Vasco Pratolini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vasco-pratolini/ un blog di approfondimento culturale Sat, 20 Feb 2016 00:31:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Vasco Pratolini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/vasco-pratolini/ 32 32 Umberto Eco, un grande italiano https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/ https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/#comments Sat, 20 Feb 2016 06:30:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14534 È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest'intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento.

L'articolo Umberto Eco, un grande italiano proviene da Minima et Moralia.

]]>
umberto-eco

È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest’intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento. Da Guglielmi a Sanguineti, passando per Manganelli e Malerba, Elio Pagliarani ed Enrico Filippini, Alfredo Giuliani e Antonio Porta, Sebastiano Vassalli, Alberto Arbasino e Nanni Balestrini, forse il più attivo di tutti. E poi naturalmente Umberto Eco, che quando parla degli amici e delle vicende dell’epoca s’illumina in volto. Val la pena cominciare dall’inizio, poiché il Gruppo 63 non nacque certo dal nulla.

Professore, qual era il clima che l’ha generato?

Mettiamo subito in chiaro una cosa: si continua a parlare del Gruppo 63 come di una neoavanguardia, come se fosse un gruppo che ha lanciato un modo nuovo di scrivere, un po’ come il futurismo. Non è così. Nel Gruppo 63 confluiva ciò che esisteva da almeno cinque o sei anni. Era già dalla metà degli anni Cinquanta che la rivista “Il Verri” ospitava i primi scritti dei poeti e dei critici che poi faranno parte del Gruppo. Poi c’era stata l’antologia I Novissimi, uscita all’inizio degli anni Sessanta. Esisteva perciò già un contesto ben preciso.

Che però accomunava personalità estremamente differenti.

Basti pensare all’abissale differenza fra Manganelli e Sanguineti, o fra Malerba e Balestrini…

Gira un aneddoto sul suo incontro con Balestrini, propiziato dal filosofo Luciano Anceschi.

Sì, un giorno Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco veda un po’ che si può fare per questo ragazzo, è un po’ pigro…”. Poi passato qualche tempo, dopo la nascita del Gruppo 63, Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco, veda un po’ che cosa si può fare con Balestrini, forse bisognerebbe frenarlo un po’”. Erano ancora i tempi del Blu Bar di piazza Meda, a Milano: è lì che in fondo si è disegnata non dirò una frattura ma una differenza generazionale. In questo bar, al sabato, si riunivano Montale, Sereni, Bo, l’alta e vecchia guardia, dove non dico il più giovane ma di certo il più avanzato era proprio Anceschi. Lui aveva cominciato a portare alcuni di noi giovani: per noi era davvero un’esperienza, incontrare questi grandi “guru” e poter conversare con loro. Però man mano che noi entravamo – arrivava Cambon con il suo ultimo saggio su Joyce o Giuseppe Guglielmi con la poesia sull’Anifructus brunito per la cena dove si parlava di merda – noi eravamo sempre di più e alcuni anziani non riuscivano a entrare nella nuova atmosfera, così non venivano più. Non era avvenuto nessuno scontro, intendiamoci, il clima era tutto sommato idillico. Poi capitava anche che qualche volta, visto che alcuni di noi lavoravano in televisione, si arrivava lì con bellissime fanciulle. Non è che agli anziani dispiacesse, direi il contrario, ma certamente si sentivano fuori posto.

Invece come avvenne l’atto di nascita formale del Gruppo 63?

Da un delirio di Balestrini. Secondo me attorno a un tavolo di ristorante a Milano. Invece Balestrini stesso, proprio pochi giorni fa, mi diceva che era iniziato tutto a Palermo, un giorno, durante una chiacchierata, tanto che poi sempre lì ci ritrovammo per il primo incontro ufficiale del Gruppo.

Qual era l’idea fondante?

Ricordo benissimo la frase di Balestrini: “faremo incazzare un sacco di gente”. L’idea fondante era un atto puramente terroristico. Si trattava di un progetto sociologico ancor prima che letterario. Nel senso che il letterario c’era già prima col “Verri” e altri circoli, perciò poteva andar benissimo avanti anche senza Gruppo 63.

E a livello “sociologico” suscitaste uno straordinario clamore.

Il clima era piuttosto favorevole. Ricordo quando nel ’62 uscì “Il Menabò” di Vittorini con un mio lungo testo e quelli di Sanguineti, Filippini, Colombo e altri: fummo duramente attaccati da Vittorio Salvini su «l’Espresso», che rappresentava allora un’“estrema destra” crociana. E ricordo anche un dibattito nella libreria Einaudi di Via Veneto, allora diretta da Cesare Cases: arrivò Achille Perilli, uno dei pittori (non c’erano tra noi solo uomini di penna ma anche uomini di pennello), con un manico di scopa nascosto sotto l’impermeabile, una sorta di manganello, dicendo: “se stasera si deve menare, allora si mena!”. Un poco come accadeva alle serate futuriste.

C’era una certa euforia della critica…

Sì, le polemiche verbali erano all’ordine del giorno. Sempre su «l’Espresso», recensendo un mio intervento, Vittorio Saltini menzionava con sarcasmo una mia citazione da Blaise Cendrars, che diceva “Tutte le donne che ho incontrato si profilano agli orizzonti –coi gesti pietosi e gli sguardi tristi dei semafori sotto la pioggia”. Versi bellissimi, ma Saltini commentava che a me “solo i semafori evocavano pensieri erotici”. Bene, gli risposi di mandarmi sua sorella!

L’impressione è che vi divertivate davvero molto.

Ci divertivamo un mondo. Ed è questo in qualche modo l’idea balestriniana di tipo terroristico. In cosa consisteva? C’era stata l’esperienza del Gruppo 47 tedesco, scrittori sperimentali che si ritrovavano a leggere i propri testi e poi criticarsi ferocemente l’un l’altro. Ma in Italia questo era impensabile, perché l’etichetta era di estrema educazione e, anzi, d’incensamento reciproco, visto che in fondo quella letteraria era una piccola comunità che doveva autodifendersi.

Invece voi?

Noi eravamo differenti. È mia la battuta che la nostra era “un’avanguardia in vagone letto”. Noi eravamo già “sistemati”, tutti lavoravamo già nelle case editrici, nei giornali, in televisione e nell’università. Non dovevamo scalare il potere, non avevamo bisogno di arroccarci in una difesa corporativa. Ma quello che è apparso più intollerabile è che nessuno degli scrittori di tipo tradizionale avrebbe mai accettato di presentare i suoi testi a una pubblica critica, meno che mai fatta dai colleghi. Ebbene, ecco in cosa consisteva l’atto terroristico di Balestrini: lanciare nell’ambiente letterario un modo nuovo di interagire.

Quindi non era soltanto un costrutto “teorico” a tenervi insieme.

Se si va a vedere chi ha partecipato alla riunione di Palermo e poi alle altre, si troveranno alcuni scrittori difficilmente ascrivibili a una qualche forma di neoavanguardia. Basti pensare a Malerba, un narratore modernissimo ma leggibile. Non era soltanto un’associazione di “illeggibili”, come qualcuno indubbiamente era. Ciò che ci teneva insieme era il senso del reciproco duello. E poi tutto sarebbe finito se “gli altri” non si fossero offesi.

In che senso?

L’esperienza sarebbe probabilmente terminata lì, a Palermo, come si conclude un qualsiasi convegno. E invece quelli che erano stati attaccati si offesero. E risposero creando una gran cagnara. Quando Sanguineti ha definito Bassani e Cassola le “Liale del nostro tempo”, Bassani ha reagito pubblicamente con vigore dando così rilievo a quella che era stata una battuta detta di passaggio. Altri invece si incuriosirono: Moravia per esempio era a Palermo in quei giorni, forse non era venuto per quello, ma pareva voler annusare da vicino cosa stava succedendo. Vittorini partecipò alla seconda riunione di Reggio Emilia, e lo stesso Calvino ci guardava con simpatia.

