Valerio Renzi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valerio-renzi/ un blog di approfondimento culturale Mon, 12 Nov 2018 15:43:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Valerio Renzi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/valerio-renzi/ 32 32 Mark Fisher e l’inquietante neoliberista https://minimaetmoralia.it/libri/mark-fisher-linquietante-neoliberista/ https://minimaetmoralia.it/libri/mark-fisher-linquietante-neoliberista/#respond Mon, 12 Nov 2018 15:42:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38625 Pubblichiamo un pezzo uscito su DinamoPress, che ringraziamo.

di Valerio Renzi

In uno scritto datato 25 aprile e intitolato Il lampo, Italo Calvino racconta la vicenda di un uomo che all’improvviso, mentre cammina in mezzo alla strada, è colto da una sensazione che lo pervade: vede il mondo sotto una luce nuova, raggiunge per pochi secondi un piano nuovo di consapevolezza, vede le cose che lo circondano per come sono, scorge la follia e l’insensatezza del mondo e della vita propria e delle persone che gli stanno attorno. Una vertigine di coscienza che presto scompare, facendo spazio al ritorno alla normale percezione delle cose. In Blast, lungo romanzo a fumetti di Manu Larcenet, il protagonista vive qualcosa di simile: momenti in cui tutto si illumina e in cui lui diventa a un tratto consapevole di tutto ciò che lo circonda, lo comprende. Momenti che chiama per l’appunto blast. Precipizi di coscienza che lo porteranno a una vita erratica, lontano dalla società, dove il vuoto del ritorno alla normale percezione è colmato da dolore, solitudine, droghe e alcol, morte.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su DinamoPress, che ringraziamo.

di Valerio Renzi

In uno scritto datato 25 aprile e intitolato Il lampo, Italo Calvino racconta la vicenda di un uomo che all’improvviso, mentre cammina in mezzo alla strada, è colto da una sensazione che lo pervade: vede il mondo sotto una luce nuova, raggiunge per pochi secondi un piano nuovo di consapevolezza, vede le cose che lo circondano per come sono, scorge la follia e l’insensatezza del mondo e della vita propria e delle persone che gli stanno attorno. Una vertigine di coscienza che presto scompare, facendo spazio al ritorno alla normale percezione delle cose. In Blast, lungo romanzo a fumetti di Manu Larcenet, il protagonista vive qualcosa di simile: momenti in cui tutto si illumina e in cui lui diventa a un tratto consapevole di tutto ciò che lo circonda, lo comprende. Momenti che chiama per l’appunto blast. Precipizi di coscienza che lo porteranno a una vita erratica, lontano dalla società, dove il vuoto del ritorno alla normale percezione è colmato da dolore, solitudine, droghe e alcol, morte. Calvino e Larcenet, distanti nel tempo, utilizzando modalità letterarie diversissime, mi pare che provino in qualche modo a cogliere lo stesso sentimento: uno per descriverlo lo chiama lampo, l’altro blast.

In The Weird and The Eerie. Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo (Minimum Fax 2018) lo scrittore e critico letterario inglese Mark Fisher, la cui opera sta destando un nuovo e largo interesse anche in Italia dopo il suo suicidio il 13 gennaio del 2017, si mette di fronte a quello che lo ha sempre affascinato: quello che ci mostra l’esistenza di possibili mondi diversi, ciò che è esterno da noi e che non codifichiamo, quello che non può essere ma è. Prova così a codificare con le parole, impresa davvero ardua, un sentimento, uno stato d’animo. Per farlo non usa l’espediente letterario come Calvino e Larcenet, ma lo strumento che gli è più congeniale: la critica culturale. Se il lampo e il blast sono una sensazione, un’illuminazione forse, che esplode e scuote dall’interno di un singolo individuo, il ward e l’eeire afferiscono al rapporto tra l’interno dell’individuo, la coscienza con i suoi limiti di comprensione e percezione e l’ambiente esterno.

