Van Morrison Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/van-morrison/ un blog di approfondimento culturale Mon, 11 May 2026 09:13:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Van Morrison Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/van-morrison/ 32 32 Preferisco l’insalata – La musica rock e il Great American Songbook https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/musica-rock-e-il-great-american-songbook/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/musica-rock-e-il-great-american-songbook/#respond Wed, 10 Jan 2018 13:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35917 di Paolo Bassotti

Il giovane punk scende le scale di un elegante teatro, acclamato dal pubblico in abito da sera. Canta My Way, tardo successo di Frank Sinatra, calcando la mano su un'interpretazione comunque caricaturale. Canta come una rana che volesse scoppiare, come una parodia dell'Elvis di Las Vegas, come se con una sola performance, ridendo in faccia all'ultimo sipario, potesse demolire quel monumento all'ego di Sinatra, e con esso l'intero concetto di intrattenimento per adulti. Applausi, urla di gioia. Il giovane punk tira fuori una pistola e uccide qualche spettatore entusiasta a caso, mostra le due dita (all'inglese) e se ne va.

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sinatraelvis

di Paolo Bassotti

Il giovane punk scende le scale di un elegante teatro, acclamato dal pubblico in abito da sera. Canta My Way, tardo successo di Frank Sinatra, calcando la mano su un’interpretazione comunque caricaturale. Canta come una rana che volesse scoppiare, come una parodia dell’Elvis di Las Vegas, come se con una sola performance, ridendo in faccia all’ultimo sipario, potesse demolire quel monumento all’ego di Sinatra, e con esso l’intero concetto di intrattenimento per adulti. Applausi, urla di gioia. Il giovane punk tira fuori una pistola e uccide qualche spettatore entusiasta a caso, mostra le due dita (all’inglese) e se ne va.

Il film si chiama La grande truffa del rock’n’roll ed è l’ultimo atto della parabola dei Sex Pistols, l’estremo tentativo del manager Malcolm McLaren di ricavare soldi e scandalo dalla sovversione del music business. Il cantante Johnny Rotten se n’è andato dalla band da un pezzo, nauseato. Quando il film esce, nella primavera del 1980, Sid Vicious, il ragazzo che ha massacrato My Way e il suo pubblico, è già morto da più di un anno.

Nel regolamento di conti iconoclasta del punk, anche la bella canzone di una volta deve essere fatta fuori. I Sex Pistols dicono di odiare i Pink Floyd, figuriamoci Paul Anka.

Dall’altra parte dell’oceano, nel 1977, i Voidoids di Richard Hell registrano una cover altrettanto sgangherata di una canzone di Frank Sinatra: All the Way, pezzo da Oscar del suo film Il jolly è impazzito. Richard Hell è il padre del look punk, il primo a trasformare il nichilismo di strada in un abbigliamento provocatorio, con tanto di scritta “per favore ammazzatemi” sulla maglietta strappata. Sid Vicious affronta My Way con aria di sfida, Richard Hell canta All the Way come un cane bastonato, arrendendosi di fronte a un inarrivabile mondo di veri uomini, soldi e lavoro, buone maniere e grandi sentimenti. Il messaggio è lo stesso: cancelliamo tutte queste bugie e riprendiamoci la musica.

Non è la prima volta che i bambini rock cercano di sbarazzarsi dei loro antenati. Bob Dylan racconta di aver iniziato a scrivere per reagire a (How Much is) That Doggie in the Window? e a tutto un mondo di canzoni onnipresenti che non raccontavano niente di lui e della sua vita. Il rock’n’roll è nato come atto di ribellione a Tin Pan Alley, ai compositori di mestiere e agli interpreti inamidati. Come è possibile che lo stesso Bob Dylan abbia pubblicato negli ultimi tre anni ben dieci facciate di vinile dedicate al repertorio di Frank Sinatra?

