Valentina Della Seta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valentina-della-seta/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Jun 2021 09:07:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Valentina Della Seta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valentina-della-seta/ 32 32 Valentina Della Seta e Mario Desiati: un dialogo su “Le ore piene” e “Spatriati” https://minimaetmoralia.it/libri/valentina-della-seta-e-mario-desiati-un-dialogo-su-le-ore-piene-e-spatriati/ https://minimaetmoralia.it/libri/valentina-della-seta-e-mario-desiati-un-dialogo-su-le-ore-piene-e-spatriati/#respond Fri, 25 Jun 2021 08:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48951 Pubblichiamo un dialogo tra Mario Desiati e Valentina Della Seta, in libreria rispettivamente con Spatriati (Einaudi) e Le ore piene (Marsilio), uscito in una versione differente su D di Repubblica. Photo by Maru Lombardo on Unsplash Mario Conosco Valentina attraverso il suo romanzo alla fine dello scorso mese di aprile. Visto alcuni temi comuni tra […]

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Pubblichiamo un dialogo tra Mario Desiati e Valentina Della Seta, in libreria rispettivamente con Spatriati (Einaudi) e Le ore piene (Marsilio), uscito in una versione differente su D di Repubblica. Photo by Maru Lombardo on Unsplash

Mario

Conosco Valentina attraverso il suo romanzo alla fine dello scorso mese di aprile. Visto alcuni temi comuni tra le nostre scritture, siamo stati entrambi arruolati per una conversazione per D Repubblica. Il dialogo prende una piega che esula gli argomenti per i quali eravamo stati cooptati, in realtà deragliamo e le conseguenze sono che gran parte della conversazione non è stata pubblicata. Labbiamo tenuta come una specie di appunto che ci sarebbe venuto utile in seguito.

Le ore piene mi ha turbato perché ci ho trovato una crepa nella realtà. Ed è quello che cerco nei libri. Percepisco inoltre un lieve dolore, ma anche una forte ribellione alle convenzioni, una fame di indipendenza e libertà che la protagonista del libro vive attraverso la scelta più coraggiosa che esiste: fare le cose senza che queste siano fini a sé stesse. Perché nessun dolore resti inutile e il piacere senza insegne sia clamorosamente irriverente. Al telefono la voce di Valentina è bassa, cadenzata, dopo i primi convenevoli facciamo la rassegna degli amici in comune. Non sono tanti. E alcuni non ci sono più.

Come Lorenzo Amurri che pubblicò i suoi romanzi con l’editore dove lavoravo. Amurri è uno di quelli che apre le crepe nella realtà nei suoi libri. È uno scrittore che mi manca (a luglio saranno cinque anni che non è più qui), aveva una grazia e un’ironia appuntita nonché il dono di leggere l’anima dei suoi amici.

Valentina

Lorenzo Amurri, che conoscevo da molto prima che iniziasse a scrivere, mi parlava sempre di te. Lo avevi aiutato a dare forma al suo primo romanzo, Apnea, che partiva dall’esperienza di un incidente a vent’anni che lo aveva reso tetraplegico. Mi parlava della vostra amicizia e dei tuoi romanzi che amava. Penso che oggi leggendo Spatriati sarebbe entusiasta per la risolutezza piena di grazia di Claudia e le coraggiose scelte di indecisione di Francesco. Claudia e Francesco esplorano nel corso degli anni, tra Martina Franca e Berlino, una maniera di amarsi profonda e non convenzionale. Mi fa pensare alle infinite possibilità del desiderio. Lorenzo, che non sentiva il corpo dal petto in giù, mi ha raccontato che il piacere trova il modo di spostarsi e accendersi ovunque trovi dei recettori che lo accolgono. Era un’idea di sesso lontana da qualunque pretesa performativa, e questo mi riporta a Spatriati.

Mario

C’è questa amorevole nuvola su questa conversazione che evoca amici comuni e persone che ci vogliono bene, avverto anche un’ispirazione gentile nelle tue parole, come quella che hai avuto nel racconto della tua protagonista, che hai scelto di non nominare. Come mai?

Valentina

È soprattutto per timidezza che non sono riuscita a dare un nome alla protagonista. In generale il romanzo viene da un tentativo di fare del mio meglio per trovare una forma a una ferita d’amore che volevo raccontare. Al telefono abbiamo parlato di come possa essere utile una zona non produttiva nella mente per scrivere narrativa. Credo di conoscerla bene. Mi crea difficoltà quando cerco di concentrarmi o prendere decisioni, ma è lì che sono mi sono dovuta infilare per tirare fuori il libro.

Mario

Mi piace quando qualcuno si lascia andare alle voci dell’anima anche se Carlo Dossi, uno scrittore scapigliato dell’Ottocento, in un geniale libro chiamato Amori diceva che l’anima l’abbiamo attorno. E forse la tua protagonista la pensa come lui: si getta in un’avventura senza paura delle conseguenze, in braccio all’anima ispirata dal desiderio.

A volte questo può apparirci futile, un ostacolo alla corsa che facciamo ogni giorno, lavorare dunque produrre, occuparci dei nostri affetti cercando di esserne all’altezza. Ma il desiderio? Il desiderio più bruciante può anche mascherarsi nella frivolezza, come fa la protagonista del romanzo con la sua voglia di sperimentare negli appuntamenti con gli sconosciuti le mille sfaccettature del proprio desiderio e della propria passione, o semplicemente l’umanità con la sue infinite varianti. Le ore piene è anche viaggio nelle diverse declinazioni del desiderio, anche quando questo è oscuro, inesplorato, quando si scontra o si mischia o si fonda con i desideri degli altri. Eppure il desiderio in molti è inconsapevole, come se rispondesse a una vocazione automatica, per esempio i maschi del tuo romanzo sembrano scegliere il BDSM per attuare una fuga da loro stessi, è come se non fossero mai consapevoli davvero del loro desiderio. È così?

Valentina

Forse alcuni maschi del mio romanzo sono in fuga da loro stessi, ma il BDSM mi sembrava il contesto ideale per mettere al centro del discorso il desiderio e non il potere. Dichiarare, mettere in scena e contrattare il potere in qualche modo lo rende inoffensivo, elimina i non detti che possono diventare la parte malsana di un rapporto. È vero che nel libro ci sono personaggi poco consapevoli del desiderio della protagonista, ma lei stessa non ne sa molto di più. Ne ha appena preso coscienza, rendendosi conto che spesso il desiderio non corrisponde a una visione etica o politica dell’esistenza. Mi affascina l’idea di un desiderio che vada contro i nostri stessi desideri.

La libertà, l’autodeterminazione in questo caso sono nella possibilità di una ricerca, anche se poi la narratrice di Le ore piene non riesce a immaginare qualcosa di diverso dall’ideale di una coppia tradizionale. Francesco, l’io narrante di Spatriati (dove convivono poeticamente le descrizioni della vegetazione che cresce nelle fessure dei muretti a secco pugliesi e le notti di perdizione nei locali berlinesi), ha un’altra visione di sé stesso e dell’amore. A un certo punto dice: «Era molto più sottile e sofisticato dell’innamoramento, era una nazione libera e indipendente, e non aveva nome». Potresti parlarmene?