Per Fisher il weird è “ciò che è fuori posto, ciò che non torna. Il weirdapporta al familiare qualcosa che normalmente si trova al di fuori di esse, e che non si riconcilia con il ‘casalingo’ (neppure come sua negazione)”. Weird è spesso e volentieri il surrealismo, maestro del weird è H.P. Lovercraft, elementi di questo si trovano nella letteratura di H.G. Wells e nel maestro della fantascienza Philip K. Dick. Quanto nel cinema di David Lynch e in quello di Fassbinder.

L’eeire, come il weird e per questo sono vicini parenti, «riguarda in modo fondamentale l’esterno, e qui possiamo intendere l’esterno in un senso immediatamente empirico, oltre che di un trascendente astratto. Il senso dell’eeire è di rado ancorato a spazi domestici circoscritti e abitati: lo abitiamo più di frequente in paesaggi parzialmente svuotati dalla presenza umana». Un senso di eeire è così generato da «quel grido inquietante» che risuona nell’aria e di cui non scorgiamo né conosciamo l’origine, al pari di un paesaggio di vestigia umane ormai abbandonate («che cosa è avvenuto per originare quelle rovine, quell’assenza?»). Eeireè molta della musica prodotta da Brian Eno (Fisher, vale la pena ricordarlo, è prima di tutto un critico musicale), si ritrova nell’opera letteraria di Margaret Atwood e in quella di Jonathan Glazer, quanto nel cinema di Kubrick (e ne Gli uccelli di Hitchcock, com’è ovvio), di Andrej Tarkovskij e di Christopher Nolan.

Una dimestichezza con la figura e la produzione di Mark Fisher, sta avvenendo solo di recente in Italia per un pubblico più largo, grazie alla pubblicazione in italiano di Realismo Capitalista (NOT 2017), un breve saggio del 2009 che, scritto sull’onda della crisi finanziaria globale, tracciava il più grande problema che la critica radicale (politica e artistica) ha di fronte: l’apparente esaurimento della capacità di immaginare e costruire il nuovo, al di fuori dell’orizzonte del suicidario sviluppo capitalista. Si tratta di un libro che è stato un seme gravido di successive riflessioni e che ha innescato risposte e tentativi di interpretazione da parte di molti autori.

Sicuramente The Weird and The Eerie è un testo più canonico e meno ancorato all’urgenza di rispondere ai drammatici assilli che assediano chi, nel nostro tempo, è determinato a trovare una via d’uscita alla strada che sembra già tracciata, rispetto a Realismo Capitalista. Anche per questo, per leggerlo nella giusta prospettiva all’interno dello sviluppo della riflessione di Fisher, è utilissimo il saggio che si trova in appendice al volume firmato da Gianluca Didino, che ripercorre le tappe intellettuali di Fisher all’interno della critica radicale (in particolare inglese) e in rapporto allo sviluppo di nuove correnti filosofiche.

Oltre il saggio letterario, nell’interesse di Fisher per ciò che è insolito, strano, diverso, inquietante, in definitiva incomprensibile, si scorge la difficoltà di comprendere un mondo ormai governato da insondabili complessi di intelligenze artificiali, da meccanismi così vasti ed enormi da sfuggire alla nostra comprensione fino a diventarne estranei. Ma soprattutto fa capolino la possibilità della rottura del continuum in cui siamo immersi, del manifestarsi di una novità, di una presenza che scarta dalla realtà nuda e cruda come l’abbiamo di fronte, di una via di fuga.

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Minivip & Supervip tornano 50 anni dopo il ’68 https://minimaetmoralia.it/fumetto/minivip-supervip-tornano-50-anni-68/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/minivip-supervip-tornano-50-anni-68/#respond Thu, 12 Jul 2018 09:14:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37771 di Valerio Renzi

Era il 1968 quando dal genio di Bruno Bozzetto nasceva il lungometraggio animato ‘Vip: Mio Fratello Superuomo’. Oggi, cinquant’anni dopo tornano Minivip & Supervip con una nuova avventura, questa volta a fumetti, firmata da Bozzetto con i disegni del francese Grégory Panaccione. Il film riusciva a intrecciare il linguaggio proprio dell’intrattenimento dei cartoni animati, con lo spirito di contestazione dell’epoca, prendendosela con la corsa agli armamenti, lo sfruttamento degli operai, ma soprattutto con una lucidissima critica alla società dei consumi di massa e dei bisogni indotti dalle pubblicità. Ma soprattutto ‘Vip’ anticipava quello che sarebbe diventato, decenni dopo un vero e proprio topos dei comics: la crisi, la vulnerabilità e la critica al modello del supereroe invincibile.