Tutti quanti voglion fare i crooner. Le nomination ai Grammy Awards 2018 nella categoria Best Traditional Pop Vocal Album dimostrano quanto oggi il genere sia affollato, mettendo assieme una compagnia tanto eterogenea da essere quasi surreale: accanto a Dylan e al suo torrenziale “Triplicate” troviamo infatti il maestro Tony Bennett, il disco natalizio di Sarah McLachlan, il revival alla vaniglia di Michael Bublé, e perfino un album swing dell’autore dei Griffin, Seth MacFarlane.

Il rapporto tra figli e padri è sempre stato complesso, ambivalente, e se il recupero degli standard può apparire una moda di questi ultimi anni, di certo non è una novità.

Partiamo da Elvis, come è generalmente saggio fare. Elvis è un Prometeo contraddittorio: porta il fuoco del rock’n’roll all’America e contribuisce all’invenzione dei giovani, trasformando in musica pop la ribellione di Marlon Brando e James Dean. Allo stesso tempo è da subito un puro prodotto da showbiz, e lui stesso non ha alcuna intenzione di recidere il legame con la musica per gli adulti. L’idea di bel canto cara a Elvis parte dal gospel e dal country per spingersi fino a Caruso: comprende tutto, senza esitazioni. Nel suo primo album Elvis propone Blue Moon di Rodgers e Hart. Nel terzo, “Loving You” del 1957, incide True Love, scritta l’anno precedente da Cole Porter per le voci di Bing Crosby e Grace Kelly, star del musical Alta società.

Nel cast del film c’è anche Frank Sinatra, ed è simbolico che la prima apparizione televisiva di Elvis al ritorno dal servizio militare in Germania sia in uno special condotto da Ol’ Blue Eyes. È il maggio del 1960: malgrado lo smoking, Elvis si ricorda ancora di essere un’icona sexy mentre canta Stuck on You, ma quando duetta con Sinatra pare già di vederlo a Las Vegas. I due si scambiano le canzoni, Elvis prende Witchcraft, Frank gioca con Love Me Tender, mentre la base swing è tanto accogliente da essere quasi lounge. “Lavoriamo allo stesso modo”, ridacchia Sinatra presentando il duetto, “ma in campi differenti”.

Per quanto siano rivoluzionari, anche i Beatles sanno trovare posto alla nostalgia per le musiche dei loro ricordi. Alla fine dell’Album Bianco, quasi come un premio per chi ha attraversato indenne Revolution 9, mettono la consolatoria Good Night, con un arrangiamento orchestrale tanto carico e accorato da essere allo stesso tempo omaggio e parodia, e la affidano alla buona volontà della fragile voce di Ringo. L’orchestra di George Martin accompagna il batterista anche in “Sentimental Journey”, primo album solista non sperimentale di uno dei Beatles. Il disco esce nel marzo del 1970, e presenta una selezione di standard scelti tra i brani preferiti della mamma di Ringo, da Night and Day a Bye Bye Blackbird. Malgrado il successo di vendite, l’album viene visto soprattutto come un divertimento privato di una delle pop star più celebri al mondo. “Sentimental Journey” rappresenta invece – già dal titolo – un modello originale che verrà ripetuto all’infinito da altri artisti: il viaggio nella musica della propria infanzia. Un’idea che sfrutteranno mille nomi celebri dalle voci più o meno educate: chi è bravo può mettersi in mostra, chi ha evidenti limiti, come lo stesso Ringo, può contare comunque sulla tenerezza e sulla buona volontà. Non ha di questi problemi uno dei migliori amici dei Beatles, Harry Nilsson, che nel 1973 con “A Little Touch of Schmilsson in the Night” offre un esempio impeccabile di “album di standard inciso da un artista pop/rock”.

