglio inconsistente. La profondità analitica media della dittatura della Gerusia rasenta quella de La Fine della Ragione di Recchioni, dove guardali i cattivi, guarda come sono abbrutiti e sangue malato, di cui si potrebbe avere pietà se solo non fossero al potere. Lo stesso Commissario, che di fatto lavora per il regime, non ci offre alcuno scorcio di umanità sugli antagonisti, perché il libro non si stanca mai di delinearlo come un eroe menomato.

Normalmente questo tipo di dabbenaggine mi darebbe fastidio. Gli eroi (e le rivoluzioni) valgono quanto i propri antagonisti e se da una parte mi metti i fieri combattenti del sol dell’avvenire, dall’altra non può starci una macchietta Disney che si beve i cocktail al piscio e schiavizza i bambini. Da una parte il team congiuntivo, dall’altra la Nuda Lingua da rincoglioniti, buffa, inconsistente e che francamente poteva essere progettata meglio.

Questo però è un romanzo vaffanculo e la scelta ha senso.

Urla sempre, primavera non è il racconto della rivoluzione, ma il sogno della rivoluzione, l’ombra lunga lasciata nell’inconscio dal trauma del G8, dall’eterno conflitto tra la vita e i #vecchidimmerda, che non ha il tempo della riflessione perché i sogni vanno avanti senza darci il tempo di razionalizzarli. Il mostro degli incubi è sempre dietro di te, anche senza specificare come abbia fatto.

A sua volta questo è il motivo per cui la storia di Spartaco nella quarta parte risulta così violentemente sottotono rispetto al resto. Non siamo più nella ricostruzione febbrile di Zelinda, o nel futuro a nebula impressionista fatto di Necropoli/Metropoli e boschi transumani. Gli eventi raccontati hanno un’àncora storica che Vaccari non riesce ad attraversare con la medesima fluidità. Anche se qui è Berlinguer a lasciarci le penne invece di Moro, la storia è ancora quella d’Italia, raccontata con un piglio da excursus storico su cui non sono sicuro che Vaccari abbia la giusta presa. Forse è un fatto di respiro della narrazione: le altre sezioni coprono al massimo qualche decennio, mentre qui si percorre una vita intera, in cui tra l’altro sospetto sia stato inserito un elemento queer giusto per dire che all’autore non piacciono i Pride.

Se proprio dobbiamo dare fondo alle perplessità, le varie voci narranti sembrano tutti versioni alternative della stessa persona: Vaccari che ha fallito, che è scappato, che ha ceduto all’amore, che si è immolato alla rivoluzione, che non ha saputo incanalare un risentimento giovanile che non riesce ancora dare nome alle cose. Si potrebbe obiettare che chiunque partorisce i personaggi come parti arricchite artificialmente di sé, ma le creature che popolano il romanzo suggeriscono a tratti una spettrale impressione di soliloquio, che non è sempre possibile scrollarsi di dosso, complici ancora una volta i dialoghi.

Qualora sembri stia dicendo che l’opera è scadente, vi prego di riconsiderare. Urla sempre, primavera è un bel libro, una storia viva sulla quale vale spendere tempo. Di plauso a riguardo ce n’è stato già abbastanza e farvi leggere altre duemila parole su quello che funziona e sulle prodezze tipografiche di NN mi pare stupido.

In più mi preme parlare di quello che l’opera è fuori di sé.

Di storie fluide e fuori canone come quella di Vaccari in Italia ne escono poche e ancora meno vengono pubblicate da qualcuno che non copra una super-nicchia. Quasi nessuna raggiunge un briciolo di attenzione mainstream.

Dove il trend è quello di asciugare i testi come si rasano via brandelli dai fusi di kebab, Vaccari si è tenuto genuinamente torrenziale, ha aggiunto subplot sostanzialmente inutili solo perché gli andava e a dirla tutta, l’intera storia viene vanificata dalle ultime cinque righe, affliggendo il libro con la cosiddetta sindrome dell’Arca Perduta.

Nonostante ciò pare che al pubblico stia piacendo: anche se non vi sono inseriti tutti quegli elementi tipici del canone commerciale; anche se contemporaneamente ogni parte del libro ricalca la struttura di un romanzo mainstream contemporaneo, quasi a prendere per i fondelli le richieste minime editoriali; ; anche se è visceralmente schierato (e con una prospettiva ideologica pure un pelo datata); anche se c’è un sacco di tell e ben poco show; anche se decidere dove metterlo tra gli scaffali di una libreria prenda più degli otto secondi standard.

È la dimostrazione, insomma, che il pubblico di lettori non è il blob di rincoglioniti con l’attenzione da pesce rosso che il mercato sembra aver profilato con tanta sicurezza: è pronto a riferimenti occulti, preterizioni da studiare e sottoculture da scoprire. Sembrerebbe insomma pronto a storie in cui la sovrabbondanza non è vista come qualcosa da purgare ma come una complessità sensoriale da slow food.

La forza, insomma, di un buon romanzo vaffanculo.

Come se il sogno della rivoluzione contenuto nel libro si estendesse anche fuori, in un magico mondo dove il mainstream si accorge che sono passati 30 anni.

Quasi che Vaccari, l’uomo senza ironia, una battuta tutto sommato l’abbia fatta e fa anche abbastanza ridere.

(Foto)

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