Ursula Le Guin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ursula-le-guin/ un blog di approfondimento culturale Fri, 09 Jan 2026 09:53:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ursula Le Guin Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ursula-le-guin/ 32 32 Lavinia, vita di donna in un romanzo tutto per sé https://minimaetmoralia.it/libri/lavinia-vita-di-donna-in-un-romanzo-tutto-per-se/ https://minimaetmoralia.it/libri/lavinia-vita-di-donna-in-un-romanzo-tutto-per-se/#comments Fri, 09 Jan 2026 09:53:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=56618 (fonte immagine) di Adele Errico “Sulla spiaggia, in riva al mare, all’aperto, è lì che scrivono le donne? Non alla scrivania, in una stanza dedicata alla scrittura? Dove scrive una donna? com’è mentre scrive? qual è la mia immagine, la vostra immagine, di una donna che scrive?”. Questo si chiede Ursula Le Guin, nome tra […]

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di Adele Errico

“Sulla spiaggia, in riva al mare, all’aperto, è lì che scrivono le donne? Non alla scrivania, in una stanza dedicata alla scrittura? Dove scrive una donna? com’è mentre scrive? qual è la mia immagine, la vostra immagine, di una donna che scrive?”. Questo si chiede Ursula Le Guin, nome tra i più significativi nell’ambito della fantascienza, nel saggio La figlia della pescatrice contenuto nella raccolta I sogni si spiegano da soli (SUR 2022). La domanda le sorge quando sua madre le chiede perché non scriva di donne. E una giovanissima Ursula risponde sinceramente che non sa farlo. Non sa come si fa perché non si è mai posta il problema, perché ha sempre pensato che l’unico modo per scrivere di donne fosse quello che avevano gli uomini. Uomini che scrivono di donne. Ma le donne che scrivono di donne? E quindi le viene in mente che era semplice e immediato immaginare un uomo che scrive: in una stanza, seduto a una scrivania.

Ma non era altrettanto immediato immaginare una donna. Perché “ la donna che ha scritto il romanzo Americano eticamente più rilevante del diciannovesimo secolo” – Harriet Beecher Stowe, autrice di La capanna dello zio Tom – lo aveva fatto seduta al tavolo della cucina, tra bambini urlanti e piatti da lavare, mentre suo marito aveva “una stanza tutta per sé”. Eppure quel romanzo Harriet Beecher Stowe lo ha scritto lo stesso, pur continuando a preparare la cena e ad accudire i suoi figli. Così, in Storia della letteratura americana. Dai canti dei pellerossa e Philip Roth (BUR 2013) di Fink, Maffi, Minganti, Tarozzi, si legge “accanto alla fantascienza dei simulacri inaugurata dal già ricordato Philip K. Dick […] andrà allora citata Ursula K. Le Guin, scrittrice poetica e visionaria, impegnata nel recupero di una mistica femminile” (p. 605). Impegnata nel recupero di una voce femminile. Sembra che sia comune agli scrittori di fantascienza udire voci che altri non possono sentire. Perché prestano più attenzione o perché hanno, magari, il dono di sentire quello che tutti gli altri non possono.

Per Philip K. Dick la missione dello scrittore di fantascienza era quella “di captare, di ascoltare, le voci provenienti da un altro luogo, molto lontane, suoni che sono deboli, ma importanti. Arrivano solo la notte tardi, quando il baccano e il chiacchiericcio di fondo del nostro mondo sono svaniti. Quando i quotidiani sono stati letti, gli apparecchi televisivi sono stati spenti, le automobili parcheggiate nei vari garage. Allora, debolmente, odo le voci da un’altra stella”. Intervistata da Zoë Carpenter per “The Nation” il 26 gennaio 2018, Le Guin diceva “women are simply a very large part, probably the largest part, of the voices that have not been heard […] we really have to start listening to each other and to the voices that we have not listened to”. Le voci delle donne sono tra quelle maggiormente inascoltate. Le Guin decide di ascoltare la voce di una donna, di un personaggio, scrivendo un romanzo lontanissimo dal genere fantascientifico, una storia che non si protende al futuro ma si volge verso un passato di guerre e promesse, destini e benedizioni.

