Veltroni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/veltroni/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:52:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Veltroni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/veltroni/ 32 32 Mirandola – Dov’era com’era https://minimaetmoralia.it/arte/tomaso-montanari-a-mirandola/ https://minimaetmoralia.it/arte/tomaso-montanari-a-mirandola/#respond Wed, 07 May 2014 13:00:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20541 Pubblichiamo il discorso che Tomaso Montanari ha pronunciato domenica scorsa a Mirandola. Domani alle 15 Tomaso Montanari sarà al Salone del Libro di Torino per partecipare all'incontro Per una nuova stagione dei beni culturali con Dario Franceschini e Salvatore Settis.

Dopo l'8 settembre del 1943 Augusto Campana non riuscì a rientrare a Roma, dove lavorava come scriptor della Biblioteca Apostolica Vaticana. Così, egli rimase nella sua Romagna fino alla Liberazione. Ma non si chiuse a studiare tra altri libri. Quasi ogni pomeriggio egli percorse in bicicletta i 18 chilometri che separano Sant'Arcangelo da Rimini: per sapere cosa fosse successo alle amatissime pietre di Rimini, minacciate, scomposte, distrutte dalle bombe. Egli tenne un diario, oggi edito appunto con il titolo Pietre di Rimini, che andrebbe fatto leggere ad ogni studente di Lettere del primo anno.

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CHIESA DEL GESù INTERNO FEDERICO BORELLA (STUDIO EIKON)

Pubblichiamo il discorso che Tomaso Montanari ha pronunciato domenica scorsa a Mirandola. Domani alle 15 Tomaso Montanari sarà al Salone del Libro di Torino per partecipare all’incontro Per una nuova stagione dei beni culturali con Dario Franceschini e Salvatore Settis. (Immagine: la Chiesa del Gesù di Mirandola. La foto è di Federico Borella – Studio Eikon. Fonte.)

Dopo l’8 settembre del 1943 Augusto Campana non riuscì a rientrare a Roma, dove lavorava come scriptor della Biblioteca Apostolica Vaticana. Così, egli rimase nella sua Romagna fino alla Liberazione. Ma non si chiuse a studiare tra altri libri. Quasi ogni pomeriggio egli percorse in bicicletta i 18 chilometri che separano Sant’Arcangelo da Rimini: per sapere cosa fosse successo alle amatissime pietre di Rimini, minacciate, scomposte, distrutte dalle bombe. Egli tenne un diario, oggi edito appunto con il titolo Pietre di Rimini, che andrebbe fatto leggere ad ogni studente di Lettere del primo anno.

Ve ne leggo solo una pagina:

«30 gennaio 1944, domenica. Le voci giunte a Sant’Arcangelo sul Tempio Malatestiano sono catastrofiche. Andiamo a Rimini. Il Tempio è aperto, e gente e operai vanno e vengono. Si tratta, salvo errore, di una sola bomba, caduta fortunatamente sulla parte posteriore della chiesa, che è crollata in gran parte, fino alle arcate gotiche aggiunte: nessun danno sostanziale alla parte originale, ma sbertucciature, anche ai bassorilievi. Lo spostamento d’aria ha scoperchiato totalmente il tetto, di cui rimane la sola travatura, ha distrutto il bussolone di legno alla porta d’ingresso e ha aperto la porta della cella delle reliquie (qui è intatto l’affresco di Piero della Francesca). Danni non gravi alla tomba di Sigismondo, scoperchiata dal contraccolpo il 28 dicembre. Vedo le ossa scoperte, tra calcinacci e frammenti … Una nuova perdita grave è la casetta del Rinascimento in Via Gambalunga, un vero gioiello e un monumento a me carissimo, al quale penso da tanti anni, e con Gino Ravaioli siamo d’accordo di illustrarlo, se le mie ricerche storiche giungeranno in porto. Colpita in pieno la casetta, più che metà della facciata è crollata. Anche qui il problema è di raccogliere accuratamente i frammenti architettonici; la ricostruzione è indispensabile».

È una pagina dove ritroviamo tutti i fili che oggi ci hanno condotto qua. Campana non era un architetto, un urbanista, uno storico dell’arte. Non era un funzionario di soprintendenza. Era un umanista, un epigrafista, un filologo: ma non si curava solo di incunaboli, lapidi, manoscritti. Si curava del contesto, del palinsesto unico che circonda, accoglie, plasma le nostre vite.

Era un cittadino: ed è per questo che aveva a cuore le pietre della sua città.

Ancora. Campana corre al Tempio Malatestiano, certo. Ma si china in egual modo sulla casetta di Via Gambalunga. Sa che ciò conta è il tessuto continuo, la relazione tra le cose, il contesto.

Raccoglie i frammenti, e li connette ai suoi studi.

E, soprattutto, non ha alcun dubbio: «la ricostruzione è indispensabile». In quei mesi terribili, questa è l’unica certezza. L’Italia, Rimini, sarebbero risorte com’erano e dov’erano. Era la certezza da cui scaturì la Costituzione, con il suo articolo 9. La Repubblica tutela: una «rivoluzione promessa», avrebbe detto Piero Calamandrei. Una promessa che sta a noi mantenere.

Oggi siamo qua nello spirito di Augusto Campana. Coscienti che gli storici dell’arte hanno smesso di occuparsi di architettura, felici di baloccarsi con le loro opere mobili. Che gli architetti non sanno e non vogliono saper nulla di urbanistica, presi dai loro disegni irrelati e irresponsabili. Che gli urbanisti rigettano la dimensione politica del loro lavoro. I nostri studi ci hanno costretto in una crescente segregazione. Le nostre soprintendenze hanno diviso le loro competenze in modo tale che ormai tra gli affreschi e i muri che li sostengono passano confini guardati col filo spinato.

Sappiamo che tutto questo è vero: ma sappiamo anche che ciò che è successo all’Aquila, ciò che è successo in Emilia, qua a Mirandola, ci costringe a ricordare che il nostro testo comune è la città. Questo il nostro oggetto di studio, questo il campo della nostra tutela. Se vogliamo riconquistare la capacità di incidere sulla politica, dobbiamo ricominciare ad occuparci della polis. Ed è per questo che oggi siamo qui.

Uno degli episodi più luminosi del post-sisma è stata la creazione, all’interno del Palazzo Ducale di Sassuolo, di un Centro di raccolta e cantiere di primo intervento sulle opere mobili danneggiate: un centro organizzato in modo esemplare, coordinato da Stefano Casciu, soprintendente di Modena e diretto da Marco Mozzo, funzionario della stessa soprintendenza: che sono lieto di salutare. Ma se oggi siamo qua è perché la stessa attenzione non è toccata agli edifici che contenevano quelle opere.

La grandissima pala d’altare della Chiesa del Gesù di Mirandola è oggi al sicuro a Sassuolo. Ma è la chiesa del Gesù a non essere al sicuro. Dopo due anni è ancora scoperchiata, e ingombra di macerie, arredi, decorazioni. Non è in sicurezza, e dunque è impossibile svuotarla: ma dopo due anni è impossibile accettare che non sia in sicurezza. Mancano soldi? Personale?

Qualunque sia il punto, siamo qua per dire ai nostri amici degli organi di tutela emiliani: ditecelo, ditelo in pubblico, sollevate il problema. Permetteteci di aiutarvi a salvare il nostro patrimonio. Non trasformatevi in una controparte dei cittadini che chiedono di riavere i loro monumenti. Siamo dalla stessa parte.

Anzi. Vorremo che questa giornata fosse anche una giornata di solidarietà – vorrei dire di amore – verso le soprintendenze italiane. I 44 punti della cosiddetta rivoluzione della Pubblica Amministrazione appena annunciata dal governo di Matteo Renzi prevede l’«accorpamento delle sovrintendenze e gestione manageriale dei poli museali» e la presenza di «un solo rappresentante dello Stato nelle conferenze di servizi, con tempi certi»: e siamo certi che quel rappresentante non sarà un soprintendente. Perché, cito il presidente del Consiglio, occorre «superare i “blocchi” dei pareri paesistici e delle Soprintendenze:dobbiamo ridurre i casi in cui il parere serve». Ecco che il linciaggio delle soprintendenze iniziato su quello che fu un grande giornale di sinistra acquista ora una chiara chiave di lettura: siamo evidentemente alla resa dei conti con l’unica magistratura che, tra mille difficoltà, cerca di salvare quel che rimane del paesaggio e dell’ambiente italiani.

Siamo molto dispiaciuti che oggi non sia tra noi il ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini: che abbiamo ripetutamente invitato.

Ci avrebbe fatto piacere chiedergli da che parte sta: con il suo presidente del consiglio, o con le sue soprintendenze? Non so voi, ma io non l’ho ancora capito.

In ogni caso noi lo sappiamo, da che parte stiamo. E oggi vogliamo dirlo chiaro e forte: siamo con le donne e con gli uomini che ogni giorno lavorano esemplarmente nelle trincee dei nostri organi di tutela.

È per questo che abbiamo voluto invitare il Direttore regionale per i beni culturali dell’Emilia Romagna, Carla Di Francesco. Per ribadire il nostro profondo rispetto per il sistema della tutela. E insieme per chiedere ascolto.

Siamo vicini – o almeno lo speriamo – al momento in cui le soprintendenze architettoniche e la direzione regionale dovranno varare i progetti per la ricostruzione del patrimonio monumentale. Ebbene, in questi due anni si sono moltiplicati i segnali che ci hanno allarmato. L’astratta dottrina di alcuni teorici del restauro si è saldata ai concreti interessi di alcuni costruttori: nel cercare di far passare un messaggio che giudichiamo eversivo, quello per cui bisognerebbe, sì ricostruire il patrimonio dov’era, ma non com’era.

Al Salone del Restauro di Ferrara del 2013 lo stand del Ministero per i Beni Culturali si intitolava «Dov’era ma non com’era»: questa era la linea della ricostruzione. Il testo ufficiale, firmato proprio da Carla Di Francesco e stampato su grandi pannelli, si concludeva affermando: «di considerare questo evento drammatico come un’opportunità. L’opportunità di affermare una cultura architettonica della ricostruzione capace di prendere le mosse dalla reale situazione e consentire la coesistenza tra le preesistenze e gli edifici contemporanei, l’attualizzazione del bene culturale laddove era, dando ad esso nuovi significati vitali».

Ecco, cara dottoressa Di Francesco, glielo diciamo con estrema, ma garbata, franchezza: vorremmo che nessun responsabile della tutela definisse il terremoto un’opportunità.

Gli interventi che mi hanno preceduto hanno dimostrato perché rinunciare al com’era e dov’era sia un errore: un errore tecnico, architettonico, urbanistico, giuridico, storico-artistico.

Se nel 1945 si fossero considerate le distruzioni della guerra un’opportunità, oggi vivremmo in città storiche largamente rifatte negli anni cinquanta: e non saremmo più felici. E questo ci insegna a guardare, oggi, al di là del feticismo dell’edificio ‘originale’: a guardare invece al contesto, al tessuto, alla funzione civile e sociale dei nostri centri storici.

Ma accanto alle fondamentali ragioni culturali, ce ne sono altre: ancora più profonde. E sono quelle dei cittadini, di coloro che fanno parte della comunità ancorata a quei monumenti e a quel territorio.

In un momento in cui l’unico sguardo che sappiamo posare sui nostri monumenti è uno sguardo economico è legittimo credere che i monumenti emiliani non siano stati restituiti a noi perché non sono monumenti di rilevanza turistica. Non sono Venezia, non sono Firenze: e dunque, cosa abbiamo da guadagnare nel restaurarli?

Ecco: oggi siamo qua a dire che quei monumenti vanno restaurati e riaperti perché sono la riserva di futuro delle comunità che vivono intorno ad essi. E che quella comunità non è solo quella emiliana, ma è quella italiana: come dicemmo all’Aquila un anno fa, l’Emilia è un  grande problema italiano.

Ed è importante aggiungere una cosa. Una parte rilevante, forse preponderante, di questo patrimonio è costituita da chiese: da luoghi di culto della religione cattolica. Noi non crediamo che il restauro di queste chiese sia un problema del clero cattolico. È un problema nostro. Perché non crediamo che quei luoghi siano proprietà solo della comunità cristiana che vi prega.

La Repubblica tutela non solo il patrimonio in sé, ma la sua appartenenza alla Nazione: ogni cittadino, membro della nazione e sovrano è così proprietario dell’intero patrimonio nazionale, senza altre limitazioni. È per questo che un cittadino italiano di religione musulmana o semplicemente ateo possiede San Francesco di Mirandola non meno del prete che la officia.

La chiesa del Gesù, sempre qua a Mirandola, era tenuta aperta da oltre dieci anni non dal clero, ma dall’associazione Nostra Mirandola. C’è una funzione nuova del patrimonio ecclesiastico: che non nega la  sua sacralità, ma la integra con valori laici, costituzionali, repubblicani. Chi impara a parlare la lingua di queste chiese storiche non abbraccia la storia delle istituzioni occidentali o la religione cattolica, e nemmeno la storia dell’arte italiana, ma i valori inclusivi, tolleranti e aperti della Costituzione. Non si vincola alle «radici» della identità collettiva italiana, ma accetta di fluire nelle acque – felicemente impure, mescolate, contaminate – della tradizione italiana

Il patrimonio artistico è dunque divenuto un luogo dei diritti della persona, una leva di costruzione dell’eguaglianza, un mezzo per includere coloro che erano sempre stati sottomessi ed espropriati. È difficile capirlo perché nessuno, nemmeno a sinistra, ha inteso il Ministero per i Beni culturali come un ministero per i diritti. Alla sua nascita lo si è inteso come ministero per il Patrimonio, cioè per le «cose» da difendere; all’epoca di Veltroni lo si è voluto «per le Attività culturali» (cioè per lo svago e per il tempo libero); il governo Letta l’ha reso anche per il Turismo (anzi, del Turismo), e c’è chi lo vorrebbe astrattamente «della Cultura».