Più che avanguardisti o neo, eravate piuttosto sperimentali.

L’avanguardia presuppone una sorta di attacco violento, lo sperimentalismo è un lento lavoro sulla pagina. Bisogna rileggersi il saggio di Renato Poggioli, bellissimo, sulle avanguardie: ne faceva una fenomenologia fissandone le caratteristiche. E fra queste diceva che per l’avanguardia deve esser terroristica e suicida. In ogni caso espressione polemica di un gruppo bohémien ancora escluso dal potere. Il Gruppo era terroristico ma non suicida, perciò non eravamo come l’avanguardia storica. Joyce non era avanguardia ma scrittore sperimentale. Possiamo metterci anche Proust e ci sta benissimo. Quindi nella “neoavanguardia” del Gruppo 63 gli autori più interessanti e più visibili erano gli sperimentali.

C’era una componente goliardica che vi permise di realizzare la premessa di Balestrini, quella cioè di far arrabbiare molta gente?

Direi proprio di sì. Ricordo l’istituzione del Premio Fata, in opposizione al Premio Strega, per il romanzo più brutto dell’anno. L’idea venne a me insieme alla Cederna e i fiorentini. Lo assegnammo a Pasolini, che lo prese talmente sul serio che ci scrisse per argomentare che non potevamo dare quel premio a lui.

Veniamo ai vostri “nemici”, ai vecchi rappresentanti del mondo letterario che si piccarono delle vostre uscite. In definitiva vi rimproverarono per tre cose: la prima quella di fare gruppo.

Esatto: se c’è un gruppo “c’è un golpe”, “ci attaccano perché vogliono il potere”.

Seconda: fate gruppo su base generazionale.

Era vero, anche se qualcuno, come per esempio Manganelli, non era un adolescente di primo pelo.

Terza: fate gruppo contro qualcosa o contro qualcuno.

Polemizzavamo contro quello che all’epoca, con linguaggio della critica americana, veniva chiamato “il romanzo ben fatto”. Quindi in un certo senso la polemica era contro il romanzo consolatorio, indirettamente contro la letteratura commerciale. Certo, oggi riconosco che l’aver messo sullo stesso piano Cassola e Bassani non fu giusto. Salverei Bassani e non Cassola.

Inizialmente si diceva che il Gruppo produceva solo programmi o poetiche, ma nessuna opera di valore.Poi si è dovuto ammettere che alcuni erano scrittori da non sottovalutare, come Arbasino, Manganelli, poeti come Pagliarani e Porta… Allora cosa è successo?

Si è creata la sindrome del carciofo. Se si riconosceva via via che qualcuno era davvero uno scrittore, subito si diceva: sì, ma lui non c’entra veramente col Gruppo 63, ci è passato per caso. Manganelli? Era lì di passaggio. Si scopre Porta come grande poeta? Ma partecipava solo marginalmente al Gruppo. Man mano che non si poteva negare il talento di qualcuno di noi lo si scartava dal Gruppo come si sfoglia un carciofo. Col risultato che alla fine rimanevano soltanto i personaggi di secondo piano.

Per esempio?

Si pensi agli sperimentali radicali, gli illeggibili per sfida. Ricordo il libro di Gian Pio Torricelli Coazione a ripetere: un intero libro dove per centinaia di pagine apparivano stampati in lettere alfabetiche, uno dopo l’altro e senza virgole, i numeri da uno a cinquemilacentotrentatrè. Una provocazione, oggi si direbbe, alla Cattelan.

Lei ritiene che un’esperienza simile, in cui si fa gruppo, sia oggi ripetibile?

Mi pare difficile. È cambiato il clima. Balestrini ha cercato di far nascere un Gruppo ’93, ma ciascuno poi ha corso per conto proprio. È un po’ per lo stesso motivo per cui oggi i giovani non si riuniscono più in associazioni o partiti. Siamo in un’epoca di cani sciolti.

Non crede sia anche un po’ colpa degli scrittori, sempre più interessati a vendere il proprio libro che non a imporsi come autori?

Anzitutto, se alcuni giovani scrittori sono presi da esigenze di mercato questo non esclude che, se ci guardiamo in giro, esista il gruppo che fa la rivistina dove per vocazione si produce senza pretese di far cassa. Poi, negli anni Cinquanta in televisione la rubrica sui libri di Luigi Silori s’intitolava “Decimo Migliaio”, il che voleva dire che se un libro riusciva ad arrivare a diecimila copie era un successo al pari di Via col vento. Quindi chi faceva letteratura (ma anche pittura: il contemporaneo allora non veniva venduto certo per milioni di dollari) sapeva benissimo che non era da quella attività che avrebbe tratto da vivere. Ora, si metta nella situazione di uno scrittore che vede intorno a sé un mercato che può trasformare il suo prodotto in qualcosa che gli permette di vivere.

L’aspetto di marketing della letteratura è evidente…

Il libro di successo non fa più diecimila copie, ma parte da centomila per arrivare in alcuni casi al milione. Ma non è detto che uno come Philip Roth, che vende milioni di copie, non sia un grande autore.

E cosa avevate all’epoca voi del Gruppo 63 che oggi non c’è più nel mondo letterario?

La possibilità e il gusto del confronto. Immagini la scena: uno di noi aveva appena scritto una pagina e veniva in pubblico a discuterla. Se oggi uno facesse una cosa simile sarebbe preso per le orecchie dal suo editor. È cambiata l’atmosfera generale. Il gusto del confronto forse è rimasto solo nell’università: lì i giovani si confrontano, fanno seminari, si attaccano, litigano. Ma solo perché non c’è da guadagnarci. Uno può fare un feroce dibattito sulla sua interpretazione di Heidegger, ma questo non fa salire le sue vendite.

Voi del Gruppo 63 non avevate un’identità politica ben definita.

Diciamo che eravamo “vaga sinistra”.

Appunto, “vaga”…

C’erano comunisti come Sanguineti e socialisti come Barilli. E altri che semplicemente non facevano politica.

Vi rimproverarono di non essere abbastanza “engagés”?

Uscivamo dal periodo di dominio del PCI sulla cultura che aveva creato una neoscolastica marxista – per cui si attaccava persino Visconti solo perché si stava occupando di drammi ottocenteschi e non più di ponti della Ghisolfa. Era più che ovvio che il Gruppo non potesse e non volesse collocarsi in qualche “chiesa”. Però questo non escludeva che ciascuno, per conto proprio, avesse le proprie compromissioni politiche.

Dopo il Gruppo 63 si può parlare di altre correnti o generi?

Non in maniera visibile. E comunque non con lo stesso impatto che avemmo noi allora.

Gli scrittori pulp italiani degli anni Novanta?

Ci stavano dentro persino gli Skiantos, ai quali Maria Corti dedicò un bellissimo saggio. Ma erano fenomeni più locali e più disseminati. L’ultima possibilità data a una generazione di fare gruppo fu il ’68, ma non era gruppo letterario bensì politico. Diciamo che molte di quelle energie che in un’altra epoca sarebbero confluite in un’attività letteraria allora confluirono nella politica. L’unico tentativo di diversificazione fu quello di Bifo nel 1977, dei deleuziani bolognesi, ma anche lì sul piano letterario non ha prodotto molto.

Se dovesse fare un bilancio del Gruppo 63 oggi, cinquant’anni dopo?

