Valerio Magrelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valerio-magrelli/ un blog di approfondimento culturale Thu, 26 Sep 2019 12:50:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Valerio Magrelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valerio-magrelli/ 32 32 Tre quadernetti indiani, una prefazione di Valerio Magrelli https://minimaetmoralia.it/libri/quadernetti-indiana/ https://minimaetmoralia.it/libri/quadernetti-indiana/#respond Thu, 26 Sep 2019 12:49:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41158 Photo by Patrick Hendry on Unsplash

Valerio Magrelli, che ha scritto una breve premessa ai Tre quadernetti indiani (postillati ancor più brevemente da Chandra Livia Candiani), offre qui una versione maggiorata della stessa. Il libro esce oggi nelle librerie.

di Valerio Magrelli

Un’estate di quasi mezzo secolo fa due ragazzi italiani si incontrarono per caso al Crown Hotel di Delhi. Reduci entrambi da un altro classico viaggio di iniziazione, negli Stati Uniti, fraternizzano subito, partono insieme per Benares, da lì a tappe raggiungono il Nepal, dove si separano: Pietro Spica torna a Milano, Dario Borso prosegue da solo per Calcutta, dove scopre di avere la malaria, e da lì per Madras, dove ha l’idea di tenere un diario.

L'articolo Tre quadernetti indiani, una prefazione di Valerio Magrelli proviene da Minima et Moralia.

]]>
1indi

Photo by Patrick Hendry on Unsplash

Valerio Magrelli, che ha scritto una breve premessa ai Tre quadernetti indiani (postillati ancor più brevemente da Chandra Livia Candiani), offre qui una versione maggiorata della stessa. Il libro esce oggi nelle librerie.

di Valerio Magrelli

Un’estate di quasi mezzo secolo fa due ragazzi italiani si incontrarono per caso al Crown Hotel di Delhi. Reduci entrambi da un altro classico viaggio di iniziazione, negli Stati Uniti, fraternizzano subito, partono insieme per Benares, da lì a tappe raggiungono il Nepal, dove si separano: Pietro Spica torna a Milano, Dario Borso prosegue da solo per Calcutta, dove scopre di avere la malaria, e da lì per Madras, dove ha l’idea di tenere un diario.

Di ritorno, Dario mostra i tre quadernetti a Pietro che li illustra a china, poi i quadernetti si infilano chissà dove per rispuntare solo adesso, che i loro autori sono diventati rispettivamente uno storico della filosofia gran traduttore e un notissimo pittore-illustratore.

La prima cosa da notare, ad apertura di pagina, è il costante richiamo all’Italia, un’Italia rappresentata dalla provincia d’origine di Borso: “Madras, 1 ottobre. Oggi riaprono le scuole. A Bassano il primo ottobre coincide con la festa del patrono e la fiera del bestiame”. Dietro i più esotici paesaggi indiani, possiamo dunque scorgere il profilo del Veneto (magari via Goffredo Parise). E d’altronde, anche nel cuore del subcontinente, “gli altoparlanti in strada […] trasmettono a tutto volume come al cinema parrocchiale nelle domeniche d’estate…”

Siamo di fronte a un tratto stilistico tenace, che punta a riportare il nuovo al familiare, l’esotico al consueto, o addirittura, come nelle righe che seguono, il naturale all’umano. Infatti, anche davanti a un commovente tramonto, l’autore confessa la sensazione di quando, finito lo spettacolo, “la vecchia Zelinda si sfilava i burattini dalle mani. L’incanto svanisce, le cose tornano al loro posto, e viene quasi fame”.

C’è tuttavia almeno un brano in cui questa capacità associativa viene riportata a una legge più generale: “Ancora sugli scalini dell’ashram, con tutte le luci sotto. Dico che mi ricordano San Francisco dal ponte,anche Bassano (gli alpini); dico che più una cosa è indistinta, più me ne ricorda altre”. Qui tocchiamo con mano il meccanismo che fa scattare l’analogia, ossia il percorso India-California-Veneto. In ogni caso, la tappa finale delle equivalenze rimane sempre quella della patria, o se si vuole, della madre-patria linguistica – dunque (e qui il pensiero va a Luigi Meneghello), della lingua madre.

Borso_COP.qxp_Layout 1 Primi anni Settanta, India: inevitabile parlare di stupefacenti. Oltretutto, il grande poeta belga delle droghe, Henri Michaux, dedicò a quel paese uno dei suoi memorabili diario di viaggio: Un barbaro in Asia. Borso traccia così una piccola ma acuta fenomenologia delle distorsioni cognitive, attraverso una serie di appunti estremamente perspicui. Questo è il primo in cui ci imbattiamo: “Io so che con l’hashish i miei pensieri sono più alti del normale: se infatti li trascrivo, passato l’effetto fatico a capirli e devo procedere in salita”. Ecco invece uno scorcio più svagato, ma non meno sottile: “Nel buio più nero si vedono due lucine. Sono identiche, ma si comportano diversamente.  O è morta, o si è addormentata. (Io so chi sono queste due lucine: la prima è lo zampirone che sta sullo spigolo della testiera, la seconda il joint che ho appena fumato da steso)”.

Certo è, però, che considerazioni simili non avrebbero un interesse particolare, se non si congiungessero con alcune note di carattere specificamente letterario, e dunque legate all’essenza stessa del testo. “Succede con l’hashish di cadere vittima delle parole. Si sta seguendo un filo, si formula una frase, ed ecco che una parola qualsiasi, anche un avverbio, anche una particella, sale sul palco e chiama altre sorelle a improvvisare. La mente, adusa a camminare sul sicuro,impara così a sue spese quanto labili, quanto sdrucciole e assassine siano le parole, e precipita e supplica: basta, prometto, non vi trascurerò più!”

Succede con l’hashish di cadere vittima delle parole… è vero, ma succede anche con la poesia, con quella poesia che più tardi, tornato dal Nepal e dall’India, Borso si troverà a versare in italiano.

Così il progetto di scrittura prende forma poco a poco facendosi sempre più attento ai dettagli del mondo circostante. Le osservazioni si dipanano senza un filo preciso, ma accomunate da un notevole acume figurativo: ora vediamo un letto circondato da fiammiferi e mozziconi che fanno pensare a “strane dighe di castoro”; ora un uomo intento a schioccare una frusta compiendo movimenti “illuminati dalla solenne indifferenza con cui li eseguiva”.

Un bel giorno si scopre che la banda di ragazzacci che saltellano fradici di pioggia, “passandosi a turno una scatola nera di legno laccato”,sta in realtà celebrando il funerale di un neonato;in un’altra occasione, viceversa, l’attenzione è attratta piuttosto dalla compostezza di alcuni bassorilievi, “più belli quando mantengono zone di pietra viva. Così sospesi rivelano fatica e rispetto, più fede”.E poi, via via, spigolando: “La corriera tenta di fuggire l’alba spingendo al massimo, povero topino a molla, dove credi di andare!”, oppure: “Un asino spettinato sta ritto dietro il muro, le orecchie appena sotto il bordo. La posizione tesa è la stessa di chi gioca a nascondino. Speriamo che non lo scoprano”, e ancora: “L’albergo ha un nome lungo quanto i corridoi”.

Sarebbero ancora molti i passi da segnalare, a partire dalle toccanti considerazioni sul contrasto fra il silenzio del padre e la loquacità della madre. Bella ad esempio l’idea che il divano occidentale-orientale di Goethe sia in verità trapunto di chiodi, e bella la visione della corriera che, senza vetri e con due lunghi teloni di protezione, si gonfia di vento come una barca a vela. Strana comunque, almeno per noi cattolici, l’apparizione di una madonna dipinta con due infanti in braccio, “meno vergine del solito…” – bilanciata, per fortuna, da quella di un venditore le cui variopinte mollette da bucato, appese alle sue spalle, formano quasi l’aureola di un santo. Ad ogni modo, se dovessi scegliere un cameo, indicherei senz’altro la pagina dove l’autore osserva come i biscotti a forma di cuore che teneva nello zaino gli girino in corpo alla stregua di “pianeti orbitanti control’azzurro del sacco a pelo”.

Per terminare, però, mette conto sottolineare due precise linee direttrici che, in una congerie di dettagli slegati, attraversano tutto il diario. Mi riferisco all’interesse con cui Borso si dedica al problema della luce.

Si comincia con “un cielo impossibile,artificiale [..] raddoppiato in due metà, una di un grigio fosforescente elettrico, l’altra blu inchiostro accesa a intermittenza da lampi”; si prosegue con l’irruzione del sole, il quale, prima di morire, ha incendiato la nuvola che aveva tentato di oscurarlo (“Così impara”); si passa poi a descrivere “sciabolate di luce”, una lucciola caduta sul letto, o la luna piena, sola contro gli attacchi di cumuli neri, grigi, violacei, “e non può neanche fuggire […] Ora la stanno soffocando, pare proprio spacciata – ma no! ce la fa, reagisce, e infine li infilza!” Insomma, non sembra eccessivo sostenere che questo diario vive di bagliori, riverberi, tenebre: “Lo specchio grande del barbiere è un lago di luce”, leggiamo, e poco dopo: “Si viene abbagliati a tratti dal luccichio delle acque”. Ma ovunque la realtà sembra mostrarsi solo sub specie optica, tanto negli interni (“La chiesa è tutta illuminata”), quanto negli esterni (“Le foglie rare dei banani a metà collina, di un verde tenue, trasparente, hanno catturato tutta la luce e adesso gongolando se ne beano, in barba alle vicine che incupite tremano”).

E se scie di luce “si rincorrono, si tagliano, si disperdono”, se il viaggiatore scorge ”una lucente sfera rossa”, se “tutti attendono che il sole proprio ora atterrato s’inabissi”, se quattro grandi riflettori, insieme a molte lampade da fotografo, a miriadi di candeline e minuscoli neon a stella, a mezzaluna, a sfera sospesi per aria tempestano di luci lo specchio abbagliante del laghetto – in breve, se la realtà si tramuta in luna-park, come non darne adeguata testimonianza?

Arriviamo così ad una scena di rara intensità. Borso ha appena narrato di come il mare depositi sulla sabbia grandi masse di plancton, ragion per cui, toccando la rena, ne  sprizzano fuori improvvisi riflessi argentati. Da qui la sua sorniona deduzione: “Quelli che di notte camminano sulla risacca lasciandosi dietro una scia luminosa, devono appartenere a qualche razza superiore”. Così, per una volta, il brutto termine può rivelarsi plausibile, legandosi a un segreto inestimabile. Eccolo, infine, l’unico requisito per accedere allo status di superuomo: la razza superiore esiste, è vero, ma è quella a cui appartiene chi, a vent’anni, al buio, abbandonato il proprio mondo, produce luce mentre va passeggiando sul bagnasciuga indiano.

L'articolo Tre quadernetti indiani, una prefazione di Valerio Magrelli proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/quadernetti-indiana/feed/ 0
Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-28-valerio-magrelli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-28-valerio-magrelli/#comments Thu, 29 Nov 2018 06:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38605 Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Il suo ultimo romanzo è Geologia di un padre (Einaudi 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

"Scrittura", oggi, è per me ciò che riesco a ricavare tra un formulario e un modulo della mia guerra contro la burocrazia. Sono infatti vittima di due burocrazie: quella del corpo e quella amministrativa. Mi spiego: ho subito dieci operazioni con anestesia totale e venti operazioni normali, in media ogni sei mesi sono ricoverato, e quando non lo sono devo fare fisioterapia. Tutto ciò che mi resta, è solo ciò che strappo: ormai direi una mezz’ora al giorno. Non c’è più libertà nella mia vita e mi regolo di conseguenza.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Essendo letteralmente un carcerato senza neanche la certezza dell’ora d’aria, mi sono adattato a prendere appunti sul telefonino, e conquistare così minuti di scrittura nelle sale d'attesa, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, senza più alcuna possibilità di fissare un luogo o un orario.

L'articolo Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli proviene da Minima et Moralia.

]]>
magrelli

Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Il suo ultimo romanzo è Geologia di un padre (Einaudi 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

“Scrittura”, oggi, è per me ciò che riesco a ricavare tra un formulario e un modulo della mia guerra contro la burocrazia. Sono infatti vittima di due burocrazie: quella del corpo e quella amministrativa. Mi spiego: ho subito dieci operazioni con anestesia totale e venti operazioni normali, in media ogni sei mesi sono ricoverato, e quando non lo sono devo fare fisioterapia. Tutto ciò che mi resta, è solo ciò che strappo: ormai direi una mezz’ora al giorno. Non c’è più libertà nella mia vita e mi regolo di conseguenza.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Essendo letteralmente un carcerato senza neanche la certezza dell’ora d’aria, mi sono adattato a prendere appunti sul telefonino, e conquistare così minuti di scrittura nelle sale d’attesa, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, senza più alcuna possibilità di fissare un luogo o un orario.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dato che sono diventato mio malgrado un bracconiere – anzi, un cacciatore-raccoglitore – della scrittura, non posso più prevedere nulla. Ne consegue che il mio lavoro è per lo più di postproduzione. Prendo gli appunti che riesco a prendere, accumulo in mucchietti materiali sparsi, poi riorganizzo. Anche per questo penso di tornare vieppiù alla poesia, maggiormente adatta a un tale approccio. Anzi, ancora meglio: all’alfabeto Morse.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Cesellare, nelle condizioni in cui lavoro oggi, sarebbe impossibile. Per quantmagrelli2o il mio lubrificante sia l’ironia, e per quanto mi esprima per paradossi e secondo l’arte dell’esagerazione di Bernhard, io davvero mi sento calato nel clima spirituale di Ungaretti: queste continue aggressioni della burocrazia sono per me come vivere sotto le bombe. Ne consegue che non solo è cambiato il mio metodo di lavoro, ma anche ciò che produco: se l’unica cosa che conta è l’urgenza, il buttare sulla carta qualche sillaba, il piantare la bandierina, il rampone, almeno un po’ più in là, e poi accucciarsi in attesa della prossima tempesta di merda, non cambia solo come scrivi, ma anche cosa scrivi e come lo scrivi. Ci sono effetti di stile e contenuto, il che è certamente interessante: da giovane sono sempre stato circondato da marxisti, ed essendo un bastian contrario cercavo, pur all’interno della sinistra, di dar loro torto, contestandone il materialismo. Sbagliavo, mi dico oggi: poiché sono diventato io stesso un materialista, del tipo delirante. Conta solo la qualità della vita, mi ripeto, e ciò inevitabilmente esce anche sulla pagina.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, in generale mantengo una doppia pista di prosa e poesia, e ancor più da quando lavoro nel modo che ho detto. È appena uscito un mio fuori collana, polemico, contro i gialli, Il commissario Magrelli, che ho scritto in parallelo ad altro.

Carta o computer?

Addirittura telefono. Essenziale è per me oggi la app che traduce direttamente il parlato in testo: ci ho tradotto tutto Il tartufo di Molière, in metrica.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Lei. Dragon dictation. La app che trasforma la mia voce in testo – oggi, per me, la chiave di tutto.

Come hai esordito?