È Lavinia, ispirato all’Eneide virgiliana: Lavinia nell’Eneide assomiglia quasi a una figurina. Non ha l’imponenza di Didone, la sua tragicità. Nel cuore di Enea è la terza, dopo la moglie Creusa, dopo la regina di Cartagine. È uno strumento nelle mani di altri, promessa dal padre Latino prima a Turno, poi a Enea. Il poeta non le dà voce, non sembra darle spazio, la concepisce ma poi non se ne prende cura. Compare nel suo arrossire virgineo e come inconsapevole burattino di qualche dio che, per scagliare un presagio su uomini che appendevano i propri destini ai segnali divini, dà fuoco ai suoi capelli, rosseggianti nel rivelarsi dell’oscuro presagio. Dopodiché l’autore la rigetta nell’ombra, tra le insignificanti ombre dei vivi che non hanno nemmeno l’imponenza di quelle dei morti che Enea incontra nell’Ade. Non restano impresse, sfuggono alla memoria. Ecco Lavinia nell’Eneide:

“Ancora, mentre incendia con fiaccole pure gli altari/e accanto al padre si tiene, la fanciulla Lavinia/sembro (terribile!) prendere fuoco nei lunghi capelli/, e che tutto il velo nel crepitare della fiamma le ardesse,/accese le chiome regali, accesa la bella corona/ preziosa di gemme; e in fulva luce, tra il fumo/avvolta, spargesse per tutta la casa Vulcano./ Tremenda questa visione e meravigliosa credettero,/ giacché luminosa di fato e fama dicevano/ che lei sarebbe, ma al popolo annunziava gran guerra”. (Eneide, VII, 71 – 80, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti).

“Come se indico avorio con ostro sanguigno tingessero/o come rosseggia un gran mazzo di candidi gigli/ e di rose: tali colori splendevano in viso alla vergine”. (Eneide, XII 67-69)

Le Guin la scorge tra le maglie della narrazione epica, quindi le dà una voce, una sembianza, un’identità. Lavinia non è più solo figlia di Latino e moglie di Enea. È prima bambina, poi donna. Principessa. Personaggio complesso. E la voce scelta è quella della prima persona: Lavinia parla e sente. Non smette di essere devota al suo poeta, al suo creatore, ma comincia a esistere davvero. E a vedersi. Esce dall’Eneide per entrare in un romanzo tutto per sé. La Lavinia di Le Guin è un personaggio che con coraggio e pazienza si sottomette alla propria sorte. Domanda e ottiene risposta. Il suo poeta, stavolta, è accanto a lei, risale dalle ombre dell’Oltretomba per trovarla, raccontarle di uno straniero che approderà alle coste di Lavinio per sposarla. Quel poeta che nel suo poema le ha dato troppo poco spazio ora le è accanto per guidarla nel suo passaggio da fanciulla a donna. Lavinia si dimostra una protagonista degna di avere un’opera tutta per sé che ha la dolcezza e la delicatezza del femminile, esito delle dita leggere di una donna che scrive di una donna. Storico, mitico, introspettivo, psicologico, materno, regale, immortale, il romanzo di Ursula Le Guin è un viaggio lungo e breve al tempo stesso, nel quale ci si immerge e si piange alla fine, quando Lavinia sarà una donna forte che ha amato e ama ancora, creatura che si confonde con la natura, che ha scelto di innalzarsi, come poteva, nel santuario delle memorie e delle devozioni.

Contesa tra Turno ed Enea, Lavinia sceglie di abbracciare il proprio destino e sposare lo straniero, l’uomo che sarebbe venuto da lontano, che vede per la prima volta da dietro i cespugli, lui più vecchio di lei, insieme al figlio Ascanio.