Mario

Francesco in Spatriati diventa consapevole anche grazie alla guida di Claudia che è una donna che non molla mai di un centimetro davanti alle sue disavventure. Ma Francesco vive questa illuminazione anche grazie alla sua sensibilità, capisce di vivere dentro una società costruita su misura dei maschi. Lui potrebbe approfittarne e godere di quei privilegi ma sa e capisce che quel modello maschile è allo stesso tempo una gabbia al suo desiderio, che quei privilegi tarpano le ali della sua identità, un ottuso impedimento a vivere e mostrare le sue fragilità. Proprio rinunciando alle regole stringenti del patriarcato, al dover assumere un ruolo per compiacere le convenzioni si possono vivere relazioni e sentimenti con tutti privi di insegne con l’unico confine del rispetto, ci si può vestire come si vuole, amare chi si vuole. Ecco lui va esattamente nella direzione contraria di P., il personaggio maschile de Le ore piene, lui non nasconderebbe mai a qualcuno la sua identità. Molti maschi proprio perché devono mantenere l’aria del loro ruolo dominante – come secondo me fa P. nel tuo racconto – nascondono i loro gusti, sogni, paure alle persone che amano. Molti segreti sono circoscritti dal dolore di non poter esprimere la ragione intima, la verità di se stessi, aspetti ritenuti fragilità, elementi che vengono considerati riprovevoli in un contesto patriarcale. Tu cosa ne pensi?

Valentina

Una delle cose che ho amato di più in Spatriati è la fragilità di Francesco. Non la combatte, la sua rivoluzione sembra dover passare attraverso una resa. Mi sembra una forma di desiderio anti patriarcale e anti capitalista perché invece di partire dall’idea che ci siano dei bisogni da soddisfare, una realtà da pretendere, trova il modo di adeguarsi alle cose come sono. Mi piace anche il fatto che nel romanzo descrivi con affetto e senza giudicarli altri uomini (come il padre di Francesco) che sono vittime di un modello di mascolinità in crisi. Forse il personaggio di P. appartiene a questa categoria, anche se ancora non lo sa. Devo ammettere che non ho pensato a nessuna di queste cose mentre scrivevo Le ore piene. Mi sono ispirata allo sguardo sul corpo maschile, mercificante e romantico, che avevo trovato nella novella di Edmund White Caos (Playground), e agli incontri tra sconosciuti nelle notti di Parigi descritti da Renaud Camus in Tricks (Textus edizioni). Il diario sessuale di Camus è ambientato nel 1978 quando, per incontrarsi, non c’era nemmeno il minitel di cui scrive Virginie Despentes in King Kong Girl (Einaudi).L’arrivo di internet e delle app come Tinder sta cambiando molte cose in termini di relazioni. Per esempio, sta scardinando definitivamente l’idea che le donne non possano avere desideri ambivalenti o del tutto slegati dall’emotività.

Mario

Mi è successa una cosa strana a proposito: ero in fila per un tampone antigenico in farmacia e ho visto che c’era una ragazza piccolina, con uno zaino, la fronte infiammata, i capelli castano chiari sciolti nel vento strano di questa primavera. Mi fissava. Ho pensato di avere fuori posto qualcosa, ho detto “tutto ok?” da dietro la mia mascherina. Lei ha risposto “Sei Giacomo?”. No sono Mario ho risposto. Non ha detto niente. Poi ho sentito che qualcuno la chiamava da dietro. “Rossella?” Ha detto. Un uomo. Lui era alto, sottile, capelli lisci e una mascherina con la fantasia arabescata, si vedeva che era una mascherina di stoffa inutile, solo per messinscena, forse comprata per l’occasione. Si sono presentati anche se sapevano i loro nomi e si sono salutati toccandosi coi gomiti. Hanno confabulato qualche secondo e sono entrati in farmacia.

Quando sono tornati erano con la distinta da dare al tipo che ci avrebbe fatto l’esame. Si sono messi in fila vicino al gazebo dove venivamo tamponati e li ho spiati, sorridevano con gli occhi guardandosi a vicenda. Lui diceva che non vedeva l’ora di togliersi la mascherina. Lei ha detto che non vedeva l’ora di farsi fare quel tampone perché era in ansia. E così ho capito che erano due che si erano conosciuti su Tinder, insomma un dating al buio in piena regola davanti al gazebo in farmacia invece che in enoteca o al parco. Ho pensato al tuo romanzo. Alla protagonista e il suo P. Davanti a una farmacia di Roma est.

Valentina

Grazie, mi piace pensare che i personaggi dopo che li abbiamo lasciati continuino a vivere avventure di cui non sappiamo niente. Tornando alle app, credo che anche solo per curiosità ci sia passata la maggior parte delle persone che conosco. Io non le uso in questo periodo, ma cerco di immaginare il fermento che potrebbe esserci su internet, mentre la nostra parte di mondo, grazie ai vaccini, ritrova una parte di libertà. Lo vedo per le strade, nelle magliette corte delle ragazze e quelle aderenti dei ragazzi, un desiderio fortissimo di richiudere nell’armadio i vestiti da casa e avvicinarsi, spogliarsi, sedurre. Ne approfitto per dirti che alcuni anni fa mi era sembrato di riconoscere la tua foto su Tinder.

Mario

Sì, confesso il misfatto. Ti posso dire anche l’anno. Era il 2016, lo usavo molto a Berlino perché mi permetteva di conoscere persone superando le mie incertezze linguistiche. Avevo un profilo mezzo in italiano e mezzo in tedesco tutto ricolmo di citazioni e mi offrivo come partner in crime per le notti o gli after al Kit Kat Club, uno dei più trasgressivi club techno del mondo. Ci ho anche trovato un lavoro con Tinder a Berlino, ma lì dovrei scriverci un altro romanzo. In Italia l’ho disinstallata dopo poche settimane perché c’era mezza editoria romana coi nomi falsi, mogli e mariti che si fingevano altra gente per scoprire un adulterio, uno scrittore di gialli che si spacciava per donna, foto di gente presa a caso in rete con presentazioni farneticanti, sono scappato. E poi avevo la sensazione di conoscere tutti. E infatti l’unico dating che riuscii a fare fu con una persona che veniva a scuola con me, a Martina Franca, a oltre 500 chilometri da Roma.

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Il 12 luglio alle 20, all’Angelo Mai di Roma, ci sarà una serata per Lorenzo Amurri. Fandango, inoltre, pubblicherà un libro con dei suoi testi dal blog Tracce di ruote.