Ma, almeno nei fatti, il Ministero per i Beni culturali dovrebbe essere, invece, un ministero per i diritti della persona: come quello della Salute, come quello dell’Istruzione. Un ministero che lavori per garantire l’accesso di ogni cittadino al patrimonio: innanzitutto l’accesso materiale, ma soprattutto quello conoscitivo, intellettuale, culturale. Un ministero che sia capace di tutelare l’integrità del patrimonio che appartiene anche a chi non ha nient’altro: e cioè il paesaggio e il patrimonio della nazione.

Cicerone racconta che Verre, corrotto governatore della Sicilia, ingiunse al Senato di Segesta di donargli una grande statua di Diana che era stata razziata dai Cartaginesi, e che Scipione l’Africano aveva riportata in Sicilia e collocata di fronte ad un tempio su un piedistallo che raccontava questa storia eroica. La perdita di quell’insieme di arte, memoria collettiva e storia era era potuta avvenire solo «magno cum luctu et gemitu totius civitatis, multis cum lacrimis et lamentationibus virorum mulierumque omnium».

Ecco, questo è il messaggio che oggi parte da Mirandola: è il momento di ricostruire il patrimonio monumentale dell’Emilia dov’era e com’era. Perché lo dice la Costituzione, perché lo dice la legge, perché lo dice la nostra storia, perché lo chiedono i cittadini. Perché la forma dei nostri luoghi possa ancora dare forma alla nostra comunità, aiutarci a ricostruire la nostra democrazia. Perché ogni ferita al patrimonio dobbiamo piangerla «con un gran lutto e con il pianto di tutta la comunità, con molte lacrime di tutti gli uomini e di tutte le donne». Perché non sono degli oggetti ad esser feriti: sono i nostri diritti, la nostra democrazia, il nostro futuro.

Ed è per questo che l’Emilia monumentale distrutta dal terremoto va ricostruita dov’era e com’era.

Ora. Senza se e senza ma.

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Scritture primarie https://minimaetmoralia.it/libri/cuperlo-renzi-civati/ https://minimaetmoralia.it/libri/cuperlo-renzi-civati/#comments Sat, 07 Dec 2013 15:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16924 Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull'Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

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cuperlo-renzi-civati

Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull’Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

Il libro di Cuperlo, d’altronde, è il più vecchio non solo perché è uscito quattro anni prima, perché parte dal remoto 1921, perché è stato scritto dal più vecchio fra i tre candidati (Cuperlo ha 14 anni più di Renzi e Civati). È il più vecchio perché Cuperlo scrive senza guizzi, mettendo in fila capitoli troppo lunghi per spiegare efficacemente e troppo piatti per raccontare appassionatamente. E anche perché ha un opacissimo titolo dialettale (Cuperlo è di Trieste), che oltretutto rimanda alla fiducia riposta da alcuni vecchi militanti nello statuto del Pci: “xe inutile far polemica col partito… gavemo un Statuto no? E te sa perché el se ciama Statuto? Perché dentro sta-tuto. Basta zercar!”. Come dire: il nome è cambiato, ma il partito è sempre quello (dall’88 al ’90 Cuperlo è stato segretario nazionale della Fgci, la Federazione dei Giovani Comunisti Italiani). Inutile cercare tanto in giro: fidatevi del partito e tutto si risolverà. Non sarà un caso che nei titoli dei capitoli ci si riferisca spesso a un noi che è da identificare proprio col Pd: “La crisi e Noi”, “Il Nord, la Destra e Noi”, “La Sicurezza, la Destra e Noi”.

Ancora oggi, d’altra parte, Cuperlo è l’unico dei tre ad aver inserito il nome del partito nel proprio slogan: “Bello e democratico. Il tuo Pd per il paese di tutti”. (Paese, tra l’altro, è definizione dalemiana: Un paese normale, s’intitolava il libro pubblicato da Mondadori – già di proprietà berlusconiana – nel 1995. E soprattutto lo slogan ricorda un tormentone canoro di qualche tempo fa: la sovrapposizione fra democratico impossibile va considerata un lapsus?). Per i due candidati ‘giovani’, invece, il noi è sempre riferito a qualcosa di più ristretto – il gruppo di lavoro, i collaboratori, la cerchia dei sodali – o a qualcosa di molto più largo: la generazione a cui si appartiene, le persone stufe di come vanno le cose; nel caso del sindaco Renzi anche al noi municipale di Firenze.

De bello democratico

Civati e Renzi parlano soprattutto in prima persona. Entrambi amano citare un pantheon pop fatto di cantanti, registi, attori (Civati un po’ di meno); entrambi amano la frase a effetto, il gioco di parole (Renzi un po’ di più): tutte conseguenze del comune imprinting generazionale. Ma le differenze non sono soltanto di misura.

In Civati il gioco di parole è quasi sempre allusivo, basato sul ricalco di quella che si suppone un’enciclopedia in comune col lettore (o elettore). Dal marxiano – marxista sarebbe davvero troppo – Uno spettro (non) si aggira per l’Italia che apre Il manifesto del partito dei giovani (2011) al cinematografico Giovani, carini e soprattutto disoccupati, dal latineggiante De rottamatione fino ai vari L’abbiamo fatta Grosse Senza Sel e senza ma. Nei suoi testi, didascalicamente scanditi da brevi paragrafi, Civati nomina Ugolino e Anchise, parla di crowdsourcing e del Compagno Excel, cita ironicamente Cicerone (Quo usque tandem?), con l’idea di raggiungere un pubblico che condivide la sua stessa cultura: laureati, insegnanti, il nuovo precariato intellettuale. Per questo può permettersi di riportare molti dati statistici, di chiamare in causa scrittori coetanei come Lagioia, Raimo, Parrella; può parlare, senza dilungarsi in spiegazioni, di Erasmus o di startup.

Renzi invece non si limita, come Civati, a citare Vecchioni o Gino Paoli. Fa sua l’intuizione di Tiziano Scarpa per cui ormai “è la cultura pop che fonda la nostra identità nazionale”, e (senza probabilmente averla mai letta) la trasforma in una modalità di scrittura totalizzante: in quell’immaginario ambienta tutta la sua narrazione. Le auctoritates evocate nelle epigrafi di Fuori! (2011) sono Clint Eastwood, Jose Mourinho, Steve Jobs, Pierluigi Collina; tanto che, quando si vedono spuntare Baden Powell e Calamandrei, viene in mente la jovanottiana “grande chiesa che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa” (non è lui, d’altronde, il più grande politico dopo il big bang?). In altri suoi libri s’incontrano Balotelli e Guardiola, “il derby di personalismi”, “il catenaccio di una sinistra rassegnata”, come a ribadire che Renzi – più che con la Fgci – ha una certa dimestichezza con la Figc (la Federazione Italiana Giuoco Calcio).

La banale bellezza

Rispetto a Civati, Renzi non spiega: racconta. Per questo allunga i capitoli e accorcia le frasi; e non si limita a un tono affabile, ma satura la sua scrittura di segnali discorsivi: marche di (finto) parlato che diventano, tramite l’iterazione, una specie di marchio di fabbrica: “Ok, lo so: la maggioranza dei miei colleghi politici dice che tutto va male”; “Intendiamoci, bisogna anche saper sorriderci sopra”, “Fortunatamente o sfortunamente, sia chiaro”. I suoi aggettivi preferiti sono semplice banale, perché la sua sfida (altra parola chiave) è “la rivoluzione del buon senso”, che deve riuscire a convincere anche gente come suo nonno e sua zia (entrambi protagonisti di aneddoti). Infatti i suoi giochi di parole non richiedono un particolare sostrato culturale: “contro tromboni e trombati”, “sa di fuffa e forse perfino di muffa», «volevo prendere il voto dei delusi di Berlusconi, arrivo a prendere il veto” (“c’è un problema di vocali”, commenta lo stesso Renzi: come quelle che si compravano alla Ruota della fortuna?).

Il fatto è che la rivoluzione di Renzi (Stil novo. La rivoluzione della bellezza tra Dante e Twitter, 2012) consiste soprattutto in questa banalizzazione (“Dante era un ganzo … Detta male: gli garbava di vivere”), in questa semplificazione sempre attenta a “non buttarla in politica”. Il suo stil novo più che uno stile è una elasticissima postura. Riflette la sua immagine fluida, cangiante: dal giubbotto alla Fonzie con cui si presentò dalla De Filippi alla tenuta da maratoneta della domenica, dalle maniche arrotolate alla fascia tricolore. Immagine ben diversa da quello di Pippo Civati, che Paolo Virzì descrive come “lo studente che primeggia a scuola e che però passa volentieri i compiti ai compagni più somari … metà Bob Kennedy, metà Stefano Accorsi”.

Renzi non cerca, come Civati, la geometria numerica delle 10 cose buone per l’Italia che la sinistra deve fare subito (2012) o dei 101 punti per cambiare (la cifra vuole alludere ai franchi tiratori contro Prodi, ma finisce col ricordare la carica dei piccoli dalmata). Al “futuro interiore” di Civati, Renzi preferisce il presente assoluto di Adesso!; all’introspezione centripeta per cui “il Pd deve aprire le porte e le finestre, senza temere infiltrati”, l’estroversa vocazione del Fuori!; alla negazione che – come insegnano i cognitivisti – rischia sempre di affermare (Non mi adeguo! vorrebbe richiamare l’Indignatevi! di Hessel, ma evoca pericolosamente il “non capisco, ma mi adeguo” di Quelli della notte), Renzi risponde con la rimozione: Oltre la rottamazione (titolo che peraltro conferma l’ispirazione di Adesso!: l’album di Claudio Baglioni che seguì La vita è adesso s’intitolava proprio Oltre).

Entrambi, Renzi e Civati, hanno scelto d’inserire nel loro slogan il cambiamento. Ma Civati rimane prigioniero del paradosso tautologico (“Le cose cambiano, cambiandole”) e di un logicismo un po’ logorroico: la mozione congressuale che porta questo titolo è lunga ben 70 pagine. Mentre Renzi sceglie un “L’Italia cambia verso”, declinato in un documento di sole 18 pagine. Slogan forse poco felice in sé (“vien subito in mente un’Italia che prima magari grugniva, e adesso che fa? squittisce?”, ha commentato Annamaria Testa), che però acquista forza grazie alla soluzione grafica di contrapporre specularmente una parola negativa e una positiva, scrivendo la prima da destra verso sinistra: “paura / coraggio”, “burocrazia / semplicità”, “il cavaliere / gli italiani” (dunque il primo va a sinistra, gli altri a destra).

Appare così evidente, una volta per tutte, il passaggio di Renzi dall’ideologia (“sarebbe vile non riconoscerlo, sarebbe ideologico negarlo”) all’ideografia. Nel vestiario, nel vocabolario, nella scelta dei testimonial, tutta la sua comunicazione procede accostando simboli diversi, secondo una logica prettamente narrativa, cioè (come ci ha insegnato Matte Blanco) onirica: in cui si può tranquillamente violare il principio d’identità e non contraddizione. Molto meglio e molto più di qualunque discorso argomentativo, questa comunicazione iconica riesce nell’intento di trasmettere emozioni a un pubblico il più vasto possibile. E poi, se rivoluzione vuol dire etimologicamente capovolgimento, cosa c’è di più rivoluzionario che scrivere i contrari al contrario? Basta col “perdere bene”: ora l’imperativo (l’infinito, a dire il vero) è “vincere”.

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Decostruire L’inizio del buio – un tentativo di analisi della poetica veltroniana https://minimaetmoralia.it/interventi/decostruire-linizio-del-buio-un-tentativo-di-analisi-della-poetica-veltroniana/ https://minimaetmoralia.it/interventi/decostruire-linizio-del-buio-un-tentativo-di-analisi-della-poetica-veltroniana/#comments Sun, 12 Jun 2011 09:53:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4515 di Christian Raimo

Poi, a un certo punto, magari giusto dopo una tornata elettorale che sconfessa qualsiasi sua velleità di ritorno cincinnatesco in campo, arriva il libro di Veltroni. E – come sempre – non è un libro che fa i conti con il (vogliamo essere buoni) semi-fallimento del suo progetto politico. Non è un memoir che racconta luci e ombre della sua esperienza da sindaco. Non è il libro di un politico che fa un bilancio insomma, ma è un libro che parla di altro.

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di Christian Raimo

Poi, a un certo punto, magari giusto dopo una tornata elettorale che sconfessa qualsiasi sua velleità di ritorno cincinnatesco in campo, arriva il libro di Veltroni. E – come sempre – non è un libro che fa i conti con il (vogliamo essere buoni) semi-fallimento del suo progetto politico. Non è un memoir che racconta luci e ombre della sua esperienza da sindaco. Non è il libro di un politico che fa un bilancio insomma, ma è un libro che parla di altro. L’inizio del buio, 267 pagine, pubblicato da Rizzoli. Alfredino Rampi e Roberto Peci soli sotto l’occhio della tv, come recita il sottotitolo. E uno magari dice: ma perché accanirsi? Non ne abbiamo già parlato altre volte di Veltroni scrittore? Qui, qui, e qui, per esempio. Non abbiamo già mostrato le sue debolezze sulla pagina? Non possiamo essere indulgenti o indifferenti con un’opera che nel migliore dei casi forse è un modo personale per innescare dibattiti culturali, e nel peggiore un vanity project di un politico meno peggiore di tanti altri?
Il punto non è questo. È che L’inizio del buio è un testo paradigmatico per comprendere varie patologie della cultura e della politica italiana di oggi. È un documento equivalente a quelle riviste-libro che ogni tanto, in campagna elettorale, Silvio Berlusconi fa recapitare per posta agli italiani: è Una storia italiana della sinistra nel trentennio craxo-berlusconista.

