Utet Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/utet/ un blog di approfondimento culturale Wed, 01 Mar 2023 19:14:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Utet Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/utet/ 32 32 Un estratto da Abitare il vortice di Bertram Niessen https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-abitare-il-vortice-di-bertram-niessen/ https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-abitare-il-vortice-di-bertram-niessen/#respond Thu, 02 Mar 2023 09:04:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51903 Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da “Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo” di Bertam Maria Niessen, recentemente pubblicato da UTET. Per i non addetti ai lavori, i luoghi della cultura sono spesso considerati come dati, e immutabili nel tempo. Da un certo punto di […]

L'articolo Un estratto da Abitare il vortice di Bertram Niessen proviene da Minima et Moralia.

]]>
Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da “Abitare il vortice. Come le città hanno perduto il senso e come fare per ritrovarlo” di Bertam Maria Niessen, recentemente pubblicato da UTET.

Per i non addetti ai lavori, i luoghi della cultura sono spesso considerati come dati, e immutabili nel tempo. Da un certo punto di vista, in effetti, nel corso della seconda metà del xx secolo gli spazi per la fruizione e la produzione di beni e servizi culturali sono stati caratterizzati da tendenze organizzative, spaziali, economiche e di fruizione molto definite.

Da un lato c’è stata la concentrazione in istituzioni ufficiali come università, musei, centri espositivi e centri studi. Sono stati, e sono tutt’ora, i grandi centri riconosciuti della cultura che dialogano con gli altri attori di primo piano del sistema: gallerie, case editrici, grandi biblioteche, programmi radiofonici e televisivi, terze pagine dei quotidiani eccetera.

Un altro filone, ovviamente, è stato quello degli spazi di fruizione delle opere prodotte dalle industrie culturali. Cinema, sale concerto, librerie, biblioteche, piccoli musei non hanno costitui­to solo l’ultimo miglio di reti di distribuzione commerciali, ma hanno assunto, spesso, anche il ruolo di piattaforme territoriali di discussione e critica, in un quadro più ampio di costruzione e rafforzamento della sfera pubblica.

In queste due tipologie di luoghi, più che in altre, si sono consolidate le pratiche di fruizione delle opere culturali all’interno di perimetri chiaramente legati alla “civilizzazione” e all’alfabetizzazione dei pubblici, secondo criteri di contemplazione: gestione rituale e funzionale dei silenzi; definizione dei tempi e dei comportamenti appropriati; chiara delimitazione degli spazi e delle azioni. È una tendenza che si è rafforzata nel tempo, seguendo la contrazione delle forme di cultura negli spazi pubblici dichiaratamente popolari e l’inseguimento dello status di classe media, anche attraverso il consumo culturale. Così, rispondere dalla platea alle battute di un attore su pellicola (o in carne e ossa) è divenuto un comportamento sempre meno appropriato al di fuori dei contesti strettamente orientati allo spettacolo di massa (i cosiddetti blockbuster).

Una terza tipologia di spazi che si è sviluppata è stata quella della molteplicità di piccoli presidi territoriali, legati all’associazionismo, al welfare, ai corpi intermedi, alle confessioni o ai partiti: arci, acli, case del popolo, sedi delle società operaie di mutuo soccorso e oratori. Spesso caparbiamente autonomi – e allo stesso tempo legati alle logiche politiche di reti e confederazioni – le associazioni e i circoli hanno costituito per decenni l’interfaccia tra i grandi nodi cittadini della politica e della vita civile e i piccoli centri.

Si tratta di una suddivisione volutamente grossolana e imperfetta, ma può essere interessante utilizzarla ricordandoci che è soprattutto sui margini di quei mondi (e nelle loro intersezioni) che nel corso del Novecento sono emerse le ricchezze della cultura vissuta dai territori, con le sue specificità, contraddizioni, capacità di costruire legami.