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bozzetto

di Valerio Renzi

Era il 1968 quando dal genio di Bruno Bozzetto nasceva il lungometraggio animato ‘Vip: Mio Fratello Superuomo’. Oggi, cinquant’anni dopo tornano Minivip & Supervip con una nuova avventura, questa volta a fumetti, firmata da Bozzetto con i disegni del francese Grégory Panaccione. Il film riusciva a intrecciare il linguaggio proprio dell’intrattenimento dei cartoni animati, con lo spirito di contestazione dell’epoca, prendendosela con la corsa agli armamenti, lo sfruttamento degli operai, ma soprattutto con una lucidissima critica alla società dei consumi di massa e dei bisogni indotti dalle pubblicità. Ma soprattutto ‘Vip’ anticipava quello che sarebbe diventato, decenni dopo un vero e proprio topos dei comics: la crisi, la vulnerabilità e la critica al modello del supereroe invincibile.

Da una parte Supervip, con la sua super forza e la capacità di volare più veloce di un jet, dall’altra Minivip, il fratello basso, occhialuto e capace solo di svolazzare alzandosi di qualche centimetro da terra. Una vita in ombra del fratello Super, alla fine sarà proprio Minivip ad essere determinante per sventare il complotto ordito per trasformare la popolazione della terra obbedienti consumatori senza coscienza critica.

La golden age dei comics americani era finita negli anni ’50, e dalla periferia dell’industria e del consumo di animazione e fumetti arrivava un prodotto d’autore, artigianale e d’impatto, così innovativo da imporsi come classico, un cult amato e guardato da generazioni, è davvero il caso di dirlo di “grandi e piccini”. Nel 1968 i supereroi erano ancora ben lontani dai tormenti, i rimorsi di coscienza e le domande che li assaliranno negli anni successivi. Sono ancora soprattutto superforti, superveloci, superefficienti. Ci vorrà un po’ di tempo ancora perché diventino più sfaccettati e complessi.

Per decenni i fan hanno chiesto a Bruno Bozzetto di dare seguito a quel lungometraggio del 1968. Per lungo tempo se ne discute, poi il progetto inizia e si arena. E proprio da qui nasce il fumetto pubblicato in Francia dalla prestigiosa casa editrice Soleilm all’interno della collana Métamorphose, e portato nelle librerie italiane da Bao Publishing appena un giorno dopo l’uscita Oltralpe. Il tour di presentazione del volume, presentato in una bellissima veste cartonata, parte dalla libreria Feltrinelli su via Appia. Qui Bozzetto arriva di fronte ad appassionati e curiosi in compagnia di Panaccione, con un Apple Whatch al polso e gli occhi azzurri che non smettono mai di guardarsi curiosi attorno.

“La storia l’ho scritta una decina di anni fa, se ne doveva fare un film, e poi non se ne è fatto più niente – spiega Bozzetto -Non mi piaceva fare un sequel. In tanti però mi chiedevano di riprendere in mano le avventure Minivip e Supervip, così mi è cominciata a frullare in testa qualche idea. Ma la verità è che l’ha spinta è venuta molto più dagli altri che da me all’inizio”. Panaccione, che nel 1968 è invece nato, racconta di come ha lavorato a quel film che non è mai uscito, facendo story board e schizzi, ritrovandosi poi più di dieci anni dopo a farne un fumetto tutto da solo e a tagliare “il 30% della sceneggiatura”.