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“Maternità” di Sheila Heti. Un pezzetto di libertà vera https://minimaetmoralia.it/libri/maternita-sheila-heti-un-pezzetto-liberta-vera/ https://minimaetmoralia.it/libri/maternita-sheila-heti-un-pezzetto-liberta-vera/#comments Thu, 04 Apr 2019 06:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39899 Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate. […]
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

La protagonista senza nome di Maternità, scritto da Sheila Heti e pubblicato qui in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa, deve decidere se vuole avere un figlio e il tempo stringe. È una donna di trentasette anni, una scrittrice con sei libri pubblicati in luogo dei sei figli avuti invece da sua cugina, ha un compagno che ama, è insomma in quella fase della vita che, diamo un po’ tutti per scontato, apre alla stagione della ruminazione obbligatoria. Se vuole un figlio può averlo, ma appunto, deve essere sicura. E questo vuol dire in sostanza rispondere a quella che Rebecca Solnit ha chiamato la madre di tutte le domande. Maternità è la mappa, o forse dovrei dire il diario di viaggio, la narrazione di tutti i luoghi mentali ed emotivi in cui questa domanda ha condotto l’autrice – il libro è definito un romanzo, questa la sua collocazione editoriale, questa la definizione che Heti stessa, a giudicare dalle interviste che ho letto, preferisce. La voce narrante di queste pagine lo chiama, di volta in volta, “un profilattico”, “una scialuppa di salvataggio”, “una difesa scritta”, “il luogo di questa lotta”, “un libro per prevenire lacrime future”.

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Miles ha detto che la decisione spetta a me: lui non vuole figli a parte quella che ha già avuto, abbastanza casualmente, quando era giovane, che vive con la madre in un altro paese e passa da noi le feste e metà dell’estate. […]
Se proprio voglio un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura.

La protagonista senza nome di Maternità, scritto da Sheila Heti e pubblicato qui in Italia da Sellerio con la traduzione di Martina Testa, deve decidere se vuole avere un figlio e il tempo stringe. È una donna di trentasette anni, una scrittrice con sei libri pubblicati in luogo dei sei figli avuti invece da sua cugina, ha un compagno che ama, è insomma in quella fase della vita che, diamo un po’ tutti per scontato, apre alla stagione della ruminazione obbligatoria. Se vuole un figlio può averlo, ma appunto, deve essere sicura. E questo vuol dire in sostanza rispondere a quella che Rebecca Solnit ha chiamato la madre di tutte le domande. Maternità è la mappa, o forse dovrei dire il diario di viaggio, la narrazione di tutti i luoghi mentali ed emotivi in cui questa domanda ha condotto l’autrice – il libro è definito un romanzo, questa la sua collocazione editoriale, questa la definizione che Heti stessa, a giudicare dalle interviste che ho letto, preferisce. La voce narrante di queste pagine lo chiama, di volta in volta, “un profilattico”, “una scialuppa di salvataggio”, “una difesa scritta”, “il luogo di questa lotta”, “un libro per prevenire lacrime future”.

Quello che non è, ed è questo che lo rende interessante e diverso dalle tante pagine e riflessioni a cui siamo abituati quando parliamo di maternità o del suo rifiuto, è una polemica. Siccome è un romanzo, non ho voglia rivelare il finale, il risultato di tanta ruminazione, anche se quasi tutte le recensioni seguite alla sua uscita non si sono fatte questi scrupoli – ma tutto sommato non serve. In queste pagine, Heti davvero si chiede se vuole avere un figlio, lei davvero non sa la risposta quando comincia la sua meditazione che vediamo dipanarsi capitolo dopo capitolo, frammento dopo frammento. Seguiamo il fluire serpeggiante delle sue riflessioni senza davvero sapere in che direzione la porteranno, e noi con lei, se arrivando alle ultime pagine saremo informati che sta per avere un bambino oppure che no, ha deciso di no.

E a noi, interessa? E se sì, perché?

Era appunto il bersaglio della polemica di Solnit, questo eccessivo interesse di tutti sulle scelte riproduttive delle donne, interesse che giustifica le interferenze più poliziesche e impiccione. Solnit ricorda di una sua partecipazione a un festival letterario di molti anni prima, e del modo in cui il suo presentatore aveva dirottato l’intera conversazione sulla sua non maternità:

Il signore inglese che m’intervistava, anziché parlare dei frutti della mia mente insisteva per parlare di quelli dei miei lombi, o della loro mancanza. Continuava a chiedermi perché non avessi avuto dei figli. Nessuna delle mie risposte lo soddisfaceva. A quanto pare era convinto che dovessi averne e trovava incomprensibile che non ne avessi, e così abbiamo parlato di perché non avevo figli, anziché dei miei libri.

Le domande dell’intervistatore erano indecenti, continua Solnit, perché partivano dal presupposto che le donne debbano avere figli, e che il loro fare figli o meno sia in qualche modo affare di tutti. Per arrivare ai giorni nostri e dalle nostre parti, il presidente del Family Day Massimo Gandolfini, pochi giorni fa, ha detto in una conferenza  stampa che “L’unione feconda tra un uomo e una donna resta il nucleo fondante di ogni società umana”. Se qualcuno ancora si chiedesse dove porta quest’idea che la fecondità di ciascuna sia ricondotta alla salute complessiva della società tutta, basterà seguire gli avvincenti sviluppi del congresso nazionale della famiglia a Verona.

Per Solnit, il solo fatto che una domanda possa trovare risposta non ci obbliga a rispondere, e non vuol dire che sia una domanda ammissibile. A chi si impiccia delle faccende del suo utero replica in maniera, secondo la sua definizione, ‘rabbinica’: “perché mi stai chiedendo questo”? Perché certo, chi ti chiede se hai dei figli o se ne avrai, sta di solito creando il pretesto per dirti la sua opinione in merito. La risposta rabbinica di Solnit mi piace, ma mi piace altrettanto e forse di più la risposta di Heti: Quanto tempo hai? Mettiti pure comodo, ci vorranno ore. Che sia o meno una domanda lecita, Heti ha deciso di rispondere, scrivendo un libro, rispondendo quindi pubblicamente – e sono tante le cose a cui ho finito per pensare, leggendola.

Quello che fa una donna del suo corpo non sono affari di nessuno ma interessa a tutti. Io stessa so bene di essere fin troppo interessata alle scelte procreative delle altre, e non so nemmeno perché, dal momento che la mia decisione di non avere figli non è frutto di alcuna tormentata ruminazione ma è stata anzi istintiva, spontanea e autoevidente – mi verrebbe di essere pilloniana e dire, addirittura, “naturale”. La mia ruminazione si è consumata tutta a posteriori, sotto forma di un’insaziabile curiosità verso me stessa e verso quante non provano affatto quell’ impulso che pensavamo, per secoli abbiamo pensato, ci accomunasse e che prendesse tutti a un certo punto della vita, l’istinto di generare – ma la mia curiosità abbraccia tutte, non tralascia nemmeno le spinte e le motivazioni di quante invece sentono che devono assolutamente farlo, un figlio, uno o undici. Cosa c’è dentro di loro che io non ho? Cosa ci ha fatto diverse?