Per una pop star registrare un album di classici può essere un espediente per rilanciare la propria carriera, approfittandone magari per guadagnare credibilità. L’hanno fatto Robbie Williams e George Michael, e più di recente Lady Gaga, che per legittimarsi agli occhi di una parte del pubblico è ricorsa a un’imprevedibile alleanza con Tony Bennett. La pratica è però talmente diffusa che sta diventando sinonimo di fondo del barile. Rod Stewart ha ripetuto il trucco per anni, come un prestigiatore che continua a fare a pezzi la propria assistente, prima di ricordarsi di essere stato un autore e interprete per nulla banale.

Come evitare il rischio del furbo esercizio di stile, come nobilitare l’impresa? Alcuni artisti stanno dando un senso nuovo alla riscoperta del passato, anteponendo alla nostalgia la necessità di scrivere una mappa delle proprie influenze, con l’intenzione di conservare e divulgare un patrimonio artistico che ritengono essenziale. Quando nel 1978 Willie Nelson propose “Stardust”, con brani di compositori come Irving Berlin e i fratelli Gershwin, alla Columbia lo presero per pazzo. Quarant’anni dopo, l’approccio di Nelson è la stella polare per altri instancabili esploratori. Nel 2017 abbiamo avuto “Versatile” di Van Morrison e il già citato “Triplicate” di Bob Dylan, opere profondamente coerenti con la storia dei due artisti.

Nel 1995 in molti si stupirono di vedere Bob Dylan ospite dello show per gli ottant’anni di Frank Sinatra, al quale dedicò una commovente Restless Farewell arrangiata per orchestra, ma la sua presenza era già allora perfettamente in linea col suo percorso; del resto lo stesso scalpore l’aveva suscitato negli anni Sessanta la sua collaborazione con Johnny Cash, all’epoca considerato un emblema del country più conservatore.

C’è un abisso tra chi cerca di apparire cool con poco sforzo imitando malamente il Rat Pack e chi fa rivivere il Great American Songbook per capire se stesso e la propria storia. “A volte mi chiedo perché passo le mie notti solitarie a ripensare a una canzone”, diceva il testo di Stardust. La differenza la fa sempre il motivo.

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Quello che rimane di C.K. Williams https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luongo-ck-williams/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luongo-ck-williams/#respond Wed, 21 Oct 2015 16:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28806 di Mario Luongo

Wit – dal dizionario Collins
a) intelligenza
b) spirito, arguzia
c) persona arguta, bello spirito

C.K. Williams è morto poco più di un mese fa, il 15 settembre, nella sua casa di Hopewell, in New Jersey. Aveva 78 anni, era malato di mieloma multiplo. Negli USA se n'è parlato molto, anzi il giusto, mentre in Italia in pochi sembrano essersene accorti.

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di Mario Luongo

Wit – dal dizionario Collins
a) intelligenza
b) spirito, arguzia
c) persona arguta, bello spirito

C.K. Williams è morto poco più di un mese fa, il 15 settembre, nella sua casa di Hopewell, in New Jersey. Aveva 78 anni, era malato di mieloma multiplo. Negli USA se n’è parlato molto, anzi il giusto, mentre in Italia in pochi sembrano essersene accorti.

“Il giusto” perché Williams non era un personaggio o una personalità: era una persona e un poeta prima di tutto. Ha attraversato la cultura americana dagli anni ’70 ad ad oggi con estrema coerenza sia nei temi trattati che nello stile, fondendo come pochissimi prima di lui vita sociale e intimità personale, appartenenza a un momento storico o un luogo con i legami famigliari, sentimentali, personali.

Ai tempi del liceo la sua fidanzata chiese di scriverle una poesia e Williams, pur riconoscendo di non averne le basi, accettò. Ma in lui c’era anche un’altra consapevolezza, sapeva che in qualche modo quella sarebbe stata la sua strada. Dalla sua prima poesia pubblicata sul New Yorker nel 1966 ad oggi, sono passati quasi 50 anni, e leggendo Williams sembra non ne sia trascorso neanche uno.

