Valentina Fortichiari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valentina-fortichiari/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 Aug 2014 21:20:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Valentina Fortichiari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valentina-fortichiari/ 32 32 L’onda della narrazione: raccontare il mare https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/ https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/#comments Sat, 16 Aug 2014 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22833 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Se noi abbiamo bisogno del mare, il mare non ha bisogno di noi: può fare tranquillamente a meno dell’uomo”. Scriveva così lo storico francese Jules Michelet nel suo famoso saggio Il mare. Era il 1861. Da allora l’uomo non ha fatto che sfruttare, deturpare, insozzare quel mare così prezioso. All’epoca di Michelet non si conosceva il concetto di biodiversità, ma era già chiaro che l’uomo stava sbagliando qualcosa. Poi è venuto Jacques Cousteau, oceanografo e ecologista ante litteram, che disse: “Non è l'uomo che deve battersi contro una natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell'umanità”.

L'articolo L’onda della narrazione: raccontare il mare proviene da Minima et Moralia.

]]>
D25437_10

Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Study of Sea, Joseph Mallord William Turner)

“Se noi abbiamo bisogno del mare, il mare non ha bisogno di noi: può fare tranquillamente a meno dell’uomo”. Scriveva così lo storico francese Jules Michelet nel suo famoso saggio Il mare. Era il 1861. Da allora l’uomo non ha fatto che sfruttare, deturpare, insozzare quel mare così prezioso. All’epoca di Michelet non si conosceva il concetto di biodiversità, ma era già chiaro che l’uomo stava sbagliando qualcosa. Poi è venuto Jacques Cousteau, oceanografo e ecologista ante litteram, che disse: “Non è l’uomo che deve battersi contro una natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell’umanità”.

Oggi si parla di una delle grandi emergenze del Pianeta: gli oceani si stanno lentamente spopolando dei loro abitanti, e lo scioglimento dei ghiacci artici sta producendo un lento e inesorabile innalzamento del livello dei mari. Tanto che il presidente Obama ha dichiarato alcune settimane fa che amplierà il Pacific Remote Islands Marine Monument: da circa 160.000 km2 diventerebbe di quasi 1,5 milioni di km2, di gran lunga l’aerea marina protetta più grande del mondo.

“Obama fa benissimo, dice Giuseppe Notarbartolo di Sciara, biologo marino e fondatore dell’Istituto Thethys, “il problema è capire se lo farà davvero. Ogni tanto i politici fanno dichiarazioni di questo tipo, ma poi è difficile che le realizzino. All’ultima conferenza sulla biodiversità in Giappone è stato dichiarato che il 10% dei mari sarebbe diventata area protetta. Per ora non siamo nemmeno 0,01%. In Italia ne abbiamo 27, un buon numero, ma sono poche quelle che funzionano davvero. In Puglia, a Torre Guaceto, c’è una piccola area-modello, gestita dai pescatori locali, che hanno imparato a rispettare le zone “tampone” destinate alla pesca, e ora ne traggono un vantaggio economico: pescano di più!”. Di Sciara, che si occupa da anni di conservation ecology – “una fede più che una scienza”-, è realista: “Sull’innalzamento non abbiamo ancora visto niente. Per ora si tratta solo di dilatazione della massa d’acqua causata dall’effetto serra, ma quando si scioglieranno i ghiacci, e si scioglieranno, succederà tutto molto velocemente. Non possiamo farci nulla”.

Per capire meglio la complessità del fenomeno e in generale lo stato di salute dei mari, soprattutto quello dell’Atlantico – l’oceano chiave per quanto riguarda l’innalzamento, vista la sua quantità di ghiacci – dovreste leggere Atlantico di Simon Winchester (Adelphi), straordinario e denso, scritto con la precisione del geografo e lo stile dello scrittore. Nemmeno Winchester intravede un futuro roseo: “C’è una sola certezza: con i nuovi e più feroci uragani che si formano al largo di Capo Verde, con i vulcani che eruttano a Montserrat, con il livello del mare che si alza a Rotterdam e il ghiaccio che si scioglie nella Groenlandia orientale […] – con una sola o con tutte queste cose che stanno avvenendo e con il pressante dubbio che il genere umano sarà in grado di adattarvisi o se invece segnalano l’inizio della fine nel rapporto dell’uomo con il più importante dei mari – è sicuro che nell’oceano Atlantico oggi stanno accadendo cose estremamente strane e che nessuno ne conosce di preciso la ragione”, scrive Winchester.