Non si riesce infatti a definire a che genere appartenga questo libro: non è un romanzo, non è un’inchiesta, non è un diario, non è un saggio di storia. Ricalca piuttosto il modello che Veltroni ha già sperimentato negli altri suoi lavori, che raccontavano la morte del jazzista Luca Flores o la tragedia dell’Heysel – quello di una storia emotiva, che mescola senza criterio ricordi personali, teorie socio-psicologiche, appunti di storia, elementi di finzione. Storia emotiva, se vogliamo essere buoni; ma se vogliamo sottolineare il valore di quest’eclettismo al ribasso, dovremmo dire che questo Inizio del buio come Il disco del mondo, Senza Patricio, Il sogno spezzato… sembrano delle lunghe tesine per la maturità: costruite secondo il più arbitrario criterio associativo personale. Quella formula che a scuola viene elogiata come Devi fare dei collegamenti.

Anche il tema su cui Veltroni sembra ritornare è lo stesso: come una sorta di ossessione concentrica, libro dopo libro. Ed è la morte. Se la visione del mondo berlusconiano che abbiamo imparato a conoscere è quella di un universo che non prevede morte, malattia, dolore, ma un unico ininterrotto godimento compulsivo; quella di Veltroni è speculare: la storia del mondo è la storia dei suoi lutti, delle sue speranze spezzate, delle sue morti strazianti, a cui bisogna continuamente ritornare – come quegli ossessivi che vanno al cimitero tutti i giorni. I desaparecidos, i morti per terrorismo, i morti per droga come Luca Flores, i Bob Kennedy,  i morti dell’Heysel… Quello che crea una narrazione comune, secondo Veltroni, è un repertorio di morti da piangere insieme. Qui, ora, Alfredino Rampi e Roberto Peci. In una sclerosi della memoria che in fondo non diventa mai storia – perché delegittima qualsiasi forma di oblio, di oblio attivo per dirla con Paul Ricoeur, quindi di elaborazione del lutto.

Se dal punto di vista della visione è questo il rischio peggiore di una storia emotiva, da un punto di vista dello stile, i difetti paradigmatici dell’Inizio del buio vanno analizzati con calma. Perché: perché quel suo non essere un saggio storico, quel suo non applicare un metodo di indagine storica, delegittima i saggi di storia degli altri; perché quel suo non essere un’inchiesta giornalistica, quel suo non applicare un metodo d’inchiesta giornalistica, delegittima il lavoro di inchiesta degli altri; perché quel suo non saper scrivere bene, delegittima lo sforzo e l’impegno degli altri scrittori. In questo senso L’inizio del buio vorrebbe essere l’equivalente di un’ Anatomia dell’istante di Javier Cercas e invece si rivela essere solo il libro di un dilettante. Ma ancora attenzione: non è solo il libro di un dilettante, ma è un inno al dilettantismo. È un modello di non professionalità che dice implicitamente che le buone intenzioni – raccontare una storia tragica e cercare di capire i cambiamenti profondi della società italiana – possono in nome di un’autoinduglenza cieca sostituire l’impegno e il metodo.

Però andiamo per punti. E capiamo quali sono alcune di queste caratteristiche che fanno del libro di Veltroni un’opera paradigmaticamente dilettantesca.

Il più che più più non si può

L’enfasi. La costruzione del coinvolgimento emotivo da parte del lettore si tenta di realizzarla a partire da un tono enfatico sempre in salire: un continuo innalzamento del carico di senso delle parole fino a farle andare in overload.

pag. 52: “È già disperazione, alle quattro del mattino. È già la sensazione di trovarsi in un incubo: il bambino che urla, la tavoletta incastrata, le trivelle che non arrivano, i genitori che implorano una soluzione. I vigili, gente seria, capiscono che quella storia sarà molto più difficile di mille incendi e di mille calamità. Per questo anche loro accettano di buon grado l’arrivo di chi conosce davvero quelle brutte bestie che sono i buchi nella terra”.

pag. 90: “Non è un urlo, è l’apoteosi della disperazione, il trionfo della solitudine e della paura. Sale dalle viscere della terra, ovattato dalle pareti del tunnel, tanto da sembrare un appello dall’inferno. Arriva fino in superficie, pervade le membrane di quel microfono, scolpisce il nastro che lo registra, commuove tutti gli italiani. […] Anche Gesù, Dio, Allah, Buddha, Maometto hanno sentito quella voce salire disperata da laggiù. Come se la terra si fosse ricongiunta con l’uomo, come se la polvere potesse parlare e tutto fosse diventato il buio, la condizione nella quale il suono viaggia più veloce”.

pag. 91: “Dal buco nero di Vermicino, abitato da un bambino che è lì incastrato, è venuto un suono forse più profondo persino di quello di Chandra”.

pag. 198: “Ora si sente il bambino. È un urlo straziante, con la voce roca, informe. È un pianto, il più terribile pianto che si possa ascoltare”.

Per chi non l’avesse capito

Ogni tanto, alla fine di un periodo che già ci chiede molto in termini di ricatto del contenuto, o di ricatto emotivo o stilistico, ci viene ribadito quello che forse qualche lettore più distratto aveva trascurato. Punto, e sintesi.

pag. 18: “Aveva una malattia dal nome complicato. Era afflitto [sic], fin dalla nascita, dalla tetralogia di Fallot. […] È una malattia che si riscontra in tre persone ogni diecimila nati. Tre, solo tre”.

pag. 33: “Così Alfredo deve aver gridato mille [non ci avevo fatto caso, ma è un po’ tutto mille] volte per farsi sentire e per farsi ritrovare, gridato tanto, con tutta la forza che aveva, per scalare il tunnel e traforare la terra. Avrà pensato che in quel momento la sua voce era il solo modo di continuare a essere vivo. Urlare per sopravvivere”.

pag. 35: “Tutti avranno girato contemporaneamente il volto verso il luogo dal quale quella voce proveniva, tutti avranno orientato luci e fari verso quel punto indefinibile e avranno cominciato a correre in quella direzione, verso il brigadiere Giorgio Serranti e quel buco nella terra. Quel buco nero”.

pag. 51: “E da quelle righe emergono l’imperizia e la superficialità di chi ha potuto pensare che Alfredo, di cui erano note le condizioni di immobilità anche per quello che lui stesso gridava dal fondo del buco, potesse ‘servirsi con facilità’ della tavoletta. ‘Facilità’, per un bambino di sei anni, incastrato tra spuntoni di roccia a trentasei metri di profondità, dopo una caduta rovinosa. ‘Facilità’, da non crederci”.

pag. 22-23: “È sempre quel mercoledì, il 10 giugno del 1981. […] Dai juke-box arrivano le note delle canzoni di quell’estate, […] anche una canzone che resiste nelle hit parade da febbraio, quando Loretta Goggi l’aveva cantata al Festival di Sanremo. Una canzone bella con un titolo inquietante, quasi un ossimoro. Maledetta primavera. Da qualche giorno quella comunità è sconvolta da un evento che aveva precipitato una gioia sportiva in un dolore collettivo. La domenica precedente, allo stadio, si doveva festeggiare la promozione in serie B della squadra di calcio della città. Invece, poco prima della partita conclusiva di campionato, nella curva era scoppiato un incendio pauroso. […] Ci furono più di cento feriti. Tra i più gravi i bambini, perché tocca sempre a loro. Maledetta primavera. Era cominciata con la tonaca del Papa sporca di sangue e con la scoperta che una parte importante di questo Paese rispondeva a un altro centro di comando, una loggia di potere massonico che era penetrata nei gangli delle istituzioni. Come un golpe, bianco. Maledetta primavera”.

pag. 195: “È la certezza che informa, contro ogni ragionevole dubbio, ogni gesto di quelle ore. Sono a un passo e di Alfredino si percepisce quel respiro affannoso che dice che è in vita. Non si può non riuscire. Proprio no”.

Stile gnomico de’ noantri

In tutto il libro non c’è praticamente paratassi. Credo di aver visto, ma magari mi saranno sfuggiti, un solo punto e virgola. Tutto è importante allo stesso livello – al massimo del livello. E quindi il più delle volte, le frasi hanno una cadenza gnomica, sentenziale, oracolare. Niente articoli all’inizio, un po’ all’investigatore Chan preso in giro da Peter Sellers in Invito a cena con delitto. Proposizioni senza verbo. Apposizioni di apposizioni. Uno stile che non è sintattico, ma spesso semplicemente onomastico.

pag. 74-75: “Che anni sono stati. Parlo della metà dei Settanta, la prima. […] Se qualcosa succedeva in Cile o in Grecia, succedeva a noi. Febbre, ogni minuto, ogni giorno, ogni vita. Assemblee e manifestazioni, convegni e volantini. Parole e pensieri di una generazione che si sentiva interpellata e attesa. Parole che si scrivevano sui volantini, su striscioni, su giornali. Parole che circolavano, si battevano, si incrociavano, si trasformavano”.

pag. 102: “Hanno distrutto vite, hanno mutato la storia di un Paese, perché inseguivano una follia. Una follia che grondava sangue innocente”.

pag. 127-128: “Fermiamoci ancora un momento su questo luogo. […] Attorno a quella fontana […] sono nate mille storie, si sono definiti mille destini. Storie di amore e di violenza, amicizie e odi, decisioni di cambiare il corso della propria vita, o della vita di altri. […] Non si poteva star da soli, in quei tempi. Non si poteva non parlare di quello che succedeva in ogni angolo del mondo, non si poteva non condividere con altri l’euforia di quei giorni che sembravano annunciare un mondo nuovo, diverso. Il futuro a portata di mano”.

pag. 153: “Ha giocato la sua partita, Roberto. Ma, come in una sfida maledetta, tutte le mosse erano vincolate. Ha subito mille volte scacco al re. Mille volte si è divincolato, ma ha solo ritardato la fine”.

Mi raccomando, fai i collegamenti, passa da una materia all’altra

L’idea della cultura di Veltroni è un’idea feticistica, reverenziale. La scienza, la letteratura, la filosofia, etc… si citano per omaggiarle, per rendergli grazie, per mettersi sulle spalle dei (alle volte presunti) giganti. E tutto il libro è pieno di riferimenti, di citazioni, di “e come dice in quel bellissimo romanzo”, “e come scrive quel grande scienziato”. Lo studio non è applicazione, ma spizzicamento. Come se citare in questo modo, avvalorasse la qualità di indagine del libro. (Non era una delle cose che si insegnavano al liceo che, quando si cita, si può evitare di scrivere famoso, bellissimo, grandioso?)

pag. 32: “[I bambini] hanno del tempo la cognizione che magnificamente riassume Alison Gopnik nel suo libro Il bambino filosofo“.

pag. 32: “Fellini era un genio perché dominato dal desiderio di non rinunciare mai a questi due mondi e restituiva ostinatamente l’incanto di questa ricchezza…”

pag. 35: [riprendiamo dalla citazione enfatica di prima] “[…] verso quel punto indefinibile e avranno cominciato a correre in quella direzione, verso il brigadiere Giorgio Serranti e quel buco nella terra. Quel buco nero. Lo scienziato Stephen Hawking definisce il buco nero come ‘ il collasso di una stella’ Una stella può durare milioni di anni, fino a che si mantiene l’equilibrio tra il calore prodotto dalle reazioni nucleari interne e l’attrazione gravitazionale…”

pag. 38: “Un giornalista del tg2, Pierluigi Pini […] fiuta la notizia, con quel cinismo moralmente giustificato tipico di chi fa il giornalista di nera. Mestiere per il quale vale davvero la famosa frase attribuita a Mae West: ‘È uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve pure fare'”.

pag. 43: “Silvia Ballestra ha dedicato uno dei suoi romanzi più belli a San Benedetto in quegli anni ubriachi”.

pag. 56: ” ‘La direzione delle operazioni (leggi VV.FF.) decide di interrompere qualunque tentativo nel pozzo artesiano […] Ci viene comunicato che la nostra opera non è più necessaria e che dobbiamo tornarcene a casa. Veniamo più volte allontanati dalla forza pubblica, ma rimaniamo comunque sul posto’. In questa conclusione risuona un’eco finale di Fragole e sangue, il film sulla contestazione negli Stati Uniti che aveva formato i giovani di allora, ma solo la testimonianza di un dolore che non si rassegna. Quei ragazzi non accettavano di non avercela fatta e pensavano che chi in quel momento comandava, sbagliasse”.

pag. 146: “La tv ora entra per la prima volta nella vita vera di un solo essere umano. Il più debole, il più indifeso, sofferente che si possa immaginare. Ci entra con la sua musica assordante e le sue luci stroboscopiche. Non so se è giusto. so che forse è inevitabile. Ma che questo, come Pasolini ci ha insegnato, non lo rende, di per sé, giusto”.

pag. 213: [Il libro descrive la ricerca di uomini piccoli da calare nel pozzo]: “Soffermiamoci un attimo sulla definizione di ‘nano’. […] I nani, da sempre derisi e offesi, sono come la panacea per questa tragedia e vengono ricercati affannosamente. Tutti hanno bisogno di loro, anzi, fosse possibile, del più piccolo di loro. Loro che, come scrisse Fabrizio De Andrè: Passano gli anni, i mesi / e se li conti anche i minuti / è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti; / la maldicenza insiste, / batte la lingua sul tamburo / fino a dire che un nano / è una carogna di sicuro / perché ha il cuore troppo / troppo vicino al buco del culo“.

Wikipedia va bene

pag. 41: ” ‘Come ci sono finito qui?’ avrà pensato Roberto chiuso nel bagagliaio della 127 che sfreccia sull’autostrada. La storia della sua famiglia è una delle tante di quegli anni roventi. […] D’estate, per arrotondare il bilancio familiare, gestiscono una locanda per forestieri. Perché il turismo è l’attività principale di San Benedetto del Tronto, dove la famiglia si è trasferita da Ripatransone. […] San Benedetto è famosa non solo per le attività turistiche ma anche per la sua tradizione di pesca, che lì è l’industria più fiorente…”.

da pag. 232 a 235 invece c’è un’interpolazione in cui si cerca di dare una lettura psicanalitica, etologica e insieme teologica alla domanda Come ha fatto Alfredo a resistere per tante ore in quella condizione? E in poche righe si citano insieme Vito Mancuso che parla di Gesù, lo psichiatra infantile John Bowlby e la ‘teoria dell’attaccamento’, la consulenza personale che ha chiesto al professor Massimo Ammaniti, e Konrad Lorenz e “il meraviglioso racconto contenuto nell’Anello di re Salomone

Anche qualche neologismo poetico ci può stare

pag. 31: “Le torce elettriche dei soccorritori danno grani fiocinate di luce, tra gli spazi sterrati e le case in costruzione”.