Tra le donne della nostra età la prima cosa che una vuole sapere di un’altra è se ha figli e, nel caso non li abbia, se ha intenzione di farli. È come una guerra civile: tu da che parte stai?

Heti cerca di ricomporre con il pensiero questa partigianeria innecessaria. Vorrebbe capire in cosa consiste l’esperienza dell’avere figli ma, anche, che tipo di esperienza si vive nel non averli, trasformarla in un’azione attiva invece della mancanza di un’azione. 

È questo, più di ogni altra cosa che ci dà un tuffo al cuore: il fatto che le donne senza figli e le madri sono equivalenti; eppure è per forza così: che c’è un’esatta equivalenza e un’uguaglianza, che sia, uguali nel vuoto e uguali nella pienezza, uguali nelle esperienze fatte e uguali in quelle perse, e nessuna delle due strade è migliore o peggiore, più spaventosa o meno irta di paure.

E ciò nonostante, la partigianeria è ovunque. Posso decidere di vedere questo divide et impera, questa eterna riconfigurazione degli stereotipi del merito, come una perfetta strategia sabotatrice del patriarcato. La serafica fattrice, l’angelo del focolare o l’odierna e iper-connessa ‘pancina’. Ma anche la sua ombra, il suo rovescio sinistro: la madre ancestrale, ctonia, generatrice e distruttrice, depositaria del più arcano potere su tutti i viventi (tra cui il più arcano di tutti, decidere chi vivrà e chi non), l’oggetto di un odio inammissibile che ha fatto salpare mille e più misoginie. Da una parte lei, dall’altra le disseccate zitelle della tradizione, le donne bambine, le nevrotiche, le isteriche, ma anche le vincenti, le amazzoni dell’happy hour, le Samantha Jones della nostra immaginazione. Ammetto che raramente resisto alla tentazione di poggiare l’orecchio sul furioso alveare virtuale in cui si agita questo tribunale dell’opinione comune. Di ogni articolo o status che vedo sui media online o sulle piattaforme social, che riguardi l’ultimo memoir di una donna che annuncia la sua fiera decisione, di ogni think piece sulla maternità o sul suo rifiuto, di ogni notizia di cronaca su una famiglia dei record, io leggo i commenti, a volte li copincollo su un documento word. Non so perché lo faccio e non serve che vi dica cosa c’è scritto, cosa leggo, c’è tutto quello che state immaginando.

Ma la partigianeria non ci è imposta, è alle radici della tradizione femminista che abbiamo ricevuto. Da una parte il pensiero della differenza, l’esaltazione del femminino generatore, accudente, sociale e solidale che nella nascita, nella prova fisica del dare alla luce vede l’affermarsi della sua forza superiore, l’antitesi al principio maschile della distruzione, dell’individualismo, del consumo.  Dall’altra, l’idea altrettanto longeva che a nessuna ideologia spetta il compito di definire  cos’è e come dovrebbe essere una donna, e che una rivoluzione, per essere davvero tale, sarebbe un processo grazie al quale queste dicotomie perderebbero di senso. È sempre stato tutto lì, lo era nel 1971, quando nella Dialettica dei Sessi, Shulamith Firestone argomentava che “l’obiettivo finale della rivoluzione femminista deve essere […] non solo l’eliminazione del privilegio maschile, ma della stessa distinzione dei sessi: le differenze genitali tra gli esseri umani non avranno più alcuna importanza culturale”.  Questo orientamento poi è passato sotto traccia, troppo massimalista, forse, troppo ‘altro’ rispetto al sentire comune. L’orientamento si è inabissato, si è ritirato sull’Aventino dei campus universitari, ci ha dato le decostruzioni degli anni ‘90, come il pensiero queer, il cyberfemminismo, e ora pare riemergere, si pensi a Xenofemminismo, manifesto politico del collettivo Laboria Cuboniks pubblicato ora anche in italiano da Nero edizioni con la firma di Hester Helen. È riemerso in parte perché c’era bisogno, forse, di ridiscutere l’essenzialismo biologico in cui siamo ricaduti un po’ tutti e in parte perché le due innovazioni tecnologiche che Firestone considerava necessarie perché la sua rivoluzione prendesse forma ora sono realtà o, se non ancora pienamente realizzate, decisamente a tiro di sguardo: la riproduzione artificiale, che può liberare le donne dalla tirannia biologica della procreazione, e la robotica, che rendendo obsoleto il lavoro umano permette di ripensare la necessità della famiglia nucleare come unità di produzione e riproduzione. Placenta artificiale, piena automazione – ammetto che sono tentata di dipingere anche io un tazebao e partire per Verona.

Cosa c’entra tutto questo con Sheila Heti? A prima vista niente, perché il suo romanzo non è, come dicevo, una polemica. Non c’è pugnacità libellistica, non ci sono riferimenti teorici espliciti, non è una perorazione. In queste pagine non vediamo Heti dialogare esplicitamente con le tante altre scritture dell’ambivalenza materna (possiamo averle marginalizzate, dimenticate, ma esistono da sempre, formano quasi un canone e, come ha scritto Valentina Della Seta su Rivista Studio, non sono tutte opere di autrici), la vediamo piuttosto dialogare con le sue amiche, con sconosciuti incontrati per caso, con il tutt’altro che neutrale fidanzato Miles (quando lei gli chiede se non sarebbe bello avere un figlio, la sua risposta è: sicuramente è molto bello anche farsi lobotomizzare) con cartomanti e indovine. Dialoga con i messaggi ambigui che riceve nei sogni, e persino con le monete degli I Ching. Il suo libro è un distillato, un compendio di bellissime frasi – quotabile all’infinito, sottolineabile nella sua interezza, è un ricondurre continuo di tutto all’esperienza. La teoria è trascesa, è digerita:

Perché facciamo ancora bambini? […] Le donne devono avere i bambini perché devono essere occupate. Quando penso a tutta la gente che nel mondo vuole vietare l’aborto, mi sembra che il senso possa essere uno solo: non è che vogliano una persona nuova al mondo, vogliono che le donne si occupino innanzitutto di tirare su i figli. C’è qualcosa di minaccioso in una donna che non è impegnata coi figli. Una donna del genere dà un senso di instabilità. Cos’altro si metterà a fare? Che razza di guai combinerà?