Scrivevo fin da quando ero ragazzino, credo dai dodici-tredici anni. Un giorno lessi sull’Espresso di un convegno di poesia di quattro giorni, che in chiusura avrebbe avuto un evento a iscrizione libera, del tipo “dilettanti allo sbaraglio”. Partecipai, assieme ad altri, e Elio Pagliarani, che era in sala, disse “Io quel gruppo lo pubblico tutto!” Avevo diciotto anni. Ricordo che uno del gruppo era Antonio De Rosa, un bravo musicista; un’altra era Chiara Scalesse, una poetessa che poi ho perso di vista; gli altri non li ricordo più. Pagliarani pubblicò quelle nostre poesie su rivista, io continuai a scrivere e frequentai anche un suo laboratorio, qualcosa di mio uscì anche su Nuovi Argomenti, ma per il libro ci vollero ancora diversi anni: un mio amico, che conosceva il direttore di Feltrinelli di allora, Aldo Tagliaferri, uomo di grande cultura, mi accompagnò a Milano e me lo fece conoscere. Tagliaferri disse che apprezzava il mio lavoro, e in effetti mi pubblicò, ma solo dopo altri tre anni. Così uscii nell’80: avevo ventitré anni, che per un esordiente sono pochi, è vero, ma è anche vero che ero stato in coda fuori dalla sala per cinque anni.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Sono cambiate le dimensioni vitali. Ho cominciato da ragazzo, un liceale che viveva in una tranquilla famiglia borghese, poi sono andato a vivere da solo, poi sono arrivati i figli, i viaggi… La scrittura è rimasta, adattandosi, ma credo di essere sempre stato segnato da un profondo senso di fatica. Scrisse Cardarelli: la mia fatica è mortale. Ne ho fatto il mio motto.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Direi, su tutto il resto, le poesie di John Donne nella traduzione di Cristina Campo. Poi, quelle di Mandel’štam.

“Esisti” online?

Sono telematico a macchia di leopardo: come ho detto, lo smartphone e quella preziosa app oggi mi sono essenziali, inanello letteralmente doppi settenari nel telefonino; dall’altro lato però tutto il resto mi affatica molto: anche solo la posta elettronica. Per questo mi sono tenuto lontano dai social network. Credo sia un errore, specie riguardo la loro evidente utilità nel comunicare direttamente le cose nuove che escono, ma non avendo cominciato per tempo oggi è forse troppo tardi.

~

[28 – continua; le precedenti interviste: Mari, Moresco, Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

L'articolo Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-28-valerio-magrelli/feed/ 6
Antigone e gli scrittori dégagé https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/antigone-e-gli-scrittori-degage/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/antigone-e-gli-scrittori-degage/#comments Wed, 04 May 2016 12:32:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30826 Pubblichiamo di seguito un intervento di Valeria Parrella in risposta a un articolo di Paolo Di Paolo. Entrambi i pezzi sono usciti sull'Espresso, assieme a quelli di altri scrittori. Ringraziamo la testata e l'autrice (nell'immagine: morte di Hotspur).

di Valeria Parrella

“Se viviamo è per marciare sulla testa dei re” fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così  il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo).

Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla hỳbris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. Torno al 400 avanti Cristo e me ne vado a spasso per la letteratura europea – ma ha davvero un tempo e una latitudine, la letteratura? – per ragionare su quello che Paolo Di Paolo ha sostenuto la settimana scorsa su l’Espresso, in un articolo vibrante di passione.

L'articolo Antigone e gli scrittori dégagé proviene da Minima et Moralia.

]]>
hotspur

Pubblichiamo di seguito un intervento di Valeria Parrella in risposta a un articolo di Paolo Di Paolo. Entrambi i pezzi sono usciti sull’Espresso, assieme a quelli di altri scrittori. Ringraziamo la testata e l’autrice (nell’immagine: morte di Hotspur).

di Valeria Parrella

“Se viviamo è per marciare sulla testa dei re” fa dire Shakespeare a Hotspur nell’Enrico IV. È così  il Bardo: un intellettuale impegnato, al punto che la sua vis politica, traghettata dentro le opere, sale ancora sui nostri palcoscenici a dirci cosa appartiene all’uomo (quando egli è un Uomo).

Tiresia, nell’Antigone di Sofocle, mette in guardia Creonte dalla hỳbris, dalla tracotanza del tiranno di sapere cosa è giusto o meno fare non “per” i cittadini, ma “dei” cittadini, per esempio del loro corpo. Anche Sofocle era dunque un intellettuale engagé e usava lo stesso sistema di Shakespeare: faceva parlare i personaggi. Torno al 400 avanti Cristo e me ne vado a spasso per la letteratura europea – ma ha davvero un tempo e una latitudine, la letteratura? – per ragionare su quello che Paolo Di Paolo ha sostenuto la settimana scorsa su l’Espresso, in un articolo vibrante di passione.

Ho compreso che dicesse che, in un’epoca in cui i governanti mostrano irresponsabilità, l’intellettuale e lo scrittore debbano ingaggiarsi. È povera la stagione della nazione in cui chi ha voce non la usa per impegnarsi su ciò che accade nel mondo. Mi è parso un articolo preciso per ciò che affermava, ma fuorviante per ciò che ometteva. Procedendo per induzione, da lì venivano fuori dei macrotipi: c’è lo scrittore di primo tipo, quello che ha assunto una voce forte grazie al proprio talento e la utilizza per supportare questioni del mondo esterno, senza includerle nella propria produzione: scrive un appello per, scende in piazza con, va in tv contro (Erri De Luca si diceva, allora io dico Tiziano Scarpa assieme a una dozzina di scrittori del Nordest in Piazza dei Signori a Treviso contro le ordinanze razziste dei sindaci veneti).

C’è lo scrittore di secondo tipo: quello che, a volte, poiché una cosa del presente lo indigna particolarmente, lo muove o ne sa di più, ne scrive a parte: fa un reportage su un giornale, scrive un volume in una collana dedicata (Lagioia sul delitto Varani si diceva, allora io dico Zingari di merda di Antonio Moresco – Effigie). Poi c’è lo scrittore di terzo tipo: quello che lascia precipitare il presente nella propria opera (Zerocalcare si diceva, allora io dico Giuseppe Genna).

Infine uno scrittore di quarto tipo: quello che scrive così bene che, abbia o meno legami immediati con il presente: un giorno qualunque un lettore qualunque prenderà la sua parola e ne trarrà motivo di lotta per sé e per gli altri (tra i citati da Di Paolo ci si poteva riconoscere Pasolini, i miei esempi sono all’inizio di questo articolo). Però l’esperienza umana è una soltanto, non siamo compartimenti stagni ma persone, e perfino io non sono così sciroccata da pensare che gli intellettuali possano essere categorizzati come periodi ipotetici: e quindi  le idee circolano, i flussi di pensiero e i campi semantici che li abitano o forse li regolano, gli interessi e gli amori: si mescolano, o meglio si dice in napoletano “ si imbrogliano”.

Massimiliano Virgilio è più ingaggiato quando scrive “Porno ogni giorno” (Laterza), per parlare del degrado umano che si consuma alle periferie delle nostre città, o quando va nel penitenziario minorile di Nisida a fare laboratori ? Quando scrive un reportage da Scampia su il Venerdì di Repubblica, o quando organizza da volontario l’unica festa del libro di Napoli o quando in “Arredo casa e poi mi impicco” (Rizzoli) racconta il baratro esistenziale di un trentenne che è tutti i trentenni?

Voglio dire che non credo che il mondo delle lettere si possa spartire tra uno scrittore che se ne frega di quello che accade fuori e si ripara sicuro tra le sue carte, e un altro che si stende sui binari assieme ai disoccupati. Soprattutto perché dietro le proprie carte non si è mai al sicuro. Uno scrittore mentre scrive frigge, e quando esce fuori con un articolo o un libro: rischia. Dal disinteresse al linciaggio. Se non scrive libri pensando alle fette di mercato, alle tasche degli adolescenti, se non ammicca al lettore, se non pensa che da quel libro ci si potrà cavare un film, cioè se è onesto intellettualmente, lo scrittore rischia, e dico: rischia ogni cosa perché dopo, dopo quel libro, dopo tre giorni da quell’articolo non ha più nulla. Diventa quella parola scritta che se ne è andata.

Paolo Di Paolo lo sa, che c’è più amore di quello che dichiarava lui nell’articolo (è proprio questa la bellezza di quell’articolo: che egli stesso affermando che serve l’ingaggio si ingaggia; annichilendosi nella prima plurale dei “cantastorie”, si chiama all’azione).

Erri de Luca e Michela Murgia, portati a giusto esempio come impegnati, hanno una voce calda ed esatta, e hanno anche una voce forte. Avere una voce forte significa potersi far sentire. Ma questo ultimo aspetto non dipende solo da loro: il megafono è un concertato tra tre agenti: il sé, il pubblico (utilizzo il termine nell’accezione latina, “che appartiene a tutto il popolo”) e il tramite tra i due: i media. Se i media fanno da cassa di risonanza per le battutine liquidatorie del ministro Boschi ci vuole una voce enorme, come quella di Saviano, per rispondere confidando in eguale risonanza.

Gli esempi che qui riprendo da Paolo Di Paolo sono quelli di tre scrittori che l’attenzione se la sono conquistata scrivendo, e va a loro onore, ma non può andare a disdoro degli altri il non riuscire a ottenere la stessa visibilità. Quando Loredana Lipperini, Ermanno Rea e Franco Arminio si candidarono nelle liste di L’altra Europa con Tsipras (non male come impegno anti-renziano), dai palchi dei comizi dicevano della questione meridionale, dei paesaggi offesi e vilipesi, del corpo delle donne. Bisognava ascoltarli. Ma chi ha potuto? Sono bastati gli accorati e pensati richiami di Aldo Masullo e di Maurizio Braucci ad arginare il craxiano appello di Renzi al disingaggio referendario? No. Serviva qualcuno che desse loro uguale spazio. Qualche giorno fa Valerio Magrelli sulle pagine romane de La Repubblica ha scritto un pezzo sull’inclusione scolastica. Parlava del presente e non lo faceva in versi, ma in quanti l’hanno letto?

I Wu Ming fanno caso a sé proprio per questo e per questo anche vanno ricordati: hanno scelto di non utilizzare parte dei media, di non apparire in tv, e manco in occasioni pubbliche ufficiali, di “apparato”. Fa parte del loro essere impegnati, è proprio dal loro impegno civile che nasce questa forma di protesta: che io credo racconti quanto raramente ci si possa fidare di ciò che è eclatante. Cosa è un gesto forte? Quale quello a cui dare udienza? Vogliono, le televisioni, parlare per tre giorni de “I piccoli maestri” e di tutti gli intellettuali che vi prendono parte? La stampa vuole fare a gara a chi lancia prima l’itinerario 2016 di Repubblica nomade? Piuttosto mi pare che ai media interessi l’episodio eccellente, e diano pochissimo credito, seguito e spazio a chi costruisce con pazienza nel tempo.

Se non hai una voce amplificata te ne resta una melismatica: quella della letteratura, che è una voce necessariamente lenta. La letteratura non crea instant book, abbisogna di tempo, e quel tempo può durare pure vent’anni, pure cento. Magari ne duri cento, cinquecento, mille: che qualcuno torni a essere “cantastorie” come Sofocle, che si possa venir citati come Harry Percy di Northumberland nell’Enrico IV.

L'articolo Antigone e gli scrittori dégagé proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/antigone-e-gli-scrittori-degage/feed/ 19
Valerio Magrelli: dal silenzio del poeta al sangue amaro https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/valerio-magrelli/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/valerio-magrelli/#comments Mon, 25 May 2015 16:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24762 Dopo qualche anno di pausa la rivista Il Cristallo, fondata in origine nel 1958 da un gruppo di intellettuali bolzanini, riparte con una nuova redazione e una nuova veste grafica: pubblichiamo un profilo di Valerio Magrelli scritto da Giovanni Accardo. Per il momento la rivista è solo cartacea. (Fonte immagine)

di Giovanni Accardo 

L’incontro con Valerio Magrelli alla Biblioteca Civica di Bolzano (mercoledì 11 giugno) è stata l’occasione per ripercorrere la storia di uno dei più significativi e originali poeti contemporanei. Il suo esordio data al 1980, con Ora serrata retinae (Feltrinelli), titolo che sembra l’emistichio di un verso di Virgilio, mentre è il margine frastagliato della retina, cioè la linea oltre la quale l’occhio risulta percettivo. L’attenzione del poeta, infatti, è rivolta a sottolineare il rapporto ambiguo, spesso misterioso, che c’è tra lo sguardo e gli oggetti. Attraverso l’uso costante di un lessico preciso, che tenta di penetrare dentro gli oggetti, un lessico spesso scientifico e una sintassi cristallina, il poeta compie una sorta di investigazione razionale di ciò che lo sguardo vede. Il tentativo è quello di tradurre in scrittura la percezione visiva di un mondo assolutamente materiale, privo di qualunque slancio metafisico; è come se gli oggetti possedessero un’identità e una storia propria, cui noi possiamo solo tentare di avvicinarci.

L'articolo Valerio Magrelli: dal silenzio del poeta al sangue amaro proviene da Minima et Moralia.

]]>
valerio-magrelli-e-libreria

Dopo qualche anno di pausa la rivista Il Cristallo, fondata in origine nel 1958 da un gruppo di intellettuali bolzanini, riparte con una nuova redazione e una nuova veste grafica: pubblichiamo un profilo di Valerio Magrelli scritto da Giovanni Accardo. Per il momento la rivista è solo cartacea. (Fonte immagine)

di Giovanni Accardo 

L’incontro con Valerio Magrelli alla Biblioteca Civica di Bolzano (mercoledì 11 giugno) è stata l’occasione per ripercorrere la storia di uno dei più significativi e originali poeti contemporanei. Il suo esordio data al 1980, con Ora serrata retinae (Feltrinelli), titolo che sembra l’emistichio di un verso di Virgilio, mentre è il margine frastagliato della retina, cioè la linea oltre la quale l’occhio risulta percettivo. L’attenzione del poeta, infatti, è rivolta a sottolineare il rapporto ambiguo, spesso misterioso, che c’è tra lo sguardo e gli oggetti. Attraverso l’uso costante di un lessico preciso, che tenta di penetrare dentro gli oggetti, un lessico spesso scientifico e una sintassi cristallina, il poeta compie una sorta di investigazione razionale di ciò che lo sguardo vede. Il tentativo è quello di tradurre in scrittura la percezione visiva di un mondo assolutamente materiale, privo di qualunque slancio metafisico; è come se gli oggetti possedessero un’identità e una storia propria, cui noi possiamo solo tentare di avvicinarci.

“Ammirevole è la vita delle cose”, recita un verso; gli oggetti, però, si nascondono, sembrano parlare per enigmi. Siamo in presenza di una poesia che attinge alla filosofia e alla scienza. Alla base ci sono gli studi di Berkeley (filosofo empirista del ‘700), c’è la sua teoria della visione, ma c’è anche la poesia francese, la lezione di Valery e la poetica degli oggetti di Ponge. Gran parte delle poesie nascono alla metà degli anni ’70, anni drammaticamente rumorosi, segnati da manifestazioni e scontri di piazza. Il poeta, tuttavia, si chiude al mondo, preferisce il silenzio e la scrittura, in una sorta di estraneità nei confronti del presente, quasi a voler prendere le distanze dalla sua generazione, come indica chiaramente la poesia che recita: “Preferisco venire dal silenzio/per parlare. Preparare la parola/con cura, perché arrivi alla sua sponda/scivolando sommessa come una barca.”

Il secondo volume, Nature e venature (Mondadori, 1986, premio Viareggio), è sicuramente quello che consacra Magrelli e che segna, a mio parere, il punto più alto della sua poetica. Ancora una volta il titolo è all’insegna dell’ambiguità e del gioco di parole, perché dentro il termine venature è racchiuso anche il primo, nature. Come spiega l’autore stesso: “Volevo che il vocabolo venatura (di solito associato a un universo decorativo, grazioso, composto) rivelasse al suo interno una parola come natura, che per me ha sempre avuto un senso oscuro e geologico. Come dentro a venatura si cela una parola inquietante e traumatica, così questi testi, dietro a un’apparente compostezza, avrebbero dovuto far intravedere la presenza del disordine sottostante.” E infatti, la realtà appare corrosa, scalfita, abrasa, rigata, screziata, logorata, scheggiata; domina una poetica degli oggetti che è figlia della poesia di Eliot e di Montale.

