Valentina Pigmei Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valentina-pigmei/ un blog di approfondimento culturale Tue, 07 Mar 2017 07:31:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Valentina Pigmei Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valentina-pigmei/ 32 32 Nei miei mondi imperfetti scrivo romanzi. In ricordo di Paula Fox https://minimaetmoralia.it/interviste/nei-miei-mondi-imperfetti-scrivo-romanzi-senza-buoni-sentimenti-intervista-a-paula-fox/ https://minimaetmoralia.it/interviste/nei-miei-mondi-imperfetti-scrivo-romanzi-senza-buoni-sentimenti-intervista-a-paula-fox/#comments Mon, 06 Mar 2017 14:10:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3789 Il primo marzo è morta Paula Fox, scrittrice americana che abbiamo letto e amato. Tra i suoi libri ricordiamo Il silenzio di Laura e Quello che rimane: i suoi libri sono pubblicati in Italia da Fazi. Ripubblichiamo un'intervista apparsa sul nostro blog qualche tempo fa (foto di Samantha Casolari).

Nessuna donna felice ha mai scritto un libro, ha detto una volta una scrittrice americana oggi fortunatamente dimenticata. Prima di incontrare Paula Fox nella sua casa di Brooklyn, dove vive con il terzo marito, pensavo fosse vero. Poi ho visto questa ottantacinquenne bella e spartana muoversi nel suo giardino, nella sua cucina piena di foto-ricordo. E pensare che quando scrive la Fox sembra possedere un bisturi affilato, maestra di quello stile “chirurgico” tanto amato dagli scrittori delle nuove generazioni, in primis Jonathan Franzen. Unsentimental, dicono i suoi connazionali. Nonostante l’infanzia “mostruosa”, come confessa senza eufemismi, gli abbandoni, i matrimoni sbagliati, oggi Paula sembra contenta della sua vita. A sedici anni ha fatto l’operaia e la cameriera, a venti la reporter nell’Europa del dopoguerra, poi la modella per Harper’s Bazar, la lettrice di soggetti a Hollywood (“mi pagavano 8 $ dollari a sceneggiatura”), la comparsa. “Tesoro morale e letterario degli Stati Uniti d’America”, è stata definita di recente, proprio lei che non è mai stata troppo delicata nel criticare il suo paese, complice forse il sangue materno cubano e spagnolo.

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Il primo marzo è morta Paula Fox, scrittrice americana che abbiamo letto e amato. Tra i suoi libri ricordiamo Il silenzio di Laura e Quello che rimane: i suoi libri sono pubblicati in Italia da Fazi. Ripubblichiamo un’intervista apparsa sul nostro blog qualche tempo fa (foto di Samantha Casolari).

Nessuna donna felice ha mai scritto un libro, ha detto una volta una scrittrice americana oggi fortunatamente dimenticata. Prima di incontrare Paula Fox nella sua casa di Brooklyn, dove vive con il terzo marito, pensavo fosse vero. Poi ho visto questa ottantacinquenne bella e spartana muoversi nel suo giardino, nella sua cucina piena di foto-ricordo. E pensare che quando scrive la Fox sembra possedere un bisturi affilato, maestra di quello stile “chirurgico” tanto amato dagli scrittori delle nuove generazioni, in primis Jonathan Franzen. Unsentimental, dicono i suoi connazionali. Nonostante l’infanzia “mostruosa”, come confessa senza eufemismi, gli abbandoni, i matrimoni sbagliati, oggi Paula sembra contenta della sua vita. A sedici anni ha fatto l’operaia e la cameriera, a venti la reporter nell’Europa del dopoguerra, poi la modella per Harper’s Bazar, la lettrice di soggetti a Hollywood (“mi pagavano 8 $ dollari a sceneggiatura”), la comparsa. “Tesoro morale e letterario degli Stati Uniti d’America”, è stata definita di recente, proprio lei che non è mai stata troppo delicata nel criticare il suo paese, complice forse il sangue materno cubano e spagnolo.

Moralmente parlando lei è piuttosto antiamericana…

Non mi piace questa predilezione per la bontà. Infatti qui non amano molto i miei romanzi, ci sono troppi pochi buoni sentimenti.

Una volta ha detto che sono stati i neri a insegnarle il senso della giustizia. Che cosa pensa di Barack Obama?

Oh, Obama è un principe! E poi è un uomo flessibile e aperto ai suggerimenti e nessuno dei suoi avversari lo era. Mi pare che abbia ben presenti le difficoltà di fare il presidente di questo paese sovraeccitato…

Vive in un Paese in cui i divorzi superano i matrimoni. Crede nell’unione matrimoniale?

Alla fine del Dio degli incubi la protagonista, dice che il matrimonio è ‘un orrore’ e il marito annuisce. Io non la penso come lei. Forse non nel senso in cui negli Stati Uniti si usa la parola ‘credere’, ma ‘credo’ nel matrimonio e penso che sia inevitabile per gli esseri umani formare delle coppie. E anche bello a volte.

(Il dio degli incubi è l’ultimo romanzo che Paula Fox ha scritto, nel 1990. Al posto del consueto milieu newyorchese, il libro ha come sottofondo una New Orleans degli anni Quaranta e ha per protagonista Helen, una ragazza dell’Upstate New York, che si ritrova di colpo nella geografia più diversa, più carica di sensualità, e meno repressa che esista nel Nuovo Mondo. E sarà proprio nella calura della città del jazz, dove l’aria profuma di pesche mature e fiori sconosciuti, che Helen perderà definitivamente l’innocenza).

Tutti i suoi libri cercano in fondo di rispondere a una domanda: quand’è che l’innocenza si avvicina pericolosamente all’inconsapevolezza? Quando, signora Fox?

L’innocenza può voler dire molte cose diverse. In inglese ‘innocent’ vuol dire anche ‘ingenuo’. Innocenza può essere mancanza di esperienza, come quella di Helen, ma anche una volontà deliberata, quella di non voler vedere la verità, per quanto dolorosa. Questa è un’innocenza sinistra, quella di chi non vuol ricordare i linciaggi o le stragi. Essere innocenti di proposito significa avere un proposito ben preciso, e molta gente qui preferisce vedere un mondo perfetto che non esiste.

Amos Oz dei suoi libri dice che tutti sono autobiografia e nessuno è confessione, è d’accordo?

La mia idea è che tutto ciò che una persona può sapere è la sua vita. Perfino gli scrittori di fantascienza scrivono di se stessi. Tutto è autobiografico alla fine. Anche nella mia narrativa per ragazzi ho scritto molto di me.

Quindi anche lei da ragazza è andata a scoprire le gioie del sesso a New Orleans…?

La signora Fox ride di gusto e dice che certo a New Orleans c’è andata anche lei. Ma era già sposata! A 17 anni, con un marinaio.
Era un attore del Mercury Theatre, che poi si imbarcò nella marina. Io ero partita per il Sud con una macchina da due soldi e avevo attraversato tutto il paese. Avevo 19 anni e la guerra mondiale era appena cominciata. Ho vissuto a New Orleans per 7 mesi. Andai a cercarmi una stanza al quartiere francese proprio come Helen.

E il marinaio?

Mi lasciò sola a New Orleans, ma io non lo amavo. Lui mi aveva chiesto di sposarlo così lo feci.

Perché?

Ho sempre fatto quello che la gente mi chiedeva di fare.

Cosa pensa dell’amicizia?

Gli amici per me sono stati molto più importanti della famiglia anche perché ho avuto dei genitori… come dire? Orribili. Mio padre era uno sceneggiatore, da piccola credo di aver trascorso con lui 4, 5 giorni in tutto. Si vergognava di me, con le sue donne. Però ho avuto molti ‘genitori’ che mi hanno amato, primo fra tutti lo zio Eldwood.

A questo punto Paula si alza energicamente dal divano e mi mostra una vecchia minuscola foto color seppia, è lo zio Eldwood, il reverendo che ben conoscono i lettori del Vestito della festa. Con una lieve nota d’ironia mi illustra quello che è un tavolino riservato agli uomini della sua vita: ci sono due dei tre mariti, i due figli maschi, zio Eldwood, e il padre: è bello e dannato, sembra un po’ Francis Scott Fitzgerald. Poi sul caminetto mi mostra le foto di amici, molti sono morti, di altri ancora vivi, mi dice nomi e cognomi, come se io li conoscessi. Noto l’eloquente mancanza di immagini della orribile madre e di Courtney Love, la nipote che Paula ha dichiarato più volte di non amare particolarmente. Le chiedo cosa pensa della madre. Che era una persona cattiva, risponde.

Le persone possono cambiare?

Credo che a volte ci sia un’assenza di anima. Ci sono persone che non hanno qualità e non provano niente. Pensi a Guantanamo dove umiliano i soldati iracheni e lo continueranno a farlo. Però, sì, alcune persone cambiano.

Si considera ottimista?

Non saprei, forse no, ma non perdo mai l’esperanza. Nemmeno con mia madre. L’America è un paese bizzarro, a volte è di un ottimismo che definirei grottesco. Qualche giorno fa sfogliavo le Pagine Gialle e mi sono trovata davanti immagini di donne sorridenti: pubblicizzano le cliniche per l’aborto! Io ho abortito ed è stato terribile, non c’era nulla da ridere.

Paula imita il sorriso forzato delle pubblicità e mi dice che tutti i politici in America fanno questi sorrisi forzati…

Tra tutti i mestieri che ha fatto anche l’insegnante, le piaceva?

Oh… ho fatto l’insegnante di danza, ho insegnato all’università, in una scuola media e in un centro di recupero per ragazzi difficili. Insegnavo ogni volta che avevo bisogno di soldi. Ma so per certo una cosa, insegnare scrittura creativa è frustrante, sono pochissimi gli studenti che hanno una voce ‘dentro’. In sette anni all’Università della Pennsylvania ho incontrato due studenti che ce l’avevano… due!

Ha vissuto in tanti paesi, dove ha lasciato il cuore?

Sono stata a Cuba per due anni, in Canada, in Polonia, in Inghilterra, in Italia, in Grecia, in Spagna, a Parigi. Io e mio marito siamo stati tanto in Italia, a Bellagio sul Lago di Como e ad Arezzo. Avrei voluto nascere in Italia, non ho dubbi.

Dopo averle promesso cartoline dall’Allegro Paese, parliamo del racconto che ha recentemente pubblicato sulla Paris Review, si chiama The Tender Night, è un racconto sull’amicizia mi dice. Non ne ho una copia, ma te lo spedisco in Italia. Pochi giorni dopo il mio ritorno a Roma, trovo un pacco con il racconto – battuto a macchina, è bello e straziante, parla di un vicino di casa che muore di Aids – e un biglietto scritto in italiano. “Cara Valentina, ecco il racconto. Tutto il migliore”.

All the best, Signora Fox.

Questa intervista è stata pubblicata su Flair.

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Il mondo dell’integralismo religioso oggi, tra fiction e memoir https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-mondo-dellintegralismo-religioso-oggi-tra-fiction-e-memoir/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-mondo-dellintegralismo-religioso-oggi-tra-fiction-e-memoir/#comments Sat, 09 Jan 2016 06:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29597 Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine: un fotogramma del film Stop the Pounding Heart di Roberto Minervini).

Manu, la protagonista del romanzo Gli ipocriti (Chiarelettere), ha 15 anni ed è alla disperata ricerca di un posto nel mondo: legata a un gruppo religioso anonimamente chiamato il “movimento”, che i suoi genitori frequentano con grande zelo, salvo poi avere entrambi una vita segreta non proprio cristallina, se la prende con quest’ultimi, gli “ipocriti”. Ma alla fine, nonostante tutto, decide di fare ritorno al movimento: “Perché io sono del movimento. Anzi, sono molto del movimento. Poco cattolica (non so esattamente cosa vuol dire), pochissimo cristiana (pure di questo ne so poco), e credente, boh, credo proprio di no. Però, anche in mezzo a dubbi e voglia di fuggire, mi sento soprattutto del movimento, ecco. Per essere precisi né poco né molto, del movimento punto e basta”.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine: un fotogramma del film Stop the Pounding Heart di Roberto Minervini).

Manu, la protagonista del romanzo Gli ipocriti (Chiarelettere), ha 15 anni ed è alla disperata ricerca di un posto nel mondo: legata a un gruppo religioso anonimamente chiamato il “movimento”, che i suoi genitori frequentano con grande zelo, salvo poi avere entrambi una vita segreta non proprio cristallina, se la prende con quest’ultimi, gli “ipocriti”. Ma alla fine, nonostante tutto, decide di fare ritorno al movimento: “Perché io sono del movimento. Anzi, sono molto del movimento. Poco cattolica (non so esattamente cosa vuol dire), pochissimo cristiana (pure di questo ne so poco), e credente, boh, credo proprio di no. Però, anche in mezzo a dubbi e voglia di fuggire, mi sento soprattutto del movimento, ecco. Per essere precisi né poco né molto, del movimento punto e basta”.

Grazie alla voce narrante di Manu, che ricalca un parlato divertente, non troppo lontano dalle cadenze comiche di Rossana Campo, Gli ipocriti racconta – come solo la letteratura sa fare: in sordina – il mondo dell’integralismo religioso di oggi. E in particolare il rapporto tra adolescenti e comunitarismo dove è sempre molto forte il desiderio di appartenenza, d’identità, o a volte di semplice socialità, che spinge molti ragazzi a questa scelta. “Molti dei giovani della mia generazione”, ha detto Miriam Toews, la scrittrice canadese che ha una vera ossessione letteraria per il fondamentalismo religioso, “sono diventati persino più fondamentalisti, con una mentalità più ristretta e con un atteggiamento più da giudici, dei loro genitori”.

Eleonora Mazzoni è partita da una duplice esperienza autobiografica: da una parte i nonni materni testimoni di Geova, dall’altra la scelta personale di frequentare Comunione e Liberazione, dai 15 ai 24 anni. Poi la carriera di attrice, abbandonata oggi per la scrittura. Non tanto diversa in fondo dalla storia di Miriam Toews: fuggita dalla rigidissima comunità mennonita in cui è cresciuta, ha poi fatto l’attrice in Silent Light di Carlos Reygada e infine si è messa a scrivere (incantevoli) romanzi. I mennoniti (“uguale agli Amish ma in Canada”) sono una costante di quasi tutti i suoi romanzi. Come dice la protagonista sedicenne di Un complicato atto d’amore (Adelphi), la comunità in cui vive è “la sottosetta più sfigata del mondo”.  Io mi chiamo Irma Voth (Marcos y Marcos)  è la storia di una donna adulta che si ribella al padre, un mennonita del Vecchio Ordine, feroce conservatore, che considera la tv una forma di pericolosissima corruzione del mondo moderno. E Irma finisce proprio a lavorare nel cinema. Recitare è per lei una forma di voluta incoerenza, di ribellione verso l’ipocrisia (anche se poi non sarà un caso che “ipocrita” in greco antico significhi “attore”, “simulatore”). “L’uomo”, dice ancora Eleonora Mazzoni, “ha bisogno di fede, lo diceva già Platone, è da sempre in cerca di unità, vuole strumenti per tenere insieme tutto. E oggi si fatica sempre di più ad accettare il dualismo di cui è fatta la nostra società. Fare l’attore incarna perfettamente quel dualismo”.

C’è però un romanzo  – un piccolo capolavoro ignorato nel nostro paese (ma premiatissimo in Gran Bretagna) – che trasfigura l’esperienza del fondamentalismo in un’esperienza letteraria unica. Scritto dalla allora ventiseienne Grace Mcleen, Il posto dei miracoli (Einaudi, 2013) racconta attraverso lo sguardo stralunato di una bambina di 10 anni una realtà terrificante e insieme magica. Orfana di madre, Judith vive da sola con il padre che fa parte della congregazione dei “Fratelli”. I due vivono nell’attesa dell’imminente fine del mondo. Il romanzo è anche una sorta di tenera allegoria religiosa, un viaggio attraverso gli estremismi della fede fatto con gli occhi di chi confonde il gioco con il miracolo, la magia con la fede, di chi parla con Dio come fosse un amico immaginario.

Alla fine Judith capisce, come direbbe Soren Kierkegaard, che “la fede è una corda alla quale si rimane appesi, quando non ci si impicca”. Classe 1981, McLeen è cresciuta, come la sua protagonista, in una setta cristiana fondamentalista del Galles. Il difficile rapporto tra fondamentalismo religioso e protezione dei minori è un corto circuito letterario di grande interesse (si pensi ai romanzi di JT LeRoy) e oggi Ian McEwan ha affrontato di petto la questione da un punto di vista morale e legale con La ballata di Adam Henry (il titolo originale è The Children Act, una legge britannica che salvaguarda i minori, da eventuali pericoli che un genitore, ad esempio un estremista religioso, potrebbe procurargli, per esempio vietando la trasfusione di sangue). È giusto per la legge intervenire?, si chiede McEwan. La questione può sembrare peregrina, ma non lo è affatto. Anzi, riguarda un po’ tutti. Perché la nostra società è già diventata più “estrema” ed è innegabile che esistano oggi varie forme di estremismo laico nei confronti dei bambini, spesso drammaticamente deleterie come quelle raccontate ne Il bambino indaco di Marco Franzoso, altre (come il veganismo imposto ai bambini o il movimento anti-vaccini) forse – ma non è detto –  meno pericolose, comunque dettate da un’ansia di controllo un po’ illusoria, un desiderio sempre insoddisfatto di rispondere a domande che non hanno risposte. Difficile stare contenti, come diceva Dante: “al quia”.