Una delle accuse che ci muovevano era, come ho detto, che si producevano poetiche e non opere. Ecco, direbbe che La ragazza Carla di Pagliarani o le poesie di Porta non sono opere che sono sopravvissute ai loro autori?In ogni caso la sopravivenza di un’opera va però giudicatasull’arco di un secolo, non di qualche decennio. Pensi che nella prima metà del Novecento c’erano scrittori che contavano e oggi sono dimenticati – come Virgilio Brocchi o Papini. Persino Bacchelli, che pure per me continua a essere uno dei grandi scrittori della prima metà del Novecento. Vedremo se fra 50 anni si leggerà ancora Sanguineti o no. Se sì, ci saranno certamente ancora alcuni che diranno che però lui, tutto sommato, non apparteneva al Gruppo…

L'articolo Umberto Eco, un grande italiano proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/feed/ 2
L’uomo del futuro: Eraldo Affinati sulle strade di don Milani https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luomo-del-futuro-eraldo-affinati-sulle-strade-di-don-milani/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luomo-del-futuro-eraldo-affinati-sulle-strade-di-don-milani/#comments Fri, 19 Feb 2016 08:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30021 Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un'intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un'opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L'inquietudine che c'è prima dell'azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

L'articolo L’uomo del futuro: Eraldo Affinati sulle strade di don Milani proviene da Minima et Moralia.

]]>
donmilanifoto

Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un’intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un’opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L’inquietudine che c’è prima dell’azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

Da qualche giorno nelle librerie è arrivato L’uomo del futuro (Mondadori, 177 pagine, 18 euro): dieci capitoli in seconda persona nei luoghi e nel fuoco della controversia accesa dal priore, e altrettanti capitoli per i diari di viaggio dal Gambia a Volgograd in soggettiva sulle tracce dello spirito di Barbiana. Con la scelta della seconda persona l’autore sembra mettersi di fronte a sé stesso, però a corta distanza, nel tentativo di fondere azione e riflessione. È un testimone della propria esperienza: «Un amico mi ha detto che in questo modo è come se avessi fatto un esame di coscienza. Per me scrivere e leggere significa anche questo. Ecco perché nei miei testi c’è spesso una bibliografia: serve a lasciare le tracce del cammino che ho compiuto», spiega. Barbiana oggi si propone in chiave multiculturale con la questione posta da Milani con radicalità: l’uguaglianza delle posizioni di partenza, che non assomiglia neanche un po’ all’egualitarismo e al solidarismo retorico.

Affinati ci illustra ancora una volta la propria idea di letteratura che vive sull’esperienza e in cui la scrittura rappresenta l’elaborazione, il momento ultimo. Come credi possibile che una terza persona, per di più esterna, quale sei tu, possa riuscire a percepire, se non a raccogliere un lascito incredibile?, si domanda. E risponde: «D’istinto quasi schiacci il pulsante interiore dei tuoi vent’anni: la letteratura serve a questo, altrimenti non avrebbe senso né leggere, né scrivere».

Stavolta la traccia è un’esistenza che non è scomparsa. Ridefinisce la sconcertante attualità del carisma pedagogico di don Milani: «Non vuoi ammettere che ogni cosa finisce in polvere? No, altrimenti non potresti trovare la forza di scrivere». Ritroviamo la sintassi di Romoletto, lo spirito primigenio de La città dei ragazzi e quell’urgenza di paternità mai sopita. La solitudine della propria adolescenza, che ancora interroga, quella dello scrittore, impastate nella coralità vivificata dalla scuola di Barbiana. Il lavoro che più lo appassiona, ce lo ripete: «Cercare i rapporti, ricucire gli strappi; mettere in relazione libri e destini».

Questo testo, che non percorre la scorciatoia del romanzo, commuove dopo la lettura non solo Aldo Bozzolini, il più piccolo fra gli allievi del priore, ma chiunque sia nato o abbia deciso di rinunciare al privilegio per condividere il cammino sul lato polveroso della strada, della vita. Il maestro, scrittore, politico, educatore; prete ribelle e rispettosissimo rinunciò innanzitutto ai privilegi della propria estrazione sociale alto borghese, senza sostituire l’aristocrazia materiale con quella morale. Lacerare i tessuti, rovesciare i banchi del tempio: è la necessità per immaginare di poter guardare chi non è come te, per guardare dentro a Il quartiere di Vasco Pratolini.

«Certe fotografie del piccolo Lorenzo fanno impressione: le camicette immacolate, le scarpette bianche, i capelli ben pettinati. Egli, sin dalla più tenera età, sentì tutto questo come una zavorra insopportabile, altrimenti non avrebbe chiesto al fattore di Montespertoli, dove la sua famiglia aveva una lussuosa residenza, di far entrare in quel giardino dorato i bambini poveri», racconta Affinati. Non fu dunque una conversione sulla via di Damasco, ma già percepibile nelle stagioni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Visitando la Tenuta La Gigliola, casa di campagna della famiglia Milani, distante dieci chilometri da Firenze, si sofferma sul campo da tennis posto accanto alla villa padronale, dove Lorenzo pare che spingesse a giocare a pallone i suoi amici. Qui evoca un confronto con Giorgio Bassani e il Giardino dei Finzi Contini: «Sì, mi ha procurato una serie di risonanze emotive e culturali sulle quali ho lavorato. Insomma la rivoluzione bisogna farla prima dentro noi stessi: ecco cosa ci dice il priore».

Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela, scrisse Milani alla madre. Per essere veramente liberi s’incarna un limite, quale nucleo di ogni vera tensione pedagogica. Andare oltre l’efficacia; a scuola si cerca l’efficacia prima della giustizia.

Quando anche la vostra rivoluzione avrà trionfato, scrive nella lettera a Pipetta, il comunista di San Donato di Calenzano, il mio posto sarà sempre al fianco degli assetati e degli affamati della giustizia. Il senso della sconfitta storicizzata del mito novecentesco dell’uguaglianza non è ragione sufficiente per smettere di essere una spina nel fianco del privilegio che fa scandalo.

Ci emancipa dallo stereotipo di don Camillo e Peppone. Nella prefazione di Esperienze spirituali l’Arcivescovo di Camerino, Giuseppe D’Avack, evidenzia come: «La doverosa e urgente difesa dai pericoli del comunismo ateo ha trascinato molti nella politica in senso tecnico, o addirittura in senso deteriore. Talvolta ci si è convinti che oggi la cosa a cui occorre dare ogni energia, a cui occorre tutto coordinare e subordinare e perfino sacrificare, è la questione elettorale, e la politica; e per far questo efficacemente è necessario – si dice – prendere le difese del governo e della DC e del suo operato, e dei suoi uomini. E Lei ci dice che tutto questo occorre abbandonarlo!» Affinati riporta una frase di don Milani: «Abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, coi congressi eucaristici di Franco».

