Valerio Lundini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valerio-lundini/ un blog di approfondimento culturale Tue, 23 Jul 2024 15:06:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Valerio Lundini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valerio-lundini/ 32 32 Di bullismo e verdure. Intervista a Valerio Lundini https://minimaetmoralia.it/interviste/di-bullismo-e-verdure-intervista-a-valerio-lundini/ https://minimaetmoralia.it/interviste/di-bullismo-e-verdure-intervista-a-valerio-lundini/#comments Tue, 23 Mar 2021 13:06:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48197 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo. di Giulia Villoresi Il titolo, Una pezza di Lundini, gliel’ha dato l’autore Giovanni Benincasa, guru della tv italiana (Carramba, Furore, Libero, Matrix…). Presenze fisse in studio l’attrice Emanuela Fanelli e i VazzaNikki, una band che fa rock ’n roll nonsense con influenze swing e surf. Il pubblico consiste […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

di Giulia Villoresi

Il titolo, Una pezza di Lundini, gliel’ha dato l’autore Giovanni Benincasa, guru della tv italiana (Carramba, Furore, Libero, Matrix…). Presenze fisse in studio l’attrice Emanuela Fanelli e i VazzaNikki, una band che fa rock ’n roll nonsense con influenze swing e surf. Il pubblico consiste in quattro anziani dall’indole bendisposta ma non ridanciana.

Conduce Valerio Lundini, un pischello romano con gli occhiali, ignoto alla maggioranza dei telespettatori. Lancia servizi. Fa collegamenti. Intervista personaggi pubblici ponendo domande tipo «Com’è essere donna, in generale?».

Se vi sembra che questo programma non abbia senso, è perché non deve averlo. Dopotutto, quasi tutte le teorie sull’umorismo (ne esistono almeno dieci) sono variazioni della teoria dell’incongruenza, che afferma: la risata è prodotta da un temporaneo «deragliamento di senso» che comporta l’interruzione di processi di pensiero ordinati, o la violazione di leggi e convenzioni.

Una pezza di Lundini viola le più elementari convenzioni della tv comica italiana: ecco perché ne parlano tutti. Il servizio sul furto del naso si presta all’esemplificazione. Un inviato stile La vita in diretta (Lundini) ascolta la drammatica testimonianza di Guglielmo Nodari, «un ragazzo che dal 1995 non ha più il naso davanti». Dice che gliel’ha rubato lo zio venticinque anni fa, attuando la famosa tecnica delle due dita a pinza. Lundini crede che Nodari possa e debba ricevere giustizia. Rintracciato lo zio, riesce a farsi aprire la porta e lo incalza, fino all’orribile scoperta: il naso era proprio qui, nel cassetto di una scrivania in compensato, insieme a svariati altri nasi e tre pesche.

Lundini, mi racconti come sei arrivato a condurre un programma su Rai due?

Tempo fa Giovanni Benincasa cercava battutisti per un programma comico, Battute. Calcutta gli ha detto “devi chiamare Lundini”. Anche se in realtà io non so fare battute. Però alla fine è andata bene. Poi ho fatto qualche altra cosa in Rai. E poi Giovanni mi ha proposto di fare un programma tutto mio.

Come sta reagendo il pubblico?

In generale bene. Qualcuno a tratti l’ha presa seriamente.

Cioè?

Per esempio dopo il pezzo sul naso c’è stata gente che ha scritto “Secondo me non è vero”, o “Dai, mi sembra esagerato, ma che servizio è?”. Pensavano che fosse serio.

Ti ha fatto piacere?

Sì, vuol dire che il format funziona. Anche al DopoFestival di San Remo è stato così, quando intervistavo i cantanti facendo domande assurde. Il giorno prima del litigio Bugo-Morgan chiesi a Bugo: “se domani un angelo ti dicesse: ‘se abbandoni il palco a metà canzone farò finire le guerre nel mondo, ma nessuno saprà che è merito tuo’, lo faresti?” E lui: sì.

Poi il giorno dopo ha lasciato il palco per davvero.

E la gente ha commentato: “questo sapeva tutto dal giorno prima”, “scusate ma chi è sto giornalista? Ma che domande fa?”. Ecco, questo a me piace molto.