Però prima di consegnare controlla la grammatica

pag. 69: “È una donna evidentemente unica, con una viva curiosità intellettuale e un carattere nel quale mi sembra si fondino principi e convinzioni rigorose e una certa fragilità, prodotta dal doppio terremoto che ha sconvolto la sua vita”.

Mescolare afflati lirici e bei pezzi prosastici

Questa è una delle caratteristiche peculiari della prosa veltroniana, esasperata quando la tensione al lirismo suborna ogni altro dispositivo retorico. Nel poemetto-monologo Quando l’acrobata cade, questa discrasia era pervasiva. L’effetto che crea è quello di un attrito tra due esperienze foniche opposte, tra due registri (evocativo e giornalistico) che difficilmente riescono a stare insieme; non solo a amalgamarsi, ma neanche a giustapporsi.

pag. 55: “Tutti per lui, per quel bambino che non conoscevano. Ci hanno provato in ogni modo, non ci sono riusciti. Quei giorni hanno lasciato in ciascuno dei testimoni un sapore amaro di una sconfitta. Di quelle che ritornano, come un fantasma, nelle notti difficili. Di quelle che ti stringono il cuore. Di quelle che, in un momento qualsiasi, per una ragione inspiegabile, ti possono dare un dolore violento e improvviso, come una fiocinata al petto [ehi ritorna la fiocinata, ndr…] È legittimo che, ora come allora, ci fossero idee diverse per affrontare e risolvere il problema. E che queste idee abbiano potuto generare conflitti. Gli speleologi, ad esempio, sono ancora oggi convinti che le istituzioni, specie dopo l’arrivo dei media, non volessero che a salvare il bambino fossero dei giovani volontari e non le strutture ufficiali”.

pag. 181: “Il cucciolo è stanco. Stanco di tutto. Del freddo, della fame, della solitudine, dei dolori al braccio e alla gamba, dell’attesa dei soccorsi che non arrivano. Anche per questo, appena potranno, i vigili che scavando con la mazzetta e le mani arriveranno vicino al diaframma che li separa dal pozzo artesiano dovranno chiamarlo e rassicurarlo”.

pag. 201: “Si sente, in profondità, il rumore del martello che cerca di allargare il buco del tunnel. È un rumore forte. A ogni colpo il bambino reagisce con un grido. Laggiù il rumore deve essere assordante e tutto deve rimbombare in maniera allucinante. Alle 18,40 il microfono rimanda ancora una volta il suo grido, il suo respiro affannato, la sua richiesta di ‘Mamma”. Sentendolo mille volte [mai meno di mille?], come ho fatto, ho la sensazione che qualcosa gli impedisca di articolare le parole e temo, non riesco neanche a pensarlo, sia il fango. Quel fango devono averlo prodotto i liquidi che gli sono stati somministrati per cannula e la terra che inevitabilmente è caduta. E, ricordiamolo sempre, Alfredo non può usare le braccia, che sono incastrate”.

Ripeti, ripeti, qualcuno capirà

L’inizio del buio è il regno delle anafore e del forse. Alle volte i due stratagemmi retorici si accoppiano ed è un unico elenco di azioni e pensieri immaginati, ipotetici.

pag. 75: “Prima che le pistole e la violenza uccidessero, con i corpi che lasciavano a terra anche quelle collettive speranze. Prima che il piombo si sostituisse ai fori. Prima che il nero divorasse i colori. Prima che gli avversari diventassero nemici e persone simboli. Gli uni e gli altri da abbattere. Prima che quei ragazzi che volevano cambiare la loro vita si riducessero a togliergliela ad altri. Prima che sparissero le parole per lasciare solo slogan, ferro battuto, come Arbeit machr frei“.

pag. 80: “Forse su uno di quei tavoli di quel 9 giugno 1979 c’era un quotidiano. Forse si è messo a volteggiare nel vento quando sono andati tutti via. Forse si è posato su una pagina che raccontava dov’era quell’invitato desiderato e assente”.

pag. 92: “Immagino le case degli italiani, in quel momento. Immagino le madri che arrivano correndo nell’altra stanza e si siedono, con le mani sul volto, davanti al televisore. Immagino un bambino che smette di giocare e cerca con gli occhi un grande e una studentessa che chiude il libro tenendo il segno della pagina. Immagino nonni che si fanno scendere una lacrima, silenziosi. Immagino fratelli maggiori che portano via, con una scusa, il piccolo di casa. Immagino suore che si guardano smarrite e pregano all’istante e camerieri che smettono di servire l’aperitivo. Immagino giocatori di scacchi che sbagliano una mossa facile. Immagino quello che ricordo. Perché così è stato, Alfredo”.

La morale della tesina qual è?

Si potrebbero continuare a inanellare citazioni. Ci sono delle immagini terribili come quella a pagina 140 per descrivere il senso di vuoto del dramma di Vermicino: “Il contrario della notte della Luna. […] È come se l’Apollo 11, man mano che si allontanava dalla terra, avesse lasciato nello spazio, come un detrito, le immagini in bianco e nero di Hitler che urlava odio e nel microfono, di Mussolini nel cappotto di Salò, degli impiccati nelle strade, dei carri armati sovietici che sparavano nelle strade di Budapest, di Vopos che presidiavano il muro di Berlino, di Jan Palach che si dà fuoco a Piazza San Venceslao”. Adolescenzialismi, come l’uso ripetuto della parola delirio, caos. Una scrittura che si fa kitsch a ogni pagina. Tutto questo allontana un lettore ben intenzionato, minandone davvero la capacità di goderne il racconto, interessante e drammatico, delle due vicende storiche (Vermicino e il rapimento di Roberto Peci).

Ma qual è dicevamo la tesi principale che Veltroni ricava da quest’indagine un po’ storica, un po’ sociologica, un po’ personale (c’è un’altra pagina tremenda, 45, che non ce l’ho fatta proprio a citare per intero in cui Veltroni racconta il suo lutto personale, la morte di suo padre e la mescola all’interpretazione dei fatti storici, l’affondamento della nave Rodi – “Da ragazzo mi immaginavo, come in un montaggio alternato, la vita che se ne andava di mio padre e l’agonia di quella nave”)?

L’impressione che se ne ricava è duplice e, in un certo senso, doppiamente disarmante. La prima conclusione è che per Veltroni il male non ha senso. Il suo lungo indagare la morte, la sofferenza, gli anni di piombo, le violenze, non lo ha portato a elaborare delle chiavi interpretative, né storiche né di qualche altra forma ermeneutica (psicanalisi, sociologia, teodicea…). Il male arriva, e le persone che lo commettono o che lo subiscono ne sono tutto sommato in balia. In questo senso, il buonismo veltroniano riletto in chiave letteraria, somiglia a una visione leibniziana un po’ malinconica, che può essere facilmente sbeffeggiata – come si vede – da uno spirito cafonamente voltairriano come quello di questa recensione: quello in cui siamo vissuti è il meno peggiore dei mondi possibili.

L’altra conclusione è che la visione veltroniana del mondo non distingua l’elemento immaginato da quello reale. Sono tanti gli elementi che concorrono a quest’ipotesi. Il continuo ricorso a una narrazione ipotetica, in cui il piano della ricostruzione documentale scivola su quella dell’immaginazione. La continua sintesi di sentimenti collettivi che segnano la storia d’Italia, che spesso è una grande allucinazione collettiva e segna il mero disfarsi delle individualità (pag. 168-169: “Perché quello che parte da Vermicino non è una storia raccontata, uno show, un telegiornale. No, Vermicino è già, il venerdì all’una, parte dell’esperienza emotiva dell’intera nazione. Lui, Alfredo, sono io bambino, è mio figlio, mio nipote. Lui è tutti. Lui, così piccolo e così solo”). Alcune citazioni – come quella già vista di Fellini come regista di riferimento, capace di fondere dimensione fantastica e realtà; o quella già risaputa per chi conosce il mondo veltroniano dell’Uomo dei sogni di Kevin Costner, uno dei suoi film culto: la storia di un uomo a cui una voce dal cielo dice di costruire un campo da baseball. Lui obbedisce alla voce, e alla fine non solo vede comparire da un passato fantastico anche i giocatori di baseball di una squadra mitica, ma anche la folla degli spettatori. Come scrive Veltroni a pag. 107: “Quel campo diviene il luogo in cui passato e presente si toccano, in cui realtà e desiderio si conoscono”. A dir la verità, lì realtà e desiderio non si conoscono, ma si confondono: è – come non fa altro che ricordare anche Veltroni stesso in questo libro – la visione infantile, quella priva di un principio di realtà, che seppure permette di salvare un bambino dalla violenza del reale quando si manifesta, rischia per un adulto di trasformarsi in una prigione mentale, in un sogno nostalgico in cui appunto non c’è differenza tra i propri desideri e quelli degli altri, tra la propria visione del mondo e il principio di realtà.

Letta in questo senso, l’opera veltroniana, è una piccola invenzione della tradizione per dirla con Hobsbawn. Accanto a quella leghista del dio Po e dei druidi, di quella berlusconiana del bunga-bunga e dei comunisti cattivi, c’è anche quella di Veltroni: un paradiso perduto in cui si può vivere solo se si torna a essere bambini. Imberbi e incoscienti, mai responsabili, a aspettare che il male passi da solo. E insieme uomini dei sogni che intendono la realtà come un limbo, incapaci di fare i conti con il fallimento, perché non vedono come il mondo possa evolversi: tutto per loro dovrebbe rimanere incantato in una sfera di immobilità storica (come la telefonata che arriva dai morti nella Scoperta dell’alba o il segreto sepolto nella memoria nell’Acrobata cade o i pensieri immaginati di Alfredino e Roberto Peci qui). E infine: devoti della memoria, incapaci dunque di realizzare un passaggio di consegne con le generazioni future: se evoluzione corrisponde a annichilimento, se questi ultimi trent’anni sono stati contrassegnati da un buio incomprensibile, chi mai avrà il coraggio di affrontare la storia che passa, in cui si muore e si rinasce?

 

L'articolo Decostruire L’inizio del buio – un tentativo di analisi della poetica veltroniana proviene da Minima et Moralia.

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Perché per rinnovare l’Italia può essere fondamentale amministrare bene le città https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-per-rinnovare-litalia-puo-essere-fondamentale-amministrare-bene-le-citta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-per-rinnovare-litalia-puo-essere-fondamentale-amministrare-bene-le-citta/#comments Sun, 15 May 2011 17:36:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4331 Aspettando i risultati delle elezioni amministrative, riportiamo un’intervista che Francesco Raparelli ha fatto a Walter Tocci sulla free-press “Dinamo” lo scorso anno. È una disamina analitica di possibilità e responsabilità della amministrazioni di sinistra in Italia, da parte di chi della cosiddetta “stagione dei sindaci” fu uno dei protagonisti – a livello di elaborazione teorica, […]

L'articolo Perché per rinnovare l’Italia può essere fondamentale amministrare bene le città proviene da Minima et Moralia.

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Aspettando i risultati delle elezioni amministrative, riportiamo un’intervista che Francesco Raparelli ha fatto a Walter Tocci sulla free-press “Dinamo” lo scorso anno. È una disamina analitica di possibilità e responsabilità della amministrazioni di sinistra in Italia, da parte di chi della cosiddetta “stagione dei sindaci” fu uno dei protagonisti – a livello di elaborazione teorica, e come vicesindaco di Roma e assessore ai Trasporti.



Partiamo dalla cultura politica, il tema che sta al cuore della nostra sperimentazione editoriale, oltre che politica. DINAMO ritiene che molte delle categorie proprie della sinistra siano ormai ferri vecchi: le forme della rappresentanza, il modo di intendere il lavoro e i suoi diritti, il rapporto tra territorio e politica, la questione del welfare. Quali sono a tuo avviso gli elementi culturali e politici della sinistra che sopravvivono alle ultime disfatte elettorali?

La sinistra dovrebbe gridare sui tetti le proprie ragioni. Solo qualche anno fa sembrava normale che la superpotenza portasse la guerra nelle lande più desolate del mondo. Quanti apologeti ci hanno spiegato che era una cosa utile, etica e democratica! Oggi è sotto gli occhi di tutti il fallimento di quella volontà di potenza, anche se non sanno come uscirne.

La crisi economica mondiale ha intaccato l’armamentario ideologico costruito in un trentennio di egemonia liberista. Perfino alcuni esponenti della mitica scuola di Chigago ora ci spiegano che hanno preso un abbaglio. Fa impressione vedere l’inceppo della finanza. Chi l’avrebbe detto che il turbo-capitalismo si sarebbe arenato sul vecchio sogno piccolo borghese della casetta in proprietà. Chi l’avrebbe detto che le Partecipazioni Statali sarebbero rinate a Wall Street. Chi l’avrebbe detto che gli Usa vacillassero a causa di 5 milioni di americani insolventi perché impoveriti dalle stesse politiche liberiste.

E poi ancora, l’allarme sul futuro della terra; fino a qualche anno fa era argomento di minoranze e oggi è al primo punto dell’agenda nei vertici mondiali.

La sinistra ha avuto tante ragioni, anche se spesso non ci ha creduto. La destra ha avuto torto, ma riesce a capovolgerlo a suo favore, come si vede in tutta Europa.

Quali sono, piuttosto, gli elementi che invece non funzionano più?

La parola sinistra ha un significato instabile e relativo. Ha sempre bisogno di aggettivi per qualificarsi e infatti negli ultimi anni c’è stato un fiorire di definizioni: democratica, sociale, radicale, riformista, sommersa; ma sono tautologie, perché non si da una sinistra che, pur in diversa misura, non sia tutte queste cose. D’altro canto non si sono ancora trovati i sostantivi in grado di sostituire parole impegnative come comunismo e socialdemocrazia. Inoltre, storicamente la parola sinistra indica un posizionamento rispetto alla destra, addirittura nei banchi del Parlamento, e quindi può essere compresa solo per il ruolo che svolge in questa relazione.