Il risultato di queste tre linee di sviluppo è stato per lungo tempo un panorama con alcune caratteristiche relativamente stabili. Gli spazi della fruizione si assomigliavano tutti, e così i modi con i quali venivano utilizzati. Le tipologie di offerta culturale erano vincolate alle grandi catene centralizzate di distribuzione, e solo con estrema fatica opere sperimentali, estranee o divergenti dal gusto comune trovavano il modo di circolare. Anche le carriere degli operatori culturali tendevano a essere più omogenee: c’era chi si costruiva un percorso nell’editoria, nella stampa specializzata o nel cinema, ma moltissimi altri vivevano benissimo con un lavoro intellettuale “di base” – come quello di maestro, di professore o di giornalista locale. Le figure dei professionisti, degli amatori e degli spettatori erano, ovviamente, ben distinte. Gli spazi della cultura tradizionale del Novecento, insomma, si sono sviluppati come luoghi di condivisione e allo stesso tempo di esperienza individuale, in cui la dimensione sacrale e la distinzione sociale connesse ai consumi culturali erano ribadite dalla delimitazione architettonica e funzionale. Ma si sono sviluppati – anche e soprattutto – come luoghi per la costruzione di idee sul mondo, di valori e orizzonti del possibile: spazi di espansione estetica per immaginare altre vite, e per esercitare i muscoli prendendo posizione rispetto a fatti reali o immaginari.

L’esplosione dei movimenti sociali della fine degli anni sessanta ha aperto una fase in cui le istanze culturali minoritarie hanno iniziato a uscire all’aperto come esplicita manifestazione di dissenso rispetto alle strutture di potere tradizionali. L’appropriazione politica dello spazio delle città si è legata indissolubilmente alle pratiche di espressione culturale, con i corpi (manifestazioni, presidi, cori e canti in pubblico) e con i segni (tazebao, murali, striscioni). Attraverso l’espressione di istanze culturali non conformi, strade, piazze e altri spazi pubblici sono divenuti il teatro per la messa in scena di identità sociali a lungo negate o minimizzate, da quelle delle donne a quelle omosessuali. Parallelamente, in ambiti subculturali ha iniziato a prendere piede la pratica dei festival musicali, associati all’emersione dei giovani come categoria merceologica e quindi dell’idea di “crea­tività giovanile”. I festival pop e rock si sono sviluppati anche seguendo l’aumento della domanda di effervescenza sociale al di fuori delle istituzioni religiose, costruendo contesti rituali che hanno consentito l’esperienza laica di tratti estetici ed estatici prima legati esclusivamente alle pratiche di culto, l’esplosione di una nuova forma di dimensione pubblica nel rapporto tra cultura e territori, che ha permesso la formazione di un nuovo senso comune, di nuove aspettative e di nuovi modi di sentirsi parte di un pubblico.

È in continuità diretta con questo contesto che sono nate e hanno prosperato le stagioni delle rassegne culturali diffuse tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta, prime tra tutte quella delle Estati romane. Ideate nel 1977 dall’assessore alla cultura di Roma Renato Niccolini, le Estati romane sono state un momento poderoso di apertura e rinegoziazione dei perimetri classici della fruizione culturale, in cui le nozioni di centro e periferia, di cultura alta e cultura bassa sono state messe in discussione e attualizzate. Roma ha fatto da apripista a una molteplicità di sperimentazioni locali nelle città di tutta Italia e, probabilmente, è stata anche il contesto nel quale una determinata idea di politica culturale ha provato davvero a farsi sistema.

Nello stesso periodo ripresero e prosperarono anche i concerti negli stadi e nelle piazze, dopo una sospensione di qualche anno dovuta alle tensioni politiche, allineando le città italiane a quanto già succedeva da tempo in molte città europee, come Edimburgo o Avignone. Accanto a festival già consolidati come l’Umbria Jazz di Perugia – nato nel 1973 e reinventato nel 1982 – ne nacquero altri destinati a diventare degli emblemi della nuova domanda di cultura diffusa negli spazi urbani, come l’Arezzo Wave. Nei primi anni ottanta si iniziò a parlare a Milano di Fuorisalone, per indicare una serie di iniziative – originariamente spontanee e non coordinate – che avvenivano fuori dai perimetri del Salone internazionale del mobile in fiera, tra gli studi di design e architettura che in quegli anni costituivano una rete di connessione internazionale della città e di sperimentazione dei linguaggi. Dal coordinamento di quelle iniziative nacque nel 1990 la prima Design week meneghina, che impresse una modalità di progettare e produrre cultura diffusa in lassi limitati di tempo – le “week”, per l’appunto – che a oltre trent’anni di distanza è divenuto il modello dominante con cui la città pensa al rapporto tra se stessa e la cultura.