Secondo uno studio di Current Biology, realizzato tra l’altro con il supporto di una fondazione di orientamento cattolico, uscito qualche settimana fa e diventato subito virale, i bambini cresciuti in famiglie atee sono più altruisti, più “buoni” di quelli cresciuti in famiglie di genitori credenti.  Seguire i dettami di una religione (istituzionale?) potrebbe infatti creare una sorta di alibi, di licenza morale, che “autorizzerebbe inconsciamente i fedeli a un maggiore egoismo nella vita di tutti i giorni”. Di contro assistiamo oggi  al moltiplicarsi di alcune forme di integralismo religioso – spesso in aperto contrasto con la chiesa dell’establishment – le quali, secondo alcuni studiosi, sono destinate a raccogliere sempre maggiori adesioni. Perché, dicono gli esperti, in una società caotica e priva di punti di riferimento, le forme estreme del credere danno un orizzonte di senso. Autore di uno dei pochi romanzi italiani che tocca da vicino il tema del radicalismo religioso, Christian Raimo dice a Pagina99: “Viviamo in una società post comunitaria, dove si fa sempre più fatica a conoscere delle persone. E, nel frattempo, c’è stata una democratizzazione della fede, la gente in generale è più colta: succede con le chiese un po’ quello che è successo con i partiti”. Raimo, che ha per anni partecipato alle attività dei neocatecumenali romani, ha visitato la comunità grossetana di Nomadelfia per raccontarla ne Il peso della grazia (Einaudi, 2012) e dice di esserne stato attratto soprattutto per gli elementi di anticonsumismo e anticapitalismo.

Se gli Amish, i Mormoni, i Testimoni di Geova e, in Italia, Comunione e Liberazione sono superficialmente conosciuti da tutti, per la stragrande maggioranza dei laici i movimenti post-conciliari, sono solo nomi, che possono all’esterno apparire bizzarri: Neocatecumenali, Focolarini, Legionari di Cristo, Rinnovamento nello Spirito, We are church, Nomadelfi, Bambini di Dio, Militia Christi, Sentinelle in piedi. Non esistono studi o sondaggi che quantifichino numericamente le adesioni di questi “combattenti della fede”. “I dati sui movimenti cattolici, a differenza delle associazioni, come AC o ACLI, sono poco precisi”, dice a Pagina99 Eleonora Mazzoni, autrice de Gli ipocriti. “Sono stata in Comunione e Liberazione per otto anni, ero una responsabile, eppure non ho mai firmato nulla, così i miei amici. Lo stesso succede nei neocatecumenali. La forza di queste organizzazioni è nella quantità di relazioni e nel continuo proselitismo”.

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Il mare dentro di Philip Hoare https://minimaetmoralia.it/interviste/il-mare-dentro-di-philip-hoare/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-mare-dentro-di-philip-hoare/#respond Sun, 13 Dec 2015 07:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29356 Questo pezzo è uscito su Sirene (che ringraziamo), una nuova rivista distribuita online e in alcune librerie o edicole.

“C’è mancato poco che nascessi sott'acqua”, racconta Philip Hoare, scrittore e documentarista inglese di Southampton.

La madre era andata a visitare un sottomarino ed ebbe le doglie poco prima di uscirne, rischiando così di dare alla luce il figlio proprio lì sotto. Chissà se l’asimmetrica attrazione per la parte liquida del pianeta e la smisurata passione dell’autore per i suoi giganteschi e misteriosi abitanti sia da attribuire a questo scampato parto sott’acqua.

Dopo aver pubblicato svariati libri di argomento storico e biografico e collaborato per anni con la BBC, Hoare ci regala il suo capolavoro Leviatano, ovvero La balena (Einaudi, 2013), un’immersione appassionata e scientificamente ineccepibile nel mondo dei grandi cetacei. Partendo ancora una volta da aneddoti e ricordi personali, Hoare scrive quindi un nuovo magnifico omaggio al mare.

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Questo pezzo è uscito su Sirene (che ringraziamo), una nuova rivista distribuita online e in alcune librerie o edicole.

“C’è mancato poco che nascessi sott’acqua”, racconta Philip Hoare, scrittore e documentarista inglese di Southampton.

La madre era andata a visitare un sottomarino ed ebbe le doglie poco prima di uscirne, rischiando così di dare alla luce il figlio proprio lì sotto. Chissà se l’asimmetrica attrazione per la parte liquida del pianeta e la smisurata passione dell’autore per i suoi giganteschi e misteriosi abitanti sia da attribuire a questo scampato parto sott’acqua.

Dopo aver pubblicato svariati libri di argomento storico e biografico e collaborato per anni con la BBC, Hoare ci regala il suo capolavoro Leviatano, ovvero La balena (Einaudi, 2013), un’immersione appassionata e scientificamente ineccepibile nel mondo dei grandi cetacei. Partendo ancora una volta da aneddoti e ricordi personali, Hoare scrive quindi un nuovo magnifico omaggio al mare.

Un po’ memoir, un po’ storia culturale e naturale, un po’ travelogue, The sea inside (Fourth Estate) vaga dalle suggestioni della nativa Inghilterra alle amate isole Azzorre, dallo Sri Lanka alla Nuova Zelanda dei Maori. Un memorabile romanzo del mare, un viaggio, ma anche miraggio. Di un mare bianco, periferico, interiore, divagante o silenzioso. Lo abbiamo raggiunto a Cape Cod, negli Stati Uniti, dove trascorre molti mesi all’anno.

Philip, perché ha scelto proprio questo titolo? Che cosa significa per lei il mare dentro?

Non sapevo che ci fosse un film spagnolo che si chiamava allo stesso modo, volevo solo esprimere ciò che sento del mare, che in fondo è, fisicamente, dentro di noi: da quel liquido amniotico salato in cui diventiamo esseri viventi fino al nostro corpo, fatto per la maggior parte d’acqua. La vita è venuta dal mare. C’è una teoria evoluzionistica alternativa… ipotizza che discendiamo da scimmie acquatiche. E poi ci sentiamo carichi di energia quando ci avviciniamo al mare. Alcuni scienziati credono che le onde formino ioni negativi che ci fanno stare bene.

Nel capitolo d’apertura di Moby Dick, Herman Melville scrive che la gente ha bisogno di “andare vicino all’acqua quant’è possibile senza cascarci dentro”. Naturalmente a me piace anche cascarci dentro! Poco fa ho nuotato nelle gelide acque della baia di Cape Cod, per dire.

Melville, che per me è un mentore e una guida spirituale, andava avanti così: “Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto con dentro un’anima sana e robusta ammattisce prima o poi dalla voglia d’imbarcarsi? Perché voi stessi al primo viaggio fatto da passeggeri avete avvertito un tale brivido misterioso al sentire che voi e la nave avevate perso di vista la terra?”.

C’è un’idea intima, quasi oscura, del mare in questo libro. Per lei è un’ossessione?

Monaci e poeti hanno trovato salvezza e contemplazione nel suo potere. Per altri il mare è una sfida, qualcosa da conquistare: personalmente trovo gli sport acquatici addirittura offensivi in questo senso. E non ho simpatia nemmeno per chi butta sassi in acqua. Il mare merita più rispetto di tutto ciò. Gli antichi avevano i loro dei del mare che onoravano con offerte. Io la penso come loro, e offro me stesso.

“La più stupefacente meraviglia del mare è la sua insondabile crudeltà”, scriveva Joseph Conrad. Che cosa ne pensa?

Il mare è l’ultima frontiera della solitudine. È insensibile; ma anche un riflesso di noi stessi, come diceva ancora Melville. Il mare non ha colore di per sé. È solo un riflesso del fondo che c’è sotto e del cielo che sta sopra. Camaleontico. Per questo gli artisti, gli scrittori ne sono così affascinati.

Pura illusione, a partire dall’orizzonte, che è un’invenzione…

Il mare è un’illusione, sì – in un certo senso, nient’altro che un gas solido – ma anche un luogo sensoriale. Lo senti attorno a te, a differenza dell’aria, che cogli soltanto quando si muove. E, cosa fondamentale, il mare è un conduttore di suono. L’oceano sembra silenzioso, lo è sembrato a Jacques Cousteau quando scrisse il suo Mondo silenzioso. Naturalmente non lo è, ma noi non riusciamo a sentirlo. Il crepitio dei pesci mentre si nutrono sopra la barriera corallina o il canto del capodoglio così profondo risonante e ripetitivo i cui rimbombi servono proprio a portare le femmine in calore, come se il suono fosse un preliminare uditivo… o anche il canto ancora più profondo della balenottera azzurra che Chris Watson, il sound recordist di Sir David Attenborough, riproduce attraverso quelle casse subwoofer che si usano di solito per il dub reggae, ma anche così non riesce a registrarne la reale profondità.

Parliamo di lei adesso, da bambino odiava l’acqua e ha imparato a nuotare a 25 anni. Oggi non riesce a stare più di tanto lontano dal mare…

Eh sì, recupero il tempo perduto. Non posso perdere un’alta marea se sono al mare. È un richiamo, anche in piena notte. Se sento il rumore delle onde, mi alzo e vado in acqua. Nuotare al chiaro di luna è particolarmente magico. L’oscurità dell’acqua ha dei riflessi che sembrano di mercurio o d’argento. Ma continuo sempre ad aver paura di che cosa c’è sotto, non entro mai in acqua senza avere un brivido. Bisogna aver paura perché il mare è senza cuore, non gli importa se vivi o muori.

Ho letto che fa il bagno “ogni giorno, in mare, spesso prima dell’alba, in inverno, primavera, estate e autunno. Difficilmente è un hobby, ancora meno uno sport. Lo faccio per lasciarmi la terra e la gravità alle spalle”. In sostanza va a nuotare tutti i santi giorni. Quanti bagni all’anno?

Oh sì, tutti i giorni, anche tre volte al giorno. Direi 1000 bagni all’anno! Vado sempre da solo ed è qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’esercizio. È semmai un istinto, addirittura un ostacolo. Il mare è la mia padrona, o il mio padrone, lui/lei esige obbedienza.

Non mi piace tanto essere guardato e una volta in mare, divento invisibile. Solo i pesci, gli uccelli e le balene possono vedermi, solo loro sanno chi sono davvero. E assolvono i miei peccati.

Quante balene ha avvistato nella sua vita?

Non ho idea. Ho visto più di venti specie di cetacei e partecipo a una cinquantina di spedizioni di whale watching all’anno. A volte se ne avvistano cinque, altre volte 50. Quindi è difficile fare un conto.

Cetacei con cui mi sono guardato negli occhi: orca, tursiope, megattera, balenottera, balenottera minore antartica, globicefalo di Gray, balena franca, capodoglio, stenella maculata atlantica, stenella striata, stenella dal lungo rostro, balenottera azzurra, lagenorinco scuro, cefalorinco di Hector, mesoplodonte di Sowerby, zifio, balenottera di Eden, balenottera boreale, beluga, delfino di Risso, focena, delfino…

“Il mare slega tutti nodi”, ho sentito dire una volta. Il mare ha un potere curativo o perfino religioso secondo lei?

Ho evocato spesso la spiritualità in connessione con il mare, e non me ne vergogno. Il mare rappresenta una comunione con la Natura, e con Dio se vogliamo chiamarlo così. È un promemoria fisico del nostro passaggio provvisorio nel mondo.
Il mare è così più vasto di noi. Non mi sono mai sentito più inetto di quando sono stato nell’acqua insieme alle balene. E allo stesso tempo non mi sono mai sentito così in salvo. Le balene sono totalmente connesse le une alle altre, come in una gigantesca comunità. Casa per una balena sono le altre balene. Sono una lezione per noi.

Esprimono se stesse come individui collettivi e hanno anche un senso astratto di sé, infatti alcuni scienziati credono che abbiano cominciato a razionalizzare il senso dell’esistenza: chi siamo o cosa siamo e perché siamo al mondo. Questo è analogo alla religione. Se essere una balena è un’esperienza religiosa, allora essere testimone di questi animali – che alcuni considerano alla stregua di “persone non umane” – di sicuro ci porta più vicino alla nostra spiritualità. È il punto di contatto tra arte e scienza, io credo. Nel mare, nella balena.

Qual è una parola del mondo marino di cui le piace molto il significato?

Mi piacciono tutte. Perché tutte richiamano, per sinestesia, l’oceano. I nomi latini delle balene mi affascinano particolarmente. Per esempio Balaenoptera musculus – la balenottera azzurra – vuol dire “balenottera piccolo topo”: forse Linneo, che le ha dato il nome, ha voluto giocare sull’ironia del doppio senso.
Alcuni dei nomi comuni delle balene invece sono terribili: la right whale (balena franca) è stata soprannominata così perché era quella giusta da cacciare, la humpback whale (megattera) per la gobba che ha sul dorso o la sperm whale (capodoglio) perché i cacciatori credevano che il grasso che usciva dalla testa fosse sperma. Un modo orribile per chiamare questi splendidi animali.

Come descriverebbe in poche parole il mar Mediterraneo e l’Oceano Pacifico?

Il Pacifico non è placido come il suo nome. Ha un colore diverso da tutti gli altri mari. La sua immensità è veramente sconvolgente, incomprensibile. Il Pacifico rappresenta il futuro del pianeta. Il Mediterraneo è un mare interno, un cuore acquoso e un utero. Rappresenta un passato inconoscibile.

“Il mare ci definisce, ci connette, ci separa”, ha scritto. In definitiva, che cos’è il mare per lei?

Tutto quello di cui ho parlato. Mi ossessiona, mi attrae, mi respinge, mi eccita, mi fa paura. È bellezza profonda in ogni momento del giorno e della notte. Non è mai lo stesso, nemmeno per un attimo, come ci potrebbe annoiare? In un mondo che può essere pieno di monotonia, dove l’unico blu delle nostre vite è lo schermo del computer davanti al quale passiamo ore e ore di lavoro, abbiamo bisogno del blu primitivo che ci redima.

Qual è l’avventura più bella che ha avuto in mare? E la più spaventosa?

Nuotare con le balene. Mostri marini negli abissi. Non ho una particolare paura di affogare, in ogni caso. Alcuni dicono che è un modo piacevole di andarsene.

Le piace viaggiare sul mare? E vivere a bordo di una barca a vela?

Mi piace la sensazione di andare a vela, ma trovo la cultura attorno a questa attività vagamente sgradevole. Un po’ da club esclusivo. Sembra che tu debba essere ricco per far parte del gioco. Non fa per me.

E non mi piace nemmeno l’idea di vivere a bordo. Amo stare in mare, ma parte del fascino è tornare a terra, dare un contesto all’esperienza. È importante conservare un senso di realtà, in contrasto con il mondo fantastico dell’oceano.

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L’inno del corpo grasso https://minimaetmoralia.it/letteratura/linno-del-corpo-grasso/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/linno-del-corpo-grasso/#comments Tue, 01 Sep 2015 09:24:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28288 Pochi giorni fa una ragazza inglese, Lindsey Swift, ha scritto su Facebook una lettera aperta a un uomo da cui si è sentita insultata. L'incidente: un automobilista le aveva cantato, mentre lei faceva jogging, «una versione sarcastica di Big girl (You’re beautiful) di Mika». Quindicimila condivisioni e moltissime lettere di sostegno. Qualche settimana prima una blogger, inglese pure lei, Michelle Thomas, aveva scritto un'altra lettera aperta, questa volta a un uomo conosciuto su Tinder, che, dopo un gradevole primo appuntamento, l'aveva scaricata così: «Ti sposerei, se solo fossi più magra». La lettera è diventata virale, è stata ripresa ovunque, da Mashable al Sun, e l'autrice ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno.

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Pochi giorni fa una ragazza inglese, Lindsey Swift, ha scritto su Facebook una lettera aperta a un uomo da cui si è sentita insultata. L’incidente: un automobilista le aveva cantato, mentre lei faceva jogging, «una versione sarcastica di Big girl (You’re beautiful) di Mika». Quindicimila condivisioni e moltissime lettere di sostegno. Qualche settimana prima una blogger, inglese pure lei, Michelle Thomas, aveva scritto un’altra lettera aperta, questa volta a un uomo conosciuto su Tinder, che, dopo un gradevole primo appuntamento, l’aveva scaricata così: «Ti sposerei, se solo fossi più magra». La lettera è diventata virale, è stata ripresa ovunque, da Mashable al Sun, e l’autrice ha ricevuto migliaia di messaggi di sostegno.

Lindsey Swift e Michelle Thomas, che non è nemmeno lontanamente grassa, semmai un po’ rotondetta, sono diventate due eroine, giovani donne coraggiose che hanno alzato la voce contro una cultura che umilia sistematicamente le ciccione. Loro dicono di essere uscite allo scoperto per difendere la categoria: «Se anche solo una persona ignorerà i commenti negativi e non si vergognerà più grazie ai miei post, allora sono contenta», ha detto la Swift a BuzzFeed. Il concetto che viene ribadito è: non c’è nulla di male nell’essere grassi. Eppure, nella stessa “lettera aperta allo stronzo che mi ha molestato”, la ragazza racconta che stava facendo jogging proprio perché «di recente ho deciso di mettermi in forma, ho pensato sarebbe stata una cosa divertente e stimolante, oltre che positiva per la mia salute». Quindi, in buona sostanza, grassa non si piace tanto e non si sente nemmeno troppo in salute.

È innegabile che oggi esista una sorta di etichetta sul grasso, una specie di correctness. A nessuno è venuto in mente che l’automobilista scherzasse e il suo fosse un apprezzamento (ma forse noi italiane a differenza delle inglesi abbiamo subito tutte, grasse e magre, apprezzamenti ben più pesanti). Alcune cose non si possono più dire. Altre si dicono come crederci fosse un obbligo: grasso è bello.