“Thirst”: la compassione, Lester Bangs e Van Morrison

Nella raccolta di poesie Selected Later Poems ce n’è una tra le mie preferite. Si intitola “Thirst” ed è tratta dall’opera The Vigil del 1997. Racconta di “una donna che ha vissuto tutto lo scorso autunno e inverno giorno e notte su una panchina della stazione metro sulla 103esima Strada, finché un giorno svanì”.

Williams passa ogni giorno davanti quella panchina, entrambi si guardano, si scrutano: lui “timidamente, in obliquo, provando a non sembrare furtivo”, lei invece “audace, imperturbabile, addirittura pugnace e con rabbia quando la sua bottiglia era vuota”.

Si sente impaurito come un bambino dalla presenza di lei: il timore che una parte repressa di sé stesso “possa andare fuori controllo e restare intrappolata per sempre nello stordente effluvio del suo fetore”. Williams mette a nudo il senso tutto umano di muta e inespressa compassione verso l’altro, quello diverso e scomodo che andrebbe aiutato, prima o poi.

Quante volte ci siamo trovati in una situazione simile? E quante volte abbiamo proseguito per la nostra via, girando lo sguardo e trattenendo il respiro? “La danza dei nostri sguardi, lo scontro, il tirarci a vicenda attraverso i nostri trafiggimenti percettivi, e poi olocausto, olocausto. Un cumulo di presenze malate, ferite, sprecate, consumate.”Anche per Williams è stato così: “A volte pensavo di doverla portare a casa con me, lavarla, darle conforto, vestirla. Non avrebbe voluto, pensavo. Invece, salivo sul treno.” Il passo dalla compassione al fallimento è breve e passa per la consapevolezza della propria (in)umanità, in un verso che è tra i più onesti della pesia americana recente “Quanto è ricco, pensavo, il lessico del nostro autoassolverci”.

Di compassione e umanità scriveva negli stessi termini (ma con lingua molto più ruvida) Lester Bangs nel 1979. E’ interessante notare come due menti così diverse (Bangs critico musicale geniale quanto folle, maestro della scrittura gonzo, e Williams poeta intellettuale impegnato) riescano a sviscerare un concetto così spinoso in modi differenti, arrivando a conclusioni paurosamente simili.
In un articolo su Stranded il buon Lester scrive nel suo modo romanticamente svaccato dell’album Astral Weeks di Van Morrison, in particolare riflettendo sulla poetica di quel disco straordinario attraverso la canzone “Madame George”.

La parola a Bangs: “Se accettiamo anche solo per un attimo che tutte le vite umane sono preziose e delicate come un fiocco di neve e poi guardiamo un barbone avvinazzato davanti a un portone, dobbiamo soffrire fino a sentirci una spugna che assorbe i problemi di tutti quegli altri stronzi, finché non ci sentiamo noi stessi degli stronzi, e allora mettiamo i giusti paletti. Non proviamo più nulla. Ma sappiamo che a quel punto cominciamo a morire. Allora lottiamo contro noi stesi. Qual è la quantità massima di orrore a cui possiamo permetterci di pensare? (…) Abbiamo commesso il crimine della consapevolezza e quindi non ci siamo limitati a oltrepassare o scavalcare il corpo di qualcuno che sapevamo sofferente, ma abbiamo anche violato la sua intimità che è l’unica eredità rimasta ai diseredati”.

This is fresh meat, right mr Nixon?

Torniamo a Williams. Cosa resta di lui e della sua poesia ad un mese dalla morte? Restano titoli di libri magnifici: Lies (1969), I’m the Bitter Name (1972), With Ignorance (1977) Flesh and Blood (1987) Wait (2010). Restano poesie intime e sociali allo stesso tempo. Resta l’esplorazione dello stupore dell’infanzia e delle bravate dell’adolescenza, la complessità dell’invecchiare e la morte, il rapporto difficile con il padre e la dolcezza della madre. Resta l’abilità straordinaria di passare al setaccio il tempo in cui si vive attraverso le persone e i sentimenti che le animano. Restano un National Book Critics Circle Award nel 1987 con Flesh and blood, un Pulitzer per Repair nel 2000, un National Book Award nel 2003 con The Singing, per elencare solo alcuni dei premi che la critica internazionale gli ha riconosciuto durante la carriera.