 La pretesa di giustizia milaniana si realizza nel qui e ora, nell’insegnamento della lingua, nel farsi carico dello sguardo dell’altro e nel far entrare nella Storia gli esclusi, rompendo il conformismo didattico. Il priore considerava povertà la mancanza di parole indispensabili per sciogliere i nodi dell’esistenza: «Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi, mentre loro mi hanno insegnato a vivere». Fare scuola ai diseredati vuol dire raddrizzare le strade storte. A Barbiana la scuola riguadagnava il senso del tempo. Dodici ore al giorno, 365 giorni all’anno. Nella nota Lettera ai Giudici leggiamo:

«La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c’era solo una scuola elementare. Cinque classi in un’aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa. Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in una scuola. Quelli che stanno in città usano meravigliarsi del suo orario. Prima che arrivassi io i ragazzi facevano lo stesso orario (e in più tanta fatica) per procurare lana e cacio a quelli che stanno in città. Nessuno aveva da ridire. Ora che quell’orario glielo faccio fare a scuola dicono che li sacrifico. La questione appartiene a questo processo solo perché vi sarebbe difficile capire il mio modo di argomentare se non sapete che i ragazzi vivono praticamente con me. Riceviamo le visite insieme. Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta. Scriviamo insieme». Tutto si legava dentro la vita del maestro e dei suoi allievi, piccoli montanari da non tradire. Era un modo nuovo di vivere. Stare giù in basso, alla maniera di Simone Weil quando lavorava nelle officine Renault di Boulogne Billancourt, scrive Affinati.

 Un’alleanza senza confondere i ruoli. «Quella non è una scuola, è una pubblica piazza. Ognuno tira per la sua strada disinteressandosi del prossimo. Vi siete forse illusi di poter fare una scuola democratica? È un errore. La scuola deve essere monarchica assolutista ed è democratica solo nel fine, in quanto il monarca che la guida costruisce nei ragazzi i mezzi della democrazia». Così Milani si rivolse al professore Marcello Inghilesi, che aveva organizzato una proiezione di Roma città aperta, invitando gli allievi di Barbiana. Non gli era piaciuto il rumore di sottofondo degli studenti delle medie.

 Lo scrittore insegnante non imbalsama colui che chiama profeta. La perfezione inaridisce, l’elogio dell’errore come quello del ripetente alimenta i don Milani inconsapevoli sparsi per il mondo. I beni non spesi perdono valore. Affinati scrive quel che sa, quello che sperimenta alla Scuola Penny Wirton con i ragazzini egiziani sperduti, che nella lingua rincorrono un orientamento. Gettarsi nella mischia, ferirsi, prima dei registri, prima dei voti. «La scuola ha un problema. I ragazzi che perde», argomentava Milani. Respiriamo a polmoni aperti, sottraendoci alla logica binaria scuola od officina.

La rivoluzione è aspettare i ritardatari: un’utopia? Andare a cercarsi i ragazzi uno per uno, far scattare una scintilla, essere autentici, fare sul serio: non salverà il mondo, ma dona vite. «C’è un punto in cui l’educatore accetta la propria impotenza, esce dal tribunale della storia e torna alla lavagna chinando il capo. Fu in seminario che Lorenzo cominciò a capire come si dovrebbe sentire chi insegna agli adolescenti difficili: un po’ sconfitto, un po’ vittorioso. Non significa forse questo essere padri?»

Illuminano in questo senso gli appunti del viaggio nei bassifondi dell’ex Berlino est. All’Arca di Marzahn l’incontro tra lo scrittore, in visita presso la struttura fondata da un pastore metodista per adolescenti feriti, e Manfred, dipendente dalla droga, figlio di una prostituta, senza padre, si conclude con un emozionante: «Adios papa».

Nell’ottobre del 1941 Lorenzo aveva fatto domanda d’iscrizione all’Accademia di Brera. Si sottrasse alla condizione dell’artista isolato per un’opera collettiva. Affinati percorrendo le pagine di Lettera a una professoressa aggredisce i nodi tuttora irrisolti. Il babbo di Gianni a 12 anni andò a lavorare da un fabbro e non finì neanche la quarta. A 19 anni andò partigiano. Non capì bene quello che faceva. Ma certo lo capì meglio di voi. Sperava in un mondo più giusto che gli facesse eguale almeno Gianni. Gli ostacoli che l’articolo tre dovrebbe rimuovere lui ce li ha addosso.

Poi c’è Pierino, l’alter ego del priore. Il dottore e sua moglie sono gente in gamba. Leggono, viaggiano, ricevono gli amici, giocano col bambino, hanno il tempo di stargli dietro. La casa è piena di libri e di cultura. A cinque anni Gianni maneggia la pala con maestria. Pierino il lapis. «Pierino non veniva mai respinto. Passava sempre, anche senza studiare. Sarebbe dovuto diventare un professore. Questo era, ed è ancora oggi, il destino di tutti i Milani, in senso lato: cattedratici, scienziati, eruditi, mantenuti dai loro stessi inservienti. Gente che non si sporca le mani. Quelli che prima lavorano gratis, raffinato sistema per escludere chi non se lo può permettere, poi salgono in cattedra, come se fosse un podio, quindi si sposano e tirano su altri figli uguali a loro. Più Pierini che mai.» Chi spezza il circolo dell’esclusione?

Dall’ateismo al seminario, dall’agiatezza alla povertà. Consacrato sacerdote nell’ottobre 1947 a San Donato di Calenzano, capire don Milani significa anche contestualizzare l’unicità nel clima del cattolicesimo fiorentino pre e post conciliare di padre Ernesto Balducci, don Giulio Facibeni e Giorgio La Pira. Conciliarista ante litteram, Milani, come asserisce Affinati, getta scompiglio nel rapporto con le istituzioni ecclesiastiche senza tradire un solo principio sul quale si fondava la comunità. Nella Lettera ai Giudici, sulla quale torneremo più avanti, conosciuta anche come L’obbedienza non è più una virtù, Milani risalta proprio una delle conquiste conciliari, rispetto alla non violenza che non era ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa: «Il Concilio invita i legislatori ad avere rispetto per coloro i quali o per testimoniare della mitezza cristiana, o per riverenza alla vita, o per orrore di esercitare qualsiasi violenza, ricusano per motivo di coscienza o il servizio militare o alcuni singoli atti di immane crudeltà cui conduce la guerra».

Monsignor Mario Tirapani, insegnante di Sacre scritture al seminario, nelle vesti di vicario generale dell’arcidiocesi, lo fece trasferire nella chiesetta sperduta di Sant’Andrea a Barbiana. La periferia avrebbe dovuto condannare all’oblio anche quel “pretino di famiglia mezza ebrea” dallo spirito indipendente, dal gran temperamento che non si lasciava certo irretire dall’indecisione. Inconsapevolmente il monsignore gli aveva aperto una distanza strepitosa da coprire, al contempo minima e sterminata, fra la cupola del Brunelleschi, fra una capitale della cultura e il terzo mondo della collina di Barbiana senza strade, luce, acqua e telefono. Il sottoproletariato agricolo destinato a estinguersi nell’agglomerato indistinto della città rivelò invece tutte le potenzialità inespresse.

È interessante, in questo senso, la recensione di Luciano Bianciardi su Esperienze pastorali citata nel testo: «Un moralismo che noi non accettiamo nei suoi fondamenti dottrinari, ma che tuttavia auspichiamo di veder emergere fra chi accetta la dottrina cristiana, e con il quale siamo certi di poter discutere con reciproco frutto». All’epoca la Congregazione all’Arcivescovo di Firenze suggerì di ritirare dal commercio per ragioni di prudenza, di non ristampare o tradurre il libro di don Milani, scritto nel 1954 e pubblicato nel 1957. Le parole di Ernesto Balducci ne sintetizzano la portata: «Venuto dal di fuori aveva colto subito il punto di inerzia che intercettava e falsificava i contatti tra chiesa e mondo e ne fece un’analisi spregiudicata nel suo primo libro, Esperienze pastorali». Balducci lo definisce radicalismo illuministico: «La qualità di quelle pagine mette allo scoperto gli assunti di un apparato in cui le intenzioni ideali e le pratiche reali riuscivano a convivere in tranquillissima contraddizione». Discorso e testimonianza coincidono in Milani, che si considerava «parte viva della Chiesa, anzi suo ministro», malgrado l’incomprensione di quest’ultima.