Magnifico omaggio al mare e ai suoi abitanti è The Sea Inside (Melville House) di Philip Hoare, uscito da poco in America dopo il successo dell’edizione inglese. Un po’ memoir, un po’ storia culturale e naturale, un po’ travelogue, il nuovo libro di Hoare vaga tra le suggestioni marine dalla nativa Southampton alle amate isole Azzorre, dallo Sri Lanka alla Nuova Zelanda dei Maori. Con uno stile digressivo ma scientificamente corretto, Hoare racconta episodi della sua vita mescolati a vicende di suoi antenati marinai a lunghe e fantasiose descrizioni di specie di uccelli marini o rarissime balene. La sua attrazione verso i giganti del mare è inestinguibile e contagiosa per il lettore, anche quello meno appassionato che, d’improvviso, si trova a voler sapere tutto sulla “arcaica smisuratezza della balena”.

Hoare, autore anche del formidabile Leviatano o della balena (Einaudi), ha trascorso una quindicina di anni a studiare il mare, immergendosi, navigando, osservando, e ora scrive come se ne facesse parte: “Il mare ci definisce, ci connette, ci separa”, scrive. “Perennemente rinnovandosi e distruggendosi, il mare offre un inizio e una fine, un’alternativa al nostro stato landlocked, un’esistenza alla quale siano imprigionati quando invece pensiamo di essere liberi”. Le sue pagine assomigliano a un quadro di Turner, specie quando scrive dell’Inghilterra e del suo “mare periferico”: “Al mare non importa, lui prende e dà. I porti sono luoghi di sofferenza. I marinai di un tempo rifiutavano di imparare a nuotare poiché nel caso fossero caduti fuoribordo avrebbero soltanto prolungato l’agonia”. Oggetto principale della sua curiosità antropologica sono gli aborigeni e i maori. L’oceano, per loro, non è altro che un prolungamento dei sogni: “Per i maori non c’è differenza tra la vita della terra e quella dell’oceano; è una distinzione che per loro non ha alcun senso. Alberi e balene sono una cosa sola”. Per queste popolazioni c’è una corrispondenza tra le varie specie di alberi e le balene, ad esempio il capodoglio è il kauri tree, un podocarpo secolare che raggiunge 30 metri. Fondamentale sapere che né i maori né gli aborigeni hanno mai cacciato le balene, ma si sono limitati a fare buon uso di quelle spiaggiate. Trovare una balena arenata è tuttora considerato un tapu: un segno sacro.

“Il mare slega tutti i nodi” ho letto una volta in qualche porto del Mediterraneo. Forse non è vero, o forse sì. Però è certo che il mare ha un potere curativo, salvifico talvolta. Valentina Fortichiari, autrice di Lezioni di nuoto (Guanda) è certa che “il mare abbia qualcosa di sacro, perché è anche un mondo misterioso, che non conosciamo del tutto, popolato di animali marini, specie infinite di creature, luci e sfumature cromatiche che bisognerebbe poter guardare da vicino, scendendo negli abissi profondi. Il rispetto di certe popolazioni per le balene fa capire quanto diversa sia assurdo che i giapponesi continuino a farne strage orrenda e crudele… è recente la notizia di uno studio fatto in Islanda, e non pubblicato, che rivela che le balene fiocinate impiegano a volte 90 minuti per morire. Un delitto che fa inorridire. Il mare è sacro, va studiato, conosciuto a fondo, protetto, rispettato, amato. Per me non c’è elemento della natura più ricco di suggestioni letterarie”.