Spesso essi sono immersi in uno spazio in cui le presenze umane mancano, dove prevale, piuttosto, lo spazio della casa abitato dagli oggetti domestici, oppure lo spazio condominiale, come in una delle poesie della sezione In giro: “Non sono di nessuno/le terrazze condominiali./Vi si lasciano i panni/ad asciugare,/i panni del deserto./Sono altopiani vasti,/vasti e disabitati,/abbandonati ad un’infanzia aerea.” Qui l’inappartenenza e l’anonimato sono suggeriti dall’impiego del costrutto negativo (non sono di nessuno), dal si impersonale, dal prefisso privativo (disabitati), dai lessemi: lasciano, deserto, abbandonati. Sempre di più gli oggetti assumono vita propria, tuttavia senza sfociare nell’onirico, ma sempre osservati e descritti da uno sguardo vigile e razionale. Siamo nell’orbita di quella sliricizzazione che caratterizza la prima raccolta e che ora si fa più evidente, con poesie che sembrano ricordano le nature morte di Morandi o le piazze metafisiche di De Chirico.

Esercizi di tiptologia (Mondadori, 1992, premio Montale) segna una svolta nella sua poesia, sia per la presenza di poesie in prosa o vere e proprie prose, come Terra nera oppure Moore bianco, testo dedicato alle sculture di Henry Moore, sia per la comparsa dell’elemento comico, che sarà molto più marcato nella raccolta successiva; inoltre, accanto alle prose compaiono pagine diaristiche. Il senso dominante non è più la vista, o non solo essa, ma l’udito, il ronzio del mondo; d’altronde il termine “tiptologia” si riferisce sia ai colpi alle pareti che i carcerati si scambiano per comunicare tra di loro, sia al battere sul tavolo durante una seduta spiritica per richiamare le anime dell’aldilà.

Le poesie non indicano certezze, piuttosto sollevano dubbi, ribaltano la tranquilla abitudine percettiva delle cose, fanno intuire l’esistenza di un mondo inatteso. Il poeta non si sottrae alla sfida con la contemporaneità, senza tuttavia cedere il passo al non senso, ma procede con decisione dialettica, toccando con punte d’ironia e sarcasmo anche una prosa saggistica che si accende e si illumina sotto spinte filosofiche e civili, come per attrito tra generi più o meno tradizionali.

Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi, 1999) conferma la svolta rappresentata dalla precedente raccolta e si presenta come un poemetto eroicomico che racconta l’antimateria poetica dei giornali, percorso da una forte tensione etica, definita da qualcuno pariniana. Vi si può scorgere il rapporto di amore-odio che lega il letterato ai mezzi di comunicazione, con poesie che hanno la forma dell’aforisma o dell’epigramma, come ad esempio: La legge morale dentro di me/l’antenna parabolica sopra di me. Il cielo stellato è stato sostituito dal piccolo schermo, come recita il titolo della poesia, il piccolo schermo s’intromette tra noi e la natura, tra noi e la nostra percezione del mondo. Ecco che il giornale diventa il luogo attraverso il quale raccontare le trasformazioni che l’uomo subisce oggi; il giornale, però, con la sua pretesa di raccontare oggettivamente il mondo, richiede delle postille, delle didascalie, appunto.

Tuttavia Magrelli non ha mai uno sguardo da moralista, perché, come scrive Alfonso Berardinelli, il suo è uno sguardo antropologico, uno sguardo allo specchio che include il poeta stesso, dove egli è il primo ad essere parte in causa. Il critico Franco Nasi ha definito questa raccolta un epicedio, cioè un componimento in morte di qualcosa. A morire è forse il giornale come fonte di cultura e di informazione. Se nelle precedenti raccolte era evidente l’isolamento dell’io poetico, la sua estraneità nei confronti della storia, con questa raccolta, come Magrelli stesso ha dichiarato, si passa da Eliot e dai poeti metafisici a Brecht, alla poesia civile, sia pure innervata di ironia. Un’ironia che è figlia del dadaismo, cui Magrelli si sente molto legato, avendovi dedicato un libro (Profilo del Dada, Laterza, 2006), e dal quale probabilmente discende il riuso delle parole vuote della quotidianità e del giornale per risemantizzarle, caricandole di significati nuovi.

L’ironia sfocia nel grottesco nella poesia Ecce Video, contenuta nella sezione Altre poesie nel volume che raccoglie la produzione poetica di Magrelli fino al 1992 (Poesie 1980-1992 e altre poesie, Einaudi, 1996). Ecce Video si compone di due parti, due sonetti di endecasillabi in rima, uno dei quali composto da monosillabi della lingua inglese (“goal, quiz, clip, news, spot, film, blob, flash, scoop, E.T.”), a sottolineare la fagocitazione dell’italiano da parte della lingua anglosassone, tema che ritornerà in una poesia della raccolta successiva, significativamente intitolata La lingua antropofaga. I due sonetti affrontano il rapporto fra vita reale e vita virtuale trasmessa attraverso il televisore, definito sfera di cristallo del presente. Fondamentale per capire il testo è la citazione in esergo, dove le iniziali dell’uomo trovato morto davanti al televisore acceso, dopo nove mesi dal decesso, E. H, richiamano nella mente del poeta l’Ecce Homo di cui narra Giovanni nel suo Vangelo. Magrelli, però, si domanda se il morto sia l’uomo o il televisore, in una sorta di scambio tra soggetto e oggetto, e difatti, nella terza strofa, la “carogna divorata dagli insetti” non è l’uomo ma il televisore che “frinisce e brilla breve/senza più palinsesti e albaparietti.”

Interrogarsi sui mezzi di comunicazione, giornali e televisione, significa interrogarsi sul rapporto che abbiamo con la realtà, ma soprattutto interrogarsi sulla lingua usata da tali media, una lingua sempre più corrosa dall’uso automatico che se ne fa e in cui le parole sono svuotate del loro significato; ne deriva una lingua sempre più afasica e sempre meno condivisa. Se è la lingua a creare una comunità, a mettere in comunicazione con gli altri, ora l’invasione di “creature biforcate e logo-immuni, invulnerabili alla verità”, strappa il poeta al suo sogno più caro: quello di “una lingua condivisa”, proprio perché comunicare significa “comunicarsi nella comunione di una parola comune.” Cito dalla poesia Addio alla lingua che chiude la penultima raccolta, Disturbi del sistema binario (Einaudi, 2006), tutta costruita sulla contrapposizione di coppie concettuali dialettiche: pubblico e privato, bene e male, guerra e pace, vita e morte. Con questo volume Magrelli indaga i disturbi che si insinuano in tali meccanismi binari fino al punto di incepparli. Da una parte abbiamo lo spazio pubblico che espone il soggetto al contatto coi suoi simili e lo coinvolge nelle dinamiche collettive, dall’altra lo spazio privato della casa, della memoria, dell’io.

La poesia che apre il volume s’intitola La guace, neologismo che nasce dalla mescolanza di guerra e pace, dove alla porta di Giano che restava aperta durante le guerre, in attesa del ritorno dei combattenti, si è sostituita la porta di Duchamp, cioè un gesto dada che non significa nulla, una porta che non apre e non chiude, oppure resta sempre chiusa e sempre aperta; come per dire che lo stato di guerra è permanente. La contemporaneità è dominata dalla macchina che fa largo uso del sistema binario: il computer; macchina con la quale il poeta si confronta volentieri, come nella poesia Si riparano personal (computer), attraverso gli strumenti poetici della grande tradizione letteraria, in questo caso una sestina di settenari, componimento dalla struttura molto complessa, inventato dal provenzale Arnaut Daniel e introdotto in Italia da Dante: ogni strofa è formata da sei parole-rima che si ripetono sempre uguali e ogni strofa inizia con l’ultima parola della strofa precedente (secondo un ordine chiamato di retrogradazione a croce).

Nel raccontare la contemporaneità, Magrelli non dimentica le tragedie del presente, ed ecco che nella poesia Su un’aria del turco in Italia compaiono i clandestini annegati; mentre in un’altra poesia ci sono “colonne di profughi che avanzano ciechi, perduti nella notte della loro identità.” Il male, tuttavia, non è solo all’esterno, nel mondo, esso può insinuarsi anche nelle sfere più protette e familiari dell’esistenza umana: che accidenti è successo, ci si domanda nella poesia Famiglia del poeta, se perfino dentro casa, nel reame della volontà buona, il nostro stesso volerci bene certe volte scotta?

Il confronto e direi il conflitto con la contemporaneità è centrale nell’ultima raccolta, Il sangue amaro (Einaudi, 2014) già a partire dalla sezione conclusiva che dà il titolo al libro intero. Come ha scritto Gabriele Pedullà, l’ispirazione poetica nasce sempre più spesso dall’inspirazione di un’aria avvelenata, l’aria del nostro tempo. Il sangue amaro è un volume piuttosto articolato, diviso in 12 sezioni, comprendente tre poemetti e poesie occasionali, poesie civili, dediche ad amici, artisti, poeti, come nella sezione di apertura, Coppie di nomi propri, dove compare un omaggio a un grande poeta, Edoardo Sanguineti, morto nel 2010 e per il quale non ci sono stati funerali di Stato.

I versi della poesia, però, formano un acrostico: Mike Bongiorno, definito pastore della merce, per il quale, invece, nel Tele-Stato, ci sono stati funerali di Stato. Il rapporto conflittuale col presente investe anche la sfera religiosa, accade nella sezione intitolata Otto volte Natale, otto poesie sul tema del Natale e della nascita; la festività cristiana, però, non viene celebrata semmai stigmatizzata. Qui compare un tema lucreziano/leopardiano: il dolore del vivere che comincia proprio con la nascita, fino al punto di scrivere che il vero sacrificio di Cristo non si consuma sul Golgota ma nella mangiatoia, cioè non è la crocefissione ma la nascita.

Il tema del male di vivere prosegue nella sezione successiva, dal titolo kirkegaardiano di Timore e tremore; qui Magrelli giunge a dire che mettere al mondo dei figli significa trasmettere un’infezione, come si legge nella poesia Il traditore: “Ho infettato i miei figli trasmettendogli vita./Per tollerarla l’ho disseminata/alimentando ciò da cui fuggivo.” E tuttavia, dare vita, costruire una rete di legami affettivi – ancora una volta in chiave leopardiana – è l’unico modo per evitare il suicidio, perché morendo si perderebbero proprio gli affetti, come il poeta dichiara in un’altra poesia, Cerbero.

Se al suo esordio il giovane Magrelli preferiva il silenzio della parola poetica alle manifestazioni politiche e agli scontri di piazza, ora è un altro rumore a dominare il presente, a impedire un rapporto pacifico col mondo: la volgarità, la petulante invadenza dei vicini, la musica ad alto volume nei negozi e nei locali pubblici, le risse in televisione; persino dall’asciugacapelli giungono voci, i suoni indistinti di una folla che fugge e che poi diventano urla, minacce, spari: alimentando il sangue amaro. Il poeta prova ad invocare: Rumore, fa’ silenzio, come avviene nella poesia omonima, ma la realtà schiaccia il soggetto, alimenta l’odio, la rabbia, la frustrazione che si trasformano in sangue amaro. Allora non resta che tentare la via del raccoglimento, fare i conti con la propria debolezza, compagna inseparabile della vita, motore e insieme orrore dell’esistenza, corpo e anima, entrambi feriti e frantumati. E proprio Raccoglimento è il titolo di un sonetto di Baudelaire al quale Magrelli ha dedicato un saggio (Nero sonetto solubile, Laterza, 2010), uno dei frutti più originali del suo lavoro di studioso e critico letterario.

Come mai questo sonetto gode di una tale vitalità e ritorna, sotto forma ci citazione intertestuale o di riscrittura, in dieci autori della letteratura francese, da Valéry a Michaux, da Cèline a Prévost, da Colette a Nabokov, da Beckett a Queneau, da Perec a Houellebecq? Perché, prima di essere uccisa dal compagno (il cantante del gruppo rock Noir Désir), l’attrice Marie Trintignant invia alla madre un sms con l’inizio di questo sonetto? Dopo tanto interrogarsi, dopo tanto ricercare tra le parole degli altri – scrittori, poeti, critici letterari – ci dà la sua personale versione di Raccoglimento.

Magrelli è al contempo poeta e studioso, traduttore e critico letterario, e la sua poesia si alimenta di tutte queste attività, in uno scambio continuo e fecondo; perciò essere poeta non significa soltanto comporre versi, ma interrogarsi sui segreti e sulle dinamiche di tale attività, condurre il lettore dentro il proprio laboratorio, mentre l’autore costruisce il testo, sceglie le parole, riflette sul suo ruolo. “O forse sono cavie, queste poesie che scrivo,/per qualche esperimento concepite,/che tuttavia non so”, recita, infatti, un altro testo de Il sangue amaro. Insomma, nel fare poesia, Magrelli fa anche metapoesia, e oltre che con le contraddizioni e le ferite della quotidianità, fa i conti col mestiere del poeta.

L'articolo Valerio Magrelli: dal silenzio del poeta al sangue amaro proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/valerio-magrelli/feed/ 3
L’assedio di un figlio nell’esordio di Marco Peano https://minimaetmoralia.it/libri/lassedio-di-un-figlio-nellesordio-di-marco-peano/ https://minimaetmoralia.it/libri/lassedio-di-un-figlio-nellesordio-di-marco-peano/#comments Tue, 24 Feb 2015 09:19:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25418 Pubblichiamo la recensione di Giorgio Vasta, uscita sul manifesto, sul romanzo d'esordio di Marco Peano L'invenzione della madre. Vi segnaliamo due appuntamenti con Marco Peano: oggi, martedì 24 febbraio, alle 19 alla libreria Therese di Torino con Vincenzo Latronico; domani, mercoledì 25, alle 19 alla libreria Centofiori di Milano con Michele Mari. Qui tutti gli incontri in calendario. (Immagine: Salvador Dalì, Donna seduta)

«Io gli giro intorno: con circospezione, con impazienza, con rabbia». La prima frase di Le parole tra noi leggere di Lalla Romano, il libro in cui la scrittrice piemontese descrive il legame con il figlio, individua una specifica declinazione della forma romanzo: non tanto il racconto mobile di fatti tra loro concatenati, quanto il progressivo accerchiamento di un’unica figura. Non il divenire ma il circoscrivere, non la fluidità bensì la stasi; non – ancora – l’illustrazione di ciò che accade bensì l’estrazione se non l’estorsione di un senso da ciò che di senso appare privo.

L'articolo L’assedio di un figlio nell’esordio di Marco Peano proviene da Minima et Moralia.

]]>
Sırttan-Resmedilmiş-Oturan-Genç-Kız-Seated-Girl-Seen-from-the-Back

Pubblichiamo la recensione di Giorgio Vasta, uscita sul manifesto, sul romanzo d’esordio di Marco Peano L’invenzione della madre. Vi segnaliamo due appuntamenti con Marco Peano: oggi, martedì 24 febbraio, alle 19 alla libreria Therese di Torino con Vincenzo Latronico; domani, mercoledì 25, alle 19 alla libreria Centofiori di Milano con Michele Mari. Qui tutti gli incontri in calendario. (Immagine: Salvador Dalì, Donna seduta)

«Io gli giro intorno: con circospezione, con impazienza, con rabbia». La prima frase di Le parole tra noi leggere di Lalla Romano, il libro in cui la scrittrice piemontese descrive il legame con il figlio, individua una specifica declinazione della forma romanzo: non tanto il racconto mobile di fatti tra loro concatenati, quanto il progressivo accerchiamento di un’unica figura. Non il divenire ma il circoscrivere, non la fluidità bensì la stasi; non – ancora – l’illustrazione di ciò che accade bensì l’estrazione se non l’estorsione di un senso da ciò che di senso appare privo.