Incarnare un limite, oggi più che mai questo aspetto dello spirito milaniano potrebbe esserci utile di fronte alla deflagrazione del desiderio cui assistiamo, dice Affinati. «Esperienze pastorali è un’inchiesta straordinaria su un paese, l’Italia, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il “miracolo economico”. Non ha niente da invidiare a nessuna inchiesta sociologica contemporanea e successiva. Ha il vantaggio di una necessità che viene dagli scopi che l’autore si proponeva: di conoscenza e riflessioni attive finalizzate a un intervento religioso e sociale. È probabilmente l’opera più ricca del suo autore piena di indicazioni la cui attualità è andata crescendo. È esplosa nella nostra società che ha fatto dello spettacolo, del divertimento, del tempo libero il proprio fulcro ideologico e, attraverso i media, il principale strumento in mano alle classi dirigenti per la propria perpetuazione e per il controllo delle coscienze», scrive Goffredo Fofi (La Ricreazione, e/o). Giuseppe D’Avack elogiò l’utilizzo della statistica da parte di don Milani, che caratterizzerà anche Lettera a una professoressa.

Solo nel 2014 è stato tolto dalla Chiesa il veto alla ristampa di Esperienze pastorali: «Torna a diventare un patrimonio del cattolicesimo italiano e in particolare della Chiesa fiorentina, un contributo alla riflessione ecclesiale da riprendere in mano e su cui confrontarsi. La valorizzazione della persona e dell’opera di don Milani è iniziata nella Chiesa da tempo, e un particolare ruolo lo ha svolto quella stessa Civiltà cattolica da cui era uscita la voce più critica subito dopo la pubblicazione di Esperienze pastorali. Sull’Osservatore Romano è apparso un articolo di grande evidenza nel quale si esaltava la figura di don Lorenzo Milani quasi a contraltare dell’articolo che invece nel 1958 metteva in guardia dalla lettura di Esperienze pastorali», ha dichiarato nell’aprile 2014 il cardinale Betori a Toscana Oggi.

A quasi cinquant’anni dalla morte di don Milani, Affinati ci ricorda il fuoco espressivo delle sue lettere. Un patrimonio straordinario del quale si nutre L’uomo del futuro: «Come si fa a negare valore letterario, per fare un solo esempio, alla Lettera ai Giudici? Solo un pregiudizio di marca crociana potrebbe impedirci di collocare Milani fra i più notevoli scrittori del suo tempo, di stampo epistolare, nel solco più puro della letteratura italiana. Con una differenza essenziale: che lui, non ricopiando in bella, gettava un’ombra lunga sull’autonomia dell’opera, conferendole valore intoccabile. Anche in questo senso è stato un profeta. Uno fra i più misteriosi scrittori italiani fra quelli che si sono nascosti dietro il proprio talento per cause di forza maggiore, ha negato sé stesso con pervicacia degna dell’ultimo Tolstòj».

Sull’altura del Mamajev Kurgan, dove si riuniscono i soldati russi in licenza dalla Cecenia, Affinati ha incontrato Ivan, che ha smarrito le ragioni, l’euforia della scelta di arruolarsi. Lo scempio di Groznyj, che Anna Politkovskaya ci raccontava, l’ha reso antimilitarista. L’obiettore Ivan affronterà la cella. Si appellerà all’articolo 59.3 della Costituzione. Un taccuino di viaggio che ci rivela ancora l’attualità di don Milani. Il 12 febbraio del 1965 una minoranza, autoproclamatasi maggioranza, dei Cappellani militari in congedo della Toscana redasse un comunicato, diffuso poi da La Nazione, nel quale sostanzialmente si associò l’obiezione di coscienza a un insulto alla patria. Né le autorità religiose, né quelle civili avevano reagito al testo. Circa venti giorni più tardi Milani pubblicò una lettera di risposta, stampata in mille copie, e successivamente, nel mese di marzo, ripresa da Rinascita.

Reclamò, tra l’altro, contro l’uso distorto del concetto di patria: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri».

A Barbiana giunsero insulti e minacce di stampo fascista. Un gruppo di ex combattenti denunciò Milani e la rivista per apologia di reato. Impossibilitato a recarsi in tribunale, a causa della malattia che poi lo spense, preparò una Lettera ai giudici, che sta lì dove stanno le stelle da rimirare. In che modo un cittadino può reagire all’ingiustizia?

«È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste. In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Lui a scuola aveva esclusivamente figlioli di contadini e di operai. Lo Stato la luce elettrica a Barbiana l’aveva appena portata, ma le cartoline di precetto arrivavano a domicilio fin dal 1861. Ai giudici scrive che si è impegnato, si è sforzato nel cercare sui libri di storia la categoria di guerra giusta, tuttavia non l’ha trovata in regola con l’articolo 11 della Costituzione italiana:

«Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei trentuno ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Vi ho dunque dichiarato fin qui che se anche la lettera incriminata costituisse reato, era mio dovere morale di maestro scriverla egualmente. Ma è poi reato? L’assemblea costituente ci ha invitati a dar posto nella scuola alla Carta costituzionale “al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali”. Una di queste conquiste è l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”.

Noi gente della strada diciamo che la parola ripudia è molto più ricca di significato, abbraccia il passato e il futuro. È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora. A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito. Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi».

L'articolo L’uomo del futuro: Eraldo Affinati sulle strade di don Milani proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luomo-del-futuro-eraldo-affinati-sulle-strade-di-don-milani/feed/ 2
Tutta colpa di Antonio. Evoluzione del concetto di nazionalpopolare da Gramsci a Pippo Baudo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-concetto-di-nazionalpopolare-da-gramsci-a-pippo-baudo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-concetto-di-nazionalpopolare-da-gramsci-a-pippo-baudo/#comments Sun, 15 Jun 2014 15:40:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21515 Questo pezzo è uscito sul N.16 di Link Idee per la televisione, quel che resta del nazionalpopolare. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui).

di Raf Valvola Scelsi

Gramsci non ha mai usato il concetto di nazionalpopolare. Perlomeno non nel modo in cui ce ne serviamo volgarmente oggi, e soprattutto intendendolo come un concetto e sostantivo unitario. La ragione della più recente torsione del concetto gramsciano, e anche del suo successo attuale, ha origine nella polemica esplosa nel gennaio 1987 tra l’allora presidente della Rai, Enrico Manca, e il conduttore della trasmissione Fantastico 7, Pippo Baudo. Il casus belli fu (già allora) Beppe Grillo, il quale invitato a intervenire in una puntata della trasmissione in onda il sabato sera, si divertì a sbeffeggiare il recente viaggio in Cina del Presidente del consiglio, Bettino Craxi.

L'articolo Tutta colpa di Antonio. Evoluzione del concetto di nazionalpopolare da Gramsci a Pippo Baudo proviene da Minima et Moralia.

]]>
Antonio-Gramsci_h_partb

Questo pezzo è uscito sul N.16 di Link Idee per la televisione, quel che resta del nazionalpopolare. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui).

di Raf Valvola Scelsi

Gramsci non ha mai usato il concetto di nazionalpopolare. Perlomeno non nel modo in cui ce ne serviamo volgarmente oggi, e soprattutto intendendolo come un concetto e sostantivo unitario. La ragione della più recente torsione del concetto gramsciano, e anche del suo successo attuale, ha origine nella polemica esplosa nel gennaio 1987 tra l’allora presidente della Rai, Enrico Manca, e il conduttore della trasmissione Fantastico 7, Pippo Baudo. Il casus belli fu (già allora) Beppe Grillo, il quale invitato a intervenire in una puntata della trasmissione in onda il sabato sera, si divertì a sbeffeggiare il recente viaggio in Cina del Presidente del consiglio, Bettino Craxi.