Il libro di Sheila Heti c’entra perché non si chiama Genitorialità, ma Maternità. La precisazione è pedante ma c’è questo problema, che per quanto gli amici del Family Day si disperino al pensiero che la nostra società stia diventando liquida, su certe cose è rimasta tenacemente solida: per una donna decidere di fare un figlio implica, per forza, diventare madre, e per ciascuna è molto complicato stabilire questo cosa voglia dire. Molte sospettano che, per quanta democratizzazione siamo riusciti a iniettare nella ridefinizione dei ruoli parentali, essere madre resti comunque un format, un format problematico, e che ci penserà il mondo in cui vivi a scaricarti addosso il peso di tutte le sue conflittuali aspettative. Molte pensano che se ha ragione Rachel Cusk, quando nel suo memoir Puoi dire addio al sonno, scrive che una madre, per definizione, non potrà mai più essere sola, dal momento che “un’altra persona è esistita dentro di lei, e anche dopo la nascita vive dentro la giurisdizione della sua coscienza”, se ha ragione lei, e che motivo abbiamo di dubitarne, ci sarà sempre qualcuna che dirà: questo per me non va bene.

Sappiamo tutti che esiste una differenza importante tra l’essere madri e quello che possiamo chiamare ‘il culto istituzionalizzato della maternità’ – culto che, nostro malgrado, possiamo aver interiorizzato un po’ tutti. Le due cose non si equivalgono, non coincidono. Posso immaginarlo bellissimo, un mondo in cui il desiderio di essere madre esiste senza le pressioni esercitate dal culto e anzi, costituisca una sfida al culto. Penso che debba esistere, senz’altro dovrà esistere una via grazie alla quale si potrà essere madri senza sentirsi addosso il fiato della domesticazione, senza sospettare che stiamo collaborando alla nostra civilizzazione, alla normalizzazione di qualcosa che è dentro di noi e che da sempre è guardato con timore.

Ma ci siamo già? È arrivato, questo tempo? E come ci si arriva?

In diverse interviste che ho letto, Heti riflette sul fatto che se gli uomini potessero partorire, la decisione sul fare o non fare figli sarebbe stata la questione cruciale di ogni filosofia dall’alba dei tempi e non, come è ora, un dilemma appiattito e presentato come frivolo, una questione di life style. E non sarebbe, aggiungo io, solo il campo di battaglia in cui si scontrano le conquiste femminili e le destre misogine del mondo. Sarebbe la madre, ma anche il padre di tutte le domande, da sempre, e lo sarebbe in particolare ora, dal momento che beh, siamo in 7,69 miliardi di persone a dovercela porre.

Nascere non è intrinsecamente un bene. Se non nascesse, al bambino non mancherebbe la sua vita. Invece, nulla fa più male alla terra che la nascita di un altro essere umano, e nulla fa più male a un essere umano che venire al mondo.

E con queste due righe Heti ha sintetizzato – in modo molto più succinto e chiaro di quanto abbiano saputo fare loro – il pensiero degli anti-natalisti come David Benatar. Il suo libro chiave, Meglio non essere mai nati. Il dolore di venire al mondo, è stato pubblicato nel 2006 ma se ne parla molto più oggi, tredici anni dopo – e non soltanto qui in Italia dove, appunto, è stato pubblicato solo quest’anno. Se ne parla perché finalmente stiamo capendo che far nascere o meno è un dilemma che va molto oltre la già ben documentata e infinitamente reiterata ambivalenza femminile in proposito?

Ammetto che mi fa impressione scrivere queste righe mentre leggo di quello sta succedendo a Verona. Parte di me si ricorda che nel racconto dell’ancella, la repubblica di Gilead nasceva più o meno così, con congressi come questo a cui nessuno prestava più di tanto attenzione, e allora mi inquieto. Un’altra parte di me, invece, proprio non ce la fa a prenderli sul serio. Scalmanatevi quanto vi pare, pensa questa parte, ergetevi a difensori della maternità, ma ricordatevi che al dunque ciascuna di noi vota con i piedi (in questo caso non proprio con i piedi) – ognuna fa quello che gli pare. C’è questo di risvolto insperatamente positivo nel fatto che, come dice Heti, le donne vengono sempre fatte sentire come criminali, qualunque scelta facciano, per quanto possano impegnarsi. Le madri si sentono come criminali. E le non madri pure. Se siamo tutte criminali, non importa cosa facciamo. Ognuna fa quello che gli pare.

Come scrisse Clara Sereni tanto tempo fa, quando si tratta di scelta, se fare figli o non farne, l’assenza di qualsivoglia senso di colpa o anche solo disagio è un pezzetto di libertà vera.

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22/11/’63: le carte impreviste della storia https://minimaetmoralia.it/libri/221163-le-carte-impreviste-della-storia/ https://minimaetmoralia.it/libri/221163-le-carte-impreviste-della-storia/#respond Sat, 13 Feb 2016 08:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29944 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

di Valentina Della Seta

Stephen King lo scrive tra le pagine del romanzo 22/11/'63 (Sperling  & Kupfer, traduzione di Wu Ming 1, 2011): «Il passato non vuole essere cambiato, il passato ha i denti aguzzi». A farne le spese è il protagonista Jake Epping, professore di lettere in un liceo di Lisbon Falls nel Maine, che trova un varco spazio-temporale nel retro di una tavola calda. Al Templeton, proprietario del locale e gravemente ammalato, spiega a Jake che all'uscita del varco si troverà  nello stesso luogo nel 1959.

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abrams

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

di Valentina Della Seta

Stephen King lo scrive tra le pagine del romanzo 22/11/’63 (Sperling  & Kupfer, traduzione di Wu Ming 1, 2011): «Il passato non vuole essere cambiato, il passato ha i denti aguzzi». A farne le spese è il protagonista Jake Epping, professore di lettere in un liceo di Lisbon Falls nel Maine, che trova un varco spazio-temporale nel retro di una tavola calda. Al Templeton, proprietario del locale e gravemente ammalato, spiega a Jake che all’uscita del varco si troverà  nello stesso luogo nel 1959.

Una occasione irripetibile per aspettare il 22 novembre del 1963 e tentare di sventare l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas, con tutte le sue conseguenze sulla storia degli Stati Uniti. C’è un’altra cosa: dal varco si può tornare indietro, e ogni volta saranno passati solo due minuti. Ma se poi ci si avventura di nuovo nel passato, tutti i cambiamenti saranno scomparsi, annullati.

Da queste premesse un autore qualsiasi avrebbe potuto tirar fuori una boiata pazzesca. King ha scritto uno dei suoi libri più belli. Se ne è accorto anche il produttore e regista J.J. Abrams (Lost, Star Wars 7), che ne ha tratto (con la partecipazione dello scrittore) una miniserie in otto puntate, presentata alla fine di gennaio al Sundance Film Festival. La miniserie uscirà negli Stati Uniti il 15 febbraio sulla piattaforma internet Hulu, e andrà in onda in Italia in primavera su Fox. Jake Epping è interpretato da James Franco, Al Templeton da Chris Cooper.

La serie si svolge quasi tutta negli anni ’60, con una ricostruzione di ambienti e costumi in grande stile. Nel passato il personaggio interpretato da James Franco ha preso il nome di George Amberson. Il suo progetto è di spiare Lee Harvey Oswald (Daniel Webber) per capire se sarà davvero lui a sparare al Presidente. In attesa del momento giusto trova lavoro in una scuola e si innamora di Sadie Dunhill (Sarah Gadon), la bibliotecaria.