L’invenzione della madre, romanzo d’esordio di Marco Peano (minimum fax), è la storia di un assedio. Quello in cui, sulla falsariga del libro di Lalla Romano, un figlio stringe una madre – la storia della sua morte e della sua vita, il tempo che precede la fine e il tempo che la segue. Concentrandosi ostinatamente (fino all’autoipnosi) sulla inconcepibilità della scomparsa, la scrittura crea un nesso, in teoria paradossale ma in realtà del tutto logico, tra il trauma e l’incanto. Perché – ed è solo una tra le ragioni per le quali l’esordio di Peano lascia ammirati – quando il dolore prende il sopravvento, lo stato di sospensione che subentra ha qualcosa di simile allo stupore. Il lutto, allora, non si limita a essere un periodo da elaborare, offrendosi semmai come un punto di vista sul mondo; come qualcosa, cioè, che trascendendo la contingenza si fa perdurante escatologia.

Fin dal principio Mattia, il protagonista del romanzo – ventisei anni, studi di cinema interrotti, commesso in una videoteca, il quotidiano come un fermo immagine –, consegna se stesso alla registrazione insieme ossessiva e delicata di ogni fenomeno connesso alla morte della madre. Dalla notizia della sua seconda caduta domestica, segnale della recidiva del tumore, che arriva via cellulare mentre Mattia è seduto in macchina, il finestrino che lascia penetrare il freddo nell’abitacolo («Si era trattato semplicemente di un repentino abbassamento della temperatura: eppure la morte di ogni organismo avviene così»), all’istante in cui nello schermo spento della tv è riflesso il corpo della madre appena morta, al giorno nel quale, dopo la fine, il figlio estrae il termometro dall’astuccio per misurarsi la febbre e si rende conto che il 38.5 segnato dalla colonnina di mercurio è «l’ultima temperatura della madre, un paio d’ore prima che morisse», Mattia è condannato a quella che percepisce come un’autopsia del presente. Vale a dire che non può far altro che vedere corrispondenze, coincidenze, situazioni che accidentalmente eppure inevitabilmente si mettono in rima: esplorare metafore, studiare etimologie. Perché laddove, al cospetto della morte, tutto perde senso, allora tutto deve avere senso, ogni particella di realtà è sintomatica e rivelatrice, il significato deve nidificare ovunque.

E nonostante ciò tutto resta intollerabile e l’indagine non conduce a nulla se non a immaginare di poter conservare il fiato della madre in una serie di palloncini così da poterne affrontare la mancanza futura inalandone il respiro. Viene in mente il James Ellroy di I miei luoghi oscuri – a sua volta la storia di un’indagine, quella sull’omicidio della madre dello scrittore californiano («La sua morte aveva corrotto la mia immaginazione e mi aveva fornito doni che avrei potuto sfruttare»), la scena in cui, raggiunto il magazzino prove e reperti dove è archiviato ciò che la donna indossava al momento dell’assassinio, il figlio porta al viso reggiseno calze e vestito annusando la stoffa in cerca di un odore.

Ed è forse proprio nell’euforia e nella frustrazione suscitata dall’inseguimento della vita molecolare che il romanzo di Marco Peano trova il suo fondamento. Mattia vuole assorbire la madre e vuole esserne assorbito, vuole sciogliersi in lei e dissolverla – così preservandola per sempre – nel suo stesso corpo. La confusione identitaria non è temuta e rischiata bensì desiderata e tenacemente perpetrata. Sentire la mancanza è una condizione insuperabile nonché biunivoca: «Mattia non solo sente la mancanza di sua madre, ma sa che lei, ovunque sia, qualunque cosa sia – puro spirito, energia, pensiero, nulla assoluto – avverte (in misura ancora maggiore, eterna) la mancanza di lui».

Siamo oltre ogni vincolo razionale, dunque esattamente nel luogo in cui la letteratura deve avventurarsi. Lo stesso luogo perlustrato anche in Geologia di un padre – ancora un libro dove chi genera è un continente e chi è stato generato usa la scrittura come una bussola –, quando Valerio Magrelli scrive: «Mi guardo attraverso i suoi occhi: ci siamo morti entrambi, reciprocamente». E poco oltre: «Morendo, lui ha perso suo figlio».

E dunque, se la fine di chi ci ha generati è una vertigine, se non essere più percepiti dalla madre ci fa scomparire a noi stessi, allora inventare – invenire, trovare, scoprire – è un modo per coesistere con la fine medesima. Bellissimo ed emblematico in tal senso ciò che accade nel tempo minimo e infinito che precede la morte, quando Mattia legge un libro alla donna che accanto a lui è sprofondata nell’incoscienza: «Il figlio immagina le frasi da lui pronunciate riempirle il corpo. Toccarsi tra loro, urtarsi – le lettere che s’agganciano, che formano organi di sintassi, intestini grammaticali. Le parole si infrangono e ricombinano come solo le onde. Mescolandosi, danno origine a termini nuovi. Una seconda circolazione sanguigna che percorre il corpo della madre e lo rigenera».

L’invenzione della madre è un romanzo negromante in cui la scrittura è colonna vertebrale della mancanza. Ed è un romanzo che per duecentocinquanta pagine, pur non facendo altro che mettere in scena una lingua mite e attenta, si trattiene dal pronunciare una singola specifica parola, una parola-ordigno impudica e perfetta, originaria e insostenibile, l’articolazione elementare delle labbra che si schiudono e si richiudono e di nuovo si schiudono per dare alla luce, dalla bocca, il suono primo in cui ogni madre è nutrimento e dubbio. Una parola che, a forza di venire taciuta, viene poco a poco guadagnata, meritata, resa possibile e necessaria soltanto in conclusione del libro. Nel momento in cui comprendiamo che l’assedio non può avere termine e che la letteratura – ciò che usiamo per prenderci cura dell’incurabile – serve a renderlo illimitato.

L'articolo L’assedio di un figlio nell’esordio di Marco Peano proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/lassedio-di-un-figlio-nellesordio-di-marco-peano/feed/ 2
Nell’occhio di chi guarda https://minimaetmoralia.it/fiction/nellocchio-di-chi-guarda/ https://minimaetmoralia.it/fiction/nellocchio-di-chi-guarda/#respond Fri, 20 Jun 2014 08:43:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21628 Il 16 giugno è uscito, pubblicato da Donzelli, Nell'occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all'immagine, a cura di Clotilde Bertoni,  Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti, e con postfazione di Stefano Chiodi. A ventitré fra narratori, poeti, registi teatrali e cinematografici è stato chiesto di scegliere un'immagine e di descriverla, o commentarla; variazione sul tema classico dell'ekphrasis, ma anche esperimento sul senso della relazione tra visivo e scritto in epoca contemporanea. Hanno partecipato Roberto Andò, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Filippo D'Angelo, Elio De Capitani, Giorgio Fontana, Gabriele Frasca, Nadia Fusini, Andrea Inglese, Helena Janeckzek, Valerio Magrelli, Guido Mazzoni, Enzo Moscato, Tommaso Pincio, Vincenzo Pirrotta, Laura Pugno, ricci/forte, Alessandra Sarchi, Walter Siti, Domenico Starnone, Federico Tiezzi ed Emanuele Trevi.

Pubblichiamo il contributo di Filippo D'Angelo ringraziando l'autore, i curatori e l'editore.

Mundonarco

Non lo vedevo da dieci anni, ma ne riconobbi il profilo intento alla contemplazione di un’urna funeraria. All’epoca dei nostri studi in Normale, eravamo stati buoni amici: avevamo condiviso le stesse indifferenze e idiosincrasie. Mi avvicinai e gli posi una mano sulle spalle. Guido si voltò e ci abbracciammo.

Il suo viso era meno cambiato del mio, manteneva una patina di giovinezza, come se, per un prodigio a me ignoto, fosse riuscito ad arginare le derive del tempo. Iniziammo a conversare e scoprimmo di trovarci in una situazione di perfetta specularità: io insegnavo letteratura italiana in Francia e avevo appena avuto un figlio con una donna che abitava a Roma; Guido insegnava letteratura francese in Italia e aspettava una figlia da una ragazza che viveva a Parigi. Ci dividevamo entrambi fra i due Paesi, in un’esitante aspirazione da transfughi. Scherzammo sulla simmetria dei nostri destini e decidemmo di visitare insieme ciò che restava di Teotihuacán, la Cité des Dieux.

L'articolo Nell’occhio di chi guarda proviene da Minima et Moralia.

]]>
MASK_V01

Il 16 giugno è uscito, pubblicato da Donzelli, Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine, a cura di Clotilde Bertoni,  Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti, e con postfazione di Stefano Chiodi. A ventitré fra narratori, poeti, registi teatrali e cinematografici è stato chiesto di scegliere un’immagine e di descriverla, o commentarla; variazione sul tema classico dell’ekphrasis, ma anche esperimento sul senso della relazione tra visivo e scritto in epoca contemporanea. Hanno partecipato Roberto Andò, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Filippo D’Angelo, Elio De Capitani, Giorgio Fontana, Gabriele Frasca, Nadia Fusini, Andrea Inglese, Helena Janeckzek, Valerio Magrelli, Guido Mazzoni, Enzo Moscato, Tommaso Pincio, Vincenzo Pirrotta, Laura Pugno, ricci/forte, Alessandra Sarchi, Walter Siti, Domenico Starnone, Federico Tiezzi ed Emanuele Trevi.

Pubblichiamo il contributo di Filippo D’Angelo ringraziando l’autore, i curatori e l’editore.

Mundonarco

La loro concezione del mondo si oppone diametralmente e singolarmente a quella che agisce nelle nostre prospettive di attività. La consumazione aveva nel loro pensiero un posto non minore di quello che la produzione ha nel nostro. Non erano meno preoccupati dal sacrificare di quanto noi non lo siamo dal lavorare.

Georges Bataille, La parte maledetta

Il mio corpo è fatto della stessa carne del mondo.

Maurice Merleau-Ponty, Il visibile et l’invisibile

Non lo vedevo da dieci anni, ma ne riconobbi il profilo intento alla contemplazione di un’urna funeraria. All’epoca dei nostri studi in Normale, eravamo stati buoni amici: avevamo condiviso le stesse indifferenze e idiosincrasie. Mi avvicinai e gli posi una mano sulle spalle. Guido si voltò e ci abbracciammo.

Il suo viso era meno cambiato del mio, manteneva una patina di giovinezza, come se, per un prodigio a me ignoto, fosse riuscito ad arginare le derive del tempo. Iniziammo a conversare e scoprimmo di trovarci in una situazione di perfetta specularità: io insegnavo letteratura italiana in Francia e avevo appena avuto un figlio con una donna che abitava a Roma; Guido insegnava letteratura francese in Italia e aspettava una figlia da una ragazza che viveva a Parigi. Ci dividevamo entrambi fra i due Paesi, in un’esitante aspirazione da transfughi. Scherzammo sulla simmetria dei nostri destini e decidemmo di visitare insieme ciò che restava di Teotihuacán, la Cité des Dieux.

La gran parte degli oggetti esposti erano manufatti sepolcrali: maschere di serpentina, alabastro o basalto; statuette di onice e diorite; urne e vasi di terracotta. Le figure umane ubbidivano tutte a un’unica tipologia facciale: in forma di trapezio rovesciato, con gli occhi socchiusi e la bocca semiaperta da un moto sciamanico di estasi. Io e Guido tentennavamo fra i resti di questa scenografia mortuaria, incerti se abbandonarci all’ipnosi o alla noia. L’assenza di un umanistico appiglio di comprensione invitava alla pace dell’intelletto. La città degli Dei, centro economico fra i più ricchi dell’America precolombiana, era fiorita grazie alla prassi dei sacrifici umani, rito preliminare alla costruzione o all’ingrandimento di edifici pubblici. Nessuna traccia rimaneva, nella mostra, di quella impietosa macina di corpi; ma ogni reperto chiuso in bacheca sprigionava un senso di sacra sonnolenza.

Continuammo la nostra incursione fra le macerie di Teotihuacán scambiandoci notizie sui reduci della Normale. In molti insegnavano ormai all’università o al liceo, alcuni lavoravano nell’editoria, altri si erano affaccendati in cose che nulla c’entravano con la cultura e altri ancora non si capiva come campassero. Su tutti svettava – ed era, ai miei occhi, il solo che davvero potesse conservare il proprio volto di allora – un anemico giovinastro meridionale: Carmelo, lo studente più erudito e brillante della nostra tornata, il quale, dopo una tesi di laurea sull’antropologia leopardiana, aveva abiurato la letteratura per entrare nella Scuola Superiore di Polizia. Si era poi guadagnato una posizione di spicco nella Direzione Investigativa Antimafia, specializzandosi nel traffico internazionale di stupefacenti. Guido lo aveva incrociato a Roma pochi mesi prima. Erano andati a bere insieme una birra e Carmelo gli aveva accennato alle proprie inchieste sul rapporto fra la ’Ndrangheta e il cartello messicano dei Los Zetas. Fu in quell’occasione che gli parlò di Mundonarco.

Il sito www.mundonarco.com raccoglie un’ingente documentazione filmica e fotografica sui crimini perpetrati dai narcotrafficanti: esecuzioni, torture, stupri, scuoiamento e macellazione di cadaveri. Le immagini dei video, girate dai carnefici, sono spesso puntellate da allegre melodie folcloristiche, il genere di musica che viene suonato e cantato nei ristoranti messicani per turisti. In coda a ogni filmino è aperto uno spazio per i commenti; in cima sono presenti il loghi di Twitter e di Facebook, con i relativi indici di gradimento. Il sito si presenta come un blog di denuncia sociale, “por un México mejor”.

Mentre Guido mi iniziava agli arcani di Mundonarco, eravamo giunti alla fine dell’esposizione Teotihuacán. Ci soffermammo in silenzio di fronte all’ultimo e più impressionante oggetto della mostra: una grande maschera di pietra verde scuro, scheggiata di netto sul lato sinistro e raffigurante il solito volto trapezoidale, ma, quest’ultimo, scosso dal torpore della propria trance, come fosse in procinto di gemere o gridare, con la bocca sospesa in un’assenza temporanea di suono.

Una volta fuori dal Museo del Quay Branly, ricominciammo a parlare. Il discorso cadde nuovamente su Carmelo, di cui lodammo con benevola invidia la scelta di essersi allontanato dal proprio centro di gravitazione culturale. Durante una pausa della conversazione, ci chiedemmo se prolungare il nostro incontro con un aperitivo. Ma Guido era atteso presto per cena e, dopo un’esitazione generosa, mi disse che purtroppo doveva rientrare a casa. Ci scambiammo i numeri di telefonino con la promessa di risentirci presto, poi ci allontanammo ciascuno verso la propria stazione della metropolitana.