“La cena in Cina… c’erano tutti i socialisti, con la delegazione, mangiavano… A un certo momento Martelli ha fatto una delle figure più terribili… Ha chiamato Craxi e ha detto: ‘Ma senti un po’, qua ce n’è un miliardo e son tutti socialisti?’. E Craxi ha detto: ‘Sì, perché?’. ‘Ma allora se son tutti socialisti, a chi rubano?’”. By the way, la battuta avrebbe determinato il definitivo allontanamento del comico genovese dalla tv pubblica, anche per l’intervento immediato di Enrico Manca, che in un’intervista disse “Basta con questa tv nazionalpopolare”, e aggiunse “e non lo si prenda per un complimento”. Il concetto di nazionalpopolare nella sua torsione attuale veniva così lanciato con clamore, e da una figura di rilievo dell’allora parterre politico. Già a capo della Commissione stampa e propaganda del Psi all’inizio degli anni Settanta, Manca aveva un certo profilo intellettuale e anche un passato “in prima linea” nella tv pubblica. Entrato in Rai nel 1959, dal 1961 al 1972 era stato redattore del Giornale radio Rai, poi caporedattore centrale del tg e direttore dei servizi culturali.

Alla dichiarazione di Manca rispose stizzito Pippo Baudo, che proprio alla fine dell’ultima puntata del programma, appena prima della tradizionale estrazione dei numeri vincenti della lotteria, disse: “Considero questa definizione un’offesa. Il presidente Enrico Manca rilascia spesso interviste, anche troppe. Vuol dire che d’ora in poi farò programmi regionali e impopolari”. Una risposta talmente acida e fuori dalle righe da aprire la strada al successivo passaggio del conduttore siciliano alla concorrente Fininvest, insieme a Lorella Cuccarini che di Fantastico 7 era stata l’altro asse portante. Una decina di anni dopo, ironia della sorte, sarà lo stesso Pippo Baudo a rivendicare il valore nazionalpopolare delle proprie trasmissioni, e questa volta nel presentare il Festival di Sanremo. Nel 1996 infatti dirà: “Il Festival è uno spettacolo nazionalpopolare nel senso gramsciano del termine”.

Il concetto di nazionalpopolare trovava così una “nuova” identità. Nelle parole di Manca il sottointeso era che con quel termine si veniva a identificare qualcosa di triviale e volgare, che solleticava gli appetiti più bestiali del pubblico, qualcosa di molto basico, non culturalmente dignitoso, proprio dei gusti del popolino. La torsione data al concetto da Manca si inseriva per la verità nella temperie ideologica dell’epoca, in cui gli esponenti di punta del Partito socialista, alla ricerca di un proprio spazio politico autonomo, non perdevano occasione per polemizzare con il Partito comunista. Insomma, la frase di Manca si colloca perfettamente nello spirito dell’epoca, ma ciò non spiega appieno il successo che invece avrebbe avuto la sua lettura dell’importante concetto gramsciano.

Ma cosa intendeva Gramsci?

È appropriato far risalire al pensatore comunista la definizione di nazionalpopolare? Se si vanno anche solo superficialmente a spulciare i Quaderni del carcere, del termine “nazionalpopolare” non si trova traccia. Gramsci parla difatti di nazionale-popolare e talvolta di popolare-nazionale. I due termini, nazionale e popolare, il più delle volte vengono utilizzati in ambiti distinti, ma senza mai dar vita alla categoria “unitaria” nazionalpopolare.

Per Gramsci uno dei temi cruciali della questione ideologica del nostro Paese stava nella grande distanza esistente tra i ceti intellettuali e il popolo, e nella impossibilità e incapacità degli intellettuali di rappresentare gli interessi e i gusti della gente e quindi in tal modo di farsene guida. Sulla scorta della sua precedente esperienza professionale – Gramsci era stato difatti negli anni torinesi il recensore teatrale de L’Avanti! – l’attenzione che il filosofo sardo-torinese dedica al panorama culturale dell’epoca appare veramente minuziosa, tanto da spingerlo a definire una vera e propria tassonomia dei generi letterari e del loro successo tra il popolo(1). La sua lettura del Risorgimento da questo punto di vista è emblematica: la mancanza di una scrittura e di trame adeguate aveva fatto sì che il Risorgimento esprimesse figure distanti, aristocratiche, talvolta ispirate dalla morale cattolica, come nel caso di Manzoni, ma che non erano mai riuscite a costruire un vero epos nazionale.

Per Gramsci la letteratura italiana dell’Ottocento non offre risposte a questa necessità pedagogico-politica, tranne forse il timido tentativo letterario di Cesare Abba (Da Quarto al Volturno) e poco più. Alla fine l’intellettuale italiano resta una figura distante, distaccata, espressione di una casta lontana dal popolo e dai suoi interessi. Una casta dai tratti anche cosmopoliti, legata all’alta cultura europea, ma che rifugge in modo distratto dal tema della costruzione di un epos nazionale, da radicarsi nel popolo. La mancanza di queste figure intellettuali induce pertanto Gramsci a valorizzare quelle poche che invece agiscono in una direzione profondamente differente, come per esempio Francesco De Sanctis. Agli occhi di Gramsci il critico letterario napoletano ha un approccio militante, profuso direttamente non solo nel suo impegno politico ma anche nel suo approccio alla cultura: “lottò per la creazione ex novo in Italia di un’alta cultura nazionale, in opposizione ai vecchiumi tradizionali, la retorica e il gesuitismo”(2), in questo anni luce lontano da quanto avrebbe fatto invece Croce.

Ma ancora più avanti Gramsci prosegue: “L’assenza di una letteratura nazionale-popolare, dovuta all’assenza di preoccupazioni e di interesse per questi bisogni ed esigenze, ha lasciato il ‘mercato’ letterario aperto all’influsso di gruppi intellettuali di altri paesi, che ‘popolari-nazionali’ in patria, lo diventano in Italia perché le esigenze e i bisogni che cercano soddisfare sono simili anche in Italia”(3). “Così il popolo italiano si è appassionato, attraverso il romanzo storico-popolare francese alle tradizioni francesi, monarchiche e rivoluzionarie e conosce la figura popolaresca di Enrico IV più che quella di Garibaldi, la Rivoluzione del 1789 più che il Risorgimento, le invettive di Victor Hugo contro Napoleone III più che le invettive dei patrioti italiani contro Metternich, si appassiona per un passato non suo, si serve nel suo linguaggio e nel suo pensiero di metafore e di riferimenti culturali francesi ecc., è culturalmente più francese che italiano”(4).

Come correttamente segnalava Garin nell’ambito del Convegno internazionale di studi gramsciani tenutosi a Cagliari nel 1967: “Il problema degli intellettuali fu il nodo intorno a cui ruotarono i Quaderni, fino a costituire il terreno su cui si svilupparono alcuni dei più caratteristici temi gramsciani, come quello del partito, ‘moderno Principe’ e intellettuale collettivo”(5). E sul fondo chiaramente la nozione di egemonia, che del resto avrebbe garantito al pensatore comunista un’importanza cruciale non solo in Italia, ma anche e soprattutto nei Cultural Studies all’estero.