Sui media e i social network abbondano le apologie del grasso improvvisate, e in fondo superficiali. Un altro esempio: il progetto di Mariana Godoy, la fotografa brasiliana che ha ritratto donne grasse (e belle) in lingerie. Foto che hanno fatto il giro del mondo, ma a me risultano insignificanti e per nulla sensuali, come era invece nelle intenzioni dell’autrice. Leggendo i terrificanti commenti alle foto risulta chiaro come il progetto, benché mosso da buone intenzioni, sia fallito. Un altro esempio ancora: l’inno del corpo grasso di Megan Trainor “All About that Bass“, nominato ai Grammy come migliore canzone del 2014. «No, sto solo scherzando, so che pensi che sei grassa / Ma sono qui per dirti che / ogni centimetro di te è perfetto / Dalla testa ai piedi / Sì, mia mamma mi ha detto di non preoccuparmi della corporatura / Mi ha detto che ai ragazzi piacciono le curve da abbracciare la notte». Peccato che la cantante sia solo leggerissimamente sovrappeso e che, come ha fatto notare L.V. Anderson su Slate, il testo implica che «l’unica ragione per amare il proprio corpo sia che sia possa essere soddisfacente per un uomo». (Al confronto l’ormai celebre corpo grassoccio e budinoso di Lena Dunham in Girls aveva una portata rivoluzionaria).

Mi sembra che viviamo una sorta di doppia morale: da un lato l’esaltazione della curviness – con il grande aiuto di Photoshop che propone modelle, cantanti che nonostante i chili di troppo sono irraggiungibilmente belle – dall’altro siamo circondati da un salutismo che subdolamente dà per scontato la magrezza come virtù suprema. Fatto interessante, sono un po’ tutti salutisti quando di cibo, molto meno quando si parla di alcol, fumo e droga, come dice una ragazza sul blog Abbatto i muri.

L’obesità è di certo una malattia, ma siamo sicuri che i chili di troppo siano sempre causa di cancro, infarto e diabete? Conosco donne sovrappeso che stanno benissimo. Grasso e salute sono dunque un binomio che forse maschera qualche ipocrisia: distinguere tra salute ed estetica è difficile quando si parla di corpo. Non tutti ad esempio hanno le idee riguardo all’obesità come malattia, sulle cause e sui modi per curarla. L’obesità è causata nella maggior parte dei casi da un rapporto disfunzionale con il cibo. Ma ci sono anche casi in cui l’obesità ha cause metaboliche, almeno a quanto si legge sul sito del Ministero della Salute.

Nel suo memoir “Forte e sottile è il mio canto” Domitilla Melloni racconta il suo travaglio di donna obesa. Dopo vari tentativi di dimagrimento, si era fatta ricoverare in un ospedale specializzato, dove scopre di soffrire di una mai diagnosticata sindrome dell’ovaio policistico: era quella ragione della sua fame eccessiva e quindi anche del suo sovrappeso. «Oggi sono convinta», scrive, «che la malattia obesità abbia generato in me problemi psicologici, non il contrario». Anche la blogger Francesca Sanzo racconta, nel libro “102 chili sull’anima”, vendutissimo su Amazon, la sua “muta” da donna obesa depressa a donna normopeso, e felice: «È solo quando impari ad accettarti in profondità, che potrai dimagrire», dice. Il suo è un percorso molto diverso della Melloni, ma forse la peggior cosa è pensare che tutte le storie di obesità siano uguali.

«Oggi il grasso viene sdoganato solo e unicamente a livello di marketing, con le varie linee di moda curvy, ma nessuno ti spiega come accettarti davvero. Non basta comprare dei vestiti fighi per ciccione. Non basta dire a una donna grassa ‘Ma che bel viso che hai!’. Né tantomeno buttare lì un: ‘Ah dovresti proprio dimagrire’. Le donne con questo problema hanno bisogno di una sensibilità alternativa, di un vero ascolto», prosegue la Sanzo. «Lo ripeto sempre: una parte di me rimarrà sempre obesa». Alla Melloni non piace la spettacolarizzazione dell’obesità, neanche quando puntano a sdoganare la ciccia in modo goliardico. Che senso ha l’elezione annuale di Miss Cicciona sulle spiagge italiane sponsorizzata dalla tv di stato, si chiede: «Chi sponsorizzerebbe mai l’elezione di Mr Parkinson o di Miss Leucemia?».

Negli ultimi anni la tv ha prodotto molti programmi come “Teenager in crisi di peso”, “Adolescenti XXL”, “Grassi contro Magri”, “Obesi un anno per rinascere”, “Obiettivo peso forma”, “Sfida all’ultimo chilo”, “Vite al limite”, “Extreme MakeoverDiet Edition”, “Weight of the Nation”, “Dance Your Ass”. Il pubblico di queste trasmissioni evidentemente esiste: le guardano i grassi, bisognosi di transfert, ma anche i normopeso perché è da sempre che il grasso, pur non essendo “bello” scatena la morbosa curiosità dello spettatore.

«Io guardo Obesi – un anno per rinascere (Real time) e altre trasmissioni del genere, sì», mi dice Teresa Ciabatti, scrittrice. «Raccontano la sfida di dimagrire. Spesso i protagonisti non ce la fanno. E per noi che c’identifichiamo è consolatorio». Teresa Ciabatti, colpevole di aver inventato uno dei più memorabili personaggi grassi della letteratura italiana: Marta Bonifazi, la protagonista de Il mio paradiso è deserto (Rizzoli) (un’altra ragazzina grassissima è quella del bravo Matteo Cellini, che con “Cate, io”, vincitore del Premio Campiello Giovani 2013 e pubblicato da Fazi). Marta Bonifazi è la giovane rampolla di una famiglia ricchissima e cafonissima, una ragazza di vent’anni obesa e insopportabile. «Per scrivere Marta Bonifazi», continua Teresa, «mi sono ispirata a me stessa. Sono stata sempre grassa, fin da ragazzina. Ora più, ora meno. Mai magra. Quando ho scritto il romanzo, avevo partorito da poco, e non mi guardavo allo specchio da un anno. Sapevo di essere ingrassata, ma non sapevo quanto. Ero rabbiosa, e non sapevo con chi prendermela. Me la sono presa con tutti, finché non ho scritto il romanzo».

Ricordo uno dei primi racconti di Ian McEwan “L’ultimo giorno d’estate”che si apriva con una risata, la risata di una donna grassa. «È così grassa che le braccia non le scendono dritte dalle spalle». Nel racconto, il corpo obeso di Jenny («ha una faccia immensa, rotonda come una luna rossa») scatena nel giovane narratore prima imbarazzo, poi estraneità, sempre senso materno, fino alla svolta finale inattesa, con la barca che si capovolge sul fiume e due ragazze, tra cui quella grassa, che annegheranno, l’ultimo giorno d’estate. Jenny era «grossa e la mia barca piccola», dirà il ragazzino. Ian McEwan scrisse questa storia nel 1975 e, come altre sue short story, anche questa ebbe un impatto notevole. Allora, l’obesità non era statisticamente il problema che è adesso – in Italia una persona su dieci è obesa e in Usa una su quattro – e nell’immaginario collettivo non esisteva ancora il controverso concetto di “grasso è bello”.

Nella letteratura recente sono numerose le eroine sovrappeso. Soprattutto Oltreoceano. È uscito da poco negli Stati Uniti un romanzo che ha fatto molto parlare: Dietaland (HoughtonMifflinHarcourt) racconta la storia di Plum, una donna obesa che si trova coinvolta da un gruppo di attiviste un po’ à la Fight Club: grazie a loro acquisterà la sua consapevolezza. L’autrice, Sarai Walker, che assomiglia tantissimo alla diva curvy del pop Adele ha detto alla National Public Radio: “Ho sempre vissuto in corpo grasso, e sono abituata alle congetture della gente. La protagonista del mio libro arriva a realizzare che il suo corpo grasso, il maltrattamento che il suo corpo riceve, sia una questione politica. Io penso che siano importanti un regime alimentare sano e l’esercizio, ma penso anche che un corpo possa essere sano a qualsiasi taglia. Qualsiasi taglia sei, è quello che sei”.

Qualche anno fa uscì Precious (Fandango) di Sapphire, il racconto crudo e sconvolgente dell’obesità come piaga sociale al pari con violenza sessuale e analfabetismo. Nulla di più lontano da Il peso (Neri Pozza) di Liz Moore che faceva della questione obesità un romance a lieto fine delizioso. La canadese Lori Lansens ne Il mio corpo elettrico (Mondadori) raccontava invece la storia cupa di una quarantenne così grassa che «sotto la pelle pareva indossasse un piumino», costretta ad affrontare quella che lei chiama «obestia» da cui immagina di essere dominata al punto che il suo corpo non appartiene più a lei.

Anche Jami Attemberg, l’americana amata da Jonathan Franzen, ha scritto I Middlenstein (Giuntina), la storia di una donna obesa che viene lasciata dal marito perché troppo grassa. Il libro è strutturato in base all’aumento di peso della donna che, rimbalzando da un centro commerciale a un fast food, ingrassa inesorabilmente. Edie non fa la vittima e non è affatto buona, anzi è arrogante, odiosa.

Edie assomiglia un po’ a Marta Bonifazi, l’anti-eroina del romanzo di Teresa Ciabatti. «Grasso non è bello, certo», dice Ciabatti. «Di sicuro non fa bene alla salute, ma fa bene, come qualsiasi limite, all’intelligenza. E alla creatività. Un ciccione è sempre un infelice. Costretto a sviluppare qualità alternative. Elaborare vie di fuga, a difendersi da umiliazione, derisione, emarginazione. Illudersi, sperare, e quasi sempre fallire. Una parabola discendente continua». Tutto sommato il grasso a volte fa bene alla letteratura, l’esaltazione patinata della curviness forse non fa bene a nessuno.

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“Atti osceni in luogo privato”: intervista a Marco Missiroli https://minimaetmoralia.it/interviste/atti-osceni-in-luogo-privato-intervista-a-marco-missiroli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/atti-osceni-in-luogo-privato-intervista-a-marco-missiroli/#comments Sun, 24 May 2015 08:23:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26918 Marco Missiroli è un romanziere senza più timori. Uno che non ha mai temuto il confronto con i grandi temi del romanzo europeo e americano. E che oggi, al quinto libro, dopo aver già sperimentato terreni spinosissimi e totali, come direbbe lui – tipo l’esistenza di Dio, il rapporto con il padre, il razzismo, la […]

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Marco Missiroli è un romanziere senza più timori. Uno che non ha mai temuto il confronto con i grandi temi del romanzo europeo e americano. E che oggi, al quinto libro, dopo aver già sperimentato terreni spinosissimi e totali, come direbbe lui – tipo l’esistenza di Dio, il rapporto con il padre, il razzismo, la morte assistita e molto altro – ed esserci riuscito sempre un po’ a metà, mettendoci tanta intelligenza, ma poco cuore, Missiroli scrive il suo romanzo più bello. Si libera di tutte le sue incertezze di narratore – e forse di uomo – e prende il volo. Quando chiesero a Bernard Malamud qualche consiglio per gli scrittori disse: Correte dei rischi, osate. State attenti a non ingannare voi stessi. Marco Missiroli, che ha trentaquattro anni, ha finalmente osato.

Ne è prova il successo di “Atti osceni in luogo privato” (Feltrinelli), giunto come uno scossone editoriale nelle nostre librerie, a partire dalla copertina forse un po’ troppo aggressiva: una fotografia di Erwin_Blumenfeld “Holy Cross (in hoc signo vince)”, opera in cui il protagonista del libro si imbatte in un museo di New York. L’immagine, unita a questo titolo dal sapore pubblicitario, crea un effetto falsante e ha forse allontanato alcuni lettori affezionati o ha rischiato di farlo. “C’è un gap tra il dentro e il fuori. La copertina e il titolo danno l’idea di un libro sessuale, freddo. Al contrario dentro c’è molto calore”, mi dice Marco Missiroli al telefono con il l’accento tuonante dei riminesi, ”un libro sull’eros dal punto di vista spirituale, dove il sesso è totemico”.

Ecco l’incipit del romanzo:

“Avevo dodici anni e un mese, mamma riempiva i piatti di cappelletti e raccontava di come l’utero sia il principio della modernità. Versò il brodo di gallina e disse – Impariamo dalla Francia con le sue ondate di suffragette che hanno liberalizzato le coscienze. – E i pompini. La crepa fu questa. Mio padre che soffiava sul cucchiaio mentre sentenziava: e i pompini. Mamma lo fissò, Non ti azzardare più davanti al bambino, le sfuggì il sorriso triste. Lui continuò a raffreddare i cappelletti e aggiunse – Sono una delle meraviglie del cosmo”.

Lo stile, elegante e rarefatto, è la cifra di Missiroli, ma anche il suo limite. Ci ritroviamo di colpo dentro in un tinello un po’ fuori dal tempo. Un film francese più che un romanzo italiano contemporaneo. Potremmo essere a metà degli anni Sessanta o al massimo Settanta. I cappelletti, il brodo di gallina, le suffragette. E i pompini. Tutte cose senza tempo: meraviglie del cosmo, sans doute. Qui c’è già tutta la storia di Libero Marsell il protagonista del romanzo, che è poi la nostra storia: un ragazzino di 12 anni che cerca di “allineare l’anima con gli ormoni”, scopre l’autoerotismo e poi il sesso, vive con tristezza il divorzio dei genitori, la morte improvvisa del padre, i primi fallimenti sentimentali e infine il grande amore. Allora cosa fa di “Atti osceni” un libro speciale? Chiedo soccorso di nuovo alle parole di Malamud: “L’arte, nella sua essenza più vera, ci aiuta a comprendere chi siamo”.

Il libro, racconta Missiroli, è stato scritto in soli 21 giorni seguiti da due anni di lavoro. E in totale segretezza, dalle sei del mattino alle 10, 30 prima di andare al lavoro [Missiroli fa il caporedattore di una rivista di psicologia a Milano, ndr]. Forse anche per questa foga con cui è stato composto, “Atti osceni in luogo privato” è un libro che si legge d’un fiato.  E che ti porta dritto al ricordo del tuo primo amore – l’amore “inimitabile”. E in quella giovinezza che fa sentire sempre incompleti. Entrare nel proprio corpo, diventare se stessi, entrare in se stessi sono tutte espressioni di cui Missiroli fa largo uso: ogni scoperta sessuale o sentimentale – aggettivi quasi intercambiabili in questo libro – corrispondono a una piccola epifania. Anche i libri, che il protagonista cita senza ritegno, hanno questa funzione di ricollocamento del sé: Camus, Buzzati, Faulkner, Maugham. Tutti autori “esistenziali” per Libero.

Dopo l’affannosa lettura de “L’amante” della Duras Libero dice: “Nei giorni successivi venne alla luce la parte di me che era me stesso”. Per questo motivo le continue citazioni non infastidiscono la lettura, anzi la rendono più travolgente: perché sono tutti primi amori, scoperte, colpi di fulmine. “Il filo del rasoio” di Somerset Maugham diventa il romanzo che spiega “cosa significa stare in bilico”. “Lo leggo ogni volta che mi innamoro e ogni volta che una storia finisce”, dice Marie Lafontaine, uno dei personaggi più riusciti del libro, una trentenne sensuale e infelice “con la pelle di luna” che sembra uscita da un film di François Ozon. In una scena molto tenera, Libero chiede a Marie, amica “sognata” e sua confidente, nonché bibliotecaria e spacciatrice di libri, di mostrargli il seno.

“Era un seno bianco, i capezzoli rosa e l’areola ampia. Maestoso, strabordava dai lati e rimaneva inspiegabilmente ritto e compatto. Servivano due mani per ogni mammella. Quel seno avrebbe scalfito la mia corteccia cerebrale in eterno: il Big Bang della mia memoria masturbatoria”.

Alla fine del romanzo, grazie all’incontro con Anna, la futura moglie, Libero comincia a insegnare letteratura in una scuola per stranieri e lì scopre la sua vocazione, lascia la facoltà di Giurisprudenza e si iscrive a Lettere, laureandosi con una tesi sullo scrittore americano Raymond Carver intitolata Il massimalismo emotivo. Missiroli gioca con una definizione che è senza dubbio programmatica e che calza con il suo stesso stile: minimo di orpelli e massimo del sentimento.

Il romanzo termina con un solo apparente lieto fine. Libero dopo essersi trasferito da Parigi a Milano e aver sofferto prima di solitudine poi di una sorta di smania sessuale incontra il grande amore. “Ho sposato Anna per amore, e per come scopa. Oltre l’eros, oltre la sua insuperabile attitudine a farmi sentire vivo, le ho chiesto la mano un giorno di settembre per avermi restituito il nome”. Ma se è vero, come dice l’amica del cuore Marie, “che più c’è passione e più è difficile dopo” allora Libero Marsell non avrà un matrimonio facile. “In realtà è una finta felicità quella di Libero, è quella di uno che si è dato una presunzione di vita borghese, ma lo intravede benissimo il mattatoio che torna. Perché il mattatoio tornerà. Ho molto da scrivere ancora su Libero. Datemi dieci anni di vita, e scrivo la seconda parte!”.

Missiroli confessa dopo che dopo questo romanzo non ci sarà ritorno. Il suo approccio alla scrittura è cambiato. Più gioioso. “Avevo dato troppa vita alla testa e ora ho voluto lasciare lo spazio ad altro. Il mio libro precedente, che ho riscritto 11 volte, era molto cerebrale, nonostante fosse una storia vera”. Ecco Marco Missiroli, romagnolo doc con il senso del romanzesco nelle vene: trasforma la storia vera di un prete che ritrova suo figlio, “Il senso dell’elefante”, in una storia raffinata e strutturata narrativamente. E poi però trasfigura la storia di formazione un ragazzino italo-parigino, con personaggi che sembrano usciti da un album delle fotografie tanto sono reali, e invece questa volta è tutto, o quasi, inventato. Perché Missiroli, a differenza di molti suoi coetanei, non è contemporaneo, anzi tende a rarefare il presente, a creare atmosfere sospese, ingannando magari un po’ il lettore che pensa di leggere una storia ambientata molti anni prima. Questo “effetto vintage” può non piacere. Ma Missiroli lo fa per una ragione – di nuovo – inesorabilmente romanzesca: cerca l’alto, la vertigine, lo spiritualità. “Non volevo raccontare il sesso ai tempi di WhatsApp. Ho eliminato tutta la tecnologia da questo libro. Altrimenti Libero avrebbe scopato a 14 e mezzo, non a 20”.