Nel tragitto di ritorno, ripensai a Carmelo, a Teotihuacán, a Guido e ai narcotrafficanti, sovrapponendo fantasmi e reminiscenze in un fragile palinsesto interiore. Quando giunsi a casa, mi precipitai sul computer per connettermi subito a internet. Aprii la pagina di Mundonarco e presi a scorrerne la lunga successione di post: Los Zetas decapitan a un miembro del Comandante Diablo, El Comando del Diablo descuartizan a dos de los Zetas, El Cartel de Juárez masacran a una familia completa, 14 descuartizados en un camión en Ciudad Mante, El Cártel del Golfo torturan al hermano de un procurador

Prima di decidermi a lanciare uno dei video, provai a chiamare Anna su Skype, per accertarmi che lei e il bambino stessero bene. L’account squillò a vuoto. Sperai che fossero occupati in una delle pratiche ancestrali da cui, trovandomi lontano, mi sentivo doppiamente escluso: quiete, abluzioni e nutrimento. Aprii il più recente tra i filmini e fissai le immagini fluire sullo schermo. Un giovane uomo, seduto su uno sgabello e con le mani legate dietro la schiena, circondato da tre carcerieri incappucciati, veniva sottoposto a interrogatorio da una voce fuoricampo. La postura insaccata del busto lasciava trasparire assoluta rassegnazione e indifferenza, così come l’opacità dello sguardo e della voce. Il tono monocorde dell’inquisitore prorompeva dallo stesso baratro di apatia. Sembravano entrambi d’accordo sulla totale insignificanza della vita, e sull’opportunità di affrettarne la fine. Dopo un’ultima risposta del morituro, il carnefice gli poneva un coltellaccio sotto il mento e gli squarciava la carotide. Il corpo cadeva per terra di lato, perdendo meno sangue di quanto si sarebbe potuto immaginare. Quindi cominciava, compiuto con la stessa impassibilità, il lungo rito di decapitamento e macellazione.

Guardai altri video, ricevendone un’impressione di imperturbabile uniformità. Come nelle gallerie d’immagini dei siti porno, gli attori delle scene di massacro avevano gesti e attitudini interscambiabili, nel segno di una neutralità mortifera. Peggio: sembravano già defunti, agire in stato di assenza, mossi da una determinazione oltretombale. La replica infinita di un necrocidio.

Avevo appreso dalla mostra Teothiuacán come, già nella Mesoamerica precolombiana, lo scuoiamento fosse una procedura successiva al sacrificio delle vittime. La meticolosità documentaria dei narcotrafficanti tendeva però ad astrarsi da questo passaggio cerimoniale: il più delle volte balzava, senza tappe intermedie, dall’uccisione del prigioniero al macellamento delle sue membra già scorticate. Ma, d’un tratto, la sequenza ripetitiva dei crimini fu spezzata da un’epifania. Avevo appena cliccato su Mujer sicaria decapita a un Zeta y luego lo descuartizan y le arrancan la piel de la cara, quando, in un proscenio notturno, illuminato dal solo bagliore di una torcia, apparve una donna sui cinquant’anni, di aspetto molto curato, con in mano una specie di sciabola. Accanto a lei, un ventenne sosteneva fra le braccia il cadavere di un coetaneo. La donna iniziava a tranciarne la gola con perizia, rivolgendo sorrisi incantatori all’occhio della videocamera. Come negli altri filmini, la decollazione si dimostrava pratica malagevole. Avveniva in un crepitio di scatti muscolari e sussulti nervosi, cozzando insistentemente contro la trama del tessuto umano.

Quando la testa si staccò infine dal busto, la decapitatrice ne espose un primissimo piano al cameraman: un volto con la bocca semiaperta e gli occhi socchiusi, non dissimile dalle figure sepolcrali di Teotihuacán. Ma era solo il principio. Un commilitone della donna irrompeva dal fuoricampo e cominciava a sbucciare il viso con un pugnale. Ne asportava corte strisce di pelle, affondando la lama in direzione delle ossa. Non appena la carne cominciò ad affiorare sotto il coltello, sperimentai il sentimento, per me nuovo, di un’immagine impossibile da guardare, un’immagine insostenibile, come se fosse la mia propria pelle ad essere incisa e dilaniata. Istintivamente mi portai le mani al volto; poi ebbi un conato di vomito e misi il video in pausa.

Distolsi gli occhi dal computer e fumai una sigaretta per calmarmi. A poco a poco le mie viscere si ricomposero in uno stato di quiete. La suoneria di Skype squillò. Era Anna. Risposi e vidi il suo sorriso comparire sullo schermo. La maternità le aveva tracciato brevi solchi agli angoli della bocca e degli occhi, segno delle veglie imposte dal dominio della natura. Il bambino si era finalmente addormentato, ma forti dolori allo stomaco lo avevano fatto piangere per più di due ore. Anna mi chiese se volevo vederlo. Dissi di sì e lei si alzò con il computer in mano, sconquassando la visuale del nostro appartamento. La videocamera di FaceTime contaminava la penombra coi bagliori opalini del suo sensore. Quando giunse sopra la culla, rivelò il corpo minuscolo di mio figlio, un corpo ancora privo di somiglianze stringenti, e di cui in quell’istante preciso pensai, forse per un residuo di paure prenatali, che fosse esposto a imprevedibili trasmigrazioni. Il profilo del volto posato sul materassino era più immobile di una pietra; eppure, i dolori patiti prima del sonno vi avevano lasciato come un’impronta di moto: una contrazione impercettibile dei nervi e dei muscoli.

Anna scosse il MacBook e ritornò in sala, infliggendomi un nuovo stravolgimento degli spazi familiari. Si risedette al tavolo e ricominciammo a parlare. Mi disse che non ce la faceva più a occuparsi da sola del bambino, la mancanza di sonno le stava riducendo il cervello in poltiglia, a ogni risveglio di soprassalto sentiva la pressione di un torchio sulle meningi. Il tempo che trascorrevo a Roma era troppo poco. Mi chiese di anticipare il mio rientro e di giurarle che avrei cercato una sistemazione in Italia.

Il ritorno definitivo in patria era per me un incubo ricorrente, come la replica dell’esame di maturità, o la caduta a precipizio nel vuoto. Lo associavo alla dissoluzione di una duplice identità ormai scolpita nella carne. Ma, assediato dal senso di colpa, dissi ad Anna che sarei tornato a Roma il prima possibile e le promisi ciò che voleva sentirsi promettere.

Dopo che ci fummo salutati, chiusi le pagine di Skype e di Mundonarco; spensi il computer e andai a dormire. Mentre mi assopivo, rividi il volto dormiente di mio figlio e lo animai di un gemito immaginario, condannandolo a sovrapposizioni che lo avrebbero confuso con ogni altro.

L'articolo Nell’occhio di chi guarda proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fiction/nellocchio-di-chi-guarda/feed/ 0
Cent’anni di Octavio Paz https://minimaetmoralia.it/estratti/octavio-paz/ https://minimaetmoralia.it/estratti/octavio-paz/#comments Sun, 30 Mar 2014 08:20:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19635 Riprendiamo dal blog delle edizioni Sur un articolo di Valerio Magrelli uscito originariamente come prefazione a Intervista con Octavio Paz di Alfred Macadam. Il libro, pubblicato nella collana Macchine da scrivere di minimum fax, risale al 1996, quando il poeta messicano era ancora in vita.

di Valerio Magrelli

Alquanto singolare è la miscela che fa di Octavio Paz uno tra i massimi poeti viventi, un intellettuale militante, e un maître à penser. Tra i numerosi titoli tradotti in italiano, spiccano da una parte le raccolte di versi Libertà sulla parola (edito da Guanda), Vento cardinale e altre poesie (Mondadori) e Il fuoco di ogni giorno (Garzanti), dall’altra, un’opera saggistica di impressionante vastità e varietà. Mentre SE ha proposto il memorabile testo su Marcel Duchamp Apparenza nuda, Garzanti, dopo Una terra, quattro o cinque mondi e Passione e lettura, ha dato alle stampe il dotto, sterminato, capillare studio Suor Juana o le insidie della fede (Garzanti). Bastano questi pochi dati per comprendere quanto complessa sia l’opera di un autore capace di spaziare con uguale competenza e passione dall’antropologia alla critica letteraria, dalla sociologia alla storia dell’arte, dalle avanguardie storiche alla mistica barocca.

L'articolo Cent’anni di Octavio Paz proviene da Minima et Moralia.

]]>
Octavio-Paz

Riprendiamo dal blog delle edizioni Sur un articolo di Valerio Magrelli uscito originariamente come prefazione a Intervista con Octavio Paz di Alfred Macadam. Il libro, pubblicato nella collana Macchine da scrivere di minimum fax, risale al 1996, quando il poeta messicano era ancora in vita. Oggi Octavio Paz compierebbe cento anni.

di Valerio Magrelli

Alquanto singolare è la miscela che fa di Octavio Paz uno tra i massimi poeti viventi, un intellettuale militante, e un maître à penser. Tra i numerosi titoli tradotti in italiano, spiccano da una parte le raccolte di versi Libertà sulla parola (edito da Guanda), Vento cardinale e altre poesie (Mondadori) e Il fuoco di ogni giorno (Garzanti), dall’altra, un’opera saggistica di impressionante vastità e varietà. Mentre SE ha proposto il memorabile testo su Marcel Duchamp Apparenza nuda, Garzanti, dopo Una terra, quattro o cinque mondi e Passione e lettura, ha dato alle stampe il dotto, sterminato, capillare studio Suor Juana o le insidie della fede (Garzanti). Bastano questi pochi dati per comprendere quanto complessa sia l’opera di un autore capace di spaziare con uguale competenza e passione dall’antropologia alla critica letteraria, dalla sociologia alla storia dell’arte, dalle avanguardie storiche alla mistica barocca.

Nato a Città del Messico nel 1914, Paz fonda a soli diciassette anni la rivista Barandal, luogo d’incontro tra letterature ispanoamericane ed europee, nonché primo abbozzo della futura Vuelta, il periodico di cui è tuttora direttore. Seguendo il consiglio di Pablo Neruda, console del Cile in Messico, abbraccia la carriera diplomatica come già avevano fatto Paul Morand, Paul Claudel o Saint-John Perse. Dopo un soggiorno in Giappone, diventa ambasciatore del suo paese in India, carica da cui dà le dimissioni nel 1968 per protesta contro la strage compiuta nel corso delle Olimpiadi messicane. Infine, a coronare il suo lavoro poetico e saggistico, riceve nel 1990 il Premio Nobel.

A tutte queste esperienze corrisponde, in un rapporto di costante tensione tra energia centrifuga e centripeta, un impellente richiamo alle origini. Infatti, rinunciando tanto alla tentazione di un passivo nazionalismo, quanto al fascino di suggestioni culturali così disparate, lo scrittore ha cercato piuttosto di stabilire confronti, misurare distanze, constatare fratture. L’immagine centrale del suo metodo potrebbe essere indicata nella lacerazione, un tema che ritorna con insistenza in testi quali Congiunzioni e disgiunzioni, L’arco e la lira e Figli del fango, tradotti dal Melangolo. Questo scavo politico e archetipico culmina nel saggio Il labirinto della solitudine (pubblicato vari anni fa dal Saggiatore). Pietra focaia e pietra di paragone, ha notato Franco Mogni nella sua introduzione, il libro scaturisce dall’attrito tra le due culture rivali del Messico e degli Usa, Sud versus Nord, cattolicesimo contro protestantesimo.

Secondo Paz, l’interesse di questo scontro risiede nel fatto che la condizione dell’homo mexicanus, rimasta per cinque secoli marginale, periferica e minoritaria, rappresenta ormai quella di molti popoli: «La messicanità è un oscillare tra diversi progetti storici universali, via via trapiantati o imposti, e oggi inservibili. La messicanità è un modo di non essere noi stessi, una ripetuta maniera di essere e di vivere qualcosa d’altro».

Continua a leggere sul blog di Sur

L'articolo Cent’anni di Octavio Paz proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/octavio-paz/feed/ 1
Intervista a Francesco De Gregori https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-francesco-de-gregori/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-francesco-de-gregori/#comments Thu, 13 Mar 2014 14:07:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19310 Questa intervista a Francesco De Gregori è uscita su IL a marzo 2013. Ringraziamo l'intervistatore, la testata e l'intervistato.

Per telefono, prendendo appuntamento per pranzo, mi ha chiesto che genere di intervista volessi fare. Gli ho detto che volevo solo fargli domande sul suo lavoro e non gli avrei chiesto le sue opinioni sul mondo. Ha risposto: “Ah bene, ecco, così mi avevano anticipato”, preferisce anche lui così.

Pranzo in un ristorante nel quartiere Prati, a Roma, diluvia, macchina in seconda fila, sala fumatori, pesce al forno. Francesco De Gregori è una specie di ragazzo molto romano dall’aria leggera, maglia a maniche lunghe, sigarette francesi, barbetta. Prima di cominciare parla molto del mestiere di scrittore e di cos’è la poesia e delle tecniche di scrittura del poeta Valerio Magrelli, suo amico. Fa molte domande; sono state espunte.

Componi alla chitarra?

Mmm no compongo anche molto al pianoforte però quando sto in giro mi lamento che in camerino non ce l'ho quasi mai quindi compongo con la chitarra, però a casa con il pianoforte...

L'articolo Intervista a Francesco De Gregori proviene da Minima et Moralia.

]]>
D&DG 2

Questa intervista a Francesco De Gregori è uscita su IL a marzo 2013. Ringraziamo l’intervistatore, la testata e l’intervistato.

Per telefono, prendendo appuntamento per pranzo, mi ha chiesto che genere di intervista volessi fare. Gli ho detto che volevo solo fargli domande sul suo lavoro e non gli avrei chiesto le sue opinioni sul mondo. Ha risposto: “Ah bene, ecco, così mi avevano anticipato”, preferisce anche lui così.

Pranzo in un ristorante nel quartiere Prati, a Roma, diluvia, macchina in seconda fila, sala fumatori, pesce al forno. Francesco De Gregori è una specie di ragazzo molto romano dall’aria leggera, maglia a maniche lunghe, sigarette francesi, barbetta. Prima di cominciare parla molto del mestiere di scrittore e di cos’è la poesia e delle tecniche di scrittura del poeta Valerio Magrelli, suo amico. Fa molte domande; sono state espunte.

Componi alla chitarra?

Mmm no compongo anche molto al pianoforte però quando sto in giro mi lamento che in camerino non ce l’ho quasi mai quindi compongo con la chitarra, però a casa con il pianoforte…

Ma come è organizzata casa tua? È uno spazio dedicato?

A casa mia c’è una tastiera elettronica che simula il pianoforte perché non c’è spazio per un pianoforte, poi ho un posto con un pianoforte vero vicino casa, dove vado proprio lì nel momento più disciplinato, quando sono molto avanti col lavoro di una canzone ma anche di due o tre e ho bisogno di uno strumento che mi dia anche una gratificazione sonora…

Ma è una sala?

No no, è una casa, è una casa… una specie di studio-ufficio a casa. Ma niente di tecnologico, ci sono solo un pianoforte e qualche chitarra in più. I testi li scrivo a casa. Io scrivo con la macchina da scrivere. Prima scrivo a mano, queste idee vanno su pezzi di carta sparsi, poi i più meritevoli finiscono dentro una cartella, con il titolo provvisorio dell’eventuale canzone. Quando la cosa prende una sua forma, quando riesco ad avere una sintesi di tutto questo dal punto di vista del testo, avendo comunque già un’idea di musica, allora passiamo alla fase più disciplinata che è quella che chiama in causa la macchina da scrivere perché mi piace vedere la bella copia. Però ti dico la macchina da scrivere e non il computer perché con la macchina da scrivere premere un tasto significa assumersi una responsabilità, perché non cancelli, è subito lì. Se devi scegliere un aggettivo non è che lo scrivi e dici tanto poi lo cambio, ci pensi un minuto?, no anche troppo, trenta secondi? Però ci pensi…

Quando hai detto cartella io stavo pensando spontaneamente a cartella del computer invece no, una cartellina.