Gli anni novanta videro un’esplosione di grandi rituali subculturali urbani, connessi in gran parte alla nuova ondata dei movimenti sociali. Specifici spazi pubblici in molte città – il parco delle Cascine a Firenze, Villa Ada a Roma, il parco Sempione a Milano – divennero il teatro di appuntamenti, più o meno periodici, in cui si sperimentavano forme alternative di socialità e di autoproduzione culturale. Nel 1997 fu inaugurata dagli attivisti del centro sociale Livello 57 di Bologna la prima Street rave parade antiproibizionista, che per dieci anni divenne un appuntamento culturale cruciale per i mondi della musica elettronica, al pari di altri eventi come la Love parade di Berlino o la Street parade di Zurigo.

Dei centri sociali ho scritto più volte nelle pagine precedenti. Qui basta ricordare che hanno costituito, per quasi due decenni, la rete principale per la produzione, la distribuzione e la frui­zione di forme culturali alternative, generando o permutando molte delle sperimentazioni che circolavano fuori, negli spazi della città.

Nello stesso periodo presero vita anche alcune forme più istituzionalizzate – e dedicate a pubblici diversi – di festival culturali negli spazi urbani. Il primo (e più importante) di questa generazione è sicuramente il Festivaletteratura di Mantova, che nel 1995 iniziò ad attrarre nella cittadina lombarda lettori, scrittori, professionisti e appassionati di editoria attorno a un fitto programma di incontri e seminari, che ridisegnarono fortemente l’identità della città e il rapporto dei cittadini con i suoi spazi.

Con gli anni duemila alcune dinamiche iniziarono a cambiare. La “guerra al terrorismo” inaugurata da Bush dopo l’attacco dell’11 settembre, i quattro giorni del g8 di Genova del 2001, il riflusso dei movimenti della metà degli anni zero iniziarono a imprimere alla società un movimento di chiusura, diffidenza e ritorno alla sfera del privato. In ambito culturale, questo si tradusse in una compartimentazione, un disciplinamento e una contrazione delle forme di cultura diffusa nei territori. Non si trattò certo di una sparizione. Il sistema dei festival, per esempio, prosperò al punto da divenire un elemento chiave nello sviluppo della competizione interurbana per risorse, visibilità e turisti, generando macchine organizzative complesse e (in alcuni casi) la collocazione in zone periferiche predisposte. Si moltiplicarono anche iniziative come le notti bianche, in cui ad aperture fuori orario delle istituzioni culturali – musei, gallerie o teatri – si accompagnano eventi diffusi. Anche questo tipo di iniziative entrarono a pieno titolo nei pacchetti di destination branding delle città, connotandosi spesso anche come eventi gastronomici e venendo gestite sempre di più come occasioni di marketing urbano. Negli anni zero aprirono le porte anche molti dei musei di arte contemporanea in cantiere da anni, come il Madre a Napoli (2005), il Macro a Roma (2002), il Mambo a Bologna (2007), il Mart a Rovereto (2002). Si trattò di un momento importante di costituzione di nuove istituzioni culturali, con scopi sia espositivi che di ricerca e curatela, oltre che di un ulteriore tassello nel mosaico del place branding.