Infiniti sono i miti che scaturiscono dagli abissi: si può dire che tutto cominci da lì, se consideriamo l’Odissea il primo grande romanzo di mare. Poi naturalmente Moby Dick. E i Capitani coraggiosi di Rudyard Kipling, il pirata Long John Silver con la sua gamba di legno, Corto Maltese, Hornblower, il capitano Aubrey – quello di Master e Commander -, il pirata Tremal-Naik e il Capitano Nemo. Il mare, da sempre luogo inesauribile di storie, è fonte d’ispirazione per alcuni fra i più sublimi capolavori della storia della letteratura.

Senza dimenticare che gente come Conrad, Melville, Björn Larsson, oltre che scrittori, sono stati o sono anche marinai. Del resto, i navigatori hanno sempre scritto diari di bordo: a partire dagli esploratori del ‘500 come Cook e Magellano, fino al mitico Solo, intorno al mondo, il primo navigatore solitario della storia, Joshua Slocum (ripubblicato da poco in una bella edizione da Mattioli 1885, con la prefazione proprio di Björn Larsson). Il libro di Slocum è una testimonianza naif nello stile, ma talmente genuina da essere oggi di culto. Come lo sono le storie (vere) dei navigatori solitari più famosi del Novecento, tutti francesi: Vito Dumas, Bernard Moitessier, Gerard Janichon, Eric Tabarly.

Ma c’è un piccolo, divertente classico delle esplorazioni di mare che è da poco tornato in libreria, dopo una lunga assenza. Gli avventurosi viaggi del capitano Voss (Nutrimenti, pp. 320, euro 18,00) è il racconto della traversata dei tre oceani a bordo di una piccolissima imbarcazione. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1913, è scritto dallo stesso John Claus Voss, un canadese dall’esistenza avventurosa, prima contrabbandiere, poi cercatore d’oro e capitano della marina mercantile. Nel maggio del 1901 John C. Voss, accompagnato da un giornalista, lascia il porto di Victoria, nella Columbia Britannica, per un tentativo senza precedenti: la traversata dei tre grandi oceani a bordo di una piroga da guerra indiana scavata in un tronco, lunga poco più di undici metri, il Tilikum. Arriverò a Londra due anni dopo, da solo, senza il compagno di viaggio che cadrà fuoribordo. Perché il mare non è per tutti, ho sentito dire un’altra volta.

Ma, come scriveva il capitano Voss: “Quella del mare è una chiamata molto forte. Le onde blu e i venti sibilanti esercitano un fascino sempre giovane su chi ha passato tutta la vita in loro compagnia. E il fatto che la fatica sia tanta e i guadagni siano risibili non fa alcuna differenza. Come ho già detto, ormai sono in là con gli anni, ma mi sento ancora forte e sicuro di me quanto basta per avventurarmi in un’altra navigazione. E a tutti coloro per i quali l’oceano non è una nuda distesa deserta, ma fonte di vita e di pura gioia, auguro di cuore: buona fortuna e buon vento!”.

L'articolo L’onda della narrazione: raccontare il mare proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/feed/ 3
Le lune di Zavattini. Colloquio con Alfredo Gianolio https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/#respond Sat, 07 Jun 2014 14:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21289 a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro.

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

L'articolo Le lune di Zavattini. Colloquio con Alfredo Gianolio proviene da Minima et Moralia.

]]>
011_Gianolio_camD2052_01

a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro. (Fonte immagine)

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

Mario Scardova (padre di Roberto, giornalista per molti anni della RAI) aveva in sé ben equilibrate le doti della fermezza e dell’equilibrio, poste al servizio dei braccianti che, lungo il Po e il Cavo Fiuma, lottavano strenuamente per poter strappare giornate di lavoro ai proprietari terrieri. Fu Mario Scardova a presentarmi a Cesare Zavattini, che aveva un appartamento sovrastante un bar recante il suo nome su un’elegante insegna, della quale – lui che era così riservato – si compiaceva perché gli ricordava l’impegno profuso dai suoi genitori proprio in quel bar, oltre che in un’osteria e in un forno. Nell’incontro che ebbi in quell’occasione la poesia e l’arte non c’entravano per nulla. Si trattava di scrivere una lettera raccomandata per una piccola e rara questione legale. Zavattini amava stare lontano dai tribunali. Ammise di aver interrotto all’Università di Parma gli studi di giurisprudenza non sentendosi di fare l’avvocato per non dire delle bugie.