No no, una cartellina di quelle che si comprano da Vertecchi… Questo appartiene un po’ alla mia cultura cartacea: sul computer, io non sopporto che a volte non risponda, perché sai i computer a volte fanno cose strane. Allora io preferisco incazzarmi perché fisicamente non trovo dove ho messo la cartella, se l’ho poggiata su quel ripiano lì o su quell’altro piuttosto che incazzarmi con il computer perché non mi si apre la cartella. Però quello fa anche parte del mio essere un uomo del Novecento.

Quando non hai una penna ti capita di dire a mente, ripetere una cosa per non dimenticartela?

Se non ho una penna se ne va… Però sono anche convinto che se la cosa merita di essere dimenticata viene dimenticata, se la cosa deve essere ricordata riaffiora. Forse lo dico per consolarmi, però a volte mi tornano in mente delle cose che ricordo di aver pensato un anno prima, e dico “vedi, era questo”… [fa una smorfia, per dire che era brutto, NdR] Però ovviamente non posso sapere di quelle che non mi tornano in mente, quindi… Ma con la testa pratichi una specie di selezione naturale, virtuosa… Penso proprio di sì, perché le cose veramente belle che mi vengono in mente hanno un peso e tendono a tornare, sono convinto di questo.

Tu hai un’idea quando scrivi di essere troppo te stesso e ti infastidisci? Sai, lo stile, la cosa “alla De Gregori”…

Ah no me ne frego, se la cosa è uscita così… De Gregori sono io e mi prendo le responsabilità. Sì lo so, c’ho uno stile o anche dei vizi letterari e musicali, me li tengo. Fammici pensare, aspetta… A volte dico ai miei musicisti mentre stiamo suonando “questa cosa è troppo da cantautore”, forse questo che intendi sì, quello sì… è troppo da cantautore, questo mi capita spesso di dirlo…

E come descriveresti la cosa “troppo da cantautore”?

Possiamo dire le parole non si mescolano abbastanza col suono: la parola tende ad essere enfatica rispetto a quella che è la dimensione della canzone. Io considero la canzone qualcosa di molto popolare e easy, mentre l’immagine del cantautore, che pure io ho incarnato e incarno, non voglio spogliarmi di questo, viene identificata spesso come un artista che vuole tirare molto il tessuto della canzone per farla diventare qualcosa di più nobile…

Quindi troppi accenti, troppe…

Troppa importanza, troppa autoreferenzialità, forse, troppo voler dire “guardate come scrivo bene, guardate che bell’aggettivo è questo”, queste cose qua…

Nel tuo suono dal vivo degli ultimi anni la voce scompare molto nel sound, canti cercando poco di far emergere la voce, ogni tanto dài i tuoi accenti, quelli tuoi insomma…

Sì, sì, quelli degregoriani insomma… però ecco, detesto il fatto che ci sia un cantante che sta sopra una base musicale e che, capito, declama la sua… il suo essere un piccolo Omero dentro una situazione che non lo rappresenta abbastanza perché la canzone tutto sommato è troppo povera. Ecco io questo non l’ho mai pensato. Sembra una falsa modestia, in realtà è esattamente il contrario: è la rivendicazione dell’importanza della canzone come forma d’arte, come forma espressiva autonoma che non va imparentata né alla poesia né a qualsiasi altra forma, la rivendicazione dell’autonomia dell’arte che pratico… e non suo la parola arte a caso, né per elevare: è un’arte, come le altre.

Parliamo della voce. Tu parti da Dylan, e da Leonard Cohen diciamo. Io poi Leonard Cohen lo associo più a De André e Dylan a te. Tu eri più zompettante.

Come timbro di voce sicuramente, perché la voce di Leonard Cohen io non ce l’ho, De André un pochino riusciva, faceva delle note basse importanti. Infatti a me piaceva molto quando cantava così all’inizio. Sai che la moglie di De André – non Dori Ghezzi, la moglie storica – disse una volta una cosa divertentissima. Si riferiva al periodo in cui io avevo lavorato con Fabrizio per scrivere un album insieme, e lei era venuta a trovarci all’inizio di questo lavoro e poi è tornata alla fine, dopo un mese… In Sardegna, in una casa di Fabrizio in Sardegna. E lei a distanza di anni disse: “Lasciai De Gregori e De André che erano De Gregori e De André, poi alla fine De André cantava come De Gregori”. E lui non era attratto da me, quanto dai miei maestri: da Dylan. Dylan glielo feci un po’ conoscere io; lui conosceva il mondo francese, quindi conosceva Cohen perché essendo canadese veniva da là; però Dylan lo guardava un po’ con sospetto. Credo di avergli rotto le scatole per un mese con Dylan, gli feci sentire tutto… il motivo per cui c’eravamo incontrati era che lui aveva sentito “Desolation Row” fatta da me, la voleva rifare, quindi poi la traducemmo insieme. Addirittura io partecipai alla session dove venne registrata, quindi mi chiamò a Milano per suonare la chitarra e l’armonica su “Desolation Row”. Lui era molto forte con queste note basse, impressionanti. Un po’ lasciò perdere perché si lasciò affascinare dal canto.

(Torniamo a parlare del problema “cantautore”.)

Sì c’è questo equivoco che il cantautore…

Ma come si è formato questo equivoco?

Verso l’inizio degli anni 70… Fin lì, levati alcuni esempi fantastici tipo Gino Paoli o Endrigo, il mondo della musica leggera era fatto di autori e di interpreti, c’erano i grandi autori di canzoni, i grandi parolieri, poi c’erano gli interpreti che potevano essere Iva Zanicchi, Caterina Caselli, o Mina. E poi c’era una pattuglia di autori che andavano da Pallavicini, a Mogol. C’era poi Paoli, De André che era poco conosciuto: alcuni che venivano definiti cantautori. Paoli veniva identificato con un ruolo abbastanza lugubre, sempre con gli occhiali da sole, esistenzialista, cultura francese… Però con me e Bennato e Venditti e Baglioni, coevi proprio come nascita, improvvisamente i cantautori diventano la parte dominante del mercato e dell’attenzione. Prima dell’attenzione del pubblico giovanile, poi del mercato. Quindi si forma una categoria di cantautori, che sono la musica emergente italiana, e in quel momento proprio si volta pagina: la musica leggera italiana volta pagina. Per questo i cantautori poi diventano un simbolo. Infatti ogni mio coetaneo, nel ‘71, nel ’72, voleva suonare la chitarra ed esprimersi attraverso la scrittura di una canzone, e questo lo facevano tantissimi. Ci fu una fioritura di cantautori e il pubblico giovanile era attratto dai cantautori come oggi sono attratti dall’hip hop o dal rap, dal fenomeno musicale e culturale che sembrava più diretto e girava pagina con il mondo di Iva Zanicchi, di Gianni Morandi, di Caterina Caselli… E improvvisamente divennero appartenenti al passato musicale. Questo non vuol dire che prima non esistessero i cantautori: ti ho detto Paoli ma potevo dire Modugno, in qualche modo Battisti. Anche se non si scriveva le parole, più ci penso e più sono convinto che Battisti sia stato il più grande cantautore, nel senso che la sua parte autorale nelle cose che faceva – anche se poi c’era Mogol di mezzo – è predominante. È stato un autore che ha sparigliato.

E per quanto riguarda l’artigianato del cantare, lo stile di canto, come cambiavano le regole i cantautori? Voi non studiavate canto.

Guarda, all’inizio non sapendo cantare tranne alcuni che cantavano bene o per grande forza naturale, un talento innato. Nel mio caso io non sapevo cantare: ora ho trovato il mio modo ma allora ero legato alle cose che cantavo, al testo…

Le influenze di Baglioni, di Venditti, quali erano?

Ti dico Antonello perché Baglioni lo conoscevo poco, lo frequentavo poco. Credo per Antonello Elton John, per quella parte pianistica. Credo che me l’abbia fatto sentire lui… “Your Song”… Ma poi le influenze erano comuni, lì era il periodo della West Coast, Crosby Stills & Nash.

Neil Young, tu…?

Be’ insieme a Dylan uno dei più grandi. È uscita o sta per uscire una sua autobiografia.

Dicono che è abbastanza delirante.

Sì, me l’hanno detto: i primi tre capitoli parlano di trenini elettrici perché lui è un amante dei trenini elettrici.

Quando vi siete affermati, com’era il rapporto con l’estero? Era una cosa così basata sull’italiano… Andavate a suonare fuori?

No, no, nessuno di noi in particolare.

Vi capitava di incontrare musicisti stranieri, di scambiare…

Non musicisti famosi, però in quel periodo facevano tutti i dischi all’RCA, sulla via Tiburtina, e c’era una specie di consorteria inglese che stazionava lì, che erano musicisti molto bravi, ti dico i nomi: Derek Wilson, Dave Summer, Douglas Meakin… Erano venuti in Italia presso Mal, erano buona parte dell’entourage dei Primitives, e poi si erano stanziati all’RCA, erano credo stipendiati dall’RCA, facevano da home band e suonarono sia per i provini che in certi casi per i dischi, un po’ per tutti noi, quindi ci fu una specie di scuola estera tecnica che fu importante, ecco. Anche molti turnisti italiani impararono molte cose da questi inglesi, che sapevano in effetti suonare meglio di noi la musica che noi volevamo fare, il rock, è qui il concetto… Derek Wilson era un batterista che ha cambiato il modo di suonare di molti batteristi italiani. Antonello ancora credo che lavori con Derek alla batteria…

Mi ricordo, questo è qualche anno dopo, quando Lou Reed era già famoso, aveva già fatto Walk On The Wild Side. Venne a fare un concerto a Roma… forse ‘75… e venne a fare delle prove della sua band dentro lo studio dell’RCA, e noi chiaramente sapevamo che doveva venire lui, puoi capire, eravamo in fibrillazione. E io riuscii a vedere un po’ di questa prova perché mi intrufolai in regia per non farmi vedere perché lui era incazzoso e non voleva nessuno, giustamente. Assistetti a un po’ di queste prove.

E c’era qualcosa da imparare dal suo atteggiamento in studio?

Mah, il suo atteggiamento in studio non so quale fosse, non lo notai più di tanto, però la potenza di suono che emetteva con la sola sua chitarra era impressionante…

Questa è una cosa che mi ha sempre colpito, come suona la chitarra…

Lui c’ha un suono molto curato, passa ore a guardarsi tutto, mettere a punto il suono, prima di fare l’accordo e questo era impressionante, allora io lì capii, capimmo un po’ tutti la differenza di suono. E noi cercavamo di avere un suono americano, più americano che inglese, e credevamo che fosse un problema di tecnica, di strumentazione tecnica, di compressori, di mixer, di microfoni… Lì capimmo che invece no: questo stava usando il nostro stesso materiale però faceva così e veniva fuori qualcosa che noi avremmo tanto desiderato possedere…

Lui è un mago della pennata, perché non fa mai sembrare la chitarra una cosa leggera, sembra sempre durissima…

Quello e la voce fanno tutto capito?

Quindi comunque voi volevate importare delle cose, però poi avete creato una cosa completamente diversa.

Be’, sì, come sempre succede: prelevi, fai dei prelievi e poi chiaramente nelle tue mani diventano una cosa terza, vale anche per la letteratura, la pittura…

Mi interessa sapere com’è entrato nella tua musica quel suono più solare, che sembra un po’ tutto una crociera, al di là del fatto di Titanic voglio dire.

Sai cos’è, forse a un certo punto io, sempre con questa smania di non esser essere il cantautore che ero, ho cercato di dare una ritmica più importante ai miei pezzi perché io sono partito con la chitarra facendo fingerpicking, una linea melodica che non aveva bisogno di grandi lineamenti ritmici dietro tant’è che quando doveva suonarla un batterista non sapeva esattamente cosa fare… Quindi poi in questa ricerca ritmica sono andato a cercare le cose più appariscenti, che vanno dal calipso alla rumba… Quelli sono i movimenti ritmici che a un certo punto ho detto vabbè, tutto sommato questi reggono anche un testo molto narrativo, molto più del rock in sé e per sé. Adesso non ti so spiegare tecnicamente però se assumi come rock in sé e per sé i Rolling Stones, per dire, su quel tipo di ritmica, la ritmica di “Satisfaction” scrivere un testo italiano è ridicolo, senza cadere in tronche… mentre invece queste ritmiche che ti stavo dicendo io, derivate da qualcosa di europeo, c’è qualcosa di… reggono anche il testo di una canzone come Titanic che è una lunghissima litania, senza molte tronche, non troppe per lo meno, e riescono ad avere una scansione ritmica importante, quindi forse quello…

Anche “Caterina”… Quali sono stati i primi pezzi che hai fatto in questo… te lo ricordi?

Titanic

Lì hai dovuto cercare musicisti però che sapessero fare queste cose… cioè…

Ma lì imparavamo un po’ tutti insieme. Mi ricordo che alla fine però, ecco, arrivò un batterista inglese a finire il lavoro, avevamo registrato tutto ma non mi piaceva la parte della batteria… E alla fine venne un batterista punk, Chris Whitten, ragazzo giovanissimo: appena lo vidi mi fece paura, aveva un’enorme cresta in testa, un vero mercenario. Però insomma avevo sentito come suonava e mi piaceva. E nonostante il suo aspetto si mise a suonare queste cose con un amore e una professionalità unica e finì tutto il lavoro in due giorni. Risuonò la batteria sui pezzi dove avevano già suonato con la batteria e non andava bene e rifacemmo tutte le batterie…

E Bufalo Bill invece è di metà anni ’70… 76? C’era Ivan Graziani…

C’è sul disco perché io ricordo che Ivan suonava con noi spesso ma in session improvvisate come spesso succedeva all’RCA. Ti dicevo, c’erano questi turnisti che stazionavano là, in realtà stazionavamo tutti lì, però dovresti capire cos’era l’RCA allora: era da una parte un grande ministero, con uffici e vari parti, la promozione il marketing creativo… All’altezza dell’uscita del grande raccordo naturale, molto facile da raggiungere…

La vostra Highway 61… La Tiburtina poi era una zona industriale, un po’ sbrindellata…

Sì, era una zona industriale e infatti c’erano questi capannoni, no capannoni, erano edifici belli ma erano in mezzo alle fabbriche, c’era anche la fabbrica dei dischi, lì si stampavano i dischi… C’erano i magazzini e la stampa dei dischi… Poi gli uffici che ti ho detto e gli studi. Gli studi erano aperti, e ce n’erano tanti: c’erano quattro studi enormi dove si poteva registrare anche la grande orchestra, e c’erano altrettanti o forse sei studi medio piccoli che spesso erano vuoti perché non c’era tanto da fare, non si facevano tanti dischi come oggi, la produzione dei dischi in Italia era molto fievole… senonché, siccome comunque i fonici erano stipendiati…

E anche voi eravate stipendiati?

Stipendiati noi no… però erano stipendiati i fonici e molti dei turnisti per intenderci… il che faceva sì che la società senza aggravi di spesa poteva tranquillamente concedere a tutti noi artisti, artistoidi, artistucci che giravamo lì, la possibilità di suonare dentro lo studio e lavorare…

Poi suonavi con gente brava…

Sì, poi c’era un enorme bar, dove si passavano le ore in serenità e letizia…

Quindi tu verso che ora andavi?

Ma io anche la mattina perché non avevo veramente niente da fare. Sapevo che lì avrei incontrato amici, gente simpatica… Andavamo a mangiarci qualcosa sulla Tiburtina, questi ristoranti sai da camionisti che c’erano… Quindi si stava lì e si passava il tempo lì e si diceva “Sai c’ho un’idea, senti questo pezzo”… E quindi al bar ti facevano sentire, magari Ivan, “Andiamo a vedere se ci fanno registrare un provino allo Studio E”… Allo Studio E “possiamo fare una cosa per mezz’ora?”, “Fate…” Sai, solo a Roma, a Milano non si sarebbe potuto fare…

Quindi tu eri andato a cazzeggiare e ti ritrovavi col demo.