Il surrealismo, dunque. Ti capita di usare i sogni come spunti?

Questo programma mi ha permesso di usare ben due sogni.

Me li racconti?

Non posso.

Ei tuoi ospiti? La loro posizione non è facile, visto che vengono a farsi bullizzare.

Ma mica li bullizzo. Per me il bullismo è quello delle Le iene, ed è male. Preferirei morire di fame.

Però li metti in difficoltà.

Ma il mio personaggio non lo fa apposta. Loro ne escono meglio di lui. E poi sanno che è un gioco: se non lo sapessero, ok, sarebbe bullismo.

(Improvvisamente impallidisce, ndr) Tutto bene?

No, è che mi fa schifo la verdura. L’ho ordinata perché di solito la cicoria nei posti è buona.

Devi mangiare verdure?

No, sì, è che ho il diabete. Se prendo un’amatriciana, prima devo mangiare verdura. Il fatto è che questa è amarissima.

Da quando hai il diabete?

Dai trent’anni. Accade sempre d’estate.

Ma cosa?

Il diabete mi è venuto d’estate. Il tumore alla tiroide, d’estate. E una volta, sempre d’estate, sono andato a Londra da solo e mi è venuta la mononucleosi con 40 di febbre fisso. Io d’estate sto male.

Ti capita di piangere?

Non piango da quando sono piccolo. Non piango e non vomito.

Neanche se ti ubriachi?

Sono astemio.

Perché?

Non mi piace l’alcol. Come la verdura. Non mi piacciono le cose degli adulti.

E ridere? Perché in trasmissione sei serissimo.

Quello sì. Semplicemente, non faccio battute né imitazioni. Proprio non mi vengono, non è il mio tipo di comicità.

Una definizione di comicità?

Qualcosa che fa ridere.

Qualcuno ha detto che la comicità è divina.

Quindi esiste Dio?

Lo escludi?

Non del tutto. Però penso che l’anima si spenga come la fiamma, senza lasciare traccia. Almeno lo spero.

E perché mai?

Diciamo che spero che non esista la reincarnazione, perché mi fa paura essere torturato, e penso che a furia di reincarnarmi prima o poi finirei a casa di un Marco Prato. È la mia grande paura, insieme a quella che mi ammazzino la fidanzata. È il motivo per cui sono stato single per cinque anni.

Per paura che ti ammazzassero la fidanzata.

Sì. Volevo temere solo la mia, di morte. Ora invece ho una possibilità in più di morire.

Quindi sei fidanzato.

Da tre anni e mezzo.

Lei chi è?

È la fidanzata.

E poi?

Studia filosofia. Ci amiamo tantissimo. Mo’ forse andremo a vivere assieme. Vediamo.

Dove abiti?

A Roma, nel quartiere san Giovanni, da sempre.

Quindi sei ancora a casa dei genitori?

Casa attaccata a quella dei genitori.

Hai mai fatto recitare i tuoi genitori nel programma?

Mai. Mio fratello una volta.

Quasi tutte le spalle e gli attori del programma sono improvvisati, vero?

Sì. Perché gli attori improvvisati funzionano. Tipo l’amico tuo che se gli chiedi di fare il vigile fa proprio il vigile. Oppure, prendi la finta psicologa che intervistavo sul bullismo, una delle migliori interpretazioni di sempre: quella è Luisa Pistoia, che di mestiere fa l’agente. Mentre gli attori veri, salvo eccezioni, sono un disastro.

Secondo te perché?

Non l’ho capito. Ma non gli credi mai. Non c’è disinvoltura, si impegnano troppo. Calcola che un sacco di gag ho rinunciato a farle perché avrei potuto avere solo attori veri e sapevo che avrebbero rovinato tutto.

In giro c’è qualche trasmissione comica che ha attirato la tua attenzione?

Who is America di Sacha Baron Cohen. È lui che si traveste e intervista gente facendo cose assurde. Tipo va da Bernie Sanders spacciandosi per un trumpiano pazzo in sedia a rotelle.

Ma tu, sotto sotto, non vorresti fare esattamente questo?

Sì. Vorrei farlo troppo. Solo, non capisco come fanno a non riconoscerlo. Secondo me dopo un po’ ti sgamano.