La cultura di sinistra è intrappolata in un guscio moderno-borghese costituito da rappresentanza, diritti, crescita e welfare. Sono conquiste mirabili, frutto di un conflitto e poi di un compromesso tra il movimento operaio e la borghesia che percorre tutto il novecento. La sinistra ne è stata protagonista e oggi quindi non riesce a congedarsi da quel paradigma, né tanto meno a reinterpretarlo nel secolo appena cominciato. La destra, invece, è stata una forza di resistenza di quel compromesso e proprio per questo è più pronta a cogliere le dinamiche post moderne che ne mettono in discussione i pilastri: populismo contro costituzionalismo, rendita contro produzione, egoismo contro solidarietà, appropriazione privata contro beni collettivi. Negli anni Novanta la sinistra si è illusa di poter estendere il paradigma borghese-moderno nella globalizzazione. Gli anni Duemila, al contrario, hanno mostrato il lato oscuro della mondializzazione: la guerra preventiva, il rifiuto dei migranti, la crisi economica, la polverizzazione del sociale. Così è avvenuto il passaggio dall’Europa dei governi di sinistra al trionfo dei governi di destra. Ho l’impressione che il berlusconismo sia un’interpretazione più avanzata e non più arretrata di questa rottura. Ormai il Cavaliere ha segnato quasi un ventennio di storia nazionale. Per una vecchia abitudine azionista siamo portati a vederlo come un segno dell’arretratezza italiana, ma forse l’analogia con la storia nazionale è da rintracciare, al contrario, in una sorta di invenzione maligna, cioè una capacità di cogliere il nuovo tramite il suo lato oscuro. Come fu appunto il fascismo, un movimento di avanguardia che l’Italia seppe esportare nel mondo. L’analogia è molto più profonda di come la può rappresentare il dipietrismo o una certa invettiva di tipo giornalistico. Anche la estrema reattività che c’è in Europa verso Berlusconi dipende forse da un inconsapevole timore che quel modo di fare politica possa riguardare anche loro e che l’Italia possa di nuovo esportare un’invenzione maligna. In Francia c’è un dibattito sul Sarkoberlusconismo.

Questa forma politica si misura con le pulsioni più profonde dell’uomo globalizzato: il rancore e il desiderio. Può non piacerci, ma la destra risponde a modo suo con messaggi rozzi e talvolta inquietanti ma connessi allo spirito del tempo: la xenofobia, la rivolta fiscale, un certo sovversivismo populista, il perbenismo religioso e nel contempo l’edonismo televisivo, la promessa velinara alla nuove generazioni.

Al contrario, proprio la condizione esistenziale dell’uomo postmoderno sfugge alla sinistra, al suo linguaggio ormai disincarnato, al suo ripiegamento metodologico, alla sua astrattezza kelseniana, al suo universalismo esangue. E’ un mondo culturale che io considero, bada bene, una base minima essenziale, ma anche un armamentario incapace da solo di battere la destra.

Lo stendardo borghese-moderno è diventato un blasone decadente di fronte alla ruvidità del postmoderno. La sinistra si trova nella stessa condizione della vecchia cultura degli aristocratici romani ormai travolta dall’ascesa del cristianesimo. Mario Tronti ci ricorda una bella citazione dal De Reditu di Rutilio Namaziano: “gli uomini di fede sono feroci e gli uomini del dubbio sono stanchi”.

Eppure la sinistra avrebbe qualcosa di meglio da dire sul rancore e sul desiderio. Potrebbe dare risposte più pregnanti di quelle offerte dalla destra. In fondo quei sentimenti interpellano un mestiere antico e ormai dimenticato della sinistra, cioè la capacità di dare un orizzonte allo spaesamento e di cogliere la domanda di libertà che promana dalla trasformazione sociale. Da qui passa la possibilità di abbandonare gli aggettivi e di tornare ai sostantivi, per dirla ancora al modo di Tronti.

In che modo, attraverso quali strumenti, ricostruire una cultura politica all’altezza delle sfide del presente? Ancora, quale rapporto tra politica istituzionale e movimenti sociali?

Scusa.. ecco, mi sono ripreso.. ero caduto a terra per la difficoltà della tua domanda. Dunque, cerchiamo almeno di confinarla per renderla più abbordabile. Provo a rispondere limitando l’argomento alla questione urbana, che è sempre una limitazione creativa per il pensiero politico.

Le sue categorie nascono dall’idea stessa di città. La cultura democratica ricongiunge la politica alla polis e quindi alla sua rappresentazione architettonica che è l’agorà. Tutto ciò discende da una poderosa tradizione intellettuale che ha elaborato un’interpretazione romantica della grecità. Ma la cultura antica aveva una visione molto più problematica del nesso polis-politeia, meno rotonda e più spigolosa, meno univoca e più controversa, meno pacificata e più conflittuale.

Il mito fondante del politico non è solo la piazza della polis periclea, ma è il dramma tra nomos e ghenos che si svolge ai piedi delle mura di Tebe quando Antigone esce dalla polis per seppellire il corpo di Polinice, ubbidendo alla legge di natura contro il decreto di Creonte. E ancora più esplicitamente le mura si contrappongono all’agorà come simbolo del politico in un potente frammento eracliteo: “il popolo deve combattere per il nomos come per le mura della città”.

Bisogna attingere a questa grecità del polemos, liberarsi dall’idealizzazione liberale dell’antico, se vogliamo elaborare i paradigmi politici adatti al nostro tempo. Oggi serve a poco la piazza per capire le metropoli globalizzate, e infatti usiamo spesso un ossimoro parlando di agorà telematica. È molto più penetrante l’immagine delle mura, proprio perché non esistono più come elemento fisico, se non come spettro che l’archeologia preserva nella nostra vita quotidiana. Eppure, proprio in virtù di tale smaterializzazione le mura diventano una forza immanente nelle relazioni sociali e culturali. Sono le mura invisibili della città contemporanea: da un lato il confine si allunga nei grandi spazi mondiali; d’altro canto il confine diventa interno al tessuto urbano e denota le differenze tra le etnie, i ceti sociali, le generazioni, i gruppi di interesse. La destra ha capito con istinto animalesco la centralità delle mura – la contraddizione in termini è significativa – e la declina nell’ossessione securitaria, che porta a costruire recinti in ogni dove, di condominio, di quartiere, di periferie, di nuove baraccopoli. La sinistra ha il terrore di fare i conti con la figura delle mura e si salva l’anima con l’abuso della parola integrazione, un lessico emblematico del linguaggio astratto che la fa sentire estranea.

D’altro canto, consentimi caro Francesco, anche voi dei centri sociali per cercare una significatività di sinistra pagate il prezzo di una radicale riduzione all’interno di un confine, seppure di una comunità elettiva, come dite con bella espressione, anch’essa però esposta ad un’idealizzazione.

Le mura sono essenziali per una cultura politica all’altezza delle sfide del presente. Qui si annodano tante questioni, le mura ci ricordano anche un altro carattere originario della città come macchina spazio-temporale, come luogo che limita lo spazio per rendere commensurabili le relazioni temporali tra le persone. Ho l’impressione che anche questo carattere sia oggi fonte di molte contraddizioni. Le due dimensioni tendono a separarsi e a irrigidirsi reciprocamente. Da un lato il tempo si accelera nelle reti lunghe della conoscenza e della comunicazione globalizzata, il mondo a portata di mano non solo in internet, ma negli stili di vita, nella finanziarizzazione dell’economia, nell’azione criminale, nella sensibilità artistica, perfino nei sapori. D’altro canto, lo spazio si confina e risucchia la sfera morale, riportando l’etica al significato originario di ethos, che è appunto nicchia, perfino tana. Da qui la forza irrefrenabile dei tanti leghismi che picchettano la superficie liscia della globalizzazione.

Si formano così due grandi famiglie di conflitti, quelli temporali e quelli spaziali. I primi seguono il verso del globale e i secondi agiscono come suo contrasto; i primi liberano energie e i secondi le trattengono; i primi sono escatologici e i secondi katechontici. Potremmo dire che la globalizzazione ottimistica degli anni novanta era di tipo escatologico-temporale, quella ruvida degli anni duemila è stata kathecontico-spaziale. Le diverse forme e gradazioni che assume questa scissione spazio-temporale modellano l’organizzazione sociale, i rapporti tra gli individui e la stessa condizione esistenziale delle persone. Alle estremità si trovano da un lato le élite sovranazionali che vivono quotidianamente con la testa nel mondo e dall’altro i poveri cristi sempre più attaccati al suolo come ad una zattera spersa nell’oceano. Il territorio sembra diventare un cleavage più importante del vecchio conflitto di classe. Ma quella scissione arriva perfino a risuonare nell’animo delle persone, producendo esiti a volte anche contrapposti, dal malessere dello spaesamento alla creatività dello spirito glocal.

Questa scissione spazio-temporale offre molte opportunità al sorgere di movimenti di vario tipo, di destra e di sinistra, ma rende molto più difficile la loro stabilizzazione. Anche per la politica riformistica è difficile muoversi in quel crepaccio. Qui c’è una difficoltà tutta contemporanea. In fondo la città industriale è stata fonte di grandi conflitti, ma anche di una loro composizione. E questo è stato vero per i movimenti, pensa alle grandi lotte popolari, non di classe, per la casa e per i servizi sociali. Ma è stato vero anche per il riformismo; il welfare è nato nelle politiche statali ma si è concretizzato essenzialmente nell’urbano, con le politiche sociali volte a conciliare la produzione con la riproduzione. Ecco la novità, oggi la metropoli non riesce a comporre i conflitti, è un luogo di scissione a partire dal suo carattere originario spazio-temporale, è lacerata tra escathon e katechon, produce glamour per l’élite sovranazionale e disperazione nei suoi servitori, è il nodo della rete del capitalismo cognitivo e la nicchia della rendita immobiliare, è la fabbrica del lavoro creativo e il mercato delle braccia senza diritti, è lo stile di vita aperto al mondo e il muro di contenimento dello straniero.

Questa scissione è appunto una difficoltà sia per i movimenti sociali sia per le politiche istituzionali e soprattutto per il rapporto tra questi due momenti. Questa è la domanda che mi facevi e ti ho saputo rispondere solo sull’incognita del problema. Aggiungo però che ho sempre avvertito l’urbano anche come una potente riduzione di complessità. In fondo, i problemi di cui stiamo parlando sono generali e riguardano l’epoca, però se li osserviamo nell’urbano assumono una certa concretezza. La città è fatta di pietre e di persone, porta con sé una materialità e una corporeità che fa scendere in terra il pensiero. La politica urbana è quindi un buon esercizio per la cultura di sinistra, serve a curare la malattia che ne ha sfigurato il volto lasciando piaghe profonde: le idee disincarnate e le politiche sradicate.

Dovremmo fare sempre un esercizio di pensiero nel cercare un riferimento urbano alle analisi della società, anche quando si tratta di fenomeni immateriali. Se penso ad esempio alla mutazione dei modi di vita degli italiani nell’ultimo trentennio, due caratteri vengono subito in evidenza: l’immaginario televisivo e la forma delle città. Noi le chiamiamo ancora con i nomi storici – Roma, Milano, Napoli – ma ad essi corrispondono oggetti geografici molto diversi dal passato. Intorno ai nuclei antichi che portano il nome sono cresciute le galassie urbane, più o meno dense, di insediamenti discontinui e disordinati, distese anonime di villette e capannoni, non più campagna e non ancora città. E’ lo sprawl italiano che mutua dal modello americano una forma insediativa del tutto estranea alla storia nazionale. Se la tana dell’animale dice molto sulla forma di vita, tutto ciò denota forse un cambiamento antropologico dell’homo italianus. Questo territorio per frammenti che si ripetono tutti uguali, pur con impercettibili differenze, mi fa sempre pensare alla serialità televisiva, ai racconti senza fine che fecero la fortuna della televisione commerciale trent’anni fa. La città infinita si disperde in tanti episodi, proprio come la fiction televisiva. Così, nella profonda periferia la massaia con il televisore sempre acceso trova nell’ultimo puntata di Beautiful un’inconsapevole traccia simbolica del luogo seriale in cui si trova a vivere.

C’è un tratto comune in questa bulimia televisiva e urbanistica? E’ una sorta di incontinenza italiana, è la difficoltà di contenere in un racconto la trasformazione fisica e sociale. Di nuovo, una difficoltà a trattenere. Tra i due movimenti fondamentali di cui abbiamo parlato prima, quello più critico oggi è il katechontico, la capacità cioè di custodire in un ordine la potenza postmoderna. Quando si realizza tale capacità è sempre un momento mirabile in cui si manifesta una certa sacralità della vita associata. Ma proprio qui è invece la penuria dei nostri tempi.

Per la mia generazione l’ordine sacro era attuare la Costituzione, come forma sociale e democratica di custodia dell’escathon repubblicano nato nella Resistenza. Oggi tutto ciò è uno stendardo che innalziamo per fermare le orde barbariche. Qui è la forza della destra postmoderna italiana, corrodere qualsiasi deposito dell’ordine sacro e sostituirlo con l’ordine profano, o addirittura pagano nella versione leghista, della doppia morale tra edonismo televisivo e ideologia del Dio, Patria e Famiglia. Al contrario, per la sinistra l’ordine si è cristallizzato in un normativismo che la porta a scansare sia il sacro sia il profano.

Contro la serialità della politica e della città mi sembra utile il proposito della vostra rivista, indicato nell’editoriale di Franco Piperno, di un linguaggio più teatrale che cartaceo-televisivo. In fondo nell’azione teatrale ci sono in embrione le soluzioni a questi problemi: una rappresentazione che custodisce la storia in una scena, il tempo trattenuto in un racconto e soprattutto gli attori che diventano protagonisti. Dovremmo ripensare al teatro politico di Erwin Piscator, da dove provengono sia Döblin con il primo romanzo metropolitano tedesco (Berlin Alexanderplatz) sia Gropius con la Siedlung, l’ultimo tentativo del modernismo di trattenere i nuovi insediamenti in città, prima che vincesse l’esplosione nello sprawl.