L’origine dell’originale

Secondo la ricostruzione fatta da un giovane storico russo, Jaroslav Leontief, sul complesso dei rapporti tra Gramsci e la moglie russa Julia Schucht, conosciuta dal leader comunista in un sanatorio ai tempi della sua permanenza a Mosca nel 1922, lo stesso concetto di nazionale-popolare sarebbe derivato da una serie di discussioni avute con il suocero Apollon, all’epoca militante comunista, ma di formazione populista. Il concetto gramsciano di nazionale-popolare sarebbe per certi versi quindi la trasduzione del termine russo narodnost.

Seguire la traccia russa porta a risultati suggestivi. Il termine infatti compare già ai tempi dello zar Nicola I, agli inizi dell’Ottocento. Il suo ministro dell’istruzione, Uvarov, lo poneva rigorosamente al terzo posto dopo pravoslavie (ortodossia) e samoderžavie (autocrazia): ovvero la qualità nazionale dei russi sta nella piena sottomissione, e visto l’effettivo carattere dell’impero zarista, anche nella più assoluta devozione nei confronti dello zar. Il concetto di narodnost, dopo la valorizzazione operata da Herzen, conoscerà in seguito una seconda primavera proprio ai tempi della Rivoluzione russa(6). La discussione sull’alta cultura e la bassa cultura, e di converso sul ruolo della letteratura d’appendice, è un tema che viene quindi ampiamente discusso dagli scrittori russi subito dopo la rivoluzione. C’è una ricerca continua e animata di una dimensione popolare dell’attività letteraria che porta a continue discussioni anche all’interno di movimenti di massa quali Proletkult. Immaginare che queste discussioni possano aver trovato una eco nel pensiero gramsciano non sembra a questo punto un’ipotesi così azzardata.

Tanto più che la sua stessa riflessione sembra sottolineare una genesi russa della categoria. Nella parte intitolata “Concetto di nazionale-popolare”(7), Gramsci insiste con forza sulla fortuna “popolare” dei grandi romanzieri russi. E poco più avanti argomenta: “Perché non esiste in Italia una letteratura ‘nazionale’ del genere nonostante che essa debba essere redditizia? È da osservare che in molte lingue ‘nazionale’ e ‘popolare’ sono sinonimi o quasi (così in russo, così in tedesco […] così nelle lingue slave in genere)”(8). In Italia invece ciò non avviene perché gli intellettuali sono “lontani dal popolo, cioè dalla nazione e sono invece legati a una tradizione di casta”(9). “Tutto ciò significa che tutta ‘la classe colta’, con la sua attività intellettuale, è staccata dal popolo-nazione, non perché il popolo-nazione non abbia dimostrato e non dimostri di interessarsi a questa attività in tutti i suoi gradi […], ma perché l’elemento intellettuale indigeno è più straniero degli stranieri di fronte al popolo-nazione”(10). Una questione cruciale, come sottolinea nel proseguo Gramsci, che sta alla base della nascita dello stato italiano e che spiega il ritardo della sua formazione come entità statale unitaria.

Ma oltre alla pista russa è da mettere in rilievo (come acutamente segnala Asor Rosa in Scrittori e popoli) anche la derivazione diretta di molta dell’analisi gramsciana sulla letteratura da Gioberti. In particolare nell’ultimo suo libro importante, apparso nel 1851 appena dopo la fine della sua esperienza come Primo ministro, Del rinnovamento civile dell’Italia, appare ben scandita quella che sarebbe diventata la struttura portante del ragionamento gramsciano: “Invero una letteratura non può essere nazionale se non è popolare, perché, sebbene sia di pochi il crearla, universale deve esserne l’uso e il godimento”(11). E più avanti: “Il Rinnovamento italiano dovendo essere democratico, anche la letteratura dee partecipare di questo carattere e venire indirizzata al bene del popolo”. “L’ingegno e la nazione sono il nativo ricompimento della plebe, la quale non può essere civile se non è nazionale, cioè unita con le altre classi, e progressiva, cioè guidata dall’ingegno e informata di gentilezza”. Certo, in Gramsci non sembra così centrale il ruolo assegnato alla tradizione, ma per il resto molti temi sembrano mutuati di peso dal sacerdote torinese.

Sopravvivenza ed evoluzione

Con la fine della Seconda guerra mondiale il concetto di nazionale-popolare va incontro alla sua gloriosa primavera. I testi dal carcere di Gramsci verranno pubblicati subito dopo il ritorno della democrazia in Italia. Su impulso di Palmiro Togliatti, che aveva già avuto modo di leggerli alla fine degli anni Trenta e che a questa operazione dedicò grande cura, i Quaderni, suddivisi per temi, usciranno gradualmente e in particolare il volume su Letteratura e vita nazionale apparirà nel 1950. Non era solo una ragione di tipo editoriale a spingere verso questa decisione, ma anche politica: la necessità di corroborare attraverso gli scritti del pensatore sardo le concrete scelte politiche nel frattempo adottate dai vertici del Partito comunista.

Il primo passo controverso era difatti consistito nella cosiddetta Svolta di Salerno del 1944, quando cioè Togliatti offrì di trovare un compromesso tra forze antifasciste, monarchia e Badoglio, affinché fosse formato un governo di unità nazionale, posticipando al Dopoguerra la risoluzione della forma istituzionale del Paese, attraverso l’indizione di un referendum sulla monarchia. Come è noto, a questa soluzione si opposero in un primo momento molte delle forze politiche che componevano il CLN, tra cui i socialisti e il Partito d’Azione. La giustificazione addotta da Togliatti è che in questo modo non solo si rafforzava il fronte di guerra antitedesco, ma si costruiva finalmente una vasta unità di popolo che poteva permettere al nostro Paese di non essere debole sullo scacchiere del Mediterraneo che, a detta di Stalin, era invece l’obiettivo dell’Inghilterra. Ecco dunque comparire il concetto di popolo, che nell’elaborazione politica dell’immediato Dopoguerra andrà ad affiancare, e poi sempre più spesso a sostituire, il più radicale concetto marxista di classe.

La Svolta di Salerno per certi versi confermava però l’impostazione “popolare e interclassista” che era stata data alla Resistenza fin dal suo esordio, tranne forse alcuni episodi chiaramente “di classe” come gli scioperi del marzo ’43 e ’44. Come confermerà, sempre nell’aprile del 1944, lo stesso Togliatti a un gruppo di militanti comunisti napoletani, convocato per spiegare il senso della Svolta salernitana: “Oggi il dovere nazionale non è discutibile ed è uguale per tutti: esso ci impone di unirci tutti e di lottare per cacciare lo straniero dal suolo della Patria”. Nella stessa occasione Togliatti non solo sviluppa la necessità per i comunisti di dover costruire una grande forza popolare, ma lo fa rivendicando il carattere nazionale di questa lotta, riannodandola alle iniziative e alla tradizione risorgimentale. Quindi forza popolare sì, ma fortemente nazionale. I due concetti portanti dell’analisi gramsciana sulla letteratura, diventeranno così l’architrave strategico della politica comunista perlomeno fino alla fine degli anni Quaranta, come confermeranno del resto altri due importanti episodi: l’amnistia del 1946, estesa anche ai collaborazionisti, voluta da Togliatti quando era ministro di Grazia e Giustizia, e la strategia perseguita duranti i lavori della Costituente, e in particolare la decisione assunta sul famoso articolo 7, che regola i rapporti tra Stato e Chiesa.