Col demo e col disco… No era veramente una specie di età dell’oro rispetto a come oggi si pensano e si producono i dischi.

(Torniamo all’inizio del pranzo: prima di parlare della composizione, mi aveva raccontato di com’è suonare dal vivo, girare l’Italia, perdere tempo prima del concerto.)

A volte dura diciotto ore al giorno fra spostamenti cose, prove… però è sempre molto… caotico, disordinato…

Non potrei mai fare il cantante e andare in viaggio tutte le ore vuote tra una cosa e l’altra, impazzirei.

Devo dire, ha il suo fascino.

Prendiamo il Never Ending Tour di Bob Dylan per capire questa estrema possibilità del…

Io penso che Dylan abbia tirato l’elastico all’estremo perché la mia idea, che mi sono fatto, è che Dylan ami la musica in modo talmente totale che tutto il resto della sua vita vuole… Vuole stare solo lì. E allora anche in situazioni diciamo non dico indegne di Dylan, ma anche posti piccoli… In Italia quest’anno è venuto a suonare in un paesino del Piemonte su una piazza che poteva tenere duemila, tremila persone. Da Dylan non ti aspetti questa cosa, ti aspetti che faccia diecimila persone. Lui vuole solo continuare e ogni tanto si prende delle pause di due tre mesi ma poi insomma appena può…

Insomma come funziona la parte fisica di questo lavoro?

La parte fisica consiste nel trasportare le cose che io ho scritto e che poi ho registrato sul disco, portarle in una dimensione calda dove la verifica di quello che io canto è immediata, dura due ore, io in due ore canto ventidue canzoni che sono un bel pezzo, le cambio abbastanza spesso… Non cambio solo gli arrangiamenti, cambio proprio la scaletta per non avere un senso della routine e tutto quanto. E in due ore c’ho un riassunto di tutto il mio lavoro di autore e un confronto immediato.

Come avviene questo effetto? Come si capisce la presa dei vari pezzi, della struttura, della band?

Be’ una serata che va bene da una serata che va male si distingue dal fatto che ti battono le mani in modo più convinto… C’è anche un tipo di attenzione, tu capisci anche questo, non capisci solo l’applauso ma anche quanto il silenzio mentre tu stai lavorando sia un silenzio che non deriva dalla noia ma dall’attenzione, a volte dalla commozione o dall’emozione… E queste sono cose che tu non provi mentre scrivi e non provi nemmeno mentre registri un disco in una sala di registrazione che davanti c’hai un vetro, hai musicisti con cui intrattieni un rapporto più tecnico… E poi canti canzoni che nel mio caso vanno da quella scritta nel ‘73 a quella scritta nel 2012…

Com’è alternarle?

Alternarle anche questo è interessante perché chiaramente io cerco – spontaneamente vorrei dire trovo – un’unità in tutto quello che faccio… Tra un pezzo del ‘75 e uno del 2012 a me non mi sembra di essere un uomo diverso e in realtà non sono un uomo diverso… Suonare dal vivo mi permette anche di restituire contemporaneità, attraverso il suono che produco che non è più quello del disco, alla canzone del ‘75 o del ’73. Quindi riporto un po’ tutto quanto sul terreno del giorno in cui sto lavorando: perché anche “Buonanotte Fiorellino” che io mi diverto a farla, deve diventare qualche cosa che abbia a che fare…

Qual è il punto più lontano a cui hai portano “Buonanotte Fiorellino”? Suonandola per darle una…

Adesso prima la faccio tutta quanta in una versione molto simile all’originale. Chitarra, pianoforte, basso, batteria ma suonato molto soft, molto molto piano… E poi la rifaccio tutta quanta di nuovo attaccata in una versione che cita ampiamente una canzone di Dylan che è “Rainy Day Women…” [Canticchia, NdR] E quindi metto a confronto una cosa tradizionale, storicamente depositata nella memoria un po’ di tutti, non solo della mia, con una versione che sento in qualche modo diversa…

Quando la serata va male, il pubblico è distratto, con che spirito tiri avanti?

Be’ direi che il professionismo in quel senso lì è molto importante… non è che come dire, visto che la serata va male allora canti in modo scazzato, cerchi di dare comunque il massimo… poi ti rendi conto che, per qualche misterioso motivo, o tu non sei abbastanza in forma, che può succedere, o il suono tecnicamente, perché gli altoparlanti sono messi male, succede questo, ti tocca un suono sbagliato, o il pubblico si aspettava una cosa diversa… Allora capisci che qualcosa non funziona, non sai bene cos’è però devi fare il tuo spettacolo, devi cercare di dare il meglio… Quando hai finito te lo dici con quelli della band “che è successo?” “e chi lo sa!”, perché non è che puoi saperlo, ma succedere raramente comunque eh… quando magari capiti in un posto sbagliato, quando hanno messo un biglietto troppo alto allora ti ritrovi le prime file che sono persone che hanno pagato molti denari e vogliono da me le cose classiche e basta, capito? Oppure cose banalmente tecniche, ad esempio in molti teatri all’italiana il palcoscenico davanti è molto profondo e noi suoniamo qua perché qui sotto c’è la buca dell’orchestra che non è praticabile per vari motivi, quindi noi abbiamo davanti almeno tre quattro metri prima della prima fila fisica di poltrone: questa è una distanza che rende tutto molto difficile, perché tu non li vedi e non li senti… Tu devi sentirlo, se lo senti ti aiuta molto. Se invece non lo senti perché stanno lontani oppure sono troppo composti e magari stai facendo un teatro storico importante, sei al Valle di Reggio Emilia e lì la gente entra a teatro con un atteggiamento di ascolto totalmente diverso di quello che ci può essere se sono all’Atlantico di Roma o all’Alcatraz di Milano, nei locali dove spesso mi piace andare perché so che lì c’è gente in piedi che magari beve, beve la birra mentre sto cantando…

Certo in teatro non puoi bere.

Non solo non puoi bere, hai anche l’idea che devi stare composto. Questo poi si supera, eh. Nella maggior parte delle serate mi diverto tantissimo. Nelle piazze d’estate… Però delle piccole differenze derivano anche dal tipo di posto dove vado a suonare…

Allora, intorno all’esibizione come si passa il tempo, quanto dura la procedura?

Mah dipende dai chilometri che uno deve fare per andare da un posto all’altro, di solito si viaggia e questo può richiedere una mattinata, partendo la mattina anche presto. Io c’ho da arrivare in un posto in cui devo suonare all’ora di pranzo, per poi stare in albergo fino alle 4.30, le 5, e poi parte il discorso del soundcheck, del controllo del suono del posto, si va lì e o si rimane lì fino alle 21 oppure se è vicino all’albergo si torna in albergo…

Quando arrivi in albergo che fai? Dormi, mangi?

Dormo, leggo, guardo la televisione. Raramente vado in giro a piedi perché, non lo so… è un modo di concentrazione per lo spettacolo della sera. Comunque se la sera devi lavorare non hai quella disposizione d’animo che ti consente di entrare in una galleria d’arte, in un museo, o anche visitare il centro storico di una città spensieratamente. Non è mai vacanza, ecco. Anche se sei a Verona, sei a Venezia, sei in una città dove veramente c’è gente che viene dal Texas per vedersela un pomeriggio, però io non sono in quella disposizione d’animo…

E quando sei nel teatro, nel posto del concerto, come passano le ore?

Quando sto in camerino? Be’ fondamentalmente è una rottura di scatole…

Ma guardi l’orologio? Stai lì, ci rinunci?

Be’, non vedo l’ora di cominciare sì poi c’è sempre qualcuno che ti viene a trovare o comunque passo il tempo con i musicisti che lavorano con me. È come fare il militare, si aspetta si aspetta si aspetta… A volte capita anche che tu in camerino abbia da mettere a punto alcune cose per il concerto della sera allora magari stai lì con due chitarre… Oppure provi a scrivere qualche cose, e qui arriviamo forse al tema di come si scrive una canzone, che è fatta di momenti, ci stai otto mesi, un anno, due anni… Quindi magari c’è qualcosa che hai in testa, delle parole, degli accordi, e non avendo proprio niente da fare per due ore stai lì e se hai voglia ci giri intorno, no?

L'articolo Intervista a Francesco De Gregori proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-francesco-de-gregori/feed/ 6
Il meglio di Pagina3: settimana dal primo al 5 aprile https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-1-5-aprile/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-1-5-aprile/#respond Fri, 05 Apr 2013 18:30:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13853 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di aprile è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì primo aprile:

 “Supercazzole e spazzatura”. Articolo di Cesare Alemanni, Rivista Studio

 “Si dice Nicce”. Il Post online

Ascolta il podcast dell'intera puntata - Il brano di oggi è The Waiting Room, dall’album Floating, eseguito da Ketil Bjornstad

L'articolo Il meglio di Pagina3: settimana dal primo al 5 aprile proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di aprile è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì primo aprile:

 “Supercazzole e spazzatura”. Articolo di Cesare Alemanni, Rivista Studio

 “Si dice Nicce”. Il Post online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è The Waiting Room, dall’album Floating, eseguito da Ketil Bjornstad

 

Martedì 2 aprile:

 “La biologia della creatività”. Recensione del saggio di Erich Kandel, ‘The Age of Insight (trad. italiana, L’epoca dell’inconscio. Arte, Mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni). Articolo di Michele Dantini, L’Indice, p. 16

 “Speranze e paure, il web siamo noi”. Articolo di Serena Danna, Il Corriere della Sera, p. 31

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Retahila, eseguito e composto da Chano Dominguez al pianoforte; Javier Colina al contrabbasso, Guillermo McGill alla batteria, Tino di Geraldo per il battito di mani e Tomatito alla chitarra

Mercoledì 3 aprile:

 “Addii. Life, in Rebibbia, o il romanticismo sottoproletario di Califano”. Articolo di Luigi Manconi, Il Foglio, p. 2

“Progetto Grafene”. Articolo di Valerio Magrelli, Doppiozero rivista online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Alef, tratto dall’album Jeremiades, eseguito e composto da Wim Mertens

 

Giovedì 4 aprile:

 “Il senso dell’uomo per la colpa”. Articolo di Roger Scruton, La Repubblica, p. 39

 “De Gregori: amo Conrad, Céline e Checco Zalone”. Il cantautore festeggia 62 anni con un concerto a Torino e un incontro al circolo dei lettori. Articolo di Gabriele Ferraris, La Stampa, p. 30

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Jo-Wes, tratto dall’album My Song: alla chitarra Joe Pass, alla chitarra ritmica John Pisano, al pianoforte Tom Rainer, al basso Jim Hughart, alla batteria Colin Bailey

 

Venerdì 5 aprile:

 “Largo ai giovani”. Articolo di Gautam Mukunda, Foreign Policy, Internazionale, p. 50 e ss

 “La figlia del boia”. Un romanzo racconta la tragedia della donna sconvolta dai crimini del padre Ratko, generale serbo. Articolo di Adriano Sofri, La Repubblica, p. 41

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Love is here to stay, tratto dall’album Solo Sessions, composto da George e Ira Gershwin, ed eseguito da Bill Evans

L'articolo Il meglio di Pagina3: settimana dal primo al 5 aprile proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-1-5-aprile/feed/ 0
miniTube #2 La poesia di Attilio Bertolucci https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-2-poesia-attilio-bertolucci/ https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-2-poesia-attilio-bertolucci/#comments Sun, 02 Dec 2012 10:36:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11811 Giovedì pomeriggio sono stata alla Casa del Cinema alla presentazione di una nuova edizione (scrigno con libro e dvd edito dalla Cineteca di Bologna) del romanzo in versi di Attilio Bertolucci La camera da letto. La sala era piena, e la presentazione è cominciata proiettando due capitoli dello straordinario (omonimo) film dal romanzo in versi di Bertolucci girato nel 1991 da Stefano Consiglio e Francesco Dal Bosco. Nel film c’è Attilio Bertolucci tra stanze e giardino, dentro e fuori la casa di famiglia a Casarola, paesino dell’Appennino Emiliano. Legge integralmente La camera da letto. I prologhi ai canti li legge Laura Morante. Quarantasei canti, nove ore in tutto ed è una meraviglia.

L'articolo miniTube #2 La poesia di Attilio Bertolucci proviene da Minima et Moralia.

]]>

Giovedì pomeriggio sono stata alla Casa del Cinema alla presentazione di una nuova edizione (scrigno con libro e dvd edito dalla Cineteca di Bologna) del romanzo in versi di Attilio Bertolucci La camera da letto. La sala era piena, e la presentazione è cominciata proiettando due capitoli dello straordinario (omonimo) film dal romanzo in versi di Bertolucci girato nel 1991 da Stefano Consiglio e Francesco Dal Bosco. Nel film c’è Attilio Bertolucci tra stanze e giardino, dentro e fuori la casa di famiglia a Casarola, paesino dell’Appennino Emiliano. Legge integralmente La camera da letto. I prologhi ai canti li legge Laura Morante. Quarantasei canti, nove ore in tutto ed è una meraviglia.

Dopo la proiezione hanno parlato Valerio Magrelli, Bernardo Bertolucci, Enrico Ghezzi, Gian Luca Farinelli, Francesco Dal Bosco, Stefano Consiglio e Gabriella Palli Baroni. Di Attilio Bertolucci hanno raccontato frammenti. Sommi, poeticissimi frammenti. Del titolo La camera da letto, il figlio Bernardo ha raccontato di come lui e il fratello Giuseppe alla domanda “che cosa scrivi?” ottenessero dal padre per risposta “la bedrum!” Anni dopo avrebbero scoperto che la “bedrum” era la bedroom, la camera da letto in inglese. Dei giorni delle riprese Consiglio ha raccontato di come lui e Dal Bosco fossero giovani. Giovani e totalmente immersi nella poesia. Chiamavano al telefono Attilio Bertolucci, e invece di dirsi “pronto, come va?” si dicevano “pronto, come va Leopardi?”

A fine proiezione e presentazione hanno mostrato dieci minuti di extra (non contenuti nel dvd, e così il momento più prezioso della serata). In quei dieci minuti ci sono spezzoni di fuori onda in cui c’è quasi sempre Attilio Bertolucci. Spesso sorride. Parla con i registi. Chiede cosa faranno nel pomeriggio. Ascolta la musica.

Poi sono tornata a casa, e ho subito cercato Attilio Bertolucci su YouTube.

Quando ancora in tv si facevano le sfide di poesia. È la seconda edizione del premio Poeti in gara, ideato e curato da Giorgio Weiss per la trasmissione l’Aquilone di Raiuno. In questo episodio del 24 novembre 1989 si incontrano i poeti Attilio Bertolucci e Toti Scialoja. Attilio Bertolucci legge Guido Gozzano.

Ancora Poeti in gara, stessa edizione, episodio del 2 febbraio 1990. Attilio Bertolucci, che ha battuto Scialoja, sfida Edith Bruck. Bertolucci legge sempre Gozzano. Vincerà anche questa volta. In un episodio successivo (del marzo 1990, si trova sempre su YouTube) sfiderà Elio Filppo Accrocca e Ariodante Marianni.

È sempre la Rai, ma la trasmissione è Pickwick, e l’anno è il 1994. Attilio Bertolucci è stato invitato da Alessandro Baricco a parlare di poesie d’amore. Le domande non sono granché, le risposte sono straordinarie. Comincia con Baricco che domanda: chi ha scritto le più belle poesie d’amore? E Bertolucci risponde: secondo me Catullo, e poi anche Petrarca. Finisce con Bertolucci che dice: l’amore si nutre di musica. questo è vero, no? e la musica si nutre d’amore. E poi, rivolto a Baricco: ha l’aria di non essere molto d’accordo… Subito dopo parte l’orchestrina.