Mi fermo qui, le provo tutte, ma non riesco a rispondere compiutamente alla tua domanda, se non per frammenti, anch’essi seriali.

Arriviamo a Roma. Per molti anni sei stato una figura decisiva dell’amministrazione della città, con le giunte Rutelli e Veltroni. Come leggi la debacle elettorale della primavera del 2008? Come si è esaurito a tuo avviso un ciclo di governo così lungo e potente?


Noi nel ’93 abbiamo fatto una rivoluzione. Tu sei giovane e forse non ricordi la tristezza della Roma della fine degli anni ottanta che di quel decennio controverso aveva preso il peggio, l’affarismo romanesco dell’ultima Dc di Sbardella senza la modernità postindustriale della Milano craxiana. Noi abbiamo “rimesso al mondo” Roma, nel doppio senso, da un lato di benessere metropolitano di cultura e sviluppo e dall’altro di apertura alle mutazioni della società della conoscenza e della globalizzazione che proprio in quegli anni andavano affermandosi.

Ho ancora un ricordo emozionante di quell’inizio. Tangentopoli era stata come un bombardamento selettivo, la città era la stessa di prima, ma erano scomparse come d’incanto tutte le lobbies, i poteri più o meno trasparenti, le sanguisughe dell’assistenzialismo pubblico. Ci trovammo davvero in una situazione magica di governo civico con un rapporto diretto tra amministrazione e cittadini, come non era mai accaduto prima e come non accadrà più. Fu un periodo molto breve, non più di due anni, poi gradualmente i poteri reali si ripresero dallo sbandamento e ricominciarono a tessere la tela soffocante intorno al governo municipale. Quando ci ripenso provo anche un dolore per le occasioni perdute e gli errori commessi in quel breve momento in cui era concesso alla politica di scrivere il progetto come in un foglio bianco.

L’ingenuità e la passione portano sempre i giacobini – sì, noi lo eravamo – verso quei fallimenti che vengono strumentalizzati dal Termidoro per stabilizzare il potere rivoluzionario. Il trionfo giubilare alla fine degli anni novanta segna l’affermarsi di una classe dirigente che ha già perso la furia innovatrice. Poi questo processo prevede sempre l’avvento di Napoleone che trasforma la rivoluzione mediante un racconto popolare della modernizzazione. E proprio il rapporto stretto tra narrazione e governo negli anni duemila ha portato il centrosinistra al punto più alto del successo. Lì nasce però quell’irresistibile senso di imbattibilità che di solito precede Sant’Elena e il ritorno della Santa Alleanza. Così i mediocri sovrani dell’Ancien Regime vengono rimessi sui troni, senza alcun merito. La Restaurazione si riprende il potere ma non riesce mai a fermare la diffusione degli ideali rivoluzionari, per questo molte idee del nostro quindicennio torneranno in campo nei prossimi anni.

Quando rifletto a volo d’uccello su questo ciclo penso che in fondo siamo caduti su un problema classico: come si trattiene una rivoluzione in un nuovo ordine. Di nuovo, ci ha fatto difetto il katechon.

Le amministrazioni di Centro-sinistra, in particolare la giunta Veltroni, in alcune fasi, hanno dichiarato di investire sulla partecipazione dei cittadini e delle realtà sociali alle decisioni politiche, soprattutto in materia urbanistica. Sembrava quasi che Roma potesse essere un laboratorio avanzato nell’apertura delle istituzioni ai cittadini e ai movimenti. Invece, alla fine del ciclo, ha prevalso il legame con i poteri forti della città e i cittadini e i movimenti si sono sentiti beffati. Il centro-sinistra dovrebbe fare autocritica sotto questo profilo?


Col passare del tempo il giudizio su Veltroni troverà una misura. È stato troppo osannato negli anni del successo e troppo svalutato nel tempo della sconfitta. Proprio perché non ho mai partecipato a questi eccessi credo di poter dire che è stato non solo un grande sindaco, ma l’unico esponente del centrosinistra che nel quindicennio ha cercato di sfidare Berlusconi nel suo punto di massima forza ovvero nell’elaborazione dell’immaginario collettivo. Ha cercato un luogo del comune dopo la frantumazione sociale, lo ha cercato in una sorta di forza morale contro l’egoismo, dal Colosseo illuminato contro la pena di morte, ai viaggi della memoria ad Auschwitz con gli studenti, fino alle piccole storie di civismo del quartiere. Su questo ha costruito una narrazione che sosteneva i singoli atti amministrativi e nel contempo rendeva più esigente la domanda di beni comuni.

Ma Roma non poteva essere una repubblica autonoma, anzi nel frattempo nel suo corpo sociale si accentuavano le lacerazioni prodotte dalle tendenze generali, in particolare l’impoverimento del ceto medio, la precarizzazione del lavoro e il primato delle rendite. A causa di tutto ciò tra le domande della città e le risposte dell’amministrazione si è acuito uno scarto sempre meno colmabile dalla narrazione civica. Tuttavia Veltroni ha ottenuto ampio consenso perfino nelle elezioni del 2008. La sua vera sconfitta si è consumata quando non è riuscito a trasformare la narrazione civica in un racconto sull’Italia.

Non ci è riuscito, ma ha provato a fare popolo, a unire istanze diverse intorno ad un’immagine comprensiva del bene comune, in contrasto di contenuti – sebbene non di forma – col populismo berlusconiano. Però noi di sinistra spesso ci laviamo la coscienza nel dileggio del populismo e passiamo oltre, come se il problema del popolo non riguardasse anche noi.

Il popolo non esiste in natura, è sempre una costruzione politica composta di idee, di azioni, di messaggi e di forme organizzative. Finché la sinistra non saprà fare popolo a modo suo continuerà a essere subalterna al populismo della destra. Il veltronismo è stato la ricerca di una forma politica postnovecentesca della sinistra. Merita almeno di essere menzionato come insuccesso. D’altronde molte conquiste novecentesche sono state frutto di sconfitte metabolizzate.

La tua domanda però riguardava anche la questione urbanistica e non voglio sottrarmi, anzi la ritengo la nota dolente del nostro quindicennio. Non siamo riusciti a scalfire la logica espansiva che ha segnato per quasi un secolo la trasformazione di Roma. Con il linguaggio nuovo del policentrismo si è continuata la vecchia disseminazione di quartieri isolati nell’agro, senza effetto città. Non a caso proprio nelle zone extra-gra il centrosinistra ha pagato un pesante prezzo elettorale scendendo a percentuali del 30-40% di tipo meridionale. Sarebbe stata necessaria una discussione critica e a promuoverla dovevamo essere proprio noi che abbiamo avuto responsabilità di governo, ma purtroppo non c’è stata questa disponibilità. E’ il sintomo di una mancata elaborazione del lutto da parte della nostra classe dirigente. Per parte mia ho condotto un’analisi severa della politica urbanistica dell’intero quindicennio in un libro (Avanti c’è posto, Donzelli, 2008) scritto insieme con un maestro della nostra generazione come Italo Insolera. Da giovani, leggendo il suo Roma moderna imparammo a conoscere la forza della rendita nel modellare gli assetti fisici, sociali e politici della capitale. Eppure i protagonisti di quelle speculazioni erano personaggi di mezza tacca, i palazzinari furbi e arroganti immortalati dalla frase “A Fra che te serve”.

Oggi il fenomeno assume ben altra portata. Nel turbocapitalismo la rendita immobiliare diventa parte integrante della valorizzazione finanziaria costituendo un’unità organica, la così detta economia di carta e di mattone. L’immobiliare diventa la prosecuzione della finanza con altri mezzi e questo ne fa un catalizzatore del processo economico, non più un fattore di arretratezza come era ritenuto, ancora nella fase industriale, perfino dai sinceri liberali. E tutto ciò fa impallidire il vecchio sogno riformistico del patto tra produttori basato sull’illusione di poter separare la rendita dal profitto. Ormai il mattone partecipa da protagonista al più generale primato della rendita nello sviluppo capitalistico.

Infatti, con l’ascesa della finanza la rendita ha sopravanzato il profitto e lo ha intrappolato nella propria logica. Il profitto è tale in quanto entra in un prodotto finanziario. E questa subordinazione diventa ancora più forte per il lavoro. Nella ripartizione della ricchezza l’aumento più forte è andato a favore della rendita, poi del profitto e il tutto a discapito dei redditi da lavoro. Nella regolazione dei processi e nell’allocazione delle risorse la componente finanziaria è diventata il dominus rispetto all’economia reale.

D’altronde, come spesso accade, il nuovo contiene una rielaborazione dell’antico. Infatti, la novità della finanziarizzazione consiste nel ritrovare un collegamento con l’atto originario dell’appropriazione capitalistica, a lungo dissimulato dall’economia classica e consumato non a caso nel campo della proprietà immobiliare. L’accumulazione originaria nasce infatti nel momento in cui si recintano i terreni liberi formando così la rendita assoluta; in seguito si afferma il mercato che cerca di far dimenticare nell’equilibrio concorrenziale quella prepotenza iniziale. Oggi, con il dominio della rendita finanziaria e immobiliare il capitalismo torna al primato del possesso sulla produzione. Le transazioni finanziarie sono molto più eteree e sofisticate dell’atto di recintare un terreno, ma l’atteggiamento è il medesimo.

Il recintare è un atto fondativo non solo per l’economia ma anche per la politica. Il nomos viene da nemein che significa appunto dividere un pascolo, e da qui discende, secondo la classica lettura schmittiana, una categoria fondamentale del politico. Più semplicemente, basta aver visto un film western per sapere che quando si recinta un terreno si forma una rendita e allo stesso tempo si crea un nemico.

Il capitalismo finanziario risveglia questi fenomeni primordiali e rilancia il momento dell’appropriazione come terreno comune tra l’economia e la politica. Il primato della rendita porta con sé un potere costituente. Per questo la forma capitalistica contemporanea è accompagnata da una formidabile verticalizzazione del potere in tutti i campi, nello Stato, nella società e perfino nell’impresa.

Ecco di questo mi interessa discutere con voi, caro Francesco. Per studiare questi fenomeni, infatti, mi sono risultate molto utili le analisi di Uninomade condotte da economisti critici come Vercellone e Marrazzi, di casa nei vostri dibattiti. Non voglio sminuire le responsabilità soggettive, ma non possiamo neppure limitare l’analisi alla solita figura del tradimento da parte dello stato maggiore. Ci sfuggirebbe la forza impressionante che la rendita immobiliare va assumendo nella vita urbana.

Cosa sta cambiando con la giunta Alemanno? Quale modello di governance ritieni si stia affermando?


Alemanno è un piccolo sindaco, molto al di sotto delle capacità che pure aveva mostrato come dirigente politico nazionale. Si vede che non ha passione per il ruolo che svolge. Si vede che non era preparato a vincere. Finisce per dare ragione all’ultimo che parla, asseconda tutte le richieste delle mille corporazioni romane, ripete stancamente i riti del vecchio governo sbardelliano, a volte richiamando in servizio perfino gli stessi politicanti e lo stesso ceto professionale. E’ un modo di governare che la vecchia classe dirigente conosce molto bene, ha il sapore antico dei bei tempi andati, è il luogo naturale della governance romana. Rispetto a questo modello Rutelli e Veltroni hanno operato in discontinuità, sempre con un progetto in testa; nonostante le critiche che si possono fare questa differenza è forte e sarà sempre più evidente nei prossimi anni.

Ma la questione che mi brucia di più è l’insediamento che la destra ha saputo costruire nella periferia romana. È un processo iniziato quasi trenta anni fa, ma solo negli ultimi anni si è consolidato e ciò ha conferito un carattere più strategico alla nostra sconfitta. Una volta c’era la cintura rossa della periferia, oggi le nostre roccaforti sono nei quartieri della borghesia colta come Monteverde. Il gradiente elettorale è ormai un’illustrazione geografica del ragionamento che facevo all’inizio sull’intrappolamento della sinistra nel paradigma borghese-moderno.

Mi ha colpito una frase di Walter Siti, sottile conoscitore dei quartieri più duri, rappresentati con particolare crudezza nel suo romanzo neopasoliniano Il contagio: “non riesco a immaginare un borgataro riformista”. Quando ho letto questa frase ho avuto un moto di ripulsa, ma poi mi sono abituato e ne ho compreso il senso. C’è una barriera di linguaggio, di argomenti, di stili di vita che impediscono alla politica riformista di parlare al disagio della periferia. Tema complesso che non saprei sviluppare andando oltre il titolo. C’è però un aspetto parziale che mi incuriosisce. E ormai diventato un luogo comune dire che la destra ha vinto sulla sicurezza. E’ vero, ma dice poco. Non coglie una contraddizione clamorosa; che cos’è questa domanda d’ordine che viene da quartieri cresciuti senza alcun ordine? Per come conosco la periferia romana non saprei immaginare un altro luogo tanto segnato da comportamenti anarchici e irregolari. Non dimentichiamo che, ad esempio, circa 800 mila romani vivono in abitazioni costruite illegalmente, è la più grande conurbazione abusiva d’Europa.

Tutta l’organizzazione civile è basata sull’assenza di regole e perfino lo stile di vita nelle situazioni più estreme raccontate da Siti presenta un’impronta amorale. La destra segue come un guanto le pieghe di questa contraddizione, assecondando ogni forma di comportamento irregolare e nel contempo offrendo una falsa coscienza del bisogno d’ordine tramite l’ideologia securitaria e apertamente xenofoba. Allo straniero si chiede di rispettare tutte le regole che non sono mai state rispettate dagli autoctoni. Al contrario, la sinistra prende in faccia come una sberla entrambi i lati di quella contraddizione, apparendo debole di fronte all’immigrazione e petulante nel rispetto delle regole dell’organizzazione civile. I politici di sinistra vanno in borgata a parlare di buoni sentimenti, di regolamenti amministrativi e quando volano alto affrontano addirittura le riforme istituzionali. L’universalismo esangue e il formalismo giuridico impediscono di capire e tanto meno di agire sulla forma di vita della borgata. Di nuovo, incontriamo il problema dell’ordine, del katechon. La destra sembra capace di trattenere lo spaesamento della borgata globalizzata; la sinistra offre una mera custodia amministrativa a quel malessere.