Dovresti farlo prima di diventare famoso, così non ti sgamano.

Sì, ci ho pensato. Però Sacha Baron Cohen è insuperabile. In una puntata, per dirti, si presenta come guerrigliero a dei redneck razzisti e gli insegna a combattere il terrorismo. Gli dice che siccome gli arabi temono l’omosessualità un modo per attaccarli è denudarsi e saltargli addosso. E loro lo fanno.

Però questo è bullismo.

Questo mi sa che è bullismo.

Perché loro non lo sanno, che è un gioco.

Non lo sanno, no.

Quindi un po’ ti andrebbe di fare bullismo.

Però solo con gente orrenda.

 

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Una pezza di Lundini o come ti destrutturo la seconda serata https://minimaetmoralia.it/televisione/pezza-lundini-seconda-serata/ https://minimaetmoralia.it/televisione/pezza-lundini-seconda-serata/#comments Mon, 16 Nov 2020 13:30:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44620 di Armando Vertorano

La tv generalista è da sempre – forse necessariamente – un medium assai poco tempestivo quando si tratta di recepire le nuove istanze, di assorbire i cambiamenti di una società che si evolve a velocità crescente. In questo panorama di rassicurante old-school è accaduto spesso negli anni che le piccole rivoluzioni siano state appannaggio dei programmi comici di seconda serata.

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La tv generalista è da sempre – forse necessariamente – un medium assai poco tempestivo quando si tratta di recepire le nuove istanze, di assorbire i cambiamenti di una società che si evolve a velocità crescente. In questo panorama di rassicurante old-school è accaduto spesso negli anni che le piccole rivoluzioni siano state appannaggio dei programmi comici di seconda serata.

Pensiamo a personaggi del calibro di Arbore e Guzzanti giusto per citare due giganti: programmi come Indietro tutta! e Avanzi hanno prima turbato gli equilibri e poi generato un’infinità di emuli, segnando un passo significativo verso un graduale adeguamento del linguaggio anche da parte di format più tradizionali. Le motivazioni del fenomeno sono evidenti: da un lato la seconda serata è una fascia con un ascolto mediamente più basso, più di nicchia se vogliamo, e dall’altro il genere comico-satirico è di per sé considerato abbastanza “poco serio” per cui qualche sperimentazione ce la si può permettere, sempre senza offendere nessuno. Soprattutto in Rai.

Valerio Lundini, giovane comico e autore romano, volto pressoché sconosciuto al grande pubblico televisivo ma da tempo attivo in teatro e in radio, è entrato in punta di piedi nella seconda serata di Raidue con un programma assai meno innocuo di quanto sembri.

Il suo intento radicale si chiarisce già nel titolo, Una pezza di Lundini. Secondo l’idea base del format infatti, Lundini è lì per sostituire un programma che per motivi tecnici non può andare in onda. Un non-programma insomma, un format che nega se stesso, nient’altro che un raffazzonato sostituto il cui scopo è “mettere una pezza” nel palinsesto.

Durante i titoli di testa ci viene mostrato lo studio, costituito da pannelli ricoperti di plastica, come appartenessero a un’altra scenografia, mentre i tecnici si affrettano a buttare lì un paio di sedie da ufficio per conduttore e ospiti, e dei cubi su cui vediamo accomodarsi il pubblico costituito da quattro persone anziane, gli stessi in tutte le puntate. Altri elementi della scarna scena sono un led rettangolare, un oggetto dalla forma e dalle funzioni imprecisate anch’esso avvolto nel cellophane, e un piccolo palco per la band che suona dal vivo, i Vazzanikki.

Anche gli ingressi del conduttore sono anti-televisivi: in una puntata lo si vede entrare con la bocca piena e una crostatina in mano, in un’altra parla al telefono con un interlocutore non specificato, e dopo aver attaccato commenta, rivolto alla band: “dice che lo tiene il bambino”, per poi iniziare il programma come niente fosse.