Eppure, nonostante innumerevoli casi locali di segno opposto (grandi e piccoli), la seconda metà degli anni zero è stata caratterizzata da una progressiva contrazione della capacità delle città di dialogare con la vita disordinata della cultura tra le sue strade. L’esperienza culturale si è inserita sempre di più in percorsi improntati alla razionalizzazione e alla specializzazione dei ruoli, delle funzioni e dei luoghi e l’adozione di metodologie e strumenti di management culturale ha permesso un’ottimizzazione delle risorse e, in alcuni casi, la costruzione delle premesse per la sostenibilità economica delle organizzazioni. Allo stesso tempo, però, produzione e fruizione hanno iniziato a rispondere sempre di più alla logica del format: una griglia in cui ogni elemento ha il suo posto e le relazioni tra i vari elementi sono previste, così come i risultati. Un modo di organizzazione che presenta innumerevoli vantaggi: dalla maggiore facilità di calcolare costi e ricavi alla possibilità di replicare modelli simili in altri contesti o di scalare verso l’alto la produzione secondo logiche di razionalità economica. Ma è anche un approccio che porta all’overdesign (eccesso di progettazione) riducendo i margini di libertà di artisti e pubblici nella navigazione dei mondi simbolici e nella costruzione di nuovi rituali. Rituali che – per esistere – possono essere solo in minima parte progettati e che devono soprattutto essere vissuti. I format – per definizione – ragionano in termini di standard, e non possono non fare fatica a relazionarsi con lo spazio urbano che è – per definizione – il luogo della complessità.

L'articolo Un estratto da Abitare il vortice di Bertram Niessen proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-abitare-il-vortice-di-bertram-niessen/feed/ 0
Il rinascimento psichedelico https://minimaetmoralia.it/altro/il-rinascimento-psichedelico/ Mon, 21 Dec 2020 05:38:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47444 Questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo. di Nicola Lagioia Siamo disposti ad abbandonare un pregiudizio davanti all’evidenza scientifica? Sono passati molti anni dal giorno della bicicletta. Il 19 aprile 1943 un giovane chimico svizzero, Albert Hoffmann, testò il dietilamide dell’acido lisergico, sintetizzato nel tentativo di produrre un farmaco per stimolare la circolazione. […]

L'articolo Il rinascimento psichedelico proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo pezzo è uscito su La Repubblica, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

Siamo disposti ad abbandonare un pregiudizio davanti all’evidenza scientifica?

Sono passati molti anni dal giorno della bicicletta. Il 19 aprile 1943 un giovane chimico svizzero, Albert Hoffmann, testò il dietilamide dell’acido lisergico, sintetizzato nel tentativo di produrre un farmaco per stimolare la circolazione. Guidato da un “singolare presentimento”, ma senza immaginare cosa sarebbe successo, Hoffman assunse 250 μg della molecola che il mondo avrebbe presto conosciuto come LSD. Quindi inforcò la bicicletta per tornare a casa e cominciò a pedalare per le strade di Basilea. Da lì a poco i colori intorno a lui si fecero più intensi, la percezione del tempo si frantumò, e – mentre il resto d’Europa bruciava nell’incubo della seconda guerra mondiale – Hoffman venne scaraventato in un viaggio di stupefacente vertigine e bellezza.

Non era la prima volta che un essere umano viveva un’esperienza psichedelica. Dai misteri eleusini al peyote in uso tra i nativi americani l’alterazione rituale dello stato di coscienza era considerato dagli antichi un passaggio importante dell’esistenza. Anche la modernità non rifiutò all’inizio la scoperta di Hoffman. L’LSD venne usato a scopo terapeutico da psichiatri e psicologi con risultati incoraggianti, si diffuse tra le élite culturali (da Cary Grant a Elsa Morante), diventò un fenomeno di massa interessando il vasto mondo delle controculture. La repressione che seguì – proibizione della sostanza, cancellazione dei programmi di ricerca, demonizzazione degli utilizzatori – fu dettata più da interessi politici che dall’evidenza scientifica, ma di questo, incredibilmente, ci rendiamo conto solo adesso.