Mi aveva raccontato Renato Bolondi, allora sindaco di Luzzara, che Zavattini non aveva il cuore in pace finché non avesse recuperato i mobili che erano appartenuti alla sua famiglia, mobili che erano andati dispersi dopo varie vicissitudini. Bolondi lo portò con la sua Cinquecento da ogni parte. Chiedevano a tutti, sbirciavano dalle finestre, allungavano il collo negli androni. Le speranze erano ormai svanite quando Cesare finalmente riconobbe, nella bottega di un artigiano, le spalliere del letto matrimoniale dei suoi genitori, letto dove lui era nato. Dietro le spesse lenti dei suoi occhiali si vedevano luccicare alcune lacrime. In segno di gratitudine disse a Bolondi: “Se vado nella luna, il primo che saluto sei tu!”.

I rapporti con Luzzara, specialmente all’inizio, non furono per lui facili. Lo consideravano una “testa matta” in quanto, come diceva il suo barbiere-poeta Guido Sereni, i luzzaresi erano convinti che si potesse fare fortuna soltanto col commercio del formaggio grana e dei suini. Avendo voluto seguire altre strade, ritenute impraticabili, era considerato un “figliol prodigo”.

Zavattini, per riconciliarsi definitivamente con Luzzara ebbe un’idea geniale. Bandì il concorso “Luzzara che ride”. La miglior storiella sarebbe stata premiata. La commissione giudicatrice era formata da grossi nomi: Orio Vergani, Raffaele Carrieri, Arturo Tofanelli, Guido Aristarco e Gianfranco Fusco. Furono esaminate ben 800 storielle. Ricordo che il cinema Gardinazzi era stipatissimo quando il primo ottobre 1956 Alberto Sordi lesse, dopo la proiezione del film neorealista “Il tetto”, le storielle prescelte.

Mi ero sentito fortunato perché avevo fatto parte di una ristretta schiera di amici luzzaresi di Zavattini che lo accoglievano quando giungeva da Roma. Gli incontri erano spesso conviviali e gastronomici. La conversazione non era circoscritta a questioni specialistiche, anche perché Zavattini non voleva fare della cultura un campo privilegiato per eletti, ma anzi intendeva che venisse il più possibile allargata, in quanto, come proclamò nel suo film “La veritàà”, la cultura di pochi aveva fallito.

Zavattini costruiva i suoi valori, letterari, poetici e pittorici, sull’eguaglianza, come condizione di partenza che non doveva essere negata ad alcuno, senza ammettere privilegi di scuola o di natura economica e sociale. Non sopportava le gerarchie, le rendite intellettuali precostituite. Ebbe anche lo scrupolo di non privilegiare Luzzara, tanto che, quando Paul Strand gli propose un libro di immagini e parole su un paese, avrebbe voluto chiudere gli occhi e indicare con un dito una località a caso sulla carta geografica.

Entrai nell’orbita culturale di Zavattini quasi inconsapevolmente, collaborando alle sue innumerevoli iniziative, non tutte condotte a termine, per essere sovrabbondanti e non sempre comprese.

“Un paese vuole conoscersi”, manifestazione progettata per Luzzara, fu realizzata a Sant’Alberto di Romagna. Una sorta di autocoscienza della popolazione locale che doveva estrarre dalle proprie case documenti, fotografie, dipinti, lettere e ogni altro elemento attraverso il quale ricostruire le vicende e i problemi economici e sociali dei loro luoghi in una visione dal basso. Ne scrissi su l’Unità del 18 aprile 1976.