La presenza del trascendente e la devozione sono temi molto forti nei romanzi di Missiroli e fanno parte di un piccolo travaglio interiore. “Vengo da una famiglia comunista e atea, e sono diventato cattolico per scelta e in modo contraddittorio, ad esempio sono pro-eutanasia”. Il tema dell’eutanasia ritorna, curiosamente, in quasi tutti i libri di Missiroli. “Mi affascina da un punto di vista narrativo: è una narrazione perfetta, una storia di cui sai già il finale”. C’è l’eutanasia in “Bianco”, ne “Il senso dell’elefante” e questo ultimo libro. Ma non è l’unica fissa letteraria di Marco Missiroli. Un’altra è quella del ballo.

In tutti i suoi libri che ho letto c’è l’elemento della danza, incarnato da un uomo o una donna che ballano di professione o che amano danzare: c’è la Miss Betty di “Bianco”, ex ballerina obesa, c’è Pietro, il prete che balla il tip tap protagonista del “Senso dell’elefante” e c’è Lunette, il primo amore di Libero, la “farfalla nera che balla il charlerston”. “L’ossessione per il ballo viene da una mia ansia di bambino: non potevo calpestare le righe del pavimento allora saltavo, ballavo. Il ballo è un mio  desiderio di leggerezza”. Ci pensa un po’ su e poi aggiunge, con la solita foga del romanziere romagnolo: “E poi il ballo permette uno spostamento psicologico nei personaggi, un cambio della personalità”. Punta, tacco. Et voilà.

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I nuovi padri https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-nuovi-padri/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-nuovi-padri/#comments Sun, 21 Dec 2014 10:35:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24607 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Saranno una ventina d’anni da quando l’entrata in scena del padre materno è ufficiale. Almeno da quando Robin Williams ha dato la sua deliziosa versione del mammo in “Mrs Doubtfire” (1993). I padri trovano oggi nel rapporto con i figli piccoli non più solo un dovere, ma anche un appagamento profondo. I nuovi padri sono capaci, e hanno voglia, di cambiare pannolini, nutrire i neonati, sostituire le madri in quelle cure che per millenni sono state riservate soltanto alle donne. Una mutazione epocale, secondo la psicanalista Simona Argentieri, che ha pubblicato di recente “Il padre materno” (Einaudi), un saggio breve, illuminante su questo tema. Ma cosa succede se questi nuovi padri vivono la paternità come una soluzione difensiva, un espediente per evadere da altri doveri più “paterni”, o semplicemente più “adulti”? In altre parole: uomini e donne sono disponibili a fare le mamme, ma chi farà il padre? “Chi interverrà”, si chiede Argentieri, “a interrompere la magica fusione madre (o padre)/bambino? Chi fungerà da ‘secondo oggetto’, insegnando il verbo e la legge?”. Se i padri rifuggono dal loro ruolo, la causa si annida anche e soprattutto tra i problemi della coppia e le mutazioni, anch’esse epocali, che hanno investito le unioni e le hanno rese più fragili. Non è solo colpa degli uomini, sembra suggerire Argentieri.

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Saranno una ventina d’anni da quando l’entrata in scena del padre materno è ufficiale. Almeno da quando Robin Williams ha dato la sua deliziosa versione del mammo in “Mrs Doubtfire” (1993). I padri trovano oggi nel rapporto con i figli piccoli non più solo un dovere, ma anche un appagamento profondo. I nuovi padri sono capaci, e hanno voglia, di cambiare pannolini, nutrire i neonati, sostituire le madri in quelle cure che per millenni sono state riservate soltanto alle donne. Una mutazione epocale, secondo la psicanalista Simona Argentieri, che ha pubblicato di recente “Il padre materno” (Einaudi), un saggio breve, illuminante su questo tema. Ma cosa succede se questi nuovi padri vivono la paternità come una soluzione difensiva, un espediente per evadere da altri doveri più “paterni”, o semplicemente più “adulti”? In altre parole: uomini e donne sono disponibili a fare le mamme, ma chi farà il padre? “Chi interverrà”, si chiede Argentieri, “a interrompere la magica fusione madre (o padre)/bambino? Chi fungerà da ‘secondo oggetto’, insegnando il verbo e la legge?”. Se i padri rifuggono dal loro ruolo, la causa si annida anche e soprattutto tra i problemi della coppia e le mutazioni, anch’esse epocali, che hanno investito le unioni e le hanno rese più fragili. Non è solo colpa degli uomini, sembra suggerire Argentieri.

Proviamo allora a orientarci dando uno sguardo alla letteratura, che come sempre è riflesso e insieme da proiezione distorta, della realtà. (Del resto, il mestiere di scrittore, con i suoi tempi morti e dilatati, si presta bene a congedi parentali prolungati o perenni). Da Pinocchio in poi, di padri soli e accudenti è piena la narrativa italiana, e straniera. C’è il padre immobile di “Caos Calmo” di Sandro Veronesi; c’è il padre in cerca di sopravvivenza per sé e per la figlia ne “L’uomo verticale” di Davide Longo; c’è perfino il padre infedele di Antonio Scurati. Oggi è soprattutto Marco Franzoso a confrontarsi con questa figura nuova del padre materno, almeno nelle sue varianti più estreme. Dopo il successo del “Bambino indaco” (e in attesa della sua versione cinematografica diretta da Saverio Costanzo), non può lasciare indifferenti “Gli invincibili” (Einaudi), un romanzo scritto per sottrazione stilistica e ad alto tasso emotivo. È la storia di un uomo che si ritrova a crescere da solo un bimbo di pochi mesi: perderà il lavoro e faticherà tra malanni di stagione, una peritonite acuta non diagnostica e colloqui con una psicologa infantile. Ma godrà anche di alcune inaspettate gioie, come la tenerezza e la calma e la complicità che porta con sé la cura di un bambino. O, come dice Simona Argentieri, di quella famosa ”sensualità primitiva” e di quei “livelli simbiotici arcaici senza conflitto” che non si registrano altrove.

La fusione tra padre e figlio è totale: della vita dell’uomo, al di fuori del bambino, non rimane quasi nulla, a parte una fugacissima relazione con una donna conosciuta al supermercato – luogo di incontro per eccellenza dei nuovi padri materni. “Per un figlio è un triste e malsano privilegio dover costituire l’intero senso della vita di un genitore, la realizzazione della sua identità, la risorsa affettiva, il surrogato di altri piaceri negati”, scrive ancora Simona Argentieri. Non la pensa in modo tanto diverso Mauro Covacich che, nel suo ultimo libro, “La sposa” (Bompiani), prende di mira questa nuova generazione di genitori “critpo-narcisisti”, genitori che si sentono generosi ed eroici solo per aver avuto il coraggio di riprodursi. “Tu che con tanta ponderazione hai scelto di fare il padre non hai niente di cui andare fiero. Non ti sei realizzato. La natura si è realizzata”, scrive Covacich.

Ma pensiamo a Geppetto. Geppetto oggi sarebbe un padre materno? Uno che, non avendo combinato nulla di buono, a un certo punto decide di realizzarsi costruendo quel figlio “tutto suo”, fatto con le sue mani? E che dire di Marlin, il padre del pesciolino in “Alla ricerca di Nemo”? Marlin, padre vedovo, disgraziatamente iperprotettivo e ansioso, fa più danno che altro. Marlin non è altro che un mammo. Agli antipodi c’è Stoick l’Immenso, il capo-villaggio vichingo di “Dragon Trainer” (DreamWorks, 2010 e 2014), un papà, bisogna dire, che ha il suo bel daffare con il figlio. A differenza di Marlin, Stoick è stato abbandonato dalla moglie e non fa niente per capire e apprezzare il talento del figlio. È un padre rude, “cattivo”, che entra continuamente in conflitto con un figlio a suo occhi deboluccio, perché si rifiuta di uccidere i draghi ma invece vuole addestrarli, ma è un padre. Di quelli che insegnano instancabilmente “il verbo e la legge”. Di quelli che saranno una rarità fra qualche decennio.

“Essere padri dovrebbe significare anche non ritirarsi dalla competizione sociale e mi chiedo se il mio modo di essere padre non sia in realtà un elaborato sistema per continuare a essere figlio”. Lo scrive Cristiano de Majo, napoletano, classe ‘75, in “Guarigione” (Ponte alle Grazie, dal 23 ottobre in libreria). Dopo ottime prove nel campo della fiction, de Majo scrive oggi un racconto autobiografico ibrido in cui narra la sua esperienza di giovane padre di due gemelli e la malattia, rara e genetica, di uno dei due bambini.

In una Napoli in cui “solidi patrimoni familiari di commercianti e professionisti si erodono, ma qualcuno può ancora permettersi un passeggino Stokke”, una giovane coppia vive e fatica ogni giorno aspettando la guarigione, ipotizzata dai dottori, del gemello malato. Fare il padre non è facile per Cristiano, ma la paternità gli apre anche una specie di nascondiglio esistenziale una fuga dalla sua realtà, fatta di articoli da consegnare, pochi soldi, un mestiere, quello di scrittore, molto amato, ma economicamente poco soddisfacente.

“Quando sono diventato padre”, dice de Majo a “pagina99”, “mi è successa una cosa strana: ho smesso di scrivere. Volevo dedicarmi ai bambini. La cosa positiva è che poi mi è tornata. Il discorso del padre materno mi sembra un falso problema, dipende tutto da varianti economiche e culturali. Se i nuovi padri saranno in grado di essere anche autoritari, “paterni”? Credo di sì… è la domanda che mi fa tutti i giorni la mia compagna. È la domanda che in fondo mi faccio anche io”. E infatti  “Guarigione” è un libro che parla di tutto, e si interroga su tutto, e non dà nessuna risposta. È un racconto sottile e preciso, serissimo e commovente, digressivo e compatto, privo di autoindulgenze e di statistiche. Un racconto che trasuda una dote sempre più rara: l’onestà intellettuale.

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Sandro Veronesi e l’architettura della narrazione https://minimaetmoralia.it/libri/sandro-veronesi-terre-rare/ https://minimaetmoralia.it/libri/sandro-veronesi-terre-rare/#comments Fri, 28 Nov 2014 14:09:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24506 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Dirò un’enormità, termine che piace moltissimo a Sandro Veronesi e che usa spesso nel suo Terre rare  (Bompiani, pag. 416, euro 19,00): il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, una sorta di imprevisto sequel di Caos calmo (Premio Strega 2006), è il libro più divertente che abbia letto negli ultimi anni – divertente anche, e soprattutto, nel senso etimologico del termine di dèvertere, “far prendere un’altra direzione”. Maestro della digressione, come i suoi idoli Thomas Pynchon e David Foster Wallace, Veronesi è però attentissimo al senso dell’insieme e costruisce qui un romanzo che ha del miracoloso: pur traboccante di deviazioni– così simili ai quei cambi di direzioni apparentemente insensati che prendiamo ogni giorno navigando su Internet – Terre rare è calibrato, solido, verrebbe da dire, sodo. Come un palazzo costruito da un architetto molto capace, e un po’ visionario, che sta in piedi benissimo nonostante sembri cadere da un momento all’altro. (Sandro Veronesi, oltretutto,è laureato in Architettura con una tesi su Victor Hugo e viene il sospetto che, avesse fatto l’architetto, avrebbe costruito case stupefacenti).

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Dirò un’enormità, termine che piace moltissimo a Sandro Veronesi e che usa spesso nel suo Terre rare  (Bompiani, pag. 416, euro 19,00): il nuovo romanzo di Sandro Veronesi, una sorta di imprevisto sequel di Caos calmo (Premio Strega 2006), è il libro più divertente che abbia letto negli ultimi anni – divertente anche, e soprattutto, nel senso etimologico del termine di dèvertere, “far prendere un’altra direzione”. Maestro della digressione, come i suoi idoli Thomas Pynchon e David Foster Wallace, Veronesi è però attentissimo al senso dell’insieme e costruisce qui un romanzo che ha del miracoloso: pur traboccante di deviazioni– così simili ai quei cambi di direzioni apparentemente insensati che prendiamo ogni giorno navigando su Internet – Terre rare è calibrato, solido, verrebbe da dire, sodo. Come un palazzo costruito da un architetto molto capace, e un po’ visionario, che sta in piedi benissimo nonostante sembri cadere da un momento all’altro. (Sandro Veronesi, oltretutto,è laureato in Architettura con una tesi su Victor Hugo e viene il sospetto che, avesse fatto l’architetto, avrebbe costruito case stupefacenti).

Se in Caos calmo era un gioco di stasi centripeta, con l’ormai celebre immobilità di Pietro Paladini, seduto sulla panchina davanti alla scuola della figlia che faceva da magnete narrativo a tutti gli avvenimenti del libro, qui tutto è mobile: dopo aver lasciato Milano per Roma e aver cambiato lavoro (ora si occupa di vendere automobili in leasing), Pietro Paladini è in perenne movimento. Parte, arriva, cade, sviene. Questo Pietro Paladini assomiglia un po’ a Geronimo Stilton, il famoso topo amato dai bambini, che come lui sviene nei continui momenti di difficoltà. E Pietro Paladini di difficoltà ne incontra innumerevoli: in un solo giorno gli ritirano la patente, perde il telefonino, la guardia di finanza gli perquisisce l’ufficio, la figlia diciottenne scappa di casa, litiga con fidanzata e perde il lavoro. Ma è chiaro che il senso e – il divertimento – del nuovo romanzo di Veronesi non sono nella trama, che è comunque ricca di colpi di scena, ma nella scrittura. E nella sua capacità di contenimento. Perché non era facile infilare dentro un libro di quattrocento pagine praticamente tutto.

Tutto va dalle questioni cardine della letteratura del nostro tempo – la perdita dell’innocenza, la rimozione della morte e del dolore, il rapporto padri-figli e figli che diventano padri, la conoscenza di sé – a una serie di questioni oggi abbastanza fondamentali: come essere genitori di figli non tuoi, come relazionarsi con adolescenti ipermaturi e sofferenti “oltre il confine tremolante dei social network”, come reagire ai cambiamenti epocali provocati dallo “schianto” economico del 2008 (“Schianto”, altra parola che piace ossessivamente a Sandro Veronesi. Schianto che era profetizzato a più riprese in Caos calmo, romanzo di quasi dieci anni fa, dove Paladini si trovava alle prese con la simbolica e rovinosa fusione di due aziende televisive). Ma in Terre rare si parla anche di altro, ad esempio si parla di elenchi, di Twitter, di tatuaggi. Si parla dell’ossessione degli italiani per automobili, di cocaina, di sbagli sbagliati, di downshifting, di minerali chiamati “terre rare”. Si parla di “fregola da design” milanese e di fascino perverso del “coatto” romano e di quel territorio di frontiera ormai a tutti gli effetti molto letterario  che è la Roma marginale del Grande Raccordo Anulare.

Una delle più frequenti critiche che negli anni ho sentito fare a Sandro Veronesi – a tutti gli effetti il miglior scrittore della sua generazione, molto premiato e letto sia in Italia che in Francia – è che “gigioneggi” – termine, sarà un caso?, usato più volte in questo nuovo romanzo. Detto altrimenti: Veronesi è uno scrittore troppo consapevole della sua bravura. Per la verità Pietro Paladini, il narratore, gigioneggia eccome, ma Paladini non è Veronesi. E poi c’è bravura e bravura. In questo suo ottavo romanzo – complice anche un editing affilato per mano dello scrittore Massimiliano Governi più volte citato nel libro – Veronesi può permettersi di essere consapevole della sua bravura perché 1) in Terre rare non c’è una sola caduta di stile; 2) le (insensate?) epigrafi a inizio di ogni capitolo valgono da sole l’acquisto del libro; 3) il romanzo è un vero page-turner, uno di quei libri in cui una pagina tira l’altra e non si riesce proprio a fermarsi, come se questo fosse un male. Perché l’altra critica che spesso ho sentito fare al Veronesi romanziere è: com’è possibile che un romanzo profondo, importante, difficile – un “romanzo possente e pieno di destino” per citare ancora il narratore gigioneggiante Pietro Paladini, si legga in un battibaleno? “Non esistono libri facili o libri difficili”, diceva un mio vecchio amico, “esistono libri belli”. Terre rare è un romanzo comico, scoppiettante, strepitante come un camino acceso. Terre rare è un libro bello. Tra i più belli della nostra archistar.

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Di nuovo selvaggi: il fascino estremo dell’essenziale https://minimaetmoralia.it/cinema/di-nuovo-selvaggi-il-fascino-estremo-dellessenziale/ https://minimaetmoralia.it/cinema/di-nuovo-selvaggi-il-fascino-estremo-dellessenziale/#comments Wed, 05 Nov 2014 06:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24050 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: una scena del film Into the wild)

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.

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“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.

Se non è possibile scappare in mezzo al nulla, si può sempre leggere le storie di chilo ha fatto. Anzi, è grazie alla letteratura e al suo potere rivelatorio che questo succede: sono i libri che inventano mondi lontani, disegnano terre di pace, evocano avventure del corpo e dello spirito; sono i libri i responsabili delle scelte di vita estreme che tanto piacciono in questi nostri tempi tecnologici e urbani. Se Chris McCandless, la cui storia (vera) è raccontata nel film Into the wild, ha ispirato migliaia di persone con la sua celebre fuga in Alaska, a sua volta sappiamo che McCandless aveva portato con sé e letto alcuni classici della letteratura.

“Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore”. L’autore di questo brano – sottolineato da McCandless e ritrovato insieme alla sua salma, come Jon Krakauer racconta nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio) da cui è tratto il film – è Lev Tolstoj. Fu soprattutto la lettura di Tolstoj, secondo Krakauer, a sedurre il giovane McCandless, oltre naturalmente quella di Henry David Thoreau. Il quale,non a caso, se ne andò per due anni a vivere in una capanna auto-costruita in Massachusetts e poi scrisse Walden o la vita nei boschi, diventando il padre del nature writing americano.