L'articolo miniTube #2 La poesia di Attilio Bertolucci proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-2-poesia-attilio-bertolucci/feed/ 2
Letteratura e medicina https://minimaetmoralia.it/letteratura/letteratura-e-medicina/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/letteratura-e-medicina/#comments Fri, 12 Mar 2010 09:29:55 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1992 di Linnio Accorroni C’è una pagina di Carlo Dossi che spiega come «tra medicina e letteratura corse sempre amicizia», e non solo per la gran quantità di medici che «hanno occupato, nel cosidetto(sic) campo letterario, assài pèrtiche per coltivarvi piante non sempre medicinali», ma soprattutto per essere alleate nella stessa missione: medicina e letteratura cercano […]

L'articolo Letteratura e medicina proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Linnio Accorroni

C’è una pagina di Carlo Dossi che spiega come «tra medicina e letteratura corse sempre amicizia», e non solo per la gran quantità di medici che «hanno occupato, nel cosidetto(sic) campo letterario, assài pèrtiche per coltivarvi piante non sempre medicinali», ma soprattutto per essere alleate nella stessa missione: medicina e letteratura cercano infatti «di richiamare il bel tempo, o, se non altro, di dissimulare il cattivo, una al corpo, l’altra all’animo» (C. Dossi, Ritratti umani dal calamajo di un mèdico). Oltre ai nomi di scrittori-medici o medici-scrittori (Čechov, Céline, Bulgakov, Benn) che meccanicamente salgono alla memoria quando si menziona questa curiosa liason, è anche interessante segnalare il ricorrere, nella genesi artistica di tre importanti poeti contemporanei (Sinigaglia, Magrelli, Anedda), di un incontro fortuito quanto decisivo con libri di medicina. Per ognuno di essi tale coincidenza del tutto casuale si trasformerà in una specie di folgorazione estetica e verbale, la prima radice di una produzione poetica di grande impatto ed intensità. Val la pena anche riflettere sul fatto che tutti e tre i poeti, quando si troveranno a rievocare i modi e le forme di questa esperienza, preferiscono affidarsi all’analiticità piana e razionale della prosa, la ‘seconda lingua’ per un poeta, ma in questo caso capace di sbrogliare più efficacemente i fili di una questione, carica di implicazioni psicologiche ed esistenziali.

In quell’agglomerato di testi, in quel viaggio stanziale dentro il corpo tra autobiologia ed autobiografia che è Nel condominio di carne di Valerio Magrelli (Einaudi, 2003), c’è una pagina dove l’autore ricorda una straniante tranche de vie: «Quanto a me, teschi giravano per casa. Dopo gli studi di medicina, qualcuno doveva aver dimenticato di metter via i materiali d’esame. Libri, vecchie carte giallastre che cedevano sotto le dita, ma anche vari preparati anatomici, tra i quali, appunto, teschi e calotte craniche». Da queste occasionali lezioni sul campo da autodidatta, si diparte un continuo frenetico interrogarsi su ciò che è dentro e ciò che è fuori, «sul prima e sul dopo della carne nel corpo». Per esempio: tenere in mano «l’architettura dura e spugnosa» di un arco occipitale significa comprendere immediatamente, tattilmente, la corrispondenza tra linea e senso. Ma poi anche: se in una minuscola conchiglia si sente echeggiare il mare, che cosa dovrebbe risuonare nella vuotaggine del cranio ridotto a teschio? Tra tante assorte meditazioni e riflessioni spuntano poche, malinconiche certezze: gli spazi vuoti del corpo, quelli sagomati da calotte e teschi, sono il segnale di un abbandono da parte di misteriosi ‘abitanti del palazzo’. A noi, al nostro teschio vuoto spetterà un destino gramo, da suppellettile, da povero fermacarte.

Che cosa sono gli anni è una bellissima raccolta di saggi e racconti (un libro di gratitudini e di rapine, di immense gratitudini e di piccole rapine: per l’autrice certo, ma ancor più per il lettore) di Antonella Anedda, pubblicato per Fazi nel 1997. In un capitolo intitolato «Piccole volpi» la poetessa racconta una sua esperienza biografica: «da piccoli sfogliavamo il libro di medicina legale di mio padre. Lì c’erano vive fotografie di cadaveri, le grosse lingue degli impiccati, le schiene dei pugnalati, i corpi gonfi degli annegati». In particolare, l’autrice si sofferma sui particolari di una foto datata Milano.1912 che raffigura un ragazzo suicida, appena tredicenne. Nessuna morbosa descrizione del corpo appeso alla trave, ma lo sguardo preferisce planare verso una paziente ricognizione della stanza e degli oggetti che la decoravano: la corda fissata ad una trave, la sedia di paglia, il letto accostato alla parete, un catino di smalto a raccogliere la pioggia, un’altra corda uguale a quella usata per l’impiccagione, stavolta tesa fra sedia e letto per reggere i panni bagnati. Quel misero coro di poveri, degradati feticci sembra spiegare, solamente con la loro attonita casualità, la scelta inappellabile del ragazzo.

L’ultimo di questi poeti, ma quello che con maggior vigore ha riflettuto sull’incidenza della bibliografia medica sui propri scritti, è Sandro Sinigaglia (1921-1990), poeta oggi (ma anche ieri) senz’altro assai poco conosciuto, non solo per la paradossale situazione in cui versa la poesia in Italia (tutti a scrivere poesie, nessuno a leggerle), ma anche per la riottosa intransigenza e l’ardua irriducibilità del suo trobar clous in bilico tra espressionismo e sperimentalismo che escludeva aprioristicamente e aristocraticamente il rischio del mainstream, preferendo la fedeltà di una sparuta combriccola di happy few : «non è infatti pretestuale la mia convinzione che ai pochi versi che ho scritto convenga una posizione periferica ed emarginata, che la ribalta non giovi loro e che il loro epigonismo sia tutto il buono che hanno da scialare». L’integrale delle sue Poesie edito da Garzanti nel 1997 è praticamente introvabile. In questo libro, è contenuto anche l’intervento, trascritto in una ventina di pagine, tenuto dall’autore nel giugno del 1980 in una conferenza all’Università di Ginevra: la prosa scintillante e carica di umori suona come una ghiotta prefigurazione di quel magistero stilistico splendidamente esibito nelle sue poesie. In questa Breve anamnesi Sinigaglia ricostruisce, tra nostalgia e rimpianto, la costruzione del suo caleidoscopico immaginario verbale, evidenziando la decisività dell’incontro con alcuni strani testi (i libri di medicina del nonno) che si rivelarono «una specie di avventura anche questa associata alla vacanza, al paradiso, all’età dell’oro». A confronto con la libreria di casa, quella del nonno era assai più ricca: un centinaio di volumi, altrettanti fascicoli ed opuscoletti: tutte opere di medicina. Il giovane Sinigaglia si avvicina ad essi con timore e tremore, come se fossero opere magiche, propiziatorie, segrete: «aprivo il volume, mi chinavo sulle illustrazioni, scrutavo l’inimmaginabile, leggevo le didascalie». Poi un pezzo di straordinario virtuosismo che vale la pena riportare integralmente, in cui l’orrida meraviglia delle foto e degli scritti è nitidamente evocata da una scrittura di inimitabile potenza: «Conobbi il fascino orroroso della patologia, la famiglia immane dei polisarcidi e degli splenomegalici, gli idrocefali, le contratture della paralisi agitante, la malattia di Recklinghausen, la porpora, il mixedema,la leucemia linfatica, lo scorbuto, il beriberi, l’aneurisma gigantesco dell’aorta capace di rendere l’aspetto di un gozzuto all’infelice a anche….la polimastia». Da quel momento in poi è tutto un frenetico consumarsi di incursioni sempre più accurate in quel tesoro libresco e meraviglioso, in particolare sui tomi di anatomia topografica: «vi pullulavano tavole dal tratto finissimo, dalle coloriture delicate, dalle ombrature sapienti». Si spalancano davanti agli occhi immagini colme di una bellezza ricca e strana: «trionfi viscerei, la complicazione meravigliosa degli organi, la cascata ribollente dell’addome [..], la bellezza e la profondità delle masse gravide de tenere, la pazienza dei reticoli, la capricciosità dei vasi e dei capillari». Quella tavole erano confortanti anche perché sembravano essere al di là di ogni umano giudizio. E persino quelle che raffiguravano le vergogne del corpo, l’apparato escretore, sembravano tendere al sublime, lontane da quel concetto di colpa e di peccato al quale solitamente vengono accoppiate. Queste visioni così violente e laceranti saranno poi un repertorio a cui tanto attingeranno le liriche di Sinigaglia. Ma anche le parole( psoa, fossa iliaca, celiaco, mesentere,ansa, begma, obelion, opistiom, aditus ad antrum, chiocciola, meato…) saranno lemmi-chiave nella sua produzione lirica. Da quella fascinazione per i libri di medicina, per Sinigaglia, ma anche per gli altri poeti di cui si è parlato, da quella lettura «epigastrica, fagocitata che fa pulsettare il cuore, schiattare in un grido» nascerà l’universo sensibile del poeta: il gioco dei processi identificativi, della lettura a salti e balzi, della parola posseduta «nella sua sfingea realtà».

L'articolo Letteratura e medicina proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/letteratura-e-medicina/feed/ 1
Una cover di Baudelaire https://minimaetmoralia.it/poesia/una-cover-di-baudelaire/ https://minimaetmoralia.it/poesia/una-cover-di-baudelaire/#comments Wed, 17 Feb 2010 09:13:50 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1774 Appunti su Nero sonetto solubile di Valerio Magrelli di Linnio Accorroni All’origine c’è questo sonetto Recueillement di Charles Baudelaire: composto tutto di versi alessandrini, ma su un impianto irregolare, con rime che seguono lo schema abab abab ccd ede, inserito dai curatori dell’edizione postuma de I fiori de l male nella sezione Spleen et idéal: […]

L'articolo Una cover di Baudelaire proviene da Minima et Moralia.

]]>
Appunti su Nero sonetto solubile di Valerio Magrelli

di Linnio Accorroni

All’origine c’è questo sonetto Recueillement di Charles Baudelaire: composto tutto di versi alessandrini, ma su un impianto irregolare, con rime che seguono lo schema abab abab ccd ede, inserito dai curatori dell’edizione postuma de I fiori de l male nella sezione Spleen et idéal:

Sois sage, ô ma Douleur, et tiens-toi plus tranquille.
Tu réclamais le Soir ; il descend ; le voici :
Une atmosphère obscure enveloppe la ville,
Aux uns portant la paix, aux autres le souci.

Pendant que des mortels la multitude vile,
Sous le fouet du Plaisir, ce bourreau sans merci,
Va cueillir des remords dans la fête servile,
Ma Douleur, donne-moi la main ; viens par ici,

Loin d’eux. Vois se pencher les défuntes Années,
Sur les balcons du ciel, en robes surannées ;
Surgir du fond des eaux le Regret souriant ;

Le Soleil moribond s’endormir sous une arche,
Et, comme un long linceul traînant à l’Orient,
Entends, ma chère, entends la douce Nuit qui marche.

Questa è la traduzione di servizio( quella cioè che risulta almeno sotto l’aspetto lessicale e sintattico, il più aderente possibile al francese) di Valerio Magrelli:

Fa’ la brava, o mia Pena, e sta’ più tranquilla.
Tu invocavi la Sera; essa scende; eccola:
Un’atmosfera oscura avvolge la città,
Agli uni portando pace, agli altri affanno.

Mentre dei mortali la moltitudine vile,
Sotto la sferza del Piacere, questo boia senza pietà,
Va a cogliere rimorsi nella festa servile,
Mia Pena, dammi la mano; vieni qui,

Lontano da loro. Guarda affacciarsi i defunti Anni,
Dai balconi del cielo, in vesti antiquate;
Sorgere dal fondo delle acque il Rimpianto sorridente;

Il Sole moribondo addormentarsi sotto un’arcata,
E, come un lungo sudario trascinato verso Oriente,
Ascolta, mia cara, ascolta la dolce Notte che cammina.

Alla fine c’è invece un sms, quello inviato dall’attrice Marie Trintignant, figlia di Jean Louis. La povera ragazza aveva smessaggiato il primo verso della poesia di Baudelaire a sua madre, appena due settimane prima della propria tragica morte avvenuta a causa delle percosse ricevute dal suo compagno Jean Louis Cantat, cantante del gruppo rock francese Noir désir.

Tra quell’inizio e questa fine ci sono ( li cito nell’ordine in cui appaiono in Nero sonetto solubile ) 10 autori del ‘900 che si appropriano della lirica baudelairiana, ognuno con modalità differenti, ognuno piegandola ed adattandola al fuoco della propria sensibilità: Valéry, Michaux, Céline, Prévost, Colette, Nabokov, Beckett, Queneau, Perec, Houellebecq, bizzarra, eteroclita combriccola di intellettuali, scrittori, poeti, accomunati da una medesima ossessione, esplicita o sotterranea, per questo testo che per frammenti o in versione integrale, in forma carsica o sorgiva, affiora in alcuni passaggi cruciali delle loro opere. Una lirica questa di Baudelaire non di secondaria rilevanza soprattutto per la cultura francese, visto che in Francia essa è nel canone delle obbligatorie letture scolastiche e, per questo, regolarmente mandata a memoria( cioè par coeur) dagli studenti d’oltralpe. Ma anche una lirica che funziona come una cover perché a questa poesia è accaduto ciò che avviene a certi celeberrimi pezzi di musica rock quando vengono rifatti, stravolti, reinterpretati, citati, parodiati, travestiti, camuffati, riscritti ex novo, etc… Un sonetto pasticca d’uranio, un sonetto nucleo radioattivo scrive Magrelli il quale si addentra, come una specie di libresco stalker tanto curioso quanto filologicamente attrezzato e corretto, nella Zona contaminata della Riscrittura e della Intertestualità scoprendo le riverberanti irradiazioni che possono scaturire da un testo decisivo come questo di Baudelaire. Così, grazie alla densità impressionante di richiami e riferimenti, all’esplorazione approfondita e meticolosa della poetica di questi autori, unita alla paziente auscultazione dei testi, ognuno dei dieci capitoli di questo Nero sonetto solubile finisce per assumere un rilievo che eccede la semplice riscrittura della lirica originale per trasformarsi in un repertorio di mini-monografie solide e circostanziate, a dispetto della brevità. E come se Magrelli avesse deciso di usare questa lirica di Baudelaire come un grimaldello gentile, una virtuosa arma da scasso capace di spalancarci, per squarci e varchi, il forziere grande e labirintico della poetica di alcuni autori della contemporaneità.

Ci si congeda da questo libro con un sospetto: che per la letteratura stessa in toto possa funzionare lo stesso paradigma indiziario che Magrelli tanto efficacemente ha utilizzato per spiegare il modo in cui il testo di Baudelaire si è sciolto nell’opera di tanti autori. Che la Letteratura, cioè, sia essa stessa costruita e basata per intero su citazioni e prestiti, su rifacimenti e riscritture, più o meno riconosciuti, più o meno allusivi, più o meno espliciti o cifrati, pronti a passare e vagare di testo in testo, di opera in opera, di autore in autore. La Letteratura come una irradiazione non-stop di particelle esogene, di colonie straniere, di materiali alloctoni,di presenze aliene, ossia, altrimenti detto, di citazioni.

L'articolo Una cover di Baudelaire proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/poesia/una-cover-di-baudelaire/feed/ 3