Bisogna dire che la vita di Jake/George non è granché nel 2011. Lui comincia ad affezionarsi agli anni ’60, al Paese in cui si fumano sigarette ovunque, il cibo ha un sapore più buono, c’è ancora da lottare per i diritti civili. E tiene sempre di più Sadie, che è il vero amore.

Ma niente sarà facile, il passato è ostile ai cambiamenti: «Da qualche parte nell’universo, o al di là di esso», scrive King nel libro, «un grande marchingegno ticchetta e fa girare i suoi mirabolanti ingranaggi. Ogni tanto, dal mazzo salta fuori una carta imprevista, ma quasi tutte le cose sono quel che devono essere». Se sul passato non possiamo garantire, siamo quasi certi che 22/11/’63 sarà una delle visioni migliori del prossimo futuro.

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Della perdita e del ritrovamento. “Ricordami così” di Bret Anthony Johnston https://minimaetmoralia.it/libri/della-perdita-e-del-ritrovamento-ricordami-cosi-di-bret-anthony-johnston/ https://minimaetmoralia.it/libri/della-perdita-e-del-ritrovamento-ricordami-cosi-di-bret-anthony-johnston/#comments Wed, 01 Jul 2015 05:30:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27617 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autrice e la testata. (fonte immagine)

di Valentina Della Seta

La piatta cittadina immaginaria di Southport, che sorge sulla costa Sud del Texas a poche miglia dalla città, reale, di Corpus Christi (petrolio, gamberetti e un ponte di acciaio a tagliare la baia, gloria sbiadita di molte cartoline illustrate di fine anni Cinquanta, forse simbolo di una versione addomesticata di località vacanziera sul Golfo del Messico), nel mese di giugno è «immersa in un caldo afoso e soffocante».

Siamo all’inizio di Ricordami cos, romanzo di esordio di Bret Anthony Johnston (Einaudi Stile Libero Big, traduzione di Federica Aceto, pp. 460), e le premesse sono da brivido..

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Bret Anthony Johnston

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (fonte immagine)

di Valentina Della Seta

La piatta cittadina immaginaria di Southport, che sorge sulla costa Sud del Texas a poche miglia dalla città, reale, di Corpus Christi (petrolio, gamberetti e un ponte di acciaio a tagliare la baia, gloria sbiadita di molte cartoline illustrate di fine anni Cinquanta, forse simbolo di una versione addomesticata di località vacanziera sul Golfo del Messico), nel mese di giugno è «immersa in un caldo afoso e soffocante».

Siamo all’inizio di Ricordami cos, romanzo di esordio di Bret Anthony Johnston (Einaudi Stile Libero Big, traduzione di Federica Aceto, pp. 460), e le premesse sono da brivido.

Justin Campell, un ragazzino uscito di casa per un giro con lo skateboard, è scomparso: «Aveva undici anni, quasi dodici, ed era felicissimo all’idea di cominciare le medie. Era uno skater, amava i Blue Angels e odiava la spiaggia», lo descrive in due struggenti righe Johnston. Dopo quattro anni la sua famiglia, composta dal padre Eric, insegnante di storia, la madre Laura che gestisce una lavanderia, il fratello minore Griff, e il nonno Cecil, cerca di andare avanti come può.

I primi mesi sono stati dedicati alle ricerche, a casa Campbell è ancora attiva una linea verde per possibili avvistamenti. Davanti ai centri commerciali e nelle vie principali sono appesi sempre nuovi volantini segnaletici: «Andavano cambiati periodicamente, perché il sole sbiadiva le foto e le parole».

Il tempo passa. Griff, che non è più un bambino, ha cominciato ad allenarsi con lo skate e a uscire con una ragazza, Fiona. Eric, pur amando Laura non riesce più a starle vicino, e fa del sesso pomeridiano triste con l’amica Tracy. Laura invece fa degli assurdi turni di notte al Marine Lab per prendersi cura di una giovane femmina di delfino ammalata, mentre il suocero Cecil, che gestisce un banco dei pegni, cerca di non far trapelare la portata del proprio dolore. E poi, una mattina, Justin viene ritrovato.

Johnston, che ha circa quarant’anni e insegna scrittura creativa all’università di Harvard, cambia la direzione della storia e riparte da una sorta di lieto fine. Un elemento che, almeno  sulla carta e nei manuali, è forse il più anti-narrativo che si possa immaginare.

Ma lo scrittore sa quello che fa. È proprio con il ritorno inatteso di Justin che le fondamenta della famiglia iniziano a tremare: «Mi interessava esplorare le conseguenze di un fatto così traumatico», dice Johnston,«cercare di raccontare dei luoghi in cui troviamo rifugio nei momenti difficili, e soprattutto dei momenti in cui quel rifugio inizia a crollare. E poi scrivere delle strategie di sopravvivenza emotiva e dei limiti che hanno».

Non si può dirsi narratori senza una dose di sadismo nei confronti dei personaggi: «Cerco di trascinarli in una morsa, e lascio che la storia si stringa il più possibile, fino al punto di rottura o di non rottura», racconta. Eppure, aggiunge poi, non aveva intenzione di scrivere di un rapimento, né si è ispirato a fatti di cronaca o del proprio passato: «Uso i dettagli dalla mia storia personale», aveva scritto tempo fa in un saggio, «per evocare un luogo e le persone che ci vivono, ma poi li utilizzo solo come fari per illuminare l’immaginazione».

Di autobiografico, in Ricordami così, c’è che l’autore ha passato l’adolescenza negli stessi luoghi del libro, odiando la spiaggia e i surfisti e andando sullo skate: «Sono cresciuto andando in skateboard nel Sud del Texas. Quando a me e ai miei amici arrivava voce di una piscina svuotata in un motel che aveva chiuso, ci precipitavamo lì. I rivestimenti di alcune piscine sono perfetti per lo skate. Sapevamo di avere poco tempo, perché presto sarebbe arrivata la polizia, o la pioggia o degli operai pagati per riempire la vasca di detriti. Nel romanzo ho usato questi dettagli per descrivere la piscina che è il rifugio di Griff, e per dare il senso di come questo rifugio sia in qualche modo precario».

Per Johnston, da ragazzo, lo skateboard è stato qualcosa di molto serio. C’è un’intervista in rete in cui racconta: «Con i miei compagni passavamo tutto il tempo libero tra gli skate park di Houston, Dallas e Austin. Spendevamo ogni centesimo per la benzina, nutrendoci quasi solo di burro di arachidi». Ci è mancato poco che diventasse un mestiere: «Sono diventato professionista per tipo 30 secondi, poi mi sono rotto i metatarsi. Lo sponsor mi chiese di restare, ma solo perché ero l’unico che non passava il tempo a strafarsi di erba e di birra».