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In ‘Minivip & Supervip il mistero del via vai’ troviamo al centro della scena la questione ecologica. Il mondo è soffocato dallo smog, ridotto a un enorme discarica. Si cammina con la maschera antigas e le macchine sono talmente tante che il traffico è perennemente congestionato. Supervip, catapultato fuori dall’avventura e nella vita quotidiana, lo troviamo profondamente depresso: la ragazza lo ha lasciato, sta tutto il giorno davanti alla tv e grava sul fratello Minivip che intanto si cimenta in strane invenzioni ma soprattutto attende di diventare padre. “In questa storia Supervip finalmente diventa personaggio – racconta Bozzetto – È in crisi e così lo scopriamo fuori dalla dimensione dell’eroe infallibile, amato e invidiato. Lo scopriamo non solo umano, ma anche divertente nella sua ricerca di un posto nel mondo”.

 

Oggi che un’artista come Mark Millar ha fatto della decostruzione del mito dei supereroi un’industria con Kick Ass e Hit Girl, con Red Son e Superior, dopo che la Marvel con la serie Civil War ha messo in dubbio lo “statuto speciale” degli eroi in calzamaglia calandoli nella real politick, e proprio quando in molti riconoscono in Bruno Bozzetto un precursore di tutto ciò, ecco che il papà di Supervip spiega: “Doveva essere una parodia di Phantom l’uomo mascherato, così nasce l’idea. Poi parlando con gli americani ha preso piede l’idea di fare una parodia dei supereroi e così è stato”.

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Servono costruttori di ponti, come diceva Alexander Langer, tra gli ebrei italiani https://minimaetmoralia.it/attualita/servono-costruttori-ponti-diceva-alexander-langer-gli-ebrei-italiani/ https://minimaetmoralia.it/attualita/servono-costruttori-ponti-diceva-alexander-langer-gli-ebrei-italiani/#comments Thu, 26 Apr 2018 12:13:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37039 di Valerio Renzi

Passate le polemiche sul 25 aprile, le annunciate contestazioni alla Brigata Ebraica di Milano, e la cerimonia separata della Comunità ebraica romana nella capitale, per il secondo anno di fila lontana dall'Anpi che ha accusato di “non rappresentare i partigiani” e di consentire la presenza di bandiere palestinesi, vale la pena fare una riflessione sul rapporto tra le forze progressiste della società italiana e l'ebraismo italiano. Senza paracadute, senza dare più nulla per scontato.

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brigata

di Valerio Renzi

Passate le polemiche sul 25 aprile, le annunciate contestazioni alla Brigata Ebraica di Milano, e la cerimonia separata della Comunità ebraica romana nella capitale, per il secondo anno di fila lontana dall’Anpi che ha accusato di “non rappresentare i partigiani” e di consentire la presenza di bandiere palestinesi, vale la pena fare una riflessione sul rapporto tra le forze progressiste della società italiana e l’ebraismo italiano. Senza paracadute, senza dare più nulla per scontato.

Prima di iniziare è necessario sgomberare il campo da equivoci, per situare il ragionamento che segue. Chi scrive ha vissuto gli anni dell’infanzia in un vero e proprio sincretismo tra un ateismo radicale professato in casa, e la pratica della religione ebraica, vissuta nelle abitazioni di tanti amici di famiglia. Non sono mai andato a messa, ma di sabato mi è capitato di andare a piedi al parco e non in macchina per giocare, celebrato lo Shabbat, l’Hanukkah e lo Yom Kippur.

Forse per questo nel mio successivo attivismo politico a sinistra, ho sempre avuto orrore per chi urlava “Israele dev’essere distrutto”, e diffidato di chi, usando il discorso antimperialista e antisionistia, mette sotto accusa gli ebrei in quanto tali, come se si trattasse di una categoria monolitica. Di chi dice “Israele si comporta come i nazisti si comportarono con gli ebrei”, di chi traccia svastiche accostandole alla Stella di David. Sull’abuso della memoria molto è stato scritto, e in questa sede non vi è spazio per andare oltre il rimando al bel testo di Valentina Pisanty, Abusi di Memoria, negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah (Bruno Mondadori, pag. 137, euro 16).