La Pezza si finge un ordinario comedy show con interviste alternate a sketch in rvm, ma questa classica struttura si rivela una specie di trappola per lo spettatore, in quanto Lundini, insieme a Giovanni Benincasa e agli altri autori, si diverte a infarcire la scaletta di trovate che confondono i piani di narrazione, provocando un effetto sia comico che straniante. Laddove la tv crea una sorta di bolla di perfezione, in cui tutti gli errori e i tempi morti vengono tagliati (o nascosti alla meglio), Lundini si finge in diretta pur essendo registrato, così da poter uscire e rientrare dal personaggio del conduttore e creare un dialogo costante – ovviamente finto – tra la scena e il fuoriscena, giocando in maniera grottesca con i silenzi e gli imbarazzi, estremizzando in chiave surreale e a volte persino inquietante su presunti imprevisti costruiti ad arte.

Per fare un esempio, in una puntata, al termine dell’intervista all’attrice Pilar Fogliati, le telecamere insistono su di lei per un bel po’ prima che Lundini la congedi. La ragazza, per coprire l’imbarazzante tempo morto butta lì un “Va béne, va béne” e fa per andare via. Lundini invece la trattiene e prende a polemizzare con la regia, chiedendo chi è che disturba l’audio dicendo “Va béne, va béne”. Pilar Fogliati basita, dice che è stata lei, ma Lundini insiste, e chiede di rivedere il replay per scoprire chi è stato.

Nel replay, ovviamente finto, vediamo la Fogliati muovere la bocca ma a dire “Va béne va béne” è una sinistra figura alle sue spalle, un nano piuttosto sovrappeso e probabilmente con un parrucchino. Lundini, individuato il colpevole, ci si avventa contro in preda all’ira. La regia taglia.

Lundini fa dunque ridere annullando le certezze di chi guarda, minando alle fondamenta il format tradizionale grazie all’inserimento di elementi palesemente weird, un weird da intendersi secondo la definizione di Mark Fisher: qualcosa, o qualcuno che si trova in un posto o una situazione in cui proprio non dovrebbe stare. L’effetto straniante non sta quindi nell’elemento in sé ma nella sua collocazione, visibilmente sbagliata e dunque spiazzante. Persino i suoi ospiti sono usati secondo tale (il)logica, decontestualizzati e scaraventati in situazioni inusuali.

In una puntata ad esempio il programma cambia titolo per diventare Una pezza di Insinna, e vediamo Flavio Insinna sostituirsi a Lundini per condurre in modo professionale, rassicurante, vecchio stile, per diversi minuti. A un certo punto la telecamera inquadra la signora Anna, una delle quattro presenze fisse del pubblico, la cui voce-pensiero ci rivela: “Ah quanto volevo che questo programma era così!”. La reverie finisce, Insinna sparisce e la Pezza torna nelle mani di Lundini come sempre.

Altro esempio è stata la puntata di Halloween in cui gli ospiti Cruciani e Parenzo sono stati costretti a interrompere l’intervista e ad affrontare, con armi di vario tipo, un’invasione di zombie in piena regola.

Anche nei casi in cui l’intervista resta una normale intervista, l’ospite non è mai trattato “da ospite”: la scheda introduttiva (a cura di Alessandro Gori, noto in ambiente teatral-letterario come Lo Sgargabonzi) dà informazioni paradossali e inverosimili sul personaggio di turno mentre le domande di Lundini sono totalmente fuori contesto e spesso è impossibile per chiunque dare una risposta sensata.

Il gioco al massacro con cui Lundini fa satira sull’autoreferenzialità dei conduttori televisivi non risparmia nemmeno la “primadonna” del programma, l’attrice Emanuela Fanelli, i cui interventi diventano spesso una parodia del sottile maschilismo che imperversa in televisione. Fanelli è sempre presentata come artista valente e talentuosa, eppure nei fatti è continuamente bistrattata e messa da parte, come quando Lundini continua a sbagliare il suo nome o presenta i suoi spazi assumendo un atteggiamento scettico, superiore, fintamente adulatorio.

La conduzione stessa di Lundini è una destrutturazione esibita del conduttore comico classico, niente ammiccamenti, mai un sorriso, mai una risata, un Buster Keaton scazzato del piccolo schermo che a volte parla senza dire nulla, ripetendo concetti ovvi – “Approfitto del fatto che il programma è quasi finito per dirvi che il programma è finito” – con un tono piatto, colorato solo dalla pronunciata erre moscia.