Sul fronte culturale, al contempo, centrale fu il ruolo e l’influenza esercitata dal ministro della cultura sovietico Andrej Aleksandrovič Ždanov, che non solo teorizzò il realismo socialista nelle arti e nella letteratura con lo slogan “conoscere la vita del popolo per poterla rappresentare”, ma operò una drastica cesura verso ogni forma di avanguardia artistica e “decadentismo”, che pure grande importanza avevano avuto nella costruzione ideologica e culturale dell’Unione sovietica. Mutatis mutandi, il realismo impegnerà così in modo importante la politica del Pci verso la cultura. L’articolazione italiana del realismo socialista assumerà i segni del cosiddetto “populismo”, principalmente in letteratura. A partire soprattutto dalla sconfitta elettorale comunista nelle elezioni politiche del 1948 e in particolare con l’inizio su scala globale della Guerra fredda, si assiste a una stretta, a un ritorno all’ordine realista-populista nella politica culturale del PCI, chiudendolo per almeno una ventina d’anni verso ogni avanguardia e cultura cosmopolita.

L’artefice italiano della svolta zdanoviana fu Emilio Sereni, un caledoiscopico e focoso intellettuale napoletano dalle conoscenze enciclopediche, già condannato nel 1931 a cinque anni di carcere dal regime fascista, a cui Togliatti affidò la direzione della politica culturale del Pci. “Gli interventi di Sereni nel campo della politica culturale si fondano su una strategia esplicitamente rivendicata: identificare Ždanov e Gramsci – dei cui Quaderni era proprio allora cominciata l’edizione – intorno a un minimo comune denominatore di temi continuamente ribaditi”, quali la lotta contro la spontaneità dell’intellettuale (un tema già presente nella precedente, astiosa polemica di Togliatti e Alicata contro Vittorini e Il Politecnico) e la ribadita necessità dell’approccio pedagogico che l’intellettuale deve imprimere al suo lavoro tra le masse(12). È quindi di Sereni l’iniziativa di innalzare il livello di preparazione dei quadri politici del partito, creando tra le masse un vero e proprio senso comune condiviso, seppur ispirato dalla direzione del partito stesso, tramite la creazione di una rete di iniziative editoriali, biblioteche, filodrammatiche, cinema e case della cultura. Ma come dicevamo, dopo il 1948, all’acuirsi della Guerra fredda il mondo comunista reagisce con un “serrate le fila”, in cui il problema identitario diventa l’architrave decisivo. In particolare, in Italia questa tematica si articola valorizzando ed esaltando il fattore nazionale, e i suoi valori tradizionali, contro “l’aggressività decadente dell’imperialismo americano”, per esempio attraverso l’istituzione diffusa di comitati per la pace.

Con la morte di Stalin, nel 1953, la politica culturale del Pci cambia. Da fine tattico, Togliatti intuisce per primo il mutamento di clima in corso nel Pcus, e affida la direzione culturale del partito al più duttile Carlo Salinari. Ma l’impianto di Sereni-Ždanov (peraltro morto nel 1948) resta ancora una carta carbone fortemente incisa nell’azione culturale del Pci. Di fatto gli anni Cinquanta vedono il Pci sposare una sorta di strategia meridionalista, che sostiene da una parte forme di dialettismo regionalista (come suggerisce, a mio avviso correttamente, Asor Rosa) e dall’altra una sorta di ritorno al realismo in letteratura, mentre sul piano filosofico ricompone indebitamente in un tutto unitario l’asse De Sanctis, Croce e Gramsci.

Ironia della sorte

Poco prima della rivolta ungherese del 1956, si accende nell’intellettualità comunista un’aspra discussione su due romanzi, emblematici del ritorno letterario del populismo: Le terre del Sacramento (1950) di Francesco Jovine e Metello (1955) di Vasco Pratolini. Mentre il primo descrive le lotte del mondo contadino molisano che si scontra con le prime squadracce fasciste, lotte che hanno come punto di riferimento la figura di Luca Marano, uno studente universitario di origine contadina, che interpreta e “capisce” i loro bisogni, in una narrazione che alla fine delega a lui, un capo “piccolo-borghese”, la rappresentanza in quelle stesse lotte, in Metello, invece, la narrazione è incentrata sulle lenta ma costante presa di posizione del protagonista che progressivamente diventa consapevole della propria coscienza di classe. Una storia operaia, fiorentina, che ha come epilogo anche la ricomposizione familiare quando, all’uscita del carcere, Metello trova ad aspettarlo la moglie. Alla fine l’intellighentia comunista, in un’accesa discussione che coinvolse anche Muscetta e altri importanti critici, tra i due romanzi scelse il secondo.

In particolare “Carlo Salinari ritenne che Metello segnasse il passaggio dal neorealismo al realismo, il superamento di tutto quanto di decadente e sperimentale ci fosse nel neorealismo, e il ritorno allo schema del romanzo ottocentesco”(13). Sembrava pertanto che si stessero creando alcune di quelle condizioni tanto auspicate da Gramsci, quali la creazione di una letteratura nazionale e popolare, indirizzata e letta dal popolo, in grado di assolvere a una funzione pedagogica. Ma era il canto del cigno della stagione del realismo all’italiana, che chiudeva la prima fase storica della diffusione del concetto di nazionalpopolare. Stavano arrivando di gran carriera le avanguardie letterarie degli anni Sessanta, che avrebbero ribaltato totalmente ogni visione “realistica” della letteratura e con essa l’interpretazione data del Pci relativamente al rapporto con il popolo. Nel 1963 Asor Rosa scrive un libro acido e corrosivo, Scrittori e popolo, in cui non salva nessuno – tantomeno Pasolini, Cassola e Pratolini – della più recente storia patria della letteratura del dopoguerra. Intanto, agli inizi degli anni Sessanta, arrivano in Italia il pensiero di Lévi-Strauss e lo strutturalismo, la fenomenologia e la pubblicazione della Crisi delle scienze europee di Edmund Husserl, la cibernetica e il pensiero di Bateson, infine le considerazioni sui media di McLuhan. Per non parlare della riflessione autoctona italiana, incentrata su una figura come Umberto Eco, e la nascita del Gruppo 63. Insomma, un nuovo scenario culturale dai chiari connotati cosmopoliti si profilava con forza all’orizzonte. Mentre la storia, beffarda, stava già scavando la sua ironica vendetta…

(1) Come emerge nel Quaderno 21 (1934-35), “Problemi della cultura nazionale italiana; I Letteratura popolare”.

(2) A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. III, a cura di V. Giarratana, pp. 2188-89, Einaudi, Torino 1975.

(3) Ivi, p. 2197.

(4) Ivi, pp. 2197-98.

(5) G. C. Jocteau, Leggere Gramsci, p. 99, Feltrinelli, Milano 1975.

(6) Vittorio Strada, nel ragionare intorno alla questione del realismo socialista in Unione sovietica, sottolinea in esso il peso del carattere popolare della letteratura del passato. E la narodnost comporrà insieme a partijnost (partiticità) e ideojnost (valore ideologico) la triade fondamentale nel dibattito ideologico di quegli anni.
V. Strada, “Dal realismo socialista allo zdanovismo”, in Storia del marxismo, vol. III, p. 242, Einaudi, Torino 1981.

(7) A. Gramsci, Quaderno 21, p. 2114.

(8) A. Gramsci, op. cit., p. 2117.

(9) Ibidem.

(10) Ibidem.

(11) V. Gioberti, Del rinnovamento civile dell’Italia, a cura di F. Nicolini, 3 voll., Laterza, Bari 1911-12.

(12) G. Corti, Ždanovismo all’italiana. Gli intellettuali del dopoguerra e l’“ingegneria delle anime”, disponibile in rete.

(13) V. Spinazzola, Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, Editrice l’Unità, Roma 1987.

L'articolo Tutta colpa di Antonio. Evoluzione del concetto di nazionalpopolare da Gramsci a Pippo Baudo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-concetto-di-nazionalpopolare-da-gramsci-a-pippo-baudo/feed/ 2