Un’altra idea di Zavattini, già in dirittura di arrivo in quanto approvata dall’Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia, non fu realizzata per un divieto pervenuto dall’alto, dal Comitato burocratico di controllo. Non ritenne che, avendo carattere culturale, rientrasse “tra le finalità istituzionali della Provincia”. Si trattava del “Libro delle cento parole che fanno e disfanno il mondo”, libro che doveva entrare in ogni casa. La spiegazione del significato di ogni parola era affidata a note personalità. Ne cito alcune: Alberto Asor Rosa, Ignazio Butitta, Renzo Renzi, Franco Ferrarotti, Renato Barilli, Carlo Bernardini, Guido Aristarco, Nanni Scolari, Goffredo Parise, Alberto Moravia, Enzo Siciliano, Rossana Rossanda, Natalino Sapegno, Valentina Fortichiari, Emma Bonino, Alberto Arbasino, Rolando Cavandoli, Giorgio Bocca, Italo Calvino…

Io, una sorta di segretario, corrispondevo con Zavattini. Partecipai ad alcune riunioni presiedute dall’assessore prof. Giorgio Cagnolati. Il libro delle cento parole stava per essere varato, ma vi fu uno stop proveniente dall’alto. A nulla valse che fosse l’occasione per celebrare degnamente l’ottantesimo compleanno del grande Cesare.

Il mio rapporto con Zavattini fu molto intenso, starei per dire simbiotico, quando lo seguii nel mondo dei pittori naif, facendo anche parte, dal 1979, della Giuria del Premio nazionale che si celebrava a Luzzara alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno. Zavattini attribuiva alla nebbia un effetto magico e sembrava che essa, per i pericoli che rappresentava, anziché respingere, con il suo fascino attraeva molti visitatori, che giungevano anche da lontano. Una notte vi accompagnai da Reggio sulla mia Renault 5 lo scrittore, membro della giuria, Raffaele Crovi, arrivato in treno da Milano.

L’apprezzamento dei naif nasceva in Zavattini dal suo egualitarismo. Lo aveva dichiarato a Bruno Rovesti di Gualtieri in una sua trasmissione alla RAI: “Ti voglio dire che i naif sono degni di partecipare alle più grandi manifestazioni artistiche ufficiali, come la Biennale e la Quadriennale. Deve finire questa discriminazione che fa del naifismo uno specie di ghetto… Ci sono però tra i naif dei pittori che non valgono niente, ci sono gli imitatori che tra i cattivi pittori sono i peggio che si possono immaginare, ma quelli che creano, che hanno un loro mondo, un loro stile non sono da meno degli artisti celebrati nell’arte ufficiale”.

Entrai in presa diretta con i naif andando a registrare dalla loro viva voce le vicende della loro vita, le così dette “nastrobiografie”, che pubblicai sul “Bollettino dei naif”, l’organo del Premio Nazionale e del Museo di Luzzara del quale ero redattore. Un periodico trimestrale che uscì negli anni Settanta-Ottanta, molto umile e semplice, tirato a ciclostile. Non disdegnò di apporvi la sua firma, in qualità di direttore responsabile, lo stesso Cesare Zavattini, che, secondo il suo stile, non badava a formalità.

Dopo circa vent’anni Daniele Benati, amico di mio figlio Aldo, mi disse che quelle “nastrobiografie” potevano interessare l’“Almanacco delle prose Il Semplice”, la rivista Feltrinelli formato libro, la cui redazione si teneva a Modena, con la partecipazione, tra i vari provenienti da diverse parti d’Italia, di Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni. Le “nastrobiografie”, ampliate, sono così risuscitate. Richiamate in vita per la terza volta, sono state pubblicate, quali “Vite sbobinate”, da “Incontri Editrice” di Sassuolo. Accresciute, sono risuscitate per la quarta volta, e si spera l’ultima, nell’ottobre del 2013 per un miracolo di “Quodlibet – Compagnia Extra”. Sembra che sopravvivano nel fuoco come le salamandre.

L'articolo Le lune di Zavattini. Colloquio con Alfredo Gianolio proviene da Minima et Moralia.

]]> https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/feed/ 0