Un rapporto, quello con la critica e con i “colleghi”, privo di fratture e non certo per acquiescenza, basato sul rispetto personale e professionale. Edward Hirsch lodava la “qualità etnografica” dei suoi versi sulle pagine del New York Times Book Review, mentre Paul Muldoon considera Williams “uno dei poeti più brillanti della sua generazione”. Ma forse la dichiarazione di stima più sincera e romantica appartiene ad Anne Sexton che caldeggiò il suo esordio poetico Lies definendolo “Il Fellini della parola scritta”. E pensare che Amarcord, probabilmente il film del regista più vicino alla poetica di Williams, sarebbe uscito quattro anni più tardi.

Williams riesce ancora ad arrivare dal particolare all’universale e viceversa, tramite argomenti come i cambiamenti climatici o una vecchia barbona alla stazione, la guerra in Vietnam, le marce per i diritti civili o le preoccupazioni materne, che in fondo sono quelle di ogni madre.
C’è una poesia bellissima, intitolata “In the heart of the Beast”, in cui il poeta si scaglia con durezza contro Nixon (e non solo) in seguito alla sparatoria della Kent State del 4 maggio ’70.

“E’ carne fresca, giusto mr Nixon? E’ persino più dolce di Mickey Schwerner o Fred Ampton, giusto?” inveisce nei primi versi, per poi rassegnarsi proseguendo“mi spiace, non voglio sentire più nulla (…) non voglio sapere nulla, non mi importa” e invocare uno spiraglio di redenzione verso il finale “Se potessi prendere qualcuno così tra le mie braccia lo convincerei del fatto che ognuno è solo prima della morte ma l’amore ci ha salvati dal vivere le nostre viste riflessivamente con la morte”.

È come un codice

Williams era un poeta stilisticamente molto originale. In alcune delle prime raccolte la forma verso è più contratta e il ritmo scattoso, come in “Flesh and blood” del 1987. Nella seconda fase della sua produzione, invece, i versi si sciolgono in lunghezza e in un linguaggio colloquiale, musicale che sfiora la prosa. “Per molto tempo ho scritto poesie che lasciavano molto fuori. È come un codice, in cui dici poco e lo mandi alla gente che sa come decodificarlo – raccontava in un’intervista al New York Times nel 2000 – Poi ho realizzato che scrivere versi e poesie più lunghi mi dava la possibilità di scrivere nel modo in cui pensavo e in cui mi sentivo. Volevo entrare in aree relegate agli scrittori di prosa, volevo parlare di cose come può fare un giornalista, ma in versi, non in prosa.”

Per questo, e molto altro ancora, la sua poesia è stata paragonata più volte a quella di Withman (suo grande ispiratore) e Borroughs; aggiungerei anche un po’ di Raymond Carver per il lessico pulito e cristallino, il verso slegato e le ambientazioni comuni dalla grande potenza comunicativa.

Vedere e ascoltare Williams

Oltre a leggerlo c’è la possibilità di ascoltarlo (ne vale la pena) e vederlo, grazie ad un suo reading su Ted sul tema della giovinezza e dell’età. Williams è stato anche uno dei pochissimi artisti a cui è stato dedicato un biopic mentre era ancora vivo: il film si intitola Tar ed è stato presentato in anteprima al Festival del cinema di Roma nel 2012. Diretto da ben 11 registi, ripercorre la vita di Williams attraverso i ricordi rievocati dai versi delle sue poesie, con un tono molto delicato e una narrazione volutamente frammentaria; un cast ottimo (James Franco interpreta il poeta, Mila Kunis la moglie, Jessica Chastain la madre, fino a Zach Braff e il mitico Bruce Campbell) e la fotografia quasi fiabesca (omaggio forse troppo forzato a Malick) ne fanno una buona pellicola, per chi volesse approfondire la conoscenza con questo poeta così straordinariamente umano.