Johnston nel frattempo si appassionava alle parole. Dal suo punto di vista lo skate e la scrittura hanno molte cose in comune: «Skaters e scrittori si sentono entrambi a loro agio in zone liminali» dice. «In un certo senso se le vanno a cercare, perché è dalle cose che gli altri ignorano o buttano via che creano qualcosa. Che si tratti di un corrimano o del modo in cui una donna si mordicchia l’interno della guancia, fanno caso ai dettagli che le persone normalmente non notano».

Ma lui, da insegnante, qual è la prima cosa che nota nei lavori degli studenti? «Sono molte le cose che mi colpiscono, tra cui i dialoghi particolarmente ben fatti, un uso della sintassi non scontato, un plot originale o la capacità di dare vita a personaggi complessi. Detto questo, la cosa a cui tengo di più è a provare la sensazione che chi scrive si stia ponendo delle domande invece di offrire delle risposte».

Nel comporre il romanzo sembra aver lavorato così, avvicinandosi di volta in volta al cuore dei personaggi, ma senza abitare in nessuno di loro. Come se ci fosse sempre una lastra di ghiaccio invisibile, una barriera immune anche all’afa estiva della baia, a separarli dal resto del mondo.

Johnston aumenta la tensione non descrivendo mai nei dettagli gli abusi subiti da Justin nelle mani del suo rapitore: «Anche perché non ho mai pensato di scrivere un romanzo su cosa volesse dire essere perduti. Dopo aver finito il libro, invece, mi sono reso conto che volevo provare a raccontare come ci si sente a essere ritrovati».

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Intervista a Emmanuel Carrère https://minimaetmoralia.it/interviste/emmanuel-carrere/ https://minimaetmoralia.it/interviste/emmanuel-carrere/#comments Wed, 16 Apr 2014 11:01:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20036 Pubblichiamo un'intervista di Valentina Della Seta a Emmanuel Carrère uscita sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autrice e la testata.

di Valentina Della Seta

Non c'è traccia di Russia nella casa parigina di Emmanuel Carrère, così francese per la luce, i pavimenti di legno, l'eleganza e il disordine. Ma c'è qualcosa nei suoi lineamenti e nel taglio degli occhi che fa capire perché, negli ultimi anni, abbia scritto due libri che hanno a che fare con l’ex-Unione Sovietica.

Carrère ha ereditato la Russia dalla madre Hélène, storica e accademica di Francia, che da bambina si chiamava, di cognome, Zurabisvili: «Georges Zurabisvili è nato a Tiflis», racconta lo scrittore a proposito del nonno materno in La vita come un romanzo russo, del 2007: «Suo padre, Ivan, è giureconsulto; sua madre, Nino, ha tradotto George Sand in georgiano. Le fotografie mostrano baffi e turbanti, tra le dita s'indovinano rosari d’ambra». Di Georges, in casa, non si parla: «Per un po' fa il taxista», siamo negli anni Venti, quando la famiglia in fuga ha trovato riparo a Parigi, «ed è una delle rare cose che a mia madre piaccia raccontare di lui, una delle rare cose che da bambino io abbia saputo di mio nonno».

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Emmanuel

Pubblichiamo un’intervista di Valentina Della Seta a Emmanuel Carrère uscita sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata.

di Valentina Della Seta

Non c’è traccia di Russia nella casa parigina di Emmanuel Carrère, così francese per la luce, i pavimenti di legno, l’eleganza e il disordine. Ma c’è qualcosa nei suoi lineamenti e nel taglio degli occhi che fa capire perché, negli ultimi anni, abbia scritto due libri che hanno a che fare con l’ex-Unione Sovietica.

Carrère ha ereditato la Russia dalla madre Hélène, storica e accademica di Francia, che da bambina si chiamava, di cognome, Zurabisvili: «Georges Zurabisvili è nato a Tiflis», racconta lo scrittore a proposito del nonno materno in La vita come un romanzo russo, del 2007: «Suo padre, Ivan, è giureconsulto; sua madre, Nino, ha tradotto George Sand in georgiano. Le fotografie mostrano baffi e turbanti, tra le dita s’indovinano rosari d’ambra». Di Georges, in casa, non si parla: «Per un po’ fa il taxista», siamo negli anni Venti, quando la famiglia in fuga ha trovato riparo a Parigi, «ed è una delle rare cose che a mia madre piaccia raccontare di lui, una delle rare cose che da bambino io abbia saputo di mio nonno».

Verrà fuori che, durante l’occupazione, ha collaborato come traduttore per i tedeschi e che nel 1944 un gruppo di uomini armati verrà a prenderlo a casa e di lui non si saprà più niente: «Mia madre mi aveva chiesto di non parlare di questa storia», spiega Carrère, mentre prepara il caffè nella cucina dell’appartamento nel bel palazzo nella zona nord-est di Parigi che divide con la moglie e la figlia di sette anni, «ma non ho potuto darle ascolto, portare alla luce questi segreti è stata una grande liberazione». Sembra che la madre non gli abbia rivolto la parola per molto tempo, ma è un rischio che si corre, a scrivere di persone vere.

Come nel caso di Limonov (Adelphi, 2012), la biografia del dissidente e scrittore russo che è forse il suo libro di maggior successo. Eduard Limonov, che tra le altre cose aveva sognato di diventare uno scrittore famoso ma era riuscito solo a conquistarsi una piccola fama come autore vagamente di culto, è stato felice del libro, di essere una star internazionale, anche se con le parole di un altro.

Chi se l’è presa è stato invece un personaggio minore, lo scrittore quarantenne Zachar Prilepin, autore di tre romanzi e militante del Partito nazionalbolscevico, di cui Carrère aveva scritto: «Onesto, coraggioso, tollerante, uno che guarda la vita come guarda le persone, dritto negli occhi». E poi: «È uno scrittore eccellente, serio e delicato, i suoi libri sono tradotti e li consiglio vivamente». A sentir nominare Prilepin, Carrère ride: «Su un quotidiano russo è uscita una sua recensione al mio libro. In poche parole dice che sono un bastardo e un traditore perché ho scritto che Limonov, a New York, ha fatto sesso con degli uomini. La cosa mi diverte, soprattutto perché sono cose ha raccontato lo stesso Limonov nei suoi romanzi».

Molto diverso deve essere stato affrontare la reazione dell’uomo al centro di L’avversario, Jean-Claude Romand, che nel 1993 ha ucciso la moglie, i figli e i genitori perché non scoprissero che non aveva un lavoro ed era pieno di debiti: «Ho raccontato la sua storia partendo da un’idea che mi ossessionava, l’immagine di un padre che cammina nei boschi», racconta Carrère, seduto su uno dei due vecchi e morbidi divani in pelle nel suo studio con le grandi finestre, «intorno c’è solo neve; l’uomo ha un segreto assurdo e terribile, di cui non può parlare a nessuno».