Nel 1988 Ursula Le Guin rifletteva sulla necessità della “stanza tutta per sé” nella scrittura. In questo romanzo la stanza tutta per sé è intesa come dimensione di sviluppo di un’autonomia, di una dimensione per coltivare la propria creatività. Dalle ombre dell’Eneide, dal grigiore di una personalità illuminata solo per un momento dal bagliore dei suoi capelli che prendono fuoco, Lavinia emerge ed esplode come assoluta protagonista, incarnando nelle vesti di personaggio letterario i principi espressi nei saggi sul femminile. Diventa donna e personaggio che non ha bisogno di un uomo per esistere – che sia Enea, Turno o il poeta: “Non morirò. Di questo sono del tutto certa. La mia vita è troppo contingente per portare a qualcosa di assoluto come la morte. La mia mortalità non è abbastanza reale. Senza dubbio finirò per svanire e perdermi nell’oblio, come mi sarebbe successo già da tempo se il poeta non mi avesse evocata. Forse diventerò un falso sogno, appeso come un pipistrello sotto le foglie di un albero alle porte dell’oltretomba. (…) Eppure la mia parte, la vita che mi ha dato nel poema, è così noiosa, se non per quel momento in cui i miei capelli prendono fuoco, così priva di colori, se non quando le mie guance nubili si infiammano come avorio chiazzato di porpora.  (…) La mia anima anela ai vecchi boschi della mia Italia (…) Mia madre era pazza, ma io non lo ero. Mio padre era vecchio, ma io ero giovane. Come Elena di Sparta, ho causato una guerra. Lei ha causato la sua lasciandosi prendere dagli uomini che la desideravano. Io ho causato la mia perché non sono stata concessa né sono stata presa, ma ho scelto il mio uomo e il mio destino. (…) Com’è possibile che capiate me, che sono vissuta venticinque o trenta secoli fa? Conoscete il latino? Ma poi penso che, no, non c’entra niente la morte, non è la morte che ci permette di comprenderci gli uni con gli altri, ma la poesia” (p. 12-13). Lavinia costruisce la propria identità attraverso l’uso della parola. Pronuncia parole consapevoli, vuole farsi capire, vuole raccontare, riscrivere se stessa e la propria storia. E’ la forza travolgente della poesia e della fantasia che trasformano chi era trasparente in incredibilmente evidente.

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Gli universi di Ursula Le Guin https://minimaetmoralia.it/letteratura/gli-universi-ursula-le-guin/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/gli-universi-ursula-le-guin/#respond Wed, 14 Feb 2018 13:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36212 Ricordiamo Ursula Le Guin, scomparsa pochi giorni fa, con un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo (fonte immagine).

Non aveva risparmiato una stoccata quando, insignita del National Book Award 2014, aveva voluto “condividerlo anche con tutti gli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura per così tanto tempo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginario che negli ultimi 50 anni hanno visto tutti migliori riconoscimenti andare ai cosiddetti realisti”.

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Ricordiamo Ursula Le Guin, scomparsa pochi giorni fa, con un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo (fonte immagine).

Non aveva risparmiato una stoccata quando, insignita del National Book Award 2014, aveva voluto “condividerlo anche con tutti gli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura per così tanto tempo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginario che negli ultimi 50 anni hanno visto tutti migliori riconoscimenti andare ai cosiddetti realisti”.

Si badi all’ironia bruciante di quel “cosiddetti”. Se Tolkien è stato il padre di tanto immaginario contemporaneo, Ursula Le Guin, scomparsa a 88 anni, del fantasy e della fantascienza è stata certamente la madre. Meglio ancora, la fata madrina, come la Dama del Lago che allevò Lancillotto con i suoi incantesimi e la sua sapienza.

Figlia di un celebre antropologo, apparteneva all’età dell’oro del fantastico novecentesco, che, nell’immediato Dopoguerra, ne spinse gli archetipi verso nuovi confini e li ripropose con forza rinnovata, immettendovi la linfa delle grandi questioni moderne: la psicologia junghiana, il femminismo, il pacifismo, omosessualità e bisessualità, il confronto con altre culture, altri punti di vista.

Obbiettò duramente quando il suo protagonista Ged fu “sbianchettato” in un adattamento, e si rifiutò di scrivere una fascetta pubblicitaria a un’antologia che annoverava solo autori maschi e non ospitava niente di diverso anche in termini d’immaginazione o linguaggio, neanche fosse “uno spogliatoio”.

La sua influenza è stata davvero enorme. Forse meno appariscente di altri autori, ma costante, vitale e vasta. La sua prosa poetica, saggia e gentile ha accompagnato generazioni di lettori e, significativamente, ha tenuto a battesimo l’immaginazione di molti che a loro volta sono diventati “subcreatori” (secondo la definizione tolkieniana). Senza i suoi Terramare o La mano sinistra delle tenebre, forse non ci sarebbero le scuole di magia di Harry Potter o i cartoni dei Miyazaki, padre e figlio.

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