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Cantare la solitudine urbana: intervista a Barzin https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-barzin/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-barzin/#comments Sat, 08 Mar 2014 08:50:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19192 Questa intervista è stata pubblicata su Il Mascalzone. Barzin sarà in tour in Italia nelle prossime settimane: il 7 aprile a Padova,  l’11 a Carpi,  il 12 a Torino, il 13 a Varese, il 13 maggio a Livorno e il 15 maggio a Roma. 

Barzin Hosseini, in arte Barzin, è uno dei migliori cantautori dell’ultimo decennio e il nuovissimo album “To Live Alone in That Long Summer” non fa che confermarlo. Come già nel precedente “Notes To An Absent Lover”, che lo ha imposto all’attenzione internazionale, in “To Live Alone in That Long Summer” Barzin continua a reinventare il suono slowcore degli anni Novanta e prosegue il suo percorso di avvicinamento ad una forma canzone perfetta, allo stesso tempo rarefatta e confidenziale, urbana e intimista, una forma canzone che ormai potremmo iniziare a definire alla Barzin. L’uscita del nuovo disco è l’occasione per fare una chiacchierata con l’artista canadese di origini iraniane, in attesa di vederlo dal vivo in Italia.

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barzin

Questa intervista è stata pubblicata su Il Mascalzone. Barzin sarà in tour in Italia nelle prossime settimane: il 7 aprile a Padova,  l’11 a Carpi,  il 12 a Torino, il 13 a Varese, il 13 maggio a Livorno e il 15 maggio a Roma. 

Barzin Hosseini, in arte Barzin, è uno dei migliori cantautori dell’ultimo decennio e il nuovissimo album “To Live Alone in That Long Summer” non fa che confermarlo. Come già nel precedente “Notes To An Absent Lover”, che lo ha imposto all’attenzione internazionale, in “To Live Alone in That Long Summer” Barzin continua a reinventare il suono slowcore degli anni Novanta e prosegue il suo percorso di avvicinamento ad una forma canzone perfetta, allo stesso tempo rarefatta e confidenziale, urbana e intimista, una forma canzone che ormai potremmo iniziare a definire alla Barzin. L’uscita del nuovo disco è l’occasione per fare una chiacchierata con l’artista canadese di origini iraniane, in attesa di vederlo dal vivo in Italia.

Non credo di sbagliare dicendo che “To Live Alone in That Long Summer” prosegua il sentiero tracciato da “Notes To An Absent Lover” e ne rappresenti il successore ideale. A dirla tutta, forse è un po’ meno romantico. Che ne pensi?

Sì, anche io considero il nuovo album un successore naturale del precedente. Credo di aver preso molti degli elementi che componevano “Notes To An Absent Lover” e di averli ulteriormente sviluppati sul disco nuovo. Dal punto di vista sonoro, “To Live Alone…” contiene molte soluzioni in più, mentre dal punto di vista dei testi resta tutto sommato legato a “Notes To An Absent Lover”. Ma sono d’accordo con te sull’aspetto romantico. Volevo allontanarmi un po’ dal romanticismo che sembra abitare sempre le mie canzoni e in “To Live Alone…” ci sono certamente canzoni romantiche, ma sono mescolate con altre che lo sono molto meno. L’equilibrio è uno degli elementi fondamentali di questo nuovo album.

Quali altre differenze ci sono con l’album precedente?