Anche Silvyain Tesson, scrittore e viaggiatore, ha vissuto sei mesi da solo in una capanna in Siberia, e poi ha raccontato la sua impresa in un libro vendutissimo in Francia, Nelle foreste siberiane (Sellerio). Con sarcasmo lieve, lontano dalla mitologia della wilderness americana, Tessonsa di “non essere abbastanza eremita per sopravvivere senza buoni autori”. Così parte con una settantina di titoli, per star sicuro. Del resto, il villaggio più vicino è a 120 chilometri e non ha nessun mezzo di trasporto se non le proprie gambe; gli ospiti sono rari, tra loro pescatori, guardiani della riserva e qualche orso. Eppure il suo viaggio da fermi è assai movimentato: tra la solitudine dei ghiacci Tesson capisce molte cose importanti. La ricerca di sé, il desiderio di spartanità, la pulizia interiore: alla base di tutte queste avventure nella natura selvaggia c’è soprattutto questo.

“Per desiderare una capanna al centro di una radura”, scrive Tesson, ”bisogna prima aver sofferto di indigestione nel cuore delle città moderne. Dopo essere rimasti paralizzati dal grasso del conformismo e invischiati nello strutto delle comodità, si è maturi per il richiamo della foresta”. Thoreau era meno ironico di Tesson, ma il concetto era lo stesso: “Datemi verità, invece che amore, denaro, fama”. Una ricerca di verità che talvolta è quasi religiosa, anche se con la religione istituzionale non ha nulla a che vedere, ma contiene piuttosto – almeno negli esiti letterari migliori – un ritorno ai valori essenziali e una protesta implicita verso la società.

“Quando ti senti parte della natura è come una specie di religione: è accettare che ci sia qualcosa di illimitato, qualcosa di molto più importante del tuo ego”, ha detto Erling Kagge a “Pagina99”, uno dei più famosi esploratori viventi autore di Filosofia per esploratori polari (Add Editore). “E poi la bellezza di fare le spedizioni al Polo è proprio questa: è imparare l’arte di mangiare a piccoli bocconi; sentire di avere tutto ciò di cui si ha bisogno e ricordarsi di cosa è importante nella vita”. Allo stesso modo c’è qualcosa religioso nella storia di Cheryl Strayed, autrice del best seller Wild (Piemme) che, partita da sola per un trekking estremo, ad ogni tappa è costretta a bruciare le pagine del libro che si porta appresso nell’enorme zaino: un vero piccolo, magico rituale.

Avventure estreme, solitarie, che come ha insegnato,una volta per tutte, il giovane McCandless di Into the wild, hanno senso solo se condivise. Questi racconti che siano ambientati al polo sud, nel deserto o in altri luoghi sperduti della terra, sono sempre incredibilmente popolati di esseri umani, quasi sempre uomini, o donne, con esistenze al limite, ma proprio per questo indimenticabili. “I sentieri sono luoghi d’incontro, di conversazione di convivialità… era nelle mie intenzioni scrivere libri densamente popolati, di vivi e di morti”, dice Robert MacFarlane a “Pagina99”.

Robert MacFarlane è l’autore di una trilogia sulla natura composta da Montagne della mente, Luoghi selvaggi e Le antiche vie (Einaudi), e già considerata un classico del nature writing contemporaneo.“Nei miei anni di vagabondaggio ho navigato sotto la luce di Giove attraverso un’antica sea road in Nord Atlantico, circumnavigato una montagna sacra di 7000 mila metri nella Cina occidentale, in inverno, ed esplorato il martoriato deserto palestinese della West Bank. In tutti questi posti ho incontrato persone per le quali camminare e seguire i sentieri è stato fondamentale nella comprensione di sé e del loro posto nel mondo”, continua MacFarlane che ha di recente pubblicato un libro illustrato, Holloway (Faber&Faber), sulle strade incavate del Dorset, ed è impegnato nella scrittura di Underland, un libro che racconta “di mondi sotterranei e perduti che si trovano sotto le nostre campagne e città”.

Presentato con successo lo scorso settembre  al Toronto Film Festival, il film tratto da Wild, sceneggiato da Nick Hornby e dalla stessa Cheryl Strayed, diretto da Jean-Marc Vallée, (Dallas Buyers Club) e interpretato da Reese Witherspoon, esce il 5 dicembre in USA e il prossimo febbraio in Italia. Il film, fedelissimo al libro omonimo, racconta di quando Strayed all’età di 26 anni, nel 1995, sola e senza alcuna preparazione, partiva per il Pacific Crest Trail, il più lungo sentiero di montagna degli Stati Uniti che collega il British Columbia con la California. Incapace di far fronte al dolore della morte – quella della madre, scomparsa giovanissima di cancro– entra in un negozio sportivo e vede per caso una guida della Pacific Crest Trail. Senza soldi, stanca di girare a vuoto, e con un problema di dipendenza dall’eroina, decide di partire. Dei quattromila chilometri del sentiero, Cheryl ne percorrerà “solo” milleseicento, con varie difficoltà tipo temperature polari, animali selvatici, piedi feriti dagli scarponi, fame, sete, mentre lo zaino pesantissimo le spezza la schiena. È una lunga lotta contro il proprio dolore.

“Ne è valsa la pena”, dice vent’anni dopo la Strayed. Millesettecento miglia – quasi le stesse percorse da Cheryl Strayed – sono quelle fatte da Robyn Davidson che attraversò a piedi le immense solitudini del deserto australiano, in compagnia di un cane e quattro cammelli. Era il 1977. Ci sono voluti ben 37 anni perché un regista portasse sullo schermo la storiaraccontata nel libro autobiografico Orme (Feltrinelli) che, riletto oggi, non ha perso fascino, ne ha forse acquistato. (Tracks diretto da John Curran e interpretato da Mia Wasikowska, è uscito lo scorso anno nelle sale).

A breve diventerà film anche Revenant, un romanzo dal respiro epico, che narra una delle avventure più famose del West, quella di Hugh Glass. Figura leggendaria, Glass era un trapper ovvero un esploratore e cacciatore di pellicce. Assalito da un grizzly, viene abbandonato dai compagni che gli rubano armi e cavallo; ma Glassnon è morto,è gravemente ferito e, nell’estate del 1823, si rimette in viaggio attraverso i territori selvaggi di Dakota, Montana, Wyoming e Nebraska – tremila miglia di pura wilderness – con solo uno scopo: vendicarsi.

Scritto da Michael Punke nel 2003 e solo oggi in traduzione italiana, Revenant (Einaudi)è un’opera di fiction e, anche se, come se ammette l’autore, “l’era del commercio di pellicce è inestricabilmente intrecciata alla leggenda” – la storia è dalla parte di Hugh Glass e della sua impresa, documentata da varie fonti. La forza epica di un personaggio come Glass – che avrà il volto di Leonardo di Caprio nel film diretto da Alejandro González Iñárritu – ha di nuovo a che fare con la religiosità della natura selvaggia: “E se Glass credeva in un dio, per lui abitava in quell’immensa distesa occidentale. Non una presenza fisica, ma un’idea, qualcosa che andava oltre la comprensione umana, qualcosa di più grande”.

***

Nella lingua inglese “wild” è un aggettivo dai molteplici significati e anche un sostantivo che significa “natura incontaminata, popolata di animali selvaggi”, e può quindi riferirsi tanto al bosco quanto all’oceano o al deserto. The Call of the Wild era il titolo originale del Richiamo della foresta di Jack London: oggi nessuno tradurre “wild” con “foresta”, ma in quel caso era corretto. Oggi basta accendere la tv e sarete sommersi da trasmissioni dedicate all’estremo: c’è Wild-Oltrenatura, la serie condotta da Fiammetta Cicogna arrivata alla decima edizione (su Italia 1); Nanuk-Prove d’avventura, con Caterina Guzzanti e Davide De Michelis (su Rai tre, dal 21 gennaio); solo sul canale tematico NatGeo Wild di Sky c’è Wild Real tv, Sfide selvagge e Destination Wild Italia. Dal 27 ottobre partirà anche Survive the tribe su National Geographic Channel (Sky) dove il biologo Hazen Audel si cimenterà in battute di caccia nella foresta amazzonica e nella costruzione di igloo con gli Inuit. Più wild di così.

E in libreria sono ormai tanti, e spesso anche buoni, i libri che raccontano storie d’immersione nella natura. Se la casa editrice Corbaccio pubblica da sempre storie favolose, come La grande avventura di Stefano Ardito – il racconto fresco di stampa Filippo De Filippi il «grande sconosciuto» della storia dell’esplorazione italiana e del suo straordinario viaggio in Asia nel 1913 – oggi si uniscono anche l’ottima casa editrice Nutrimenti, la collana “Frontiere” di Einaudi (con le edizioni di Robert MacFarlane, Richard Mabey e molti altri) e la neonata serie “Wild”di Fabbri. Esce in questi giorni L’ultima spedizione (Nutrimenti) di Robert F. Scott, il diario del famoso esploratore e della sua avventura al Polo Sud nel 1913, un libro notevole.

La frontiera invisibile (Fabbri, 2014), scritto dallo skyrunner Kilian Jornet, ha un sottotitolo che la dice tutta: “Sull’Himalaya. In inverno. Senza corde. Bisogna correre o morire”. Sempre da Fabbri è uscito di recente Lasciateli giocare con gli orsi (Fabbri, 2014) di Peter B. Hoffmeister, una guida originale per insegnare ai genitori come far vivere i bambini nelle natura selvaggia. Una vicenda non tanto conosciuta in Italia ma dotata di una certa freschezza narrativa benché scritto parecchi anni fa è Indian Creek. 
Un inverno da solo sulle Montagne Rocciose di Pete Fromm (Keller, 2013), la storia di giovane studente svogliato che riceve la proposta di trascorrere sette mesi da solo per proteggere la schiusa di 2 milioni di uova di salmone.

La casa editrice EDT pubblica, per la prima volta in Italia, le opere di Roger Deakin, ecologista e documentarista, autore di vari libri tra cui Nel cuore della foresta. Un viaggio attraverso gli alberi e Diario d’acqua, dove si racconta il suo viaggio a nuoto attraversato la Gran Bretagna, con indosso una muta fatta confezionare apposta per le acque più gelate.

Infine il piccolo editore Gingko compie una vera e propria operazione “natura selvaggia” ripubblicando da una parte classici come Disobbedienza civile di Thoreau, Al polo nord di Emilio Salgari o Sud di Ernest Shackleton, e dall’altra titoli nuovi come PolarDream di Helen Thayer, best seller in Usa nel 2002 o Il silenzio dell’acqua di Mirna Fornasier: due viaggi in solitaria tra i ghiacci, compiuti da due donne. Per i ragazzi, e non solo, è appena uscito un libro illustrato da disegni strepitosi, L’incredibile viaggio di Shackleton di William Grill (ISBN Edizioni), il racconto della mitica spedizione dell’Endurance: 28 uomini e 69 cani alla conquista del PoloSud.

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Intervista a Dubrakva Ugresic https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dubrakva-ugresic/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dubrakva-ugresic/#comments Fri, 24 Oct 2014 14:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23925 Questo pezzo è uscito in una versione più breve su Flair. (Fonte immagine)

C’è chi fa politica e chi ne scrive. C’è poi chi è stato attraversato persino nel corpo, dalla violenza della Storia. Dubrakva Ugresic  - tra le voci attuali più libere e meno ortodosse - è sia una grande scrittrice sia un’esule, cacciata dal proprio paese, la Croazia, dall’allora regime nazionalista di Franjo Tuđman. Da quel 1993 Ugresic vive tra Olanda e Stati Uniti e ha pubblicato romanzi e saggi politici (usciti in Italia da Nottetempo). Recente è “Europe in Sepia” (Open Letter Books), un racconto che parte dal Midwest americano, passa per le proteste di Occupy Wall Street, Gerusalemme e finisce con i riots di South London: una miniera di imprevedibili scatti narrativi in forma di saggio. Feroce e ferita, ma mai vittima, Ugresic si definisce un’”eretica.”.

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C’è chi fa politica e chi ne scrive. C’è poi chi è stato attraversato persino nel corpo, dalla violenza della Storia. Dubrakva Ugresic  – tra le voci attuali più libere e meno ortodosse – è sia una grande scrittrice sia un’esule, cacciata dal proprio paese, la Croazia, dall’allora regime nazionalista di Franjo Tuđman. Da quel 1993 Ugresic vive tra Olanda e Stati Uniti e ha pubblicato romanzi e saggi politici (usciti in Italia da Nottetempo). Recente è “Europe in Sepia” (Open Letter Books), un racconto che parte dal Midwest americano, passa per le proteste di Occupy Wall Street, Gerusalemme e finisce con i riots di South London: una miniera di imprevedibili scatti narrativi in forma di saggio. Feroce e ferita, ma mai vittima, Ugresic si definisce un’”eretica.”.

Eretica?

Theodor Adorno diceva che la forma più intima del saggio è l’eresia. Il saggio è il genere perfetto per gli eretici. Lilith e Eva erano eretiche, le streghe erano eretiche. E in Europa sono state cacciate a lungo, a quanto pare.

Nel suo ultimo saggio definisce l’Europa “una rovina industriale” con il dominio assoluto delle multinazionali. Ha ancora un senso la parola “politica”?

Oggi più che mai. La politica è un’urgenza. Dobbiamo fare resistenza, altrimenti scivoleremo in una neo-schiavitù esercitata stavolta con mezzi tecnologici. In Europa c’è un numero vergognoso di disoccupati, sono questi gli “schiavi” del terzo millennio, schiavi in senso letterale: gente che è stata privata della propria vita. La politica dello sfruttamento camuffata da democrazia ci ha portato in questo tunnel senza via d’uscita.

La politica ora è soprattutto uno show mediatico.

I media sono inseparabili dalla politica, è un lavoro di squadra, una simbiosi perfetta. Nell’Europa dell’Est, ad esempio, i mezzi di comunicazione sono privatizzati e standardizzati. La loro funzione principale è di instupidire il lettore con i dettagli della vita di Kim Kardashian o “notizie” simili. Corruzione e media: un altro grande problema.

Forse le questioni politiche non sono “cool” a sufficienza e perciò hanno ormai poca presa sulla collettività?

È che i segni e simboli sono tutti mescolati: il partito nazionalista croato usa citazioni di sinistra di Jean-Paul Sartre sui suoi poster di propaganda, mentre quelli di sinistra, i “sovversivi”, fanno selfie con i politici in carica.  I giornali sono pieni di paradossi: prenda Slavoj Zizek, l’intellettuale marxista del momento che stringe la mano al presidente della Croazia Ivo Josipović….

Non è eccessivamente pessimista?

Forse. Ma il pessimismo e disfattismo erano le tipiche accuse che si facevano in epoca stalinista… A volte è meglio vedere le cose in una luce preoccupante che essere colti di sorpresa quando arriva il brutto. Vent’anni la Guerra in Jugoslavia era alle porte. E io ancora non lo sapevo.

Vince il pensiero unico fondato sull’economia o c’è una alternativa?

Certo che c’è, ma c’è bisogno di un vasto gruppo di persone pensanti. Per alzare gli standard di istruzione, quelli dell’etica del lavoro, di tutto quello che si consuma: cibo, libri, giornale, arte.

Chi può fare questo duro lavoro?

Ciascuno di noi. Compiendo piccole missioni individuali per migliorare la vita di tutti. Le donne, in particolare, si devono impegnare a creare un mondo più equo. Devono acquistare potere, essere attive. In poche parole, fare politica.

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Geoff Dyer e l’orrore snervante dello svago infinito https://minimaetmoralia.it/libri/il-sesso-nelle-camere-dalbergo-geoff-dyer/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-sesso-nelle-camere-dalbergo-geoff-dyer/#respond Sun, 14 Sep 2014 05:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23221 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Se c’è una cosa che detesta Geoff Dyer - uno dei migliori scrittori inglesi della sua generazione - sono le etichette e il marketing editoriale. Non perché lo abbia mai dichiarato, almeno che io sappia, ma basta osservare la sua produzione: Dyer ha esordito con un libro di critica letteraria su John Berger, poi scritto un romanzo che era anche un saggio sul jazz, “Natura morta con custodia di sax”. A seguire, saggi autobiografici, romanzi simili a travelogue, libri di critica simili a memoir. Sembra aver fatto di tutto per confonderci le idee.

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Se c’è una cosa che detesta Geoff Dyer – uno dei migliori scrittori inglesi della sua generazione – sono le etichette e il marketing editoriale. Non perché lo abbia mai dichiarato, almeno che io sappia, ma basta osservare la sua produzione: Dyer ha esordito con un libro di critica letteraria su John Berger, poi scritto un romanzo che era anche un saggio sul jazz, “Natura morta con custodia di sax”. A seguire, saggi autobiografici, romanzi simili a travelogue, libri di critica simili a memoir. Sembra aver fatto di tutto per confonderci le idee.

James Wood, il critico del New Yorker, ha detto che Dyer scrive libri «unici come chiavi». Se il vero genio letterario sta nell’inventare o superare il genere, allora Dyer ne èdi certo in possesso. La quarta di copertina che avvolgeil suo nuovo libro, “Il sesso nelle camere d’albergo” (Einaudi Stile Libero, traduzione di Giovanna Granato, pag. 418, euro 18,00) lo definisce un “autoreportage”, termine che Dyer, potrei scommetterci, detesterebbe. L’idea, benché goffa, non è del tutto sbagliata, perché in questa lunga e volutamente poliedrica raccolta di saggi la sensazione che ci rimane dopo averlo terminato è quella di uno spassoso reportage esistenziale. Vincitore del National Book Critics Circle Award per la critica nel 2012, il più raffinato dei premi statunitensi, e osannato dalla stampa snob americana, Geoff Dyer dovrebbe ormai sentirsi realizzato. Una delle sue principali debolezze, lo confessa più volte in questo libro, era quello di avere successo nella terra di Fitzgerald.