Ritieni che il tema del welfare locale, dalla formazione al reddito, dal diritto all’abitare alla mobilità, possa essere il terreno sul quale ricostruire un’opzione politica di opposizione in grado di ribaltare il dato elettorale del 2008?


Con il quindicennio non solo si è chiuso un ciclo politico ma si esaurita anche l’ambigua modernizzazione romana. Abbiamo celebrato con orgoglio la crescita del Pil senza capirne i processi fondamentali. E’ reale, ad esempio, la crescita di una galassia di piccole imprese nei servizi innovativi, ma nella maggior parte dei casi sono nate dalle commesse dei ministeri, degli enti locali, delle strutture sanitarie e soprattutto delle grandi aziende pubbliche, le quali, pur affrontando le privatizzazioni, hanno mantenuto ampi margini di monopolio; pensiamo al ruolo di Telecom, Alitalia, Rai, Capitalia, Enel, Finmeccanica, Fs, Eni. La competizione mondiale ha costretto questi gruppi a esternalizzare molti servizi e da questo grande outsourcing sono nate le imprese del terziario avanzato.

Lo sviluppo di Roma nel quindicennio è stato una sorta di Minotauro, metà new-economy e metà old-economy. La nuova economia romana è un fenomeno reale, ma la sorgente del processo è collocata nella vecchia economia dei monopoli e del mattone.

Il vero cambiamento, però, non ha riguardato il lato della produzione, ma quello del consumo. E’ sorta sul Gra ad opera di investitori stranieri una corona di grandi centri commerciali, uno tra i più potenti sistemi della grande distribuzione italiana. La vecchia rete dei piccoli negozi ha reagito con la specializzazione merceologica e l’innalzamento di qualità. Non a caso la Camera di Commercio è stato il soggetto più dinamico. Ma non è stato solo un fenomeno economico, ha riguardato gli stili di vita e il senso comune dei cittadini. Pensiamo all’abitudine ormai consolidata in tante famiglie romane di passare l’week-end nei grandi centri commerciali non solo per fare shopping, ma per adagiarsi sulle tendenze del momento, scoprire nuovi sapori, vedere un film, sentire musica e partecipare a nuove forme di socialità. I romani hanno dimostrato di essere consumatori scaltri di fronte alle offerte innovative del mercato. Basti pensare al successo di Ikea che in pochi anni ha dovuto raddoppiare gli spazi espositivi. Di questa vivacità si è accorto il marketing e non a caso il dialetto romano è entrato proprio in questi anni di prepotenza nelle grandi campagne pubblicitarie, da Bonolis, a Proietti, Amendola, fino a Totti. La cadenza romana, per tanto tempo considerata volgare, è diventata invece uno stile della comunicazione nazionale della postmodernità.

Alla rivoluzione dei consumi hanno contribuito fortemente la cultura e lo spettacolo e questa componente è stata intercettata alla grande dalla politica comunale. Il punto più alto di quell’esperienza è stato certamente l’Auditorium, divenuto in poco tempo il migliore esempio italiano e in una certa misura europeo di organizzazione culturale.

I grandi cicli storici dello sviluppo urbano hanno sempre realizzato architetture capaci di cogliere lo spirito del tempo: dalla cattedrale gotica del basso medioevo al boulevard ottocentesco, a volte anche in negativo, come le borgate del fascismo o i palazzi della Magliana della speculazione del dopoguerra. Anche il quindicennio del centrosinistra è stato un formidabile ciclo si sviluppo della città. Quali sono state le sue cattedrali gotiche? Certo l’Auditorium di Renzo Piano; però anche gli ipermercati a forma di scatolone hanno lo stesso diritto di rappresentare il nostro tempo. Con una differenza fondamentale, la sinistra conosce bene il popolo che frequenta l’Auditorium, sa leggere in anticipo le sue tendenze, ma sa ben poco degli umori del popolo degli ipermercati.

Ora piove sul bagnato, all’esaurimento di quel ciclo economico si aggiunge la crisi mondiale; a pagare il prezzo è sopratutto la periferia, non solo quella territoriale, ma anche quella sociale cresciuta con le tante forme di precarizzazione del lavoro. La destra è appagata dalla presa del potere, non si occupa della crisi e ha ormai dimenticato le tante promesse elettorali. Sarebbe il momento che entrasse in campo un ampio e radicato movimento di opposizione alla giunta Alemanno. Per la sinistra romana è l’occasione buona per riguadagnare terreno in periferia, cominciando ad intaccare il blocco elettorale della destra. Ma la lotta non basterà, serve anche un nuovo progetto di sviluppo per la città, non solo per riconquistare la credibilità come forza di governo ma anche per incontrare gruppi sociali interessati al cambiamento.

L’ambigua modernizzazione lascia sul campo anche una massa di lavoratori di buona qualificazione, con attitudini creative e già esperti di servizi innovativi; sono sopratutto giovani che hanno lavorato con contratti aleatori, spesso in condizioni quasi servili, o si sono cimentati in forme nuove di lavoro autonomo. Sono i primi a pagare la crisi con l’espulsione dal ciclo produttivo. E invece bisogna rimettere a lavoro proprio queste figure se davvero si vuole rimettere in moto l’economia e quindi ottenere un beneficio per tutte le altre figure sociali. Non c’è sviluppo ormai per Roma se non punta sui settori innovativi. Proprio qui però si tocca con mano la difficoltà. Spenti i motori dell’ambigua modernizzazione, sia l’outsourcing dei monopoli pubblici sia la trasformazione dei consumi, oggi viene a mancare proprio la domanda di innovazione. Questa parola campeggia nella convegnistica della capitale ma è assente nella sua struttura economica, non viene spontaneamente dal tessuto produttivo. Occorre quindi creare tramite le politiche pubbliche la domanda di innovazione e questo si può fare solo mettendo al centro la cura dei beni comuni, il ripensamento del welfare la qualità dei grandi servizi comuni. Come dici tu la politica della mobilità, della casa, dell’ambiente e della formazione possono cogliere contestualmente due obiettivi: mettere a frutto le risorse e le competenze delle nuove generazioni e nel contempo innalzare la qualità della vita associata. Ciò richiede l’elaborazione di un progetto di governo per la capitale e nel contempo l’attivazione di esperienze sociali e l’invenzione di nuove politiche adatte a tali compiti: ma di tutto ciò avremo altre occasioni per parlarne. Bisogna uscire da vecchi paradigmi, appunto come dice il vostro nome, premere il tasto Esc.

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Renato Nicolini o dell’Estate romana https://minimaetmoralia.it/cultura/renato-nicolini-o-dell%e2%80%99estate-romana/ https://minimaetmoralia.it/cultura/renato-nicolini-o-dell%e2%80%99estate-romana/#comments Tue, 04 Aug 2009 07:00:19 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=488 Un articolo datato ma per certi versi attuale, uscito un paio di anni fa per Il Riformista e gentilmente concessoci da Ivan Carozzi; ve lo riproponiamo a seguito della recente candidatura di Renato Nicolini alla segreteria del Pd. Un giorno d’estate di moltissimi anni fa, vidi alla tv un uomo dall’aria buffa, che parlava, parlava, […]

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Un articolo datato ma per certi versi attuale, uscito un paio di anni fa per Il Riformista e gentilmente concessoci da Ivan Carozzi; ve lo riproponiamo a seguito della recente candidatura di Renato Nicolini alla segreteria del Pd.

pazienza_blog Un giorno d’estate di moltissimi anni fa, vidi alla tv un uomo dall’aria buffa, che parlava, parlava, parlava. In seguito scoprii che quell’uomo era Renato Nicolini, un assessore, un architetto, classe 1942. Somigliava al comico veneziano Lino Toffolo, ma più magro, più figurino. Sguardo guizzante, riccioli da Peter Pan, un sorriso permanentemente autoironico. Era un intellettuale del PCI che non aveva studiato alle Frattocchie, che non vantava un cursus honorum d’apparato. Non ci si sarebbe sorpresi di vederlo su di una copertina del Male, disegnata da Pazienza. Non ci si sarebbe sorpresi, qualche anno più tardi, se lo avessimo visto accomodato tra Pazzaglia e D’Agostino, nello studio neobarocco di Quelli della notte.
Era un uomo che, mescolando marxismo e loisir, interpretò con creatività e leggerezza il varco fra gli anni ’70 e gli ancora misteriosissimi anni ’80. Il neoeletto sindaco di Roma, Giulio Carlo Argan, nel 1976 lo nominò assessore alla cultura, e lui, l’anno dopo, s’inventò la cosiddetta «Estate Romana». Due parole invero didascaliche, che facevano da cappello non solo ad un nuovo progetto per le notti romane, ma ad un’inedita vision del rapporto fra pubblica amministrazione e beni culturali. Estate romana, nella sua tautologica evidenza, era uno slogan che funzionava benissimo, un abracadabra che avrebbe risvegliato il genius loci e, per usare le parole di Veltroni, restituito la città ai romani. Dentro vi soffiava il ponentino fino fino, evocava, con effetti refrigeranti, la scena di un film con Gregory Peck ed Audrey Hepburn, e porgendo l’orecchio molto vicino allo slogan, come ad una conchiglia, avremmo udito in quelle due parole l’eco di un doppio yin, un duplice rintocco del femminino.

Estate, romana. La ricetta dell’assessore era tanto semplice quanto rivoluzionaria: utilizzare i ruderi e gli eterni scorci di Roma come quinte monumentali per una serie di manifestazioni all’aperto; investire denaro pubblico non in opere permanenti (musei, spazi, auditorium), ma in eventi che duravano giusto il tempo di una notte. Vinicio_blogConcerti rock, spettacoli teatrali, arte elettronica, le maratone cinematografiche alla Basilica di Massenzio, gli autobus utilizzati come ribalte itineranti per il cabaret, dislocati in varie zone dell’Urbe, modificandone la percezione geografica, cercando di coinvolgere e mobilitare il centro e la periferia, intercettando una domanda di consumo culturale che non era più solo appannaggio delle elites, evidentemente, ma anche di quelle che allora si chiamavano masse popolari. Dare risposta, quindi, ad una domanda di socialità diffusa, espansa, che senza dubbio era un deposito del decennio rivoluzionario dei ’70.

Alberto Arbasino, nell’incipit del suo caleidoscopico Un paese senza, si chiedeva, proprio in quegli anni: «Un Paese senza memoria collettiva: con perdita generale e capillare di sapere collettivo, storia collettiva, realtà collettiva, conoscenza collettiva?». Forse Nicolini dovette partire da quegli stessi interrogativi. Dal progetto di ricucire, attraverso l’intervento culturale, un tessuto sociourbano sdrucito, sfilacciato, minacciato dallo spettro del terrorismo e dall’ormai incombente riflusso. Due anni prima dell’uscita de La condizione postmoderna di Francois Lyotard, l’Estate Romana ibridava i saperi, mescolava già cultura alta e cultura bassa (a Massenzio si proiettavano i peplum mitologici, Totò e Peppino, i film della New Hollywood), e in qualche modo sospingeva la città fuori dalle secche dei ’70, verso il mare aperto degli anni ’80. Anche se forse, dice Nicolini, «Se avessimo da principio pensato, con geometrica potenza progettuale, di spostare i cittadini verso cultura e socializzazione, avremmo fatto un buco nell’acqua. L’Estate Romana nacque semmai dalla constatazione che la città, d’estate, era un deserto, che l’amministrazione non era attrezzata a gestire, priva com’era di un ufficio cultura. Per questo coinvolgemmo associazioni, club, cantine, che realizzarono il meraviglioso urbano, lavorando con entusiasmo e ai limiti del volontariato. Non c’era centralizzazione. C’erano sorpresa e democrazia».

E le masse metropolitane, già in quella prima edizione del ’77, risposero compatte. Uno straordinario successo in termini di affluenza e pacthwork sociale, del quale Nicolini si avvide all’improvviso, così: «Venendo dall’ospedale, dove quel giorno era nata mia figlia Ottavia, sul tardi, verso mezzanotte, andai a vedere se la manifestazione stesse avendo successo e mi trovai seduto tra la classica famiglia romana che stava continuando il suo picnic e un gruppo di ragazzi che si passavano, presumo, uno spinello».

Saviano_blogPer alcuni commentatori, come lo stesso Arbasino su Repubblica, l’Estate Romana fu l’apologia dell’effimero, come venne poi ribattezzato, cioè di una tendenza a ridurre la cultura a bene di consumo, masticato e sintetizzato nell’arco di una notte, effimero nella fruizione, sottraendo risorse ad interventi strutturali più durevoli. Per Paolo Dalla Sega, docente di drammaturgia degli eventi alla Cattolica di Milano, la nozione di evento dovrebbe intendersi come «l’incominciare ad essere dopo un non essere, l’arrivo ad una presenza, la soddisfazione di un’attesa e l’inizio di una memoria». Quindi un bene non indicizzabile, non immediatamente e aritmeticamente quantificabile, che tuttavia, sedimentandosi nell’immaginario, viene tesaurizzato dalla comunità.
Anni dopo, quando l’Estate Romana era già stabilmente calendarizzata, Nicolini viaggiava, se n’era andato in Brasile, insieme a Gianni Amico, per cercare nuovi contenuti da mettere in cartellone. Inseguirono per tutto il Paese un potente sottosegretario, tale Pecora, per convincerlo a finanziare la trasferta a Roma di una nota scuola di Samba. Volevano portare in Italia il Brasile di De Moraes e Glauber Rocha, pensando, tra l’altro, che la logica degli scambi culturali avrebbe minato la dittatura brasiliana, «spingendo il governo all’autodistruzione», disse Nicolini.