Be’, penso che ci siano molte altre differenze. La strumentazione e gli arrangiamenti sono molto più elaborati nel nuovo disco. “Notes To An Absent Lover” era un album piuttosto austero. Ti dava come la sensazione di guardare alla struttura di una casa senza pareti. Tutto era esposto e visibile. Il nuovo album invece è una casa che ha i suoi muri. È un disco meno esposto, in questo senso. Questa differenza si ripercuote anche sulla scrittura dei testi. Quelli del disco precedente erano semplici e diretti. Non volevo che lasciassero spazio ad alcuna interpretazione, volevo che fossero come le “note” del titolo, in cui il messaggio era chiaro. Su “To Live Alone…” i testi sono più opachi direi. Ho voluto interporre come una finestra, un finestrino sporco, tra me e le parole, in modo che, guardando attraverso la finestra, non si potesse vedere tutto in modo così chiaro. Stavolta mi piacerebbe che l’ascoltatore possa svolgere un ruolo più attivo e dare la sua interpretazione al testo.

Quali sono i temi principali che volevi trattare con le nuove canzoni?

Le canzoni girano intorno a diversi temi. Uno dei temi ricorrenti è la solitudine. L’altro è la città. Volevo un ‘city album’. L’ho scritto in città e volevo che la città fosse nel tessuto dell’album. L’altro tema che lega la solitudine e la città insieme è il desiderio di trovare una connessione con qualcosa o qualcuno nella stessa città che sembra fare di tutto per alienare le persone.

Il titolo “To Live Alone in That Long Summer” è una citazione, giusto?

Sì, l’ho preso da uno dei miei poeti preferiti, Yahuda Amachai. È un poeta israeliano che amo. Era un verso che catturava tutti gli elementi del disco. Così ho pensato, perché scrivere qualcos’altro quando c’è già questo verso meraviglioso che posso prendere in prestito?

L’evocativa “Stealing Beauty” e la quasi-southern “It’s Hard To Love Blindly” sono le mie due tracce preferite del disco. Tu ne hai una preferita?

Sono molto felice di sentire che ti piacciono queste due canzoni, perché anche io ho un rapporto speciale con entrambe. Devo dire, però, che forse sono più orgoglioso di “Stealing Beauty”, delle sue parole, della sua musica e del suo arrangiamento. Devo molto a Nick Zubeck per l’arrangiamento di “Stealing Beauty”, lui ha gran parte del merito per come la canzone è venuta. Per le parole, ricordo che ho impiegato un sacco di tempo per trovare il giusto tono e la giusta voce. Avevo lavorato a un testo per qualcosa come sei mesi e alla fine ho buttato tutto perché non mi soddisfava e ne ho iniziato uno nuovo. In “Stealing Beauty” sono racchiusi il mio tempo e la mia fatica, davvero, e mi fa molto piacere se mi dici che proprio quella canzone ti ha colpito. Quando lavori così tanto su una singola canzone, non c’è nulla di più gratificante che accorgersi della sua riuscita.

Il tuo modo di cantare è sempre appassionato ma, allo stesso tempo, mi sembra che tu cerchi sempre di più di mantenere un certo distacco dalle cose che canti. È così?

Sì. Sono sempre stato attratto da cantautori con uno stile di canto distaccato. Penso a Dylan, a Leonard Cohen, a Matt Berninger dei National. Così non mi sorprende che il loro distacco sia finito anche nel mio modo di cantare.

Rispetto ai grandi cantautori degli anni Sessanta (Dylan e Cohen, ma anche Van Morrison, Paul Simon, etc), quali insegnamenti hai tratto dalla loro lezione musicale?