Nonostante questo fortissimo imprinting familiare, che ha funzionato da antidoto per alcune trappole ideologiche e banalizzazioni imperdonabili, dopo diversi anni di discussioni infinite sull’argomento, non do più per scontato che l’ebraismo italiano, quello organizzato in senso istituzionale, sia un interlocutore scontato per le forze democratiche e progressiste. E questo soprattutto per la modificazione radicale che parte dell’ebraismo italiano ha subito in questi ultimi (almeno) vent’anni, complici diversi fattori: la ripresa del conflitto israelo-palestinese, il protagonismo dell’islamismo radicale come attore nello scenario mondiale e lo “scontro di civiltà” mosso all’indomani dell’11 settembre 2001. Di fronte alle sfide del presente e nel rapporto d’identificazione sempre più stretto con le politiche d’Israele, si può parlare di una radicalizzazione dell’ebraismo italiano ed europeo? È questa la domanda a cui va cercata una risposta per rispondere al disagio intellettuale, al disorientamento valoriale a cui in molti ci troviamo di fronte quando scattano, puntualmente, le polemiche attorno al 25 aprile.

Le politiche dei governi di Israele e l’agenda dell’ebraismo italiano tendono sempre più coincidere, e questo a discapito di ogni voce dissonante e critica. Ne è testimonianza la scelta delle figure più in vista della sinistra ebraica di abbandonare la vita comunitaria, come nel caso di Gad Lerner e di Moni Ovadia. Ci sono poi alcuni episodi altamente sintomatici di questo clima che ormai si respira da tempo. È il gennaio del 2014 quando nei locali della Comunità ebraica di Roma viene presentato  il libro “La Sinistra ed Israele”, iniziativa organizzata dalle associazioni Hans Jonas e JCall, moderato dalla giornalista Lucia Annunziata e con la partecipazione del deputato dem Emanuele Fiano e del direttore di Limes Lucio Caracciolo. L’iniziativa non arriva al termine: un gruppo di ragazzi della comunità ebraica interrompe la presentazione aprendo uno striscione con su scritto ‘Torna a casa Giorgio’ . Ce l’hanno con Giorgio Gomel, voce della sinistra della comunità ebraica romana, ‘colpevole’ di non approvare i bombardamenti sulla Striscia. Tre anni prima veniva attaccato lo striscione “Ogni è ebreo è nostro fratello… Moni Ovadia e Giorgio Gomel no”.

Dopo l’episodio arriva il j’accuse durissimo di Gad Lerner che punta il dito contro il gruppo dirigente della Cer: “Chi si accanisce contro il portavoce dell’associazione europea JCall, Giorgio Gomel, così come in passato su Moni Ovadia, giungendo a togliergli la parola e a minacciarlo fisicamente, deturpa i valori fondamentali dell’ebraismo. Troppo a lungo sono stati tollerati, se non incoraggiati”. Tra i contestatori vengono riconosciuti volti noti, vicini all’ex presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici.

Nello stesso anno della contestazione a Gomel, che non a caso vede una nuova campagna militare di Israele sulla Striscia di Gaza con l’operazione “Margine Protettivo”, un gruppo di ragazzo denuncia di essere stati pestati nei pressi del portico d’Ottavia a Roma, insultati e colpiti a colpi di spranga. La loro colpa? Avere strappato un manifesto che celebrava la scomparsa dell’ex primo ministro israeliano e generale dell’esercito Ariel Sharon. Due anni prima ad essere picchiati da individui riconducibili a forme di militanza all’interno della comunità ebraica sono alcuni attivisti del Teatro Valle.

Cosa è successo? Chi sono questi ragazzi che si organizzano per ‘tutelare’ da presenze sgradite l’area attorno al Tempio sul Lungotevere (già presidiatissima dalle forze dell’ordine). Una parziale risposta arriva da un lungo servizio di Marco Pasqua, giornalista de il Messaggero, noto per la sua militanza nel mondo Lgbtq e per la sua fede ebraica. In vacanza a Tel Aviv Pasqua incontra alcuni ragazzi e ragazze italiani che decidono volontariamente di arruolarsi nell’Idf, le forze di difesa israeliane. Imbracciano pesanti fucili M-16 e prestano servizio regolarmente nei territori palestinesi occupati. Sarebbero circa 60 i giovani italiani nell’Idf secondo quanto riportato dal giornalista, che forse per la prima volta squarcia il velo su un fenomeno significativo e che mostra un nuovo rapporto dei giovani ebrei italiani con Israele. Mentre alcuni giovani israeliani rifiutano il servizio militare, pagando la loro scelta di obiezione con la galera, ogni anno alcune decine di ragazzi italiani decidono di partecipare attivamente alla difesa di Israele, accettando di morire e di uccidere.