Il libro, che nella versione americana s’intitola “Otherwise Knownas the Human Condition (“Anche detta condizione umana”) e unisce due raccolte di saggi, uscite in precedenza in Gran Bretagna, nel 1999 e nel 2009, è un progetto molto ambizioso… non fatevi ingannare dall’onnipresente understament britannico dell’autore. Nella prefazione al volume Dyer dichiara, ad esempio, di sentirsi un “imbucato”. Un imbucato «erudito», uno che si presenta «senza invito in un settore di competenza mettendosi comodo, spassandosela per un paio d’anni e passando poi ad altro». O ancora altrove: «Il piú delle volte uno finisce col diventare scrittore a mano a mano che i tentativi di fare altro non producono risultati. Non ti rimane che la scrittura».

I suoi numi tutelari sono due: D.H.Lawerence – il Lawrence minore dei libri di viaggio, dei saggi e nelle lettere, non quello di Lady Chatterly – e Nietzsche: «Lawrence, inutile dirlo, non è l’unico esempio ispiratore di nomadismo intellettuale. Nietzsche, che ha avuto un’influenza importante su Lawrence, abbandonò l’incarico di filologo all’università per diventare un vagabondo e un rinnegato, profondamente ostile a coloro che “studiano e si aggirano in un solo ambito perché l’idea che esistano altri ambiti non li sfiora mai”».

Diviso in varie sezioni Visivi (su arte e fotografia), Orali (sulla letteratura), Musicali (sul jazz), Variabili (di argomento misto) e Personali, il volume è sempre sostenuto da una scrittura aerea, divertente, leggera (di nuovo Nietzsche: «ciò che è buono è leggero, tutto ciò che è divino cammina con piedi delicati»). Eppure i temi toccati sono vertiginosamente profondi – il senso dell’arte e della scrittura, il tempo, la tirannia dell’abitudine, il viaggio, il sesso e naturalmente il jazz – e lo scrittore da cui più è influenzata la prosa di nostro Dyer è forse l’austriaco Thomas Bernhard. Non a caso l’ossessione letteraria più evidente del nostro è proprio la stessa di Fitzgerald, «uno dei primi scrittori a cogliere l’orrore snervante dello svago infinito».  O anche «le stupide agonia dell’ansia», per dirla con John Cheever, altro scrittore che Dyer ama molto.

In breve Geoff Dyer è ossessionato, come i fratelli Goncourt, dalla «noia che ci affligge». È la noia, il più delle volte causata da un’eccessiva libertà o da una mancanza di un lavoro vero o di una carriera, o da una non-carriera, quale è quella della scrittore secondo lui, ciò che più affligge Dyer. Per sfuggire alla noia ci si sposta. Nel corso del libro Dyer è quasi sempre impegnato a trasferirsi da qualche parte o a viaggiare in qualche posto lontano. Dalla nativa Cheltenham, una una zona rurale dell’Inghilterra dove Dyer è cresciuto in una casa incolta e proletaria, a Oxford dove si laureò, il primo della sua famiglia allargata; dalla Londra dei sussidi degli anni Settanta e Ottanta a Parigi, dove ha vissuto a lungo. Poi Roma, Venezia, New Orleans, New York. E ancora Tokyo, l’India, l’Algeria. E l’attrazione di Dyer per la fotografia e per il jazz (e per la droga leggera, aggiungerei) non è altro che attrazione per piccoli o lunghi viaggi o spostamenti dello sguardo, come stupefacenti ingranaggi artistici.

Ma c’è un saggio tra i numerosi e bellissimi raccolti in questo libro che fa capire l’estrema intelligenza di Geoff Dyer (nonché la sua simpatia, perlomeno sulla carta) ed è quello che si intitola “Abiti da favola”scritto nel 2003. Il protagonista del racconto è Dyer stesso che viene invitato dalla rivista “Vogue HQ” ad assistere alle sfilate di Haute Couture. Il brano comincia con Dyer e la sua accompagnatrice che prendono il treno per Parigi. Lei gli chiede se lui sa che cosa è la couture e lui risponde che no, in effetti non lo sa, ma i lettori di Vogue lo sanno meglio di lui, quindi non c’è da preoccuparsi, la rassicura. A questo punto ecco il tour de force parigino. Si comincia con Christian Dior: «Guardando i cappotti (che sembravano capaci di tutto fuorché di tenerti caldo e asciutto) mi è venuta in mente la risposta di Frank Lloyd Wright ai clienti che si lamentavano delle perdite dal tetto: da questo si capisce che è un tetto». Quando alla fine della sfilata esce John Galliano, Dyer domanda alla sua stupefatta compagna se l’uomo in questione è per caso Christian Dior (che è morto nel 1957), e così via. Ma non importa.

Dyer, geniale osservatore della realtà anche la più abissalmente distante dalla sua, sa cogliere il senso profondo e l’unico che ci sia in una sfilata di alta moda: il fatto che una sfilata di alta sia del tutto simile a una cerimonia. Di nuovo è a Nietzsche che pensa il disorientato Dyer durante la sfarzosa sfilata di Ungaro. Secondo il filosofo dietro la grazia della tragedia greca c’è «una forza primitiva che un tempo trovava espressione disinibita nei riti cantati e danzati». Allo stesso modo c’è qualcosa di primitivo dietro la grazia delle modelle,con le lorocamminate «innaturali, galoppanti, equine». Così è tentato di pensare Dyer: «Come si potrebbe attribuire tanta importanza all’alta moda se non fosse anche la manifestazione contemporanea di una cosa primordiale: non un’esagerazione, in altre parole, ma la pratica di una fede? Come spiegare altrimenti la strana sensazione che una cosa transitoria come una sfilata di moda abbia un aspetto di eternità?». E come altrimenti?

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Generazione afropolitan https://minimaetmoralia.it/libri/generazione-afropolitan/ https://minimaetmoralia.it/libri/generazione-afropolitan/#comments Sat, 06 Sep 2014 05:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23080 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.
“Perché non ti sembro africana?”, dice uno dei personaggi del nuovo romanzo di Chimananda Ngozi Adichie, la più celebre e amata autrice nigeriana della sua generazione, almeno in Occidente. “Perché hai una camicetta troppo stretta”, commenta la sua interlocutrice. “Credevo che venissi da Trinidad o un posto del genere. Devi fare attenzione, o l’America ti corromperà”.

A dir poco complicato, per noi occidentali, capire la confusione identitaria di chi ha lasciato l’Africa per gli Stati Uniti o l’Europa, ma che in Africa continua a tornarci, continua a scriverne e a considerarla in qualche modo “casa”. Tale il disorientamento e l’assenza di terminologia per gli artisti cresciuti a cavallo di queste due culture - tra antichissime tradizioni e jeans aderenti, tra la voglia irrefrenabile di scappare da un paese corrotto e disfunzionale e il desiderio inequivocabile di tornare in un continente in crescita economica e culturale - che sono nati addirittura alcuni neologismi.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Tayie Selasi. Fonte)

“Perché non ti sembro africana?”, dice uno dei personaggi del nuovo romanzo di Chimananda Ngozi Adichie, la più celebre e amata autrice nigeriana della sua generazione, almeno in Occidente. “Perché hai una camicetta troppo stretta”, commenta la sua interlocutrice. “Credevo che venissi da Trinidad o un posto del genere. Devi fare attenzione, o l’America ti corromperà”.

A dir poco complicato, per noi occidentali, capire la confusione identitaria di chi ha lasciato l’Africa per gli Stati Uniti o l’Europa, ma che in Africa continua a tornarci, continua a scriverne e a considerarla in qualche modo “casa”. Tale il disorientamento e l’assenza di terminologia per gli artisti cresciuti a cavallo di queste due culture – tra antichissime tradizioni e jeans aderenti, tra la voglia irrefrenabile di scappare da un paese corrotto e disfunzionale e il desiderio inequivocabile di tornare in un continente in crescita economica e culturale – che sono nati addirittura alcuni neologismi.

“Americanah” è il titolo del nuovo libro della Adichie e americanah è definita la protagonista Ifemelu, una ragazza nigeriana che, dopo lunghi anni di studi a Princeton e una improvvisa fama come blogger di “african lifestyle”, prima di tornare in Nigeria dopo 15 anni di assenza va a farsi fare le treccine afro da una parrucchiera senegalese. Per non sembrare troppo yankee. Afropolitan è il termine oggi molto in voga, coniato dalla scrittrice Taiye Selasi nel 2005 in un articolo intitolato “Bye Bye Barbar”, divenuto poi una sorta di manifesto per gli africani cosmopoliti che in quel testo si sono ritrovati. Taiye Selasi, autrice trentaquatrenne di un libro magnifico, “La bellezza delle cose fragili” (Einaudi), e volto noto in Italia per la sua partecipazione al talent show letterario “Masterpiece” in veste giudice, scriveva così, quasi dieci anni fa: “Loro – cioè, noi – siamo afropolitani, la nuovissima generazione di emigranti africani, che stanno per arrivare o sono già stati presi da uno studio legale, un laboratorio chimico, un locale jazz, una banca di credito nei pressi di casa tua. Siamo afropolitan: non cittadini, ma africani del mondo”.

Da quando Tayie Selasi – che ora vive tra Londra, Roma e l’Olanda, ma ogni tanto torna in Ghana dove è in parte cresciuta  – inventò questo termine, “afropolitan” è stato giornalisticamente abusato e privato del suo senso originario e di recente anche molto contestato da vari intellettuali. A partire da Binyavanga Wainaina, scrittore kenyota che ha dichiarato di non sentirsi in nessun modo afropolitan, ma al contrario “panafricanista”. Anche Alain Mabanckou, autore de “Le luci di Pointe Noire” (66theand2nd) – un racconto teso e intimo del suo ritorno in Congo dopo 23 anni di assenza –  ha detto che è “un pericolo incasellare gli scrittori dentro delle categorie”. Secondo Mabanckou, che insegna letteratura francofona in America, “la globalizzazione non è un fenomeno dei tempi recenti, anche nei romanzi africani dell’epoca coloniale si trattava il tema dell’incontro tra culture: l’Europa e l’Africa, o l’America”.

Come ha fatto notare Emma Dabiri sulla rivista online “Africa is a Country” se oggi si cerca Google il termine “afropolitan” escono quasi esclusivamente siti di shopping oline o riviste di moda lussuose. “Per me l’afropolitanesimo è troppo educato, troppo corporate, troppo patinato”, chiosa la Dabiri. Perfino Minna Salami, autrice del blog “Ms Afropolitan”, ha ammesso che l’afropolitanesimo “potrebbe prendere la deriva della mercificazione della cultura africana”. L’accusa principale fatta al fenomeno è quella di dimenticare la ricchezza culturale africana e produrre opere che non sono altro che versioni africane di quelle americane ed europee. Taiye Selasi in particolare è stata attaccata per la sua visione dell’Africa “Instagram-friendly” e per essersi rivolta solo a una classe di africani benestanti e apolidi.

“Tutte le parole che usiamo per penetrare nella giungla intricata dell’identità personale – “hipster”, “internazionalista”, “pan-africanista” – includono o escludono qualcosa”, dice Taiye Selasi a “Pagina99”. “In realtà è solo un esercizio di demarcazione, di disaggregazione di una parte dal tutto. Più interessante è la questione economica. Quando si parla di middle class africana, le critiche sono inevitabili. Non si sa cosa sia peggio: le madornali ingiustizie economiche? l’insidiosa influenza dell’Occidente? i processi ostici per aver i visti? l’insufficiente mobilitazione politica? C’è di tutto. Lo vedo. È sotto i miei occhi. E ho molte cose da dire a questo proposito. Datemi il tempo”, dice accennando un sorriso. “E in ogni caso il fatto che il termine afropolitan sia stato via via frainteso non mi interessa più di tanto. Come scrittori siamo obbligati a far uscire le nostre parole, lasciare che se la sfanghino da sole per il mondo. Io mi limito a descrivere quello che vedo. Il resto, i dibattiti, le etichette, la politica, le lascio ai professionisti”.

Tra i “professionisti” abbiamo interrogato Minna Salami, padre nigeriano e madre finlandese, blogger di “Ms Afropolitan”: “L’afropolitanesimo è per natura connesso alla vita urbana e alle differenze di classi, e questo è il fattore più critico e destabilizzante per gli africani. Del resto il paradosso è che l’afropolitanesimo offre anche un linguaggio con il quale si può discutere in modo critico proprio quei problemi e quelle ineguaglianze, un linguaggio per la nuova decolonizzazione, proprio grazie alle sue connessioni con la tecnologia, l’architettura, la cultura l’arte”, continua la Salami. “Non direi che gli scrittori afropolitani siano gli unici oggi in Africa, e nemmeno che abbia un senso chiamarli così – non so nemmeno se oggi ha senso dire “letteratura africana” – ma direi piuttosto che molti autori contemporanei affrontano di petto alcuni temi cari all’afropolitanesimo”.

Innegabilmente, le storie che più amiamo (o forse le uniche che arrivano in Occidente?) sono quelle scritte da autori che hanno studiato in America o in Francia e hanno raccontato la loro Africa con una giusta distanza, anche stilistica e narrativa. E immergendosi nella lettura di questi nuovi autori africani o biculturali o afropolitan che dir si voglia – Chimananda Ngozi Adichie, NoViolet Bulaywo, Teju Cole, Scholastique Mukasonga, Alain Mabanckou, Dinaw Mengestu, la stessa Tayie Selasi – si coglie senza dubbio lo spaesamento, la novità, il dolore, l’entusiasmo della Nuova Africa. Senza mai cadere nell’esotismo o nell’etnicismo, questi giovani autori scrivono di storie di rottura, e lo fanno con tecniche raffinate (forse imparate in qualche college statunitense?).

Prendiamo un’autrice come NoViolet Bulaywo, classe 1981, nata e cresciuta in Zimbabwe, un paese ai margini della crescita economica. “Abbiamo bisogno di nuovi nomi” (Bompiani) è un romanzo sconvolgente per stile e contenuti: la storia di un gruppo di bambini di 10 anni che si aggirano per le strade dei sobborghi di una grande città, in cerca di cibo. Una delle bambine è incinta, e i suoi amici l’ha accompagnano ad abortire. Nella seconda parte del libro la ragazzina narratrice si trasferisce in Michigan da una zia per studiare, ma non sarà tanto facile nemmeno lì. Nel romanzo a un certo punto arriva un volontario di una ONG che incontra il gruppo dei ragazzini: “E quando ci hanno chiesto da dove venivamo, ci siamo scambiati occhiate e abbiamo sorriso con la timidezza di spose bambine. Ci hanno detto: Africa? Abbiamo fatto segno di sì con la testa. Quale zona dell’Africa? Abbiamo sorriso. Quella zona dell’Africa in cui gli avvoltoi aspettano che i bambini affamati muoiano? Abbiamo sorriso. In cui l’aspettativa di vita è trentacinque anni? Abbiamo sorriso. Dove i dissidenti ficcano kalashnikov tra le gambe delle donne? Abbiamo sorriso. Dove la gente va in giro nuda? Abbiamo sorriso. La zona in cui si sono massacrati a vicenda? Abbiamo sorriso. Dove il vecchio presidente ha truccato le elezioni e la gente è stata torturata, uccisa, in gran parte messa in prigione, dove la gente muore di colera… Oddio, sì, l’abbiamo visto il vostro paese. Era in tv”.

L’Africa che si vede in tv è molto diversa anche dall’Africa raccontata da Teju Cole, nigeriano e americano. Dopo il celebrato esordio “Città aperta”, una specie di sebaldiana passeggiata di un giovane psichiatra nigeriano a New York, Cole ci racconta un altro viaggio, questa volta a Lagos, la capitale economica della Nigeria. A tornare in Africa è di nuovo un giovane medico, che, come l’autore, è cresciuto e ha studiato negli Stati Uniti ed è tornato per indagare “su cosa mi mancava davvero tutte le volte che avevo nostalgia di casa”. La scrittura di Cole è implacabile. Il suo sguardo è ironico, disilluso, affettuoso. La sua città, dopo 15 anni, è cambiata ma è pur sempre corrotta e piena di contrasti. Lo stesso narratore si contraddice, in un certo senso: prima afferma che Lagos è un posto stupefacente, meraviglioso, pieno di dettagli vividi, anche violenti, ma perfetti per uno scrittore.

Altro che i tranquilli sobborghi statunitensi, commenta Cole: “Se John Updike fosse stato africano, avrebbe vinto il Nobel vent’anni fa. Sono convinto che il suo materiale lo ostacolava”. Poi però si rende conto che non ci tornerebbe mai a vivere: “La Nigeria è un ambiente ostile per la vita della mente”. E pensare che, scrive Cole, esiste addirittura un termine yoruba, tokunbo, che letteralmente significa “da oltre i mari” e che viene dato, con una lieve connotazione peggiorativa, a quelle persone che sono nate all’estero e poi tornate a casa. Forse bastava chiamarli così gli africani della Diaspora. Da oltre i mari.