È stato un libro difficile da mettere insieme: «Volevo scriverlo, ma non sapevo da dove cominciare. Avevo cercato di contattare Romand in carcere ma senza successo, forse anche perché gli avevo mandato da leggere la mia biografia di Philip Dick che si intitola, me ne sono reso conto troppo tardi, Io sono vivo e voi siete morti».

Carrère scrive allora La settimana bianca (1995) un breve romanzo dell’orrore, che esce il 7 maggio nella nuova edizione di Adelphi: «L’avversario e La settimana bianca sono gemelli», spiega, mentre il discorso in qualche modo torna alla Russia: «In quel periodo cercavo di imparare di nuovo la lingua che usavo con mia madre da bambino e leggevo un racconto di Čechov intitolato La steppa. Sono pagine in cui non succede quasi niente, c’è un ragazzino che vive in un paesino remoto e viene mandato in una grande città per studiare. C’è la descrizione del suo viaggio con lo zio verso la città, i paesaggi, la neve, e i pensieri del bambino non sa cosa aspettarsi. Volevo ricreare questa atmosfera di angoscia ovattata». E Romand, che cosa ha detto? «Romand ha accettato di parlarmi proprio dopo aver letto il romanzo» continua Carrère «dicendo che gli aveva ricordato la propria infanzia. Anni dopo, quando sono andato a trovarlo dopo avergli mandato una copia di L’avversario, mi aspettavo che mi abbracciasse e si mettesse a piangere, oppure che avesse voglia di picchiarmi. Invece niente, non ha avuto reazioni, ha continuato a parlare del più e del meno».

Carrère sostiene di essersi sentito attratto dal caso di Romand perché, scavando nel fondo della sua storia, gli era sembrato di ritrovare qualcosa di sé.E dice qualcosa di simile anche a proposito di Limonov: «Ho pensato» scrive in uno dei passaggi più noti del libro «che la sua vita romanzesca e spericolata raccontasse qualcosa, non solamente di lui, Limonov, non solamente della Russia, ma della storia di tutti noi dopo la fine della seconda guerra mondiale».

Sarebbe bello ascoltare, dalla voce di Carrère, una dissertazione su cosa unisca tutte queste cose; Limonov, noi, la Russia e la fine della seconda guerra mondiale: «Non credo di essere in grado di spiegarlo» risponde invece sorridendo  «a ripensarci, ammetto di aver fatto un’affermazione imprudente».

È un particolare che, all’interno di una biografia documentata nei minimi dettagli, appassionante per come riesce a mettere insieme un quadro della storia della Russia degli ultimi settant’anni e la potenza del singolo personaggio Limonov, testimonia il fatto che lo scrittore potrebbe aver affrontato il lavoro in un modo nuovo.

Dentro Limonov c’è infatti un ritmo che sua la scrittura non aveva mai dettato prima. Non si può dire se sia più o meno bello degli altri, Carrère in quanto a ritmo è un maestro. Però c’è qualcosa, nel libro, che da l’idea di uno che si slaccia il colletto, si toglie le scarpe e beve due bicchieri di vino. Forse era Jung, che diceva che il Super-io è solubile in alcool: «È vero» spiega «mi sono lasciato andare a un ritmo diverso, ma questo è dipeso soprattutto da Limonov, dal suo modo di essere e di parlare, è lui che ha dato il tempo al libro. In ogni caso, e credo che si intuisca, è un libro che mi sono divertito a scrivere, anche se alcuni passaggi della vita di Eduard mi hanno disgustato, come la sua partecipazione al fianco dei militari serbi nella guerra dei Balcani, nei primi anni ’90. Quando sono arrivato a quei capitoli ho lasciato il libro da parte per un anno».

È difficile farsi un’idea precisa di Limonov: l’autore detesta alcune sue posizioni politiche e molte delle cose che ha fatto, però allo stesso tempo lo stima, è affascinato dal suo modo di essere. A parte questo, si può dire che forse è il primo personaggio non borghese di cui scrive? «È normale che io abbia scritto sempre di un certo ambiente» dice  «perché è lo stesso in cui sono nato e cresciuto. È vero, con Limonov ho parlato di un mondo diverso, ma lo avevo già fatto in Vita come un romanzo russo, con le persone che ho incontrato andando a girare il documentario a Kotelnic, nella provincia russa». Forse perché, in un paese come la Russia, non esiste ancora una vera classe media? «Esiste invece, ma è sempre molto piccola, e si trova solo nelle grandi città» risponde Carrère. «È uno strato minuscolo della società: intellettuali, scrittori, giornalisti, editori. Penso che la crescita di questa classe media sarebbe una delle cose migliori che potrebbe accadere alla Russia oggi. Per ora ci sono gli oligarchi, incredibilmente ricchi, e poi i poveri, che si sentono perduti, traditi dalla fine del comunismo. E che votano in massa per Putin».

A sentirlo dire così, sembra che dalla caduta del comunismo non sia cambiato molto: «È cambiato moltissimo invece» continua, «ora c’è la libertà di dire e fare più o meno quello che si vuole, a patto di non occuparsi di politica. La politica è riservata al potere. Se provi a entrarci devi essere un buon apparatcik, altrimenti ti capita quello che è capitato a Khodorkovskij, o a Limonov in un altro modo: vieni sbattuto in galera». Se Balzac fosse vivo oggi cosa racconterebbe a proposito dei piccoli burocrati che si sono trasformati nei nuovi ricchi?  «Non lo so, quello che è certo è che ancora nessuno, in Russia o all’estero, ha scritto un grande romanzo su questo argomento».

Fuori dalle finestre dello studio di Carrère la luce sta cominciando a cambiare, si è fatto tardi, ma lui non sembra infastidito: ««Questa intervista è capitata al momento giusto» dice «ho appena finito di scrivere un libro, mi sento sollevato. Negli ultimi due anni ho lavorato a questo, e alla sceneggiatura della serie tv Les Revenants (che andrà in onda su Sky Atlantic in autunno, ndr). Nella serie ci sono dei morti che tornano indietro. Ma non sono zombie, non sono fantasmi, non hanno niente a che vedere con quello a cui ci ha abituati la tradizione horror. Con l’autore Fabrice Gobert abbiamo provato a considerare la cosa realisticamente: come reagiremmo, quali sarebbero i primi gesti, le prime parole da dire».

Pensando a come lavora lo scrittore, alle gestazioni lunghissime dei suoi libri, le sceneggiature devono essere quasi una passeggiata: «È appassionante lavorare alle storie per la tv, mi piace molto. L’unico problema e che, se sei abituato alla totale libertà della scrittura di un libro, dopo un po’ non riesci a sopportare che un produttore o dirigente del canale televisivo, magari un ragazzo dell’età di tuo figlio, ti dica cosa puoi o non puoi mettere in una sceneggiatura». Anche questo lo racconta sorridendo. Eppure passa per essere stato un uomo irruente, facile da infastidire. Ma questo era tanto tempo fa, quando i fantasmi, nel cuore di Carrère, non avevano ancora lasciato il posto al battito russo.

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