Quando però tornarono a Roma, i due videro i seguenti titoli di giornale: Italia Nostra dice no al Samba ai Fori, Il prosindaco Severi contro l’effimero, Si alla cultura, no alle nicolinate. Eppure, nonostante il prosindaco, l’Estate Romana venne ovunque imitata e proprio quest’anno compie il suo trentaduesimo anniversario. Come il ’77, ma soprattutto come pochissime altre cose nate nel ’77. La polemica sull’effimero, tuttavia, riaffiora. Si dice che Nicolini fu precursore di quella modalità di fruizione culturale, euforica e sudaticcia, che sta alla base del format Notte Bianca. Lo scrittore Antonio Scurati, in un’intervista del 2006 al Giornale, ha invece affermato che l’Estate Romana fu tra i primi sintomi di una festivalizzazione della cultura, lo show off di un berlusconismo di sinistra riconducibile, in sostanza, alla persona di Veltroni. «In realtà», afferma Nicolini, «l’Estate Romana fu riscoperta della politica come vita quotidiana, non per cambiare il mondo, ma la vita, cominciando dalla propria. Temo che Scurati riproponga, con un certo deja vu, le tesi dei Francofortesi. Non mi pare pertinente parlare di festivalizzazione della cultura, almeno fino all’81, quando la manifestazione aveva ancora contenuti di coraggiosa avanguardia. Ciò che manca all’Estate Romana oggi è semmai il senso di meraviglia, che non c’è più. Ecco, forse la cosa più simile all’atmosfera di allora è la grande piazza mescola-pubblici dell’Auditorium. Piuttosto, dove sono finite la RAI e Cinecittà?».

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[pubblicato su Diario]

Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

Nato nella metà degli anni Settanta, faccio parte di una generazione cresciuta sotto l’ombrello di troppe certezze e che, per contrappasso, si è trovata risucchiata nei buchi neri di un’incertezza cosmica. Fin dalla più tenera età sono stato indottrinato, ma in un modo naturale, involontario, visto che non ci potevano essere dubbi su quale fosse la verità e dove risiedesse. A cinque anni leggevo Repubblica e Paese Sera seduto in braccio a mio padre. E più o meno a quell’età ho imparato la fondamentale distinzione tra bene (sinistra) e male (destra, centro, religione, Andreotti).

Mi tornano in mente le domeniche, quando ascoltavamo Banana Republic, il live del mitico tour De Gregori – Dalla del 1979, mentre nel nostro appartamento venivano celebrate rievocazioni ufficiali della contestazione. Ero fiero che i miei genitori, come dicevano loro, avessero fatto il Sessantotto e che mia madre avesse partecipato ai gruppi femministi di autocoscienza e che per un certo periodo avesse distribuito Lotta Continua all’università. Mi piaceva sentire quelle storie, che mi facevano venire voglia di tornare indietro nel tempo per contribuire alla causa a modo io, o anche solo per poter dire di esserci stato. A quattordici anni ero lo spettatore della Notte della Repubblica che tifava contro Sergio Zavoli.

D’estate andavamo in campeggi sulla costa greca frequentati esclusivamente da gente di una certa frangia. Erano giornalisti del Manifesto, insegnanti universitari con fantomatici trascorsi nei Nap, psichiatri antistrutturalisti che avevano fatto i candidati nelle liste di Democrazia Proletaria. Sentivo come il privilegio di essere parte di un’elite di migliori. I peggiori non li avevo mai visti. Ma immaginavo si nascondessero nel potere, la forza oscura che aveva impedito all’utopia di avverarsi.

Agli inizi degli anni Novanta ero abbastanza grande per assistere coi miei occhi alla stagione del cambiamento. L’implosione del potere reazionario che per cinquant’anni aveva tenuto in pugno l’Italia stava lasciando enormi spazi vuoti che sarebbero stati riempiti con dosi massicce di speranza. A Napoli, la mia città, l’elezione di Antonio Bassolino fu salutata come un momento di profondo rinnovamento, una specie di rivoluzione elettorale che avrebbe persino spinto qualcuno a intonare The times They’re a-Changin’. Se ci penso adesso, è incredibile come nella figura di un uomo di apparato – un uomo che avrebbe fatto dell’esercizio del potere la propria ragion d’essere politica – si concentrassero un miscuglio di aspettative così campate in aria. Di certo nessuno si aspettava il sovvertimento del sistema capitalista, ma nelle persone che conoscevo, nei miei genitori e nei loro amici, potevo intravedere un luccichio negli occhi, un senso di risarcimento per tutte le battaglie perse, le delusioni, le soddisfazioni che il potere aveva loro negato. Quella elezione, insieme ad altre, fu anche una specie di rimborso generazionale. E quindi, ancora una volta, un investimento di illusioni, fatto di quel tipico sentimento di speranza estraneo alla realpolitik che, in modo del tutto incongruo, continua, anche oggi ma più flebilmente, a percorrere lo spirito di certe manifestazioni del Pd o della sinistra radicale. Si percepisce negli inni di Fossati che risuonano, nelle bandiere che sventolano quando qualche oligarca ancora ben voluto sale sul palco di una piazza, nell’abbigliamento dei ragazzi, figli di famiglie di sinistra, passate senza soluzione di continuità dal culto di Marcuse a quello di Dario Franceschini.

Quando qualche volta mi capita di parlare con i miei genitori e i loro amici, sessantenni delusi ed estranei a qualsiasi tipo di partecipazione che veleggiano sulle acque calme delle gratificazioni spirituali ed enogastronomiche, e affronto la delicata questione del giudizio su ciò che di buono la loro generazione ha fatto, finisco quasi sempre per litigare con tutti. La loro versione della storia non mi convince, continua ad assomigliare troppo a una fiaba senza lieto fine dove i buoni avrebbero potuto vincere se non fosse stato per i cattivi (che hanno sempre la meglio). Quello che rimprovero loro è il sottrarsi a qualsiasi ammissione di responsabilità. Di solito mi rispondono che almeno ci hanno provato a fare le battaglie che andavano fatte e hanno comunque contribuito a migliorare il Paese, mentre noi – la generazione di cui faccio parte – non abbiamo neanche tentato di fare qualcosa. La mia obiezione è che il senso di quelle battaglie va letto alla luce di cosa è successo dopo. E, sotto questa luce, le famose battaglie non sembrano avere avuto molto senso se si pensa all’Italia berlusconiana o alla condizione disperatamente priva di prospettive che la maggior parte dei miei coetanei si trova ad affrontare. Sono anche loro – la generazione dei Veltroni, dei D’Alema, dei Cacciari, baby boomer passati dalle più ambiziose utopie al pragmatismo prussiano – ad avere lasciato ai propri figli quest’Italia, un luogo brado e senza futuro dove vige la legge del più forte e l’ingiustizia sociale è una prassi consolidata.

Qualche tempo fa, proprio nel corso di uno di questi rendez-vous intergenerazionali, sfinito da una discussione su Berlusconi come unica causa dei nostri guasti, mi sono messo a urlare: «Siete degli ingenui». Qualcuno mi ha urlato di rimando: «Allora spiegacelo tu cos’è il potere».

Ho capito che il problema era il diverso significato che stavamo attribuendo alla parola. Pur continuando a identificare in modo quasi automatico la parola potere con l’immagine del volgare imprenditore brianzolo tirato e abbronzato mentre passeggia con la bandana a Porto Cervo, il mio modo di relazionarmi al potere aveva cessato di essere un fatto puramente astratto. Avevo conosciuto un potere familiare e insospettabile, elegante e colto, che in qualche modo aveva demolito le mie ultime certezze.

Per fare capire ai miei genitori e ai loro amici cosa cercavo di dire, avrei potuto consigliare la lettura delle Lettere a nessuno di Antonio Moresco, quadro avvilente, tragico, grottesco del potere culturale italiano, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e di recente ristampato da Einaudi. È un libro in cui, attraverso appunti, stralci e lettere, Moresco racconta pezzi della sua vita, dagli anni Settanta, Ottanta, fino al momento della rinascita come scrittore celebrato e odiato, stimato e villipeso. La parabola delinea in modo preciso e disperato un’estenuante lotta donchisciottesca contro il potere. Dapprima, con l’impegno politico in un gruppuscolo della sinistra extraparlamentare – una vita di stenti, delusioni, frustrazioni, e fiducia mal riposta – e poi, con i tentativi di fare leggere i suoi scritti, o quantomeno di farsi ascoltare, da alcuni illustri esponenti della cultura italiana (i nessuno del titolo). Quali che siano il contesto storico e lo scenario, Moresco appare sempre come una formichina alle prese con cose titaniche e impossibili da combattere. Ma le sue lettere a Giovanni Raboni, Maria Corti, Goffredo Fofi e il fastidio o – nel migliore dei casi – il silenzio che riceve in cambio danno esattamente la misura di come le articolazioni del potere siano multiformi e mascherate. Ne esce fuori il ritratto di un Paese dove pubblicare un libro senza uniformarsi alla logica dominante – la logica delle amicizie e delle leccate di culo, dei libri scritti per andare incontro al gusto del pubblico – può risultare utopistico come realizzare una nuova rivoluzione d’ottobre.

Leggendo mi è venuto da pensare che per chi non si adegua all’esistente è sempre dietro l’angolo il rischio di fare la parte del martire. Così come lo diventa Moresco, la cui figura nel corso della lettura assume proprio la forma di un martire laico che a un certo punto si convince della sua santità. Ma bisognerebbe ribaltare la prospettiva, perché, parafrasando un vecchio adagio di sinistra, è proprio questo il caso in cui il personale deve diventare politico.

In Italia la cultura continua a essere un campo sostanzialmente di sinistra – l’ultimo settore monopolizzato dalla sinistra – ma se si volesse descrivere onestamente lo stato attuale dell’industria culturale con lo stesso grado di severità che impieghiamo per descrivere la situazione politica, si potrebbe utilizzare una lista di aggettivi simili: disastroso, dittatoriale, populista, ambiguo.

Anche qui siamo nel regno delle diseguaglianze e del conformismo, dello sfruttamento e della doppia morale. Siamo in un sistema che non è in grado di riconoscere a un testo un adeguato valore economico, a meno che l’autore di quel testo non sia uno scrittore di successo che abbia già sfondato il mercato. Nello stesso tempo abbiamo un mercato che dimostra una grande ostilità nei confronti dei prodotti difficili e quindi – da un punto di vista letterario, cinematografico, televisivo – finisce per scommettere sempre sul sicuro, sull’opera media. Viviamo, peraltro, una sindrome da trincea, in ragione della quale finiscono per essere privilegiati gli autori e le opere schierati aprioristicamente, rispetto agli sguardi obliqui, dissonanti, disturbanti, realmente anticonformisti.

La mia esperienza, che del resto è simile a quella delle persone che conosco e che fanno il mio stesso lavoro – e che quindi non è martirologica ma sistemica – delinea il quadro di una cultura autoritaria, forte con i deboli e in definitiva non libera. Innanzitutto perché lavorare nel campo della cultura – nei giornali, nelle case editrici – molto spesso, a meno di non essere scrittori di best seller, significa abituarsi a non essere pagati, oppure a essere pagati a piacere, il che è un terribile sintomo di come la cultura stessa sia considerata un optional, una ginnastica mentale per gente ricca di famiglia, qualcosa di cui in definitiva si può anche fare a meno.

E poi ci sono le case editrici – assolutamente di sinistra – sempre più assetate di libri «freschi» e «divertenti», che possano «stuzzicare il lettore» senza essere «troppo pesanti». E che dunque a quest’atmosfera nazionale che – ne sono certo – si spingerebbero a definire plumbea, opprimente, fascistoide, volgarmente incolta, offrono la risposta dell’Intrattenimento, della volatilità, della facilità spacciata per cultura sopraffina. Che poi è la logica che guida manifestazioni come lo Strega, l’unico premio letterario al mondo dove a essere ricompensata non è la qualità o l’eventuale novità di un testo, ma la sua vendibilità.

Infine i metodi della cooptazione, che sono ancora una volta praticati attraverso lottizzazioni, corsie preferenziali, conoscenze, adulazioni. Letteralmente impossibile realizzare la normalità di essere ricevuti da chicchessia a seguito di invio del curriculum. Lo stesso Moresco, che in un celebre articolo scritto qualche anno fa, intitolato La restaurazione e fonte di molte polemiche sui blog letterari, diceva cose simili, ha giustamente fatto notare che mentre è pacifico sostenere che l’Italia sia un paese affetto da una «intossicazione delle forme economico-politiche e democratiche», non lo è altrettanto sostenere che quest’intossicazione riguardi anche la cosiddetta cultura.

Deve essere per colpa di questa cecità che a un tratto ho incominciato a sviluppare un odio viscerale per i miti mediatici della sinistra contemporanea. Propugnatori della qualità come Fabio Fazio e Roberto Benigni e Giovanni Floris e Serena Dandini. Ognuno a suo modo ha coltivato la propria arcadia televisiva, ritenendosi esente da qualsiasi contagio, e continuando la sua opera di pedagogia delle masse. Nessuno di loro ammetterebbe di essere stato inoffensivo, o addirittura funzionale alla macchina del potere. Eppure ci dev’essere un motivo se in questo cosiddetto ventennio berlusconiano hanno continuato a lavorare, a percepire stipendi milionari, a occupare il loro spazio di potere, stabilendo cosa dovesse essere letto (Paolo Giordano), ascoltato (Giovanni Allevi), visto (Ferzan Ozpetek) – ancora intrattenimento spacciato per elevato nutrimento che soltanto loro sanno offrire – e proteggendo le loro reti di amicizie, e identificando nella destra la causa di tutti i mali, o esercitando sulla sinistra un giudizio dolcemente critico, bonario e di prammatica, come un rimprovero paterno.

Tutte queste persone di sinistra si troverebbero senz’altro d’accordo sul fatto che l’Italia sia oppressa da un’odiosa forma di potere, ma ancora una volta qual è il loro contributo? Perché nessuna di queste persone si preoccupa di misurare le proprie responsabilità? In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?

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