Da qualche tempo è in corso infatti il cosiddetto “rinascimento psichedelico”, che forse sarebbe corretto chiamare “maturità psichedelica”. È stato il grande giornalista Michael Pollan, col suo Come cambiare la tua mente, a raccontare al grande pubblico che cosa stava succedendo. Nel 2007 il neuropsicofarmacologo David Nutt pubblicò su «The Lancet» uno studio in cui classificava le sostanze in ordine di pericolosità. Al primo posto compariva l’alcol, poi eroina, cocaina, tabacco, cannabis, soltanto in fondo LSD e psilocibina, caratterizzate da bassa tossicità e da una ancora più bassa capacità di generare dipendenza (esiste una soglia letale per il paracetamolo, nota Pollan, non per l’LSD). Dieci anni dopo il neuroscienziato Robin Carhart-Harris sottopose per la prima volta a risonanza magnetica un cervello sotto LSD. Fu il “bosone di Higgs delle neuroscienze”, commentò Nutt. Seguì un articolo del chimico Bryan Roth pubblicato su «The Cell», che evidenziava il modo in cui l’LSD si lega al recettore della serotonina.

Da questi studi iniziò a emergere in modo incontrovertibile ciò che tanti faticavano ad ammettere, cioè che gli psichedelici non c’entrano niente con droghe terribili come cocaina o eroina, fanno meno danni di alcol e tabacco, possono essere usati per contrastare proprio l’alcolismo e altre dipendenze, per curare gravi forme di depressione, per ridimensionare la paura della morte nei malati terminali, nonché per studiare in modo altrimenti impossibile il funzionamento del cervello. Gli psichedelici sarebbero insomma dei farmaci, e – a patto di utilizzarli in modo cauto e controllato – potrebbero spalancare le porte su un capitolo completamente nuovo della conoscenza umana.

A partire da questi dati, si sono moltiplicati anche in Italia gli studi e le pubblicazioni sulle potenzialità terapeutiche, spirituali e culturali degli psichedelici. Non si possono dimenticare gli studi e le tante pubblicazioni di Giorgio Samorini, che nel nostro paese è stato un pioniere in questi ambiti. di Nel 2018 UTET ha pubblicato LSD. Storia di una sostanza stupefacente, un testo molto chiaro e completo a firma di una studiosa autorevole come Agnese Codignola. A novembre è uscito per Quodlibet La scommessa psichedelica, a cura di Federico di Vita, dove scrittori, filosofi, giornalisti scientifici, uomini politici – da Edoardo Camurri a Vanni Santoni, da Mario Cappato a Codignola – analizzano la questione da diversi punti di vista. Fino al 13 dicembre sono in corso idealmente a Torino (causa covid è tutto on line) gli Stati Generali della Psichedelia, a cura di Alessandro Novazio, che con energia raggruppa per il secondo anno molti di coloro che trattano la materia. Ci sono psichiatri come Piero Cipriano, impegnato in una ricerca su psichedelia e sciamanesimo, o come Mauro D’Alonzo, fondatore di Eutopia, un progetto di riduzione del danno, supporto e integrazione degli psichedelici in ambito terapeutico, ci sono psicoterapeuti come Pier Luigi Lattuada e giovani studiose come Maria Laura De Rosa, in forza a Neutravel, che in Piemonte svolge un’egregia opera di informazione nei contesti del divertimento giovanile.

Il dibattito è molto aperto in ambito culturale, tra chi ritiene che il rinascimento psichedelico (visto il modo con cui queste sostanze interagiscono con la parte più violenta e autoreferenziale dell’ego) possa rendere più sano il nostro modello di sviluppo oltre che rappresentare per il XXI secolo una rivoluzione simile a quella che Freud e Jung portarono nel Novecento, e chi teme che possa essere messo biecamente al servizio dell’attuale sistema di produzione. Siamo lontani dagli eccessi della Summer of Love e dallo scatenato entusiasmo di Timothy Leary. L’epoca in cui viviamo necessita di razionalità e misura. A maggior ragione, appaiono completamente fuori luogo le cacce alle streghe che da Nixon all’altro ieri si sono abbattute su quella che potrebbe rivelarsi una benefica branca del sapere. Smetteremmo di credere che la terra è piatta se qualcuno ci dimostrasse il contrario?

L'articolo Il rinascimento psichedelico proviene da Minima et Moralia.

]]>