Quelli che nomini sono cantautori fantastici! Rispetto ognuno di loro soprattutto per il loro artigianato musicale, per così dire. Ma non ti so dire cosa di preciso, soprattutto in Dylan e Cohen, ha catturato la mia immaginazione e stregato il mio cuore. Credo sia difficile non innamorarsi dello sviluppo della carriera di Dylan. È passato attraverso così tanti cambiamenti che ai miei occhi incarna un artista che ha saputo evolversi, cambiare e fare tutto ciò che voleva, anche a costo di alienarsi il suo pubblico. Non posso non ammirare un grande artista come lui che si presenta sul palco, notte dopo notte, e rischia anche di venire fischiato dal suo pubblico. Ci vuole una personalità davvero forte per farlo. Ciò che amo di Cohen invece, non sono soltanto le sue magnifiche canzoni e i suoi magnifici testi, ma l’uomo dietro quelle canzoni. È un autentico poeta, era uno scrittore prima ancora di diventare un cantautore e lo si percepisce chiaramente dai suoi testi. Io credo che nessuno abbia mai scritto testi per canzoni come quelli di “Suzanne”, “Tower of Songs”, “Famous Blue Raincoat”, “Hallelujah”.

Come suoneranno dal vivo le canzoni di “To Live Alone in That Long Summer”?

Oh, questa è una domanda cruciale! Proprio in questo momento sto cercando, con grande difficoltà, di ricreare dal vivo le canzoni che ho registrato. Il motivo della difficoltà sta nel fatto che credo di scrivere canzoni molto più adatte ad essere registrate ed ascoltate su un disco piuttosto che ad essere tradotte in un’efficace performance live. Ecco perché l’esecuzione dal vivo è sempre una cosa difficile per me. Ogni volta devo inventare un nuovo arrangiamento in modo che le canzoni possano essere suonate dal vivo.

Anche in questo disco è presente Tony Dekker dei Great Lake Swimmers. Che rapporto c’è tra voi?

Conosco Tony da molti anni ormai. È un buon amico. Ricordo che ci siamo conosciuti quando lui venne a vedere uno dei miei concerti. Dopo il concerto abbiamo parlato, siamo usciti e siamo andati a mangiare cibo cinese. Successe prima che lui iniziasse a registrare la propria musica. Tony poi è venuto con me in tour la prima volta che venni in Europa, suonò il basso per me in quel tour. Come sai, è un grande autore di canzoni. È una gran brava persona, un uomo con un’etica molto forte e io lo ammiro molto per questo. Naturalmente ho seguito la sua carriera sin dagli inizi ed è bello vedere dove sia arrivato con la sua musica. Sono felice per lui. Tony ha lavorato davvero duramente per arrivare dove è oggi.

Prima hai parlato di Matt Berninger. Sei un fan dei National? Tra l’altro c’è una canzone nel tuo nuovo album, “Fake it ‘Til You Make It…”, che ha una combinazione di piano e batteria che mi ha ricordato le soluzioni di alcune loro ballate…

Sì, sono un loro grande fan. Amo il senso di equilibrio posseduto dal loro rock. Sanno come fare rock’n’roll ma hanno anche attenzione e rispetto massimi per i testi. Matt Berninger è un grandissimo autore di testi. Ha scritto versi davvero magnifici. I National riescono a fare grandi dischi e a mettere su grandi spettacoli dal vivo. Combinazione perfetta!

Ami altre band degli ultimi anni?

Ho ascoltato molto alcuni bellissimi album che sono usciti l’anno scorso: Bibio “Silver Wilkinson”, Alice Smith “She”, Rhye “Woman”.

Quali sono i tuoi cinque album preferiti di tutti i tempi?

Questa è davvero difficile. Direi che è molto difficile per me non indicare album incise prima del 1980. Il “White Album” dei Beatles, “Kind of Blue” di Miles Davis, “Astral Weeks” di Van Morrison sono dannatamente belli e imprescindibili, per esempio. E anche le “Cello Suites” di Bach. Ma ci sono band che hanno fatto album fantastici anche negli ultimi decenni. Penso a nomi come Talk Talk, The National, Scott Walker, The Walkmen, e molti molti altri.

Ok, è tutto. Grazie Barzin. 

Grazie a te. Grazie per avermi dedicato il tuo tempo e per la piacevole chiacchierata sulla musica. È l’unico argomento di cui non smetterei mai di parlare.

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