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L’onda della narrazione: raccontare il mare https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/ https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/#comments Sat, 16 Aug 2014 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22833 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Se noi abbiamo bisogno del mare, il mare non ha bisogno di noi: può fare tranquillamente a meno dell’uomo”. Scriveva così lo storico francese Jules Michelet nel suo famoso saggio Il mare. Era il 1861. Da allora l’uomo non ha fatto che sfruttare, deturpare, insozzare quel mare così prezioso. All’epoca di Michelet non si conosceva il concetto di biodiversità, ma era già chiaro che l’uomo stava sbagliando qualcosa. Poi è venuto Jacques Cousteau, oceanografo e ecologista ante litteram, che disse: “Non è l'uomo che deve battersi contro una natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell'umanità”.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Study of Sea, Joseph Mallord William Turner)

“Se noi abbiamo bisogno del mare, il mare non ha bisogno di noi: può fare tranquillamente a meno dell’uomo”. Scriveva così lo storico francese Jules Michelet nel suo famoso saggio Il mare. Era il 1861. Da allora l’uomo non ha fatto che sfruttare, deturpare, insozzare quel mare così prezioso. All’epoca di Michelet non si conosceva il concetto di biodiversità, ma era già chiaro che l’uomo stava sbagliando qualcosa. Poi è venuto Jacques Cousteau, oceanografo e ecologista ante litteram, che disse: “Non è l’uomo che deve battersi contro una natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell’umanità”.

Oggi si parla di una delle grandi emergenze del Pianeta: gli oceani si stanno lentamente spopolando dei loro abitanti, e lo scioglimento dei ghiacci artici sta producendo un lento e inesorabile innalzamento del livello dei mari. Tanto che il presidente Obama ha dichiarato alcune settimane fa che amplierà il Pacific Remote Islands Marine Monument: da circa 160.000 km2 diventerebbe di quasi 1,5 milioni di km2, di gran lunga l’aerea marina protetta più grande del mondo.

“Obama fa benissimo, dice Giuseppe Notarbartolo di Sciara, biologo marino e fondatore dell’Istituto Thethys, “il problema è capire se lo farà davvero. Ogni tanto i politici fanno dichiarazioni di questo tipo, ma poi è difficile che le realizzino. All’ultima conferenza sulla biodiversità in Giappone è stato dichiarato che il 10% dei mari sarebbe diventata area protetta. Per ora non siamo nemmeno 0,01%. In Italia ne abbiamo 27, un buon numero, ma sono poche quelle che funzionano davvero. In Puglia, a Torre Guaceto, c’è una piccola area-modello, gestita dai pescatori locali, che hanno imparato a rispettare le zone “tampone” destinate alla pesca, e ora ne traggono un vantaggio economico: pescano di più!”. Di Sciara, che si occupa da anni di conservation ecology – “una fede più che una scienza”-, è realista: “Sull’innalzamento non abbiamo ancora visto niente. Per ora si tratta solo di dilatazione della massa d’acqua causata dall’effetto serra, ma quando si scioglieranno i ghiacci, e si scioglieranno, succederà tutto molto velocemente. Non possiamo farci nulla”.

Per capire meglio la complessità del fenomeno e in generale lo stato di salute dei mari, soprattutto quello dell’Atlantico – l’oceano chiave per quanto riguarda l’innalzamento, vista la sua quantità di ghiacci – dovreste leggere Atlantico di Simon Winchester (Adelphi), straordinario e denso, scritto con la precisione del geografo e lo stile dello scrittore. Nemmeno Winchester intravede un futuro roseo: “C’è una sola certezza: con i nuovi e più feroci uragani che si formano al largo di Capo Verde, con i vulcani che eruttano a Montserrat, con il livello del mare che si alza a Rotterdam e il ghiaccio che si scioglie nella Groenlandia orientale […] – con una sola o con tutte queste cose che stanno avvenendo e con il pressante dubbio che il genere umano sarà in grado di adattarvisi o se invece segnalano l’inizio della fine nel rapporto dell’uomo con il più importante dei mari – è sicuro che nell’oceano Atlantico oggi stanno accadendo cose estremamente strane e che nessuno ne conosce di preciso la ragione”, scrive Winchester.

Magnifico omaggio al mare e ai suoi abitanti è The Sea Inside (Melville House) di Philip Hoare, uscito da poco in America dopo il successo dell’edizione inglese. Un po’ memoir, un po’ storia culturale e naturale, un po’ travelogue, il nuovo libro di Hoare vaga tra le suggestioni marine dalla nativa Southampton alle amate isole Azzorre, dallo Sri Lanka alla Nuova Zelanda dei Maori. Con uno stile digressivo ma scientificamente corretto, Hoare racconta episodi della sua vita mescolati a vicende di suoi antenati marinai a lunghe e fantasiose descrizioni di specie di uccelli marini o rarissime balene. La sua attrazione verso i giganti del mare è inestinguibile e contagiosa per il lettore, anche quello meno appassionato che, d’improvviso, si trova a voler sapere tutto sulla “arcaica smisuratezza della balena”.

Hoare, autore anche del formidabile Leviatano o della balena (Einaudi), ha trascorso una quindicina di anni a studiare il mare, immergendosi, navigando, osservando, e ora scrive come se ne facesse parte: “Il mare ci definisce, ci connette, ci separa”, scrive. “Perennemente rinnovandosi e distruggendosi, il mare offre un inizio e una fine, un’alternativa al nostro stato landlocked, un’esistenza alla quale siano imprigionati quando invece pensiamo di essere liberi”. Le sue pagine assomigliano a un quadro di Turner, specie quando scrive dell’Inghilterra e del suo “mare periferico”: “Al mare non importa, lui prende e dà. I porti sono luoghi di sofferenza. I marinai di un tempo rifiutavano di imparare a nuotare poiché nel caso fossero caduti fuoribordo avrebbero soltanto prolungato l’agonia”. Oggetto principale della sua curiosità antropologica sono gli aborigeni e i maori. L’oceano, per loro, non è altro che un prolungamento dei sogni: “Per i maori non c’è differenza tra la vita della terra e quella dell’oceano; è una distinzione che per loro non ha alcun senso. Alberi e balene sono una cosa sola”. Per queste popolazioni c’è una corrispondenza tra le varie specie di alberi e le balene, ad esempio il capodoglio è il kauri tree, un podocarpo secolare che raggiunge 30 metri. Fondamentale sapere che né i maori né gli aborigeni hanno mai cacciato le balene, ma si sono limitati a fare buon uso di quelle spiaggiate. Trovare una balena arenata è tuttora considerato un tapu: un segno sacro.

“Il mare slega tutti i nodi” ho letto una volta in qualche porto del Mediterraneo. Forse non è vero, o forse sì. Però è certo che il mare ha un potere curativo, salvifico talvolta. Valentina Fortichiari, autrice di Lezioni di nuoto (Guanda) è certa che “il mare abbia qualcosa di sacro, perché è anche un mondo misterioso, che non conosciamo del tutto, popolato di animali marini, specie infinite di creature, luci e sfumature cromatiche che bisognerebbe poter guardare da vicino, scendendo negli abissi profondi. Il rispetto di certe popolazioni per le balene fa capire quanto diversa sia assurdo che i giapponesi continuino a farne strage orrenda e crudele… è recente la notizia di uno studio fatto in Islanda, e non pubblicato, che rivela che le balene fiocinate impiegano a volte 90 minuti per morire. Un delitto che fa inorridire. Il mare è sacro, va studiato, conosciuto a fondo, protetto, rispettato, amato. Per me non c’è elemento della natura più ricco di suggestioni letterarie”.

Infiniti sono i miti che scaturiscono dagli abissi: si può dire che tutto cominci da lì, se consideriamo l’Odissea il primo grande romanzo di mare. Poi naturalmente Moby Dick. E i Capitani coraggiosi di Rudyard Kipling, il pirata Long John Silver con la sua gamba di legno, Corto Maltese, Hornblower, il capitano Aubrey – quello di Master e Commander -, il pirata Tremal-Naik e il Capitano Nemo. Il mare, da sempre luogo inesauribile di storie, è fonte d’ispirazione per alcuni fra i più sublimi capolavori della storia della letteratura.

Senza dimenticare che gente come Conrad, Melville, Björn Larsson, oltre che scrittori, sono stati o sono anche marinai. Del resto, i navigatori hanno sempre scritto diari di bordo: a partire dagli esploratori del ‘500 come Cook e Magellano, fino al mitico Solo, intorno al mondo, il primo navigatore solitario della storia, Joshua Slocum (ripubblicato da poco in una bella edizione da Mattioli 1885, con la prefazione proprio di Björn Larsson). Il libro di Slocum è una testimonianza naif nello stile, ma talmente genuina da essere oggi di culto. Come lo sono le storie (vere) dei navigatori solitari più famosi del Novecento, tutti francesi: Vito Dumas, Bernard Moitessier, Gerard Janichon, Eric Tabarly.

Ma c’è un piccolo, divertente classico delle esplorazioni di mare che è da poco tornato in libreria, dopo una lunga assenza. Gli avventurosi viaggi del capitano Voss (Nutrimenti, pp. 320, euro 18,00) è il racconto della traversata dei tre oceani a bordo di una piccolissima imbarcazione. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1913, è scritto dallo stesso John Claus Voss, un canadese dall’esistenza avventurosa, prima contrabbandiere, poi cercatore d’oro e capitano della marina mercantile. Nel maggio del 1901 John C. Voss, accompagnato da un giornalista, lascia il porto di Victoria, nella Columbia Britannica, per un tentativo senza precedenti: la traversata dei tre grandi oceani a bordo di una piroga da guerra indiana scavata in un tronco, lunga poco più di undici metri, il Tilikum. Arriverò a Londra due anni dopo, da solo, senza il compagno di viaggio che cadrà fuoribordo. Perché il mare non è per tutti, ho sentito dire un’altra volta.

Ma, come scriveva il capitano Voss: “Quella del mare è una chiamata molto forte. Le onde blu e i venti sibilanti esercitano un fascino sempre giovane su chi ha passato tutta la vita in loro compagnia. E il fatto che la fatica sia tanta e i guadagni siano risibili non fa alcuna differenza. Come ho già detto, ormai sono in là con gli anni, ma mi sento ancora forte e sicuro di me quanto basta per avventurarmi in un’altra navigazione. E a tutti coloro per i quali l’oceano non è una nuda distesa deserta, ma fonte di vita e di pura gioia, auguro di cuore: buona fortuna e buon vento!”.

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L’evasione al potere https://minimaetmoralia.it/libri/levasione-al-potere/ https://minimaetmoralia.it/libri/levasione-al-potere/#respond Fri, 25 Jul 2014 05:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22414 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Le Pussy Riot erano all’asilo, quando Dubravka Ugresic, insieme ad altre due colleghe, Slavenka Drakulic e Rada Ivekovic, fu costretta a lasciare la Croazia per la sua opposizione al nazionalismo. Era il 1993. «Prostitute, nemiche pubbliche, streghe» fu il gentile commento con cui il governo croato chiamò queste tre temibili donne. Dubravka Ugresic oggi vive tra l’Olanda e gli Stati Uniti, è una scrittrice di successo tradotta di 20 lingue, idolatrata in America dove è appena uscito il suo ultimo saggio “Europe in Sepia” (Open Letter Books), una raccolta di saggi politici che in cui l’autrice passa delle contestazioni di Zuccotti Park fino ai riots di South London. Da noi invece è meno conosciuta ma da poco è uscito il sorprendente “Cultura Karaoke” (Nottetempo, 408 pagine, euro 19,50, traduzione di Olja Perišić Arsić e Silvia Minetti), una raccolta di saggi che è stato finalista al National Book Critics Circle Award per la critica.

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Le Pussy Riot erano all’asilo, quando Dubravka Ugresic, insieme ad altre due colleghe, Slavenka Drakulic e Rada Ivekovic, fu costretta a lasciare la Croazia per la sua opposizione al nazionalismo. Era il 1993. «Prostitute, nemiche pubbliche, streghe» fu il gentile commento con cui il governo croato chiamò queste tre temibili donne. Dubravka Ugresic oggi vive tra l’Olanda e gli Stati Uniti, è una scrittrice di successo tradotta di 20 lingue, idolatrata in America dove è appena uscito il suo ultimo saggio “Europe in Sepia” (Open Letter Books), una raccolta di saggi politici che in cui l’autrice passa delle contestazioni di Zuccotti Park fino ai riots di South London. Da noi invece è meno conosciuta ma da poco è uscito il sorprendente “Cultura Karaoke” (Nottetempo, 408 pagine, euro 19,50, traduzione di Olja Perišić Arsić e Silvia Minetti), una raccolta di saggi che è stato finalista al National Book Critics Circle Award per la critica.

Secondo la Ugresic, la nostra cultura assomiglia al gioco inventato in Giappone negli anni Settanta: una cultura che riproduce malamente l’originale, moltiplica, copia, imita e si dimentica così della verità. “La vera essenza della cultura-karaoke sta nell’ostentazione di un io anonimo con l’aiuto dei giochi di simulazione. Alle persone oggi interessa piú fuggire da se stesse che scoprire il loro autentico io”. Dalla musica alla letteratura, dalla politica all’economia. Fino alla chirurgia plastica, che per eccellenza deforma e trasforma, dimenticandosi dell’originale. Come quella donna americana, racconta la Ugresic, che si è sottoposta a una infinità di operazioni per assomigliare sempre più alla sua dea: la Barbie. Oggi Cindy Jackson, la donna-surrogato, è più famosa e più autentica del suo idolo.

O come Valentina Hasan, una donna bulgara che si è presentata ai provini del programma tv dicendo che ai giudici che avrebbe cantato la canzone di Mariah Carey “Ken Lee” (la canzone “Without You”, che lei storpiando il ritornello, senza capire l’inglese, intitolava “Kee Lee”). La donna in poco tempo è diventata famosa e il suo video più cliccato dell’originale. Ancora oggi, racconta la Ugresic, nei forum su internet in molti provano a imitare la lingua inventata da Valentina Hasan. “In un solo mese il video è stato visto da quattro milioni di persone, Mariah Carey inclusa, che alla televisione francese ha ringraziato la sua imitatrice bulgara”.

Insuperabile la Ugresic quando parla della ex Jugoslavia di Tito e del “dilettantismo” comunista, tracciando una originale linea di connessione tra il dogmatismo di ieri e la tecnofilia di oggi: “Il comunismo era salito al potere con la Grande Rivoluzione di Ottobre e aveva fatto fiasco, ma le idee comuniste (“Tecnologia al popolo! Cultura al popolo! Arte al popolo!”) sono risorte dalle ceneri e si sono realizzate – con successo – nella Grande Rivoluzione Digitale”. Spassoso e inquietante anche il racconto della città di Emir Kusturica, “Drvengrad”, che il regista ha deciso di costruire per sé e per visitatori curiosi (che per entrare devono pagare un biglietto). Le strade portano i nomi degli idoli del regista, tipo Federico Fellini o Maradona. L’intera città è in legno, Kusturica, però, Kusturica, in veste di direttore del parco naturale, ha proibito loro di tagliare la legna da ardere e da costruzione seguendo il suo esempio. “Io sono parte dell’ossigeno che respirate grazie alle foreste che custodisco,” ha fatto sapere. E così via. Dopo aver letto per intero questo saggetto non vorrete vedere per un po’ nessun film del regista che un tempo amavate.

Naturalmente la Ugresic ha ragione e non ha ragione. Esagera, ma le sue iperboli sono talmente intelligenti e argomentate da risultare convincenti. La democratizzazione della cultura dovuta alla Rete non ha portato solo danni e questo è chiaro. E anche il dilettantismo o il non-professionismo possono dare esiti sublimi. Basti pensare all’ultima Biennale di Venezia diretta da Massimiliano Gioni “Il Palazzo enciclopedico”, dove sono state esposte numerose opere di artisti autodidatti, come quella del mitico Marino Auriti, la cui opera ce ha dato il titolo alla rassegna veneziana. Anche l’idea che Internet sia “un mega-karaoke con un milione di microfoni” dove non importa cosa si canta ma l’importante è cantare è un’idea un po’ vetusta.

Lo stesso vale per la critica che la Ugresic fa dei fandom, le comunità digitali di fan, tra le quali emergono quelle letterarie: centinaia di migliaia di persone che si cimentano in testi imitativi dei classici della letteratura. È vero che la componente ossessiva dei fandom e i loro lessico fatto di sigle fanno spavento, ma è vero anche uno dei più grandi successi editoriali degli ultimi anni, la saga di “Twilight” di Stephenie Meyer, non è altro che il prodotto di una fan di Jane Austen e Emily Bronte. (A chi obietta che “questa non è letteratura”, rispondo che la saga dei vampiri ha avvicinato alla lettura milioni di ragazzine, perfino a quelle Jane Austen e Emily Bronte che forse non avrebbero mai imparato ad amare).

Scrittrice, critica, sceneggiatrice e autrice di libri per bambini, Dubravka Ugresic è nata nel 1949 a Kustina, nei pressi di Zagabria da padre croato e madre bulgara. Dopo aver studiato letteratura comparata, a metà degli Anni Settanta trascorse un anno a Mosca come ricercatrice. I suoi famosi scritti degli Anni ‘90, quelli che le valsero l’esilio, sono raccolti in “The Culture of Lies: Antipolitical Essays” (1995), mai tradotti, purtroppo, in italiano. Anche il suo romanzo “Il museo della resa incondizionata” è stato pubblicato da Feltrinelli, ma ora è tristemente fuori commercio. Ugresic, come avrete intuito, rimane una scrittrice profondamente sovversiva, irritante, a tratti fastidiosa nella sua intelligenza. Non molto è cambiato da quando in patria la chiamavano “strega”. “L’arte per essere critica, deve prima essere dolce”, diceva Charles Baudelaire. Ma nel caso di Dubravka Ugresic, con il suo piglio geniale e totalitario, il poeta dovrebbe fare un’eccezione.

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Che pena scriver d’amore https://minimaetmoralia.it/letteratura/che-pena-scriver-damore/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/che-pena-scriver-damore/#respond Thu, 17 Jul 2014 10:41:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22263 Questo articolo è uscito su Pagina 99.

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.

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Questo articolo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Banksy. Fonte)

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.