Il mood prevalente sembra essere quello di un affilato minimalismo. Del resto Lundini conosce bene il suo target: una generazione che non ha bisogno di fronzoli, un pubblico affamato di sostanza più che di formalismi, di un tipo di contenuto che la tv e soprattutto la Rai non gli fornisce quasi più, ma di cui abbonda invece internet. Una pezza di Lundini strizza in più momenti l’occhio al linguaggio e alle abitudini degli internauti.

Quando introduce il suo “memista” Silvestri – uno dei quattro anziani presenti in studio – che realizza meme senza averne minimamente capito le dinamiche, sa che a ridere sarà solo una determinata fascia di pubblico, quello che vive il web come una quotidianità. A differenza dei programmi destinati a spettatori più âgée, qui non ci si approccia alla tecnologia cercando di spiegarla, ma ci si permette di prenderla in giro dandola per scontata.

In tal senso la Pezza opera un interessantissimo rovesciamento: invece di portare gli spettatori a interagire attraverso internet, lanciando hashtag, sondaggi social, televoti e così via, porta gli internauti a sintonizzarsi su quello che per loro è ormai un medium-dinosauro.

Per fare questo, Valerio Lundini utilizza massicciamente i social, con frequenti tweet e storie di Instagram, mantenendo sempre aperto un canale di comunicazione col pubblico, ad esempio ripostando quotidianamente tutte le storie in cui viene taggato, storie che col tempo stanno diventando esse stesse dei piccoli format in cui gli ascoltatori provocano o sfidano Lundini a ripostarli mentre fanno o dicono le cose più assurde. Grazie a questa dinamica Lundini riesce a destrutturare, oltre che l’idea di format, persino il concetto stesso di seconda serata, dimostrando come ormai anche la suddivisione classica delle fasce cominci a risultare obsoleta.

Il programma infatti non ha cadenza fissa, né un orario stabilito. Semplicemente certe sera va in onda, altre no. L’orario dipende da quando chiude il programma precedente. Come si fa a sapere se il programma è in onda o no allora? È lo stesso Lundini ad annunciarlo sui social, in tempo più o meno reale e con tutte le imprecisioni del caso, come se nemmeno lui sapesse quando verrà attaccata la pezza. Basti pensare alla sera del 2 novembre scorso, quando Raidue ha mandato un’edizione speciale dedicata al tragico attentato per le strade di Vienna, e Lundini dapprima ha postato una storia scrivendo: “Raga manco io so se va in onda”, per poi annunciare con certezza la cancellazione aggiungendo un comprensivo “Ci può stare eh”.

Il tutto a mezzanotte passata.

La corsia preferenziale quindi non va più dallo schermo al web, ma dal web allo schermo.

La generazione di Lundini è quella dei cosiddetti millennials, una generazione di transizione che forse meglio di ogni altra è in grado di interpretare, di leggere, i tempi che stiamo vivendo, un’epoca diffidente, individualista, fisicamente e spiritualmente on demand, in cui la fruizione comunitaria della tv è definitivamente tramontata per lasciare il posto a una personalizzazione estrema del consumo. Lo spettatore millennial vuole che il programma gli sia cucito addosso, non si accontenta di un ruolo passivo, vuole sentirsi coinvolto. Pensiamo ai tweet di Propaganda Live e a quanti spettatori li scrivano solo nella speranza di essere citati in trasmissione da Diego Bianchi, dinamica che Lundini non ha mancato di parodiare in un’occasione, leggendo tweet inventati e surreali.

Se dunque negli anni 80 e 90 ci si divertiva smascherando i meccanismi televisivi – come facevano Arbore e Frassica in Indietro tutta! – oggi per far ridere bisogna spingersi oltre, perché quei meccanismi sono diventati appannaggio di tutti, la tv si è denudata e radiografata fino all’esasperazione. Tutti oggi sappiamo cosa c’è dietro, adesso è il momento di smontarla per vedere cosa può ancora diventare.

La comicità minimal/millennial di Lundini può rivelarsi utilissima in tal senso, nella speranza che non resti impantanata su se stessa ma che riesca col tempo a dare un’oliatina al mastodonte generalista così da smuoverlo un po’ verso un linguaggio più aperto, più attuale, transgenerazionale.

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