Da entità vitali nel dibattito e nella vita pubblica e civile delle nostre città, le istituzioni ebraiche sembrano plasmare le loro priorità soprattutto sulla difesa dell’immagine d’Israele. Lo scorso anno la pressione esercitata sull’amministrazione comunale di Roma, ha portato alla revoca della concessione di spazi pubblici a due iniziative organizzate dalla campagna BDS-Italia in Campidoglio e al Cinema Aquila. Iniziative tacciate di ‘antisemitismo’ ed ‘estremismo’. Peccato però che la campagna BDS,  è nata proprio dall’iniziativa di associazioni e ong palestinesi, con l’appoggio di numerose organizzazioni israeliane ed ebraiche, che ad esempio chiedono ai grandi artisti di non venire a suonare in Israele per protesta. “Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni”: altro che estremismo! Si tratta invece di pratiche non violente per fare pressione sul governo israeliano per mettere fine alle pratiche di segregazione della popolazione araba e palestinese, e soprattutto per rispettare le risoluzioni internazionali.

Viene naturale pensare di trovare l’ebraismo italiano in prima fila nella lotta contro i rigurgiti neofascisti, i crimini dell’odio e il razzismo. Ma invece non è così: farlo vorrebbe dire lavorare fianco a fianco con le associazioni e le forze sociali e politiche della sinistra, le stesse che difendono i palestinesi e denunciano l’apartheid in Israele. Le priorità dell’agenda dell’ebraismo italiano sembrano essere assolutamente altre, più coincidenti con la destra italiana. Eppure varrebbe la pena riflettere su come la condizioni degli ebrei di Occidente, alcune forme di sincretismo religioso, la condizione di marrano, abbiano reso possibile la stessa idea di ateismo, prefigurando ideali di tolleranza religiosa e del culto come fatto prima di tutto culturale e privato. Il concretizzarsi del sionismo in un progetto storico ha reso inutile raccontare come prima dell’avvento del nazismo gli ebrei tedeschi fossero assolutamente assimilati nella società e non un corpo separato. Gli ebrei che non risiedono in Israele sono diventati da essere un popolo senza stato, ad assumere un’identità duplice, dove spesso la fedeltà allo stato ebraico prevale all’appartenenza alla comunità religiosa locale, per non parlare della cittadinanza dello stato dove si risiede.

È necessario indagare la radicalizzazione delle istituzioni ebraiche e delle giovani generazioni degli ebrei italiani ed europei. Servirebbero studi dedicati, capire se ad esempio tra gli ebrei europei si sono diffusi e in che misura sentimenti di xenofobia antiaraba, il rapporto con l’identità religiosa e nazionale. Ma soprattutto, per chi pensa che le comunità ebraiche europee devono essere un attore fondamentale nelle battaglie contro il razzismo istituzionale e il neofascismo, è necessario denunciare questa mancanza, rendere evidente il vuoto, al contempo senza rinunciare ad alimentare il dibattito per quanto difficile.

Per farlo però c’è una condizione necessaria. Che tra gli ebrei italiani ci sia chi si ponga come “costruttore di ponti”. Un’espressione utilizzata con un senso preciso da Alexander Langer: il costruttore di ponti è colui che pur senza rinunciare a vivere all’interno della propria comunità d’appartenenza e di nascita (linguistica, etnica, religiosa ecc), è riconosciuto anche all’esterno. Una posizione che gli rende possibile mettere in comunicazione, tradurre, spiegare. Lo stesso Langer fino a quando ha deciso di non mettere fine alla sua vita, è stato un costruttore di ponti: prima di tutto in Alto Adige, poi in tutta Europa. E chissà cosa ne penserebbe Langer della situazione che vive oggi il rapporto tra la sinistra e l’ebraismo italiano, lui militante pacifista e cattolico, proveniente da una famiglia borghese di origine ebraica.

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