Il risultato di questa orgia amorosa è che “l’amore sembra cioè uscito dall’orbita della letteratura che conta”, dice Emanuele Zinato, professore di Teoria della Letteratura di Padova. “La saggistica di successo ci avverte nel frattempo che nell’ipermodernità l’esperienza d’amore, usurata, è divenuta “liquida” o vittima di un irrefrenabile desiderio di intercambiabilità”. In effetti, il best seller “Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa” (Cortina) scritto di Massimo Recalcati indaga proprio questa diffusa, disperata, ricerca del Nuovo. Ricerca in cui, oggi, anche le donne sono in prima linea. Meglio far durare l’amore “vecchio”, ci avverte psicanalista lacaniano, invece che seguire l’onda neo-libertina che ci fa consumare amori come fossero contratti a termine.

“Di sicuro le vite “liquide” e precarie agiscono a fondo sulla gestione dei sentimenti. Ma, secondo il mio parere, sulle varianti – in campi così profondamente radicati nella corporeità umana – prevalgono alcune costanti “biochimiche””, continua Zinato. Recalcati, però, ha toccato il nervo scoperto delle lettrici, le stesse lettrici che (forse?) si ritrovano nella storia del nuovo libro di Paulo Coelho, “Adulterio” uscito da una settimana e già inevitabile successo editoriale, a partire dal claim che lo pubblicizza: “È meglio non vivere piuttosto che non amare”. L’aggettivo che ricorre di più nel libro è “intrigante”. Qualcosa di “intrigante” è quello che cerca la protagonista, vittima di un’esistenza perfetta piena di soddisfazioni – marito, figli, lavoro appagante di giornalista. Per di più è cittadina svizzera, luogo di stabilità e sicurezza per eccellenza. Ma è infelice.

Senza scomodare Emma Bovary per una volta, ci limitiamo a dire che la donna incontrerà qualcuno di “intrigante”: una vecchia fiamma che si trova a intervistare per caso. “Niente è più intrigante della scoperta, della timidezza che lascia il campo all’audacia”, chiosa Coelho. Capirete dove si va a parare: la donna si innamora dell’ex, decide di confessare, ma il marito capisce, e l’accetta così come è, sollevandola dal senso di colpa. La sua storia extraconiugale non ha fatto che riavvicinarla al marito e “imparare ad amore” è l’unica cosa che conta nella vita. Che poi in soldoni è quello che diceva Recalcati.

Una risposta scanzonata a tutto questo lacaniano “far durare l’amore” è il libro di Mila Venturini “L’amore non conviene” (Nottetempo). In una Roma contemporanea e in un Liceo che si chiama Morganti, ma è identico al Mamiani, arriva un professore di Storia e Filosofia, molto bello e un po’ brizzolato. Il professore decide di cancellare tutti i programmi scolastici e far lezione su un tema che gli sta a cuore, essendo vittima, si capirà dopo qualche pagina, di una recente e dolorosa separazione: “Effetti pericolosi dello stato d’innamoramento sulle giovani generazioni”. Gli studenti, inizialmente sospettosi, alla fine si divertono e ognuno fa tesoro a suo modo di questi insegnamenti. Naturalmente sarà poi lo stesso professore a ri-innamorarsi e a “arrendersi al martirio”, suo malgrado. La Venturini è una sceneggiatrice che ha lavorato molto in Rai, e si sente, nei dialoghi che sono agili. La favola funziona ed è chiaro che “l’amore è un equivoco della ragione”, come diceva tanto tempo fa Fabrizio De Andrè.

Eppure le storie d’amore mi piacciono. Non mi vergogno a dirlo. E vorrei che gli scrittori nostrani, quelli bravi, non si vergognassero oggi a dire: “Ho scritto una storia d’amore”. Le storie di Alice Munro, una che non ha paura a parlare di legami e sentimenti, ma li comprime, forse per pudore, in racconti brevi, sono storie d’amore. “Leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”, dice la motivazione del premio Nobel che l’autrice canadese ha vinto nel 2013. Di fatto, quello che dovrebbe fare una storia d’amore è proprio questo. Ma la nostra Alice Munro l’abbiamo, e si chiama Elena Ferrante, nonostante non abbia mai vinto un premio, dicono per la sua assenza dalle scene. A mio parere i premi non li ha vinti perché la Ferrante è una che ha esordito con un libro che si chiamava “L’amore molesto” e poi ha proseguito con “I giorni dell’abbandono”, la storia di una separazione, e che ora è diventata famosa, anche Oltreoceano, con una trilogia (presto quadrilogia, in autunno) che è niente di meno di una lunga, appassionante, viscerale, geniale love story.

La verità è che Elena Ferrante non è amata dai critici letterari nostrani perché scrive d’amore. E che in fondo è quello che era successo a Natalia Ginzburg, qualche decennio fa, ignorata dalla critica. Infatti i bei romanzi d’amore italiani oltretutto ci sono. Mi sono messa di impegno, e ne ho trovati due fra quelli recenti. Uno si chiama “L’amore normale” (Einaudi Stile libero) e lo ha scritto Alessandra Sarchi e l’altro, agli antipodi, s’intitola “Giorni di spasimato amore” (Longanesi) di Romana Petri. Romanzi che analizzano due circostanze opposte: il primo è la storia di un quartetto amoroso, un “dramma della gelosia” per dirla con Ettore Scola, un romanzo che restituisce alla letteratura una storia apparentemente banale di amore e tradimento. Quello di Romana Petri racconta una storia fuori dal tempo, fuori dai canoni, fuori dalla ragione, se vogliamo. L’amore che porta alla pazzia e forse l’unico possibile. “C’è un solo modo di amare ed è perdutamente”, detto con le parole della Petri.

Non racconterò qui le trame di questi due libri perché a raccontarlo un libro d’amore risulta sempre pieno di cliché. La Sarchi lo dichiara in una delle prime pagine del libro: “Il problema era parlare dell’amore, di questa forza che ci trascina come un ottovolante sulla spazzatura della quotidianità, ma che se proviamo a raccontarla agli altri assomiglia sempre a qualcosa di già visto, già consumato, a volte perfino volgare”. E, per non cadere “già visto”, le due scrittrici sanno come problematizzare il linguaggio, sanno come utilizzare sapientemente tecniche narrative, facendo un uso originale della coralità nel caso della Sarchi e dello spostamento spazio-temporale in quello della Petri. “Le dinamiche affettive sono l’unica che ci sposta davvero, a noi esseri umani. L’amore è quell’ambito in cui possiamo cambiare attivamente”, dice Alessandra Sarchi.“In Italia c’è un analfabetismo dei sentimenti, e c’è complice anche la critica e le avanguardie. Peccato, perché all’estero ci sono grandi autori che scrivono di sentimenti e non se ne vergognano: McEwan, la Munro, Coetzee”.

Lontano, lontanissimo, dall’Italia provinciale c’è una scrittrice che ha indagato negli ultimi anni l’amore in maniera completamente originale. È islandese. Si chiama Auður Ava Ólafsdóttir e di lei abbiamo letto“Rosa Candida”,“La donna è un’isola” e “L’eccezione” (Einaudi, il 17 giugno). Il suo modo di parlare di amore non è scontato soprattutto per come racconta gli uomini: i suoi sono uomini poco stereotipati, più disponibili, anche le dolore. Uomini che fanno scelte spiazzanti. In “Rosa candida” il ventiduenne protagonista mette incinta una sua coetanea e poi sparisce a coltivare rose in un monastero. Quando la ragazza lo rintraccia e gli lascia il bambino, lui accetta e diventa un improbabile ma realistico e dolcissimo, ragazzo-padre.

Anche il nuovo “L’eccezione” è una storia simile nella sua insospettabilità: dopo undici anni di matrimonio Flóki e Maríasi lasciano perché lui è innamorato di un altro uomo, il suo migliore amico. María, dice il marito omosessuale, è stata la sua unica “eccezione”. Da qui comincia il dramma di una madre di due gemelli, che si trova a dover far fronte a un caos sentimentale che nemmeno la letteratura riesce a contenere. Diciamo soltanto che alla fine di questo libro, succede una cosa che in un romanzo italiano non sarebbe mai successa. E forse nemmeno nella realtà.

La Ólafsdóttir, che ha molti di lettori in Francia e ora anche in Italia, è bravissima a descrivere con pochi tocchi il paesaggio islandese. Un posto dove – tra lava scura, crepacci, strapiombi, muschi e mirtilli – è tutto così lontano da quello che ti aspetteresti che, forse, è più facile ribaltare le convinzioni del lettore. In sostanza, Auður AvaÓlafsdóttir è una che cerca la verità. Non importa se la trova. E non è questo che deve fare un buon romanzo d’amore?

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Il grande romanzo americano lo scriverà uno straniero https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-romanzo-americano-lo-scrivera-uno-straniero/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-grande-romanzo-americano-lo-scrivera-uno-straniero/#respond Thu, 22 May 2014 13:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20851 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue - divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Jhumpa Lahiri. Fonte immagine.)

“Appartengo soltanto alle mie parole. Non ho un paese, una cultura precisa. Se non lavorassi alle parole non mi sentirei presente sulla terra”, dice Jhumpa Lahiri, americana di origine bengalese che oggi vive in Italia e, dopo aver studiato l’italiano per vent’anni, ora sta scrivendo il suo primo libro nella nostra lingua (una raccolta di pezzi usciti su “Internazionale”). Jhumpa Lahiri, che è stata una delle prime voci potenti, originali, letterariamente rilevanti, tra gli americani di seconda generazione, è famosa per le sue storie, sempre a cavallo di due culture e due tradizioni, religioni e lingue – divenute presto dei classici, tanto che nel 2000 è stata premiata con il Pulitzer per “L’interprete dei malanni” (Guanda).

Adesso, però, Jhumpa Lahiri smonta di nuovo tutte le sue sicurezze di scrittrice, e si reinventa in un’altra lingua, accettando, anzi cercando, la sfida del “pellegrinaggio linguistico”: “Questo sforzo continuo”, dice in italiano, “questo tentativo ostinato, mi fa sentire come se fossi sbarcata in un altro mondo. Dove tutto è da esplorare, e io non mi stanco mai di farlo”. Un’esperienza simile, per alcuni versi, è quella di Francesca Marciano, italiana che scrive da sempre in inglese: “Era una lingua che mi ha sempre affascinato e che volevo possedere, farla mia. E una lingua non è solo un agglomerato di suoni, ma anche una cultura, un’etica, un comportamento, persino una postura”, dice l’autrice romana che pubblicò nel 1998 il suo primo libro, “Rules of the Wild” (da noi era “Cielo scoperto”, oggi introvabile), best seller in America dove il “New York Times” lo elogiò per la “grande forza narrativa” e solo in seguito tradotto in Italia.

Ma cambiando prospettiva – e sponda dell’oceano – Francesca Marciano non è più un caso editoriale atipico. Stando alla selezione del “New Yorker”, tra i migliori 20 scrittori sotto i 40 anni, più della metà non sono americani, nemmeno di seconda generazione, ma sono arrivati negli Stati Uniti perlopiù da adulti. Oggi non è un’iperbole affermare che la maggior parte dei giovani scrittori americani amati dalla critica non sono “americani”. Qualche nome: Yiyun Li, nata in Cina e trasferitasi in America dopo la laurea, ha scritto in inglese tutti i suoi libri, compreso l’ultimo, “Meglio della solitudine” (Einaudi, 2015); Daniel Alarcon è peruviano ma ha scelto l’inglese anche per il suo ultimo, ambizioso, romanzo “La notte camminavamo in cerchio” (Einaudi, 2015); Gary Shteyngart è nato a Leningrado e si è trasferito a New York all’età di sette anni: lo racconta nel suo ultimo memoir “Mi chiamavano piccolo fallimento” (Guanda, settembre); Boris Fishman, nato anche lui nella Russia sovietica, esordisce in USA con un romanzo autobiografico di cui già molto si parla, “A Replecement Life” (Harper, il 3 giugno); il nigeriano Teju Cole, considerato da Salman Rushdie lo scrittore “più talentuoso della sua generazione”, africano cresciuto negli Stati Uniti, racconta nel suo ultimo libro “Ogni giorno è per il ladro” (Einaudi, settembre) la storia di un uomo che torna a Laos, in Nigeria; Aleksander Hemon, nato a Sarajevo, città che ha lasciato a malincuore durante i bombardamenti del ‘92 per rimanere negli Stati Uniti, è stato paragonato addirittura a Nabokov per il suo estro linguistico.

Secondo Hemon – che sarà ospite del Festivaletteratura di Mantova per presentare il nuovo libro, “Amore e ostacoli” (Einaudi), come anche come Teju Cole e Gary Shteyngart – è “una concezione molto europea quella che nasci con una lingua e le appartieni, e in tutte le altre sei uno straniero”. Le ragioni per cui uno scrittore sceglie una lingua diversa dalla sua sono molteplici: può essere la lingua dell’esilio, e quindi acquisita in modo doloroso, può essere scelta per ragioni romantiche, o anche di mercato e convenienza editoriale (è innegabile che in USA la macchina funzioni meglio).

Per Francesca Marciano, che lo scorso maggio ha pubblicato con estremo successo la raccolta di racconti “The Other Language” (Pantheon), la scelta è stata naturale: “Quando ho scritto il mio primo libro vivevo in Kenya da tanti anni e i personaggi parlavano in inglese, mi venne spontaneo scrivere nella lingua in cui loro si esprimevano. In fondo scrivere in un’altra lingua è come avere due personalità”, continua, “la prima è quella della lingua madre, legata all’infanzia, ai genitori, mentre l’altra è quella della vita adulta, dove non ci sono testimoni, e si è più liberi, meno inibiti. Scrivere in inglese è stato una specie di tradimento che mi ha reso più sincera. Forse anche Nabokov, Beckett in questo tradire-tradurre si sono sentiti più liberi?”.

“Si fatica moltissimo ad acquisire un’altra lingua”, dice Lara Santoro, ex reporter di guerra in Africa e autrice di due ottimi romanzi scritti in inglese (per le edizioni E/O il 23 maggio in libreria “Fine estate”), “ma vuoi mettere la ricchezza lessicale di un Nabokov? Dove la trovi tra gli americani? Dopo il grosso sforzo iniziale, chi scrive in un’altra lingua ha di solito una maggior padronanza. Se si ha un dubbio su una parola, un modo di dire, bisogna controllare, e intanto che si controlla se ne imparano altre quattro”.

Chissà se faticò anche Apuleio a scrivere l“’Asino d’oro” – per molti aspetti il primo romanzo della storia – scritto in latino da un africano: uno che, stando alle carte geografiche, oggi sarebbe algerino. È innegabile che da quando esiste la letteratura, esiste anche un andirivieni linguistico. Beckett, Nabokov, certo. Ma anche Conrad, che era polacco (a luglio potremo leggere una nuova traduzione di “Un avamposto del progresso”, da Adelphi). Jasif Brodskij scriveva sia in russo sia in inglese. Irène Némirovsky, che conosceva sette lingue, scriveva in francese. Gao Xingjiang scrive in francese. Derek Walcott in inglese e qualche volta in patois, Herta Muller è romena e scrive in tedesco.

Anche Agota Kristof così raccontava la sua fatica: “Questa lingua non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta”, scriveva ne “L’analfabeta”, (Casagrande), il piccolo libro in cui l’autrice ungherese esiliata in Svizzera condensa nel suo consueto modo scarno i dolori e le gioie dell’esilio letterario. E proprio tra i classici, ci sono due uscite importanti tra i migrant writers del passato: Ernst Lothar, scrittore ebreo-austriaco misconosciuto, nel ‘38 fuggì dall’Austria e si rifugiò in America, dove scrisse in inglese “La Melodia di Vienna” (in libreria il 18 giugno per e/o), una sorta di “Downton Abbey” mitteleuropea, che uscì prima negli USA e solo dopo un po’ in Austria, riscritto poi in tedesco. E “Uomini in guerra” (Keller, a giugno), scritto dall’ufficiale ungherese Andreas Latzko, un romanzo-manifesto del pacifismo della Grande Guerra, censurato all’epoca, ma che continuò a circolare in tutta Europa.

L’ibridazione e lo sradicamento sono dunque essenziali per lo scrivere. Lo stato di “esiliati” è una condizione quasi naturale per lo scrittore, condizione di cui, a ben guardare, lo scrittore va quasi in cerca, perché nonostante tutto – nonostante le perdite, le nostalgie, le assenze  – è comunque stimolante: “In un certo senso”, dice ancora Jhumpa Lahiri, “ho sempre vissuto una specie di esilio linguistico. La mia lingua madre, quella della mia famiglia, il bengalese, in America è una lingua straniera. E poi io lo parlo male, il bengali, e quindi in fondo anche per me la mia lingua madre è paradossalmente, una lingua straniera”. “Ora, scrivendo in italiano da quasi due anni mi sento trasformata, quasi rinata. Ma la mia è stata soprattutto l’avventura di una lettrice. E scrivere è stato un impulso, una risposta alla lettura. Mi sento un po’ come Cesare Pavese. Lui fu talmente influenzato da Melville e dagli altri americani che lesse e tradusse che cambiò il suo modo di scrivere. Anche se non era mai stato in America. Ora quando scrivo in italiano è come se ascoltassi una voce che mi parla nel mio cervello. E mi entusiasma scrivere in questa nuova lingua. Anche se mi sento ancora un’apprendista. Quello che proprio non riesco a fare è tradurmi, tradurre quello che ho scritto in italiano in inglese”. Come faceva Beckett. E come hanno fatto altri, sempre con scarso successo.

Perché “la patria è quella che si parla”, ha detto una volta Herta Müller. E ancora molto pochi, in questo nostro paese così aperto linguisticamente alle traduzioni di testi stranieri, sono i casi di autori stranieri veramente degni di questo nome che hanno scelto  la lingua italiana per i loro libri, tra questi di certo l’argentino Adrian N. Bravi,  l’italiana di origine somala Igiaba Sciego, il moldavo di origini siberiane Nicolai Lilin, e le albanesi Ornela Vorpsi e Anilda Ibrahimi.

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